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Giornata dei Curricoli dell’Istituto di Catechetica |21.11.2017
Giornata dei Curricoli

La giornata dei Curricoli dell’Istituto di Catechetica si è svolto presso il Collegio Messicano. È stata un’esperienza positiva di conoscenza e condivisione tra studenti e docenti.


Dopo l’accoglienza dei partecipanti con un buon caffè, abbiamo affidato la nostra giornata a Dio prima di affrontare il tema catechetico-pastorale: Sinodo e giovani, presentato con l’abituale competenza dal prof. José Luis Moral, docente ordinario presso dell’Università Pontificia Salesiana.


La riflessione ha posto l’attenzione non tanto su cosa fare ‘per’ i giovani quanto su come costruire ‘con’ i giovani attraverso l’ascolto e il dialogo: “Ascoltare ed essere dalla parte dei giovani: 1. Simpatia, «sentire con loro», compassione (ragione compassionevole: «intellectus misericordiae»); 2. PG: più che trasmettere una buona notizia ben strutturata, consiste piuttosto nell’andare con speranza verso i giovani per scoprire con loro, nei loro luoghi di vita, nel cuore della loro esistenza, le tracce del Risorto”.


Nei laboratori i cinque gruppi hanno avuto la possibilità di confrontarsi su quanto ascoltato per poi sottoporre nel plenario le opinioni e le domande emerse nel dialogo.


L’Eucaristia ha concluso la mattinata. A cui ha fatto seguito il pranzo con degustazione di cibi tradizionali messicani seguiti da canti tradizionali del Messico.


Prima della conclusione c’è stato un incontro degli studenti dei diversi curricoli per esprimere una loro valutazione sul primo mese di attività, per evidenziare gli aspetti positivi e quelli da migliorare.


Una giornata ben riuscita grazie al coordinamento del prof. Stanislaw Wierzbicki, all’animazione dei rappresentanti dei diversi corsi, e al contributo di tutti i partecipanti. Ha permesso di conoscerci meglio per continuare il cammino accademico e prepararci alla celebrazione del Sinodo.


 


Alcune foto dell'evento:





 
Antonio Torresin |20.11.2017
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Un libro sulla tenerezza e sugli affetti deve immediatamente smarcarsi dal pregiudizio che ha relegato questi temi alla loro declinazione sentimentale e romantica.1 Cose di «cuore», perché il pensiero alto, non s’arrischia nei terreni infidi degli affetti e dei sentimenti. Solo la psicologia ormai (e spesso una psicologia da bar) ha requisito le questioni dell’amore e degli affetti umani.


Il pensiero invece è stato a sua volta requisito dalla scienza e dalla tecnica, perché vale il diktat di L. Wittgenstein: «Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere». La tesi di Isabella Guanzini è che invece vale la pena di pensare e di continuare a parlare proprio su ciò di cui non si può, perché sono le uniche cose che possono salvare l’uomo da una deriva che consegna alla tecnica e alla razionalità anaffettiva il destino dell’umano.


Lo spunto d’avvio è il richiamo alla tenerezza che ritorna insistente nelle parole di papa Francesco, quando parla della «rivoluzione della tenerezza». Per l’autrice non è solo uno slogan e per questo prova a offrire a questo appello il rigore del pensiero critico.


Per farlo compie un «un lungo giro» (20) che inizia nel cuore della modernità, nella città metropolitana, luogo anonimo e freddo dove sembrano non aver posto le pratiche di prossimità e di tenerezza, punto d’aggancio per parlarne per via negationis. «Occorre parlare della tenerezza quasi senza nominarla: altrimenti svanisce, lei stessa spazio di discrezione e di umano pudore» (20).


 


Stanco dunque sono

«È nella città, ormai, che si definiscono i modelli della convivenza sociale, i parametri dell’esperienza emotiva», luogo dove tutto è possibile, dove le «potenzialità affettive di ciascuno sembrano allargarsi enormemente» (24).


Ma proprio questo genera anche paradossalmente un meccanismo di difesa anestetizzante. «Nella città (…) si fanno e si disfano costellazioni emotive a geometria variabile, esposte a una continua trasformazione atmosferica. Eccitante, ma anche estenuante» (26). «Tale sorta di “comunità dell’eccitazione” continua si rigenera di giorno in giorno come un sistema coerente di produzione di nervosismo globale, nova forma postmoderna di (un’irrequieta) coesione sociale. Contro il dispotismo di questa economia psichica metropolitana gli individui sviluppano un sofisticato sistema di immunizzazione» (37).


È l’homme blasé,2 l’uomo affaticato, distaccato, pronto ad «attutire l’impatto degli stimoli esterni, anestetizzando i soggetti contro l’eccesso del reale» (38). Questa presa di distanza dalle cose e dagli altri assume presto una forma aggressiva. Riprendendo Žižek: «il rispetto dell’alterità e la paura ossessiva della molestia», «l’Altro va bene nella misura in cui la sua presenza non è intrusiva, nella misura in cui l’Altro non è veramente Altro» (cit. a p. 41). «Nel tempo dell’uomo senza tenerezza, in cui il denaro diviene regolatore unico di tutti gli scambi simbolici (…) fra ottundimento emotivo e ideologia della prestazione, la soggettività urbana mostra i tratti di un’individualità un po’ esausta» (47).


Proprio sulla stanchezza si concentra il terzo capitolo operando intriganti accostamenti tra l’ultimo uomo di Nietzsche («una vogliuzza per il giorno e una vogliuzza per la notte: salva restando la salute») dove l’homme blasési rassegna ai piccoli godimenti compensativi che non fanno che aumentare una vita esausta; la riflessione di B.-C. Han sull’anima esausta;3 e i versi di C. Péguy  dove la stanchezza è il sintomo di un abbandono impossibile, un’incapacità a fidarsi di colui che opera mentre gli uomini riposano.4 Il sintomo colpisce soprattutto le giovani generazioni, la gioventù postmetafisica (capitolo 4): «Questa mentalità anestetica e cinico-scettica ha deciso gli ultimi decenni del tipo psicologico medio delle metropoli globali: entro questa costellazione a bassa intensità affettiva e ad alta spregiudicatezza istintiva, si espandono territori di sensibilità estraniate e solitarie, senza linguaggio e senza compagnia, ma colmi di domande inespresse e multiformi euforie» (59).


«Nessuno può donarsi interamente» (W Benjamin): che suona in realtà come l’invocazione di una grazia, una nuova «nostalgia religiosa», una mancanza del desiderio come contro effetto alla «pulsione iperattiva e iperproduttiva del tempo presente» (62).


La disanima della condizione attuale si conclude con la «Durezza di Narciso» (capitolo 5). Gli interlocutori qui sono Adorno da un lato, per il quale è «decisivo reimparare a sentire, per poter guardare e abitare la terra in modo nuovo» contro ogni indifferenza e durezza imperturbabile; ma soprattutto Lacan, che invita a comprendere il gesto di Caino in stretta relazione con quello di Narciso.


