FORUM «IRC»
 
 Giovani»Educazione    Novità  
editore |02.12.2014
genitori-465x245

Gli inglesi li chiamano «genitori spazzaneve». Perché «ripuliscono ogni cosa davanti ai loro figli in modo che nulla possa andare loro storto e possa minacciare la loro autostima». Succede a Londra, al collegio femminile di Saint Paul dove la direttrice Clarissa Farr, racconta al Times, ogni giorno si imbatte in madri e padri vittime di «ansia frenetica che fa loro rifiutare l’idea che i propri pargoli possano arrivare secondi». Il che si traduce in «bambini iperprotetti e incapaci di affrontare un fallimento».


Succede anche in Italia. Dove schiere di genitori arrivano da insegnanti e presidi e «giustificano, minacciano, mentono perfino pur di proteggere gli amati figlioletti da una punizione». Succede all’asilo e si va avanti fino alle superiori. Perché «la scuola è il nemico». Riflette Daniela Scocciolini, per oltre quarant’anni insegnante e poi preside del liceo Pasteur di Roma: «La tendenza a prevenire ed evitare qualsiasi difficoltà ai figli è diventata patologica: padri e madri sono del tutto impreparati ad affrontare gli insuccessi dei figli, non ci si vogliono trovare perché non sanno come uscirne».


È come se dicessero: «Non create problemi a mio figlio perché li create a me». E allora, «la soluzione più facile è dire sempre sì, spianare la strada: sono “genitori non genitori” che rinunciano a priori a educare i propri figli cercando di semplificare loro tutto». E la colpa di ogni insuccesso, dice Innocenzo Pessina, ex preside del liceo Berchet di Milano, 43 anni tra scuole di periferia e centro,«è data sempre alla scuola, così si arriva ai ricorsi al Tar per bocciature e brutti voti». Bisogna «insegnare ai ragazzi a confrontarsi con la realtà, aiutarli nelle strade in salita, faticose e impegnative, ma non sostituirsi a loro». I genitori, conferma anche Micaela Ricciardi, preside del liceo Giulio Cesare di Roma, sono «apprensivi e ai figli trasmettono una grande fragilità». L’unica strada è parlarci: «Dico loro di tenere la distanza: siate dei punti di riferimento, ma lasciateli sbagliare, solo così cresceranno responsabilizzati».


Ma c’è anche «l’ansia frenetica» di far primeggiare i figli ad ogni costo, la «ricerca del successo» con l’idea che chi sbaglia sia un fallito: «Crea tanta infelicità tra i ragazzi» dice Silvia Vegetti Finzi, psicoterapeuta che dal blog «Psiche Lei» su Io Donna osserva ogni giorno genitori-figli-scuola:



«Questo dilagare degli adulti sui figli fa solo male: si trasmettono aspettative e stereotipi per indirizzarli dando un’idea di competitività anziché di realizzazione di sé».



E magari alla fine nessuno è contento: «Forse anche per la crisi economica — dice Vegetti Finzi — i genitori sono più ansiosi per il futuro e si sostituiscono ai figli, come se dicessero: “Scelgo io per te” e preparano loro le strade da seguire». E allora? «Lasciateli liberi — conclude la professoressa —, ritiratevi progressivamente lasciando la vita di vostro figlio a lui, inclusi fallimenti ed errori».


