FORUM «IRC»
 
 
editore |07.02.2017
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Nel Messaggio per la 51° Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, papa Francesco invita gli operatori della comunicazioni e la comunità tutta a offrire una testimonianza della “buona notizia”: raccontare il contesto sociale e le dinamiche relazionali in maniera attenta e realistica, badando bene però di non sottrarre all’informazione anche una luce di speranza. Per questo, l’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali e la Commissione nazionale valutazione film della CEI (Cnvf) offrono, a partire da giovedì 2 febbraio, una proposta cinematografica nel segno della “buona notizia”. Si tratta di un ciclo di schede film ragionate, pubblicate ogni settimana fino al 28 maggio sul portale dedicato alla Giornata e sul sito Cnvf.it (sezione: “sguardi di fede”). Il percorso rappresenta una scaletta culturale "per agire", per animare il territorio attraverso cineforum parrocchiali, sale della comunità oppure l’attività didattica di docenti o catechisti.
Ogni settimana sarà pertanto segnalato un film - disponibile al cinema o reperibile in dvd - adatto alla riflessione, corredato da un approfondimento dell’opera in chiave educational, dalla menzione di ulteriori spunti cinematografici e con richiami alla scheda di valutazione pastorale del film (sempre a cura della Cnvf).


Le pellicole indicate nel programma appartengono a generi e stili narrativi diversi, che permettono di esplorare la società in tutte le sue sfaccettature, mettendo in evidenza nodi problematici e sfide del quotidiano, ma rivelando comunque un messaggio di speranza e una possibilità di riscatto. Nella scelta si alternano quindi commedie frizzanti come "Ho amici in Paradiso" di Fabrizio Maria Cortese, che declina la malattia e la disabilità con rispettoso umorismo, a duri ritratti di una burocrazia distante dal tessuto sociale come in "Io, Daniel Blake" di Ken Loach.


Per maggiori informazioni sul percorso e per chiarimenti sulle proposte – anche in relazione al pubblico di riferimento – è possibile contattare la Commissione nazionale valutazione film all'indirizzo: cnvf@chiesacattolica.it


 


Calendario delle proposte:


Giovedì 2 Febbraio: Ho amici in Paradiso (2016) di Fabrizio Maria Cortese
Giovedì 9 Febbraio: Veloce come il vento (2016) di Matteo Rovere
Giovedì 16 Febbraio: La pazza gioia (2016) di Paolo Virzì
Giovedì 23 Febbraio: Fuocoammare (2016) di Gianfranco Rosi
Giovedì 2 Marzo: Race. Il colore della vittoria (Race, 2016) di Stephen Hopkins
Giovedì 9 Marzo: Gli invisibili (Time Out of Mind, 2014) di Oren Moverman
Giovedì 16 Marzo: Marie Heurtin. Dal buio alla luce (Marie Heurtin, 2016) di Jean Pierre Ameris
Giovedì 23 Marzo: Oceania (Moana, 2016) di Ron Clements, John Musker
Giovedì 30 Marzo: Sully (2016) di Clint Eastwood
Giovedì 6 Aprile: Fiore (2016) di Claudio Giovannesi
Mercoledì 12 Aprile: Io, Daniel Blake (I, Daniel Blake, 2016) di Ken Loach
Giovedì 20 Aprile: Brooklyn (2016) di John Crowley
Giovedì 27 Aprile: Paterson (2016) di Jim Jarmush
Giovedì 4 Maggio: Piuma (2016) di Roan Johnson
Giovedì 11 Maggio: La ragazza senza nome (La fille inconnue, 2016) di Jean-Pierre e Luc Dardenne
Giovedì 18 Maggio: Silence (2016) di Martin Scorsese
Giovedì 25 Maggio: Collateral Beauty (2016) di David Frankel

 
editore |27.06.2016
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“Un atto d’amore verso la Chiesa”, così la regista e produttrice Liana Marabini ha definito il Festival Internazionale del Film Cattolico (Mirabile Dictu), la cui settima edizione si è conclusa il 23 giugno a Roma con la cerimonia di premiazione presso il Palazzo della Cancelleria. La regista ha anche parlato del suo nuovo film, Mothers, che uscirà l’11 settembre negli Stati Uniti e ad ottobre in Italia (guarda il trailer), nel cui cast figurano tra gli altri Remo Girone e Christopher Lambert. “È il primo film sulle madri dei foreign fighters, cioè sul fenomeno dei giovani europei che si arruolano nella Jihad – ha spiegato Liana Marabini –. Il suo obiettivo è di sensibilizzare i genitori e le scuole a riconoscere i segni della radicalizzazione”.
 
