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editore |09.01.2014
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Dopo aver dedicato il primo anno del triennio di preparazione al Bicentenario della Nascita di Don Bosco a conoscerne la soria e il secondo anno a cogliere in lui i tratti dell’educatore, in questo terzo e ultimo anno intendiamo andare alla sorgente del suo carisma, attingendo alla sua spiritualità. Attingiamo all’esperienza spirituale di Don Bosco, per camminare nella santità secondo la nostra specifica vocazione. «La gloria di Dio e la salvezza delle anime».


Carissimi fratelli e sorelle della Famiglia Salesiana,


dopo aver dedicato il primo anno del triennio di preparazione al Bicentenario della Nascita di Don Bosco a conoscere la sua figura storica e il secondo anno a cogliere in lui i tratti fisionomici dell’educatore e ad attualizzare la sua prassi educativa, in questo terzo e ultimo anno intendiamo andare alla sorgente del suo carisma, attingendo alla sua spiritualità.


La spiritualità cristiana ha come centro la carità, ossia la vita stessa di Dio, che nella sua realtà più profonda è Agape, Carità, Amore. La spiritualità salesiana non è diversa dalla spiritualità cristiana; anch’essa è centrata nella carità; in questo caso si tratta della “carità pastorale”, ossia quella carità che ci spinge a cercare “la gloria di Dio e la salvezza delle anime”: «caritas Christi urget nos».


Come tutti i grandi santi fondatori, Don Bosco ha vissuto la vita cristiana con una ardente carità e ha contemplato il Signore Gesù da una prospettiva particolare, quella del carisma che Dio gli ha affidato, ossia la missione giovanile. La “carità salesiana” è carità pastorale, perché cerca la salvezza delle anime, ed è carità educativa, perché trova nell’educazione la risorsa che permette di aiutare i giovani a sviluppare tutte le loro energie di bene; in questo modo i giovani possono crescere come onesti cittadini, buoni cristiani e futuri abitanti del cielo.


Vi invito, dunque, cari fratelli e sorelle, membri tutti della Famiglia Salesiana, ad attingere alle sorgenti della spiritualità di Don Bosco, ossia alla sua carità educativa pastorale; essa ha il suo modello in Cristo Buon Pastore e trova la sua preghiera e il suo programma di vita nel motto di Don Bosco «Da mihi animas, cetera tolle». Potremo così scoprire un “Don Bosco mistico”, la cui esperienza spirituale sta a fondamento del nostro modo di vivere oggi la spiritualità salesiana, nella diversità delle vocazioni che a lui si ispirano. 


* * *


Conoscere la vita di Don Bosco e la sua pedagogia non significa ancora comprendere il segreto più profondo e la ragione ultima della sua sorprendente attualità. La conoscenza degli aspetti della vita di Don Bosco, delle sue attività e anche del suo metodo educativo non basta. Alla base di tutto, quale sorgente della fecondità della sua azione e della sua attualità, c’è qualche cosa che spesso sfugge anche a noi, suoi figli e figlie: la profonda vita interiore, quella che si potrebbe chiamare la sua “familiarità” con Dio. Chissà che non sia proprio questo il meglio che di lui abbiamo per poterlo invocare, imitare, seguire per incontrare il Cristo e farlo incontrare ai giovani.


Oggi si potrebbe tracciare il profilo spirituale di Don Bosco, partendo dalle impressioni espresse dai suoi primi collaboratori, passando poi al libro scritto da Don Eugenio Ceria, il “Don Bosco con Dio”, che fu il primo tentativo di sintesi a livello divulgativo della sua spiritualità, confrontando quindi le varie riletture dell’esperienza spirituale di Don Bosco fatte dai suoi Successori, per giungere infine a quelle ricerche che segnarono una svolta nello studio del modo di vivere la fede e la religione da parte di Don Bosco stesso.


Questi ultimi studi risultano più fedelmente aderenti alle fonti, aperti alla considerazione delle varie visioni spirituali che hanno influito su Don Bosco o che con lui hanno avuto contatti (San Francesco di Sales, Sant’Ignazio, Sant’Alfonso Maria dei Liguori, San Vincenzo dÉ Paoli, San Filippo Neri, …), disponibili a riconoscere che la sua è stata comunque un’esperienza originale e geniale. Sarebbe interessante a questo punto avere un nuovo profilo spirituale di Don Bosco, ossia una nuova agiografia così come oggi la teologia spirituale la intende.


Il Don Bosco “uomo spirituale” ha interessato Walter Nigg, pastore luterano e professore di Storia della Chiesa all’Università di Zurigo, che così scriveva: “Presentare la sua figura sorvolando sul fatto che ci troviamo di fronte ad un santo sarebbe come presentare una mezza verità. La categoria del santo deve avere la precedenza rispetto a quella di educatore. Qualsiasi altra graduatoria falserebbe la gerarchia dei valori. D’altra parte il santo è l’uomo nel quale il naturale sconfina nel soprannaturale e il soprannaturale è presente in Don Bosco in misura notevole […] Per noi non ci sono dubbi: il vero santo dell’Italia moderna è Don Bosco”(1).


Negli stessi anni ottanta del secolo scorso l’opinione era condivisa dal teologo P. Dominique Chenu o.p.; alla domanda di un giornalista che gli chiedeva di indicargli alcuni santi portatori di un messaggio di attualità per i nuovi tempi, rispondeva: “Mi piace ricordare, anzitutto, colui che ha precorso il Concilio di un secolo, Don Bosco. Egli è già, profeticamente, un modello di santità per la sua opera che è rottura con un modo di pensare e di credere dei suoi contemporanei”.


In ogni stagione e contesto culturale si tratta di rispondere a queste domande:


- che cosa ha ricevuto Don Bosco dall’ambiente in cui è vissuto? in che misura è debitore al contesto, alla famiglia, alla scuola, alla chiesa, alla mentalità della sua epoca?


- come ha reagito e cosa ha dato al suo tempo e al suo ambiente?


- come ha influito sui tempi successivi?


- come lo hanno visto i suoi contemporanei: salesiani, popolo, chiesa, laici? come lo hanno compreso le successive generazioni?


- quali aspetti della sua santità oggi appaiono a noi più interessanti?


- come tradurre nell’oggi, senza ricopiare, il modo in cui Don Bosco al suo tempo ha interpretato il Vangelo di Cristo?


Queste sono domande a cui dovrebbe rispondere una nuova agiografia di Don Bosco. Non si tratta di pervenire alla identificazione di un profilo di Don Bosco definitivo e sempre valido, ma di evidenziarne uno adeguato alla nostra epoca. É evidente che di ogni santo si sottolineano gli aspetti che interessano per la loro attualità e si trascurano quelli che non si ritengono necessari nel proprio momento storico o si stimano irrilevanti per caratterizzarne la figura.


