FORUM «IRC»
 
Massimo Recalcati |30.04.2011
mondo


Il lavoro degli insegnanti è diventato oggi un lavoro di frontiera: supplire a famiglie inesistenti o angosciate, rompere la tendenza all'isolamento e all'adattamento inebetito di molti giovani, contrastare il mondo morto degli oggetti tecnologici e il potere seduttivo della televisione, riabilitare l'importanza della cultura relegata al rango di pura comparsa sulla scena del mondo, riattivare le dimensioni dell'ascolto e della parola che sembrano totalmente inesistenti, rianimare desideri, progetti, slanci, visioni in una generazione cresciuta attraverso modelli identificatori iperedonisti, conformistici o apaticamente pragmatici. Gli insegnanti consapevoli ce lo dicono in tutti i modi: "Non ascoltano più!", "Non parlano più!", "Non studiano più!", "Non desiderano più!". Cosa può dunque tenere ancora vivo il motore del desiderio? Non è forse questa la missione che unisce tutte le figure (a partire dai genitori) impegnate nel discorso educativo? Mestiere impossibile decretava Freud. Aggiungendo però a questa profezia pessimistica una buona notizia: i migliori sono quelli che sono consapevoli di questa impossibilità, quelli che non si prendono per davvero come padri o insegnanti educatori. I migliori sono quelli che hanno contattato la loro insufficienza. Sono quelli che hanno preso coscienza dell'impossibilità e del danno che provocherebbe porsi come gli educatori migliori.
Proviamo ora a fare un esperimento mentale: chi sono gli insegnanti che non abbiamo mai dimenticato? Sono quelli che hanno saputo incarnare un sapere, sono quelli che ricordiamo non tanto per ciò che ci hanno insegnato ma per come ce lo hanno insegnato. Ciò che conta nella formazione di un bambino o di un giovane non è tanto il contenuto del sapere, ma la trasmissione
dell'amore per il sapere. Gli insegnanti che non abbiamo dimenticato sono quelli che ci hanno insegnato che non si può sapere senza amore per il sapere. Sono quelli che sono stati per noi uno "stile". I bravi insegnanti sono quelli che hanno saputo fare esistere dei mondi nuovi con il loro stile. Sono quelli che non ci hanno riempito le teste con un sapere già morto, ma quelli che vi hanno fatto dei buchi. Sono quelli che hanno fatto nascere domande senza offrire risposte già fatte. Il bravo insegnante non è solo colui che sa ma colui che, per usare una bella immagine del padre sopravvissuto celebrato da Cormac McCarthy ne La strada, "sa portare il fuoco". Portare il fuoco significa che un insegnante non è qualcuno che istruisce, che riempie le teste di contenuti, ma innanzitutto colui che sa portare e dare la parola, sa coltivare la possibilità di stare insieme, sa fare esistere la cultura come possibilità della comunità, sa valorizzare le differenze, la singolarità, animando la curiosità di ciascuno senza però inseguire alcuna immagine di "allievo ideale", ma
esaltando piuttosto i difetti, persino i sintomi, di ciascuno dei suoi allievi, uno per uno. È, insomma, come scrisse un grande pedagogista italiano quale fu Riccardo Massa, qualcuno che "sa amare chi impara". Tutti ne abbiamo conosciuto almeno uno. Questa è la vera prevenzione primaria che servirebbe ai nostri figli: incontrarne almeno uno così. Dobbiamo, invece che ironici, essere riconoscenti all'esercito civile di chi ha scelto di vivere nella Scuola, a coloro che hanno autenticamente e appassionatamente scelto di amare chi impara.
Mi è capitato di voler continuare ad insegnare mentre venivo interrotto in aula dagli studenti che protestavano per la Legge Gelmini. Avevano ragione, ma ho insistito nel difendere le mie ragioni.
La democrazia è fatta di queste divergenze, di questi conflitti tra prese di posizione diverse che possono convivere mantenendosi tali. Volevo proseguire nella lezione perché un'ora di lezione non è un automatismo svuotato di senso, non è routine senza desiderio come invece sembrava pensassero i miei interlocutori. Certo questo è il morbo della Scuola, è la patologia propria del discorso dell'Università che ricicla un sapere che tende anonimamente alla ripetizione annullando la sorpresa, l'imprevisto, il non ancora sentito e il non ancora conosciuto. Il vero nemico
dell'insegnante è la tendenza al riciclo e alla riproduzione di un sapere sempre uguale a se stesso. È lo spettro che sovrasta e può condizionare mortalmente questo mestiere: adagiarsi sul già fatto, sul già detto, sul già visto. Ridurre l'amore per il sapere a pura routine. A quel punto non c'è più trasmissione di una conoscenza viva ma burocrazia intellettuale, parassitismo, noia, plagio, conformismo. Un sapere di questo genere non può essere assimilato senza generare un effetto di soffocamento, una vera e propria anoressia intellettuale. Eppure la Scuola continua ad essere fatta di ore di lezione che possono essere avventure, esperienze intellettuali ed emotive profonde. Di fronte ai giovani che protestavano ho voluto continuare ad insegnare e l'ho fatto per tutti i maestri che mi hanno insegnato che un'ora di lezione può sempre aprire un mondo.
Il nostro tempo segnala una crisi senza precedenti del discorso educativo. Le famiglie appaiono come turaccioli sulle onde di una società che ha smarrito il significato virtuoso e paziente della formazione rimpiazzandolo con l'illusione di carriere prive di sacrificio, rapide e, soprattutto, economicamente gratificanti. Come può una famiglia dare senso alla rinuncia se tutto fuori dai suoi confini sospinge verso il rifiuto di ogni forma di rinuncia? Per questa ragione di fondo la Scuola viene invocata dalle famiglie come un'istituzione "paterna" che può separare i nostri figli dall'ipnosi telematica o televisiva in cui sono immersi, dal torpore di un godimento "incestuoso", per risvegliarli al mondo. Ma anche come una istituzione capace di preservare l'importanza dei libri come oggetti irriducibili alle merci, come oggetti capaci di fare esistere nuovi mondi. Capissero almeno questo i suoi censori implacabili. Capissero che sono innanzitutto i libri – i mondi che essi ci aprono – ad ostacolare la via di quel godimento mortale che sospinge i nostri giovani verso la
dissipazione della vita (tossicomania, bulimia, anoressia, depressione, violenza, alcoolismo, ecc).
Lo sapeva bene Freud quando riteneva che solo la cultura poteva difendere la Civiltà dalla spinta alla distruzione. La Scuola contribuisce a fare esistere il mondo perché un insegnamento, in particolare quello che accompagna la crescita (la cosiddetta scuola dell'obbligo), non si misura certo dalla somma nozionistica delle informazioni che dispensa, ma dalla sua capacità di rendere disponibile la cultura come un nuovo mondo, come un altro mondo rispetto a quello di cui si nutre il legame familiare. Quando questo mondo, il nuovo mondo della cultura, non esiste o il suo accesso viene sbarrato, come faceva notare il Pasolini luterano, c'è solo cultura senza mondo, dunque cultura di morte, cultura della droga. Se tutto sospinge i nostri giovani verso l'assenza di mondo, verso il ritiro autistico, verso la coltivazione di mondi isolati (tecnologici, virtuali, sintomatici), la Scuola è ancora ciò che salvaguarda l'umano, l'incontro, le relazioni, gli scambi, le amicizie, le scoperte intellettuali. Un bravo insegnante non è forse quello che sa fare esistere nuovi mondi?