“Fin dalla prima edizione, sette anni fa, il Pontificio Consiglio per la Cultura che io presiedo è stato patrocinatore di questo evento – ha notato il cardinale Gianfranco Ravasi nel suo saluto introduttivo –. Il cinema è un’arte che rivela sempre più la caratteristica – e lo ha fatto con delle testimonianze straordinarie – di non essere solo ‘rappresentazione della epidermide della realtà’ – come diceva Artaud – come lo era inizialmente la fotografia. Sia il cinema che la fotografia sono diventate espressione di arte e qualche volta di arte altissima”.
“Abbiamo voluto sostenere questa iniziativa – ha proseguito il cardinale – perché il desiderio è di unire fede e arte. Difatti nel Dicastero che io presiedo c’è un dipartimento dedicato a fede e arte, il cui intento non è solo quello di partecipare a iniziative come la Biennale d’Arte di Venezia, ma anche di poter entrare all’interno di questo orizzonte che è l’orizzonte del cinema e riuscire a fare in modo che in esso si realizzi il sogno supremo di ogni arte, quello di saper unire i grandi universali, un po’ come sognava Aristotele, il quale pensava che nell’essere si incontrano tra di loro il vero, il bello e il giusto, il buono. Tutto questo, unito insieme – lo diceva già Aristotele – avviene soltanto nella perfezione del divino. Però noi dovremmo sforzarci maggiormente di riuscire a trovare il nodo d’oro che tiene insieme queste tre realtà, soprattutto nel mondo attuale, nel quale vediamo molto spesso profilarsi all’orizzonte delle nostre città – città spesso splendide, com’è ad esempio Roma – due realtà che hanno la stessa radice in italiano ma sono diverse tra di loro, cioè la bruttura e la bruttezza. Esse non sono del tutto sinonimi, perché la bruttezza esprime una qualità estetica, mentre la bruttura vuol dire invece una qualità di tipo morale. Queste due realtà spessissimo si incrociano tra di loro, perché la bruttezza genera bruttura, pensiamo a certi quartieri degradati che diventano degradati anche moralmente”.
“È per tale motivo – ha quindi concluso Ravasi – che l’impegno di questo Festival e del grande cinema è quello di tentare di unire il bello e il buono, arte e fede, spiritualità e dramma dell’esistenza umana. Io credo che potremo sempre sperare che alcuni registi riescano a trovare quel bello che riesce ad esprimere anche il bene… Ripeto che il bello non vuol dire necessariamente una forma estetizzante, può essere anche scavare nell’oscurità, nelle viscere della società, nelle catacombe dell’anima. Anche quando vediamo dei film che magari sono segnati dalla sofferenza e dal dramma, riusciamo però a vedere che quel regista, quell’attore hanno cercato di far sbocciare questo sogno che non sempre si realizza in tutte le opere, in tutte le arti, in tutti i film, il sogno di raggiungere quello che diceva Aristotele, e che San Tommaso d’Aquino ha ripetuto: ‘Bonum, verum et pulchrum inter se convertuntur’ ”.
 
Oltre mille le pellicole pervenute quest’anno alla segreteria del Festival. Questi i vincitori decretati dalla Giuria – presieduta dalla principessa Maria Pia Ruspoli, attrice, e composta da: monsignor Franco Perazzolo, del Pontificio Consiglio della Cultura, dal distributore e produttore austriaco professor Norbert Blecha, da Michèle Navadic, direttore programmazione RTBF (Belgio) e dalla produttrice Oriana Mariotti – ai quali è stato consegnato il Pesce d’Argento, ispirato al primo simbolo cristiano.
 
Miglior cortometraggio: The Confession di Johnn La Raw (Corea del Sud).
Un uomo, ubriaco al volante, investe mortalmente un pedone senza prestargli soccorso né costituirsi. Dopo anni, ormai prossimo alla morte a causa di una grave malattia, torturato dalla sua coscienza, confessa il suo crimine ad un sacerdote, che si scopre essere il figlio orfano del pedone ucciso.
 
