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editore |26.03.2019
ANNO C QUARESIMA IV

 Prima lettura: Giosuè 5,9-12


 






In quei giorni, il Signore disse a Giosuè: «Oggi ho allontanato da voi l’infamia dell’Egitto». Gli Israeliti rimasero accampati a Gàlgala e celebrarono la Pasqua al quattordici del mese, alla sera, nelle steppe di Gerico. Il giorno dopo la Pasqua mangiarono i prodotti della terra, àzzimi e frumento abbrustolito in quello stesso giorno. E a partire dal giorno seguente, come ebbero mangiato i prodotti della terra, la manna cessò. Gli Israeliti non ebbero più manna; quell’anno mangiarono i frutti della terra di Canaan.


                   






 


v Aria di novità, di 'riconciliazione' si respira nella prima lettura. Si conclude la lunga esperienza di permanenza nel deserto e si prepara l'ingresso nella Terra Promessa. È come un ritorno a casa, un incontrare Dio in modo rinnovato. Il capitolo inizia con la circoncisione di tutto il popolo: Giosuè lo vuole preparare al passo decisivo.


     La lettura inizia con una proclamazione ufficiale di avvenuta riconciliazione, perché Dio dice a Giosuè: «Oggi ho allontanato da voi l'infamia dell'Egitto». È conclusa la 'lunga quaresima' della peregrinazione; è stato un tempo di purificazione e di esperienza di Dio. Il popolo, ora rinnovato e riconciliato da Dio stesso, può celebrare la Pasqua nella terra promessa. Un mistico abbraccio unisce nuovamente Dio al suo popolo.


     Un segno concreto è dato dalla possibilità di mangiare «i frutti della terra di Canaan», la loro nuova terra. Si apre un nuovo periodo, una nuova epoca, di cui la Pasqua segna l'avvio.


 


Seconda lettura: 2 Corinzi 5,17-21






Fratelli, se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove. Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. Era Dio infatti che riconciliava a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione. In nome di Cristo, dunque, siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio. Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio.


       






 


v Il tema della riconciliazione domina anche la seconda lettura e si inserisce perfettamente nella liturgia odierna.


     Dopo una premessa in cui Paolo ribadisce di operare rettamente perché sta sempre alla presenza di Dio, e dopo il rifiuto di cercare ancora una raccomandazione, passa ora a trattare un tema teologico di primaria importanza, quello della riconciliazione.


     Nell'affrontare l'argomento, Paolo indica due principi ispiratori che sono anche due guide: il principio cristologico e il principio ecclesiologico. Con il primo si afferma che tutto viene da Dio in Cristo, con il secondo che a Paolo e agli apostoli («noi», 5,19) è affidato il ministero della riconciliazione.


     È bello constatare che all'inizio della trattazione sta una attestazione di amore di Cristo: pensando a lui, morto per tutti gli uomini, si imposta correttamente il tema preso in esame. La morte di Cristo apre una certezza di vita che si fonda sulla sua risurrezione: «Egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro» (5,15). Prima di offrire agli altri il dono preziosissimo della riconciliazione, Paolo sente di goderne come di un beneficio grande che ha trasformato la sua vita. Ogni altra conoscenza deve scomparire, per lasciare posto all'esperienza di un inserimento nel Cristo pasquale. L'appartenenza a Cristo genera una inedita condizione di vita, bene espressa dal concetto di «creatura nuova»; il greco, a differenza della lingua italiana, usa un termine proprio per indicare una novità qualitativa (kainós) distinguendola da una novità puramente cronologica (néos).


     Se è Dio «che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo» (5,19), a lui spetta ogni precedenza e l'iniziativa della riconciliazione. Si esclude così ogni possibilità di appropriazione da parte dell'uomo, beneficiario del dono di Dio. Ma è lo stesso Dio a chiedere collaborazione agli uomini, cosicché il principio teologico-cristologico sfocia in quello ecclesiale: «Era Dio infatti [...], affidando a noi la parola della riconciliazione. In nome di Cristo, dunque, siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta» (5,19-20).


     La necessità della riconciliazione suppone la peccaminosità dell'uomo. Un compito dell'apostolo sarà appunto di richiamare le strutture di peccato che impediscono all'uomo di costruire una nuova personalità con Cristo: la riconciliazione, infatti, è un atto creativo che risistema una creatura fragile e vittima del peccato. Occorre prendere coscienza del proprio stato e aprirsi all'amore di Dio manifestato in Cristo; questo significa l'accorato appello: «Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio» (5,20).


 


Vangelo: Luca 15,1-3.11-32


 






In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».


       






 


Esegesi


 


     L'introduzione dei vv. 1-3 fornisce una preziosa chiave ermeneutica al cap. 15 in generale e al nostro testo in particolare. Essi denunciano l'atteggiamento ostile dei farisei che non comprendono perché Gesù sia così accogliente con i peccatori. La parabola è una splendida icona del comportamento di Dio che si riflette puntualmente nel comportamento di Gesù.


     Da un punto di vista organizzativo del materiale, osserviamo che dopo una introduzione che mette in scena i personaggi (vv. 11-12), la parabola si articola in due atti di due scene ciascuno, il primo dominato dal figlio minore e dal padre (vv. 13-24), il secondo dal figlio maggiore e dal padre (vv. 25-32); nel secondo atto si rivelerà molto importante se non addirittura decisiva la relazione fratello-fratello.


     Introduzione: il padre e due figli (vv. 11-12). Un inizio sobrio ed essenziale presenta i personaggi, il padre e i suoi due figli. I tre creano due tipi di relazioni, la prima quella di padre-figlio sdoppiata in padre-figlio minore e padre-figlio maggiore e la seconda quella di fratello-fratello, relazione non espressa se non verso la fine del racconto e tuttavia di capitale importanza. Dopo i personaggi, ecco l'antefatto che causa il tutto: la richiesta del figlio più giovane di entrare in possesso anzitempo del patrimonio paterno. Il padre, inspiegabilmente, accondiscende, senza reagire negativamente e senza opporre resistenza. Sembrerebbe un uomo indifferente e distaccato. Poiché il seguito mostrerà esattamente il contrario, dobbiamo concludere che egli ha un rispetto sommo del figlio, anche prevedendo un suo sbaglio.


     Atto primo: il Padre e il minore (vv. 13-24). Questa parte, sebbene dominata dalle azioni del figlio, ha come sottofondo la presenza del padre.


     Prima scena: il minore si allontana e ritorna dal Padre (vv. 13-20a). L'autore della parabola racchiude la prima scena tra un partire (v. 13) e un tornare (v. 20a), due verbi che esprimono un opposto movimento fisico, ma che riveleranno pure due momenti contrastanti nell'animo del giovane. La partenza per un paese lontano vuole significare la distanza dal padre, perfino la sottrazione ad una sua possibile influenza. Il figlio va all'estero (in Israele non si allevavano i porci, cf. invece il v. 15). La partenza avviene all'insegna delle più lusinghiere prospettive perché il figlio minore possiede gli elementi che solitamente la gente considera gli ingredienti della felicità: giovinezza, ricchezza e libertà (intesa qui negativamente come capacità di compiere tutto ciò che si vuole). Sciupato malamente il capitale, subentra l'imprevisto della carestia e quindi della fame. Il lavoro vergognoso per la mentalità ebraica e il disinteresse generale (cf. v. 16) fanno scattare nel giovane un pensiero di ritorno per avere il pane. Il bisogno materiale mette in moto un meccanismo, responsabile di due tipi di ritorno, uno morale e l'altro fisico:


     — Il ritorno morale fatto di riconoscimento del proprio errore e di coscienza di aver perso il rapporto padre-figlio. Qui troviamo la grandezza morale di chi è capace di riconoscere e di ammettere il proprio sbaglio, con lucidità e senza reticenze; è lo slancio sincero e umile del giovane che si assume tutta la propria responsabilità; è la umile ammissione del suo errore che fa da contrappunto alla sfacciata presunzione che lo aveva spinto ad allontanarsi.


     — Il ritorno materiale, fatto di risoluta decisione maturata alla luce di una riflessione che integrava la vita in una visione meno miope. La prima scena termina con questo ritorno alle persone e alle cose abbandonate, anche se con la coscienza di non possederle più come prima. Il ritorno motivato dal bisogno materiale rivela un atteggiamento di fiducia nel padre che — così egli spera — lo accoglierà come garzone e gli garantirà il sostentamento. Pur con tutto il bagaglio di esperienze negative e di sbagli che il giovane porta con sé, egli dimostra un aspetto non consueto che lo rende grande, in quanto è disposto a riconoscere il proprio errore e ad assumere tutte le conseguenze, prima fra tutte la perdita del suo rapporto di figlio.


     Seconda scena. Incontro tra padre e figlio minore (vv. 20b-24). L'iniziale impressione di un padre insensibile o indifferente che lascia partire il figlio senza una parola o un estremo tentativo per trattenerlo, rivela ora tutta la sua infondatezza. Il padre era in attesa, segno che l'amore non si arrende mai, che crede nella vittoria del bene sul male, che spera nel fiorire dei buoni principi insegnati. Solo a questo punto inizia a svelarsi la vera attitudine del padre che con la sua sollecitudine nel correre incontro al figlio indica che lui viveva in perenne attesa che lo portava a sperare e a scrutare continuamente l'orizzonte. Merita speciale attenzione il termine tradotto in italiano con «compassione » (cf. lo stesso verso in Lc 7,33 e 10,33). La parola esprime una compassione profonda che interessa tutta la persona, una tenerezza materna: ecco perché manca la figura della madre: il padre è al contempo anche madre! A questo punto il giovane si esprime con le parole che aveva preparato e manifesta la sua convinzione che, dopo quello che è successo, non è più degno di essere chiamato figlio. Il padre rimane padre, forse lo è ancora di più in questo momento di accoglienza, ma lui non può rimanere figlio perché il suo passato grava su di lui come un'onta incancellabile. Egli vive più di passato che di presente o futuro. Il padre lascia parlare il figlio perché la confessione che esprime il pentimento fa bene, ha benefico effetto liberatorio. Non accetta però le conclusioni proposte dal figlio e non lo lascia terminare: il «Trattami come uno dei tuoi salariati» il figlio non riesce a dirlo, ovviamente perché interrotto dal padre che è attento più al presente e al futuro che non al passato, ora cancellato dal pentimento. Egli non rimprovera, non richiama il passato, perché sarebbe un'inutile riacutizzazione di una ferita non ancora rimarginata. Se il figlio ha maturato e dimostrato il suo pentimento, che bisogno c'è di insistere? La punizione più grave e il rimprovero più severo se li è dati il figlio che accetta di essere non-figlio.


     Alle parole del figlio, il padre risponde con una serie di gesti che valgono assai più delle parole. Si rivolge ai servi perché si prendano cura del figlio, come avveniva per il passato, anzi, ancora di più. Il vestito bello (in greco stolè cioè il vestito lungo delle grandi occasioni) indica la situazione di solennità, i calzari che in quel tempo portavano solo poche persone, la dignità, l'anello sul quale era impresso il sigillo di famiglia, l'autorità, e infine l'uccisione del vitello e lo stare insieme a mensa, la gioia, della festa e della condivisione. Tale accoglienza, a dir poco trionfale, necessita una spiegazione: il padre ha lasciato partire il figlio e ora riceve tra le braccia questo mio figlio; aveva visto partire un giovane presuntuoso e arrogante e ora vede ritornare un uomo maturato dal dolore, dalla lontananza e dal pentimento. Nel padre si sprigiona la gioia per il figlio «cresciuto» e la festa che segue valorizza la nuova maturità raggiunta, il nuovo rapporto tra padre e figlio. In questa scena la parola figlio ritorna tre volte e sempre in crescendo: al v. 21 «figlio» appartiene al racconto, poi diventa «non tuo figlio» sulla bocca del giovane, per trasformarsi infine in «questo-mio-figlio» nelle parole del padre. Forse risulta non del tutto comprensibile il comportamento del padre, ma a lui Pascal presterebbe il suo celebre pensiero: «Il cuore ha delle ragioni che la ragione non riesce a comprendere».


     Atto secondo: il padre e il maggiore (vv. 2 5-32): fa la sua comparsa l'altro figlio, il maggiore, che movimenta tutto il secondo atto rivelando i suoi sentimenti verso il padre e verso il fratello. Tuttavia anche in questo atto, come nel precedente, il ruolo principale spetterà al padre.


     Prima scena: Il ritorno a casa del maggiore (vv. 25-28). Il figlio maggiore che torna a casa sente musica e danze. Interrogato un servo, viene a sapere del ritorno del fratello. La notizia, lungi dal procurargli gioia come era avvenuto per il padre, lo stizzisce: come è possibile che per quello scapestrato spendaccione si organizzi una festa? E più ancora, come è possibile che per lui sia stato ammazzato il vitello che veniva ingrassato per qualche grande occasione, in molti casi proprio per le nozze del primogenito? La sua è una reazione di ostilità e di rottura: «si indignò, e non voleva entrare». Incontriamo ora la seconda annota-zione psicologica, l'ira del maggiore, che contrasta con la commozione del padre nel riavere il figlio minore. Il ritorno del giovane provoca due reazioni contrastanti, la commozione per il padre, ira per il maggiore. La famiglia rimane ancora frantumata dal sentimento di isolamento e di rifiuto di uno dei mèmbri che non intende prendere parte alla festa.


     Seconda scena: incontro tra padre e figlio maggiore (vv. 28-32). Il padre va incontro a lui come era andato incontro al minore. È sempre il padre a prendere l'iniziativa e a muovere il primo passo per raccorciare le distanze. Il figlio rivendica i suoi diritti proprio come il minore che chiedeva la parte di patrimonio per andarsene. Nelle sue parole si legge la orgogliosa sicurezza del suo perbenismo, la sua incondizionata e assoluta fedeltà, con un non troppo velato rimprovero al padre considerato come «padrone» dal pesante verbo «ti servo», tipico degli schiavi. Il lavoro, più che collaborazione e compartecipazione, sembra sia stato vissuto come servile dipendenza. Dopo l'accusa al padre, il discorso prosegue attaccando duramente il minore. Egli parla al padre di «questo tuo figlio», incapace di riconoscere l'altro come fratello che demolisce ritornando a un passato ormai sepolto per il padre. Questi riconosce le ragioni del maggiore: quanto egli afferma non è né falso né esagerato, perché di fatto egli ha sempre lavorato in casa. Le ragioni ci sono, d'accordo, ma non devono diventare pretesto per alzare palizzate di divisione. Il padre lo ascolta e poi gli rivolge la parola chiamandolo «figlio», ricordandogli così quella relazione di comunione che il maggiore ha sempre vissuta, forse senza capirla pienamente, sicuramente senza apprezzarla se ora, in un momento di tanta gioia, egli si estranea e mai si rivolge al padre chiamandolo con questo nome. «Figlio, tu sei sempre con me»: il padre difende la posizione privilegiata del maggiore; è una comunione di persone che si travasa naturalmente in una comunione di beni: «tutto ciò che è mio è tuo». Le parole del padre hanno smantellato la pretesa sicurezza del figlio, hanno messo a nudo che neppure lui ha compreso il padre perché non ne condivide i sentimenti e si estranea alla festa della comune riconciliazione. Le sue ragioni valgono, ma nel momento e nel modo in cui vengono rivendicate manifestano la intrinseca debolezza di relazione con il padre.


     La festa autentica ci sarà quando il maggiore riconoscerà e accetterà l'altro non come «questo tuo figlio», bensì come «questo mio fratello». Se ciò avviene, non è detto, e la parabola rimane 'aperta' come monito per i farisei di tutti i tempi (cf. v. 2).


 


L’immagine della  domenica


 




«Togli ad un viaggiatore


la speranza di arrivare


e gli avrai tolto anche


la forza di camminare»


(Guglielmo di S. Thierry).