(L'autore ha scritto "Cosa resta del padre?" per Raffaello Cortina)


in “la Repubblica” del 29 aprile 2011


 

Istituto di Catechetica - UPS |16.04.2011
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Il 9 - 10 aprile si è tenuto a Roma  un Corso di aggiornamento per insegnati di Religione su L’etica nell’orizzonte del pluralismo culturale. Il corso è stato promosso dall'Istituto di Catechetica della Facoltà di Scienze dell'Educazione dell'UPS.


 


IL PROGRAMMA DEL CORSO




Presentazione


La realizzazione di una propria identità è l’assillo che il giovane vive. E rischia pure di risultare il  processo più occasionale e dispersivo: la personalità di ciascuno si attua in un clima di improvvisazione e di incertezza.      
E’ possibile offrirle bussola e timone per un orientamento morale credibile?   E’ la domanda che muove il Convegno.


 


Sabato, 9 aprile 2011


Ore  9.00                               Introduzione e Lodi


0re   9.30                              Etica in contesto cristiano. Quale proposta? Prof. Paolo Carlotti


Ore 11.00                             Intervallo


Ore 11.30                             Fasi e processi della vita morale. Il giovane fra adesione e rifiuto: Prof. Massimo Diana


Ore 13.00                             Pranzo


Ore 15.00                             Crisi ecologica e responsabilità morale:  Prof. Johstrom Kureethadam


Ore. 16.00                            La formazione della coscienza morale. Dalla contraffazione alla vita autentica:


Prof. Michele Marchetto


Ore 17.00                             Intervallo


Ore 17.30                             Impatto dei media sul mondo giovanile : Prof. Pier Cesare Rivoltella


Ore 20.00                             Cena


 


Domenica, 10 aprile


Ore   9.00                               Lodi


Ore   9.15                              Un’etica a misura giovane. Dalla norma all’utopia: Prof. Zelindo Trenti


Ore   10.15                            Intervallo


Ore 10.45                             Coscienza morale nell’apprendimento dell’IRC. Elaborazione didattica


Prof. Roberto Romio


Un’ipotesi applicativa: L’Ospite Inatteso: Proff. C. Carnevale, G. Cursio, R. Astuto


Ore 12.00                            Conclusioni.


 




 


GLI INTERVENTI DEI RELATORI


Di seguito si possono consultare gli interventi dei relatori:


relazioni fotocopiate


 


 


 




 