I santi infatti sono una risposta al bisogno spirituale di una generazione, l’illustrazione eminente di ciò che i cristiani di un’epoca intendono per santità. Evidentemente l’auspicata imitazione di un santo non può che essere “proporzionale” al riferimento assoluto che è Gesù di Nazareth; infatti ogni cristiano, nella concretezza della sua situazione, è chiamato a incarnare a modo proprio l’universale figura di Gesù, senza ovviamente esaurirla. I santi offrono un cammino concreto e valido verso questa identificazione con il Signore Gesù.


Nel commento alla Strenna che proporrò alla Famiglia Salesiana, questi saranno i tre contenuti fondamentali che svilupperò. Al termine di essi offrirò alcuni impegni concreti che qui già anticipo nella loro completezza.


1. Esperienza spirituale di Don Bosco


La spiritualità è un modo caratteristico di sentire la santità cristiana e di tendere ad essa; è un modo particolare di ordinare la propria vita all'acquisto della perfezione cristiana e alla partecipazione di uno speciale carisma. In altri termini è il vissuto cristiano, un’azione congiunta con Dio che presuppone la fede.


La spiritualità salesiana consiste di vari elementi: è uno stile di vita, preghiera, lavoro, rapporti interpersonali; una forma di vita comunitaria; una missione educativa pastorale sulla base di un patrimonio pedagogico; una metodologia formativa; un insieme di valori e atteggiamenti caratteristici; una peculiare attenzione alla Chiesa e alla società attraverso settori specifici di impegno; un'eredità storica di documentazione e scritti; un linguaggio caratteristico; una serie tipica di strutture e opere; un calendario con feste e ricorrenze proprie; ...


Il punto di partenza dell’esperienza spirituale di Don Bosco è “la gloria di Dio e la salvezza delle anime”; ciò è stato da lui formulato nel suo programma di vita “da mihi animas, cetera tolle”. La radice profonda di tale esperienza è l’unione con Dio, come espressione della vita teologale che si sviluppa con la fede, la speranza e la carità, e dello spirito di autentica pietà. Questa esperienza si traduce in azioni visibili; senza le opere la fede è morta e senza la fede le opere sono vuote. Infine essa ha come punto di arrivo la santità: la santità è possibile a tutti, dipende dalla nostra cooperazione con la grazia; a tutti è data la grazia per essa.


La nostra spiritualità corre il rischio di vanificarsi perché i tempi sono cambiati e perché talvolta noi la viviamo superficialmente. Per attualizzarla dobbiamo ripartire da Don Bosco, dalla sua esperienza spirituale e dal sistema preventivo. I chierici del tempo di Don Bosco vedevano ciò che non andava e non volevano essere religiosi, ma erano incantati da lui. I giovani hanno bisogno di “testimoni”, come scrisse Paolo VI. Ci vogliono "uomini spirituali", uomini di fede, sensibili alle cose di Dio e pronti alla obbedienza religiosa nella ricerca del meglio. Non è la novità che ci rende liberi, ma la verità; la verità non può essere moda, superficialità, improvvisazione: «veritas liberabit vos».


2. Centro e sintesi della spiritualità salesiana: la carità pastorale


Un’espressione di San Francesco di Sales dice: “La persona è la perfezione dell’universo; l’amore è la perfezione della persona; la carità è la perfezione dell'amore”.(2) É una visione universale che colloca in scala ascendente quattro modi di esistere: l’essere, l’essere persona, l’amore come forma superiore a qualsiasi altra espressione, la carità come espressione massima dell’amore.


La carità è il centro di ogni spiritualità cristiana: non è solo il primo comandamento, ma è anche la fonte di energia per progredire. L’accendersi della carità in noi è un mistero e una grazia; non proviene da iniziativa umana, ma è partecipazione alla vita divina ed effetto della presenza dello Spirito. Non potremmo amare Dio se Lui non ci avesse amato per primo, facendoci sentire e dandoci il gusto e il desiderio, l’intelligenza e la volontà, per corrispondervi. Non potremmo nemmeno amare il prossimo e vedere in esso l’immagine di Dio, se non avessimo l’esperienza personale dell’amore di Dio.


La carità pastorale è una espressione della carità, che ha molte manifestazioni: l’amore materno, l’amore coniugale, la compassione, la misericordia, il perdono, ... Essa sta ad indicare una forma specifica di carità. Richiama la figura di Gesù Buon Pastore, non soltanto per le modalità del suo operare: bontà, ricerca di chi si è perso, dialogo, perdono; ma anche e soprattutto per la sostanza del suo ministero: rivelare Dio a ciascun uomo e a ciascuna donna. É più che evidente la differenza con altre forme di carità che rivolgono attenzione preferenziale a particolari bisogni delle persone: salute, cibo, lavoro. L’elemento tipico della carità pastorale è l’annuncio del Vangelo, l’educazione alla fede, la formazione della comunità cristiana, la lievitazione evangelica dell’ambiente.


La carità pastorale salesiana ha poi una sua caratteristica propria, documentata anche dagli inizi della nostra storia: “La sera del 26 gennaio 1854 ci siamo radunati nella camera di Don Bosco e ci venne proposto di fare con l’aiuto del Signore e di San Francesco di Sales una prova di esercizio pratico di carità verso il prossimo, ... D’allora è stato dato il nome di salesiani a coloro che si proposero o si proporranno questo esercizio”.(3) La carità pastorale è centro e sintesi della nostra spiritualità, che ha il suo punto di partenza nell’esperienza spirituale di Don Bosco stesso e nella sua preoccupazione per le anime. Dopo Don Bosco, i suoi Successori hanno riaffermato la stessa convinzione; è interessante il fatto che tutti si siano premurati di ribadirlo con una convergenza che non lascia spazio al dubbio. Essa si esprime nel motto “da mihi animas, cetera tolle”.


3. Spiritualità salesiana per tutte le vocazioni


Se è vero che la spiritualità cristiana ha elementi comuni e validi per tutte le vocazioni, è pur vero che essa è vissuta con differenze peculiari e specificità a secondo del proprio stato di vita: il ministero presbiterale, la vita consacrata, i fedeli laici, la famiglia, i giovani, gli anziani, … hanno un loro modo tipico di vivere l’esperienza spirituale. Lo stesso vale per la spiritualità salesiana.


Nella “Carta di identità della Famiglia salesiana” sono stati individuati i tratti spirituali caratteristici di tutti i suoi gruppi; ciò viene rilevato soprattutto nella parte terza di questo documento. D’altra parte i vari gruppi legittimamente, per la loro origine e per il loro sviluppo, hanno storie e caratteristiche spirituali proprie, che sono da conoscere e costituiscono una ricchezza per tutta la Famiglia stessa.


