FORUM «IRC»
 
 
editore |24.07.2017
XXX

 Prima lettura: 1 Re 3,5.7-12






n quei giorni a Gàbaon il Signore apparve a Salomone in sogno durante la notte. Dio disse: «Chiedimi ciò che vuoi che io ti conceda».  Salomone disse: «Signore, mio Dio, tu hai fatto regnare il tuo servo al posto di Davide, mio padre. Ebbene io sono solo un ragazzo; non so come regolarmi. Il tuo servo è in mezzo al tuo popolo che hai scelto, popolo numeroso che per la quantità non si può calcolare né contare. Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male; infatti chi può governare questo tuo popolo così numeroso?».  Piacque agli occhi del Signore che Salomone avesse domandato questa cosa. Dio gli disse: «Poiché hai domandato questa cosa e non hai domandato per te molti giorni, né hai domandato per te ricchezza, né hai domandato la vita dei tuoi nemici, ma hai domandato per te il discernimento nel giudicare, ecco, faccio secondo le tue parole. Ti concedo un cuore saggio e intelligente: uno come te non ci fu prima di te né sorgerà dopo di te».


 






 




  • Nella scena rievocata in questo brano (1 Re 3,3-15) ci troviamo agli inizi del regno di Salomone, quando ancora non si ha nessun indizio della perversione che secondo il racconto biblico successivo caratterizzerà il resto della sua vita (1 Re 11). Qui il giovane re ci viene presentato come un modello di uomo saggio, che chiede come supremo dono da Dio il giusto discernimento per poter governare bene il suo popolo. La saggezza di Salomone, caratterizzata altrove anche per una vasta conoscenza di carattere enciclopedico (cf 1 Re 5,9-14), viene qui qualificata come capacità di comprendere i propri limiti, e nello stesso tempo di sentire la necessità dell'aiuto del Signore per «distinguere il bene dal male» (v. 9).


         Ciò è possibile col dono del «cuore docile» (lett. in ebraico «cuore che ascolta»), definito poi come «un cuore saggio e intelligente» (v. 12). Così, non si tratta tanto di una saggezza quantitativa, ma qualitativa. È interessante notare come la sapienza preferita in questa preghiera da Salomone sia contrapposta agli altri beni di carattere più mondano che pure sono considerati importanti nell'Antico Testamento: vita lunga, ricchezza e, specialmente per un re, morte dei nemici.


         Proprio diverse, rispetto a questo ultimo punto, erano state le raccomandazioni di Davide al figlio prima della morte (1 Re 2,5-9). Inoltre, Salomone ha riconosciuto prima la fedeltà del Signore alla promessa fatta a Davide, per cui ringrazia il suo Dio per aver ereditato il trono di suo padre (v. 6).




 


Seconda lettura: Romani 8,28-30






   


       Fratelli, noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno. Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto, li ha anche predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; quelli poi che ha predestinato, li ha anche chiamati; quelli che ha chiamato, li ha anche giustificati; quelli che ha giustificato, li ha anche glorificati.


     






 




  • In questi tre brevi versetti anche Paolo ci offre un suo abbozzo del tema del regno di Dio, più caratteristico dei vangeli sinottici. Egli ci vede coinvolti in esso, in quanto corrisponde al «disegno» di Dio per noi. Giunto alla conclusione della sua esposizione della storia della salvezza che costituisce l'argomento della Lettera ai Romani, Paolo contempla in anticipo il suo compimento nella glorificazione finale insieme a Cristo, dopo che si sono percorse le tappe intermedie della elezione, della chiamata e della giustificazione. Tenendo presente tutto questo, egli può dire prima che «tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono chiamati secondo il suo disegno».


         Nel v. 28 abbiamo in Paolo uno dei pochi casi in cui il verbo amare ha Dio come oggetto e l'uomo come soggetto (gli altri casi si hanno in 1 Cor 2,9; 8,3; Ef 6,24). Ma anche in questo caso non si deve dimenticare che ci troviamo inseriti in un processo nel quale l'iniziativa è esclusivamente di Dio che chiama. Del resto prima Paolo ha parlato chiaramente dell'amore con cui Dio ci ha preceduto facendoci dono del suo Spirito: «La speranza poi non delude, perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (5,5). Questo concetto è ancora ribadito in 1 Giov 4,10: «Non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati».




 


Vangelo: Matteo 13,44-52






 In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi  averi e compra quel campo. Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra. Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci.


  Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».


