FORUM «IRC»
 
Incontriamo Gesù |25.06.2014
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"Abbiate fiducia che il popolo santo di Dio ha il polso per individuare le strade giuste. Accompagnate con larghezza la crescita di una corresponsabilità laicale; riconoscete spazi di pensiero, di progettazione e di azione alle donne e ai giovani: con le loro intuizioni e il loro aiuto riuscirete a non attardarvi ancora su una pastorale di conservazione – di fatto generica, dispersiva, frammentata e poco influente – per assumere, invece, una pastorale che faccia perno sull’essenziale. Come sintetizza, con la profondità dei semplici, Santa Teresa di Gesù Bambino: “Amarlo e farlo amare”. Sia il nocciolo anche degli Orientamenti per l’annuncio e la catechesi che affronterete in queste giornate".
(Papa Francesco ai vescovi italiani - 19/05/2014)
 
Il testo Incontriamo Gesù, redatto dalla Commissione Episcopale per la dottrina della fede l’annuncio e la catechesi e sancito dal voto della 66a Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana (Roma, 19-22 maggio 2014), è il frutto del lungo cammino svolto per delineare gli Orientamenti per l’annuncio e la catechesi in Italia. [...] Incontriamo Gesù è un documento che vuole orientare la pastorale catechistica per quanto le compete aiutandola a ridefinire i suoi compiti all’interno dell’azione evangelizzatrice della Chiesa, intesa come orizzonte e processo. Non si tratta dunque di un testo che voglia descrivere tutta la pastorale: esso si concentra specificamente sull’annuncio e la catechesi ovviamente anche nei loro rapporti con l’insieme delle azioni pastorali. 


Orientamenti per la catechesi |25.06.2014
catechesi
Un documento frutto di un ampio lavoro sinodale, la cui stesura ha visto una consultazione amplissima, dalle centinaia di contributi scritti alla partecipazione di circa 700 persone ai vari momenti di riflessione: gli Orientamenti per l'annuncio e la catechesi in Italia,Incontriamo Gesù, sono stati presentati a Bari – nel contesto del Convegno dei direttori degli uffici catechistici diocesani – da Mons. Marcello Semeraro: il Vescovo di Albano, nonché presidente della Commissione episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi, li ha sintetizzati in sette dimensioni.
Anzitutto “un chiaro riferimento all’evangelizzazione in quanto orizzonte e processo”. Quindi, “l’importanza del primo annuncio”; “l’assoluta precedenza della catechesi e della formazione cristiana degli adulti e, all’interno di essa, del coinvolgimento delle famiglie nella catechesi dei piccoli”; “la centralità della comunità nel processo di discernimento e progettazione dell’educazione nella fede”; “l’ispirazione catecumenale della catechesi”; “la formazione dei catechisti e - in forma curriculare e permanente - la formazione dei presbiteri e dei diaconi”. Infine, “la proposta mistagogica ai preadolescenti, agli adolescenti e ai giovani”. 
Gli Orientamenti non costituiscono un nuovo “Documento di base” per l’iniziazione cristiana, ma si propongono di aiutare le Chiese locali ad avere “uno slancio comune nell’annuncio del Vangelo”. Strutturati in quattro capitoli con un’introduzione e una conclusione, descrivono l’azione evangelizzatrice della comunità cristiana e il primato della formazione cristiana di adulti e giovani (I cap.), si soffermano sul primo annuncio (II cap.), si concentrano sull’iniziazione cristiana (III cap.) e, infine, evidenziano il servizio e la formazione di evangelizzatori e catechisti, nonché degli Uffici catechistici diocesani (IV cap.). Alla fine di ogni capitolo vengono offerte delle “proposte pastorali” affidate alle diocesi e alle parrocchie. Conclude il tutto un’appendice con un “glossario”, “vademecum dei concetti espressi negli Orientamenti anche ad uso delle iniziative di formazione”.

 Novità»In libreria    
Marco Roncalli |05.12.2011
teologia

 


Tra atei e credenti basta il pensiero
intervista a Bruno Forte a cura di Marco Roncalli


«Una teologia per la vita» (La Scuola, pp. 248, euro 14,50) è il libro intervista di Marco Roncalli a monsignor Bruno  Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto e teologo di fama. Il testo, da cui riprendiamo qui un brano, viene presentato oggi  alle 18 al teatro Rossetti di Vasto e domani , sempre alle 18, al teatro Marruccino di Chieti.