Nel tempo si è sviluppata pure una spiritualità giovanile salesiana. Pensiamo, oltre alle tre biografie dei giovani Michele Magone, Domenico Savio e Francesco Besucco, scritte da Don Bosco, alle pagine che gli indirizza attraverso il “Giovane provveduto” ai giovani stessi, alle Compagnie, … Sarebbe interessante conoscere gli sviluppi della spiritualità giovanile salesiana nel tempo, fino ad arrivare agli anni novanta, quando è stata data anche una formulazione autorevole di questa spiritualità anche attraverso il Movimento Giovanile Salesiano. É da approfondire cosa e come proporre ai giovani non credenti, indifferenti o appartenenti ad altre religioni, elementi di spiritualità salesiana giovanile.


I gruppi della Famiglia salesiana coinvolgono numerosi laici nella loro missione. Siamo consapevoli che non vi può essere un coinvolgimento pieno, se non c’è anche una condivisione dello stesso spirito. Comunicare la spiritualità salesiana ai laici corresponsabili con noi dell’azione educativa pastorale diventa un impegno fondamentale. I salesiani, come anche altri gruppi della Famiglia salesiana, hanno fatto un lavoro esplicito di formulazione di una spiritualità laicale salesiana nel Capitolo generale XXIV (4). Certamente i gruppi laicali della famiglia salesiana costituiscono una fonte di ispirazione per tale spiritualità.


Dopo che siamo diventati maggiormente consapevoli che non vi può essere pastorale giovanile senza pastorale famigliare, ci stiamo interrogando su quale spiritualità familiare salesiana elaborare e proporre. Ci sono esperienza di famiglie che si ispirano a Don Bosco. Qui il cammino è ancora agli inizi, ma è una strada che ci aiuta a sviluppare la nostra missione popolare, oltre che giovanile. 


4. Impegni per la Famiglia salesiana


4.1. Impegniamoci ad approfondire quale è stata l’esperienza spirituale di Don Bosco, il suo profilo spirituale, per scoprire il “Don Bosco mistico”; potremo così imitarlo, vivendo un’esperienza spirituale con identità carismatica. Senza appropriarci della esperienza spirituale vissuta da Don Bosco, non potremo essere consapevoli della nostra identità spirituale salesiana; solo così saremo discepoli e apostoli del Signore Gesù, avendo Don Bosco come modello e maestro di vita spirituale. La spiritualità salesiana, reinterpretata e arricchita con l’esperienza spirituale della Chiesa del dopo Concilio e con la riflessione della teologia spirituale di oggi, ci propone un cammino spirituale che conduce alla santità. Riconosciamo che la spiritualità salesiana è una vera e completa spiritualità: essa ha attinto alla storia della spiritualità cristiana, soprattutto a San Francesco di Sales; ha la sua sorgente nella peculiarità e originalità dell’esperienza di Don Bosco, si è arricchita con l’esperienza ecclesiale ed è giunta alla rilettura e alla sintesi matura di oggi.


4.2. Viviamo il centro e la sintesi della spiritualità salesiana, che è la carità pastorale. Essa è stata vissuta da Don Bosco come ricerca della “gloria di Dio e salvezza delle anime” e si è fatta per lui preghiera e programma di vita nel “da mihi animas, cetera tolle”. É una carità che ha bisogno di alimentarsi con la preghiera e fondarsi su di essa, guardando al Cuore di Cristo, imitando il Buon Pastore, meditando la Sacra Scrittura, vivendo l’Eucaristia, dando spazio alla preghiera personale, assumendo la mentalità del servizio ai giovani. É una carità che si traduce e si rende visibile in gesti concreti di vicinanza, affetto, lavoro, dedizione. Assumiamo il sistema preventivo come esperienza spirituale e non solo come proposta di evangelizzazione e metodologia pedagogica; esso trova la sua sorgente nella carità di Dio che previene ogni creatura con la sua Provvidenza, l’accompagna con la sua presenza e la salva donando la vita; esso ci dispone ad accogliere Dio nei giovani e ci chiama a servirlo in loro, riconoscendone la dignità, rinnovando la fiducia nelle loro risorse di bene ed educandoli alla pienezza di vita.


4.3. Comunichiamo la proposta della spiritualità salesiana secondo la diversità delle vocazioni specialmente ai giovani, ai laici coinvolti nella missione di Don Bosco, alle famiglie. La spiritualità salesiana ha bisogno di essere vissuta secondo la vocazione che ognuno ha ricevuto da Dio. Riconosciamo i tratti spirituali comuni dei vari gruppi della Famiglia salesiana, indicati nella “Carta di identità”; facciamo conoscere i testimoni della santità salesiana; invochiamo l’intercessione dei nostri Beati, Venerabili e Servi di Dio e chiediamo la grazia della loro canonizzazione. Offriamo ai giovani che accompagniamo la spiritualità giovanile salesiana. Proponiamo la spiritualità salesiana ai laici impegnati a condividere la missione di Don Bosco. Con attenzione alla pastorale famigliare, indichiamo alle famiglie una spiritualità adatta alla loro condizione. Infine invitiamo a fare esperienza spirituale anche giovani, laici e famiglie delle nostre comunità educative pastorali o dei nostri gruppi e associazioni che appartengono ad altre religioni o che si trovano in situazione di indifferenza di fronte a Dio; anche per loro è possibile l’esperienza spirituale come spazio per l’interiorità, il silenzio, il dialogo con la propria coscienza, l’apertura al trascendente.


4.4. Leggiamo alcuni testi di Don Bosco, che possiamo considerare come fonti della spiritualità salesiana. Vi propongo una raccolta di scritti spirituali di Don Bosco, in cui egli appare come un vero maestro di vita spirituale (5). Potremo così attingere a pagine che ci parlano con immediatezza del vissuto spirituale salesiano e dell’esperienza che ognuno di noi può assumere.


 


Don Pascual Chávez V., SDB


Rettor Maggiore


  


(1) W. NIGG, Don Bosco. Un santo per il nostro tempo, Torino, LDC, 1980, 75.103.


(2) Cfr. FRANCESCO DI SALES, Trattato dell'amore di Dio, Vol II, libro X, c. 1


(3) MB V, 9.


(4) CG24, Salesiani e laici: comunione e condivisione nello spirito e nella missione di Don Bosco, Roma 1996, nn.89-100.


(5) A. GIRAUDO (a cura), Insegnamenti di vita spirituale, LAS 2013.