Corriere 30/11/14

 Novità  
12 dicembre 2014 |25.11.2014
041212-008

“L’impegno educativo sul versante della nuova cultura mediatica dovrà costituire negli anni a venire un ambito privilegiato per la missione della Chiesa”. Si conclude così il n. 51 di Educare alla vita buona del Vangelo, testo degli Orientamenti pastorali della Chiesa italiana per il decennio in corso. Poco prima, dopo aver ricordato che “la comunità cristiana guarda con particolare attenzione al mondo della comunicazione come a una dimensione dotata di una rilevanza imponente per l’educazione”, i nostri vescovi rinviano alla necessaria “alleanza fra i diversi soggetti che tale impresa educativa richiede”.
Su questo sfondo intendiamo riprendere in mano il Direttorio Comunicazione e missione, a dieci anni dalla sua pubblicazione. L’obiettivo che ci muove non è certo una celebrazione fine a se stessa, quanto quello di aiutarci a capire come continuare a comunicare il Vangelo nella cultura mediale, valorizzando percorsi e iniziative pastorali che possano tradurre quell’orizzonte in prassi operative.
Con questo spirito venerdì 12 dicembre a Roma (presso la Domus Pacis, Via Torre Rossa, 94) si incontreranno tutti i responsabili diocesani e regionali delle comunicazioni sociali, per un momento di studio e riflessione.
Il programma sarà aperto alle 15 dal saluto del Segretario generale, Mons. Nunzio Galantino; un primo intervento – per ritornare alla freschezza degli anni in cui il Direttorio è stato messo a punto – è stato affidato a Mons. Claudio Giuliodori; un secondo, mirato ad una disamina del presente con lo sguardo aperto al futuro che ci attende, curato da Mons. Domenico Pompili, in qualità di direttore dell’Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali; seguirà una tavola rotonda, moderata da d. Ivan Maffeis, con i direttori dei media  della CEI – Paolo Ruffini, Lucio Brunelli, Domenico Delle Foglie e Marco Tarquinio – che si confronteranno sulla comunicazione della Chiesa nell’era della convergenza mediale.  La conclusione è prevista per le ore 18.
L’incontro è collocato all’interno della due giorni “in presenza” dei corsisti Anicec per la formazione degli animatori della cultura e della comunicazione, figura sulla quale il Direttorio investe sia sotto il profilo culturale che pastorale.

 
editore |09.01.2014
Unknown

Dopo aver dedicato il primo anno del triennio di preparazione al Bicentenario della Nascita di Don Bosco a conoscerne la soria e il secondo anno a cogliere in lui i tratti dell’educatore, in questo terzo e ultimo anno intendiamo andare alla sorgente del suo carisma, attingendo alla sua spiritualità. Attingiamo all’esperienza spirituale di Don Bosco, per camminare nella santità secondo la nostra specifica vocazione. «La gloria di Dio e la salvezza delle anime».


Carissimi fratelli e sorelle della Famiglia Salesiana,


dopo aver dedicato il primo anno del triennio di preparazione al Bicentenario della Nascita di Don Bosco a conoscere la sua figura storica e il secondo anno a cogliere in lui i tratti fisionomici dell’educatore e ad attualizzare la sua prassi educativa, in questo terzo e ultimo anno intendiamo andare alla sorgente del suo carisma, attingendo alla sua spiritualità.


La spiritualità cristiana ha come centro la carità, ossia la vita stessa di Dio, che nella sua realtà più profonda è Agape, Carità, Amore. La spiritualità salesiana non è diversa dalla spiritualità cristiana; anch’essa è centrata nella carità; in questo caso si tratta della “carità pastorale”, ossia quella carità che ci spinge a cercare “la gloria di Dio e la salvezza delle anime”: «caritas Christi urget nos».


Come tutti i grandi santi fondatori, Don Bosco ha vissuto la vita cristiana con una ardente carità e ha contemplato il Signore Gesù da una prospettiva particolare, quella del carisma che Dio gli ha affidato, ossia la missione giovanile. La “carità salesiana” è carità pastorale, perché cerca la salvezza delle anime, ed è carità educativa, perché trova nell’educazione la risorsa che permette di aiutare i giovani a sviluppare tutte le loro energie di bene; in questo modo i giovani possono crescere come onesti cittadini, buoni cristiani e futuri abitanti del cielo.


Vi invito, dunque, cari fratelli e sorelle, membri tutti della Famiglia Salesiana, ad attingere alle sorgenti della spiritualità di Don Bosco, ossia alla sua carità educativa pastorale; essa ha il suo modello in Cristo Buon Pastore e trova la sua preghiera e il suo programma di vita nel motto di Don Bosco «Da mihi animas, cetera tolle». Potremo così scoprire un “Don Bosco mistico”, la cui esperienza spirituale sta a fondamento del nostro modo di vivere oggi la spiritualità salesiana, nella diversità delle vocazioni che a lui si ispirano. 