 






 


Esegesi 


     Possiamo distinguere in questo brano evangelico tre brevi sezioni:


     1) Il tesoro nascosto e la perla preziosa (vv. 44-46)


     La forza evocatrice di queste due brevi parabole balza immediatamente agli occhi attraverso le due qualifiche abbastanza simili che le riassumono emblematicamente: tesoro, (perle) preziose. Queste due condizioni mettono in moto l'interesse di chi è capace di apprezzarle. Ma il contesto umano presupposto alle due immagini è diverso. Il tesoro na-scosto è scoperto per caso da chi lavora un campo non proprio per conto di estranei, mentre le perle preziose riguardano un mercante che lavora professionalmente per cercarle. Nell'un caso come nell'altro, ciò che conta è il capire che si è di fronte ad un'occasione da non perdere.


     Le due parabole, nella loro brevità, sono formulate in una maniera parallela, giacché in entrambi i casi si ripetono i quattro verbi fondamentali: trova/trovata, va, vende tutti i suoi averi, compra. Solo nel primo caso, trattandosi di una scoperta non prevista, si accentua il senso della sorpresa aggiungendo «pieno di gioia». In realtà, le situazioni evocate dalle due parabole sono un po’ diverse e servono bene a sottolineare due atteggiamenti spirituali differenti nei confronti del regno di Dio. Nel caso del contadino che lavora come salariato, c'è la sorpresa per una scoperta non prevista, ma ciò nonostante egli sa essere abbastanza tempestivo nel prendere le decisioni giuste per non perdere l'occasione di un insperato vantaggio. Nel mercante di perle preziose questa disposizione è più esplicita e in qualche modo più scontata.


     Anche di fronte al regno di Dio il nostro segreto desiderio di scoprirlo può presentare prima dell'incontro diversi gradi di consapevolezza, i quali conducono comunque ad un certo punto al passo decisivo dell'impegno personale e di una svolta di vita.


     2) La rete gettata nel mare (vv. 47-50)


     A proposito di questa parabola si deve ripetere quanto abbiamo osservato per quella che parlava del grano e della zizzania. Anche qui si parla di un elemento negativo, i pesci cattivi o scadenti da gettare via, i quali però non costituiscono l'oggetto principale di tutta l'operazione, ma solo una condizione necessaria per la realizzazione della finalità specifica della pesca, la raccolta dei pesci buoni. Usando lo stesso simbolo, suggerito allora dal suo mestiere. Gesù aveva detto a Pietro: «Non temere, d'ora in poi sarai pescatore di uomini» (Lc 5,10).


     La conclusione della parabola (vv. 49-50) è simile a quella precedente relativa alla spiegazione aggiunta alla parabola del grano e della zizzania (vv. 41-42): angeli, fornace ardente, pianto e stridore di denti.


     3) Il vero scriba (vv. 51-52)


     Gli scribi, esperti della Scrittura ebraica e della tradizione, rappresentano in Matteo una categoria di persone che, accanto ai sommi sacerdoti e ai farisei, sono menzionati molte volte in modo negativo e polemico, in quanto sono incapaci di comprendere la novità del messaggio di Gesù. Solo qui e in Mt 23,34 («Perciò ecco, io vi mando profeti, sapienti e scribi; di questi alcuni ne ucciderete e crocifiggerete, altri ne flagellerete nelle vostre sinagoghe e li perseguiterete di città in città») sembra che vengano visti in senso positivo. Ma nel nostro passo si dice chiaramente che si tratta di uno scriba convertito, che è divenuto «discepolo del regno dei cieli». Così il riscatto della sua figura avviene attraverso il suo superamento, per ribadire che il vero scriba è ormai quello che si fa discepolo, in analogia con quanto si è detto in Mt 11,11 : «In verità vi dico: tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista; tuttavia il più piccolo nel regno dei cieli è il più grande di lui». Ma nello stesso tempo si sottolinea un elemento di continuità tra l'antica e la nuova economia in armonia con quanto è stato detto ancor prima: «Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per compimento» (Mt 5,17).


     Se lo scriba offre qui un modello positivo che si può adattare al discepolo, è in forza di una qualità che gli era riconosciuta come caratteristica: la riflessione sui sacri testi della tradizione che può essere integrata con le osservazioni tratte dalla vita di ogni giorno; di tale atteggiamento si ha un esempio molto significativo proprio nelle parabole.


     In realtà, questo detto sullo scriba-discepolo suggella per Mt tutto il suo capitolo delle parabole, quasi a voler suggerire l'analogia che c'è tra il procedimento del discorso parabolico e l'attività esegetica dello scriba, che diventa feconda quando non si cristallizza sulle conoscenze del passato, ma si sa aprire agli orizzonti dischiusi dalla nuova rivelazione di Dio anche attraverso gli eventi della vita quotidiana.