Discutendo pensatori come Andrea Emo, Massimo Cacciari e Vincenzo Vitiello, lei chiede alla fede e alla ragione di essere agoniche, di accettare la sfida, la lotta...
«Una ragione troppo sicura di sé, una ragione ideologica, diventa violenta e totalitaria. Una fede che non faccia spazio  al dubbio, un credente che non voglia essere il povero ateo che ogni giorno si sforza di cominciare a credere, rischia di  fare della sua fede una rassicurazione comoda. Dunque, fede e ragione sono agoniche, chiamate ad accettare la lotta, la  passione per la verità, e proprio così si aprono all’amore, la parola che il Nuovo Testamento adopera per esprimere la  forma più alta dell’incontro. Insomma, dobbiamo arrivare allo stupore della ragione, che è pure l’approdo della più severa disciplina del pensiero, della filosofia spinta fino in fondo. È forse lì che la ragione avverte meglio il fremere di  una voce di silenzio: 'l’ultimo Dio', per dirla con Heidegger, non viene prima, ma oltre la ragione e le sue pretese, oltre i  naufragi delle sue violenze. Nelle profondità del desiderio, la ragione si riconosce assunta e superata da un orizzonte  altro, più grande: sul piano speculativo la ragione indagante oltre sé stessa si ferma meditante sull’abisso 'dell’Inizio', ineludibile sponda... Questo stupore mi pare la condizione per aprirsi anche al possibile avvento dell’Altro nella  propria vita, cui schiude la fede. È la verità che non si può possedere, ma dalla quale siamo posseduti, che si fa a noi  guida, che rende la fede necessaria alla nostra vita: di questo ho parlato proprio con amici come Massimo Cacciari,  Vincenzo Vitiello e Giulio Giorello...».


Persone con cui ha scritto «Trinità per atei», a ricordarci la complementarità di teologia e filosofia.
«La teologia necessita nel suo cammino dell’indagine filosofica, ma allo stesso tempo la filosofia ha bisogno della  teologia. Si deve passare dal cogito ergo sum cartesiano, che sembrava esaurire nella capacità speculativa dell’io ogni  problematicità filosofica, al cogitor ergo sum, al 'sono pensato, dunque esisto', come ci ricorda la teologia. La  riflessione ci porta a un Dio che fa spazio all’altro, ma che allo stesso tempo crea uno spazio di indagine profonda in noi  stessi».


Dimenticavo una cosa sui nomi che mi ha appena citato... Sono accomunati dal fatto che non hanno mai la pretesa di  avere risposte per tutto.
«E infatti ho dovuto rinunciare a tenere aperto il dialogo con quei pensatori che avevano invece la presunzione di  sapere tutto...».



Qualche nome: almeno un italiano?
«Odifreddi e i suoi fragili “pamphlets” contro Dio e il cristianesimo».


Lo conosce personalmente?
«Venne a visitarmi e stetti a pranzo con lui. Si ipotizzava un lavoro insieme. Volli ascoltarlo. Poi gli dissi chiaramente  che non potevo scrivere un libro con lui su Dio. Per lui Dio può essere tutt’al più un giocattolo da smontare... per me è  il mistero santo, su cui si gioca tutto.
Per lui tutto è scontato, ci sono formule che risolvono tutti i problemi. No, non ci siamo. Il dialogo deve essere fra  teologia e filosofia, appunto fra interrogazione e ascolto, aperti entrambi alla forza della verità che irrompe...».


 


Secondo lei chi è il vero ateo? E l’agnostico?