* * *


Conoscere la vita di Don Bosco e la sua pedagogia non significa ancora comprendere il segreto più profondo e la ragione ultima della sua sorprendente attualità. La conoscenza degli aspetti della vita di Don Bosco, delle sue attività e anche del suo metodo educativo non basta. Alla base di tutto, quale sorgente della fecondità della sua azione e della sua attualità, c’è qualche cosa che spesso sfugge anche a noi, suoi figli e figlie: la profonda vita interiore, quella che si potrebbe chiamare la sua “familiarità” con Dio. Chissà che non sia proprio questo il meglio che di lui abbiamo per poterlo invocare, imitare, seguire per incontrare il Cristo e farlo incontrare ai giovani.


Oggi si potrebbe tracciare il profilo spirituale di Don Bosco, partendo dalle impressioni espresse dai suoi primi collaboratori, passando poi al libro scritto da Don Eugenio Ceria, il “Don Bosco con Dio”, che fu il primo tentativo di sintesi a livello divulgativo della sua spiritualità, confrontando quindi le varie riletture dell’esperienza spirituale di Don Bosco fatte dai suoi Successori, per giungere infine a quelle ricerche che segnarono una svolta nello studio del modo di vivere la fede e la religione da parte di Don Bosco stesso.


Questi ultimi studi risultano più fedelmente aderenti alle fonti, aperti alla considerazione delle varie visioni spirituali che hanno influito su Don Bosco o che con lui hanno avuto contatti (San Francesco di Sales, Sant’Ignazio, Sant’Alfonso Maria dei Liguori, San Vincenzo dÉ Paoli, San Filippo Neri, …), disponibili a riconoscere che la sua è stata comunque un’esperienza originale e geniale. Sarebbe interessante a questo punto avere un nuovo profilo spirituale di Don Bosco, ossia una nuova agiografia così come oggi la teologia spirituale la intende.


Il Don Bosco “uomo spirituale” ha interessato Walter Nigg, pastore luterano e professore di Storia della Chiesa all’Università di Zurigo, che così scriveva: “Presentare la sua figura sorvolando sul fatto che ci troviamo di fronte ad un santo sarebbe come presentare una mezza verità. La categoria del santo deve avere la precedenza rispetto a quella di educatore. Qualsiasi altra graduatoria falserebbe la gerarchia dei valori. D’altra parte il santo è l’uomo nel quale il naturale sconfina nel soprannaturale e il soprannaturale è presente in Don Bosco in misura notevole […] Per noi non ci sono dubbi: il vero santo dell’Italia moderna è Don Bosco”(1).


Negli stessi anni ottanta del secolo scorso l’opinione era condivisa dal teologo P. Dominique Chenu o.p.; alla domanda di un giornalista che gli chiedeva di indicargli alcuni santi portatori di un messaggio di attualità per i nuovi tempi, rispondeva: “Mi piace ricordare, anzitutto, colui che ha precorso il Concilio di un secolo, Don Bosco. Egli è già, profeticamente, un modello di santità per la sua opera che è rottura con un modo di pensare e di credere dei suoi contemporanei”.


In ogni stagione e contesto culturale si tratta di rispondere a queste domande:


- che cosa ha ricevuto Don Bosco dall’ambiente in cui è vissuto? in che misura è debitore al contesto, alla famiglia, alla scuola, alla chiesa, alla mentalità della sua epoca?


- come ha reagito e cosa ha dato al suo tempo e al suo ambiente?


- come ha influito sui tempi successivi?


- come lo hanno visto i suoi contemporanei: salesiani, popolo, chiesa, laici? come lo hanno compreso le successive generazioni?


- quali aspetti della sua santità oggi appaiono a noi più interessanti?


- come tradurre nell’oggi, senza ricopiare, il modo in cui Don Bosco al suo tempo ha interpretato il Vangelo di Cristo?


Queste sono domande a cui dovrebbe rispondere una nuova agiografia di Don Bosco. Non si tratta di pervenire alla identificazione di un profilo di Don Bosco definitivo e sempre valido, ma di evidenziarne uno adeguato alla nostra epoca. É evidente che di ogni santo si sottolineano gli aspetti che interessano per la loro attualità e si trascurano quelli che non si ritengono necessari nel proprio momento storico o si stimano irrilevanti per caratterizzarne la figura.


I santi infatti sono una risposta al bisogno spirituale di una generazione, l’illustrazione eminente di ciò che i cristiani di un’epoca intendono per santità. Evidentemente l’auspicata imitazione di un santo non può che essere “proporzionale” al riferimento assoluto che è Gesù di Nazareth; infatti ogni cristiano, nella concretezza della sua situazione, è chiamato a incarnare a modo proprio l’universale figura di Gesù, senza ovviamente esaurirla. I santi offrono un cammino concreto e valido verso questa identificazione con il Signore Gesù.