 


Meditazione 


     La sapienza fa l'unità tra prima lettura e vangelo. Sapienza di Salomone che si esprime nel suo pregare, nel suo chiedere a Dio un cuore capace di ascolto, ovvero il discernimento per giudicare e governare, sapienza di Gesù che si esprime nel suo parlare in parabole ma anche sapienza dei protagonisti delle parabole del tesoro e della perla (Mt 13,44-45) che emerge nel loro discernimento e nella loro pronta decisione, e infine sapienza dello scriba divenuto discepolo del Regno che trae fuori dal suo tesoro cose nuove e cose antiche (Mt 13,52). La sapienza non è manichea, non elimina l'antico a esclusivo favore del nuovo e non resta ostinatamente attaccata all'antico per timore del nuovo, ma fa del nuovo la reinterpretazione dell'antico e dell'antico il fondamento del nuovo.


     La sapienza è l'arte di orientarsi nella vita, l'arte di governare il timone della nave: «l'uomo sapiente terrà saldamente il timone» (Pr 1,5 LXX). È l'arte del traghettatore, di chi governa, di chi istruisce. Ma è anzitutto l'arte di chi governa se stesso. Arte che si ottiene mediante la faticosa conoscenza di sé: «Il vero inizio per crescere in virtù è conoscere se stesso. Colui che si conosce è il solo padrone di sé e, senza avere un regno, è veramente un re» (Ronsard). È l'arte di cui oggi, nello smarrimento e nel disorientamento in cui viviamo, abbiamo grande bisogno. «Tu il tesoro, Tu la perla preziosa; o Signore, Tu hai incontrato me, non io ho trovato Te; Tu hai conquistato e afferrato me, non io ho acquistato Te; o mio Tu, io sono tuo». Questa antica invocazione suggerisce che il vero soggetto delle parabole di Mt 13,44-46 non è il mercante che ha acquistato la perla e nemmeno il bracciante che ha acquistato il campo che prima ha lavorato, ma proprio il tesoro, la perla preziosa: essi sono la luce che da nuovo senso e orientamento alla vita e in nome e in vista di cui si può vendere tutto, abbandonare tutto.


     E si può lasciare tutto nella gioia. La radicalità cristiana è autentica se sigillata dalla gioia. Anzi, la gioia è costitutiva di tale radicalità, perché questa va vissuta come grazia e nel rinnovarsi di una quotidiana gratitudine. Noi siamo grati di essere nella gioia.


     L'esperienza di chi trova il tesoro e vende tutto per esso è in realtà l'esperienza di chi sente la parola di Dio che gli dice: «Tu sei prezioso ai miei occhi e io ti amo; io do uomini e popolazioni in cambio di te» (Is 43,4). È questo amore il segreto della gioia della radicalità di una vita cristiana, è questo amore il bene prezioso da custodire e salvaguardare, è questo amore del Signore e per il Signore che può rinnovare vite tentate da vecchiezza, stanchezza, insensibilità, cinismo, indifferenza. A noi che nella preghiera diciamo al Signore: «Sei tu il mio Signore, nessun bene per me al di fuori di te» e «Sei tu il mio unico bene» (Sal 16,2) e ancora «In te, o Dio, gioisce il mio cuore, esulta il mio intimo» (Sal 16,9), è chiesto di metterci alla prova se Cristo abita in noi (cfr. 2Cor 13,5). E questo perché noi abitiamo là dov'è il nostro tesoro: è il tesoro che ci colloca, che ci situa. Se Cristo abita in noi, noi dimoriamo in Cristo e allora possiamo gioire di gioia indicibile nel cammino verso il Regno. C'è solo da riscoprire ogni giorno la preziosità del dono ricevuto combattendo la tentazione del banale, dello scontato, del «tutto è dovuto».


     Sia l'uomo che ha trovato la perla nel campo sia il mercante che ha trovato la perla di gran valore sono accomunati, nel loro agire coraggioso, forse anche folle e poco prudente («vendere tutto per acquistare una sola cosa»), dell’osare la propria gioia. La preziosità di una cosa e di una persona è relativa alla gioia che suscita in noi. La scelta dei due protagonisti delle parabole, così assimilabile alla radicalità cristiana (cfr. Mt 19,21: «Vendi i tuoi beni e dalli ai poveri e avrai un tesoro nei cieli, poi vieni e seguimi»), avviene nella gioia procurata dalla scoperta, prosegue nella gioia di procurarsi il bene prezioso, e custodisce nella gioia anche il momento della vendita di tutto, della privazione di ciò che si possedeva. Ma soprattutto, è promessa di gioia anche per il futuro. A differenza di ciò che avviene al giovane ricco che resta nella tristezza (Mt 19,22).