Meditazione


     Una luce particolare, che emerge dai testi scritturistici di questa domenica, orienta il nostro sguardo verso un punto focale che dà unità alle varie tematiche che si intrecciano nella liturgia della Parola: si tratta del volto misericordioso di Dio, un volto che, attraverso il perdono, comunica la gioia della comunione ritrovata con l'uomo peccatore. «Lasciatevi riconciliare con Dio» (2Cor 5,20) è l'appello accorato che risuona in questa domenica. Dio allontana dal suo sguardo l'umiliazione che la schiavitù del peccato imprime sul volto dell'uomo, perché nel suo cuore prevale la compassione. Assicurando Giosuè della sua fedeltà al popolo di Israele, Dio dice: «oggi ho allontanato da voi l'infamia dell'Egitto» (Gs 5,9a). E così il padre della parabola di Lc 15, 11-32, riabbracciando il figlio che si era allontanato, lo rassicura del suo amore dicendo: «portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare...» (v. 22). Mediante il suo perdono, Dio ridà all'uomo la dignità perduta, la dignità del figlio: dal volto di questo figlio perduto, cercato, atteso, ritrovato, scompaiono le ferite che ne deturpano il volto e riappare la fiducia e la libertà dei figli. Solo la gioia della festa può dare compimento e voce a questa comunione ritrovata: «bisognava far festa e rallegrarsi...» v. 32); è l'invito del padre al figlio maggiore per il fratello che è ritornato a casa. Il vitello grasso che il padre fa ammazzare per preparare il banchetto al figlio minore (v. 23) è il simbolo di quella Pasqua che viene celebrata al termine del lungo e faticoso cammino di liberazione del popolo di Israele dall'Egitto (Gs 5,10-12) ed è un'anticipazione del compimento nella Pasqua del Cristo, vero agnello immolato che riconcilia l'uomo con Dio: «tutto questo però - ci ricorda l'apostolo Paolo viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo...» (2Cor 5,18).


     Nella liturgia della Parola di questa domenica, il testo che lascia trasparire con stupenda luminosità il volto compassionevole di Dio è sicuramente la parabola di Luca. È come un'icona, poiché Luca ha la capacità, nel suo racconto, di renderci quasi protagonisti di una vicenda allo stesso tempo squisitamente umana e paradossalmente divina. E, come protagonisti, siamo chiamati ad aprire lo sguardo per poter contemplare, attraverso questa parabola, il volto stesso di Dio, un volto che spesso ci illudiamo di conoscere, ma che continuamente richiede da noi un cammino di conversione per scoprirlo in tutta la sua inaudita bellezza. Accostarsi a questa parabola, significa lasciarsi catturare da un volto: «da qualsiasi angolatura si guardi questo racconto, ci si accorge che al centro c'è la figura del padre: lui davanti ai suoi i figli e i due figli davanti a lui. Il padre è la figura che dà unità all'intera narrazione. Le due vicende si scontrano con l'originalità della sua paternità» (B. Maggioni). E allora rileggiamo brevemente le due vicende tenendo fisso lo sguardo sul volto del padre: «un uomo aveva due figli...» (v. 1).


     Il bisogno di autonomia, di indipendenza e libertà nei confronti del padre, orienta le scelte del figlio più giovane. Ma questo desiderio, in sé molto umano e tipico per un giovane, si intreccia con una pretesa: «dammi la parte di patrimonio che mi spetta» (v. 12). E la pretesa di ciò che di fatto è un dono e che solo nella gratuità di una comunione (con quel padre che vuole dargli tutto ciò che ha) è possibile renderlo occasione di libertà e di vita. Possedere un dono (Luca usa un'espressione significativa ed emblematica per esprimere questo bisogno di avere per sé: «raccolte tutte le sue cose», v. 13) significa renderlo sterile e infecondo, ed è questo il risultato della vita di quel giovane. E Luca non manca di descrivere con precisione un fallimento in qualche modo annunciato (cfr. vv. 13-16): dissipazione, solitudine e lontananza che gradualmente conducono a una perdita della libertà, della dignità e, alla fine, della propria identità. Fuori metafora, tutto questo processo è la degradazione a cui conduce il peccato come lontananza dal volto di Dio. La domanda che Dio rivolge al primo uomo in Gen 3,9 - «dove sei?» - è l'interrogativo pungente che può aprire un cammino di ritorno: «Uomo dove sei? Uomo, dov'è il tuo luogo più vero, più profondo, dove puoi sentirti a casa? Dove cerchi la verità della tua vita, la verità del tuo volto?». L'uomo, quando distoglie il suo volto da Dio, perde il suo volto più autenticamente umano. In questo figlio lontano dal padre, distrutto e sfigurato nella sua dignità, ritorna il ricordo della casa del padre, della vita che in essa conduceva: «Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò... non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati» (vv. 18-19). Conversione? Non ancora. È un primo passo verso questo cammino.


     C'è nostalgia, c'è vergogna, c'è la memoria di una certa felicità perduta; ma in questo figlio, che non si sente tale, manca ancora un ricordo o, meglio, una scoperta. Quella più importante: il ricordo e la scoperta del volto del padre. E questo avviene come dono da parte del padre: «quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò (v. 20). Quella lontananza che sembrava incolmabile e che, con la paura di essere rifiutati e giudicati, pesava nel cuore di quel figlio proprio nell'ultimo tratto di strada da percorrere, all'improvviso scompare. Ma è il padre che ha il coraggio di annullare quella distanza e lo fa con l'impazienza di chi a lungo ha atteso un incontro. La conversione del figlio è proprio questa: scoprire questo volto e sapere che di fronte ad esso lui, il figlio perduto e ritrovato, non ha mai cessato di esser tale, figlio amato. «Facciamo festa... e cominciarono a far festa» (vv. 23-24): la gioia è l'atteggiamento che traduce il cuore del padre di fronte a questo figlio, gioia gratuita e autentica non tanto per un figlio riavuto (non c'è possesso in questo padre) ma per un figlio amato.


     La tristezza è invece ciò che caratterizza l’altro figlio, quello maggiore. Tristezza che si trasforma in rabbia covata, in indignazione e rifiuto, in incapacità di comprendere la gratuità del padre. «Ecco io ti servo da tanti anni...» (v. 29): in queste dure parole piene di pretesa, è riflesso il volto di questo figlio. È un servo che, nonostante una vita passata con il padre, non ha mai potuto conoscerne il volto. Ha servito attendendo di essere ripagato («non mi hai mai dato un capretto...»: v. 29); ha obbedito convinto di guadagnarsi una qualche giustizia. In fondo non ha amato il padre perché non lo ha mai sentito come tale.


     Ma anche di fronte a questo figlio si rivela lo stesso volto di misericordia del padre. E questa rivelazione avviene anzitutto attraverso una parola: «Figlio...» (v. 31): davanti a questo padre, non c'è un servo, non c'è uno che è oppresso, ma c'è un figlio che è chiamato a gioire per un fratello ritrovato. E questo figlio che non si sente tale deve capire due cose: «tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo» (v. 31). È l'amore del padre, il suo dono, quella gratuità che diventa trasparenza nella festa per il figlio ritrovato, a rivelare il volto del padre e trasformare in figli quei due giovani che si sentivano solo servi. Questo deve diventare il cuore della loro conversione, perché, pur con percorsi differenti, tutti e due questi figli sono chiamati a conoscere chi è il loro padre.


     Attraverso questa parabola, siamo orientati con forza alla gioia pasquale, perché è nella Pasqua di Cristo che ci viene rivelata, nella sua massima trasparenza, la compassione del volto di Dio. La veste più bella, l'anello al dito, i calzari, i segni del figlio, ci verranno donati nella notte in cui celebreremo la vittoria di Cristo sulla morte; e in questa notte l'agnello ucciso per far festa, per celebrare la liberazione, ci comunicherà tutta la gioia di un Padre che nel Figlio vuole essere in comunione con noi. Per ora si tratta di continuare questo cammino di ritorno, non dimenticando però, alla luce di questa parabola, che la vera conversione, la vera svolta nella nostra vita è anzitutto riscoprire il volto di un Padre che ci ama e, alla sua luce, essere consapevoli di ciò che possiamo diventare grazie a questo vol-to: «se uno è in Cristo è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove» (2Cor 5,17).


 


Preghiere e racconti


 


Accetto i miei errori?

La condizione umana è una condizione di debolezza, ecco perché ci sono le gommine sulle matite. Tutti compiono errori. Dio ha fornito solo animali e uccelli di istinti infallibili. Noi esseri umani dobbiamo imparare molte cose dalle prove e dagli errori.


Un vecchio saggio disse una volta: “Impara dagli errori degli altri: non vivrai abbastanza per compierli”.


Molti di noi danno per scontato che, se non avessimo mai compiuti errori, probabilmente non avremmo mai fatto scoperte. Certo, l’unico vero errore è quello dal quale si è imparato nulla. Gli errori sono esperienze istruttive. Dunque, benvenuti nel club!


Così come avviene per molte virtù, lo spirito di comprensione e tolleranza incomincia a casa propria. In un modo o nell’altro molti di noi devono giungere alla disperazione, prima di poter offrire a se stessi comprensione e gentilezza. Dobbiamo toccare il cosiddetto fondo prima di poterci di nuovo rialzare.


E allora, devo domandarmi: a che punto sono? Mi sono liberato dall’abitudine di rivangare gli errori del passato? Mi sono liberato dei sentimenti di imbarazzo per le mie colpe e le mie lamentele? Posso dire con onestà e in pace: “Questa è la persona che abitualmente ero, il mio vecchio io; non è la persona che sono ora, l’io nuovo e attuale?” Molti di noi non capiscono di aver imparato dagli errori passati, e di avere superato grazie ad essi alcune immaturità. Mi rendo conto che il “vecchio io” ha insegnato molte cose al “nuovo io”?


La trappola, qui, consiste nell’identificarmi con il lato oscuro della mia personalità e con i miei errori passati, nel pensare a me stesso com’ero una volta. Quasi come quella persona che da piccola era grassa, ma che da grande è diventata snella.


La domanda fondamentale è: penso a me stesso come grasso o come magro? Chiaramente, crescere significa cambiare, e cambiare significa “lasciar perdere”. È una cosa difficile o facile per te? Ricorda, dobbiamo cominciare con un’onestà spietata, o non potremo mai giungere alla verità. E senza verità, non c’è crescita né gioia.


(John POWELL, Esercizi di felicità, Effatà Editrice, 2004, Cantalupa (TO), 25-26).


 


Una Conversione possibile

«L'amore del Padre non è un atto di costrizione. Sebbene il Padre voglia guarirci da tutte le nostre tenebre interiori, siamo sempre liberi di fare la nostra scelta, di rimanere nelle tenebre o di entrare nella luce dell'amore di Dio. Dio è là. La luce di Dio è là. Il perdono di Dio è là. L'amore sconfinato di Dio è là. Ciò che è sicuro è che Dio è sempre là, sempre pronto a donare e perdonare, in modo assolutamente indipendente dalla nostra risposta. L'amore di Dio non dipende dal nostro pentimento o dai nostri cambiamenti ulteriori o esteriori.


Che io sia il figlio minore o il figlio maggiore, l'unico desiderio di Dio è di portarmi a casa. Arthur Freeman scrive: “Il padre ama ogni figlio e da ad ognuno la libertà di essere ciò che vuole, ma non può dar loro la libertà che non si sentiranno di assumere o che non comprenderanno adeguatamente. Il padre sembra rendersi conto, al di là dei costumi della società in cui vive, del bisogno dei propri figli di essere se stessi. Ma egli sa anche che hanno bisogno del suo amore e di una "casa". Come si concluderà la storia dipende da loro. Il fatto che la parabola non abbia un finale garantisce che l'amore del padre non dipende da una conclusione appropriata del racconto. L'amore del padre dipende solo da lui e fa esclusivamente parte del suo carattere. Come dice Shakespeare in uno dei suoi sonetti: “L'amore non è amore se muta quando trova mutamenti”».


(H.J.M. NOUWEN, L’abbraccio benedicente, Brescia, Queriniana, 2004, 114-115).


 


Il lungo cammino verso casa

«Una delle più grandi provocazioni della vita spirituale è ricevere il perdono di Dio. C'è qualcosa in noi, esseri umani, che ci tiene tenacemente aggrappati ai nostri peccati e non ci permette di lasciare che Dio cancelli il nostro passato e ci offra un inizio completamente nuovo. Qualche volta sembra persino che io voglia dimostrare a Dio che le mie tenebre sono troppo grandi per essere dissolte. Mentre Dio vuole restituirmi la piena dignità della condizione di figlio, continuo a insistere che mi sistemerò come garzone. Ma voglio davvero essere restituito alla piena responsabilità di figlio? Voglio davvero essere totalmente perdonato in modo che sia possibile una vita del tutto nuova? Ho fiducia in me stesso e in una redenzione così radicale? Voglio rompere con la mia ribellione profondamente radicata contro Dio e arrendermi in modo così assoluto al suo amore da far emergere una persona nuova? Ricevere il perdono esige la volontà totale di lasciare che Dio sia Dio e compia ogni risanamento, reintegrazione e rinnovamento. Fin quando voglio fare anche soltanto una parte di tutto questo da solo, mi accontento di soluzioni parziali, come quella di diventare un garzone. Come garzone posso ancora mantenere le distanze, ribellarmi, rifiutare, scioperare, scappare via o lamentarmi della paga. Come figlio prediletto devo rivendicare la mia piena dignità e cominciare a prepararmi a diventare io stesso il padre».


(H.J.M. NOUWEN, L’abbraccio benedicente, Brescia, Queriniana, 2004, 78-79)


 


Lasciarsi amare dal Padre

Un padre ama i figli e li perdona solo perché sono i suoi figli, non perché sono buoni. I padri aspettano con ansia i figli, se questi un giorno lo abbandonano. E se così si comportano i padri terreni, quanto grande sarà il perdono e l'immensa misericordia del Signore? Dio è amore e generosità assoluta e gratuita. Fa splendere il sole sui giusti e sugli ingiusti, e allestisce un banchetto memorabile, perché un figlio ingrato e scapestrato è tornato alla casa del Padre. Perciò, sappi che è importante amare Dio e tenerlo con te nel tuo cuore, ma che è ancor più importante lasciarsi amare da Dio ed essere nel suo cuore.


(Clemente Arranz Enjuto).


 


Si levò e venne da suo padre

II figlio lontano si levò e venne da suo padre (Lc 15,20). Venne non attraverso un cammino del corpo, ma attraverso un cammino spirituale. Non ebbe bisogno di percorrere un lungo cammino, perché aveva trovato una via di salvezza più breve. Non ebbe bisogno di cercare il padre divino percorrendo molteplici strade, lui che lo cercò con la fede e lo trovò ovunque accanto a sé. Si levò e venne da suo padre. Quando era ancora lontano [...] In che modo è lontano colui che viene? È lontano perché non è ancora arrivato. Viene, si incammina verso la conversione, ma non giunge ancora alla grazia; viene alla casa del padre, ma non giunge ancora alla gloria della sua condizione e del suo onore di prima. Il padre lo vide ed è per questo che il figlio poté slanciarvi verso di lui. Lo sguardo del padre rischiarò gli occhi del figlio e dissipò tutta l'oscurità che ravvolgeva a causa della colpa. Le tenebre della notte non sono nulla a confronto delle tenebre che nascono dalla confusione generata dal peccato [...].