Nel commento alla Strenna che proporrò alla Famiglia Salesiana, questi saranno i tre contenuti fondamentali che svilupperò. Al termine di essi offrirò alcuni impegni concreti che qui già anticipo nella loro completezza.


1. Esperienza spirituale di Don Bosco


La spiritualità è un modo caratteristico di sentire la santità cristiana e di tendere ad essa; è un modo particolare di ordinare la propria vita all'acquisto della perfezione cristiana e alla partecipazione di uno speciale carisma. In altri termini è il vissuto cristiano, un’azione congiunta con Dio che presuppone la fede.


La spiritualità salesiana consiste di vari elementi: è uno stile di vita, preghiera, lavoro, rapporti interpersonali; una forma di vita comunitaria; una missione educativa pastorale sulla base di un patrimonio pedagogico; una metodologia formativa; un insieme di valori e atteggiamenti caratteristici; una peculiare attenzione alla Chiesa e alla società attraverso settori specifici di impegno; un'eredità storica di documentazione e scritti; un linguaggio caratteristico; una serie tipica di strutture e opere; un calendario con feste e ricorrenze proprie; ...


Il punto di partenza dell’esperienza spirituale di Don Bosco è “la gloria di Dio e la salvezza delle anime”; ciò è stato da lui formulato nel suo programma di vita “da mihi animas, cetera tolle”. La radice profonda di tale esperienza è l’unione con Dio, come espressione della vita teologale che si sviluppa con la fede, la speranza e la carità, e dello spirito di autentica pietà. Questa esperienza si traduce in azioni visibili; senza le opere la fede è morta e senza la fede le opere sono vuote. Infine essa ha come punto di arrivo la santità: la santità è possibile a tutti, dipende dalla nostra cooperazione con la grazia; a tutti è data la grazia per essa.


La nostra spiritualità corre il rischio di vanificarsi perché i tempi sono cambiati e perché talvolta noi la viviamo superficialmente. Per attualizzarla dobbiamo ripartire da Don Bosco, dalla sua esperienza spirituale e dal sistema preventivo. I chierici del tempo di Don Bosco vedevano ciò che non andava e non volevano essere religiosi, ma erano incantati da lui. I giovani hanno bisogno di “testimoni”, come scrisse Paolo VI. Ci vogliono "uomini spirituali", uomini di fede, sensibili alle cose di Dio e pronti alla obbedienza religiosa nella ricerca del meglio. Non è la novità che ci rende liberi, ma la verità; la verità non può essere moda, superficialità, improvvisazione: «veritas liberabit vos».


2. Centro e sintesi della spiritualità salesiana: la carità pastorale


Un’espressione di San Francesco di Sales dice: “La persona è la perfezione dell’universo; l’amore è la perfezione della persona; la carità è la perfezione dell'amore”.(2) É una visione universale che colloca in scala ascendente quattro modi di esistere: l’essere, l’essere persona, l’amore come forma superiore a qualsiasi altra espressione, la carità come espressione massima dell’amore.


La carità è il centro di ogni spiritualità cristiana: non è solo il primo comandamento, ma è anche la fonte di energia per progredire. L’accendersi della carità in noi è un mistero e una grazia; non proviene da iniziativa umana, ma è partecipazione alla vita divina ed effetto della presenza dello Spirito. Non potremmo amare Dio se Lui non ci avesse amato per primo, facendoci sentire e dandoci il gusto e il desiderio, l’intelligenza e la volontà, per corrispondervi. Non potremmo nemmeno amare il prossimo e vedere in esso l’immagine di Dio, se non avessimo l’esperienza personale dell’amore di Dio.