 


Immagine della domenica



 

"Togli ad un viaggiatore


la speranza di arrivare


e gli avrai tolto anche


la forza di camminare"


(Guglielmo di S. Thierry).


 


Preghiere e racconti



 



La perla


La perla di gran prezzo


giace nascosta giù nel profondo.


Come un pescatore di perle,


anima mia, tuffati,


tuffati profondo,


tuffati ancora più profondo e cerca!


Può darsi che non trovi nulla


la prima volta,


Come un pescatore di perle, anima mia,


senza stancarti, persisti e persisti ancora,


tuffati profondo, sempre più profondo,


e cerca!


Quelli che non conoscono il segreto


si prenderanno gioco di te


e tu ne sarai rattristata.


Ma non perderti di coraggio,


pescatore di perle, anima mia!


La perla di gran prezzo


è proprio nascosta là


nascosta proprio in fondo.


E' la tua fede


che ti aiuterà a trovare il tesoro,


è essa che permetterà


che ciò che era nascosto


sia finalmente rivelato.


Tuffati profondo,


tuffati ancora più profondo,


come un pescatore di perle, anima mia,


e cerca, cerca senza stancarti.


(Swami Parmánanda).


 


Trovare-andare-vendere-comprare


«Un uomo» e «un mercante» nei loro confronti compiono le stesse azioni: trovare-andare-vendere-comprare. Diverse invece  sono le strade attraverso le quali incontrare il tesoro, raggiungendo la propria piena autorealizzazione: per il primo si tratta di «fortunata scoperta», per il secondo di un faticoso cammino di ricerca. A tutti e due viene comunque chiesto totalità e radicalità. Non basta aver trovato, occorre andare-vendere-comprare. E questo è quanto si chiede a tutti. Ciò che si deve vendere è tutto quello che si possiede, poco o molto che sia. Il Vangelo richiede un distacco totale, non per spirito di sacrificio, ma per la preziosità del bene trovato. E si vende tutto senza rimpianti. In fondo, essere santi è un vero affare perché si trova la piena realizzazione di sé... in modo inaspettato o a lungo cercato. In ogni caso, si tratta di una occasione unica. È folle allora non chi va-vende-compra ma esattamente chi agisce in modo diverso. La realizzazione di sé, quale pienezza di vita, è frutto dell'aver trovato, dell'esperienza di un incontro che allarga il cuore. Per questo il vero cristiano non dice: «Ho lasciato», ma: «Ho trovato». Non dice: «Ho venduto il campo», ma: «Ho trovato un tesoro». L'uomo che si autorealizza nel fascino della santità parla molto non di ciò che ha lasciato, ma di ciò che ha trovato. Dinanzi al tesoro o alla perla preziosa tutto il resto perde valore: «Tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo» (Fil 3,8).


(CISM, Protesi verso il futuro...per essere santi, Roma, Il Calamo, 2003).


 


Dal perdere al trovare


Il discepolo è provocato ad assumere un duplice atteggiamento: da una parte, svincolarsi pian piano da tutto ciò che lo tiene legato e gli impedisce di seguire in piena libertà il Signore e, dall'altra, sperimentare che, tutto ciò che deve abbandonare, è pur sempre poca cosa nei confronti di ciò che gli viene donato.


«In certi momenti il Vangelo è duro, impopolare, perché duri sono i cuori degli uomini - i nostri, a volte, più di quelli degli altri -, bisognosi di essere ricondotti sulla via della vita per aprirsi al dono di una vita nuova e più piena umanità».


(CEI, Comunicare il vangelo in un mondo che cambia, 35).


 


Per ora, nascondi il tuo tesoro         


Hai trovato un tesoro: il tesoro dell'amore di Dio. Sai ora dov'è, ma non sei ancora pronto a  possederlo pienamente. Tanti affetti continuano ad agitarti. Per possedere pienamente il tuo tesoro, dovresti nasconderlo nel campo dove l'hai trovato, andare lietamente a vendere ogni cosa  che possiedi e poi tornare a comprare il campo.         Puoi essere davvero felice di aver trovato il tesoro: ma non devi essere così ingenuo da pensare di possederlo già. Soltanto quando avrai rinunciato a ogni altra cosa, il tesoro potrà essere completamente tuo. Aver trovato il tesoro ti pone in una nuova ricerca del tesoro stesso. La vita spirituale è una ricerca lunga e spesso ardua di quello che hai già trovato. Puoi cercare Dio soltanto quando lo hai già trovato. Il desiderio dell'illimitato amore di Dio è il frutto dell'essere stati toccati da quell'amore. Dato che trovare il tesoro è soltanto l'inizio della ricerca, devi stare attento. Se esponi il tesoro ad altri senza possederlo pienamente, potrai far del male a te stesso e persino perdere il tesoro. Un amore appena trovato ha bisogno di essere nutrito in uno spazio tranquillo e intimo. La sovraesposizione lo uccide. Per questo devi nascondere il tesoro e spendere le tue forze nel vendere la tua proprietà, affinché  tu possa comprare il campo dove lo hai nascosto.