 IRC»Didattica    
La redazione |01.03.2011
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Il crocifisso di stato Sergio Luzzato Einaudi editore Senza il crocifisso sul muro, dicono, l'Italia non sarebbe piú la stessa.
Lo dicono tanti cattolici, ma anche tanti laici.
Io penso che gli uni e gli altri abbiano ragione.
Senza il crocifisso negli edifici statali l'Italia non sarebbe piú la stessa: sarebbe piú giusta, piú seria, migliore.
Perché in Italia alle pareti di scuole, ospedali e perfino tribunali stanno appesi dei crocifissi? E perché non dovrebbero? Molte persone non li vedono nemmeno, molte altre ritengono che sia questa una consuetudine innocua.
Ma il crocifisso di Stato ha anche fieri nemici, e strenui difensori.
Se periodicamente si riaccende la polemica attorno a un simbolo cosí ingombrante, è perché la discussione non può essere fatta soltanto di regole europee, principî astratti, conflitti identitari.
Quel «pezzo di legno» non è lí da sempre e per sempre: ha tutta una storia, ricca di sorprese, trasformazioni, manipolazioni.
«Sta su quelle pareti perché là lo ha preparato a giungere un passato remoto, perché là lo ha imposto un passato prossimo, perché là lo mantiene una specie di presente storico».
Il crocifisso sul muro è un problema di storia.
Una storia da conoscere, e da raddrizzare.
Quel saggio che attacca il "crocifisso di stato" di Carlo Galli in “la Repubblica” del 28 febbraio 2011 I luoghi pubblici statali possono, debbono, o non debbono, avere un crocifisso alle pareti? Vexata quaestio, ripresa con foga da Sergio Luzzatto nel suo ultimo pamphlet, Il Crocifisso di Stato (Einaudi), in cui lo storico non si fa mancare illustri bersagli, dal papa a Napolitano, da Cacciari a, soprattutto, Natalia Ginzurg (importante autrice della medesima casa editrice, bersagliata dalla polemica in quanto aveva difeso con argomenti laici l'esposizione del crocifisso).
Il punto centrale del libro è che togliere il crocefisso dagli spazi pubblici statali (non da quelli pubblico-sociali) non è un atto di anticlericalismo ma di laicità.
E questa non è cristofobia, come sostengono le gerarchie, perché la laicità non è una posizione di parte: è anzi l'obbedienza alle logiche della modernità politica, che vedono nello Stato il garante delle libertà di tutti, e quindi gli vietano di favorire l'una o l'altra parte; e l'esporre il crocifisso è certo attribuire il favore di Stato a una specifica religione (come afferma una sentenza del tribunale europeo di Strasburgo).
Un favore che, per di più, non è fondato su alcuna legge ma solo su circolari di epoca fascista, indifendibili e inapplicabili; e che viene giustificato, di solito, con due argomenti: il crocifisso è simbolo dell'umana sofferenza e non discrimina nessuno (la tesi di Ginzburg); è talmente intrecciato alla storia d'Italia e ha a tal punto plasmato l'identità nazionale che è simbolo laico (come ha affermato il Consiglio di Stato).
Al primo argomento Luzzatto replica che il crocifisso ha una storia non universale e neutra, ma particolare e polemica, che lo ha visto anche trasformato in oggetto di odio e in arma - certo, impropria - di odio.
Il secondo argomento, poi, è ingenuo e quasi blasfemo.
Ingenuo perché l'identità nazionale è dinamica, e non fissa; e oggi certamente l'Italia non è più esclusivamente e neppure maggioritariamente cattolica (i crocefissi sono sempre più rari nelle case); inoltre, per quanto il cattolicesimo abbia incrociato il formarsi storico della nazione, Paesi non meno cattolici dell'Italia, come la Francia e la Spagna, sono ben più coerenti del nostro rispetto all'intrinseca laicità della cosa pubblica.
Quasi blasfemo, infine, perché associa il Figlio di Dio al potere politico, facendone lo strumento di una strategia di ‘legge e ordine', anziché di liberazione profetica, di promessa di un'altra vita.
La Chiesa costantiniana - protagonista del compromesso fra trono e altare - oggi non è più, ufficialmente, all'ordine del giorno.
Il cattolicesimo non è più la sola religione ufficiale dello Stato, come si leggeva nello Statuto albertino, recepito nei Patti lateranensi e quindi anche dalla costituzione repubblicana (e anche per questo nel 1984 i Patti furono riveduti).
L'Italia è sempre più secolarizzata, e sempre più ospita residenti e cittadini non cattolici.
Perché, allora, resta in questo limbo di indifferenza e, quando qualcuno pone la questione, di imbarazzo? Il silenzio come regola, e - quando è il caso - le corali manifestazioni, da parte di tutte le forze politiche, di adesione al crocifisso di Stato nascono certo dall'obiettivo di non inimicarsi la Chiesa.
Ma i cittadini? Il libro non risponde direttamente, ma si può avanzare un'ipotesi: che il loro tacito consenso alla presenza del crocifisso sia l'altra faccia della parallela e concomitante sfiducia nella statualità.
Insomma, senza crocifisso, e il suo uso improprio, gli italiani - che sanno bene che cosa pensare del loro Stato - si sentirebbero davvero soli.
E quindi se lo tengono.
Non per fede nella religione ma per mancanza di fede nella cosa pubblica.