La carità pastorale è una espressione della carità, che ha molte manifestazioni: l’amore materno, l’amore coniugale, la compassione, la misericordia, il perdono, ... Essa sta ad indicare una forma specifica di carità. Richiama la figura di Gesù Buon Pastore, non soltanto per le modalità del suo operare: bontà, ricerca di chi si è perso, dialogo, perdono; ma anche e soprattutto per la sostanza del suo ministero: rivelare Dio a ciascun uomo e a ciascuna donna. É più che evidente la differenza con altre forme di carità che rivolgono attenzione preferenziale a particolari bisogni delle persone: salute, cibo, lavoro. L’elemento tipico della carità pastorale è l’annuncio del Vangelo, l’educazione alla fede, la formazione della comunità cristiana, la lievitazione evangelica dell’ambiente.


La carità pastorale salesiana ha poi una sua caratteristica propria, documentata anche dagli inizi della nostra storia: “La sera del 26 gennaio 1854 ci siamo radunati nella camera di Don Bosco e ci venne proposto di fare con l’aiuto del Signore e di San Francesco di Sales una prova di esercizio pratico di carità verso il prossimo, ... D’allora è stato dato il nome di salesiani a coloro che si proposero o si proporranno questo esercizio”.(3) La carità pastorale è centro e sintesi della nostra spiritualità, che ha il suo punto di partenza nell’esperienza spirituale di Don Bosco stesso e nella sua preoccupazione per le anime. Dopo Don Bosco, i suoi Successori hanno riaffermato la stessa convinzione; è interessante il fatto che tutti si siano premurati di ribadirlo con una convergenza che non lascia spazio al dubbio. Essa si esprime nel motto “da mihi animas, cetera tolle”.


3. Spiritualità salesiana per tutte le vocazioni


Se è vero che la spiritualità cristiana ha elementi comuni e validi per tutte le vocazioni, è pur vero che essa è vissuta con differenze peculiari e specificità a secondo del proprio stato di vita: il ministero presbiterale, la vita consacrata, i fedeli laici, la famiglia, i giovani, gli anziani, … hanno un loro modo tipico di vivere l’esperienza spirituale. Lo stesso vale per la spiritualità salesiana.


Nella “Carta di identità della Famiglia salesiana” sono stati individuati i tratti spirituali caratteristici di tutti i suoi gruppi; ciò viene rilevato soprattutto nella parte terza di questo documento. D’altra parte i vari gruppi legittimamente, per la loro origine e per il loro sviluppo, hanno storie e caratteristiche spirituali proprie, che sono da conoscere e costituiscono una ricchezza per tutta la Famiglia stessa.


Nel tempo si è sviluppata pure una spiritualità giovanile salesiana. Pensiamo, oltre alle tre biografie dei giovani Michele Magone, Domenico Savio e Francesco Besucco, scritte da Don Bosco, alle pagine che gli indirizza attraverso il “Giovane provveduto” ai giovani stessi, alle Compagnie, … Sarebbe interessante conoscere gli sviluppi della spiritualità giovanile salesiana nel tempo, fino ad arrivare agli anni novanta, quando è stata data anche una formulazione autorevole di questa spiritualità anche attraverso il Movimento Giovanile Salesiano. É da approfondire cosa e come proporre ai giovani non credenti, indifferenti o appartenenti ad altre religioni, elementi di spiritualità salesiana giovanile.


I gruppi della Famiglia salesiana coinvolgono numerosi laici nella loro missione. Siamo consapevoli che non vi può essere un coinvolgimento pieno, se non c’è anche una condivisione dello stesso spirito. Comunicare la spiritualità salesiana ai laici corresponsabili con noi dell’azione educativa pastorale diventa un impegno fondamentale. I salesiani, come anche altri gruppi della Famiglia salesiana, hanno fatto un lavoro esplicito di formulazione di una spiritualità laicale salesiana nel Capitolo generale XXIV (4). Certamente i gruppi laicali della famiglia salesiana costituiscono una fonte di ispirazione per tale spiritualità.


Dopo che siamo diventati maggiormente consapevoli che non vi può essere pastorale giovanile senza pastorale famigliare, ci stiamo interrogando su quale spiritualità familiare salesiana elaborare e proporre. Ci sono esperienza di famiglie che si ispirano a Don Bosco. Qui il cammino è ancora agli inizi, ma è una strada che ci aiuta a sviluppare la nostra missione popolare, oltre che giovanile. 