Questa è spesso un'impresa dolorosa, perché il senso di chi sei è così intimamente legato a tutte le cose che possiedi: successo, amici, prestigio, denaro, titoli, e così via. Ma tu sai che nulla se non il tesoro stesso può veramente soddisfarti. Trovare il tesoro senza essere ancora pronto a possederlo pienamente ti renderà inquieto. È l'inquietudine della ricerca di Dio. È la via verso la santità. È la strada per il regno. È il cammino verso il luogo in cui potrai riposare.


(H. J.M. NOUWEN, La voce dell’amore, Brescia, Queriniana, 2005, 148-149).


 


I frutti nuovi insieme agli antichi


II tesoro «nel quale si trovano nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza» (Col 2,3) è la Parola di Dio che sembra nascosta nella carne di Cristo, oppure le sante Scritture nelle quali riposa la conoscenza del Salvatore [...]. Le belle perle sono la Legge e i Profeti e la conoscenza dell'Antico Testamento, ma esiste una perla unica, la più preziosa, la conoscenza del Salvatore, il mistero della sua passione, il segreto della sua risurrezione. E quando il mercante l'ha scoperta come l'apostolo Paolo disprezza come immondizia e spazzatura tutti i misteri della Legge e dei Profeti e tutte le antiche osservanze, nelle quali era vissuto in maniera irreprensibile, per guadagnare Cristo.


Non che la scoperta della nuova perla sia la condanna di quelle antiche, ma perché, paragonata a questa, ogni altra gemma ha minor valore [...]. «Avete capito tutte queste cose?. Gli risposero: Sì?». Questo discorso si indirizza specialmente agli apostoli ed è a loro che viene detto: «Avete capito tutte queste cose?» (Mt 13,51). Vuole che non si accontentino di ascoltare come il popolo, ma che capiscano perché saranno loro i maestri. «Per questo ogni scriba ammaestrato in ciò che riguarda il regno dei cieli è simile a un padre di famiglia che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Mt 13,52). Gli apostoli, gli scribi e i segretari del Salvatore, che scrivevano sulle tavole dei loro cuori di carne le sue parole e i suoi precetti, conoscevano i misteri del regno dei cieli. Le ricchezze del padrone di casa li rendevano potenti, perché attingevano nel tesoro della loro conoscenza cose nuove e cose antiche. E così tutto quello che predicavano nel vangelo, lo confermavano con la testimonianza della Legge e dei Profeti. Da qui le parole della sposa nel Cantico dei cantici: «Mio amato, ho custodito i frutti nuovi insieme agli antichi» (Ct 7,13 Vg).


(GIROLAMO, Commento a Matteo 2,13,44-46.51-52, SC 242, pp. 288-292).


 


Le prove di Dio nella nostra vita


Ho spesso pensato che la causa più comune del tumulto intimo negli esseri umani sia il conflitto di desideri, in quanto le nostre aspettative più alte e i nostri desideri più profondi sono sempre in lotta con la realtà. Il fatto è che concepiamo i nostri desideri, facciamo i nostri progetti, e poi speriamo che ci sia una bella strada spianata che conduce dritti alla realizzazione; purtroppo, però, spesso questo successo non rientra nel copione. Incespichiamo e non riusciamo nell’intento, perdiamo la lotta che con tutte le nostre forze desideriamo vincere, e dobbiamo rinunciare alle cose che vorremmo così tanto tenere. Davanti a tale considerazione, mi sono chiesto di frequente come sarebbe se io desiderassi solo la volontà di Dio, se prendessi Gesù sul serio, se avessi realmente la benedizione di essere povero di spirito, se le mie mani fossero aperte e protese in segno di disponibilità all’abbandono, se … “è davvero meglio la Perla di Grande Valore oppure darla via?”.