L’eliminazione del fratello e l’ipertrofia dell’io sono due fenomeni che vanno di pari passo. La malattia psichica che affligge l’uomo moderno mostra un tratto marcatamente narcisistico e anaffettivo. «Il primo passo è quello di diventare coscienti della propria zona inconscia, non per dominarla o portarla alla luce, ma per accettarla, riconoscendo che non tutto può essere controllato, che qualcosa sfugge alla volontà del soggetto, spiazzandolo e disorientandolo. Tale senso di mancamento non è sintomo di una malattia ma, al contrario, della prima presa di contatto con una verità che ci riguarda profondamente, e che tocca la nostra comune vulnerabilità» (76).


 


Mappa degli affetti possibili

Qui s’innesta la rivoluzione della tenerezza (capitolo 6). Il punto d’aggancio è proprio la vulnerabilità: «Solo la mancanza promuove il desiderio e solo il desiderio è in grado di suscitare l’amore (…) soltanto un soggetto che riconosce la propria vulnerabilità sa chiedere e donare perdono; soltanto un soggetto esposto e ferito, che ha sperimentato l’abbandono e la grazia può aprirsi a un’autentica esperienza d’amore. Soltanto l’amore del nemico e il perdono dell’offesa ricevuta possono interrompere la catena mortifera della vendetta e della perpetuazione del male» (77).


Temi decisamente cristiani s’incrociano con il pensiero contemporaneo, in particolare – mi pare – con la riflessione di Lacan: «“Amare” afferma infatti Lacan, “è donare quello che non si ha a qualcuno che non lo vuole”. Come si può dare ciò che non si possiede? E a qualcuno che non lo desidera? L’amore, in effetti, non è mai qualcosa, (…) non è soddisfazione di un bisogno o fame d’oggetto (…) È dono di niente, ossia qualcosa che non si pone nella dimensione dell’avere o del non avere ma sotto il segno del simbolo, del riconoscimento del nome; è dono non di quello che si ha ma di quello che si è, ossia della propria non onnipotenza, della propria fragilità, del vuoto che un soggetto apre nell’altro nel momento in cui viene amato» (79s).


Contro ogni versione dell’amore come rispecchiamento e ideale fusionale occorre affrontare il rischio della differenza, di relazioni imperfette e mai compiute e per questo capaci di desiderio.


Il percorso in positivo cerca di descrivere una «mappa degli affetti possibili» (capitolo 7) sulla scia del pensiero di Spinoza. «Occorre soprattutto un linguaggio capace di ospitare i movimenti dell’anima (…) Oggi mancano ancora le parole per un mondo comune, perché manca un lessico all’altezza della potenza degli affetti (…) Bisognerebbe realizzare vere e proprie mappe grazie a cui poterci quantomeno orientare nel mondo sovrabbondante e indomabile degli affetti possibili» (87).


Questa mappa chiede di tenere insieme sentimenti, corpo e pensiero: tutte dimensioni che oggi rischiano di essere costantemente dicotomiche. A partire dal pensiero di Spinoza, l’autrice inizia a disegnare un percorso che si muove tra «tristezza» e «gioia», come due vettori, uno che porta a vicoli cechi, pensieri oscuri e passioni tristi, l’altro che apre alla vita. Sempre a partire dal corpo, «dal suo potere di essere affetto» (90).


«La gioia aumenta la propria potenza d’agire, perché è l’effetto di un incontro con qualcosa capace di comporsi con il proprio corpo e il proprio mondo interiore. Accade un evento aggregante, si formano nozioni e pensieri comuni, in cui ci si sente più intelligenti. (…) Gli affetti gioiosi sono come trampolini (…) spingono a formare idee comuni tra i corpi» (90s).


«L’amore, più che una passione, è un affetto: non è un’esperienza che si subisce, ma un atto di conoscenza. È un modo di percepire e vedere il mondo, che diviene pura espressione di gioia alla presenza di un altro» (92). «Proprio la percezione e l’accettazione della distanza e della differenza che ci separa dall’altro è segno della realtà e verità dell’amore, in cui si comprende l’inaccessibilità dell’altro senza essere spinti a violarla o annullarla» (92).


Gli ultimi tre capitoli della parte argomentativa provano a cimentarsi in questa costruzione di una mappa degli affetti possibili, in tre direzioni: «La stanchezza che cura» (capitolo 8), «Il sabato del villaggio globale» (capitolo 9), «Giochiamo!» (capitolo 10).


 


Accogliere la propria fragilità

Nella cura la stanchezza può diventare quel «giogo» (cf. Mt 11,30) condiviso che diventa legame leggero. «C’è infatti una stanchezza buona, che può aprire a visioni inattese. (…) Un cordiale disarmo dell’io (…) che relativizza la volontà di controllo e di azione, aprendo uno spazio salutare di indugio e di cortesia. (…) Non si tratta più della stanchezza dell’io, ma della stanchezza del noi» (100).


«È proprio nei momenti di stanchezza che si frantumano le barriere, si gettano a terra le maschere e si depone la corazza dell’io, insieme all’illusione della sua onnipotenza. In questo modo, si entra a contatto con la propria realtà indifesa, con i propri limiti e idiosincrasie. È precisamente qui che percepiamo la nostra vulnerabilità infinita, la nostra struggente esposizione al mondo, che ci porta a invocare, silenziosamente o a gran voce, la presenza amica dell’altro (…) appello alla tenerezza per l’umano vulnerabile» (105).


Il capitolo sul sabato raccoglie frammenti della tradizione ebraica sulla festa, il riposo, l’interruzione che dona senso al lavoro, quel tempo straordinario che orienta il tempo feriale, il controcanto che riabilita la dimensione inoperosa della vita, ciò che ci fa restare uomini liberi.


Riprendendo le riflessioni di un filosofo contemporaneo (Agamben) la nostra autrice le ripropone con categorie moderne. «Ciò che ci rende liberi è precisamente una presa di contatto con la nostra zona d’impotenza e di non conoscenza, che rivela la nostra finitezza, prendendosi cura, teneramente, della nostra fragilità» (113).


«È il tempo del fare intransitivo e della pura festosità, ossia di quella particolare modalità dell’agire e del vivere che celebra e santifica la condizione della inoperosità. Non si tratta di una mera astensione dal lavoro, ma di una “trasformazione festosa” della sua economia interna, una disattivazione delle sue potenze snervanti, in modo che da esse irradi una dimensione umana, delicata e gratuita dell’agire» (115).


Forse il più originale è il percorso che conclude la mappa degli affetti, quello sul gioco. Tempo di creazione e di conquista «dove tutto è presente: gioia e dolore, sforzo e rilassatezza, tenerezza e durezza. Il gioco è un’attività che abita il tempo di svago e di riposo dal negotium quotidiano, nel senso dell’improduttività pratica e di un sostanziale disinteresse materiale. (…) luogo in cui si può sperimentare una sorta di felice sintesi tra regole e libertà» (119).