4. Impegni per la Famiglia salesiana


4.1. Impegniamoci ad approfondire quale è stata l’esperienza spirituale di Don Bosco, il suo profilo spirituale, per scoprire il “Don Bosco mistico”; potremo così imitarlo, vivendo un’esperienza spirituale con identità carismatica. Senza appropriarci della esperienza spirituale vissuta da Don Bosco, non potremo essere consapevoli della nostra identità spirituale salesiana; solo così saremo discepoli e apostoli del Signore Gesù, avendo Don Bosco come modello e maestro di vita spirituale. La spiritualità salesiana, reinterpretata e arricchita con l’esperienza spirituale della Chiesa del dopo Concilio e con la riflessione della teologia spirituale di oggi, ci propone un cammino spirituale che conduce alla santità. Riconosciamo che la spiritualità salesiana è una vera e completa spiritualità: essa ha attinto alla storia della spiritualità cristiana, soprattutto a San Francesco di Sales; ha la sua sorgente nella peculiarità e originalità dell’esperienza di Don Bosco, si è arricchita con l’esperienza ecclesiale ed è giunta alla rilettura e alla sintesi matura di oggi.


4.2. Viviamo il centro e la sintesi della spiritualità salesiana, che è la carità pastorale. Essa è stata vissuta da Don Bosco come ricerca della “gloria di Dio e salvezza delle anime” e si è fatta per lui preghiera e programma di vita nel “da mihi animas, cetera tolle”. É una carità che ha bisogno di alimentarsi con la preghiera e fondarsi su di essa, guardando al Cuore di Cristo, imitando il Buon Pastore, meditando la Sacra Scrittura, vivendo l’Eucaristia, dando spazio alla preghiera personale, assumendo la mentalità del servizio ai giovani. É una carità che si traduce e si rende visibile in gesti concreti di vicinanza, affetto, lavoro, dedizione. Assumiamo il sistema preventivo come esperienza spirituale e non solo come proposta di evangelizzazione e metodologia pedagogica; esso trova la sua sorgente nella carità di Dio che previene ogni creatura con la sua Provvidenza, l’accompagna con la sua presenza e la salva donando la vita; esso ci dispone ad accogliere Dio nei giovani e ci chiama a servirlo in loro, riconoscendone la dignità, rinnovando la fiducia nelle loro risorse di bene ed educandoli alla pienezza di vita.


4.3. Comunichiamo la proposta della spiritualità salesiana secondo la diversità delle vocazioni specialmente ai giovani, ai laici coinvolti nella missione di Don Bosco, alle famiglie. La spiritualità salesiana ha bisogno di essere vissuta secondo la vocazione che ognuno ha ricevuto da Dio. Riconosciamo i tratti spirituali comuni dei vari gruppi della Famiglia salesiana, indicati nella “Carta di identità”; facciamo conoscere i testimoni della santità salesiana; invochiamo l’intercessione dei nostri Beati, Venerabili e Servi di Dio e chiediamo la grazia della loro canonizzazione. Offriamo ai giovani che accompagniamo la spiritualità giovanile salesiana. Proponiamo la spiritualità salesiana ai laici impegnati a condividere la missione di Don Bosco. Con attenzione alla pastorale famigliare, indichiamo alle famiglie una spiritualità adatta alla loro condizione. Infine invitiamo a fare esperienza spirituale anche giovani, laici e famiglie delle nostre comunità educative pastorali o dei nostri gruppi e associazioni che appartengono ad altre religioni o che si trovano in situazione di indifferenza di fronte a Dio; anche per loro è possibile l’esperienza spirituale come spazio per l’interiorità, il silenzio, il dialogo con la propria coscienza, l’apertura al trascendente.


4.4. Leggiamo alcuni testi di Don Bosco, che possiamo considerare come fonti della spiritualità salesiana. Vi propongo una raccolta di scritti spirituali di Don Bosco, in cui egli appare come un vero maestro di vita spirituale (5). Potremo così attingere a pagine che ci parlano con immediatezza del vissuto spirituale salesiano e dell’esperienza che ognuno di noi può assumere.


 


Don Pascual Chávez V., SDB


Rettor Maggiore


  


(1) W. NIGG, Don Bosco. Un santo per il nostro tempo, Torino, LDC, 1980, 75.103.


(2) Cfr. FRANCESCO DI SALES, Trattato dell'amore di Dio, Vol II, libro X, c. 1


(3) MB V, 9.