 


(Rettor Maggiore) 2013 - autore: Don Pascual Chávez


 

editore |07.04.2013
140305-049p

La Nota pastorale della Cei, dal titolo ''Il laboratorio dei talenti'', si muove nell'ottica della ''pastorale integrata'' e come antidoto al ''relativismo pervasivo'' dei processi educativi. Grande spazio è riservato alla relazione educativa e al ruolo dei sacerdoti. Infine non manca l'apertura al digitale

 


Nel linguaggio comune, la parola oratorio “richiama un’esperienza di vita buona legata ai tempi della giovinezza”. Oggi, forti di 450 anni di esperienza educativa, gli oratori sono una realtà cui guardano con crescente attenzione non solo la comunità ecclesiale, ma anche le istituzioni civili, come dimostrano diversi interventi legislativi. Parte da questa “fotografia” la Nota pastorale della Cei sugli oratori, dal titolo “Il laboratorio dei talenti”. Il documento, elaborato dalla Commissione episcopale per la famiglia e la vita e dalla Commissione episcopale per la cultura e le comunicazioni sociali, si propone di “riconoscere e sostenere il peculiare valore dell’oratorio nell’accompagnamento della crescita umana e spirituale delle nuove generazioni” e di “proporre alle comunità parrocchiali, e in modo particolare agli educatori e animatori, alcuni orientamenti”. L’ottica scelta è quella della “pastorale integrata”, come antidoto al “relativismo pervasivo” dei processi educativi. La “sfida” è “far diventare gli oratori spazi di accoglienza e di dialogo, dei veri ponti tra l’istituzionale e l’informale, tra la ricerca emotiva di Dio e la proposta di un incontro concreto con Lui, tra la realtà locale e le sfide planetarie, tra il virtuale e il reale, tra il tempo della spensieratezza e quello dell’assunzione di responsabilità”. 

Ponti tra la chiesa e la strada. Gli oratori non nascono come progetti “fatti a tavolino” ma dalla capacità di “lasciarsi provocare e mettere in discussione dalle urgenze e dai bisogni del proprio tempo”, con la stessa passione dei grandi “maestri dell’educazione”: san Filippo Neri, san Giovanni Bosco, san Carlo Borromeo… Gli oratori non solo limitati “al recupero, all’istruzione o all’assistenza”, ma sanno “valorizzare e abitare la qualità etica dei linguaggi e delle sensibilità giovanili”, coniugando “prevenzione sociale, accompagnamento familiare e avviamento al lavoro”. In quest’ottica, oggi gli oratori “devono essere rilanciati anche per diventare sempre più ponti tra la Chiesa e la strada”, come li definiva Giovanni Paolo II. 


Cittadini responsabili. Se la “prossimità” è lo stile dell’oratorio, uno dei suoi obiettivi primari è contribuire “alla crescita di cittadini responsabili”. Di qui l’importanza di “valorizzare il ruolo delle famiglie e sostenerlo, sviluppando un dialogo aperto e costruttivo” e facendo dell’oratorio un “ambiente di condivisione e di aggregazione giovanile, dove i genitori trovano un fecondo supporto per la crescita integrale e il discernimento vocazionale dei propri figli”. Rispetto agli altri luoghi formativi, l’oratorio “si caratterizza per la specifica identità cristiana”, ed “attraverso i linguaggi del mondo giovanile promuove il primato della persona e la sua dignità, favorendo un atteggiamento di accoglienza e di attenzione, soprattutto verso i più bisognosi”, ma anche verso giovani appartenenti ad altre culture e religioni. 


Un laboratorio anche “digitale”. “Un variegato e permanente laboratorio di interazione tra fede e vita”: questa la definizione di oratorio presente nel testo, in cui si raccomanda di offrire ai giovani “percorsi differenziati” che sappiano attingere a tutti i linguaggi e gli ambienti giovanili, compreso il web e i “new media”, con un occhio speciale ai “nativi digitali”. Soprattutto a loro, l’oratorio “garantisce uno spazio reale di confronto con il virtuale per capirne profondamente potenzialità e limiti”. 


Il primato della relazione. Ma l’oratorio “educa ed evangelizza” soprattutto “attraverso relazioni personali autentiche e significative”, che sono la sua “vera forza”, perché “nessuna attività può sostituire il primato della relazione personale”. “Anche laddove i social network sembrano semplicemente prolungare e rafforzare rapporti di amicizia - si raccomanda nel documento - appare necessario aiutare i giovani che abitano il mondo della rete a scendere in profondità coltivando relazioni vere e sincere”, in un tempo “segnato dalla consumazione immediata del presente e dal continuo cambiamento, dalla frammentazione delle esperienze”. Servono “relazioni autorevoli”, per “aiutare i ragazzi a fare sintesi”, e l’oratorio può diventare “il luogo unificante del vissuto”, aiutando chi lo frequenta “a superare il rischio, oggi tutt’altro che ipotetico, della frammentazione e della dispersione”. 


Accoglienza e “restituzione”. L’”accoglienza” è la cifra dell’oratorio, il suo “potere di attrazione”, ma “non può mai comportare disimpegno o svendita dei valori educativi”. La prospettiva adottata è quella della “restituzione”: “tutti, in modi e situazioni diverse, hanno ricevuto del bene da qualcuno. Tutti, quindi, ognuno secondo le proprie possibilità e capacità, sono chiamati a restituire tale bene diventando dono per gli altri”. Famiglia, scuola, sport sono i luoghi principali attorno a cui costruire “alleanze educative”, anche per fare dell’oratorio un “laboratorio di cultura” e “partecipare al dibattito pubblico sui temi e compiti educativi della società civile e della comunità ecclesiale”. 


Non solo sport. Per creare quel tipico “clima di famiglia” che ne ha accompagnato l’evoluzione, i sacerdoti - e non solo quelli giovani, perché “l’efficacia educativa non coincide con la vicinanza generazionale fra educatori e ragazzi” - devono “stare” in oratorio, per “offrire un accompagnamento umano e spirituale ai ragazzi e agli educatori”. Servono inoltre “figure stabili di riferimento”, come “laici preparati”. Tra le proposte più consolidate dell’oratorio, c’è l’attività sportiva, che nel nostro territorio si avvale anche della “presenza capillare” del Centro sportivo italiano, ma non mancano attività come musica, teatro, danza… Fin dalle origini, inoltre, l’oratorio “ha posto attenzione alle necessità e alle povertà delle nuove generazioni”: un ruolo di “prevenzione”, più che di contrasto del “disagio sociale”, nel quale gli oratori sono sollecitati a perseverare, grazie alla loro capacità di “stare anche sulla strada”.



 

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Un documento «tra memoria e profezia». Per tornare a focalizzare l’attenzione su una realtà che «in termini di servizi e di opportunità» offrono «alla società civile» un contributo che è quantificabile in 210 milioni di euro. Una realtà in cui «con poco si fa tanto» e dove i giovani possono trovare «ricreazione e formazione». 

Si parla della nota “Il laboratorio dei talenti” che, elaborata dalla Commissione per la cultura e le comunicazioni sociali e dalla Commissione per la famiglia e la vita della Conferenza episcopale italiana, rilancia funzioni e progettualità degli oratori, una realtà attorno alla quale, negli ultimi anni, è tornata a focalizzarsi l’attenzione delle famiglie. Una realtà articolata in circa seimila "luoghi" in tutto il Paese, e che oggi, come ha sottolineato il sottosegretario della Cei monsignor Domenico Pompili, presentando ieri il testo a Roma con i vescovi Claudio Giuliodori ed Enrico Solmi, presidenti delle due Commissioni, vanno «sostenuti» per «ridare visibilità e sostenibilità ai nostri ambienti di periferia e di città».