«Certo non chi dice con nonchalance di non credere in Dio, chi è indifferente tout court, ma chi pensa fino in fondo il  dramma della fede, vive in una condizione di ricerca e di sofferenza, e denuncia il dolore di non credere... Ogni non  banale non credere resta indissociabile dall’infinito dolore dell’assenza, da un senso di orfananza e d’abbandono, quale  solo la morte di Dio può creare nel cuore dell’uomo, nella storia del mondo. Il pensante dunque è, per certi versi, a  modo suo, un credente, anche quando non confessa una fede, quanto meno una persona che sta vicino ad un credente  più di quanto lui stesso pensi... Insomma uno che non nega Dio con presunzione, ma che ne sperimenta con dolore  l’assenza. Agnostico è chi pensa di non poter conoscere Dio, di non poter nulla dire sul mistero. Di per sé l’ateismo  implica una negazione più radicale. Ecco perché penso che non possa esistere. Dopo il pensiero debole, con la sua  visione di un essere che non è, ma accade, sempre proteso sul baratro del nulla, dopo la crisi delle ideologie, ritengo  sia difficile negare Dio, quanto meno sottrarsi alla sfida del mistero. Se vogliamo, pure il credente è un agnostico, uno cui non basta certo la “gnosi” volgare delle soluzioni a buon mercato del problema più alto... Siamo tutti in ricerca  verso il Mistero che ci sorpassa. All’interno del credere o non credere ci sono due possibili atteggiamenti radicali,  quello di chi pensa, di chi pone domande vere e vive la sofferenza della ricerca, e quello di chi non pensa più. Ecco io  credo che dobbiamo incontrarci nel pensare, anche se questo reca fatica o sofferenza... Altrimenti è il credente a  diventare una specie di ateo, quando ad esempio trasforma la sua fede in una sorta di ideologia, senza vivere  l’inquietudine sofferta, appassionata di una ricerca, di una vera e propria lotta con Dio. Ecco perché, credenti e no, siamo sempre sulla soglia».


 


Sempre sulla soglia, ma anche sempre sulla stessa zattera della condizione umana che, in apparenza, se uno non crede,  s’infrange sulla sponda della morte. Questo vuol dire dolore, ogni volta che tocca qualcuno che hai amato...
«Sì, ma, appunto, solo a uno sguardo immediato, di superficie. Certo, non nego la domanda sul dolore.
Senza la morte non ci sarebbe il pensiero, la vita, la vita del pensiero, la dignità del vivere. È la morte che lascia aperto il bisogno di senso. Ed è il dolore che rivela la vita a sé stessa più fortemente della morte: l’avventura umana sta tutta nell’ammettere la tragicità della morte, non fuggendola, non esorcizzandola o nascondendola. Riconoscerla non  significa solo imparare a morire, ma lottare per dare senso alla vita, alla bellezza di esistere. Come diceva Maritain,  bisogna riconoscersi “mendicanti del cielo”, cercando gesti e parole che vincano quello che appare l’ultimo orizzonte. Perciò la condizione dell’essere umano è quella del pellegrino, sempre in viaggio, alla ricerca di una patria lontana, che  a nel cuore la nostalgia di un Oltre. Il nostro tempo sembra vivere a volte nell’illusione di mete raggiunte, nella sazietà  del giorno, nella compiutezza dei propri percorsi: sta qui la “malattia mortale”. Tu sei morto quando il tuo cuore non  vive più l’inquietudine e la passione del domandare. E questo vale anche per la via di Dio: nell’esperienza dell’incontro con Lui la grande tentazione è quella di fermare la vita... Quando non si ha più il desiderio di cercare, ci si allontana da  Dio. È questo il senso più profondo della legge della Croce».


 


in “Avvenire” del 30 novembre 2011






Forte Bruno, Una teologia per la vita, Brescia, Editrice La Scuola, 2011, pp. 245, E. 14.50


In un intenso colloquio con il saggista Marco Roncalli, il vescovo-teologo Bruno Forte mette in relazione teologia e filosofia, religione ed estetica, educazione e vita quotidiana. Un libro che racconta la ricerca di Dio nel nostro tempo segnato dai problemi del confronto tra identità e dialogo, della globalizzazione e del futuro del cristianesimo, affrontando temi e interrogativi che toccano la vita di credenti e non credenti.



 

Silvia Guidi |05.12.2011
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A colloquio con l'arcivescovo Claudio Maria Celli su cinema e fede


 