«Forse sta proprio nel piccolo spazio che si crea fra la fissità delle regole e la sensazione di libertà nell’azione il segreto della felicità del gioco. È uno spazio speciale di negligenza e noncuranza che ha tutti i tratti della tenerezza, perché è come una grazia» (120). Tempo di ricreazione del mondo a partire dai suoi scarti, dalla «pietra scartata» (cf. Mt 21.42) che diventa principio di un modo diverso di vedere il mondo: «Il bambino non usa semplicemente il mondo ma lo crea, e il mondo gli risponde con forme nuove che rotolano e cose vecchie che camminano (…) Per questo i bambini amano così tanto i resti… proprio quando il mondo degli oggetti perde la proprie forme definite ecco che acquista una varietà di forze infinite. Quando il mondo è ormai tutto a pezzetti, i bambini sono come spinti da una frenesia del riciclo, con la quale costruiscono un mondo dentro al mondo in cui tutto assume un carattere salvifico giocando» (125).


Giocare è una cosa seria

E per i bambini, lo sappiamo il gioco è una cosa seria: «La vita non è un gioco. Il gioco, però porta in campo l’esercizio simbolico della nostra attitudine ad affrontare le sfide dell’esistenza, enfatizzando l’amore per la vita nella sua semplicità (…) Il gioco ritualizza l’esercizio di una vita continuamente messa alla prova, incoraggiandoci a venirne lietamente a capo, per amore della vita stessa (…) La tenerezza, si può dire, è alla prova del gioco. Naturalmente, c’è modo e modo di giocare. Dove il gioco è afferrato nelle spire della volontà di potenza, dell’avidità del denaro e della saturazione del godimento, l’iniziazione alle prove essenziali della vita è rimossa, e il carattere distruttivo prenderà il sopravvento. Dove il gioco genera e rigenera invece passione per le abilità della vita, mettendo in circolazione felicità e desiderio di vivere, mettendo i circolazione talenti, divertimenti e abilità, le passioni tristi potranno essere affrontate e sfidate con le risorse di un’abilità condivisa. Questa abilità delle passioni liete, che fronteggia i giochi duri della vita senza perdere amore per la vita è una definizione perfetta della tenerezza» (128-129).


Il testo si chiude con tre racconti, uno preso dalla mitologia, uno dal Vangelo e uno dall’attualità. Perché oltre che pensarla, la tenerezza occorre raccontarla. Ritrovarla nei miti fondatori come in quello di Enea che ricorda come la civiltà occidentale sorge anche a partire da quel gesto di pietas con cui il fuggitivo Enea porta sulle spalle il vecchio padre Anchise.


Ritrovarla nelle pagine evangeliche dove la durezza della legge è sospesa davanti al gesto silenzioso di Gesù davanti all’adultera. O nell’ospitalità offerta a chi oggi vive esodi tremendi e trova accoglienza sulle sponde di un’Europa che sembra esausta ma che ancora potrebbe rinascere da un gesto di compassione.


Vorrei concludere con un’osservazione. In questo testo Isabella Guanzini compie un’operazione delicata e decisiva: prova a dire qualcosa che appartiene intimamente al cuore del cristianesimo – come la misericordia e l’amore, la tenerezza e la compassione – usando il linguaggio degli uomini contemporanei. Operazione che chiede un lungo apprendistato.


Occorre imparare la lingua dell’altro per poter dire qualcosa di proprio con parole nuove. Le nostre stesse parole devono compiere un esodo, andare in terra straniera, perché poi le si possa ascoltare come nuove. Non è allora così strano che di temi così intimamente connessi con il cristianesimo si possa sentirne l’eco in autori che vengono da un altro mondo linguistico e culturale, anzi che provengono proprio da quel mondo che si presenta così estraneo al cristianesimo stesso.


Ma, in fondo, dire il Vangelo con la lingua dell’altro, anzi lasciarci dire il Vangelo dall’altro nella sua lingua, non è il compito proprio dell’evangelizzazione, e non è il modo per ritrovarlo e risentirlo in tutta la sua novità?


Antonio Torresin


 


1 I. Guanzini, Tenerezza. La rivoluzione del potere gentile, Ponte alla grazie, Milano 2017, pp. 165, € 14,00.


2 Il riferimento è a G. Simmel, «Die Großtädte und das Geistesleben», in T. Petermann (a cura di), Die Grossstadt. Vorträge und Aufsätze zur Städteausstellung. Dresden 1903; trad. it. Le metropoli e la vita dello spirito, Armando, Roma 1995.


3 B.-C. Han, Müdigkeitsgesellschaft, Matthes & Seitz, Berlin 2010; trad. it. La società della stanchezza, Nottetempo, Milano 2012.


4 C. Péguy, «Le mystère des saints innocents», in Cahiers de la Quinzaine, 13(1912); trad. it. Il mistero dei santi innocenti, MIRCU, Milano 1963.

 Novità  
Pietro Cognato, 07/11/2017 |20.11.2017
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Con piacevole sorpresa accogliamo la notizia della pubblicazione di una lettera da parte dei vescovi italiani a tutti gli insegnanti di religione cattolica. La lettera si riallaccia a una precedente, pubblicata a quasi 25 anni di distanza, che i vescovi esortano a riprendere in mano perché essa continua a conservare e custodire le caratteristiche di fondo dell’insegnamento nato con l’Accordo di revisione del Concordato del 1984.


I nodi essenziali dell’insegnamento della religione cattolica

Di quelle caratteristiche i vescovi italiani in questa nuova lettera riprendono alcuni aspetti che ritengono debbano meritare uno sguardo aggiornato visto il mutato contesto sociale e culturale. Primo nodo cruciale: l’Insegnamento di religione cattolica (IRC) rimane prezioso per tre soggetti: scuola stessa, società, comunità ecclesiale. Secondo nodo: il valore dell’IRC oggi vanta un profilo altamente scolastico pur avendo mantenuto la nota di confessionalità. Terzo nodo cruciale: se l’IRC è disciplina scolastica e confessionale al contempo e sa parlare ad intra e ad extra, sembra perfettamente attagliarsi in un’Italia ormai multi-religiosa e pluri-culturale.


Il patrimonio culturale del cattolicesimo è immenso e spesso mi fa tenerezza sentire a volte da parte di qualche alunno: «Prof, perché la religione ha un programma?». In una fase estremamente fluida della vita sociale – cito un passo della lettera – dal punto di vista etico e valoriale, l’IRC potrebbe offrire lo spessore adulto ed educativo adeguato di cui i ragazzi hanno bisogno. Ma è la dimensione storica, secondo me, la chiave sottolineata dai vescovi per illuminare le generazioni future. Essi insistono sull’importanza del fattore religioso nel dibattito pubblico per una società democratica matura.