Il padre gli corse incontro non con un movimento fisico, ma in uno slancio di tenerezza. Gli si gettò al collo con il peso dell'amore, non con quello del corpo. Gli si gettò al collo non con un movimento delle viscere, ma con la passione delle viscere. Gli si gettò al collo per innalzare colui che giaceva a terra. Gli si gettò al collo per togliere con il peso dell'amore, il peso dei peccati. Venite a me, voi tutti che siete affaticati e stanchi. Prendete sopra di voi il mio giogo che è leggero (Mt 11,28-30). Il figlio è aiutato da questo peso del padre, non ne è schiacciato. Gli si gettò al collo e lo baciò. È così che il padre giudica, è così che corregge, è così che copre di baci il suo figlio, non di percosse. La forza dell'amore non vede le colpe e perciò il padre con un bacio cancella i peccati, lo circonda con il suo abbraccio, non vuole mettere a nudo i crimini di suo figlio, non vuole disonorarlo. È così che il padre guarisce le ferite del figlio, in modo che nel figlio non restino nessuna cicatrice, nessun segno. Beato, dice il salmista, colui al quale sono perdonate le colpe e i cui peccati sono stati ricoperti [Sal 31 (32), 1].


(PIETRO CRISOLOGO, Discorsi 3,1-3, CCL 24, pp. 26-28).


 


Dio perdona con una carezza, un abbraccio una festa


Un padre aveva due figli. Ogni volta questo inizio, semplicissimo e favoloso, mi affascina, come se qualcosa di importante stesse di nuovo per accadere. Nessuna pagina al mondo raggiunge come questa la struttura stessa del nostro vivere con Dio, con noi stessi, con gli altri. L'obiettivo di questa parabola è precisamente quello di farci cambiare l'opinione che nutriamo su Dio.


Io voglio bene al prodigo. Il prodigo è legione ed è storia. Storia di umanità ferita eppure incamminata. Felix culpa che gli ha permesso di conoscere più a fondo il cuore del Padre. Se ne va, un giorno, il più giovane, in cerca di se stesso, in cerca di felicità. La casa non gli basta, il padre e il fratello non gli bastano. E forse la sua ribellione non è che un preludio ad una dichiarazione d'amore. Quante volte i ribelli in realtà sono solo dei richiedenti amore.


Cerca la felicità nelle cose, ma si accorge che le cose hanno un fondo e che il fondo delle cose è vuoto. Il prodigo si ritrova un giorno a pascolare i porci: il libero ribelle è diventato un servo, a disputarsi il cibo con le bestie. Allora ritorna in sé, dice il racconto, chiamato da un sogno di pane (la casa di mio padre profuma di pane...) Ci sono persone nel mondo con così tanta fame che per loro Dio non può avere che la forma di un Pane (Gandhi).


Non torna per amore, torna per fame. Non torna perché pentito, ma perché ha paura e sente la morte addosso. Ma a Dio non importa il motivo per cui ci mettiamo in viaggio. È sufficiente che compiamo un primo passo. L'uomo cammina, Dio corre. L'uomo si avvia, Dio è già arrivato. Infatti: il padre, vistolo di lontano, gli corse incontro... E lo perdona prima ancora che apra bocca, di un amore che previene il pentimento. Il tempo della misericordia è l'anticipo.


Si era preparato delle scuse, il ragazzo, continuando a non capire niente di suo padre. Niente di Dio, che perdona non con un decreto, ma con una carezza (papa Francesco). Con un abbraccio, con una festa. Senza guardare più al passato, senza rivangare ciò che è stato, ma creando e proclamando un futuro nuovo. Dove il mondo dice "perduto", Dio dice "ritrovato"; dove il mondo dice "finito", Dio dice "rinato".


E non ci sono rimproveri, rimorsi, rimpianti. Il Padre infine esce a pregare il figlio maggiore, alle prese con l'infelicità che deriva da un cuore non sincero, un cuore di servo e non di figlio, e tenta di spiegare e farsi capire, e alla fine non si sa se ci sia riuscito. Un padre che non è giusto, è di più: è amore, esclusivamente amore. Allora Dio è così? Così eccessivo, così tanto, così esagerato? Sì, il Dio in cui crediamo è così. Immensa rivelazione per cui Gesù darà la sua vita.


 


Diventare “creature nuove”

Sembra semplice e lineare la celeberrima parabola del “figliol prodigo”, o del Padre misericordioso, o ancora del Padre prodigo d’amore, come di volta in volta rettificano gli esegeti, per puntare giustamente il focus su quello che viene definito come il vero protagonista della parabola, il Padre appunto.


Eppure, a ben guardare, il protagonista è sì il Padre, ma non il Padre in se stesso, bensì visto in relazione con i due figli. A tale relazione fa da specchio e da rimando quella di Gesù con i peccatori nei fondamentali versetti che introducono il racconto di Luca: una relazione improntata ad accoglienza e condivisione paritaria del cibo, che suscita la reazione scandalizzata dei perbenisti di ogni tempo e di ogni chiesa: “Questo qua accoglie i peccatori e mangia con loro!”.


Che ci piaccia o no, Gesù non aspetta che prostitute e funzionari corrotti si convertano, per sedersi a conversare e per spezzare il pane con loro. Prima si siede accanto a loro, ne riconosce la dignità guardandoli in volto, e poi chissà, forse si convertiranno proprio perché Lui è passato in mezzo a loro, come a casa di Zaccheo.


Ecco, in genere questa parabola suscita sempre delle resistenze: quando si pone l’accento sulla misericordia del Padre in attesa trepidante, che copre la distanza che lo separa dal figlio con una corsa e un abbraccio, prevenendo qualsiasi sua giustificazione, c’è sempre qualcuno che ha bisogno di sottolineare come in realtà il figlio si è pentito e la prova consisterebbe nel fatto che è “rientrato in se stesso” ed è tornato a casa.


Una lettura un po’ più attenta e scevra da pregiudizi rivela facilmente, invece, che il figliol prodigo torna a casa perché si trova nel bisogno e nella solitudine più disperante, ridotto a mangiare carrube come gli animali più impuri per gli Ebrei e, per di più, a mangiarle da solo, perché non incontra nessuno che abbia compassione di lui e gliele offra. Nella sua dissipazione materiale e spirituale, il giovane si è tagliato fuori non soltanto dalla relazione col padre, ma finanche dal consorzio degli uomini. Ha perso la sua identità di uomo, prima ancora che quella di figlio.


Nessun pentimento profondo, dunque, verso quel padre fatto soffrire ingiustamente, benché il figlio intenda rivolgergli parole che suonano di circostanza, alla luce della considerazione che i servi di suo padre mangiano meglio e più di lui. L’approccio ermeneutico di chi sottolinea a tutti i costi che il figlio si è pentito sottende a ben guardare la nostra mentalità retributiva, per cui il perdono lo si deve comunque meritare, e finisce col collocarci sulla linea del figlio maggiore, personaggio interessantissimo e stranamente oscurato dal ben più noto fratello minore.


Il fratello maggiore è, in effetti, colui con il quale è molto più facile identificare noi stessi: è, in fondo, una persona perbene, seria, che ha sempre lavorato (il testo non dà alcun motivo di dubitare delle sue parole) e vissuto senza colpi di testa.


Si è giustamente sempre sottolineato che anche lui, come l’altro, non ha capito nulla dell’amore immenso e liberante del Padre, e, così come lo scialacquatore suggerisce al padre di trattarlo come uno dei suoi servi, allo stesso modo il maggiore dice che lo ha sempre “servito” e non ha mai trasgredito a un suo comando. Dunque egli trova inconcepibile che per l’altro figlio (che non chiama mai “mio fratello”), il padre si prodighi in feste, banchetti e ricompense.


C’è una frase interessante e rivelativa del cuore del fratello maggiore: egli non addita il minore come colui che si è ridotto a mangiare le ghiande coi porci, condizione che, come osservavamo prima, lo fa uscire da qualsiasi relazione, anche la più degradata, con altri uomini. Per evocare il fratello, egli agita agli occhi del Padre solo lo spettro del “peccato sessuale”: suo fratello minore è, per lui, quello “che ha sperperato i tuoi beni con le prostitute”.


Con queste parole, in cui moralisticamente rinfaccia il peccato, il fratello maggiore cerca di muovere l’indignazione del Padre, rinfocolando, invece, soltanto la propria. Egli tenta di coprire con la censura morale la sua acrimonia verso il fratello, di cui sembra invidiare la capacità di osare, di staccarsi da casa, e il risentimento verso il Padre, di cui certo invidia la bontà infinita e senza calcoli (cfr. Mt 20,15).


Alla gioia fremente del Padre fa da contraltare la sua tristezza da contabile dell’amore, che si ferma sulla soglia della porta, perché, da perfetto invidioso, non riesce a sostenere la vista e la presenza del peccatore perdonato e divenuto “una creatura nuova”, come indicano i sandali, simbolo dell’uomo libero, perché “le cose vecchie sono passate, ne sono nate di nuove” (2 Cor 5, 17: la seconda lettura).


(Valentina Chinnici)


 


Preghiera

Nella mia vita ho sperimentato molte bene quanto è difficile per me confidare di essere amato ed avere fiducia che l’intimità in cui ho bisogno e che desidero ardentemente è lì pronta per me. Più spesso vivo come se dovessi meritarmi l’amore, fare qualcosa e poi forse ottenere qualcosa in cambio. Questo atteggiamento abbraccia l’intera questione di ciò che nella vita spirituale viene chiamato “amore preveniente”. Credo davvero di essere amato anzitutto, indipendentemente da ciò che faccio o da ciò che compio? È una questione importante, perché fino a che penso che quello di cui ho bisogno me lo devo conquistare, meritare e ottenere con un duro lavoro, non riuscirò mai ad avere ciò di cui ho più bisogno e che desidero di più, che è un amore che non può essere guadagnato ma che è donato gratuitamente. Pertanto il mio ritorno è la mia disponibilità ad abbandonare la tendenza a ragionare in questo modo e a vivere sempre più secondo la mia vera identità di figlia o figlio prediletto di Dio.


Aiutami ad amare gli altri così come sono, o Signore, nello stesso modo in cui tu hai donato il tuo amore a me.


(H.J.M. NOUWEN, Dalla paura all’amore. Riflessioni quaresimali sulla parabola del figlio prodigo, Brescia, Queriniana, 2002, 59-60).


 


                



* Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di:


- Messalino festivo dell’Assemblea, Bologna, EDB, 2007.


- La Bibbia per la famiglia, a cura di G. Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.


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- COMUNITÀ MONASTICA SS. TRINITÀ DI DUMENZA, La voce, il volto, la casa e le strade, Milano, Vita e Pensiero, 2008-2009.


- M. FERRARI, monaco di Camaldoli, «Oggi di è adempiuta questa scrittura». Tempo di Quaresima e Tempo di Pasqua, Milano, Vita e Pensiero, 2013.


- J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret, Milano, Rizzoli, 2007.


- J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, L’infanzia di Gesù, Milano/Città del Vaticano, Rizzoli/Libreria Editrice Vaticana, 2012.


- C.M. MARTINI, Incontro al Signore risorto. Il cuore dello spirito cristiano, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2009.


- J.M. NOUWEN, Un ricordo che guida, in ID., Mostrami il cammino. Meditazioni per il tempo di Quaresima, Brescia, Queriniana, 2003.


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- Immagine della domenica, a cura di García-Orsini-Pennesi.



 


PER L'APPROFONDIMENTO:


 

 
editore |18.03.2019
ANNO C QUARESIMA III

 Prima lettura: Esodo 3,1-8.13-15


 






In quei giorni, mentre Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l’Oreb.  L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco dal mezzo di un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva per il fuoco, ma quel roveto non si consumava. Mosè pensò: «Voglio avvicinarmi a osservare questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?». Il Signore vide che si era avvicinato per guardare; Dio gridò a lui dal roveto: «Mosè, Mosè!». Rispose: «Eccomi!». Riprese: «Non avvicinarti oltre! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è suolo santo!». E disse: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe». Mosè allora si coprì il volto, perché aveva paura di guardare verso Dio. Il Signore disse: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele». Mosè disse a Dio: «Ecco, io vado dagli Israeliti e dico loro: “Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi”. Mi diranno: “Qual è il suo nome?”. E io che cosa risponderò loro?».  Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono!». E aggiunse: «Così dirai agli Israeliti: “Io Sono mi ha mandato a voi”». Dio disse ancora a Mosè: «Dirai agli Israeliti: “Il Signore, Dio dei vostri padri, Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi”. Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione».


        






 




  • Nei primi due capitoli del libro dell'Esodo abbiamo storie di oppressioni e violenze ai danni di un popolo che vive in schiavitù. D'altra parte, anche l'iniziativa «autonoma» di Mosè fallisce perché offuscata da sospetti, ombre, paure. Storia di miserie umane dove Dio


    non è presente. Finché non giungiamo alla fine del cap. 2, vv. 23-24 «Gli Israeliti gemettero... Allora Dio ascoltò il loro lamento, si ricordò della sua alleanza con Abramo, Giacobbe». Vocazione e missione di Mosè si pongono ad immediato seguito di questa iniziativa libera e gratuita di Dio.


         — Il racconto della vocazione di Mosè contiene momenti caratteristici e costanti di simili narrazioni bibliche. Abbiamo uno schema tripartito:


    a) chiamata di Dio (vv. 1-10);


    b) obbiezioni del vocato (vv. 11.13);


    c) il segno e la protezione di Dio (vv. 12.14-15)


         Lo stesso schema si ritrova nelle vocazioni di Simeone, Isaia Geremia e nell'annuncio a Maria (Lc 1). A motivo di un taglio notevole (vv. 8b-12), nella pericope liturgica non si percepisce bene la struttura «dialettica» di questa chiamata.


         Evidenziamo alcuni punti che aiutino alla comprensione ed all’approfondimento del testo:


         — Simbolismo del fuoco che brucia senza consumarsi (vv. 2-3). In Es 19,18 il Signore discende nel fuoco sul Sinai, lo fa tremare, ma non lo distrugge. Simbolo fondamentale nelle teofanie, il fuoco esprime due aspetti della presenza di Dio: la sua trascendenza (il fuoco che brucia e non consuma è una realtà che non possiamo afferrare e dominare, ma ci sfugge e trascende); la vicinanza di Dio (il suo calore avvolge, illumina, riscalda).


         — Santità del luogo (v. 5). Spesso ricordata nella Sacra Scrittura: vedi Gn 28,16 (santuario di Betel): Certo il Signore è in questo luogo, ed io non lo sapevo! Non l'uomo ma Dio, con la sua presenza, santifica un certo luogo. Questo spazio santificato «preesiste alla coscienza dell'uomo» (G. RAVASI) e questi, per accedervi, deve compiere un gesto di distacco e umiliazione, un gesto che qui si esprime nel togliersi i sandali (cosa che ancora vige nelle moschee).


         — Rivelazione del Nome divino (vv. 13-14). Il «nome» corrisponde alla realtà stessa di Dio. Così come viene espresso e spiegato, può aprirsi a vari livelli di comprensione:


         • Mistero che sfugge: «Io sono colui che sono» è tautologia enigmatica ed apparentemente evasiva, che comunque lascia il suo essere nel mistero, senza chiarirlo: irraggiungibile e inconoscibile, il mistero di Dio non si lascia usare o definire dall'uomo.


         • La libertà di essere: il giro di frase, per cui si ripete quel che si è già detto (idem per idem) è tipico di alcune affermazioni divine in cui è messa in luce la sua libertà di essere e di agire. Ad es. in Es 33 19 Dio dice a Mosè: Faccio grazia a chi faccio grazia, uso misericordia con chi uso misericordia. In altri termini Dio non si lascia sindacare o condizionare da niente e da nessuno; è misericordioso con chi vuole esserlo, fa grazia a chi vuole. In tal senso, con l'espressione: Io sono colui che sono, Dio afferma che nel suo essere è determinato solo dal suo «volere»: veramente libero di essere quello che vuole essere!