È stato Pompili a ricordare, citando il libro di Giuseppe Rusconi L’impegno, il "valore" in termini economici del servizio offerto dagli oratori, osservando inoltre come «dietro la ripresa dell’interesse intorno agli oratori non c’è semplicemente un’emergenza, ma la sfida di sempre è quella di offrire un contesto che sia promettente per la relazione interpersonale, in una stagione a forte impatto digitale e quindi debilitata sotto il profilo della fisicità». In questo senso, oggi l’oratorio va oltre la «nostalgia di una esperienza fatta di polverosi campi di calcio, teatro e musica, amicizie ed escursioni al mare o in montagna», legata all’adolescenza. Al contrario, sulla linea tracciata dagli orientamenti pastorali per il decennio in corso, centrati sull’emergenza educativa, può essere «un territorio fisico che insieme alla casa e al quartiere sia un luogo di radicamento, a partire dal quale proiettarsi in un mondo più ampio senza perdere il senso del legame, delle radici, della gratitudine e senza dissolvere l’identità coltivandola grazie alle nuove aperture tecnologiche». 


Non è allora un caso, come sottolineato da Giuliodori, se oggi «la domanda delle famiglie è fortissima». Dagli anni Settanta, e fino agli inizi dei Novanta, «c’è stata una stagione – ha ricordato il vescovo – in cui lo sviluppo sociale ha fatto nascere tante attività, ma molto parcellizzate, costringendo i genitori a correre per portare i loro ragazzi a far sport, musica, a imparare le lingue. Tante proposte – ha aggiunto – che sono competenze offerte ai ragazzi, ma quello che mancava era l’apporto di una educazione integrale». Oggi, invece, «i genitori si sono accorti che i propri figli sanno fare tante cose, ma fanno fatica a vivere». Di qui il rilancio dell’attenzione all’oratorio, dove «ci sono attività strutturate, ma c’è soprattutto l’attenzione alla persona e alla sua libera espressività», come risposta all’esigenza «di uno spazio a misura di una crescita integrale dei ragazzi». Opportunità, insomma, e insieme sfida; tanto più esaltante, nel porre per la prima volta a confronto una realtà "antica" come l’oratorio con la generazione dei nativi digitali, cosa che impone, per Giuliodori, un’attenta formazione dei formatori che «possa partire anche dai seminari». In tutto questo, gli oratori restano «un luogo libero di accoglienza e gratuità – ha osservato Solmi – dove i ragazzi possono andare senza spendere, dove trovano mamme e insegnanti disponibili, dove possono giocare in modo libero e non griffato, con quello che hanno addosso». Per il presule il «punto di forza» degli oratori è «la relazione che nasce dai talenti che ognuno mette in campo», a partire da «un progetto molto preciso della comunità, che ha alle spalle una lunga tradizione e che va giocato per l’oggi». «Se l’oratorio funziona, ci vuole la rete, ma funziona anche se manca la rete», ha rilevato Solmi, riferendosi «sia alla rete del campo di calcio che alla “rete massmediale”», elemento da «intercettare per stare al passo con i “nativi digitali”».




Salvatore Mazza


in: Avvenire del 6/04/13


 


Una risorsa nella crisi


Il vescovo Giuliodori: "I genitori si sono accorti che i propri figli sanno fare tante cose, ma fanno fatica a vivere". C'è "l'esigenza di uno spazio" per "una crescita integrale dei ragazzi". Il vescovo Solmi: "L'oratorio è un luogo dove con poco si fa tanto", e nonostante la "contrazione" dei contributi resta "un luogo libero di accoglienza e gratuità". Monsignor Pompili: "Sostenere gli oratori per ridare visibilità e sostenibilità ai nostri ambienti di periferia e di città"

In tempi di crisi, non solo economica e finanziaria, la “domanda” delle famiglie verso gli oratori “è fortissima”. Sembrerebbe un dato in controtendenza, e invece molti genitori italiani si sono stancati di correre sempre dietro ai figli per fare loro da “tassisti” per le molteplici attività - gli sport, la musica, le lingue - e preferiscono affidarli a chi sa dare “lezioni di vita” attraverso un’idea di educazione a 360°, che parte dalla persona e si nutre degli ideali del Vangelo. Senza paura, nello stesso tempo, di cimentarsi nelle nuove tecnologie per parlare “faccia a faccia” con i nativi digitali, e di svolgere perfino un buon “servizio pubblico”, visto il notevole contributo offerto, attraverso una gamma molto variegata di attività, alla società civile. È la “fotografia” dei 6 mila oratori italiani, scattata durante la conferenza stampa di presentazione della Nota Cei “Il laboratorio dei talenti”. Dei seimila oratori italiani, circa tremila si trovano in Lombardia. D’estate, al loro interno attività come il “Grest” (acronimo che sta per gruppo estivo) fanno registrare il tutto esaurito, accogliendo a giugno e luglio circa un milione e mezzo tra bambini e adolescenti. Oltre al Centro sportivo italiano, gli oratori italiani - la cui “colonna portante” sono gli operatori volontari - si avvolgono della collaborazione di associazioni come Anspi, “Noi associazione”, Foi. Senza contare l’Azione Cattolica, che promuove nelle parrocchie attività di animazione che si ispirano al modello dell’oratorio, e i numerosissimi religiose e religiose.


“Sinergia” tra Chiesa e società civile. Ammonta a circa 210 milioni di euro il contributo che gli oratori, “in termini di servizi e di opportunità”, offrono alla “società civile”. A ricordarlo - citando il libro “L’impegno” di Giuseppe Rusconi - è stato monsignor Domenico Pompili, sottosegretario della Cei, introducendo la conferenza stampa di presentazione della Nota sugli oratori dal titolo “Il laboratorio dei talenti”, elaborata dalla Commissione per la cultura e le comunicazioni sociali e dalla Commissione per la famiglia e la vita. “Sostenere” gli oratori per “ridare visibilità e sostenibilità ai nostri ambienti di periferia e di città”, l’invito del sottosegretario della Cei, secondo il quale “dietro la ripresa dell’interesse intorno agli oratori non c’è semplicemente un’emergenza. La sfida di sempre è quella di offrire un contesto che sia promettente per la relazione interpersonale, in una stagione a forte impatto digitale e quindi debilitata sotto il profilo della fisicità”. L’oratorio, oggi, va oltre la “nostalgia di un’esperienza fatta di polverosi campi di calcio, teatro e musica, amicizie ed escursioni al mare o in montagna”, legata all’adolescenza: può essere, invece, “un territorio fisico che insieme alla casa e al quartiere sia un luogo di radicamento, a partire dal quale proiettarsi in un mondo più ampio senza perdere il senso del legame, delle radici, della gratitudine e senza dissolvere l’identità coltivandola grazie alle nuove aperture tecnologiche”.