Democrazia e complessità del fenomeno religioso

Credo che i nostri vescovi siano convinti che la vera democrazia è quella che garantisce tutte le libertà di scelta, in primis il principe delle libertà di scelta: la libertà religiosa. Lo studio delle religioni e/o delle componenti della dimensione religiosa dell’umano, che i vescovi sottolineano essere uno dei tratti caratteristici delle indicazioni scolastiche, non possono che favorire processi di incontro, di dialogo, di integrazione, quindi di democrazia.


Io in classe spesso uso la parola democrazia, ribadendo che l’ora di religione è l’ora della libertà, non quella naturalmente di non far nulla, ma quella nella quale liberamente si è deciso di far qualcosa per sè stessi. E i ragazzi comprendono quello che voglio dire perché in essi è viva questa sensibilità per la libertà. Gli alunni, già dallo stesso inquadramento di non-obbligatorietà disciplinare della religione cattolica nell’ordinamento giuridico scolastico, se ben indirizzati dal docente a rifletterci su, possono apprendere la bellezza del fenomeno religioso, le sue aperture, le sue potenzialità ad una convivenza pacifica.


L’insegnante di religione e le comunità ecclesiali

Questo è il punto più utopico, e lo dico in senso alto e nobile e non in senso deleterio e rassegnato. I vescovi, in coerenza con la nota distintiva della confessionalità, con la peculiarità della figura di educatore credente che ne discende e che si pretende, con l’istituto dell’idoneità quale segno di riconoscimento di certe qualità in nome della comunità ecclesiale tutta, dedicano la terza ed ultima parte della lettera al rapporto tra IRC e comunità ecclesiale. Sono sincero: onore ed onere in quello che i vescovi asseriscono! L’IRC va ricollocato nel quadro dell’azione pastorale complessiva.


Ripeto perché non è cosa da poco: il mondo della scuola è un pezzo di mondo a cui la Chiesa non può più fare a meno di guardare se è vero, come è vero, che la realtà dove il parroco era pure l’insegnante è tramontata ormai da un pezzo. I vescovi ci chiamano ad un compito arduo: testimoniare e animare senza mai confondere missione evangelizzatrice e insegnamento scolastico, praticando il dialogo culturale nei confronti delle altre discipline e delle altre religioni. Ma ancor più interessante: tutto questo non rimane fuori dalla porta della parrocchia o del luogo dove un gruppo ecclesiale si riunisce. La competenza e l’esperienza vanno valorizzate dentro la comunità ecclesiale, in ogni settore di essa.

 
editore |20.11.2017
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Prima lettura: Ezechiele 34,11-12.15-17  






Così dice il Signore Dio: Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e le passerò in rassegna. Come un pastore passa in rassegna il suo gregge quando si trova in mezzo alle sue pecore che erano state disperse, così io passerò in rassegna le mie pecore e le radunerò da tutti i luoghi dove erano disperse nei giorni nuvolosi e di caligine.


Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e io le farò riposare. Oracolo del Signore Dio. Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita, fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte; le pascerò con giustizia. A te, mio gregge, così dice il Signore Dio: Ecco, io giudicherò fra pecora e pecora, fra montoni e capri.






 




  • La pericope consolatoria fa parte dei quattro oracoli sul tema del «pastore»: il primo è un oracolo minaccioso contro gli indegni pastori d'Israele (34,1-10), il secondo, da cui è estrapolato il brano in questione presenta JHWH come pastore di salvezza (34,1-16); il terzo ritorna a minacciare i cattivi pastori (34,17-22); il quarto è la promessa della venuta di Davide come pastore e principe.




      Il Signore rassicura il suo popolo: egli stesso interverrà a riorganizzare la comunità a lui fedele, togliendola ai cattivi pastori, e verrà a prendersi cura personalmente di ciascuno dei suoi. La parola del Signore Dio diventa motivo di speranza per il suo popolo, egli sarà per i suoi eletti come il pastore che ama il suo gregge e passa continuamente in mezzo ad esso per assicurarsi che nessuno manchi. Recupererà le pecore dovunque esse siano disperse e le ricondurrà nei verdi pascoli. Le passerà in rassegna una ad una, si renderà conto dei bisogni di ciascuna: curerà quella malata, fascerà quella ferita, ricondurrà all'ovile quella smarrita, ma non si dimenticherà neppure della grassa e della forte. Tutte pascerà con giustizia e per tutte emetterà il suo giudizio separando le pecore e le capre.


 


Seconda lettura: 1 Corinzi 15,20-26.28






Fratelli, Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti. Perché, se per mezzo di un uomo venne la morte, per mezzo di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti. Come infatti in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita.


Ognuno però al suo posto: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo. Poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo avere ridotto al nulla ogni Principato e ogni Potenza e Forza. È necessario infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L’ultimo nemico a essere annientato sarà la morte.  E quando tutto gli sarà stato sottomesso, anch’egli, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti.






 




  •  Il capitolo 15 della prima lettera ai Corinzi, che presenta una profonda riflessione di Paolo sul grande tema teologico della risurrezione dei morti, occupa un posto centrale nell'economia della lettera stessa e spesso viene considerato come uno dei punti focali per la lettura e l'interpretazione di tutto lo scritto.




      Il capitolo si articola in due grandi parti: la prima (vv. 1-34), della quale fanno parte i versetti che si proclama nella seconda lettura della liturgia eucaristica di questa domenica, affronta l'interrogativo di fondo sulla risurrezione dei cristiani, affermando e motivando la loro speranza nella risurrezione di Cristo, «primizia» di coloro che sono morti; la seconda (vv. 35-58) analizza il problema circa la «modalità» della risurrezione dei corpi e ne sottolinea la differenza rispetto alla condizione umana e terrena.


      Paolo intende mettere in evidenza il legame fra la risurrezione di Cristo e la futura risurrezione dei credenti. La risurrezione di Gesù non è un fatto isolato e unico. Cristo è bensì il primo di quanti lo seguiranno sulla stessa via. Gesù è primizia, il primo frutto del campo. Egli non è il primo solo in ordine cronologico, ma è il primo in ordine di un «inizio»: dopo di lui, che comincia, verranno tutti gli altri. Il rapporto è intrinseco, in forza di Cristo risorto anche gli altri risorgeranno: egli è il principio attivo, la causa della risurrezione di quanti sono a lui intimamente legati.


      Il parallelismo con Adamo serve a Paolo per spiegare il legame del credente con Cristo e si serve di una concezione teologica assodata: la trasmissione del peccato di Adamo. Detto questo, Paolo fa riferimento agli eventi della fine: venuta gloriosa di Cristo (parusia), realizzazione completa del suo dominio regale su ogni forza contraria, regno conclusivo di Dio. Paolo nella descrizione assume lo stile convenzionale dell'escatologia e dell'apocalisse: la fine, la sconfitta delle potenze malvagie; ma gli eventi ultimi sono caratterizzati da Cristo, dalla sua apparizione e dal suo dominio regale; la risurrezione dei credenti fa parte del suo futuro di vincitore.