         • Nome di speranza. Il verbo «essere» (hyh) in ebraico è verbo «attivo»; non indica uno stato, ma una attività. In tal senso Dio si rivela a Mosè come Colui che è, che agisce e vale (a differenza degli idoli che sono un nulla, perché non contano e non valgono niente). Alla luce di ciò, il versetto che conclude la nostra lettura assume tutto il suo spessore teologico: «Il Signore, Dio dei vostri padri, Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi”. Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione» (v. 15). «Per sempre», Dio è e sarà per il suo popolo quello che è, presente per liberarlo e guidarlo. Dio, nel rivelare il suo nome, non consegna una definizione filosofica di esso (Io sono l'ESISTENTE), anche se questa verità è in fondo supposta, ma un solido titolo di speranza. L'Apocalisse di Giovanni augura la grazia e la pace derivanti da «Colui che è, che era e che viene» (Ap 1,4).




 


Seconda lettura: 1Corinzi 10,1-6.10-12


 






Non voglio che ignoriate, fratelli, che i nostri padri furono tutti sotto la nube, tutti attraversarono il mare, tutti furono battezzati in rapporto a Mosè nella nube e nel mare, tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale, tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo. Ma la maggior parte di loro non fu gradita a Dio e perciò furono sterminati nel deserto. Ciò avvenne come esempio per noi, perché non desiderassimo cose cattive, come essi le desiderarono. Non mormorate, come mormorarono alcuni di loro, e caddero vittime dello sterminatore. Tutte queste cose però accaddero a loro come esempio, e sono state scritte per nostro ammonimento, di noi per i quali è arrivata la fine dei tempi. Quindi, chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere.       






 




  • Nei capp. 8-10 della Prima Lettera ai Cor., Paolo affronta lo spinoso problema degli «idolotiti», ossia delle carni degli animali sacrificati agli idoli. I resti di questi sacrifici venivano messi in vendita e regolarmente consumati dalla gente. Per i cristiani di Corinto si poneva il problema, se fosse lecito o no consumare queste carni. Pur affermando, da una parte, il principio della fondamentale libertà del cristiano (c. 8), testimoniato col proprio esempio (c. 9), l'Apostolo, d'altra parte, mette in guardia i Corinzi contro il pericolo di contaminazione e  «connivenza» con gli ambienti pagani (c. 10). La nostra pericope si inserisce esattamente al principio di questa lunga ammonizione, che parte dai castighi che colpirono i padri nel deserto a causa della loro infedeltà.


         — Non voglio che ignoriate, fratelli, che i nostri padri furono tutti sotto la nube, tutti attraversarono il mare, tutti furono battezzati in rapporto a Mosè... tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale, ecc. (vv. 1-4). I fatti principali vissuti da tutto il popolo d'Israele sono riletti alla luce della presente situazione dei cristiani, della loro vita sacramentale (battesimo, eucarestia, presenza del Cristo, ecc.). Si noti l'insistenza martellante sul «tutti»: a nessuno furono negati i doni della salvezza, che prefigurano quelli del regime attuale dei cristiani. Questo accostamento si fa in base alla continuità storico-salvifica che Dio stesso stabilisce tra i fatti dell'esodo e quelli della Chiesa. Il Cristo, preesistente nella storia di Israele, è indicato sia da Mosè («battezzati in Mosè, come noi lo siamo in Cristo), che dalla «roccia» (una tradizione rabbinica voleva che quella roccia, simbolo della sapienza divina, accompagnasse Israele nel deserto).


         — La maggior parte di loro... furono sterminati nel deserto (v. 5). Nonostante tali privilegi, la maggioranza degli Israeliti merita il castigo divino. Alla continuità salvifica si contrappone una «discontinuità» etica da parte di Israele.


         — Ciò avvenne come esempio per noi...» (vv. 6.11). La parola italiana «esempio» corrisponde al greco «typos», che qui assume un duplice significato: prefigurazione ed esempio ammonitore. Come prefigurazione, la storia dell'esodo anticipa, prepara ed è in funzione degli eventi vissuti dai cristiani, eventi ultimi e definitivi della storia della salvezza («è arrivata la fine dei tempi», v. 11).


         Come storia ammonitrice, quella dell'esodo ha la funzione di scuotere i corinzi dalla loro illusoria sicurezza («chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere»). Non si tratta solo di stare in guardia contro la mormorazione (v. 10), ma soprattutto — stando ai vv. 7-9 stranamente omessi nel brano liturgico — di non incorrere nel peccato di idolatria, che equivale a fornicazione, di quanto porta a tradire Dio, per prostituirsi ad altri idoli.


         Pur restando saldo il principio della libertà, occorre evitare il peccato di presunzione, ed essere umili nel ruggire ogni occasione di comunione con gli idoli pagani (v. 14: «Fuggite l'idolatria»).




 


Vangelo: Luca 13,1-9


 






In quel tempo si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo». Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Taglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».


 






 


Esegesi


 


     La pericope si colloca in quella lunga sezione del vangelo di Luca riguardante il viaggio di Gesù verso Gerusalemme (9,51 - 21,27). Gesti, insegnamenti, ammonizioni di Gesù sono «segnati» da questa tensione verso il compimento decisivo della sua missione, attraverso la passione, la morte, la risurrezione, e quindi dalla dimensione pasquale.


     In particolare, il vangelo di oggi si inserisce tra due momenti che ne caratterizzano ulteriormente il senso kerygmatico:


     — prima, Gesù parla dei «segni dei tempi» invitando ad una condotta che ottenga il giudizio più benevolo possibile da parte di Dio (12,54-59);


     — dopo, la guarigione della donna curva (13,10-17), che rivela potenza salvifica di Gesù, superiore allo stesso sabato, a favore di una «figlia di Abramo».


     In tale contesto il richiamo di oggi a due fatti di cronaca e la parabola del fico, assumono, il senso ineludibile di un invito alla conversione, in presenza di Gesù che sale a Gerusalemme e si immola per tutti, disposto ad attendere, ma ancora per poco, che rispondiamo alle sue chiamate.


     — Il vangelo si compone di due brevi sezioni, ognuna con la sua introduzione: la prima, un monito chiaro alla conversione, prendendo occasione da due fatti tragici (vv. 1-5); la seconda, una parabola che invita ad approfittare, finché dura, del tempo della grazia.


     — Tre annotazioni per evidenziare l'aspetto kerygmatico del testo.


     Prima: i due episodi di morte violenta (strage ordinata da Pilato e crollo della Torre di Siloe) hanno lo scopo di sottolineare come non sempre è da cercare un nesso diretto tra colpa e morte, peccato e infortunio (cf. Gv 9 3) essi devono interpellare chi ascolta, e indurlo a conversione, per non essere impreparato se travolto da eventualità del genere.


     Seconda: in base al Lv 19,23 i frutti di un albero si possono cogliere solo al quarto anno. Se il proprietario dice: «sono tre anni che vengo a cercare frutti» vuol dire che sono passati almeno sei anni da quando il fico è stato piantato. Ma a parte questo lungo tempo, il fico gode del privilegio di essere piantato dentro il vigneto. Albero di poco conto e ingombrante, il fico veniva solitamente piantato altrove, fuori della vigna per non sfruttare il buon terreno destinato alle viti. Il che sottolinea sia la bontà del proprietario, sia il diritto che ha di aspettarsi dei frutti.


     Terza: concimare il terreno di un vigneto, di per se già di buona qualità è operazione insolita. Il fatto che la proposta del vignaiolo non venga respinta - come sarebbe normale - ma accolta dal proprietario, sta ad indicare che egli non vuole risparmiare, ma è disposto a accordare tempi lunghi e a fare tutto il possibile per mettere il fico in condizione di portare frutti.


   — Queste concessioni gratuite e generose contengono una lezione chiara per ogni cristiano: se il giudizio di Dio «ritarda» e se la nostra vita e i benefici di Dio si prolungano nel tempo, tutto questo va letto come «segno» di un tempo di grazia, che urge mettere a frutto, prima che sia tardi.


 


L’immagine della domenica


 


 


Ci vuole tutta una vita


per imparare a vivere,


e... tutta una vita


per imparare a morire.


(Seneca, De vita beata, 17)


 


Meditazione


 


     Ogni parola che Dio rivolge all'uomo esige non solo un ascolto attento e disponibile, ma soprattutto una scelta di vita che sia conseguente alla parola udita. Non è importante il luogo che Dio sceglie per rivolgere la sua parola all'uomo: può essere un luogo misterioso e pieno di fascino in cui si può incontrare Dio nell'intimità di un dialogo e di uno sguardo pieno di stupore (è l'esperienza di Mosè sull'Oreb, narrata nel testo di Es 3,1-8); può essere la vicenda quotidiana dell'uomo con i suoi eventi drammatici e inquietanti, che esigono un discernimento per cogliere in essi un senso, una presenza che interpella, una parola di vita (cfr. Lc 13,1-9). Ma nel momento in cui l'uomo accoglie nella sua esistenza questa parola, la sua vita deve cambiare: c'è come uno 'spostamento', una 'inversione di rotta', una conversione.


     Così è avvenuto per Mosè nel terribile e affascinante incontro con quella misteriosa voce che lo chiamava dal roveto ardente. Avvicinarsi a Dio (Es 3,3), essere da Lui chiamati e co-nosciuti per nome (v. 4), essere consapevoli dell'alterità e della santità di Dio (v. 5), accogliere la rivelazione del suo volto e del suo ineffabile nome (vv. 6.14-15), velarsi il viso consapevoli della propria indegnità (v. 6), essere inviati a testimoniare la compassione di Dio per il suo popolo (vv. 7-8), sono le tappe di una radicale conversione che Mosè deve compiere a partire da quella parola pronunciata da Dio dal fuoco del roveto. E dal mo- mento in cui questa parola gli viene rivolta, Mosè ha un diverso rapporto con Dio, con il popolo, con se stesso. Prende a cuore il progetto di Dio, la condizione del popolo oppresso; la sua stessa vita rimane come ferita da questa parola. Ha scoperto l'iniziativa divina, che non può esser condizionata dal capriccio dell'uomo. Non è più lui a decidere, ma è Dio a inviarlo (cfr. il contrasto con l'episodio narrato in Es 2,11-15). Mosè è giunto ad ascoltare la verità di Dio; da allora non ascolta più se stesso e come Abramo è costretto a lasciarsi condurre da Dio e dalla sua parola. In Mosè il cammino di conversione alla parola di Dio sarà continuo e incessantemente ritmato da due domande che lo aprono alla consapevolezza della propria povertà e dell'infinita grandezza di Dio: «Chi sono io per andare dal farao-ne...?» (v. 11) e «Quale è il suo nome?» (v. 13).


     Lo stesso cambiamento di vita a partire da una parola udita è il messaggio che ci propone il testo di Lc 13,1-9. La parola di Gesù di fronte a due avvenimenti di cronaca e la breve parabola del fico che non porta frutto, richiamano la necessità di saper leggere le parole di Dio negli eventi della storia per entrare e collocarsi in essa in una verità di vita, nella vigilanza e nel discernimento. Si tratta di passare da una vita 'in superficie' a una vita 'in profondità', a una vita convertita alla logica di Dio. Ecco perché di fronte alla negatività della storia, il discepolo di Cristo non può accontentarsi di una semplice cronaca o di un giudizio affrettato e rassicurante. Con un tono che non lascia scampo, proprio a partire da due eventi drammatici noti a tutti (alcuni rivoltosi galilei uccisi da Pilato e alcune persone morte in seguito al crollo di una torre), Gesù pone ciascuno di fronte alla propria responsabilità e alla propria vita: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo steso modo» (v. 3). Ogni segno presente nella storia, ricorda Gesù, ha sempre un risvolto personale: è un invito a cogliere l'importanza decisiva del tempo, la necessità di accogliere l'of-ferta di perdono da parte di Dio resa attuale nella parola e nella persona di Gesù. E così di fronte a un evento drammatico, il discepolo è chiamato a esercitare un discernimento in cui deve lasciarsi coinvolgere come credente. C'è un discernimento illusorio che divide i buoni dai cattivi in nome della giustizia (cfr. la parabola della zizzania in Mt 13,24-30) o considera il male come inevitabile e fatale. Il discernimento a cui invita Gesù apre a una lettura della storia in profondità: il tempo che ci è donato è in vista di una salvezza e gli avvenimenti contengono la parola accorata ed insistente di un Dio che ama la vita e ci chiama a condividerla con lui. Ogni fatto, letto in questa prospettiva può essere un’occasione per mettere in gioco la nostra responsabilità, cambiare modo di pensare e di vivere, ma, soprattutto cambiare il nostro modo di rapportarci a Dio.


     Sotto questa angolatura, il tempo donato all'uomo in vista di una conversione si trasforma in tempo della pazienza (makrothymia) di Dio. A questo ci orienta la breve parabola del fico sterile (vv. 6-9). L'agire dei personaggi, in questa parabola, si colloca tra  l’ovvio e il paradossale. È ovvio, per il padrone di una vigna, tagliare un albero da frutto piantato in mezzo a essa, un fico, che dopo alcuni anni non produce il raccolto desiderato (qui c’è anche un'allusione all'immagine della vigna che produce uva selvatica, in Is 5,1-7): «taglialo, dunque! Perché deve sfruttare il terreno?» (v. 7) dice quel padrone al suo contadino. È paradossale la risposta del contadino al comando del suo padrone: «lascialo ancora quest'anno, finché gli avrò zappato attorno... vedremo se porterà frutti... se no, lo taglierai» (vv. 8-9). È una proposta che rasenta l'assurdo: come potrebbe portare ancora frutto questo albero sterile? Eppure quel contadino ha uno sguardo che va oltre il fallimento evidente: una possibilità e un tempo ulteriori, con un supplemento di cure, forse gioverà a quell’albero, tanto da poter dare il frutto sperato. «Taglialo… lascialo!»: le due battute di questo breve dialogo ricordano quello tra Dio e Abramo a proposito della distruzione delle città del lago (cfr Gen 18,22 ss.). Come Abramo, quel contadino fa emergere il desiderio di vita che, nonostante la dura e sofferta decisione, rimane nascosto nel cuore di quel padrone. Fuori metafora, la parabola ci rivela il modo di agire di Dio. Dio ha pazienza e il suo sguardo va lontano: non toglie gli occhi dal male e solo lui è capace di sopportare il male con tale sicurezza e fiducia, poiché sa come e quando intervenire. La sua pazienza, allora, e spazio donato per la conversione e la salvezza Ecco perché il comportamento di Dio, proprio alla luce di questa parabola e per noi, così impazienti, tanto assurdo: sfocia nell'impossibile che, per Dio, diventa possibile. Ma, possiamo ancora aggiungere, la pazienza di Dio ha un volto: Gesù. Come non riconoscere nel contadino che implora una possibilità ulteriore, lo stile di Gesù che è venuto a chiamare i peccatori a conversione? Nella parabola Gesù rilegge la propria missione: tre anni di annuncio, di attesa perché il popolo porti frutto e alla fine un


ultimo ed estremo tentativo... «Gerusalemme, Gerusalemme quante volte ho voluto raccoglierei tuoi figli... e voi non avete voluto!» (13,34).


     La parabola rimane aperta: non dice quale sia stato il risultato finale. Tutto è rimandato alla responsabilità e alla capacità di accogliere questa possibilità e questo tempo donati. Sta qui la serietà della conversione. Lo spazio che ci è concesso non ha altra ragione di essere se non nel cuore stesso di Dio. E non c'è altra forza che provochi una reale conversione se non la pazienza, la misericordia di Dio. Possiamo invertire la rotta di un modo di essere sbagliato, non attraverso uno sforzo eroico di volontà, ma se impariamo a guardare noi stessi e gli altri con lo sguardo vasto, infinito di Dio. Uno sguardo che va oltre i confi-ni delle nostre possibilità, del nostro giudizio, del nostro cuore Dio e abituato a vedere le cose in grande; come un contadino sa portare il peso del tempo dell'attesa, non rinuncia a lavorare, ha fiducia nelle potenzialità del terreno, pensa al frutto che può maturare. Non ha piantato l'albero per tagliarlo, ma per raccoglierne i frutti.