Miglior documentario: A life is never wasted di Krzysztof Tadej (Polonia).
È un film sulla vita e sulla morte, sull’amore e l’odio. Descrive la tragica fine di due missionari polacchi, i padri Michal Tomaszek (31 anni) e Zbigniew Strzałkowski (33 anni), impegnati in Perù a diffondere il messaggio di Dio e assassinati nel 1991 con un colpo alla nuca dai guerriglieri comunisti appartenenti al Sendero Luminoso. I due frati francescani sono stati beatificati da Papa Francesco il 5 dicembre 2015.
 
Miglior regista: Lampedusa di Peter Schreiner (Austria).
Le vite di un ex profugo africano e di una donna fuggita per far fronte a una crisi personale si incrociano per caso sull’isola siciliana di Lampedusa. Ricordi, sogni e presente si intersecano e si fondono in questo capolavoro contemplativo girato in bianco e nero.
 
Miglior film: Poveda di Pablo Moreno (Spagna), prodotto da Andrés Garrigò (Goya Producciones).
Padre Pedro Poveda (1874 – 1936) è stato un presbitero spagnolo, fondatore dell’Istituzione Teresiana, che ha lottato per i diritti delle donne e il miglioramento dell’educazione dei bambini. Fucilato dai repubblicani durante la guerra civile spagnola, padre Poveda è stato canonizzato come martire da Giovanni Paolo II nel 2003.
 
Il Premio speciale della Capax Dei Foundation è andato al film Kateri di James Kelty (USA), prodotto dal networkcattolico EWTN e dallo stesso Kelty, dedicato alla figura di Kateri Takakwitha, la prima santa pellerossa d’America, vissuta tra il 1656 e il 1680, canonizzata da Benedetto XVI nel 2012.
 
Il Premio alla Carriera è stato attribuito al produttore televisivo italiano Bibi Ballandi. Sono sue le produzioni di molte trasmissioni televisive italiane di successo degli anni Ottanta, Novanta e Duemila, gli ‘one-man show’ di Fiorello, Adriano Celentano, Gianni Morandi, Giorgio Panariello e Massimo Ranieri e i grandi varietà del sabato sera: Ballando con Le Stelle e Ti Lascio una Canzone.

 Novità»Al cinema    
editore |17.04.2015
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Dopo aver debuttato a febbraio solo in Toscana, il 30 marzo raggiunge una diffusione nazionale Educazione affettiva di Federico Bondi e Clemente Bicocchi, documentario che vuole sollecitare una riflessione sulla rilevanza degli affetti e della creatività nel processo scolastico, dando voce ai protagonisti veri della scuola, maestri e bambini.   


Bondi (dopo Mar Nero, 2008) e Bicocchi mettono la macchina da presa all'altezza degli scoari e raccontano allo spettatore gli ultimi giorni di lezione di una quinta elementare della Scuola Pestalozzi di Firenze.  


Educazione affettiva è la storia di una crescita, del lento e naturale distacco di un gruppo di bambini dalla scuola primaria fatto di rituali, ansie e paure. Le emozioni e il passaggio alla tanto temuta   adolescenza si manifestano maggiormente in alcuni momenti della gita scolastica dei ragazzi assieme ai maestri Matteo Bianchini e Paolo Scopetani, esperienza che si fa metafora dell'ingresso nell’età   adulta e ci mostra parte di un mondo spesso inaccessibile e segreto per gli adulti.  


"Questo non è un film sulla scuola, tanto meno un film sulla Scuola Città Pestalozzi, o sull’esperienza di una singola classe, ma un film che grazie a Scuola Città Pestalozzi offre la sua esperienza sui percorsi formativi per dare voce ai veri protagonisti assoluti della scuola: i bambini e i maestri", dicono i registi Bondi e Bicocchi. "L'intento è quindi quello di entrare nel loro mondo fatto di relazioni, giochi, rituali, emozioni e sentimenti che appartengono e sono appartenuti a tutti i bambini di qualsiasi scuola. La fantasia è parte integrante di questo percorso dove i bambini diventano protagonisti e co-autori assieme a noi: un'immagine, che prende corpo quasi per  caso, provoca una serie di reazioni a catena, coinvolgendo suoni, analogie e ricordi, significati e sogni, occasioni di "riflessioni fantastiche" per riconoscere il ruolo della creatività, del cinema e della musica all'interno del processo scolastico, confermandoci il valore dell'immaginazione come 'funzione dell'esperienza' e il ruolo educativo dell’utopia come ci indica Gianni Rodari".