Sul crocifisso un muro divide le aule d'Italia di Michele Ainis in “il Sole 24 Ore” del 27 marzo 2011 Poverocristo o povero Cristo? Dobbiamo prendere partito per Marcello Montagnana (l'insegnante di Cuneo che andò sotto processo per aver rifiutato l'ufficio di scrutatore alle politiche del 1994, protestando contro l'esposizione del crocifisso nei seggi elettorali) o è giusto schierarsi per il simbolo dolente che campeggia in tutti i nostri edifici pubblici? Sergio Luzzatto sceglie decisamente il primo, ma senza mancare di rispetto nei confronti del secondo.
Il rispetto del quale in Italia siamo orfani è piuttosto un altro: quello che andrebbe tributato al principio di laicità del nostro stato.
Lo professiamo a chiacchiere, però nei fatti ce lo mettiamo sotto i piedi.
E a tale riguardo la vicenda del crocifisso è la più dibattuta, ma non la più eloquente.
Ne è prova per esempio il finanziamento pubblico alle scuole private, che al 90 per cento sono scuole cattoliche: la Costituzione lo vieta espressamente, una legge del 2000 lo permette allegramente.
Sarà per questo, per la cifra di disperazione che ormai accompagna i laici nel paese in cui torreggia il Cupolone, che Luzzatto ha scritto un libro acre come zolfo, dove risuonano gli accenti del pamphlet.
E dove riecheggia la storia di Montagnana insieme a quella dei coniugi Lautsi, che hanno ingaggiato una lunga battaglia giuridica e civile contro l'esposizione del crocifisso nelle scuole.
Potremmo aggiungervi pure il giudice Tosti, che ha fatto altrettanto per espellere questo simbolo  ingombrante dai muri delle aule giudiziarie, guadagnandone in cambio una sfilza di processi e di castighi.
L'elenco è lungo.
Ma è lungo anche l'elenco dei paladini del crocifisso, dove figurano intellettuali insospettabili come Natalia Ginzburg, donna laica e di sinistra.
Nonché nomi importanti dell'intellighenzia cattolica italiana, quali Massimo Cacciari e Franco Cardini.
Luzzatto ricorda – con qualche grammo di perfidia – che il primo viene dall'operaismo sessantottesco, il secondo dal neofascismo degli anni Cinquanta, però l'approdo è identico.
E quale arma dialettica viene brandita in questi casi? Un coltello a doppia lama, benché le due lame siano poi tutt'altro che affilate.
In primo luogo – s'osserva – quella croce di legno non fa male a nessuno, è un dettaglio dell'arredamento pubblico sul quale i più passano via senza degnarlo d'uno sguardo.
Curiosa questa difesa della rilevanza pubblica del crocifisso in nome della sua irrilevanza pubblica.
Ma a sprezzo della logica, gli indomiti crociati ci rovesciano addosso una domanda: se è questione dappoco, allora perché tanto accanimento? Risposta: perché quand'anche fosse un solo uomo a sentirsene ferito, a venire sopraffatto da una religione dominante che lo esclude, uno stato democratico avrebbe l'obbligo d'aprire un ombrello in sua difesa.
I diritti valgono per i deboli, non per i forti.
Servono ai meno, non ai più. Specialmente quando entra in gioco la libertà di religione, che storicamente ha preceduto la stessa libertà di manifestazione del pensiero.
Se fossero libere soltanto le parole di chi canta nel coro, sarebbe come stabilire in una legge che hanno diritto al vino esclusivamente gli ubriachi.
D'altronde lo ha dichiarato pure la Consulta, attraverso un nutrito gruppo di pronunzie che s'affaccia sul volgere degli anni Settanta: il principio di maggioranza non si applica alla sfera religiosa, e dunque è "inaccettabile" ogni discriminazione basata sul numero degli appartenenti ai vari culti.
Non fu minoranza la stessa Chiesa cattolica? Venne fondata da Cristo alla presenza di non più di 12 discepoli, anche se adesso qualcuno lo ha un po' dimenticato.
Ma si può ben essere cattolici senza pretendere d'imporre al prossimo le insegne del papato.
Ne è testimonianza don Milani, che tolse il crocifisso dalle pareti della scuola di Calenzano per cancellare ogni sospetto di pedagogia confessionale.
Ne è testimonianza il gesto di Cesare Ruperto, ex presidente della Corte costituzionale: benché cattolico, all'atto del suo insediamento fece eliminare il crocifisso dall'aula delle udienze alla Consulta.
Perché quello spazio è pubblico, di tutti.
E perché la nostra carta afferma l'eguaglianza delle confessioni religiose.
Qui però s'affaccia l'altro argomento inalberato dai crociati: non è per le nostre idee particolari che sosteniamo il crocifisso obbligatorio, lo facciamo per il vostro bene, per difendere la storia della quale anche voi atei o miscredenti siete figli, e dunque per difendere l'identità che vi appartiene.
Non è forse vero che riposate di domenica ("il giorno del Signore"), che contate gli anni a partire dalla nascita di Cristo? E allora il crocifisso è un simbolo civile, allora la laicità si nutre di valori religiosi: nel 2006 lo ha scritto anche il Consiglio di stato.
Dev'essere per questo, per la santificazione dell'ossimoro operata dai nostri tribunali, che Luzzatto dichiara in ultimo tutta la sua sfiducia nel diritto.
Dice: a breve arriverà un verdetto dalla corte di Strasburgo, ma tanto per noi non cambierà mai nulla.
Sbaglia, perché la querelle si vince o si perde sull'altare della legge.
Ma non è detto che la laicità reclami un muro nudo.
Non è detto che la difenderà un divieto, come nella Francia che nel 2004 ha proibito il velo in classe, nel 2010 il burqa.
Possiamo aggiungere, anziché togliere.
Possiamo allestire un muro colorato, dove campeggiano i simboli d'ogni religione, e anche lo stemma di chi non ha religione.
Quanto a noi laici, ci basterebbe il faccione corrugato di Voltaire.