(4) CG24, Salesiani e laici: comunione e condivisione nello spirito e nella missione di Don Bosco, Roma 1996, nn.89-100.


(5) A. GIRAUDO (a cura), Insegnamenti di vita spirituale, LAS 2013.


 


(Rettor Maggiore) 2013 - autore: Don Pascual Chávez


 

 Giovani»Educazione    
L'affascinante mondo della lettura può aiutare i giovani a coltivare valori e speranze |08.05.2013
images (1)

Negli ultimi anni i giovani sono stati sottoposti ad un bombardamento multimediale che sta rendendo sempre più difficile il loro approccio con la lettura. I ragazzi del terzo millennio sono distratti da una serie di stimolazioni provenienti da Internet, videogiochi, telefoni cellulari, TV, video musicali. Lo spazio che rimane per la sana lettura di un libro è sempre più limitato.


Questo è certamente un campanello d’allarme da prendere in seria considerazione. Nulla, infatti, può sostituire la funzione educativa e creativa di una buona lettura. Di fronte alle pagine di un libro, il giovane ha la possibilità di tuffarsi in un mondo di fantasia autentica e costruire, a poco a poco, la sua formazione culturale ed umana.


Oggi, invece, i ragazzi rimbalzano da un mezzo di comunicazione all’altro, con la stessa velocità della pallina di un flipper. E’ come se i giovani si trovassero in un’eterna discoteca dove si spengono e si accendono tante luci psichedeliche. Ma queste luci sono soltanto un’illusione, perché accendono ben poco.


Le informazioni che i giovani ricevono sono spesso spezzettate e contribuiscono alla creazione di quadri mentali astratti e confusi. Non c’è tempo per fermarsi e riflettere. Si è semplicemente assordati dai rumori dei videogiochi o dai suoni invadenti delle suonerie dei telefonini.


Ricordiamo che molti ragazzi sono vittime dell’incomunicabilità, della solitudine o di situazioni familiari difficili. Perciò sono estremamente fragili e rischiano di assorbire facilmente qualunque tipo di messaggio, senza il necessario spirito di discernimento.


Il compito dei genitori è quello di vigilare con attenzione sulle letture dei propri figli. Non è tutto oro ciò che luccica. A volte, dietro la copertina simpatica ed accattivante di un libro possono nascondersi contenuti inadatti per un bambino.


Oggi, molte cose che dovrebbero essere considerate inaccettabili sono viste come assolutamente normali. L’uso delle parolacce o di situazioni volgari, ad esempio, sembra ormai entrato a far parte del linguaggio comune.


Non possiamo piegarci di fronte a questo meccanismo di degrado. Anche se l’andazzo è questo, non si può permettere che i propri figli si abituino al cattivo gusto come stile di vita.


Un problema molto serio, in questo senso, si è manifestato nel mondo dei fumetti. Un tempo, i giornalini per ragazzi erano contrassegnati dal marchio “Garanzia Morale”. Questo permetteva di distinguere le pubblicazioni buone da quelle cattive.


Oggi, purtroppo, ci sono edicole e negozi pronti a vendere qualunque cosa, senza minimamente preoccuparsi dell’età del lettore.


Pensiamo, ad esempio, a certi fumetti giapponesi che finiscono facilmente nelle mani dei minorenni. In alcuni casi, propongono addirittura storie con scene erotiche.


In genere, chi si preoccupa di queste cose viene subito etichettato come una persona che vorrebbe limitare la libertà d’espressione. Ma è evidente come, in questo tipo di mercato, ci sia qualcosa che non va.


Attraverso certi negozi specializzati nella vendita di fumetti nipponici, troppi ragazzi hanno la possibilità di entrare in contatto con prodotti inadatti a loro.


Lo strumento migliore per contrastare questo fenomeno è il buon senso. Genitori ed educatori devono imparare a dialogare con i giovani, per aiutarli a sviluppare il proprio senso critico.


Si possono entusiasmare i giovani, stimolandoli a scegliere libri e fumetti che propongono una creatività vera. Storie pulite, piene di ottimismo, che possano insegnare valori importanti: la speranza, l’amicizia, la fedeltà, la pace, l’amore autentico, il rispetto reciproco.