Qui le sale cinematografiche delle proiezioni di Educazione affettiva.


In questo video in esclusiva un estratto di Educazione affettiva:


 
editore |23.10.2014
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La scuola elementare Carlo Pisacane nel quartiere Torpignattara di Roma è stata sotto l’attenzione mediatica per il sovraffollamento di bambini “stranieri” in un quartiere che è stato uno dei primi ad accogliere le comunità straniere a Roma. Giulio Cederna e Angelo Loy raccontano le conseguenze di quest’attenzione con partecipazione e spontanea vivacità



I fatti hanno destato una larga attenzione mediatica. La scuola elementare “Carlo Pisacane” di Torpignattara, quartiere popolare di Roma, ha un’alta densità di popolazione scolastica di bambini non figli di italiani. Il quartiere ha una larga tradizione di accoglienza essendo stato il primo di Roma a dare ospitalità alle comunità di stranieri che arrivavano nella capitale. Davanti a questi fatti il tentativo degli insegnanti è quello di lavorare sulle diversità culturali in direzione di una integrazione con ogni conseguente beneficio sociale. Va detto che, nonostante possa apparire assurdo, bambini nati in Italia, sia pure da genitori stranieri, non vengono considerati italiani nonostante si esprimano in corretto italiano, e, all’occasione, in perfetto dialetto locale.


La protesta di una minoranza di genitori dei bambini alunni dell’istituto ha fatto scoppiare il caso del “Pisacane”. La ragione di questa protesta è che sono troppi i bambini stranieri nella scuola.


L’associazione Asinitas è stata chiamata a collaborare con le insegnanti. È nato un singolare esperimento di integrazione che coinvolge i bambini, le insegnanti e i genitori. Si dovrà mettere in scena il Mago di Oz, una storia che – non casualmente – presenta personaggi nei quali vibrano i sentimenti anche sotto le spoglie di un uomo di latta e capaci di risolvere i problemi anche se spaventapasseri senza cervello.


Il film di Giulio Cederna e Angelo Loy, nato con la collaborazione di Cecilia Batoli dell’associazione Asinitas, è la cronaca di questo percorso, è il racconto delle difficoltà della scuola davanti a queste proteste, ma anche quello delle storie che si incrociano frequentando la scuola “Pisacane” che appare un vero fortino sotto assedio nel quale emerge il coraggio e la determinazione del corpo insegnante.


Cederna e Loy raccontano con partecipazione la difficile realtà posta all’attenzione della cronaca e con altrettanta spontanea vivacità la messa in scena del racconto di Lyman Frank Baum. Una scuola italiana valorizza, attraverso i primi piani, i volti dei bambini, il racconto delle relazioni che i piccoli protagonisti sanno creare tra di loro o con gli adulti. Il film di Cederna e Loy si aggiunge, in positivo, al novero degli altri titoli che in questi ultimi due anni hanno esplorato i luoghi primari della cultura in Italia. Non vi è dubbio che dietro questa urgenza di raccontare la scuola esista un disagio da una parte, avvertito dalla sensibilità autoriale e la voglia, dall’altra, di rendere pubblica ogni vicenda, ma perfino la quotidianità come si è visto anche in questa edizione del festival. Non sarebbe altrimenti spiegabile la disponibilità dimostrata dall’intero corpo scolastico nei confronti di Marco Santarelli e anche degli stessi genitori nei confronti di Giulio Cederna e Angelo Loy. Ma soprattutto Una scuola italiana racconta un pezzo d’Italia che si riflette nelle aule scolastiche. Per questa ragione questo non è soltanto un film sulla scuola, ma soprattutto un lavoro che con straordinario equilibrio riporta la cronaca dentro il cinema. Cederna e Loy mostrano la vita dentro quella scuola e la vita non ha nazionalità.



 
editore |16.09.2014
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Solidarietà ed altruismo nella difficile storia dei due giovani protagonisti malati di cancro. 

Di film che cercano di commuovere gli spettatori raccontando  una storia d’ amore che termina tragicamente con  la morte di uno dei due amanti a causa di una malattia incurabile, ce ne sono stati tanti; i fiumi di lacrime che vengono versati, i fazzoletti  consumati  testimoniano il perenne successo di queste pellicole. Vorrei  ricordare, come caratteristici di questo filone,  Love story (1970) e Autunno a New York (2000).