      Paolo accenna anche ad alcune fasi che hanno fatto pensare che egli prospettasse una fase del regno di Cristo caratterizzata dalla risurrezione dei credenti distinta da quella ultima del regno di Dio. In realtà l'unica vera distinzione di tempi è quella tra Cristo, il primo, e i credenti. La scansione successiva serve solo all'autore per sottolineare la ricchezza dell'evento che, iniziato con la risurrezione di Cristo, avrà il suo compimento definitivo nel futuro del suo regno pienamente realizzato, che comporta la risurrezione o la vittoria sulla morte e che sfocia in Dio.


 


Vangelo: Matteo 25,31-46






 In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:  «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra.


Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”.  Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.  Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”. Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”.  E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».






 


Esegesi 


      Questa pagina evangelica riporta la chiusura del discorso escatologico, sulla venuta del Figlio dell'uomo, con una descrizione grandiosa della scena del giudizio finale (vv. 31-46). S'impone all'attenzione per la forza del suo messaggio e per la suggestione della sua scenografia, ricca e colorita, e per la presenza di un duplice dialogo.


      Si tratta di un testo di largo respiro universalistico che presenta l'appartenenza al regno come concreta conseguenza della reale accoglienza del fratello bisognoso. Il dramma del giudizio si svolge secondo due momenti preceduti da una introduzione (vv. 31-33) che presenta la venuta gloriosa del Figlio dell'uomo, la convocazione dei popoli e la loro separazione.


      La parte centrale (vv. 34-45) presenta il dialogo del re prima con quelli di destra e poi con quelli di sinistra; la conclusione descrive l'esecuzione delle sentenze con la doppia via a cui si avviano giusti e ingiusti. Il giudice è chiamato «Figlio dell'uomo» e «re». La presentazione di Gesù di Nazareth è solenne e gloriosa; egli è il Messia perseguitato, crocifisso e ucciso e che ora si presenta glorioso e risorto. È il Figlio dell'uomo non più legato alla debolezza e alla fragilità della condizione umana, ma è il re vittorioso, il giudice universale del mondo intero.


  Un giudice, tuttavia che pronuncia il giudizio a partire dalla croce e quindi dalla logica dell'amore donato e offerto per la salvezza di tutta l'umanità. Il re che giudica svela il vero senso dell'amore apparso nel crocifisso: sterile, vuoto e senza senso per i più, ma fonte infinita di redenzione e di grazia.


      La pagina evangelica ci rivela dunque il vero volto di «Cristo Re» e ci suggerisce la vera identità dell'uomo da lui redento: un uomo che si fa guidare solo dall'amore verso i fratelli e che proprio a partire da questo amore (o dall'assenza di amore) verrà giudicato.


      L'immagine del re che giudica sul trono si confonde con quella del pastore che vigila e custodisce il suo gregge, rendendo il testo pienamente aderente al messaggio biblico dell'Antico Testamento. Risalta pure l'opposizione fra i due gruppi che sono in relazione con il re che siede sul trono: quelli che stanno alla sua destra e quelli che stanno alla sua sinistra. Opposizione che sarà ripresa e scandita alla fine del brano con la «benedizione» per i primi e con la «maledizione» per i secondi; con l'ingresso nel regno «preparato per voi fin dalla creazione del mondo» per i primi, con l'abbandono nel fuoco eterno «preparato per il diavolo e i suoi angeli» per i secondi; con l'identificazione dei primi con «i miei fratelli più piccoli» e con la presentazione lapidaria dei secondi chiamati «quelli».


      L'elenco delle situazioni di bisogno alle quali corrispondono l'opera prestata o negata segue ancora uno schema di raggruppamento a due e percorre in modo sintetico tutta la condizione umana e bisognosa dell'uomo.


      In questo testo Matteo sottolinea l'importanza di rendere conto a Cristo di tutte le azioni «fatte o non fatte», alla luce di quanto era stato già anticipato nel grande discorso della montagna (Mt 7,21-23). Matteo sottolinea inoltre che l'essenziale della vita cristiana non sta nel dire o nel confessare Cristo a parole, ma nel praticare l'amore concreto per i poveri, i forestieri e gli oppressi.


      Ogni aiuto che si presta al prossimo in una situazione di bisogno è un aiuto dato a Gesù stesso, ha un valore permanente e imperituro, ci rende pronti per la vita eterna e ci apre le porte del regno dei cieli. L'omissione o il rifiuto di aiuto causa la rovina nel giudizio e conduce al castigo eterno.


 


Meditazione 


     Questa ultima domenica dell'anno liturgico presenta un messaggio escatologico centrato su un intervento di Dio che è di giudizio. Nella prima lettura Dio annuncia che egli in persona opererà un giudizio sul suo popolo, non solo nei confronti dei capi (montoni e capri), ma di ciascun membro del popolo (pecore). Il vangelo presenta Gesù quale re e giudice escatologico che separa pecore e capre, che opera il giudizio su ogni uomo basandolo sulla concreta prassi di carità. Paolo parla dell'estensione della signoria di Cristo Risorto che raggiungerà il suo apice nella sottomissione della potenza della morte che imperversa nella creazione sottomettendola a caducità.


     Il giudizio è elemento centrale della fede cristiana. L'annuncio del giudizio vuole suscitare la responsabilità del credente nel mondo affinché la sua prassi unifichi misericordia e giustizia. La sua portata universale, per cui riguarda ogni uomo, va intesa anche nel senso di giudizio di tutto l'uomo, ovvero, come sguardo di Dio che fa emergere il bene e il male che abitano nel cuore dello stesso uomo: «Il medesimo uomo è in parte salvato e in parte condannato» (Ambrogio, In Ps. CXVIII Expositio, 57). Affinché Dio sia tutto in tutti, affinché solo l'amore resti e non ci sia più il male occorre il fuoco purificatore dell'incontro con il Signore che bruci ciò che in noi è contrario all'amore.


     L'evocazione matteana del giudizio, con l'elemento determinante della sorpresa dei giudicati, mette a nudo il cuore dell'uomo e conduce il lettore del vangelo a interrogarsi sulla qualità della sua prassi.


     Il giudizio è anche l'atto attraverso cui Dio può instaurare la sua giustizia e la sua signoria sulla storia e sull'umanità. Il giudizio è misura di giustizia divina nei confronti di tutti coloro che nella storia sono stati oppressi e sfruttati dagli uomini, che nella vita sono stati soltanto vittime, senza soggettività, senza voce, senza diritti.