(J. POWELL, Perché ho paura di essere pienamente me stesso, Milano, Gribaudi, 2002, 97-98)


 


Racconto


«Una volta, un monaco mentre era in viaggio trovò una pietra preziosa e la prese con sé.  Un giorno incontra un viaggiatore e, quando aprì la borsa per condividere con lui le sue provviste, il viaggiatore vide la pietra e gliela chiese. Il monaco gliela diede immediatamente. Il viaggiatore partì, pieno di gioia per l'inaspettato dono della pietra preziosa che sarebbe stata sufficiente a garantirgli il benessere e la sicurezza per il resto della vita.


Ma pochi giorni dopo tornò indietro alla ricerca del monaco e, trovatolo, gli restituì la pietra dicendogli: “ora dammi qualcosa di più prezioso di questa pietra, qualcosa di pari valore. Dammi ciò che ti ha reso capace di donarmela”»


(Anthony de Mello)


 


 



* Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di:


- Temi di predicazione. Omelie. Ciclo A, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 2004;2007-.


- Messalino festivo dell’Assemblea, Bologna, EDB, 2007.


- La Bibbia per la famiglia, a cura di G. Ravasi, Milano, San Paolo, 1998. 


- J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret, Milano, Rizzoli, 2007.


- J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret. Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2011.


- J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, L’infanzia di Gesù, Milano/Città del Vaticano, Rizzoli/Libreria Editrice Vaticana, 2012.


- E. BIANCHI et al., Eucaristia e Parola. Testi per le celebrazioni eucaristiche. Tempo ordinario anno A [prima parte], in «Allegato redazionale alla Rivista del Clero Italiano» 89 (2008) 4, 84 pp.


- Liturgia. Anno A. CD, Leumann (To), Elle Di Ci, 2004. 


- A. PRONZATO, Il vangelo in casa, Gribaudi, 1994.


- F. ARMELLI, Ascoltarti è una festa. Le letture domenicali spiegate alla comunità, Anno A, Padova, Messaggero, 2001.  


- D. GHIDOTTI, Icone per pregare. 40 immagini di un’iconografia contemporanea, Milano, Ancora, 2003.


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- Immagine della domenica, a cura di García-Orsini-Pennesi.


 


PER APPROFONDIMENTO:


XVII DOMENICA TEMPO ORDINARIO (A)


 Novità  

ISCRIZIONI ANCORA APERTE.. inizio delle lezioni prorogato |24.07.2017

Cattura

 L’esigenza di sostenere e accompagnare le Chiese locali nel rinnovamento dei processi di educazione alla fede relativi alla fascia degli adolescenti (14-19 anni), in un orizzonte che privilegia l’educazione integrale del «buon cristiano e onesto cittadino» spinge l’Istituto di Catechetica della Facoltà di Scienze dell’Educazione (FSE) dell’Università Pontificia Salesiana (UPS), su richiesta e in collaborazione con l’Ufficio Catechistico Nazionale (UCN) e il Servizio Nazionale per la Pastorale Giovanile (SNPG) della Conferenza Episcopale Italiana, a proporre un Master di primo livello per educatori degli adolescenti in ambito ecclesiale. 


La proposta risponde anche al sentito bisogno di una qualificazione specifica e di aggiornamento per i Direttori degli Uffici Catechistici e del Servizio per la Pastorale Giovanile nell’ambito delle Diocesi italiane e per i collaboratori che li affiancano a vari livelli nell’animazione pastorale e catechistica diocesana. 




 


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Contatta segreteria dal lunedì al venerdì dalle ore 9:00 alle ore 12:00   al numero: 06.872.90.600


oppure scrivi a: maluccio@unisal.it




 

 Novità  
La redazione |24.07.2017
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La Redazione augura a tutti i suoi lettori un periodo di sano e riposante riposo ricco di esperienze vivificanti e interessanti.


Le pubblicazioni riprenderanno da settembre pv.                                                   

 Novità  
editore |22.07.2017
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In un editoriale su Famiglia Cristiana del 23 luglio Andrea Riccardi parla di Gerusalemme, città contesa dove la pace appare lontana, città santa delle tre religioni monoteistiche, luogo verso cui tornare da pellegrini e da lì guardare al mondo e alla sua complessità.


Lo Stato d'Israele festeggia cinquant'anni dalla proclamazione di Gerusalemme come capitale "unita e indivisibile" (dal 1967 controlla la parte orientale della città, prima della Giordania). Tuttavia la questione tra palestinesi e israeliani resta irrisolta: continua un conflitto che ha infiammato il mondo arabo e musulmano, il quale considera Gerusalemme una sua città santa. Qui i cristiani sono una piccola minoranza. Eppure la città significa molto per il mondo cristiano.