 


    


 


Preghiere e racconti


Peccatori in conversione

Tutto è provvisorio nella vita dell'uomo, tutto è legato al tempo: in questo senso i peccatori come i giusti vivono nel tempo, un tempo che è dono di Dio per loro, un tempo di grazia e quindi un tempo aperto alla conversione. Ne il peccatore incallito ne il giusto incallito resteranno tali per sempre, tutti sono chiamati a diventare 'peccatori in conversione'.


Dio viene a toccarci in infiniti modi per renderci docili a questo stato di conversione; da parte nostra possiamo solo prepararci a essere toccati da Dio.


Estranei alla conversione siamo estranei all'amore. In questo caso rimarrebbero all'uomo solo due alternative: o l'autosoddisfazione e la giustizia propria, oppure una profonda insoddisfazione e la disperazione. Al di fuori della conversione non possiamo stare alla presenza del vero Dio: non saremmo davanti a Dio, bensì davanti a uno dei nostri numerosi idoli. D'altro lato, senza Dio, non possiamo dimorare nella conversione, perché questa non è mai frutto di buoni propositi o di qualche sforzo sostenuto: è il primo passo dell'amore, dell'amore di Dio molto più che del nostro.


Convertirsi significa cedere all'azione insistente di Dio, abbandonarsi al primo segnale d'amore che percepiamo come proveniente da lui. Abbandono, dunque, nell'accezione forte di 'capitolazione': se capitoliamo davanti a Dio, ci offriamo a lui. Allora tutte le nostre resistenze fondono davanti al fuoco divorante della sua Parola e davanti al suo sguardo; non ci resta altro che la preghiera del profeta Geremia: « Sconvolgici [lett: rovesciaci], Signore, e noi saremo convertiti [lett.: rovesciati]» (Lam 5,21; cfr. Ger31,18).


(A. LOUF, Sotto la guida dello Spirito, Magnano, 1990, 15-17).


 


La conversione

La conversione attesta la perenne giovinezza del cristianesimo: il cristiano è colui che sempre dice: « Io oggi ricomincio». Essa nasce dalla fede nella resurrezione di Cristo: nessuna caduta, nessun peccato ha l'ultima parola nella vita del cristiano, ma la fede nella resurrezione lo rende capace di credere più alla misericordia di Dio che all'evidenza della propria debolezza, e di riprendere il cammino di sequela e di fede. Gregorio di Nissa ha scritto che nella vita cristiana si va «di inizio in inizio attraverso inizi che non hanno mai fine». Sì, sempre il cristiano e la chiesa abbisognano di conversione, perché sempre devono discernere gli idoli che si presentano al loro orizzonte, e sempre devono rinnovare la lotta contro di essi per manifestare la signoria di Dio sulla realtà e sulla loro vita. In particolare, per la chiesa nel suo insieme, vivere la conversione significa riconoscere che Dio non è un proprio possesso, ma il Signore. Implica il vivere la dimensione escatologica, dell’attesa del Regno di Dio che deve venire e che la chiesa non esaurisce, ma annuncia. E annuncia con la propria testimonianza di conversione.


(Enzo Bianchi, Le parole della spiritualità, 67-70).


 


Dio attende pazientemente la nostra conversione

Fratelli amatissimi, mostriamo, sottomettendoci spiritualmente, quali servi e adoratori di Dio, la pazienza che ci viene insegnata con ammaestramenti divini.


Quale immensa pazienza in Dio! Sopportando pazientemente ciò che l'uomo ha stabilito in oltraggio della sua maestà e della sua gloria, i templi pagani, le immagini e i culti idolatri, fa nascere il giorno e la luce del sole tanto sui buoni quanto sui malvagi (cfr. Mt 5,45); e quando irriga di pioggia la terra, nulla è escluso dai suoi benefici. Senza distinzione prodiga piogge abbondanti per i giusti e per i peccatori (cfr. Mt 5,45).


E sebbene Dio sia amareggiato dalle nostre continue offese, domina la propria indignazione e attende pazientemente il giorno della retribuzione, prestabilito una volta per tutte, e sebbene la vendetta sia in suo potere, preferisce serbare pazienza a lungo, sopportando e indugiando con clemenza perché, se è possibile, la malvagità perpetrata a lungo si trasformi un giorno e l'uomo, dopo essersi compiaciuto in sbandamenti e mali contagiosi, ritorni a Dio che l'ammonisce e gli dice: Non voglio la morte di chi muore, ma che si converta e viva (Ez 18,32). E ancora: Ritornate al Signore vostro Dio perché è misericordioso e buono, paziente e colmo di compassione e tardo all'ira (Gl 2,13b). Il beato apostolo Paolo ricorda queste cose e cerca di ricondurre il peccatore a penitenza dicendo: «O forse disprezzi le ricchezze della sua bontà, della sua tolleranza e della sua pazienza, senza riconoscere che la bontà di Dio ti spinge alla conversione? Tu però, con la tua durezza e il tuo cuore impenitente accumuli collera su di tè per il giorno dell'ira e della rivelazione del giusto giudizio di Dio, il quale renderà a ciascuno secondo le sue opere» (Rm 2,4-6). Ha definito giusto il giudizio di Dio, perché è tardivo, perché è differito a lungo in modo che la grande pazienza di Dio possa provvedere alla vita dell'uomo.


(CIPRIANO, II bene della pazienza 3-4, SC 291, pp. 186-190).


 


Dio ama per primo, ama in perdita, senza condizioni

Che colpa avevano quei diciotto uccisi dalla della torre di Siloe? E i tremila delle Torri gemelle? E i siriani, le vittime e i malati, sono forse più peccatori degli altri? La risposta di Gesù è netta: smettila di immaginare l'esistenza come un'aula di tribunale. Non c'è rapporto alcuno tra colpa e disgrazia, tra peccato e malattia. La mano di Dio non semina morte, non spreca la sua potenza in castighi.


Ma se non vi convertirete, perirete tutti. È tutta una società che si deve salvare. Non serve fare la conta dei buoni e dei cattivi, bisogna riconoscere che è tutto un mondo che non va, se la convivenza non si edifica su altre fondamenta, e non la disonestà eretta a sistema, la violenza del più forte, la prepotenza del più ricco. Mai come oggi capiamo che tutto nel mondo è in stretta connessione: se ci sono milioni di poveri senza dignità né istruzione, sarà tutto il mondo ad essere privato del loro contributo, della loro intelligenza; se la natura è sofferente, soffre e muore anche l'uomo.


Su tutti scende l'appello accorato e totale di Gesù: Amatevi, altrimenti vi distruggerete. Il Vangelo è tutto qui. Senza questo non ci sarà futuro. Alla serietà di queste parole fa da contrappunto la fiducia nel futuro nella parabola del fico: da tre anni il padrone attende invano dei frutti, e allora farà tagliare l'albero. Invece il contadino sapiente, che è un “futuro di cuore”, dice: «Ancora un anno di lavoro e gusteremo il frutto». Dio è così: ancora un anno, ancora un giorno, ancora sole pioggia cure perché quest'albero è buono; quest'albero, che sono io, darà frutto.


Dio contadino, chino su di me, su questo mio piccolo campo, in cui ha seminato così tanto per tirar su così poco. Eppure lascia un altro anno ai miei tre anni di inutilità; e invia germi vitali, sole, pioggia, fiducia. Per lui il frutto possibile domani conta più della mia inutilità di oggi.


«Vedremo, forse l'anno prossimo porterà frutto». In questo forse c'è il miracolo della fede di Dio in noi. Lui crede in me prima ancora che io dica sì. Il tempo di Dio è l'anticipo, il suo è amore preveniente, la sua misericordia anticipa il pentimento, la pecora perduta è trovata e raccolta mentre è ancora lontana e non sta tornando, il padre abbraccia il figlio prodigo e lo perdona prima ancora che apra bocca.


Dio ama per primo, ama in perdita, ama senza condizioni. Amore che conforta e incalza: «Ti ama davvero chi ti obbliga a diventare il meglio di ciò che puoi diventare» (R. M. Rilke). La sua fiducia verso di me è come una vela che mi sospinge in avanti, verso la profezia di un'estate felice di frutti: se ritarda attendila, perché ciò che tarda di certo verrà (Ab. 2,3).


(Ermes Ronchi)


 


“Convertitevi e credete nel Vangelo”


Dopo le prime due domeniche di Quaresima, che fanno sempre memoria delle tentazioni di Gesù nel deserto e della sua trasfigurazione sul monte, la chiesa ci fa percorrere un itinerario diverso in ogni ciclo. Quest’anno (ciclo C), seguendo il vangelo secondo Luca, il tema dominante nei brani evangelici è quello della misericordia-conversione, cammino da rinnovarsi soprattutto nel tempo di preparazione alla Pasqua.


Questa pagina contiene due messaggi: il primo sulla conversione, il secondo sulla misericordia di Dio. Gli ascoltatori di Gesù sono stati raggiunti da una notizia di cronaca, relativa a una strage avvenuta in Galilea: mentre venivano offerti sacrifici per chiedere a Dio aiuto e protezione, la polizia del governatore Pilato aveva compiuto un eccidio, mescolando il sangue delle vittime offerte con quello degli offerenti. I presenti vogliono che Gesù si esprima sull’oppressivo e persecutorio dominio romano, sulla situazione di quei galilei forse rivoluzionari, sulla colpa che ha causato quel massacro…


Ma Gesù, che dà un giudizio negativo sui dominatori di questo mondo – i quali opprimono, dominano e si fanno chiamare benefattori (cf. Lc 22,25 e par.) –, risponde coinvolgendo l’uditorio solo su un altro piano, quello della causa del male sofferto. Dice infatti: “Credete che quei galilei fossero più peccatori di tutti i galilei, per aver subìto tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”.


Egli replica sul piano della fede e della conoscenza di Dio. È come se dicesse: “Voi pensate che il peccato commesso dall’uomo scateni automaticamente il castigo da parte di Dio, ma non è così. In tal modo date a Dio un volto perverso!”. Gesù, infatti, sa che ogni essere umano è abitato in profondità da un ancestrale senso di colpa, che emerge prepotentemente ogni volta che accade una disgrazia o appare la forza del male.


È così, pensiamoci bene; quando ci arriva una malattia, quando ci capita un fatto doloroso, subito ci poniamo la domanda: “Ma cosa ho fatto di male per meritarmi questo?”. È radicata in noi la dinamica ben espressa dal titolo del celebre romanzo di Fëdor Dostoevskij, “delitto e castigo”: dove c’è il delitto, il peccato, deve giungere il castigo, la pena, pensiamo…


Gesù vuole distruggere questa immagine del Dio che castiga, tanto cara agli uomini religiosi di ogni tempo, in Israele come nella chiesa. Per farlo, menziona lui stesso un altro fatto di cronaca, accompagnandolo con il medesimo commento: “Quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Siloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”.


Qual è dunque il cammino indicato da Gesù? Innanzitutto egli ci insegna ad avere uno sguardo diverso sulla vita: ogni vita è precaria, è contraddetta dalla violenza, dal male, dalla morte. Dietro a questi eventi non bisogna vedere Dio come castigatore e giudice, perché Dio potrà eventualmente fare questo solo nel giudizio finale, quando saremo passati attraverso la morte. La nostra vita sulla terra, invece, non sta sotto l’onnipotenza di Dio.


Quelle uccisioni e quelle morti sono comunque un segno di ciò che attende chi non si converte, perché chi continua a fare il male cammina su una strada mortifera e, di conseguenza, si procura da solo il male che incontrerà già qui sulla terra e poi nel giudizio ultimo di Dio. Gesù, come un profeta, invita dunque alla conversione. Non si dimentichino i significati di questa parola.


Secondo l’Antico Testamento convertirsi (shuv/teshuvà) significa “tornare indietro”, cioè ritornare alla legge violata, rinnovando quindi l’alleanza con Dio. Il cammino richiesto è in primo luogo morale, riguarda l’agire, e si manifesta anche come pentimento/penitenza (termini connessi a “pena”). Nel Nuovo Testamento, poi, il verbo metanoéo significa “mutamento di mentalità”, dunque un movimento di fiducia, adesione, fede.


Per questo Gesù ha predicato: “Convertitevi e credete nel Vangelo” (Mc 1,15; cf. Mt 4,17), ovvero “convertitevi credendo e credendo convertitevi”. Gesù è un profeta e, come tale, sa che gli umani sono peccatori, commettono il male; per questo chiede loro di aderire alla buona notizia del Vangelo e di accogliere la misericordia di Dio che va loro incontro, offrendo il perdono.


E affinché i suoi ascoltatori comprendano la novità portata dal Vangelo, Gesù racconta loro una bellissima parabola. Un uomo ha piantato con fatica un fico nella propria vigna e con tanta fiducia ogni estate viene e cercare i suoi frutti ma non ne trova, perché quell’albero pare sterile. Spinto da quella delusione ripetutasi per ben tre anni, pensa dunque di tagliare il fico, per piantarne un altro.


Chiama allora il contadino che sta nella vigna e gli esprime la sua frustrazione, intimandogli di tagliare l’albero: perché deve sfruttare inutilmente il terreno e rubare il nutrimento ad altre piante? Tutti noi comprendiamo questa decisione del padrone della vigna, ispirata dal nostro concetto di giustizia retributiva e meritocratica: non si paga chi non dà frutto, mentre gli altri si pagano proporzionalmente al frutto che ciascuno dà!


Ma il contadino, che lavora quella terra, ama ciò che ha piantato, sarchiato, innaffiato e concimato. Il vignaiolo, si sa, ama la vigna come una sposa; per questo osa intercedere presso il padrone: “Signore (Kýrie), lascia il fico per un altro anno, perché io possa ancora sarchiarlo e concimarlo, con una cura più attenta e delicata. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, tu lo taglierai!”. Straordinario l’amore del vignaiolo per il fico: ha pazienza, sa aspettare, gli dedica il suo tempo e il suo lavoro.


Promette al padrone di prendersi particolare cura di quell’albero infelice; in ogni caso, lui non lo taglierà, ma lo lascerà tagliare al padrone, se vorrà… Questo “tu lo taglierai” è un’ulteriore intercessione, che equivale a dire: “Io sono pronto ad aspettare ancora e ancora che esso dia frutto”. Stanno l’una di fronte all’altra la giustizia umana retributiva e la giustizia di Dio che non solo contiene in sé la misericordia, ma è sempre misericordia, pazienza, attesa, sentire in grande (makrothymía).


Questo vignaiolo è Gesù, venuto nella vigna (cf. Lc 20,13 e par.) di Israele vangata, liberata dai sassi, piantata da Dio come vite eccellente: “e Dio aspettò che producesse uva” (Is 5,2)… Sì, è venuto il Figlio di Dio nella vigna, si è fatto vignaiolo tra gli altri vignaioli, ha amato veramente la vigna e se n’è preso cura, innalzando per lei intercessioni in ogni situazione, ponendosi tra la vigna-Israele e il Dio vivente, facendo un passo, compromettendo se stesso nella cura della vigna.


È stando “in medio vineae”, in mezzo alla vigna, che dice a Dio: “Lasciala, lasciala ancora, attendi i suoi frutti; io, intanto, me ne assumo la cura, che è responsabilità!”. Così la vigna-Israele e la vigna-chiesa sono conservate anche quando non danno i frutti sperati da Dio, perché Gesù il Messia è il vignaiolo in mezzo a loro (cf. Gv 15,1-8), è il loro sposo (cf. Lc 5,34-35 e par.).


Giovanni il Battista aveva predicato: “Già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco” (Lc 3,9; Mt 3,10). Ciò avverrà nel giudizio, ma ora, nel frattempo, Gesù dice a Dio: “Abbi pazienza, abbi misericordia, aspetta ancora a sradicare il fico. Io lavorerò e farò tutto il possibile perché esso porti frutto”. Attenzione però: il frattempo termina per noi con la morte; speriamo che non termini l’intercessione di Gesù Cristo!