Ma una civiltà senza segni è priva di vita di Davide Rondoni in “il Sole 24 Ore” del 27 febbraio 2011 A me, cristiano, il libro di Sergio Luzzatto non persuade, anche per la scelta del pamphlet come strumento di comunicazione.
Per affrontare un tema di così vasta portata occorreva un altro passo.
Mi pare che l'autore dimentichi come da quel giorno sul Golgota, fino ai giorni nostri per il fatto d'esser cristiani, in molte zone del mondo, c'è un sacco di gente che ha perso la vita.
A quest'odio che si fa più cupo non a caso quando fa i conti con la carnalità scandalosa del crocifisso, i cristiani han spesso risposto facendosi il segno della croce, graffiandoselo nel cuore o sui muri, tessendolo in segreto con misera canapa, con fili di ferro e di lacrime.
Come il nome di un amore.
O alzandolo su vessilli.
Mai nascondendolo dalla scena della storia.
Nelle più oscure fosse di dolore sono stati fatti crocefissi di ogni genere, minimi e segreti, per guardare il senso della pena.
Per la mia fede, stracciata e semplice che ci sia o no, Gesù esposto nelle aule di scuola non cambia niente.
So dove inginocchiarmi di fronte a Lui.
Ma a me, come italiano, fa piacere: significa che questo paese, dove da tutto il mondo vengono a vedere luoghi in buona parte legati alla storia e all'arte nate e sviluppate con il cristianesimo, è fatto non solo di istituzioni ma anche di anima e storia, di vita.
Così come sono soddisfatto di vedere esposti simboli di origine religiosa o no in tanti luoghi pubblici in giro per il mondo.
Secondo Il crocifisso di Stato invece la croce esposta è sintesi di tutti i mali italiani (a proposito, come la mettiamo con la bandiera della Svizzera, paese dove l'autore ha scelto di vivere, visto che ha la croce sulla bandiera nazionale stessa?).
Per Luzzatto ogni religione dovrebbe ritirarsi nello spazio del privato e se la prende quindi con chi non condivide la sua tesi.
Natalia Ginzburg, per esempio, viene definita "melensa", poiché ricordò in un suo articolo su «l'Unità» che il crocifisso esposto non fa male a nessuno e mostra un elemento vitale della nostra civiltà: guardare alla vita con pietà.
Perché bollare come "melenso" il ragionare dell'esponente di una famiglia sfregiata con il sangue? Luzzatto poi ce l'ha con il presidente Giorgio Napolitano che, da ministro, non rispose ad alcuni di coloro che sollevarono il problema del crocifisso nei luoghi pubblici.
Prende di mira molti, da Travaglio a Mussolini, da Padre Pio a Giuliano Ferrara.
Il parlare in nome della "storia" e della "scienza" non lo esime da contraddizioni: rilancia l'idea che il crocifisso sia stato nel Medioevo segno di guerra a cui fedeli d'altre religioni han dovuto reagire e poi ricorda le ingiurie portate in epoca precedente da fanatici ebrei alla croce.
Racconta le vicende gravose di coloro che con tenacia han voluto portare davanti a giudici e presidenti il loro sentirsi offesi dalla presenza del crocifisso.
Storie rispettabili e comprensibili, ma con le quali l'autore stesso finisce per trovarsi in disaccordo.
Costoro, "offesi" dal crocifisso, non volevano nessun simbolo.
Luzzatto deve invece convenire con il mio amico professor J.
Weiler, insigne giurista ebreo di New York che ha difeso a Strasburgo il ricorso dell'Italia e d'altri paesi contro l'ingiunzione di togliere i crocefissi dai luoghi pubblici.
Weiler infatti – con brillantezza e humour, presentandosi con la kippah d'ortodosso ebreo per difendere il crocifisso – ha mostrato ai giudici che non è possibile in questo genere di faccende arrivare a un grado zero di problema.
I simboli religiosi non vanno "laicizzati", ma letti per il valore che hanno a riguardo della storia di un popolo.
Cittadini britannici potranno sempre sentirsi offesi dal fatto che nel loro inno ci si rivolga a Dio.
Eliminando tali parole si sentirebbero offesi i credenti.
In ogni caso non si può negare il valore di tali parole per la storia di quel paese.
Insomma, la storia non sopporta l'inseguimento dell'attrito zero.
Inutile invocare simboli buoni che "uniscono" contro cattivi che "dividono": ogni segno porta con sé la necessità della comprensione e della tolleranza.
Il muro bianco è solo negazione di ogni storia.
Una civiltà che non dà luogo a segni condivisi – come è il crocifisso – è civiltà morta.
Perciò Luzzatto finisce il pamphlet riproponendo l'idea di sostituire il crocifisso con l'elica del Dna, unico simbolo che ci accomunerebbe.
Ma non è proprio il Dna ci distingue? Dividendo i malati dai sani, i fortunati dagli imperfetti, i bassi dagli  pilungoni...
Il crocifisso e le nostre radici di Fulvio De Giorgi in “Appunti di cultura e politica” n.
3 del maggio-giugno 2010 Dopo le prime reazioni ‘a caldo’, segnate dalla foga (e non esenti da strumentalizzazioni), forse è possibile avviare una riflessione più serena sulla sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo relativa al Crocefisso nelle scuole italiane: una riflessione controcorrente, ma non astiosamente provocatoria, e che dà una valutazione positiva della sentenza, se intesa in modo profondo e non superficiale o riduttivo.