L’oratorio “non è un’attività economica”, e dunque “non risente direttamente della crisi”, ma è pur vero che in questi tempi di crisi “la domanda delle famiglie è fortissima”. Lo ha detto monsignor Claudio Giuliodori, presidente della Commissione Cei per la cultura e le comunicazioni sociali, rispondendo alle domande dei giornalisti. “C’è stata una stagione, negli anni Settanta, Ottanta e anche inizio Novanta - ha ricordato il vescovo - in cui lo sviluppo sociale ha fatto nascere tante attività, ma molto parcellizzate, costringendo i giovani a correre per portare i loro ragazzi a far sport, musica, a imparare le lingue. Tante proposte che sono competenze offerte ai ragazzi, ma quello che mancava era l’apporto di un’educazione integrale”. Oggi, invece, “i genitori si sono accorti che i propri figli sanno fare tante cose, ma fanno fatica a vivere”. Di qui il rilancio dell’attenzione all’oratorio, dove “ci sono attività strutturate, ma c’è soprattutto l’attenzione alla persona e alla sua libera espressività”. Cresce, insomma, nelle famiglie “l’esigenza di uno spazio a misura di una crescita integrale dei ragazzi”. 


La “rete” e l’intercultura. Tra le “novità” della Nota Cei, monsignor Giuliodori ha citato l’attenzione al mondo digitale, come “ambiente” in cui i nostri ragazzi sono immersi e con il quale vanno educati ad “interagire positivamente, senza esserne soggiogati, ma imparando ad essere protagonisti della nuova cultura dei media”, e l’approccio interculturale e interreligioso. “Il 10 per cento dei ragazzi che frequentano i nostri oratori - ha detto il vescovo - sono immigrati, e in molti casi rappresentano la maggioranza della popolazione oratoriale”. Un dato, questo, che “va tenuto presente” nella proposta dell’oratorio, che “non può perdere la sua identità, ma deve essere aperta a tutti nel rispetto delle diverse culture e sensibilità”. Sulla necessità, per l’oratorio, di “farsi prossimo” ai ragazzi, “senza invasione di capo, ma nella certezza che rimanda alle competenze educative della Chiesa”, si è soffermato monsignor Mario Lusek, direttore dell’Ufficio Cei per la pastorale del tempo libero, del turismo e dello sport. Della tendenza degli oratori a “diffondersi anche al Sud”, magari con tipologie che si ispirano ad essi, ha parlato don Mimmo Beneventi, vice responsabile del Servizio Cei per la pastorale giovanile, 


Tanto con poco. L’oratorio è “un luogo dove con poco si fa tanto”, e nonostante la “contrazione” dei contributi in loro favore restano “un luogo libero di accoglienza e gratuità, dove i ragazzi possono andare senza spendere, dove trovano mamme e insegnanti disponibili, dove possono giocare in modo libero e non griffato, con quello che hanno addosso”. È la descrizione dei 6mila oratori italiani, dove domina “tutto un mondo di volontari silenziosi”, fatta da monsignor Enrico Solmi, presidente della Commissione Cei per la famiglia e la vita. Il loro punto di forza: “la relazione che nasce dai talenti che ognuno mette in campo”, a partire da “un progetto molto preciso della comunità, che ha alle spalle una lunga tradizione e che va giocato per l’oggi”. “Se l’oratorio funziona, ci vuole la rete, ma funziona anche se manca la rete”, ha affermato il vescovo riferendosi sia alla rete del campo di calcio che alla “rete massmediale”, elemento da intercettare per stare al passo con i “nativi digitali”. In oratorio, è la tesi di monsignor Solmi, “le cose funzionano quando vediamo che con poco si fa tanto”. Indispensabile, per il relatore, l’”alleanza educativa” con la famiglia: “Gli oratori sono i luoghi dove sono accolti i figli di tutti, anche quelli che hanno un disagio magari proprio in famiglia, e che nell’oratorio trovano un luogo per uscire da un clima pesante che li rimbalza da un genitore all’altro”.


Sir del 5/04/13



Proposte forti per tempi fragili
In ogni angolo d'Italia, l'oratorio è uno dei capisaldi dell'azione educativa e formativa cristiana. Alcune esperienze significative a Bergamo, Pesaro e a Olivarella, frazione di San Filippo del Mela (Messina

Dal Nord al Sud, l’oratorio è davvero “il laboratorio dei talenti”, come lo definisce - nel titolo - la nota pastorale Cei diffusa oggi. Innumerevoli gli esempi che rispondono a quei “criteri di discernimento” indicati nel documento, rispetto a formazione e responsabilità degli educatori, rapporto con la pastorale giovanile, catechesi, alleanze educative, impegno delle aggregazioni ecclesiali, sfida dell’integrazione sociale e culturale, animazione, avendo chiara l’identità dell’oratorio.


Lo stile dell’accoglienza. “È una questione di stile”, sintetizza al Sir don Cristiano Re, che a Bergamo è responsabile dell’oratorio nella parrocchia di Santa Caterina vergine e martire. Lo stile proposto al migliaio di bambini, ragazzi, giovani e adulti che lo frequentano è innanzitutto quello “dell’accoglienza”, perseguito attraverso una “diversificazione delle proposte per le diverse età”. E l’identità cristiana? È ben presente, sottolinea il sacerdote, in quel “raccordo tra la fede e la vita che si fa testimonianza: proprio in quanto cristiani c’impegniamo a incontrare tutti con gratuità e accoglienza, secondo lo stile evangelico, in modo gioioso e sereno”. Grazie a quest’annuncio trasmesso con le opere “negli anni diversi ragazzi e adulti hanno deciso d’intraprendere un percorso di fede più serio oppure hanno chiesto i sacramenti dell’iniziazione cristiana”. Da non dimenticare, evidenzia, il “legame strettissimo con la società sportiva parrocchiale”, a riprova che - come ricorda la nota Cei - lo sport “costituisce una delle più grandi risorse educative”; infine, il “lavoro di rete condotto con le diverse agenzie formative del territorio”, che trova concretezza in un centro polivalente realizzato in spazi del Comune “per l’età evolutiva e le famiglie”.


Una stanza della casa. Rivolto ai giovani, coinvolge “tutte le età” pure l’oratorio della parrocchia di Santa Maria di Loreto a Pesaro, come spiega il parroco, don Giuseppe Fabbrini, che è pure referente diocesano per i 24 oratori attualmente presenti nel territorio pesarese. “L’oratorio - precisa - è per i giovani, gli stessi che hanno cominciato a frequentarlo da piccoli e ora s’impegnano con il loro ‘ministero di fatto’ di animatori ed educatori”. Per definire questo cammino che vede proprio nell’oratorio un “luogo di educazione alla fede e alla vita”, al parroco piace usare l’immagine della “spiritualità dell’educatore”, laddove “il vero educatore è colui che ha una speranza affidabile, vive un cammino di fede personale e comunitario”. Attivo da una decina d’anni, l’oratorio parrocchiale viene presentato alla comunità come “una stanza in più della casa”, ed è così che bambini, ragazzi, giovani e adulti vengono invitati a sentirsi a casa tra le sue pareti. In inverno la proposta è di “momenti d’incontro, laboratori, corsi formativi per gli animatori e svago”, mentre a giugno si trasforma in un grande centro estivo che apre le porte a circa 500 bambini dai 5 anni in su. Pensando agli adolescenti e ai giovani, don Fabbrini è convinto che “l’oratorio nasca dall’iniziazione cristiana e ne sia un necessario e degno prolungamento” per crescere “integrando vita e fede”.