Nel Novecento, il pellegrinaggio è divenuto un fatto di popolo. Alcuni cristiani si sono stabiliti nella città. La Terra Santa ricorda ai cristiani la storia d'Israele, quella dei Vangeli e della prima comunità. Vedere questa terra aiuta a rileggere le Scritture. Eppure oggi Gerusalemme sembra un po' remota nell'orizzonte dei cristiani. Sono diminuiti i visitatori, forse per timore degli attentati. Ma c'è anche meno attrazione. Non siamo divenuti più provinciali e concentrati su noi stessi?


La Terra Santa è invece una lezione a uscire dal proprio ambiente e confrontarsi con la complessità del mondo: memoria e attualità, genti e religioni diverse, conflitti. Visitando il memoriale della Shoah Yad Vashem si sente il dramma dell'ebraismo, il ritorno alla terra, il bisogno di sicurezza. Anzi, spiace che taluni pellegrinaggi cattolici non vadano a Yad Vashem. A Gerusalemme s'incontra il cristianesimo orientale, così sofferente in Medio Oriente. Qui sono le radici della nostra fede. Ritornare alle radici e misurarsi con la complessità dell'oggi aiuta a concepirsi cristiani in modo aperto all'altro e alla speranza.


C'è bisogno di ritornare a Gerusalemme per comprendere come la speranza non diminuisca in una realtà abitata da tanti altri rispetto a sé. Il cristiano è un pellegrino: il cristianesimo è l'unica delle tre religioni monoteistiche che non controlla politicamente la terra delle sue origini. Forse per questo i discepoli di Francesco d'Assisi sono stati i religiosi più familiari alla Terra Santa, tanto che nel 2017 si celebra l'ottavo centenario dell'arrivo dei primi frati, che furono una presenza evangelica rispetto alla conquista crociata. In un tempo globale, segnato da tante chiusure, non bisogna guardare di più il mondo nella prospettiva di Gerusalemme?

 Novità  
Corso IRC 2017 |17.07.2017
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A Chianciano Terme, nella gradevole cornice della Val D’Orcia, si è svolto anche quest’anno dal 2 all’8 luglio il Corso di aggiornamento a carattere nazionale per Insegnanti di Religione Cattolica di ogni ordine e grado scolastico. L’équipe dell’Istituto di Catechetica che segue in particolare il settore IRC ha portato a termine il percorso triennale di formazione proposto agli IdR sul tema generale Educazione, apprendimento e insegnamento della religione.


Un lavoro avviato nel 2014-2015 con attenzione pedagogica alla situazione dell’istruzione religiosa sul triplo versante degli studenti, dei docenti e della disciplina (Analisi della situazione e prospettive educative); proseguito del 2015-2016 tematizzando in maniera aggiornata distinzione e complementarità tra educazione e apprendimento/insegnamento in relazione al lavoro scolastico e nello specifico all’Insegnamento della Religione (Educazione e apprendimento). La terza tappa ha completato il percorso, ragionando sul legame cittadinanza-IRC, radicato nel più generale rapporto religione-cittadinanza.


Superando una visione del tema puramente funzionale, ovvero relegata a questioni di equilibrio sociale e ordine pubblico, si è centrato il discorso sul riconoscimento reciproco di religione e cittadinanza per favorire lo sviluppo della dimensione politica, etica e religiosa della personalità umana. In realtà la questione centrale della ragion pratica moderna risiede nella relazione tra alleanza, patto e contratto. Se il contrattualismo è la procedura ordinaria della cultura democratica contemporanea, un’azione educativa aggiornata non può esimersi dall’introdurre le nuove generazioni in questo ecosistema. Ma contemporaneamente non può rifiutare di testimoniare che il riconoscimento mutuo tra le persone, la valorizzazione della diversità e la ricerca delle costanti di umanizzazione – cioè l’alleanza – sono il presupposto e il fondamento di ogni accordo politico e contratto sociale.


La religione cresce nel terreno dell’alleanza e può partecipare le sue risorse di senso all’ambito politico ed etico, ma solo rispettando le procedure normative della legittimità culturale e democratica. Se educare equivale ad “apprendere a vivere” – oggi ancor di più a “convivere” – e la scuola è un continuo esercizio di tale apprendimento, l’Insegnamento della Religione si trova nel cuore dell’esperienza scolastica, in quanto mutuo riconoscimento tra le persone, convivenza pacifica, pratica dei valori civili, apprezzamento della diversità, accostamento critico ai pilastri della cultura umana. Nuovo perno educativo in questo momento storico si può trovare proprio nella nozione di cittadinanza. Attorno a tale importante esperienza si può rileggere l’identità dell’Insegnamento della Religione ed evidenziare l’apporto che esso può dare – in quanto disciplina scolastica – al progetto della scuola e a percorsi di umanizzazione.