(Enzo Bianchi)


 


 


Convertirsi significa “andare controcorrente”

Il periodo quaresimale deve essere un periodo per “andare controcorrente” e “cambiare direzione nel cammino della vita”. È quanto ha detto Benedetto XVI in occasione dell'Udienza generale di mercoledì nell'Aula Paolo VI.


All’inizio del cammino quaresimale, il Papa ha invitato i fedeli a cogliere “la sorprendente novità” sprigionata dal richiamo alla conversione che “mette a nudo e denuncia la facile superficialità che caratterizza molto spesso il nostro vivere”.


Il Papa ha spiegato che per conversione si intende “una vera e propria inversione di marcia”, in cui ci si lascia trasformare dal mistero pasquale di Gesù.


“Conversione ha detto è andare controcorrente, dove la 'corrente' è lo stile di vita superficiale, incoerente ed illusorio, che spesso ci trascina, ci domina e ci rende schiavi del male o comunque prigionieri della mediocrità morale”.


“Con la conversione, invece, si punta alla misura alta della vita cristiana, ci si affida al Vangelo vivente e personale, che è Cristo Gesù”.


“Non è una semplice decisione morale ha aggiunto, che rettifica la nostra condotta di vita, ma è una scelta di fede, che ci coinvolge interamente nella comunione intima con la persona viva e concreta di Gesù”.


La conversione, ha continuato il Papa, è il “sì totale di chi consegna la propria esistenza al Vangelo, rispondendo liberamente a Cristo che per primo si offre all’uomo come via, verità e vita”.


Del resto, ha sottolineato, l'appello alla conversione e a credere al Vangelo “non sta solo all’inizio della vita cristiana”, ma ne accompagna tutti i passi.


“Ogni giorno è momento favorevole e di grazia, perché ogni giorno ci sollecita a consegnarci a Gesù, ad avere fiducia in Lui, a rimanere in Lui, a condividerne lo stile di vita”.


“Ogni giorno, anche quando non mancano le difficoltà e le fatiche, le stanchezze e le cadute, anche quando siamo tentati di abbandonare la strada della sequela di Cristo e di chiuderci in noi stessi, nel nostro egoismo, senza renderci conto della necessità che abbiamo di aprirci all’amore di Dio in Cristo, per vivere la stessa logica di giustizia e di amore”.


(Benedetto XVI, In occasione dell'Udienza generale per il Mercoledì delle Ceneri, mercoledì, 17 febbraio 2010).


 


Cambiare la storia

Chi spera cammina,


non fugge!


Si incarna nella storia!


Costruisce il futuro,


non lo attende soltanto!


Ha la grinta del lottatore,


non la rassegnazione di chi disarma!


Ha la passione del veggente,


non l'aria avvilita di chi si lascia andare.


Cambia la storia, non la subisce!


(don Tonino Bello)


 


Preghiera

«Dio mio,


dammi la forza di cambiare le cose


che possono essere cambiate;


dammi la forza di accettare le cose


che non possono essere cambiate;


e dammi la luce


per distinguere le une dalle altre»


(Anonimo)


 


                



* Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di:


- Messalino festivo dell’Assemblea, Bologna, EDB, 2007.


- La Bibbia per la famiglia, a cura di G. Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.


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- COMUNITÀ MONASTICA SS. TRINITÀ DI DUMENZA, La voce, il volto, la casa e le strade, Milano, Vita e Pensiero, 2008-2009.


- M. FERRARI, monaco di Camaldoli, «Oggi di è adempiuta questa scrittura». Tempo di Quaresima e Tempo di Pasqua, Milano, Vita e Pensiero, 2013.


- J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret, Milano, Rizzoli, 2007.


- J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, L’infanzia di Gesù, Milano/Città del Vaticano, Rizzoli/Libreria Editrice Vaticana, 2012.


- C.M. MARTINI, Incontro al Signore risorto. Il cuore dello spirito cristiano, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2009.


- J.M. NOUWEN, Un ricordo che guida, in ID., Mostrami il cammino. Meditazioni per il tempo di Quaresima, Brescia, Queriniana, 2003.


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- Immagine della domenica, a cura di García-Orsini-Pennesi.



 


PER L'APPROFONDIMENTO:


III DOMENICA DI QUARESIMA

 
editore |15.03.2019
ANNO C QUARESIMA II

 Prima lettura: Genesi 15,5-12.17-18


 






In quei giorni, Dio condusse fuori Abram e gli disse: «Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle» e soggiunse: «Tale sarà la tua discendenza». Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia. E gli disse: «Io sono il Signore, che ti ho fatto uscire da Ur dei Caldei per darti in possesso questa terra». Rispose: «Signore Dio, come potrò sapere che ne avrò il possesso?». Gli disse: «Prendimi una giovenca di tre anni, una capra di tre anni, un ariete di tre anni, una tortora e un colombo». Andò a prendere tutti questi animali, li divise in due e collocò ogni metà di fronte all’altra; non divise però gli uccelli. Gli uccelli rapaci calarono su quei cadaveri, ma Abram li scacciò. Mentre il sole stava per tramontare, un torpore cadde su Abram, ed ecco terrore e grande oscurità lo assalirono. Quando, tramontato il sole, si era fatto buio fitto, ecco un braciere fumante e una fiaccola ardente passare in mezzo agli animali divisi. In quel giorno il Signore concluse quest’alleanza con Abram: «Alla tua discendenza io do questa terra, dal fiume d’Egitto al grande fiume, il fiume Eufrate».


          






 


v Nella seconda domenica di quaresima la liturgia ci propone nell’anno A la chiamata, nell’anno B il sacrificio di Isacco e nell’anno C l’alleanza. La vita di Abramo era completamente cambiata dopo che aveva sentito la chiamata del Signore (Gn 12). Si era fidato della sua parola. Era partito per una terra che non conosceva fidandosi di Dio che gli aveva promesso un figlio. Il tempo però era passato e la promessa non sembrava realizzarsi. Abramo sperimenta l’incertezza, l’oscurità della fede per il silenzio prolungato di Dio.


     Ma ora il Signore stesso prende l’iniziativa e gli parla: Guarda in cielo e conta le stelle(v. 5). Nonostante la sterilità avrà una discendenza come le stelle del cielo. Abramo ancora una volta credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia (v. 6). È l’”amen” della fede proclamata dai profeti. La fede è un “credente in” prima ancora di un “credere che”. È fondare la propria vita sulla parola del Signore. Come i sacerdoti usavano pronunciare un giudizio a riguardo della perfezione della vittima sacrificale (cf. Lv 7,18), ora il giudizio viene pronunciato da Dio a riguardo della decisione di fede di Abramo. Era quello il giusto rapporto della creatura con il suo creatore. Anche i profeti dicevano: “obbedire è meglio del sacrificio” (cf. 1Sam 15,22). Nell’interpretazione paolina “giustizia” è l’atto ultimo della storia della salvezza. Abramo diventa il primo dei credenti a sperimentare la giustizia di Dio, la riconciliazione con lui, a prescindere da ogni opera della legge, in quanto la circoncisione gli verrà chiesta solo più tardi. (c. 17).


     Il Signore con un rito tradizionale in cui si tagliavano le bestie a metà, sigilla con Abramo un’alleanza: Io sono il Signore, che ti ho fatto uscire da Ur dei Caldei per darti in possesso questa terra (v. 7). Con essa egli gli rinnova la promessa della terra. I contraenti dovevano secondo l’uso passare attraverso gli animali tagliati imprecando la stessa sorte se venissero meno alla parola. Dio non permette ad Abramo di passare. Lui solo passa in mezzo agli animali come braciere fumante (v. 17), impegnandosi da solo a mantenere le promesse.


 


Seconda lettura: Filippesi 3,17-4,1


 






 Fratelli, fatevi insieme miei imitatori e guardate quelli che si comportano secondo l’esempio che avete in noi. Perché molti – ve l’ho già detto più volte e ora, con le lacrime agli occhi, ve lo ripeto – si comportano da nemici della croce di Cristo. La loro sorte finale sarà la perdizione, il ventre è il loro dio. Si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi e non pensano che alle cose della terra. La nostra cittadinanza infatti è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose. Perciò, fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona, rimanete in questo modo saldi nel Signore, carissimi!


 






 


v Paolo in questa lettera parla alla comunità di Filippi della propria esperienza di Gesù Cristo, come sia stato lui afferrato sulla via di Damasco e come ora tutta la sua vita non sia altro che un correre dietro a lui, in attesa di stare sempre con lui in cielo. Allora si capisce come il brano della lettura odierna inizi con questa frase dell'apostolo: Fratelli, fatevi insieme miei imitatori (v. 17). Paolo era stato un giudeo praticante, ma ora tutte le pratiche ebraiche sono diventate una spazzatura di fronte all'esperienza dell'amore salvifico di Cristo manifestatosi nella sua croce.


     Anche i cristiani si mettano nello stesso cammino che sta dando la vita all'apostolo che ha portato loro la fede. Molti si comportano da nemici della croce di Cristo (v. 18). Molti non seguono il suo esempio. Il peccato continua a manifestarsi come potenza efficace. Il fallimento dei cristiani è l'abbandono della croce di Cristo. Nonostante la redenzione si dà ancora tiepidezza, tentazione, tradimento, perciò è importante stare attenti non solo alla predicazione dell'apostolo, ma anche al suo esempio. Alcuni preferiscono salvarsi con i propri sforzi, non accettando l'amore preveniente di Dio manifestatesi nel volto di Cristo in croce.  Ma il cammino della croce è l'unico che conduce al cielo: La nostra cittadinanza infatti è nei cieli (v. 20). La comunità cristiana tiene lo sguardo rivolto all'abitazione celeste. È lì che ci aspetta Cristo risorto. Egli trasfigurerà il nostro misero corpo (v. 21). In cielo ci sarà una nuova esistenza per l'uomo intero. L'uomo vivrà, non sarà più nella bassezza, ma nella gloria, configurato al corpo di risurrezione di Cristo, assiso alla destra di Dio. Vi è un evidente legame di questo passo con il vangelo odierno.


 


Vangelo: Luca 9,28-36


 






In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme. Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva. Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!». Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.


  






 


Esegesi


 


     Il ministero di Gesù in Galilea stava per concludersi con esito deludente. Inizia l'ultima parte dell'esodo di Gesù al Padre che si compirà a Gerusalemme sul monte Calvario. Il monte Tabor, che secondo la tradizione è il monte della trasfigurazione di Gesù, si sovrappone al Calvario per interpretare il senso della passione: La croce è gloriosa.


     Osserviamo chi partecipa a questa esperienza. Innanzitutto Gesù, che salì sul monte a pregare (v. 28). L'evento è così inserito totalmente nella sfera di Dio. L'unione con il Padre si manifesta anche visibilmente nel volto di Gesù che cambiò d'aspetto (v. 29). Come nella preghiera del Getsemani gli appare un angelo a confortarlo, anche ora appaiono due personaggi dell'Antico Testamento, Mosè ed Elia (v. 30), che parlavano con lui del suo esodo (v. 31). Un esodo non è una fine, ma una pasqua, un passaggio dalla sofferenza alla gioia, da questo mondo al Padre, un passaggio che dirà al mondo che egli è sempre vissuto in unione con il Padre.


     I discepoli non ci sono tutti, ma solo Pietro, Giovanni e Giacomo (v. 28). Tre sono sufficienti per dare una legittima testimonianza. Come nell'orto degli Ulivi essi sono oppressi dal sonno (v. 32). È un sonno che manifesta anche l'incomprensione del mistero di Gesù Cristo. Per questo in quei giorni, cioè durante la vita terrena di Gesù, non riferirono a nessuno ciò che avevano visto (v. 36). Dopo Pasqua tutto sarà chiaro e potranno testimoniare la gloria di Gesù. Hanno bisogno degli occhi del cuore per capire il senso della croce. Pietro cerca di rendere eterno quel momento paradisiaco, che forse gli ricordava la gioia della festa delle capanne. Invece Mosè ed Elia si separavano da lui (v. 33); l'antico si ritirava per far posto alla novità.


     Venne una nube e li coprì con la sua ombra (v. 34). La nube è un segno della presenza di Dio, che conferma in questo caso di essere dalla parte di Gesù, cioè che la salvezza si realizza mediante il suo esodo. La voce divina interpreta il significato della trasfigurazione di Gesù. Questi è il Figlio mio, l’eletto (=scelto), parola che evoca la figura del servo di JHWH (Is 42,1). Il Messia è legato alla sofferenza e alla croce. Il comando: ascoltatelo (v. 35) si rifà a Dt 18,15, che invita ad ascoltare il profeta definitivo di Dio, che porta a compimento la Legge (Mosè) e i profeti (Elia).


 


L’immagine della domenica


 
 


O fonte cristallina,


se in questi tuoi riflessi inargentati


formassi all’improvviso


quegli occhi tuoi desiderati,


che porto nel mio intimo abbozzati! 


(Giovanni della Croce, CB, strofa 12)


 


Meditazione


 


     Ogni anno liturgico ci fa ascoltare, nella seconda domenica di Quaresima, il racconto della Trasfigurazione del Signore. Il cammino quaresimale sembra così interrompersi, o meglio giungere già alla sua meta, facendoci contemplare la gloria pasquale che traspare dal corpo luminoso del Signore trasfigurato. Dopo il cammino nel deserto della prova (nella prima domenica di Quaresima) oggi saliamo con Gesù e i suoi tre discepoli più intimi sul Tabor. Anche noi probabilmente saremmo tentati con Pietro di arrestare qui la nostra sequela costruendo tre tende, ma di fatto l'esperienza del Tabor non costituisce la meta finale del cammino; ci suggerisce piuttosto quali siano le condizioni e gli atteggiamenti interiori che consentono a Gesù, come a ogni suo discepolo, di proseguire il viaggio - l'esodo lo definisce Luca nel suo racconto - verso Gerusalemme e verso la Pasqua. Più che interrompere il cammino quaresimale, la Trasfigurazione ce ne svela il significato più nascosto, permettendoci di assaporare già il suo frutto.


     Il brano della lettera ai Filippesi che ascoltiamo come seconda lettura ci suggerisce un angolo prospettico in cui rileggere l'esperienza del Tabor. Paolo polemizza con coloro che «si comportano da nemici della croce di Cristo» (3,18). Probabilmente allude a quanti pretendono che l'obbligo della circoncisione e dell'osservanza integrale della Legge di Mosè venga imposto anche ai cristiani provenienti dal mondo pagano. Se per l'autentica esperienza di Dio sono ancora indispensabili i precetti della Torah, allora viene svuotata di significato la Croce, che per Paolo è invece la rivelazione luminosa di una salvezza che ci raggiunge gratuitamente, non in forza delle nostre opere, ma dell'amore di Dio che nel Figlio crocifisso ci libera dal peccato e dalla morte. Noi oggi avvertiamo come molto distanti da noi queste tematiche: non abbiamo più il problema della circoncisione o dell'osservanza della legge mosaica. Eppure le parole di Paolo conservano la loro attualità, perché dietro la posizione di chi si comporta da nemico della croce di Cristo, egli scorge l'atteggiamento di chiunque, in vario modo, presume di potersi salvare in forza delle proprie opere, confidando in se stesso e nelle proprie pratiche religiose. Paolo definirebbe questo atteggiamento un confidare nelle «opere della carne», anziché gloriarsi, o vantarsi di Gesù Cristo, confidando in lui e nella sua grazia. Infatti, all'atteggiamento dei nemici della croce di Cristo, Paolo contrappone quello di coloro che aspettano «come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose» (Fil 3, 20-21). Anziché confidare in una salvezza da conquistare con l'opera delle proprie mani, occorre attendere colui che nel suo amore ha la possibilità di trasfigurare la nostra vita rendendola conforme alla sua.