Per i giochi e la formazione cristiana. È opinione comune che la realtà dell’oratorio sia più sviluppata al Nord che al Sud. Eppure anche nel meridione si trovano esperienze “d’eccellenza”, come a Olivarella, frazione di San Filippo del Mela, nel Messinese. Qui, dal 2006, opera l’oratorio “Giovanni Paolo II”, di cui parla al Sir don Dario Mostaccio, che è pure responsabile diocesano della pastorale giovanile nella diocesi di Messina. “Ogni giorno siamo aperti e, complessivamente, dall’oratorio passano circa 300 persone”. Interessante la convivenza tra i più piccoli e “un gruppo di anziani - racconta don Mostaccio - che quotidianamente hanno qui un punto di ritrovo”. Costoro, tra una chiacchiera e una partita a carte, costituiscono una presenza importante, che “può dare un consiglio o, se serve, un rimprovero”, garantendo al tempo stesso la sorveglianza dei locali, affiancando nel loro impegno i catechisti e gli animatori. “Negli anni - prosegue il sacerdote - l’oratorio ha acquisito rilievo come interlocutore importante per l’amministrazione locale e le scuole”, mentre a ricordare l’identità dell’iniziativa e del progetto educativo vi è lo stretto legame con la parrocchia, così che “le attività di catechesi, il sabato, si svolgono nell’oratorio: negli stessi ambienti che durante la settimana bambini e ragazzi usano per i loro giochi, il sabato si fa formazione cristiana”. Da ultimo, don Mostaccio segnala il progetto “Insieme oggi per costruire il domani… al ‘GP2’”, realizzato grazie a un bando della Regione Sicilia e che “prevede varie attività: scuola di canto e chitarra, realizzazione di un musical, scuola di ‘calcio a 5’, laboratori artistici”. Un contributo per la socializzazione e la crescita dei più giovani, avendo presente l’importanza - ribadita nel documento Cei - di “relazioni personali autentiche e significative”, e al tempo stesso di una proposta educativa forte, in un tempo di legami fragili.


Sir del 5/04/13

 
editore |01.10.2012
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«Rallegratevi nel Signore sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi» (Fil 4:4)


 


Come Don Bosco educatore, offriamo ai giovani il Vangelo della gioia attraverso la pedagogia della bontà


 


Carissimi Fratelli e Sorelle della Famiglia Salesiana,


Dopo aver centrato l’attenzione sulla storia di Don Bosco ed aver cercato di comprendere meglio tutta la sua vita, segnata dalla predilezione per i giovani, la Strenna 2013 ha come obiettivo quello di approfondire la sua proposta educativa. Concretamente vogliamo avvicinarci a Don Bosco educatore. Si tratta quindi di approfondire ed aggiornare il Sistema Preventivo.


Anche in questo compito, il nostro approccio non è solo intellettuale. È certamente necessario, da una parte, uno studio approfondito della pedagogia salesiana, per aggiornarla secondo la sensibilità e le esigenze del nostro tempo. Oggi, infatti, i contesti sociali, economici, culturali, politici, religiosi, nei quali ci troviamo a vivere la vocazione ed a svolgere la missione salesiana, sono profondamente cambiati. D’altra parte, per una fedeltà carismatica al nostro Padre, è ugualmente necessario fare nostro il contenuto e il metodo della sua offerta educativa e pastorale. Nel contesto della società di oggi siamo chiamati ad essere santi educatori come lui, donando come lui la nostra vita, lavorando con e per i giovani.




ALLA RISCOPERTA DEL SISTEMA PREVENTIVO


Ripensando all’esperienza educativa di Don Bosco, siamo chiamati a riviverla oggi con fedeltà. Ora per una corretta attualizzazione del Sistema Preventivo, più che pensare immediatamente a dei programmi, a delle formule, o ribadire  degli “slogans” generici e buoni per tutte le stagioni, oggi il nostro sforzo sarà, anzitutto, quello di una comprensione storica del metodo di Don Bosco. Si tratta in concreto di analizzare come sia stato diversificato il suo operare per i giovani, per il popolo, per la chiesa, per la società, per la vita religiosa, e anche come diversificato sia stato il suo modo di educare i giovani del primo Oratorio festivo, del piccolo seminario di Valdocco, dei chierici salesiani e non salesiani, dei missionari. Ma si può osservare come già nel primo Oratorio di casa Pinardi fossero presenti alcune importanti intuizioni che saranno successivamente acquisite nella loro valenza più profonda di complessa sintesi umanistico-cristiana:



  1. una struttura flessibile, quale opera di mediazione tra Chiesa, società urbana e fasce popolari giovanili;

  2. il rispetto e la valorizzazione dell’ambiente popolare;

  3. la religione posta a fondamento dell’educazione, secondo l’insegnamento della pedagogia cattolica trasmessa a lui dall’ambiente del Convitto;

  4. l’intreccio dinamico tra formazione religiosa e sviluppo umano, tra catechismo ed educazione;

  5. la convinzione che l’istruzione costituisce lo strumento essenziale per illuminare la mente;

  6. l’educazione, così come la catechesi, che si sviluppa in tutte le espressioni compatibili con la ristrettezza del tempo e delle risorse;

  7. la piena occupazione e valorizzazione del tempo libero;

  8. l’amorevolezza come stile educativo e, più in generale, come stile di vita cristiana.


Una volta conosciuto correttamente il passato storico, occorre tradurre nell’oggi le grandi intuizioni e virtualità del Sistema Preventivo. Bisogna modernizzarne i principi, i concetti, gli orientamenti originari, reinterpretando sul piano teorico e pratico sia le grandi idee di fondo, sia i grandi orientamenti di metodo. E tutto ciò a vantaggio della formazione di giovani “nuovi” del sec. XXI, chiamati a vivere e confrontarsi con una vastissima ed inedita gamma di situazioni e problemi, in tempi decisamente mutati, sui quali le stesse scienze umane sono in fase di riflessione critica.


In particolare, desidero suggerire tre prospettive, analizzando più in profondità la prima di esse.


1. Il rilancio dell’ “onesto cittadino” e del “buon cristiano”


In un mondo profondamente cambiato rispetto a quello dell’ottocento, operare la carità secondo criteri angusti, locali, pragmatici, dimenticando le più ampie dimensioni del bene comune, a raggio nazionale e mondiale, sarebbe una grave lacuna di ordine sociologico ed anche teologico. Concepire la carità solo come elemosina, aiuto d'emergenza, significa rischiare di muoversi nell'ambito di un “falso samaritanesimo”.