     Il giudizio rileva in particolare l'omissione, il peccato del non fare. Ovvero, il peccato più diffuso e che più facilmente si può coprire con giustificazioni e scuse. Il «non amare» è il grande peccato: Dio ci giudica nel malato o nel carcerato che non visitiamo, nel bisognoso di cui non ci prendiamo cura, nell'altro che non amiamo. Se il giudizio di Dio è il suo sguardo che vede ciò che abita nel cuore dell'uomo, esso smaschera anzitutto ciò che non abbiamo voluto vedere: esso vede il nostro vedere e il nostro non-vedere.


     Questo sguardo di Dio giudica anche il tipo di sguardo che abbiamo sul povero e sul bisognoso. Giudica il nostro giudicare l'altro per cui un carcerato è uno che ha ciò che si merita, lo straniero è uno che disturba la nostra tranquillità, il malato è uno che sconta i suoi peccati... Il giudizio divino giudica il nostro chiudere le viscere a chi è nel bisogno (1Gv 3,17).


     L'universalità del giudizio emerge anche dal fatto che si fonda sulla valutazione di gesti umani, umanissimi, fatti (o non fatti) da credenti e da non credenti. I semplici gesti di aiuto, carità e vicinanza espressi in Mt 25,31-46 costituiscono una sorta di grammatica elementare dell'umana relazione con l'altro. Una grammatica senza la quale non si potrà mai comporre una frase veramente cristiana. Il volto supplice dell'altro mi interpella: l'uomo è colui che risponde di un altro uomo.


     Negli esempi di aiuto e prossimità enumerati nel testo evangelico vi è un aspetto spesso trascurato nella riflessione: la capacità di lasciarsi aiutare, di lasciarsi avvicinare, toccare, curare. La capacità e l'umiltà di lasciarsi amare fattivamente. Una capacità che rivela una dimensione di povertà più radicale della malattia o della fame o della nudità e che si chiama umiltà. L'umiltà che può nascere dalle umiliazioni operate dalla vita o procurate dagli uomini.


     Come imparare a fare il bene agli altri? Dal proprio desiderio, risponde Gesù quando dice di fare agli altri ciò che si vorrebbe fosse fatto a noi (Mt 7,12). E il desiderio che abbiamo è di essere amati, raggiunti dagli altri nel nostro bisogno. Così, «colui che fa del bene al suo prossimo, fa del bene a se stesso, e colui che sa amare se stesso, ama anche gli altri» (Antonio, Lettera IV,7).


 


L’IMMAGINE DELLA DOMENICA



 












PASTORE A MORAL DE HORNUEZ (SEGOVIA-SPAGNA)  -   2013













«ECCO L’UOMO»


L’uomo testimone della verità,


perché essa parla in lui.


L’uomo all’ascolto della verità


che parla nell’altro.


L’uomo alla ricerca della verità


che lo attira nel cammino della vita.


(M.F. Lacan)


 


Preghiere e racconti



 



Che cosa è tuo?

«A chi faccio torto se mi tengo ciò che è mio?», dice l'avaro. Dimmi: che cosa è tuo? Da dove l'hai preso per farlo entrare nella tua vita? I ricchi sono simili a uno che ha preso posto a teatro e vuole poi impedire l'accesso a quelli che vogliono entrare ritenendo riservato a sé e soltanto suo quello che è offerto a tutti. Accaparrano i beni di tutti, se ne appropriano per il fatto di essere arrivati per primi. Se ciascuno si prendesse ciò che è necessario per il suo bisogno e lasciasse il superfluo al bisognoso, nessuno sarebbe ricco e nessuno sarebbe bisognoso.


Non sei uscito ignudo dal seno di tua madre? E non farai ritorno nudo alla terra? Da dove ti vengono questi beni? Se dici «dal caso», sei privo di fede in Dio, non riconosci il Creatore e non hai riconoscenza per colui che te li ha donati; se invece riconosci che i tuoi beni ti vengono da Dio, spiegaci per quale motivo li hai ricevuti. Forse l'ingiusto è Dio che ha distribuito in maniera disuguale i beni della vita? Per quale motivo tu sei ricco e l'altro invece è povero? Non è forse perché tu possa ricevere la ricompensa della tua bontà e della tua onesta amministrazione dei beni e lui invece sia onorato con i grandi premi meritati dalla sua pazienza? Ma tu, che tutto avvolgi nell'insaziabile seno della cupidigia, sottraendolo a tanti, credi di non commettere ingiustizie contro nessuno?


Chi è l'avaro? Chi non si accontenta del sufficiente. Chi è il ladro? Chi sottrae ciò che appartiene a ciascuno. E tu non sei avaro? Non sei ladro? Ti sei appropriato di quello che hai ricevuto perché fosse distribuito.


Chi spoglia un uomo dei suoi vestiti è chiamato ladro, chi non veste l'ignudo pur potendolo fare, quale altro nome merita? Il pane che tieni per te è dell'affamato; dell'ignudo il mantello che conservi nell'armadio; dello scalzo i sandali che ammuffiscono in casa tua; del bisognoso il denaro che tieni nascosto sotto terra. Così commetti ingiustizia contro altrettante persone quante sono quelle che avresti potuto aiutare.


(BASILIO DI CESAREA, Omelia 6,7, PG 31,276B-277A).


 


Bellezza oltre ogni descrizione

Uno dei romanzi più noti di André Gide (1869-1951) s'intitola La sinfonia pastorale. Il libro è ambientato nella Svizzera di lingua francese negli anni Novanta (1890) e narra la storia di una complessa relazione fra un pastore protestante e Gertrude, una ragazza cieca dalla nascita.


Di particolare interesse è il modo in cui il pastore prova a comunicare a Gertrude cose come la bellezza dei prati alpini, trapuntati di fiori dai colori sgargianti, e la maestà delle montagne dalle cime innevate. Egli prova a descrivere i fiori azzurri che crescono sulla riva del fiume paragonandoli al colore del cielo, ma deve rendersi subito conto che lei non può vedere il cielo per apprezzare il paragone. In questo suo lavoro egli si sente continuamente frustrato dalla limitatezza del linguaggio che usa per far conoscere la bellezza e lo stupore della natura alla giovane cieca. Ma le parole sono il solo strumento di cui dispone. Non può che perseverare sapendo di poter comunicare solo a parole una realtà che non può mai essere completamente espressa con parole.


Allora ecco un nuovo e insperato sviluppo. Un oculista della vicina città di Losanna ritiene che la ragazza possa essere operata agli occhi in modo da ottenere la vista. Dopo tre settimane trascorse nella casa di cura, ella torna a casa, dal pastore. Adesso può vedere e sperimentare da sola le immagini che il pastore aveva cercato di comunicarle solo attraverso le parole.


“Appena ho acquistato la vista - ella disse - i miei occhi si sono aperti su un mondo più stupendo di come avrei mai potuto sognare che fosse. Sì, davvero, non mi sarei mai immaginata che la luce del giorno fosse così brillante, l’aria così limpida e il cielo così vasto”.