Si dice spesso che i bambini non devono essere lasciati soli davanti alla TV. Ma non devono neppure essere lasciati soli in libreria o davanti ad un’edicola. E’ necessario imparare ad accompagnarli nel labirinto delle tante offerte editoriali. Questa guida amorevole, forte e sicura, li aiuterà a crescere meglio e darà un contributo determinante alla loro educazione.



ZENIT del 03 Maggio 2013
 Novità  
ZELINDO TRENTI |26.04.2013
download (1)
Come secondo spunto di riflessione sulla figura di Gesù proponiamo nell’ambito della spiritualità l’incontro con Zaccheo: dà la misura del significato che assume per un uomo l’incontro con Gesù. 

 


 Zaccheo, scendi subito!


L’incontro: Zaccheo   (Lc. 19, 1-10) 


Certo Zaccheo non si è risparmiato…


La ‘arrampicata’ sul Sicomoro non era un gesto di grande dignità per un uomo del suo rango…  In fretta scese e lo accolse pieno di gioia.


 


Ma neppure Gesù lesina i suoi gesti.


Zaccheo è un uomo disprezzato ed inviso; quanti in Gerico sarebbero onorati e  vorrebbero Gesù in casa propria; ma egli sceglie la casa di Zaccheo; predilige la sua compagnia, pranza con lui.


Singolare e suggestiva scena di incontro…


Di cui i… benpensanti si rammaricano. Tutti mormoravano: “E’ andato ad alloggiare da un peccatore!”


La gioia di Zaccheo trabocca. La passione per i soldi è finita; irrompe la compassione e la premura per i diseredati; la volontà di risarcire con munificenza quanti ha defraudato.


Gesù l’ha privilegiato. Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto, risuona alta nella casa del pubblicano la risposta.


Forse quest’uomo viveva attanagliato dal guadagno; Gesù che appare sulla scena lo incuriosisce, forse lo muove a riflessione…


Bisogna vederlo, questo Gesù! Bando alle remore per il decoro e l’onorabilità: il sicomoro consente uno sguardo privilegiato sopra e oltre la folla, e Zaccheo vi si arrampica senza troppi indugi…


Un gesto che dice qualcosa di più della pura curiosità: quella di Zaccheo è attesa, forse indefinita, ma profonda e coinvolgente.


I gesti di Gesù, le sue parole, la sua considerazione; la scelta di dimorare nella sua casa non lo convince, lo sconvolge; gli cambia la vita.


Il denaro, il possesso, al vertice delle sue ambizioni, è sacrificato con trasporto, con una magnanimità piena di gioia.


L’incontro con Gesù cambia tutto per Zaccheo: il confronto con le cose e le persone; cambia la vita, la fa testimone di pienezza e di disponibilità: la rende felice!


 


Il significato


Zaccheo è cambiato: ha trovato la risposta; l’unica vera e appagante.


Il banchetto intende proclamarlo con la gioia prorompente, la partecipazione corale, la condivisione nell’amicizia…


La Sua presenza , i segni toccanti della Sua predilezione sono una ricompensa che non ha l’eguale. Zaccheo ha cambiato vita; ha pagato a prezzo esorbitante la sua conversione; ha incrociato l’unico con cui condividere tutto con la passione del primo o forse meglio dell’unico appuntamento, che la vita si attende.


 


La felicità di Zaccheo tace della gioia di Gesù.


Oggi la salvezza è entrata in questa casa perché anch’ egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’ uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto (9-10).


Dio, Gesù, non vanno dimenticati, né va trascurata la gioia che l’incontro sottende anche in loro: forse soprattutto in loro. Il Vangelo ne dà conferma:


- Il Padre che abbraccia il figlio scapestrato al ritorno;


- Il pastore che ritrova la pecorella;


- Gesù che accoglie la peccatrice in casa di Simone…


Dicono la gioia di Dio: cosa può attendersi Gesù di più appassionante che vedere l’esattore esoso ed inviso  distribuire i propri beni e spalancare la sua casa; che accogliere  la donna perduta e disprezzata al banchetto della festa e alla pienezza dell’incontro? 

 
xxx
26-27 Maggio 2017 XV CONVEGNO NAZIONALE S&V | XVII INCONTRO ASSOCIAZIONI LOCALI

 

CONVEGNO DI AGGIORNAMENTO E SEMINARIO DI STUDIO IRC 2017

«ICA»: chi siamo? Newsletter La redazione