Colpa delle stelle sembra voler raddoppiare l’effetto: non uno, ma entrambi gli innamorati sono malati di cancro (lei ai polmoni, lui alle ossa)  e fin dall’inizio ci domandiamo chi dei due morirà per primo. Anche per vedere questo film è opportuno portarsi un’ampia scorta di fazzoletti ma nonostante questo inevitabile “difetto”, la grande abilità narrativa del  regista e la contagiosa simpatia dei due protagonisti rendono il racconto interessante  e gradevole.


Hazel e Gus sono giovani e come tali si mostrano sempre pronti a sorridere e scherzare ma la sceneggiatura (ricavata dal best seller omonimo di John Greene) li rende attraenti perché ce li mostra dotati  di alcune insolite virtù: solidarietà e altruismo.


“La cosa peggiore di morire di cancro è avere una figlia che muore di cancro” pensa Hazel che si preoccupa  più di quello che provano i suoi genitori che di se stessa. Ciò che la rattrista è il pensare a cosa faranno quando lei, figlia unica, non ci sarà più e quando scopre che stanno frequentando un corso di assitenti sociali per poter aiutare in seguito altre famiglie che si trovano nella loro stessa situazione, Hazel li abbraccia felice.


Anche Gus non lascia da solo un istante il suo amico Isaac; a causa del cancro diventerà presto cieco e Gus cerca di confortarlo e distrarlo durante i momenti di sconforto. “Parlami” è la frase che ricorre più volte fra questi ragazzi dalla vita breve: il chiudersi in se stessi è la cosa peggiore che possa capitare all’interno del loro piccolo  circuito di solidarietà.
Verso metà del film la visita di Hazel e Gus alla casa di Anna Frank  attiva in modo manifesto un  parallelo del loro atteggiamento con quello di quella ragazza che serenamente affrontò il suo dramma non dimenticando mai che “nonostante tutto la gente ha un cuore buono” .


Un altro aspetto che caratterizza questo originale lavoro è il fatto che i due ragazzi non evitano di soffermarsi sulla loro condizione ma ne parlano apertamente. Entrambi cercano di dare un senso alla loro vita: partono da posizioni diverse ma poi l’uno finisce per comprendere e assimilare le rispettive posizioni, realizzando quella intesa profonda che finirà per sfociare in amore.


Quando Hazel si allontana da Gus perché la sua malattia sta peggiorando e vuole evitargli ulteriori sofferenze,  lui risponde che per lui “sarebbe un privilegio avere un cuore a pezzi per te”. Quando sarà poi lui a sentirsi triste perché si accorge che nella sua vita non è riuscito a diventare famoso e il suo destino sarà il completo oblio, sarà lei ad arrabbiarsi facendogli notare che  lui è importante per lei e ciò gli deve bastare.


In due hanno modo di aiutarsi a vicenda anche quando cercano di approfondire il  tema della vita dopo la morte.
Se lei preferisce restare scettica, lui rigetta questa prospettiva: Gus si sente innamorato e non può sopportare che il suo amore sia “un grido nel vuoto”.  In un altro confronto fra loro due sarà lei a riconoscere che il loro amore ha un sapore di infinito: “mi hai regalato un per sempre in un numero finito di giorni”.


Il tema dela fede non è mai affrontato in modo esplicito ma è presente nel film solo come allusione discreta:   nella figura del  moderatore del gruppo di sostegno che cerca di parlare di Gesù ai suoi malati, nei funerali religiosi.
Il film non riesce sempre ad evitare di sfociare nel patetico (Gus, prima di morire, vuole ascoltare i discorsi funebri che i suoi amici hanno preparato per lui), qualche zuccherosa romanticheria (“abbiamo imbottigliato tutte le stelle per voi” dice il cameriere ai due innamorati nel versare dello champagne) o insostenibili “americanate” , come quando il loro bacio in un luogo pubblico scatena l’applauso di tutti i presenti.


Alla fine un incasso in U.S.A. di 124 milioni di $ su un budget di 12 milioni sta a dimostrare come anche temi difficili come quello delle  malattie incurabili riesca a far breccia nel pubblico, grazie a due attori perfettamente nella parte, un bravo regista e un libro di riferimento scritto da chi è stato capace di scavare in profondità sul tema. 


di Franco Olearo

 
P06268
Cicatelli - Malizia

 

CONVEGNO DI AGGIORNAMENTO E SEMINARIO DI STUDIO IRC 2017

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