Una grande sfida per l’istruzione religiosa sta nel cercare la sintesi tra il lineamento antropologico fondamentale della ricerca di senso e attribuzione di significato alla realtà, la risposta rintracciabile nella dimensione trascendente dell’esistenza, le concrete vie di configurazione di una convivenza pacifica, perché tendenzialmente giusta. Giustizia e appartenenza – temi tipicamente legati alla religione – devono amalgamarsi affinché la cittadinanza assuma il volto di un cosmopolitismo radicato, che permetta a tutti di diventare cittadini del mondo, a partire dalla propria terra, senza dimenticare di essere uomini e donne del proprio tempo.


In tale direzione si è sviluppata l’offerta formativa del Corso, attraverso la comunicazione di contenuti aggiornati nelle lezioni frontali delle varie aree scientifiche (epistemologica/biblico-teologica/psicologica/pedagogica/didattica/sociale), l’approfondimento nelle sessioni plenarie e l’esercitazione pratica nei laboratori pomeridiani. I partecipanti hanno apprezzato tutti i momenti proposti e lo hanno dimostrato attraverso l’impegno individuale e collettivo, che ha prodotto delle interessanti sintesi, condivise nella sessione finale.


I relatori (Proff. J.L. Moral, F.V. Anthony, Z. Formella, A. Farina, D. Grządziel, T. Doni, C. Pastore, M.S. Wierzbicki, G. Usai) hanno fornito abbondanza di contenuti e documentazione. I laboratori (guidati dai Proff. Cristina Carnevale, Giuseppe Cursio, M. Pinella Etzi e Renata Gianni), seguendo un percorso strutturato, hanno visto il confronto in verticale, tra insegnanti appartenenti a tutti gli ordini di scuola, dall’Infanzia alla Secondaria di 2° Grado. Dato il tema del Corso, l’intento preciso è stato quello di mettere ogni docente a contatto con la realtà degli altri gradi scolastici e di costruire percorsi educativi valorizzando la peculiarità di ogni segmento formativo, accompagnando il cittadino-studente in un completo itinerario formativo, in cui la dimensione religiosa della vita trovi l’attenzione culturale che merita e abbia occasione di sviluppare il suo potenziale educativo.


Il lavoro laboratoriale è stato aperto nel pomeriggio del 3 luglio da una sessione dedicata alla IV Indagine Nazionale sull’IRC Una disciplina alla prova. Il Prof. Sergio Cicatelli – curatore della Ricerca insieme con il Prof. Guglielmo Malizia – ne ha esposto i risultati, approfonditi in quattro sessioni parallele tematiche e in un question time conclusivo. Il tempo di studio ha avuto il pregio di consentire a tutti un confronto delle situazioni locali con la realtà nazionale dell’IRC, attraverso l’esame di dati aggiornati.


In questo senso è da segnalare anche che ai partecipanti è stata fornita una Bibliografia di recente pubblicazione (Moral José Luis, Cittadini nella Chiesa, cristiani nel mondo. Antropologia, catechetica ed educazione, LAS, Roma 2017; Cicatelli Sergio – Malizia Guglielmo (a cura), Una disciplina alla prova. Quarta indagine nazionale sull’insegnamento della religione cattolica in Italia a trent’anni dalla revisione del Concordato, Elledici, Torino 2017; Ricci Alessandro – Formella Zbignew, Lo psicologo dell’educazione nella Scuola, Morcelliana, Brescia 2017; Bay Marco, I giovani nelle statistiche sociali, LAS, Roma 2017), oltre al vademecum con tutti i contenuti e le indicazioni operative del Corso.


I lavori del Corso sono stati onorati nella giornata del 6 luglio dalla presenza del Dott. Luca Salvini dell’Ufficio Scolastico Regionale della Toscana, che ha effettuato l’ispezione di rito per conto del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca.


Un grazie va a tutti coloro che sono stati compagni di fatica, ma che hanno vissuto in amicizia e collaborazione l’opportunità di un confronto ricco professionalmente e umanamente qualificante.


Un grazie anche alla Direzione e allo Staff dell’Hotel S. Chiara di Chianciano Terme, che ha creato la cornice logistica adatta, ha fornito un servizio di qualità ed ha mostrato anche quest’anno attenzione alle finalità e alle esigenze tipiche del Corso IRC.


Giampaolo Usai


 


Qualche foto dell'evento:








 

 
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11-13 luglio Brescia

 

CONVEGNO DI AGGIORNAMENTO E SEMINARIO DI STUDIO IRC 2017

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