La realtà sorpassa di gran lunga la descrizione verbale. La pazienza del pastore e le sue goffe parole non avrebbero mai potuto descrivere adeguatamente il mondo che la ragazza non poteva vedere da sola, il mondo che chiedeva di essere sperimentato piuttosto che meramente descritto.


Per il cristiano, il mondo presente contiene indizi e segnali di un altro mondo, un mondo che possiamo cominciare a sperimentare ora, ma che conosceremo nella sua pienezza solo alla fine.


(Alister Mc Grafth, Il Dio sconosciuto, Cinisello Balsamo, 2002, 35-37).


 


«Voglio che sia una regina: la mia mamma"»

«C'era una volta, tanti secoli fa, una città famosa. Sorgeva in una prospera vallata e, siccome i suoi abitanti erano decisi e laboriosi, in poco tempo crebbe enormemente. Era insomma una città felice nella quale tutti vivevano in pace. Ma un brutto giorno, i suoi abitanti decisero di eleggere un re. Suonate le trombe, gli araldi li riunirono tutti davanti al Municipio. Non mancava nessuno. Lo squillo di una tromba impose il silenzio su tutta l'assemblea. Si fece avanti allora un tipo basso e grasso, vestito superbamente. Era l'uomo più ricco della città. Alzò la mano carica di anelli scintillanti e proclamò: "Cittadini! Noi siamo già immensamente ricchi. Non ci manca il denaro. Il nostro re deve essere un uomo nobile, un conte, un marchese, un principe, perché tutti lo rispettino per il suo alto linguaggio".


"No! Vattene! Fatelo tacere' Buuu". I meno ricchi della città cominciarono una gazzarra indescrivibile. "Vogliamo come re un uomo ricco e generoso che ponga rimedio ai nostri problemi!".


Nello stesso tempo, i soldati issarono sulle loro spalle un gigante muscoloso e gridarono: "Questo sarà il nostro re! Il più forte!".


Nella confusione generale, nessuno capiva più niente. Da tutte le parti scoppiavano grida, minacce, applausi, armi che s'incrociavano.


Suonò di nuovo la tromba. Un anziano, sereno e prudente, sali sul gradino più alto e disse: "Amici, non commettiamo la pazzia di batterci per un re che non esiste ancora. Chiamiamo un innocente e sia lui ad eleggere un re tra di noi".


Presero un bambino e lo condussero davanti a tutti. L'anziano gli chiese: "Chi vuoi che sia il re di questa città così grande?".


Il bambinetto li guardò tutti, si succhiò il pollice e poi rispose: "I re sono brutti. Io non voglio un re. Voglio che sia una regina: la mia mamma"».


(B. Ferrero, C'è qualcuno lassù, Torino, LDC, 1993, 12-13).


 


Tutto gli sarà sottomesso

Colui che ci ha uniti a sé e che si è unito a noi e che in tutto è divenuto uno con noi, fa suo tutto ciò che è nostro. Il nostro sommo bene è la sottomissione al divino, quando tutta la creazione sarà concorde con se stessa e «ogni ginocchio si piegherà davanti a lui, gli esseri del cielo, della terra e degli inferi e ogni lingua proclamerà che Gesù Cristo è il Signore» (Fil 2,10-11).


Allora, quando la creazione sarà divenuta un solo corpo e tutti saranno uniti gli uni agli altri in lui, per mezzo dell'obbedienza, indirizzerà a se stesso l'obbedienza che il suo corpo rivolgeva al Padre. [...] La sottomissione del corpo della chiesa è rivolta a colui che abita nel corpo. E poiché tutto ciò che è sarà salvato in lui e poiché salvezza significa sottomissione, come il salterio ci invita a pensare (cfr. Sal 8,6; 36,7; 61,1.5), di conseguenza questo passo dell'Apostolo ci insegna a credere che non ci sarà niente al di fuori dei salvati. Il testo ci indica questo attraverso la purificazione della morte e la sottomissione del Figlio, perché tutte queste parole sono in accordo le une con le altre: il fatto che non ci sarà più morte e il fatto che tutti saranno in vita. Ora la vita è il Signore, il quale, secondo la parola dell'Apostolo, introduce tutto il suo corpo presso il Padre quando rimette la regalità a Dio Padre. Il suo corpo, come è stato detto molte volte, è tutta la natura umana alla quale è stato unito. E in questo senso che Paolo ha chiamato il Signore «mediatore tra Dio e gli uomini» (1 Tm 2,5). Colui che è nel Padre e che è venuto in mezzo agli uomini compie l'opera di mediazione unendo tutti a lui e attraverso di lui al Padre, come dice il Signore nell'evangelo indirizzandosi al Padre: «affinché tutti siano uno come tu, Padre, sei in me e io in te, anch'essi siano uno in noi» (Gv 17,21). Chiaramente questo passo proclama che, unendoci a lui che è nel Padre, egli ci procura attraverso se stesso l'unione con il Padre.


(GREGORIO DI NISSA, Quando avrà sottomesso a sé ogni cosa, PG 44,1317D-1320C).


 


«Venite, benedetti del padre mio»

Allora il Re dirà a quelli che saranno alla sua destra «Venite, benedetti del padre mio: ereditate il regno che è stato apparecchiato dalla fondazione del mondo. Perché io ebbi fame, e voi mi deste da mangiare; ebbi sete, e vo mi deste da bere; fui forestiero, e voi mi accoglieste; ignudo, e mi rivestiste; infermo, e m rivisitaste; in prigione, e voi veniste a me». I giusti risponderanno: «Signore, quando ti abbiamo noi veduto aver fame, aver sete; quando ti abbiamo veduto forestiero, o ignudo, o malato, o in prigione?». E il Re risponderà loro: «In verità io vi dico: tutte le volte che l'avete fatto a uno di questi miei minimi fratelli, è a me che voi l'avete fatto».   


Quale speranza! Tutti coloro che scopriranno che il loro prossimo era lo stesso Gesù appartengono, dunque, alla moltitudine di quelli che ignorano il Cristo o l'hanno dimenticato. E nondimeno sono essi, i diletti. Non è in potere di alcuno, tra coloro che portano la carità nel cuore, di non servire il Cristo. Taluno che crede odiarla gli ha consacrato la vita; poiché Gesù è travestito e mascherato in mezzo agli uomini, nascosto nei poveri, negli infermi, lei prigionieri, nei forestieri. Molti che lo servono ufficialmente, non seppero mai chi egli è; ma molti che non conoscono neppur di nome, udranno l'ultimo giorno le parole che spalancheranno loro le porte della gioia: «Ero io, quei figliuoli, ero io, quegli operai; io piangevo su quel letto di ospedale; ero quell'assassino nella sua cella, quando tu lo consolavi».


(E. MAURIAC, Vita di Gesù, Milano, Mondadori, 1950, 126).