Le diverse posizioni Vi sono posizioni serie e pensose, passate e presenti, che vedono nel Crocefisso unicamente un simbolo culturale, “interamente secolarizzato” (Carlo Ossola), una “testimonianza storica” (Piero Ostellino), ma di portata universale: segno rivoluzionario dell’uguaglianza tra gli uomini e del dolore umano (Natalia Ginzburg); simbolo della prevalenza dell’amore sul potere (Vito  ancuso), del disinteresse e del rifiuto di ogni compravendita della fede (Aurelio Mancuso), di pace e di amore (Carlo Cardia), di accoglienza e di donazione di sé (Massimo Cacciari), di libertà e di gratuità (Marco Travaglio); volto dell’umanità, della sofferenza e della carità che la riscatta (Claudio Magris).
È bello e consolante che ci siano questi giudizi, che dimostrano quale etica profonda sia presente nell’umanesimo laico italiano.
Ma c’è un consenso universale su questa universalità culturale del Crocefisso? Non c’è.
Vi sono infatti almeno due posizioni, altrettanto rispettabili, che vanno in senso opposto.
C’è chi lo considera sì simbolo secolare e culturale ma dell’identità nazionale (Carlo Azelio Ciampi e altri) o dell’identità ebraico-cristiana europea (Giorgio Israel), perciò non universale.
C’è pure chi lo considera non simbolo culturale secolarizzato (come la M di McDonald’s) ma unicamente o soprattutto simbolo religioso (Stefano Rodotà e Emilio Gentile tra i laici, Marinella Peroni e Massimo Fagioli e altri, tra i cristiani).
Ci sono poi i leghisti che lo considerano simbolo identitario (non è ben chiaro se dell’identità italiana o di quella padana), ma non certo simbolo dell’uguaglianza tra gli uomini e del dolore umano (cioè anche del dolore dei poveri immigrati): simbolo dunque di respingimento di altre identità culturali.
Simbolo del cristianesimo Ma cosa implica – sul piano istituzionale e giuridico – che sia un simbolo religioso? Consideriamolo nella vicenda dell’Italia unita.
La Costituzione dell’Italia unita, dalla sua nascita all’avvento della Repubblica, era lo Statuto albertino che sanciva, all’art.
1, che la religione cattolica, apostolica romana “è la sola religione dello Stato”.
Quindi il Regno d’Italia era una monarchia costituzionale e liberale ed era pure uno Stato confessionale (gli altri culti erano “tollerati”).
In conseguenza di tale assetto, il Regolamento attuativo della Legge Casati (che nel 1859 disegnava l’architettura del sistema scolastico italiano) per le scuole elementari prevedeva che ogni scuola dovesse essere fornita – tra le altre suppellettili – anche di un Crocefisso (RD n.
4336, 15 settembre 1860).
Lo Statuto albertino vigeva – ancorché stravolto nelle sue garanzie liberali – anche durante il fascismo.
Il Concordato del 1929 prevedeva dunque che l’insegnamento della religione cattolica dovesse essere fondamento e coronamento di tutta l’istruzione pubblica: accentuazione della confessionalità dello Stato, che già c’era e di cui il Crocefisso nelle aule era conseguenza.
Con la fine del fascismo e della monarchia e con l’avvento della Repubblica la situazione cambia.
La Costituzione del 1948 afferma l’uguaglianza di tutti i cittadini senza distinzione di religione (art.
3), la libertà di tutte le confessioni religiose (art.
8), la reciproca autonomia tra Stato e Chiesa cattolica (art.
7).
Dunque la Repubblica italiana non è più uno Stato confessionale (con un’unica religione ufficiale), ma uno Stato laico.
Tuttavia la Costituzione riconosce – come voleva allora la Chiesa cattolica – valore costituzionale ai Patti Lateranensi, dunque al Concordato del 1929, con le affermazioni che abbiamo visto (e che saranno recepite ancora nei Programmi della scuola elementare del 1955).
Il Crocefisso nelle scuole dunque resta: non più giustificato dalla Costituzione, ma dal residuo confessionalismo implicato nel Concordato.
Il Concilio Vaticano II porta però un grande rinnovamento nella Chiesa cattolica, che afferma la sua autonomia dalla comunità politica, la libertà religiosa, la rinunzia a mezzi contrari allo spirito evangelico.
Afferma: “la potestà civile deve provvedere che l’uguaglianza giuridica dei cittadini, che appartiene essa pure al bene comune della società, per motivi religiosi non sia, apertamente o in forma occulta, mai lesa, e che non si facciano fra essi discriminazioni.
[…] Inoltre, poiché la società civile ha il diritto alla protezione contro i disordini che si possono verificare sotto pretesto della libertà religiosa, spetta soprattutto alla potestà civile prestare una tale protezione; ciò però deve compiersi non in modo arbitrario o favorendo iniquamente un determinato partito, ma secondo norme giuridiche, conformi all’ordine morale obiettivo: norme giuridiche postulate e dall’efficace difesa dei diritti e della loro pacifica composizione a vantaggio di tutti i cittadini” (Dignitatis Humanae, nn.
6-7).
In ogni caso, la Chiesa cattolica “non pone la sua speranza nei privilegi offertile dall’autorità civile.
Anzi essa rinunzierà all’esercizio di certi diritti legittimamente acquisiti, ove constatasse che il loro uso potesse far dubitare della sincerità della sua testimonianza o nuove circostanze esigessero altre  disposizioni” (Gaudium et Spes, n.
76).
I principi della Costituzione e le affermazioni del Concilio portano dunque, nel 1984, alla revisione bilaterale del Concordato del 1929, sancendo in modo inequivocabile: “Si considera non più in vigore il principio, originariamente richiamato dai Patti lateranensi, della religione cattolica come sola religione dello Stato italiano” (Protocollo addizionale).