Il cinema è un modo per scolpire il tempo scriveva il regista-poeta Andrej Tarkovskij in un saggio del 1988; "è l'unica forma d'arte che, proprio perché operante all'interno del concetto e dimensione di tempo, è in grado di riprodurre l'effettiva consistenza del tempo, l'essenza della realtà, fissandolo e conservandolo", un'arte che, come gli haiku giapponesi riesce a rendere l'irripetibilità dell'istante, "geneticamente" vicina al mistero e al sacro, secondo l'autore di capolavori come Solaris, Stalker e Andrej Rublev. "Persino la constatazione della mancanza di spiritualità del tempo in cui vive - scriveva il regista russo, sempre in Scolpire il tempo - richiede all'artista la più alta e determinata elevatezza spirituale". Se la Bellezza, con la "b" maiuscola, parla da sola della sua origine, non c'è bisogno di aggiungere "didascalie religiose" alle opere d'arte; o, per dirla con maggiore sintesi con le parole dell'arcivescovo Claudio Maria Celli, presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, usate nel corso di un dibattito durante il convegno "Film and faith" (l'1 e il 2 dicembre alla Pontificia Università Lateranense, organizzato dalla Fondazione Ente dello Spettacolo): "Non abbiamo bisogno di film catechistici ma di film belli". Nell'introdurre la sessione dei lavori dedicati al ruolo del critico cinematografico, monsignor Celli ha sottolineato: "Basta guardare alla produzione cinematografica recente per vedere che il sacro emerge da molti film, a volte appena sussurrato, quasi come fosse una traccia da seguire; di là dagli artifici, dagli effetti speciali, percepisco in molti film che quell'elemento spirituale non è separato dal mondo, non è astratto, ma si mescola alle piccole cose di ogni giorno, quasi nascosto, come fosse una luce sottile che le rende speciali. Così si percepisce una certa presenza di Dio in molti film, come una vibrazione appena percettibile che ogni artista suggerisce, affinché lo spettatore la individui da solo".


Monsignor Celli, una delle malattie più gravi del mondo contemporaneo è lo sfaldamento dell'identità personale; l'arte, e in particolare il buon cinema, può aiutare a contrastare questa crescente "polverizzazione dell'io"?


Al di là del credo religioso e della cultura, la storia di ogni uomo, nei millenni, non può essere annullata, in un percorso che lega le generazioni tra loro, attraverso la tradizione e l'insegnamento. L'arte è da sempre maestra nel trasmettere l'identità di ogni popolo ed epoca. Credo dunque che il senso di appartenenza sia fondamentale per l'identità personale e sia il fulcro del nostro esistere. Il buon cinema, in quanto somma di tante arti, con il suo linguaggio suggestivo può veicolare immagini, idee e valori che riescono a far affiorare dall'intimo delle persone riflessioni fondamentali, suscitando interrogativi, dubbi, ma soprattutto spingendoci a un cammino di ricerca più profonda del nostro io. Di lì il passo è breve, c'è l'altro e c'è Dio.


Non c'è solo banalità e volgarità sul grande schermo, c'è anche una settima arte che affronta la profonda crisi esistenziale e la costante - per quanto spesso confusa e contraddittoria - ricerca di senso dell'uomo contemporaneo. Cosa fare per favorire la diffusione di quello che lei chiama "un cinema ad alto voltaggio morale"?


Credo che il cinema, proprio per il suo linguaggio, possa aiutare ogni uomo a rientrare in se stesso, pacificandolo con la propria interiorità e predisponendolo all'altro, nell'accettazione della diversità e nella condivisione della spiritualità. Quando vediamo un film, un buon film, tutto non finisce con i titoli di coda, ma inizia, perché rielaboriamo le emozioni. Dunque, facciamo appello alla grande sensibilità degli artisti che ci illuminano con le loro opere, ma allo stesso tempo credo sia fondamentale una vera e propria educazione al linguaggio dell'immagine, un percorso formativo che porti gli spettatori, sin dalla più tenera età, a un'analisi consapevole dei contenuti cinematografici, sviluppando il loro senso critico. Non bisogna demonizzare il film diseducativo, quanto piuttosto aprire spazi di dialogo, ribadendo che l'uomo, creato a immagine di Dio, ha una sua dignità che non può essere oltraggiata, ha una sua aspirazione ben più alta e soprattutto cerca la verità, quella verità che anche un film può contribuire a scoprire. I "miracoli" sono spesso celati tra le piccole cose della nostra quotidianità; non dobbiamo andare lontano, perché lo spirito ci accompagna ogni giorno anche attraverso un'immagine, una nota musicale, una parola. Tutto questo fa un buon film.


In quali opere ha recentemente riscontrato un respiro più grande e un'utilità "educativa", se così si può chiamare?


È sempre difficile rispondere a questa domanda, perché in tanti film ci sono passaggi a volte inattesi che imprimono la mia anima. È un insieme di sensazioni per cui la spiritualità emerge da una luce, da una musica ed è lì che il film acquista una bellezza difficile da descrivere. Indubbiamente Uomini di Dio, che senza artifici riesce a narrare una storia di fede e dolore, una vera e propria passione, oppure The Tree of Life di Terrence Malick, una vera e propria parabola visiva sulla creazione, il peccato, la redenzione e l'amore. Ma la lista potrebbe essere più lunga. Cito solo questi due esempi perché, pur non essendo film "facili", hanno conquistato il pubblico. Come vede gli spettatori hanno bisogno che si torni a "narrare" lo spirito.