     Tale è anche la fede di Abramo di cui ci parla la prima lettura tratta dal libro della Genesi. «Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia» (v. 6). Abramo crede al Signore e si fida del segno che gli viene donato: «poi lo condusse fuori e gli disse: "Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle"; e soggiunse: "Tale sarà la tua discendenza"» (v. 5). La garanzia della promessa di Dio è un cielo stellato. Ad Abramo che chiede un erede, Dio promette molto di più: una discendenza numerosa come le stelle del cielo. Dio sottolinea l’‘eccesso’ della sua promessa con l'espressione «se riesci a contarle», che sembra anzitutto mostrare quanto il progetto di Dio sia infinitamente più grande dell'attesa di Abramo. Sovrasta la sua speranza quanto il cielo sovrasta la terra. Inoltre, questo cielo stellato che nessuno può contare ricorda ad Abramo che egli dovrà fidarsi della promessa senza poterla verificare. Contare una realtà significa poter esercitare un controllo su di essa. Abramo, al contrario, deve contemplare le stelle senza poterle contare; deve cioè fidarsi del-la promessa senza cercare di dominarla. In una parola, deve semplicemente credere. Ed è ciò che Abramo fa, come afferma il v. 6: «Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia». A rendere l'uomo giusto non sono le opere della carne – il confidare in se stessi e nelle proprie possibilità - ma è la fede, come disponibilità ad affidarsi all'opera che Dio compie in noi. Non pretendendo peraltro di avere altra certezza se non quella offerta dalla Parola stessa. In altri termini, non avendo altra garanzia che un cielo stellato, che non puoi contare. Si tratta sempre della garanzia di un affidamento, non di un possesso.


     Questa è la fede che anche Pietro, Giacomo, Giovanni devono ricevere dall'esperienza che vivono sul Tabor. Pietro vorrebbe costruire tre capanne, in qualche modo per bloccare l'esperienza di Dio in ciò che può personalmente dominare, edificare con le proprie mani, tenere sotto il controllo dei propri occhi. Al contrario, Pietro viene rinviato, dalle parole del Padre, all'affidamento dell'ascolto e alla perseveranza della sequela. «Questi è il Figlio mio, l'eletto; ascoltatelo!» (v. 35). Queste parole risuonano sul Tabor «circa otto giorni dopo questi discorsi», come precisa l'evangelista introducendo il racconto (v. 28). Il riferimento non può che andare a ciò che Gesù ha iniziato a dire ai discepoli subito prima, annunciando il suo destino di passione e invitando Pietro e i suoi compagni a seguirlo lungo la stessa via: «se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua» (9,23). L'imperativo dell'ascolto è l'imperativo della sequela: si devono ascoltare le parole di Gesù per seguirlo lungo la stessa strada che conduce a Gerusalemme, dove Gesù vivrà l'esodo pasquale del quale conversa con Mosè ed Elia, cioè con la Legge e i Profeti, con tutte le Scritture. È nella luce della parola di Dio che Gesù comprende il significato del suo cammino e trova il sostegno per viverlo. Ed è nella luce delle stesse Scritture che possono farlo anche i discepoli. La gloria di Gesù la si contempla non tentando di circoscriverla nelle tre capanne costruite da mani di uomo, ma seguendolo fino a Gerusalemme, fino ai piedi della croce. Solo lì si manifesterà pienamente la gloria del Figlio di Dio di cui la Trasfigurazione rimane un'anticipazione profetica.


     Anche per Gesù e i suoi discepoli, dopo l'esperienza straordinaria del Tabor, riprende il cammino nella discesa dal monte, forse con la stessa fatica di prima, anzi con una fatica che si fa ancora più grave, giacché ora la via si precisa sempre più come orientata verso Gerusalemme e verso la croce. Ma ora diviene un cammino che può essere vissuto con un cuore trasfigurato dall'incontro con Dio. Questo è stato vero innanzitutto per l'esperienza di fede che ha vissuto Gesù stesso. La scena della Trasfigurazione ci rivela infatti la gloria e la luce in cui Gesù ha potuto vivere fino in fondo, nella fedeltà e nella perseveranza, nell'ascolto della Parola e nell'obbedienza al Padre, il suo cammino esodico e pasquale. Rivela non semplicemente la gloria e la luce che lo attendevano al termine del cammino, ma la gloria nella cui luce ha potuto egli stesso camminare verso la Pasqua. Mentre attorno a lui tutto si oscurava, egli aveva la sorgente della luce dentro di sé, e proprio questa luce intima, segreta, gloriosa, ha continuato a illuminare i suoi passi anche nella notte. E l'aveva dentro di sé, ci ricorda il racconto di Luca, perché ha vegliato nella preghiera e ha conversato con le Scritture. Chi non prega e non ascolta la parola di Dio, come inizialmente accade a Pietro, rimane nella notte e viene sopraffatto dal sonno.


 


 Preghiere e racconti


 


La Trasfigurazione


L'icona della Trasfigurazione ci rimanda al tema della divinizzazione dell'uomo, tanto caro alla tradizione dell’Oriente cristiano. I colori usati emanano e rivelano la luce taborica. Questa immagine manifesta lo splendore divino e rispecchia il principio per cui un'icona non si guarda, ma si contempla. Anticamente, questa era la prima icona che un allievo iconografo scriveva per apprendere il segreto della sua missione: penetrare nel Mistero di Dio e dischiudere gli occhi alla sua luce, al fine di rendere gli altri partecipi di questa grazia.


Nell'episodio della Trasfigurazione Gesù prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li porta sopra il monte alto dove Dio si fa conoscere dall'uomo. Al centro dell'icona Gesù risplende, è avvolto in vesti candide ed è circondato da una nube luminosa. Egli benedice i discepoli e li introduce nell'esodo pasquale che compirà a Gerusalemme. In basso, quasi alle falde del monte, gli apostoli, costretti al suolo e incapaci di sostenere il bagliore della divinità, sono estasiati e turbati spettatori della Gloria di Dio.


Lo splendore e la magnificenza di Gesù ci rendono consapevoli della nostra meschinità e dell'infinita distanza che ci separa da Lui; possiamo, però, essere fiduciosi e sereni: la sua luce accompagna i nostri passi mentre scendiamo dal monte e riprendiamo il quotidiano cammino. L'evento della Trasfigurazione, custodito e meditato in cuore, ci  aiuterà ad affrontare le difficoltà della strada: la Gloria che gli apostoli hanno visto è la meta bellissima che ci attende!


Lasciare che il mio cuore


si sciolga


alla dolce tua presenza,


contemplare il tuo volto


e perdermi...


La tua bellezza mi trasfiguri


la tua luce mi invada


il tuo amore mi trasformi


così potrò percorrere le strade


della terra


irradiando Te.


Così sarà meno duro vivere


nell'attesa di essere con te


per sempre.


 


La Trasfigurazione di Gesù

Gesù voleva che i suoi discepoli in particolare quelli che avrebbero avuto la responsabilità di guidare la Chiesa nascente facessero un esperienza diretta della sua gloria divina per affrontare lo scandalo della croce. In effetti quando verrà l’ora del tradimento e Gesù si ritirerà a pregare nel Getsemani terrà vicini gli stessi Pietro Giacomo e Giovanni chiedendo loro di vegliare e pregare con Lui (cfr Mt 26 38). Essi non ce la faranno, ma la grazia di Cristo li sosterrà e li aiuterà a credere nella Risurrezione. Mi preme sottolineare che la Trasfigurazione di Gesù è stata sostanzialmente un’esperienza di preghiera (cfr. Lc 9, 28-29). La preghiera infatti raggiunge il suo culmine e perciò diventa fonte di luce interiore quando lo spirito dell’uomo aderisce a quello di Dio e le loro volontà si fondono quasi a formare un tutt’uno. Quando Gesù salì sul monte si immerse nella contemplazione del disegno d’amore del Padre che l’aveva mandato nel mondo per salvare l’umanità. […] Cari fratelli e sorelle vi esorto a trovare in questo tempo di Quaresima prolungati momenti di silenzio possibilmente di ritiro per rivedere la propria vita alla luce del disegno d’amore del Padre celeste. Lasciatevi guidare in questo più intenso ascolto di Dio dalla Vergine Maria maestra e modello di preghiera. Lei anche nel buio fitto della passione di Cristo non perse ma custodì nel suo animo la luce del Figlio divino. Per questo la invochiamo Madre della fiducia e della speranza.


(Benedetto XVI, Parole prima dell’Angelus, 08. 03. 2009).


 


Per fondare la nostra speranza

Era necessario che gli apostoli concepissero con tutto il cuore quella forte e beata fermezza e non tremassero davanti all'asprezza della croce che dovevano prendere; era necessario che non arrossissero del supplizio di Cristo, né che stimassero vergognosa per lui la pazienza con la quale doveva subire le sofferenze della passione senza perdere la gloria del suo potere. Così Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, suo fratello (Lc 9,28), salì con loro su una montagna in disparte e manifestò loro lo splendore della sua gloria [...] Senza dubbio la trasfigurazione aveva quale primo scopo quello di rimuovere dal cuore dei suoi discepoli lo scandalo della croce, affinché l'umiltà della Passione liberamente subita non turbasse la fede di coloro ai quali era stata rivelata la sublimità della dignità nascosta. Ma con non minore previdenza veniva fondata la speranza della santa chiesa, in modo che l'intero corpo di Cristo conoscesse quale trasformazione avrebbe ricevuto in dono e i mèmbri si ripromettessero di partecipare all'onore che aveva rifulso sul capo del corpo.


A questo proposito il Signore stesso aveva detto, parlando della maestosità della sua venuta: Allora i giusti risplenderanno come il sole nel regno del Padre loro (Mt 13,43), e il beato Paolo afferma la stessa cosa quando dice: «Io ritengo, infatti, che le sofferenze del tempo presente non sono paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi (Rm 8,18) [...] Pietro disse: Signore, è bello per noi stare qui. Se vuoi, facciamo tre tende, una per te, una per Mosè, una per Elia» (Mt 17,4). Il Signore non risponde a tale proposta, volendo mostrare non che era cattiva, ma che era fuori luogo, perché il mondo non poteva essere salvato se non dalla morte di Cristo e la fede dei credenti era chiamata dall'esempio di Cristo a comprendere che, senza giungere a dubitare della felicità promessa, dobbiamo tuttavia in mezzo alle tentazioni di questa vita, chiedere la pazienza prima della gloria, perché la felicità del regno non può precedere il tempo della sofferenza.


(LEONE MAGNO, Discorsi 38,2-3.5, SC 74, pp. 16-19).


 


Il Tabor e il Getsemani

Quanto più la preghiera diventa preghiera del cuore tanto più si ama e si soffre, si vedono più luce e più tenebre, più grazia e più peccato, più Dio e più umanità. Quanto più si scende nel profondo del cuore estendendosi di laggiù fino a Dio, tanto più la solitudine parlerà alla solitudine, l'abisso all'abisso, il cuore al cuore. Laggiù amore e dolore si fondono. Per due volte Gesù invitò gli amici più cari, Pietro, Giovanni e Giacomo, a condividere la sua preghiera più segreta. La prima volta li portò sulla vetta del monte Tabor e lassù essi videro il suo volto brillare come il sole e le sue vesti divenire candide come la luce (Mt 17,2). La seconda volta egli li condusse nel giardino di Getsemani dove essi videro il suo volto angosciato e il sudore fluire come gocce di sangue che cadevano a terra (Lc 22,44). La preghiera del cuore conduce al Tabor ma anche al Getsemani. Dopo aver visto Dio nella gloria lo si vedrà anche nel tormento e dopo aver sentito l'abiezione della sua umiliazione si sperimenterà la bellezza della sua trasfigurazione.


(Henri J.M. NOUWEN, Viaggio spirituale per l’uomo contemporaneo, Brescia,1980,140).


 


Pregare cambia il cuore, diventi ciò che ami

Dal deserto al Tabor; dalla domenica dell’ombra che ci minaccia, alla domenica della luce che ci abita. Ciò che è avvenuto in Cristo avverrà in ciascuno, lui è il volto ultimo e alto dell’uomo, icona di Dio dipinta, come le antiche icone greche, su di un fondo d’oro, che traspare dalle ferite e dai graffi della vita, come da misteriose feritoie.


Il racconto della trasfigurazione è collocato in un contesto duro e difficile: Gesù ha appena consegnato ai suoi il primo annuncio della passione: il figlio dell’uomo deve soffrire molto, essere rifiutato, venire ucciso. E subito, dentro quel momento di oscurità, il vangelo ci regala il volto di Cristo che gronda luce, su cui tenere fissi gli occhi per affrontare il momento in cui la vita gronda sangue, per tutti, come per Gesù nell’orto degli ulivi.


Gesù salì su di un alto monte a pregare. I monti sono come indici puntati verso il cielo, verso il mistero di Dio e la sua salvezza, raccontano che la vita è un ascendere silenzioso e tenace verso più luce, più orizzonti, più cielo. Gesù sale per pregare. La preghiera è mettersi in viaggio: destinazione Tabor, un battesimo di luce e di silenzio; destinazione futuro, un futuro più buono; approdo è il cuore di luce di Dio.


Mentre pregava il suo volto cambiò di aspetto. Pregare trasforma. Pregare cambia il cuore, tu diventi ciò che contempli, ciò che ascolti, ciò che ami, Colui che preghi: è nel contatto con il Padre che la nostra realtà si illumina, e appare in tutta la sua lucentezza e profondità.


In qualche momento privilegiato, toccati dalla gioia, dalla dolcezza di Dio, forse ci è capitato di dire, come Pietro: Signore, che bello! Vorrei che questo momento durasse per sempre. Facciamo qui tre tende? E una voce interiore diceva: è bello stare su questa terra, gravida di luce. È bello essere uomini, dentro questa umanità che pian piano si libera, cresce, ascende. È bello vivere.


Le parole di Pietro trasmettono una esperienza precisa: Dio è bello. Invece La nostra predicazione ha ridotto Dio in miseria, relegato a rovistare nel passato e nel peccato dell’uomo. Ora sta a noi restituirgli il suo volto solare, testimoniare un Dio bello, desiderabile, interessante. Il Dio del futuro, delle fioriture, un Dio da gustare e da godere. Come san Francesco quando prega: tu sei bellezza, tu sei bellezza. Come sant’Agostino: tardi ti ho amato bellezza tanto antica e tanto nuova. Sarà come bere alle sorgenti della luce, agli orli dell’infinito.


Davvero il cristianesimo è proprio la religione della penitenza, della mortificazione, del sacrificio, come molti pensano? No, il vangelo è la bella notizia che Dio regala vita a chi produce amore.


(Ermes Ronchi)


 


La trascendenza


1. Questo racconto riveste un’importanza singolare nei tre vangeli sinottici (Mt 9,2-8; Mt 17,1-8; Lc 9,28b-36). Prova ne è il fatto che la letteratura teologica prodotta per spiegare quest’episodio è enorme (F. Bovon).


Basti pensare che siamo di fronte ad un racconto del quale è molto difficile precisare il genere letterario nel quale è stato redatto (H. Riesenfeld, M. Sabbe, R.H. Gause….). Questo è comprensibile. Perché in esso ci si rende conto di un’esperienza nella quale si sfiorano “l’umano” ed “il divino”, “l’immanente” ed “il trascendente”.


2. Dio (trascendente) si è comunicato a noi in Gesù (immanente). Ma essere “trascendente” non significa essere “infinitamente superiore”, ma semplicemente “essere incommensurabile”, cioè “di un ordine assolutamente diverso”. Questo significa che, se la trascendenza fosse oggetto di un’esperienza possibile, a partire da questo momento effettivamente smetterebbe di essere trascendente (S. Nordmann).