Non essendoci più dunque nessuna religione di Stato, nessun simbolo religioso può svolgere una funzione identitaria in uno spazio pubblico-istituzionale.
Ciò significa che è diritto individuale (di portata universale: cioè valido per tutti) rifiutare un simbolo religioso come simbolo identitario dello Stato.
Ciò significa, ancora, che oltre ai simboli identitari nazionali (il tricolore e lo stemma della Repubblica), c’è anche un simbolo valoriale della Repubblica che è – e non se ne vedono altri – il Testo della Costituzione.
Se vuole affermare questo, la sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo è indiscutibilmente giusta.
Integralismo o integrazione Ma oggi la nuova realtà multiculturale e multireligiosa porta pure a constatare che “nuove circostanze esigano altre disposizioni”.
Oggi una visione laicista che voglia difendere la laicità espungendo totalmente le religioni dalla scuola pubblica non andrebbe verso il bene comune di una cittadinanza condivisa, di una democrazia partecipativa, di una convivenza serena e pluralista.
La gestione di una società multiculturale può avvenire secondo due principi: o con un assimilazionismo degli individui, unito ad uno scontro di civiltà tra comunità religiose o valoriali (principio di integralismo); oppure con un universalismo individuale dei diritti, unito all’uguaglianza e fraternità delle comunità religiose o valoriali (principio di integrazione).
Ma, a sua volta, l’integrazione si può realizzare con due diverse forme di laicità: o con una laicità di disintegrazione che per integrare toglie dalle istituzioni tutti i riferimenti religiosi o valoriali, considerando l’ambito pubblico come un sottrattore religioso (o multireligioso); oppure con una laicità di integrazione che accoglie e armonizza nelle istituzioni tutte le comunità religiose o valoriali presenti, considerando l’ambito pubblico come un moltiplicatore interreligioso (che, cioè, non solo attrae e non sottrae, ma fa dialogare tra loro e perciò moltiplica la fraternità tra tutte le comunità religiose o valoriali).
Ecco allora che nella scuola pubblica, per rispettare il diritto di libertà di coscienza di ogni individuo, nessun simbolo religioso può avere una posizione ‘fisica’ preminente ed una funzione simbolico-identitaria dello spazio scolastico; ma pure, per favorire l’uguaglianza e la fraternità tra comunità religiose o valoriali, tutti i simboli religiosi o valoriali delle comunità a cui appartengono le famiglie degli scolari devono essere presenti.
Lo scopo è conoscitivo (non culturale: c’è una conoscenza religiosa che, come tale, è importante per tutti) e pedagogico: educare alla conoscenza delle religioni e delle opzioni areligiose, delle loro visioni, della loro storia, dei loro simboli.
Parentesi: in questo contesto, non è detto che in tutti i gradi di scuola il simbolo pedagogicamente più adeguato del Cristianesimo sia il Crocefisso (per esempio, nelle scuole dell’infanzia e primarie, potrebbe essere la Madonna con il Bambino, come voleva la Montessori per le sue Case dei Bambini).
Infine una conclusione, per i cristiani.
La nostra fede sarà riconoscibile non per le nostre radici, culturalmente esibite, ma per i nostri frutti, esistenzialmente vissuti come carità.
Per far questo non bisogna dissotterrare e sbandierare al cielo le radici, ma affondarle, nel nostro cuore, in Cristo.
Cristo risorto, Persona viva oggi (non statua inanimata di ieri, non figura mitologica culturale: come gli dei pagani per Monti e Foscolo), è la radice necessaria per portare frutti di Vangelo, secondo la via stretta indicata nel Discorso della Montagna.
Fulvio De Giorgi
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Tuttoscuola |21.02.2011
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Recentemente il ministro del lavoro Sacconi non ha usato mezzi termini nel giudicare la dispersione scolastica italiana come un vero e proprio “disastro educativo”, quantificato, dallo stesso ministro, in 46 mila studenti all’anno, secondo fonti del ministero dell’istruzione.
Una quantità di “dispersi” che può sembrare alta, ma che, invece, purtroppo, è ben lontana dalla realtà, come ha potuto accertare Tuttoscuola, che a questo tema dedica uno speciale sul numero di marzo della rivista cartacea.
Se si prendono, ad esempio, i dati degli studenti negli istituti statali superiori degli ultimi due anni scolastici (ma il confronto si può fare anche su altre annate precedenti) e si calcola quanti di loro non risultano più presenti l’anno dopo nella classe successiva a quella frequentata, si ha questo dato: nel 2009-10 in seconda ci sono stati 71.957 studenti in meno di quelli che c’erano in prima dell’anno precedente in prima (2008-09); in terza ci sono stati 25.440 studenti in meno di quelli di seconda dell’anno 2008-09; in quarta 48.387 meno di quelli di terza dell’anno prima e, infine, in quinta 45.614 meno di quanti ce n’erano in quarta l’anno precedente, per un totale di 191.398 “dispersi”.
Tutti gli anni precedenti è stato più o meno così, tra i 208 mila e i 173 mila “dispersi”, e non ripetenti che comunque sarebbero arrivati prima o poi in ritardo.
Proprio dispersi, almeno per la scuola statale.
Di quei 190 mila che mediamente ogni anno nell’ultimo decennio scompaiono ogni anno dal percorso dell’istruzione statale, una quota non si perde del tutto, perché 60-70 mila passano alla non statale o alla formazione professionale.