 


Il samaritano

“Un uomo scivolò e cadde in una buca. Vide un prete che si ritrovava a passare da lì e gli chiese aiuto per uscire dalla fossa. Il religioso lo benedisse, ma proseguì per la sua strada. Qualche ora dopo giunse un medico. L’uomo lo pregò di aiutarlo: il medico però, si limitò a guardare i graffi dell’altro e a compilare una ricetta, dicendogli di acquistare quelle medicine nella farmacia più vicina. Alla fine, arrivò un tizio che non aveva mai visto prima. Di nuovo, la vittima chiese aiuto e lo sconosciuto si calò nella buca. “E adesso? Siamo entrambi intrappolati quaggiù!” Fu allora che il soccorritore disse: “No, non è così! Io conosco bene questo posto e so come uscire dalla fossa.”


(Paulo COELHO, Aleph, Romanzo Bompiani, Milano, 2011, 38)


 


Giudizio finale

Tu giudicaci tutti


come se tutti fossimo bambini


che giocano con la vita


in questo cortile assurdo e prodigioso.


Quando giunge la notte,


raccoglici tutti


nel calore della tua Casa


per sempre.


E pianta di bellezza imperitura


il vecchio cortile amato...


(Pedro Casaldáliga)


 


Preghiera

Signore, abbiamo compreso con la parola tagliente e vera, che oggi ci hai donato, che l’essenziale della vita non è confessarti a parole, ma praticare l’amore concreto per i poveri e per quelli che sono stati favoriti dalla vita. Questo significa fare la volontà del Padre tuo, vivere di te, forse anche da parte di coloro che non ti conoscono bene. Signore Gesù, tu ti identifichi con i perseguitati, con i poveri, con i deboli. Tu ci hai dato un esempio chiaro di vita, che hai racchiuso nel vangelo e specie nelle beatitudini pronunciate sul Monte.


Il segno che è arrivato il tuo regno si trova nel fatto che in te l’amore concreto di Dio raggiunge i poveri, gli emarginati, non a causa dei loro meriti, bensì in ragione stessa della loro condizione d’esclusi, d’oppressi, perché tu sei dio e perché questi che sono considerati ultimi sono i primi “clienti” tuoi e del Padre tuo.


Aiutaci, Signore, a capire che trascurare quest’amore concreto per i poveri, i forestieri, i prigionieri, coloro che sono nudi o che hanno fame, significa non vivere secondo la fede del regno ed escluderli dalla sua logica. Mancare all’amore è rinnegare te, perché i poveri sono tuoi fratelli e lo sono appunto a motivo della loro povertà.


Facci capire fino in fondo che essi sono il luogo privilegiato della tua presenza e di quella del Padre tuo celeste.


 



* Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di:


- Temi di predicazione. Omelie. Ciclo A, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 2004;2007-.


- Messalino festivo dell’Assemblea, Bologna, EDB, 2007.


- La Bibbia per la famiglia, a cura di G. Ravasi, Milano, San Paolo, 1998. 


- J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret, Milano, Rizzoli, 2007.


- J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret. Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2011.


- J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, L’infanzia di Gesù, Milano/Città del Vaticano, Rizzoli/Libreria Editrice Vaticana, 2012.


- E. BIANCHI et al., Eucaristia e Parola. Testi per le celebrazioni eucaristiche. Tempo ordinario anno A [prima parte], in «Allegato redazionale alla Rivista del Clero Italiano» 89 (2008) 4, 84 pp.


- Liturgia. Anno A. CD, Leumann (To), Elle Di Ci, 2004. 


- A. PRONZATO, Il vangelo in casa, Gribaudi, 1994.


- F. ARMELLI, Ascoltarti è una festa. Le letture domenicali spiegate alla comunità, Anno A, Padova, Messaggero, 2001.  


- D. GHIDOTTI, Icone per pregare. 40 immagini di un’iconografia contemporanea, Milano, Ancora, 2003.


---


- Immagine della domenica, a cura di García-Orsini-Pennesi.


 


PER L'APPROFONDIMENTO:


XXXIV DOMENICA TEMPO ORDINARIO CRISTO RE ANNO A 


 
editore |13.11.2017
Cattura

L'UCN propone un  percorso per sperimentare il lavoro d'equipe e per riappropriarsi di consapevolezza e strumenti per l'educazione nella catechesi (IG 82,85,86).


L'iniziativa avrà luogo nei giorni 17, 18 e 19 novembre 2017, a Roma, presso il "The Church Village".


Il percorso si articola in quattro momenti che tratteggiano la formazione dell’equipe in tutti i suoi aspetti.
I Momento: A TRATTI, nelle nostre storie formative. Costruire il ritratto delle nostre e conoscere il modello formativo da cui siamo attratti.
II Momento: IL TRATTO. Formare nello stile di Dio. I modelli educativi non sono neutrali, individuare il tratto di una formazione che segue lo stile pedagogico di Gesù.
III Momento: A(T)TRAVERSO. Ritratti formativi di un'equipe. (Ri)scoprire l'arte di... saper lavorare insieme!
IV Momento: VERSO. Prospettive formative condivise. Scegliere linee condivise.


PROGRAMMA e DEPLIANT INFORMATIVO


ISCRIZIONI
Le iscrizioni avverranno on-line su
http://www.iniziative.chiesacattolica.it/formazioneucd2017
Chi riscontrasse delle difficoltà è pregato di contattare la segretaria allo 06/66398216 - 06/66398301
Le iscrizioni saranno possibili fino al 23 ottobre 2017


QUOTE:
* con alloggio: dalla cena del 17 al pranzo del 19 (non frazionabile), incluso contributo liberale:
- in singola: € 240,00
- in doppia: € 180,00


* senza alloggio:
- contributo liberale: € 30,00
- singolo pasto: € 22,00


MODALITÀ DI VERSAMENTO:
* Conto Corrente Postale: CCP n. 45508009, intestato a Conferenza Episcopale Italiana; causale 17010 Formazione Equipe UCD + Cognome del partecipante.
* Bonifico Bancario: Banca Popolare, IBAN IT17U0503411750000000165900; causale 17010 Formazione Equipe UCD + Cognome del partecipante.
La conferma del pagamento va comunicata entro il 23 ottobre inserendo il pdf o il numero CRO nell'iscrizione on-line oppure inviando copia via email a  ucn@chiesacattolica.it


SEGRETERIA ORGANIZZATIVA:
Ufficio Catechistico Nazionale
tel. 06/66398216 - 301 - fax 06/66398204
ucn@chiesacattolica.it
http://www.chiesacattolica.it/ucn


THE CHURCH VILLAGE
Via di Torre Rossa 94,
00165 Roma
tel. 06/660071
www.thechurchresort.com

 
Cattura
Roma - 17-19 Novembre

 
p411-ytjj91
Riflessione a partire dalla rivoluzione della tenerezza

 

CONVEGNO DI AGGIORNAMENTO E SEMINARIO DI STUDIO IRC 2017

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