"L'impatto degli strumenti della comunicazione sulla vita dell'uomo contemporaneo - ha detto Benedetto XVI - pone questioni non eludibili"; quali sono le occasioni di dialogo e riflessione che si sono rivelate più produttive e interessanti all'interno dell'attività del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali?


Il nostro dicastero ha sempre cercato di non "teorizzare" troppo sulla comunicazione, ma di agire, poiché siamo fermamente convinti che l'uomo contemporaneo vive letteralmente la sua vocazione di comunicatore e attraverso gli strumenti creati dal suo genio riesce ad ampliare le sue conoscenze e il suo raggio di azione. Per questo siamo in perenne contatto sinergico con tutte le realtà mondiali che possano aiutarci a rispondere al bisogno di vera comunicazione che il mondo ha. Congressi, incontri, formazione: tutto questo è fondamentale. Quello che però vorrei dire ai giovani che si apprestano a lavorare nel mondo della settima arte è: non tradite voi stessi, il vostro credo, le vostre aspirazioni. Siate veri, della stessa Verità del Vangelo. Ascoltate il mondo e i suoi bisogni, le sue ansie e le sue speranze. Il cuore umano anela a un mondo in cui regni l'amore, dove i doni siano condivisi, dove si edifichi l'unità, dove la libertà trovi il proprio significato nella verità e dove l'identità di ciascuno sia realizzata in una comunione rispettosa. Siate pronti ad accogliere questa sfida con i vostri film! Siate artisti appassionati della verità e della bellezza.


Il festival "Tertio Millennio" vuol essere una tessera di questo mosaico?


Il festival nasce da una sinergia di intenti, alla fine degli anni Novanta. L'Ente dello Spettacolo, il Pontificio Consiglio della Cultura, il Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali hanno sentito che era il momento di aprire un dialogo costruttivo tra la Chiesa e il mondo del cinema, considerato un veicolo di cultura e proposta di valori. Questo poteva incoraggiare una produzione dalle grandi possibilità umanizzanti, evidenziando la dimensione spirituale che è in ogni essere umano e che il cinema in moltissimi casi ha dimostrato di saper bene esprimere.



(©L'Osservatore Romano 4 dicembre 2011)


 

Andrea Tornielli |28.11.2011
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intervista a Gianfranco Ravasi, a cura di Andrea Tornielli


«La dimensione antropologica e teologica della malattia: Il Signore guarisce tutte le malattie (Salmo 103,3)».


È il tema  del convegno dell’Associazione medici cattolici italiani che si apre questa mattina al Centro congressi Assolombarda di  ilano. Dopo l’introduzione del professor Giorgio Lambertenghi Deliliers, la prima parte del convegno vedrà  confrontarsi Alessandro de Franciscis, Presidente del «Bureau Medicale» di Lourdes, la psicoterapeuta Paola Bassani e  padre Carlo Casalone, Superiore provinciale d’Italia dei gesuiti. Nella seconda parte si terranno le relazioni di Massimo  Cacciari (su «Malattia e male») e del cardinale Gianfranco Ravasi. Le conclusioni sono affidate al professor Alfredo  Anzani, della Pontificia accademia per la vita.


«Vengo invitato sempre più spesso a convegni medici: sta crescendo la consapevolezza che la malattia e il dolore sono  un tema globale e simbolico, non soltanto fisiologico. L’accompagnamento umano, psicologico, affettivo e spirituale è  tutt’altro che secondario. C’è bisogno di tornare a una concezione umanistica della medicina».


Il cardinale Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio consiglio per la cultura, è abituato a confrontarsi con chi non crede. Ma di fronte alla domanda drammatica sul perché della sofferenza e del dolore – tema del convegno organizzato  oggi a Milano dai Medici cattolici – non si rifugia nelle formule di rito.


Come risponde al quesito sul perché della malattia?
«La scrittrice americana Susan Sontag nel 1978 raccontò la sua esperienza di ammalata di cancro in un libro intitolato  “La malattia come metafora”. Definizione interessante: la malattia non è mai solo una questione biologica. Quando  siamo ammalati abbiamo bisogno di essere confortati, guardiamo alla vita in modo diverso, cambiano le priorità e se la  alattia si aggrava cambia la scala dei nostri valori. E anche chi non crede può arrivare a chiedere a Dio il perché di  quanto gli accade.
Comunque la prima risposta è semplice, logica e razionale».