Ma gli altri 120 mila (altro che i 46 mila di Sacconi!) sono usciti da qualsiasi percorso scolastico o formativo.
Volete la controprova? Prendiamo i dati Eurostat della Commissione europea, da cui emerge che nel 2008 il 19,7% dei nostri 18-24enni in possesso al massimo della licenza media si è disperso senza percorrere altri percorsi scolastici o formativi.
Nel 2008 i 18-24enni erano in tutto, secondo i dati Istat, quasi 4,3 milioni e il 19,3%, cioè i dispersi, sono stati quindi 847 mila che, distribuiti su ognuna delle annate 18-24 anni fanno una media annua di 121 mila dispersi.
Appunto.
Come abbiamo rilevato sopra con altra modalità di calcolo.
È davvero un disastro educativo, un’emergenza da allarme rosso, per il quale occorrerebbero presto riforme di strutture adeguate.
Ma il nostro Paese sembra in ben altre questioni affaccendato.
tuttoscuola.com
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|21.02.2011
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L’annuario 2010 sull’IRC, curato dal Servizio Nazionale della Conferenza Episcopale Italiana per l’Insegnamento della Religione Cattolica, fotografa la situazione della scuola statale per l’anno 2009-10, dalla quale emerge il dato degli alunni che non si sono avvalsi dell’insegnamento RC.
Rispetto all’anno scolastico precedente sono aumentati di un punto percentuale, toccando complessivamente il 10% del totale alunni (gli avvalentesi dell’Irc sono passati dal 91% del 2008-09 al 90% del 2009-10).
Più esattamente nei diversi settori scolastici quel 10% di alunni non avvalentesi ha toccato queste percentuali: nella scuola dell’infanzia il 7,5% (+0,7 rispetto all’anno prima), nella scuola primaria il 6,3% (+ 0,5), nella secondaria di I grado l’8,4% (+ 1,0) e nella secondaria di II grado il 16,5% (+ 1,8).
Si tratta per tutti i settori delle percentuali più alte raggiunte dal 1993-94, con incrementi graduali e costanti che sono andati quasi di pari passo con l’aumento di alunni stranieri appartenenti ad altre religioni e che, in molti casi (non sempre), non si sono avvalsi dell’Irc.
Ma non avvalersi dell’Irc non significa avvalersi di attività didattiche e formative alternative.
Questa possibilità è in costante calo: 8,2%, il più basso in assoluto da anni; il resto degli studenti si è suddiviso tra studio assistito (18,5%), studio non assistito (25,5%) e poco meno della metà (47,8%) ha scelto l’uscita dalla scuola.
Prendendo in esame quel 16,5% di studenti non avvalentesi negli istituti di istruzione secondaria superiore, vi è però la sorpresa che riguarda i docenti di attività alternativa.
Infatti solo il 4% dei non avvalentesi ha partecipato ad attività didattiche e formative alternative, quelle, cioè affidate a docenti di attività alternative.
Il 4% del 16,5% vuol dire un magro 0,66% finale di studenti delle superiori che scelgono attività alternative.
E vuole dire anche che i docenti di attività alternative, proprio nel momento in cui ottengono il pieno titolo per partecipare alla valutazione degli studenti per i crediti scolastici, calano di numero e, forse, di importanza.
tuttoscuola.com  È iniziato da qualche giorno l’ultimo quadrimestre di questo primo anno scolastico di riforma delle superiori e milioni di ragazzi viaggiano già verso la conclusione del 2010-11 preparandosi ad affrontare le forche caudine dello scrutinio finale con alcune nuove regole sulla valutazione (validità dell’anno scolastico con la frequenza di almeno tre quarti del monte ore annuo), applicate per la prima volta anche per tutti gli studenti degli istituti superiori.
Recentemente il Tar Lazio, con una sentenza passata in giudicato e contro la quale il Miur non ha interposto ricorso al Consiglio di Stato, ha riconosciuto pieno titolo ai docenti di attività alternative a partecipare agli scrutini finali per la determinazione dei crediti scolastici nelle classi degli istituti superiori, allo stesso modo dei docenti di Irc (Religione cattolica).
Probabilmente, mancando i tempi necessari per correggere il Regolamento sulla valutazione (dpr 122/2009) che aveva, invece, previsto per quei docenti la non partecipazione di persona alla valutazione finale con la sola possibilità di inviare documentazione allo scrutinio, il ministero dovrà trovare un altro strumento amministrativo per recuperare il pieno titolo dei docenti di attività alternativa già dai prossimi scrutini finali.
Si parla, in proposito, di inserire il dispositivo in una prossima ordinanza sugli esami oppure in un decreto ministeriale ad hoc.
In ogni modo questo riconoscimento del pieno titolo sarà un modo per dare visibilità e riconoscimento ad una figura professionale poco definita e “semiclandestina” come il docente di attività alternative.
Attività alternative: Come? Dove? Quanti? Per saperne di più è possibile consultare l’Annuario, curato dal Servizio Nazionale della Conferenza Episcopale Italiana per l’Insegnamento della Religione Cattolica, da cui si rileva che per la prima volta la percentuale di alunni che non si avvalgono dell’insegnamento della religione cattolica ha toccato la percentuale complessiva del 10%.
tuttoscuola.com
 
Cattura
Roma - 17-19 Novembre

 
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Riflessione a partire dalla rivoluzione della tenerezza

 

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