Ebbene, stando così le cose, Gesù (quell’umile contadino di Galilea) è l’anello di congiunzione della realtà che ci trascende (Dio) con la nostra limitata realtà (noi uomini). Ossia, in Gesù (e solo in lui) sappiamo di Dio, quello che dice Dio e quello che Dio vuole o non vuole. Per questo il racconto termina con la voce trascendente che indica Gesù e diceva “ascoltatelo”. E allora restò “solo Gesù”.


3. Per sapere di Dio e per parlare di Dio non ci resta null’altro che Gesù. Né Mosè ed Elia. Né la Legge ed i Profeti. Solo la vita e la parola di Gesù. In questa vita ed in questa parola dobbiamo cercare e trovare il senso della vita.


(José María Castillo)


 


Ancora e sempre sul monte di luce 

Ancora e sempre sul monte di luce                                   


Cristo ci guidi perché comprendiamo                                


il suo mistero di Dio e di uomo,


umanità che si apre al divino.


Ora sappiamo che è il figlio diletto


in cui Dio Padre si è compiaciuto;


ancor risuona la voce: «Ascoltatelo»,


perché egli solo ha parole di vita.


 In lui soltanto l'umana natura


trasfigurata è in presenza divina,


in lui già ora son giunti a pienezza


giorni e millenni, e legge e profeti.


 Andiamo dunque al monte di luce,


liberi andiamo da ogni possesso;


solo dal monte possiamo diffondere


luce e speranza per ogni fratello.


Al Padre, al Figlio, allo Spirito santo


gloria cantiamo esultanti per sempre:


cantiamo lode perché questo è il tempo


in cui fiorisce la luce del mondo.


(D.M. Turoldo).


  


                



* Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di:


- Messalino festivo dell’Assemblea, Bologna, EDB, 2007.


- La Bibbia per la famiglia, a cura di G. Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.


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- COMUNITÀ MONASTICA SS. TRINITÀ DI DUMENZA, La voce, il volto, la casa e le strade, Milano, Vita e Pensiero, 2008-2009.


- M. FERRARI, monaco di Camaldoli, «Oggi di è adempiuta questa scrittura». Tempo di Quaresima e Tempo di Pasqua, Milano, Vita e Pensiero, 2013.


- J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret, Milano, Rizzoli, 2007.


- J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, L’infanzia di Gesù, Milano/Città del Vaticano, Rizzoli/Libreria Editrice Vaticana, 2012.


- C.M. MARTINI, Incontro al Signore risorto. Il cuore dello spirito cristiano, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2009.


- J.M. NOUWEN, Un ricordo che guida, in ID., Mostrami il cammino. Meditazioni per il tempo di Quaresima, Brescia, Queriniana, 2003.


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- Immagine della domenica, a cura di García-Orsini-Pennesi.


 


PER L'APPROFONDIMENTO


 Novità  
editore |06.03.2019
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Benedetto XVI, in  prossimità della Quaresima, accogliendo le parole di Papa Francesco nel suo messaggio per questo periodo liturgico, ho voluto raccogliere una serie di atti di carità che spesso trascuriamo , ma che nella loro semplicità sono manifestazioni concrete dell’amore di Dio. Un cuore che Lo ha incontrato non può rimanere indifferente agli altri. Non priviamo gli altri del nostro sorriso, della nostra allegria, della speranza che ci dà Cristo! Il mondo ne ha bisogno.


“Per vivere questa testimonianza della carità, l’incontro con il Signore che trasforma il cuore e lo sguardo dell’uomo è dunque indispensabile. In effetti, è la testimonianza dell’amore di Dio per ognuno dei nostri fratelli in umanità a dare il vero senso della carità cristiana. Questa non si può ridurre a un semplice umanesimo o a un’opera di promozione umana. L’aiuto materiale, per quanto necessario, non è il tutto della carità, che è partecipazione all’amore di Cristo ricevuto e condiviso. Ogni opera di carità autentica è dunque una manifestazione concreta dell’amore di Dio per gli uomini e perciò diviene annuncio del Vangelo. In questo tempo di Quaresima, che i gesti di carità, generosamente compiuti, permettano a ognuno di progredire verso Cristo, Lui che non smette mai di andare incontro agli uomini!”


1 Sorridere. Un cristiano è sempre allegro!
Non ce ne rendiamo conto, ma quando sorridiamo alleggeriamo il carico a chi ci circonda. Quando camminiamo per strada, al lavoro, a casa, all’università… La felicità del cristiano è una benedizione per gli altri e per se stessi. Chi ha Cristo nella vita non può essere triste!


 


2.Ringraziare sempre (anche se non si è tenuti a farlo)
Non abituiamoci mai a ricevere perché abbiamo bisogno di una cosa o perché “abbiamo diritto ”. Tutto viene ricevuto come un dono, nessuno “ce lo deve”, anche se abbiamo pagato per averlo. Ringrazia sempre. Chi è grato è più felice.


3 Ascoltare la storia dell’altro, senza pregiudizi, con amore.
Cosa può renderci più umani del saper ascoltare? Ogni storia che ti viene raccontata ti unisce di più all’altro: i figli, il partner, il capo, il professore, le loro preoccupazioni e le loro gioie… sai che non sono solo parole, ma parti della loro vita che devono essere condivise.


4 Sollevare il morale di qualcuno
Sai che alcune cose non gli vanno bene o che non vanno affatto bene e non sai cosa fare. Decidi di strappargli un sorriso per fargli sapere che non va tutto a rotoli. È sempre bello sapere che c’è qualcuno che ti vuole bene e che ci sarà sempre malgrado le difficoltà.


5 Fermarti ad aiutare. Essere attento a chi ha bisogno di te
Cos’altro possiamo dire? Non importa se è un problema di matematica, una semplice domanda o qualcuno che ha fame, l’aiuto non è mai troppo! Tutti abbiamo bisogno degli altri. Anche se in genere aiuti, ricorda che anche tu hai bisogno di aiuto.


6 Ricordare agli altri quanto li ami
Tu sai che li ami… e loro? Le carezze, gli abbracci e le parole non sono mai troppi. Se Gesù non si fosse fatto carne, non avremmo mai capito che Dio è Amore.


7 Celebrare le qualità o i successi altrui
In genere tacciamo su ciò che ci piace e ci rallegra degli altri: i loro successi, le loro qualità, i loro atteggiamenti positivi. Espressioni semplici come “Auguri!”, “Sono molto felice per te” o “Questo colore ti sta molto bene” rallegrano l’altro e ci aiutano a vederci tra noi come Dio ci vede.


 


8 Salutare con gioia le persone che si incontrano quotidianamente
Parliamo di chi apre la porta, di chi pulisce, di chi risponde alle telefonate. Li vedi ogni giorno e salutandoli ricordi loro che ciò che fanno è importantissimo. Sia il tuo lavoro che il loro si svolgono più volentieri se fai vedere loro che sono preziosi per gli altri, che la loro presenza cambia le cose.


9 Correggere con amore, non tacere per paura
Correggere è un’arte. Spesso ci troviamo in situazioni che non sappiamo gestire. Il metodo migliore è l’amore. L’amore non solo sa correggere, ma sa perdonare, accettare e andare avanti. Non avere paura di correggere e di essere corretto, è una dimostrazione del fatto che gli altri puntano su di te e vogliono che tu sia migliore.


10 Aiutare quando è necessario perché l’altro riposi


Accade in famiglia: quando uno riposa un altro lavora. Non c’è niente di più bello che sapere che qualcun altro ha già iniziato a fare qualcosa di cui avevi bisogno o che puoi sempre chiedere aiuto. Quando ci aiutiamo a farci carico delle responsabilità quotidiane, la vita è più leggera.


11 Selezionare ciò che non usi e regalarlo a chi ne ha bisogno


Hai mai pensato che la maglietta preferita di quando avevi 17 anni ora è la maglietta preferita di un’adolescente che non ha molti vestiti? Se sei un fratello maggiore lo sai. Per questo è bene abituarci a valorizzare ciò che abbiamo, e se abbiamo più di quello che ci serve, donarlo ci riempie il cuore e protegge un altro dal freddo.


12 Avere piccole accortezze nei confronti di chi ci sta accanto
Sai ciò che gli piace più di chiunque altro, perché non approfittarne? Niente fa più piacere di quello che viene donato con amore. L’altro guadagna qualche minuto di riposo e tu un sorriso autentico. Uscire da sé e pensare agli altri è sempre meglio e rallegra il cuore


13 Pulire quello che usi in casa
Se vivi con la tua famiglia o già vivi fuori casa, sai quanto sia importante raccogliere e pulire quello che usi. C’è una voce dentro di te che ti dice che dovresti aiutare un po’ di più… E sorprendentemente ti senti molto bene a farlo.


14 Aiutare gli altri a superare gli ostacoli
Da piccoli lo facevamo, perché non farlo anche ora? Aiutare a raggiungere l’autobus, a caricare le valigie, ad attraversare la strada o regalare qualche moneta per poter pagare. Questi dettagli non si dimenticano mai. Sei la persona strana che crede ancora nell’umanità.


15 Telefonare  ad una persona sola
Essere attento a ciò di cui ha bisogno o semplicemente sapere come sta è qualcosa che non ti costa molto ed è un enorme gesto di gratitudine.

 Novità  
Suor Roberta Vinerba, commenta il messaggio del Papa |06.03.2019
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Con il Mercoledì delle Ceneri inizia la Quaresima, il periodo che precede la Pasqua. E' giorno di digiuno e di astinenza dalle carni, pratica quest'ultima che la Chiesa richiede per tutti i venerdì dell’anno. Il tema scelto da Papa Francesco per il tempo liturgico che iniziamo a vivere da oggi, è: "L’ardente aspettativa della creazione è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio" (Rm 8,19). In Terris, ne ha parlato con Suor Roberta Vinerba, teologa e prima donna a guidare l’Istituto superiore di scienze religiose (Issra) di Assisi, collegato alla Pontificia università lateranense.


Qual è il significato biblico delle Ceneri?
“La teologia biblica rivela un duplice significato dell'uso delle ceneri. Prima di tutto rappresentano la fragilità, la precarietà, dell'uomo: Abramo rivolgendosi a Dio dice: ‘Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere...’ (Gen 18,27). Questo non vuol dire però che Dio ci abbia creati manchevoli in qualcosa. E’ proprio la nostra condizione di creatura a renderci indigenti perché la vita la riceviamo in dono. Noi siamo creature amate che tutto ricevono e che su questa Terra sperimentano la propria condizione di precarietà. Ma la cenere è anche il segno esterno di colui che si pente del proprio agire malvagio e decide di compiere un rinnovato cammino verso il Signore. Particolarmente noto è il testo biblico della conversione degli abitanti di Ninive a motivo della predicazione di Giona: ‘I cittadini di Ninive credettero a Dio e bandirono un digiuno, vestirono il sacco, dal più grande al più piccolo. Giunta la notizia fino al re di Ninive, egli si alzò dal trono, si tolse il manto, si coprì di sacco e si mise a sedere sulla cenere’ (Gio 3,5-9). Anche Giuditta invita tutto il popolo a fare penitenza affinché Dio intervenga a liberarlo: ‘Ogni uomo o donna israelita e i fanciulli che abitavano in Gerusalemme si prostrarono davanti al tempio e cosparsero il capo di cenere e, vestiti di sacco, alzarono le mani davanti al Signore’ (Gdt 4,11).


Che cosa rappresentano oggi?
“Oggi più che mai abbiamo bisogno di ‘qualcuno’ che ci ricordi che siamo cenere e cenere torneremo. L’uomo infatti nonostante i progressi della scienza, della tecnologia, resta sempre una creatura precaria, debole. Pertanto le ceneri sono una memoria che parla alla nostra superbia ogni volta che ci sentiamo onnipotenti e pensiamo di essere noi stessi gli autori della nostra vita. Ma anche un invito a rendere il nostro tempo pieno d’amore, proprio perchè essendo così effimero, non sappiamo quando finirà”.


Le famiglie come vivono questo momento?
“Purtroppo la vita sempre più frenetica, il consumismo, la mancanza di valori, hanno fatto perdere il senso di questa giornata. Oggi solo chi ha un’esperienza di Dio che è fatta di eucaristia domenicale, di una prossimità ai luoghi della Chiesa, dà importanza alle ceneri. La maggioranza delle persone ha invece perso anche la memoria che vi sia un Mercoledì delle Ceneri o una Quaresima. Questo ci dice tanto. Ci indica la necessità di una nuova evangelizzazione che parli all’uomo di oggi che mai come nella storia, ha bisogno di ricordarsi chi è”.


Il messaggio per la Quaresima 2019 di Papa Francesco, prende le mosse dalle parole di San Paolo…
“C’è un passaggio che mi ha particolarmente colpito, quando il Santo Padre parla della differenza fra mangiare e divorare. ‘Digiunare – si legge nel messaggio – significa imparare a cambiare il nostro atteggiamento verso gli altri e le creature: dalla tentazione di divorare tutto per saziare la nostra ingordigia, alla capacità di soffrire per amore, che può colmare il vuoto del nostro cuore’. Ecco con queste parole Papa Francesco, ci invita a riflettere sul fatto che viviamo in un tempo vorace dal punto di vista globale. Noi divoriamo tutto. Divoriamo con un ritmo velocissimo le relazioni, che apriamo e chiudiamo in un istante, divoriamo le esperienze. Chi divora è qualcuno che non assapora, che è incapace di assaporare. Mentre il nutrirsi ha come finalità lo stare in salute, la convivialità e anche il rendere grazie a Dio per la bontà di un cibo che diventa cultura, un modo di relazionarsi con gli altri. Chi divora invece non fa attenzione né all’altro né a ciò che mangia, ma è qualcuno che in maniera compulsiva deve riempire se stesso. Divorare è l’attitudine di chi tutto ingloba dentro di sé e tutto macina, dalle relazioni alle persone, dal cibo al creato, alla natura, all'ambiente. Per questo credo che la strada indicataci da Bergoglio sia estremamente importante, in un tempo che divora il tempo, che è riempito di tante cose, ma che alla fine ci fa ritrovare senza aver assaporato niente". 


I digiuni e i fioretti oggi hanno ancora un senso?
“Hanno un senso nella misura in cui noi capiamo che il digiuno è educazione, non solo a prendere consapevolezza di chi sono, del mio stato di precarietà, ma anche che non è sempre possibile soddisfare i propri bisogni. Educazione all’attesa, perché non è possibile avere tutto subito. Ma anche alla solidarietà, al valore del sentirsi in empatia con chi questo digiuno è costretto a farlo non per scelta ma per necessità. Digiuno, è un luogo potremmo dire per noi nuovo, anche se le sue radici sono antiche. L’importante però è che non sia un esercizio di ascesi fine a se stesso che riempie addirittura il nostro orgoglio, ma che sia finalizzato all’amore, alla relazione. Il digiuno dev'essere infatti una possibilità di amare qualcuno. Quindi anche il rinunciare a qualche cosa diventa importante perché la rinuncia ha come finalità l’amore. Senza amore, il digiuno diventa addirittura un gesto dannoso perché serve solo a riempire la nostra superbia”.


Che Quaresima ci attende…
“La Quaresima è un cammino che ci aiuta a valutare la nostra vita. Quando si parte per un viaggio dobbiamo pensare a cosa portare con noi, a fare una lista di ciò che è veramente utile e necessario. Perché chi cammina deve stare leggero. Quindi anche l’elemosina, il digiuno, la carità, sono esercizi, strumenti, di alleggerimento di un’attitudine alla vita che invece ci vede sempre più ‘sopraccoperti’, tendenti all’accumulo, ad avere di più, ad essere appunto voraci. Ecco la Quaresima è dunque un’opportunità per cominciare un cammino di vita nuovo, libero da tutto ciò che è dannoso e superfluo”.


https://www.interris.it/

 
Cattura
presentazione del libro. lunedì 4 marzo ore:14:30

 

PAPA FRANCESCO: IL MESSAGGIO PER LA QUARESIMA 2019

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