Qual è la «razionalità» iscritta nella malattia?
«Il dolore è una componente della finitezza delle creature. Un dato che nella nostra società orgogliosa e tecnologica,  che qualcuno ha definito “post-mortale”, non si vuole accettare. Si occulta in tutti i modi la morte, o magari si insegue  la possibilità di vivere fino a 120 o 130 anni, continuando ad allontanare l’appuntamento. Dobbiamo invece avere il  coraggio di guardare in faccia malattia e morte come componenti dell’esistenza».


Una capacità che sembra perdersi in Occidente, ma che è ancora presente in altre culture…
«È vero. Quando ero in Iraq a fare degli studi archeologici, un giorno uno dei miei collaboratori locali mi invitò a casa  sua, così avrei potuto vedere suo padre che stava morendo. Ci andai e vidi quel vecchio adagiato al centro dell’unica  grande stanza della casa, con le donne che cucinavano da un lato e i bambini che giocavano dall’altro e che ogni tanto  si avvicinavano al nonno per toccargli la mano».


La coscienza della finitezza non basta a spiegare il dolore innocente, la malattia dei bambini,
la sorte che si accanisce con chi ha già sofferto.
«Il problema è la distribuzione del male. Resta drammatica quella pagina de “La peste” di Albert Camus, dove davanti  alla morte di un bambino si afferma: non posso credere a un Dio che permette questo. È l’eccesso del male. Qui ha inizio  a frontiera in cui si attestano le religioni con le loro  risposte, che non esauriscono il mistero. Nel Libro di  Giobbe, al culmine della disperazione umana, Dio parla e spazza via tutte le spiegazioni e i tentativi di razionalizzare. La  oluzione può essere solo meta-razionale, globale e trascendente e si trova nell’incontro con Dio».


La risposta del cardinale Ravasi?
«È quella cristiana, totalmente diversa dalle altre religioni. Perché nel cristianesimo è Dio stesso, in Cristo, che non  solo si piega verso di noi per spiegarci il significato della sofferenza, non solo in qualche caso guarisce grazie alla sua  onnipotenza con i miracoli, ma entra nella nostra umanità e prova tutto il dolore dell’uomo. Il dolore fisico, morale, la  paura, il silenzio del Padre. E alla fine anche la morte, che è la carta d’identità dell’uomo, non di Dio. Diventa un  cadavere, senza mai cessare di essere Dio, soffre tutta la sofferenza umana e vi depone un germe di trasfigurazione, che è la resurrezione, fecondando la nostra natura mortale».


Questo però non cancella e il dolore né la domanda. Anche per chi crede.
«Gesù Cristo, il Figlio di Dio non è venuto a cancellare il dolore, tant’è vero che lo ha vissuto. Ma lo ha assunto su di sé  e trasfigurato con il germe dell’infinito, che è preludio d’eternità per noi. Il cristianesimo è una religione fieramente  carnale e vicina al dramma di chi soffre – al contrario di tante altre religioni – perché per i cristiani Dio è diventato un  uomo ed è morto in croce. I cristiani, come attesta la nascita degli ospedali, hanno sempre avuto questa attenzione  verso i malati, perché credono in un Dio che è stato sofferente, ha conosciuto la morte ed è risorto».


Il suo dicastero ha organizzato di recente un convegno dedicato alle staminali adulte, via alternativa all’uso di quelle embrionali. Chiesa e scienza si possono ritrovare insieme?
«L’utilizzo delle cellule embrionali sta ottenendo risultati minimi rispetto a quelli ottenuti con le staminali adulte: si  cancella così il luogo comune che ci attribuisce la responsabilità di non voler alleviare le sofferenze di tanti malati.  Proprio le staminali adulte, che non hanno alcuna controindicazione di tipo etico, stanno portando risultati  incoraggianti in campo oncologico, e contro il Parkison e l’Alzheimer».


 


in “La Stampa” del 26 novembre 2011

 
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26-27 Maggio 2017 XV CONVEGNO NAZIONALE S&V | XVII INCONTRO ASSOCIAZIONI LOCALI

 

CONVEGNO DI AGGIORNAMENTO E SEMINARIO DI STUDIO IRC 2017

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