Ci si impone pertanto una riflessione profonda, innanzitutto a livello speculativo. Essa deve estendere la sua considerazione a tutti i contenuti relativi al tema della promozione umana, giovanile, popolare, avendo, al contempo, attenzione alle diverse qualificate considerazioni filosofico-antropologiche, teologiche, scientifiche, storiche, metodologiche pertinenti. Questa riflessione, si  deve poi concretizzare sul piano della esperienza e della riflessione operativa dei singoli e delle comunità.


Dovremo procedere nella direzione di una riconferma aggiornata della "scelta socio-politica-educativa" di Don Bosco. Questo non significa promuovere un attivismo ideologico, legato a particolari scelte politiche di partito, ma formare ad una sensibilità sociale e politica, che porta comunque ad investire la propria vita per il bene della comunità sociale, impegnando la vita come missione, con un riferimento costante agli inalienabili valori umani e cristiani. Detto in altri termini, la riconsiderazione della qualità sociale dell'educazione dovrebbe incentivare la creazione di esplicite esperienze di impegno sociale nel senso più ampio.


Chiediamoci: la Congregazione Salesiana, la Famiglia Salesiana, le nostre Ispettorie, gruppi e case stanno facendo tutto il possibile in tale direzione? La loro solidarietà con la gioventù è solo atto di affetto, gesto di donazione, o anche contributo di competenza, risposta razionale, adeguata e pertinente ai bisogni dei giovani e delle classi sociali più deboli?


E altrettanto si dovrebbe dire del rilancio del “buon cristiano”. Don Bosco, “bruciato” dallo zelo per le anime, ha compreso l’ambiguità e la pericolosità della situazione, ne ha contestato i presupposti, ha trovato forme nuove di opporsi al male, pur con le scarse risorse (culturali, economiche…) di cui disponeva. Si tratta di svelare e aiutare a vivere consapevolmente la vocazione di uomo, la verità della persona. E proprio in questo i credenti possono dare il loro contributo più prezioso.


Ma come attualizzare il “buon cristiano” di Don Bosco? Come salvaguardare oggi la totalità umano-cristiana del progetto in iniziative formalmente o prevalentemente religiose e pastorali, contro i pericoli di antichi e nuovi integrismi ed esclusivismi? Come trasformare la tradizionale educazione, il cui contesto era “una società monoreligiosa”, in un’educazione aperta e, al tempo stesso, critica, di fronte al pluralismo contemporaneo? Come educare a vivere in autonomia e nello stesso tempo essere partecipi di un mondo plurireligioso, pluriculturale, plurietnico? A fronte dell’attuale superamento della tradizionale pedagogia dell’obbedienza, adeguata ad un certo tipo di ecclesiologia, come promuovere una pedagogia della libertà e della responsabilità, tesa alla costruzione di persone responsabili, capaci di libere decisioni mature, aperte alla comunicazione interpersonale, inserite attivamente nelle strutture sociali, in atteggiamento non conformistico, ma costruttivamente critico?


2. Il ritorno ai giovani con maggior qualificazione


 


È tra i giovani che Don Bosco ha elaborato il suo stile di vita, il suo patrimonio pastorale e pedagogico, il suo sistema, la sua spiritualità. Missione salesiana è consacrazione, è “predilezione” per i giovani e tale predilezione, al suo stato iniziale, lo sappiamo, è un dono di Dio, ma spetta alla nostra intelligenza ed al nostro cuore svilupparla e perfezionarla.


La fedeltà alla nostra missione poi, per essere incisiva, deve essere posta a contatto con i “nodi” della cultura di oggi, con le matrici della mentalità e dei comportamenti attuali. Siamo di fronte a sfide davvero grandi, che esigono serietà di analisi, pertinenza di osservazioni critiche, confronto culturale approfondito, capacità di condividere psicologicamente ed esistenzialmente la situazione. Ed allora, per limitarci ad alcune domande:


 


a- Chi sono esattamente i giovani ai quali “consacriamo” personalmente e in comunità la nostra vita?


b- Qual è la nostra professionalità pastorale, a livello di riflessione teorica sugli itinerari educativi ed a livello di prassi pastorale?


c- La responsabilità educativa oggi non può essere che collettiva, corale, partecipata. Qual è allora il nostro “punto di aggancio” con la “rete di relazioni” sul territorio e anche oltre il territorio  in cui vivono i nostri giovani?


d- Se qualche volta la Chiesa si trova disarmata di fronte ai giovani, non è che per caso lo sono anche i Salesiani o la Famiglia Salesiana di oggi?


3. Un’educazione di cuore


In questi ultimi decenni forse le nuove generazioni salesiane provano un senso di smarrimento di fronte alle antiche formulazioni del Sistema Preventivo: o perché non sanno come applicarlo oggi, oppure perché inconsapevolmente lo immaginano come un “rapporto paternalistico” con i giovani. Al contrario, quando guardiamo a Don Bosco, visto nella sua realtà vissuta, scopriamo in lui un istintivo e geniale superamento del paternalismo educativo inculcato da molta parte della pedagogia dei secoli a lui precedenti (’500-’700).


 


Possiamo chiederci: oggi i giovani e gli adulti entrano o possono entrare nel cuore dell’educatore salesiano? Che vi scoprono? Un tecnocrate, un abile, ma vacuo comunicatore, oppure una umanità ricca, completata e animata dalla Grazia di Gesù Cristo, nel Corpo Mistico, ecc.?


A partire dalla conoscenza della pedagogia di Don Bosco, i grandi punti di riferimento e gli impegni della Strenna del 2013 sono i seguenti.



  1. 1. Il ‘vangelo della gioia’, che caratterizza tutta la storia di Don Bosco ed è l’anima delle sue molteplici attività. Don Bosco ha intercettato il desiderio di felicità presente nei giovani e ha declinato la loro gioia di vivere nei linguaggi dell’allegria, del cortile e della festa; ma non ha mai cessato di indicare Dio quale fonte della gioia vera.


  1. La pedagogia della bontà. L'amorevolezza di Don Bosco è, senza dubbio, un tratto caratteristico della sua metodologia pedagogica ritenuto valido anche oggi, sia nei contesti ancora cristiani sia in quelli dove vivono giovani appartenenti ad altre religioni. Non è però riducibile solo a un principio pedagogico, ma va riconosciuta come elemento essenziale della nostra spiritualità.


3.  Il Sistema Preventivo. Rappresenta il condensato della saggezza pedagogica di Don Bosco e costituisce il messaggio profetico che egli ha lasciato ai suoi eredi e a tutta la Chiesa. È un'esperienza spirituale ed educativa che si fonda su ragione, religione ed 'amorevolezza.



  1. L’educazione è cosa del cuore. «La pedagogia di Don Bosco, ha scritto don Pietro Braido, s’identifica con tutta la sua azione; e tutta l’azione con la sua personalità; e tutto Don Bosco è raccolto, in definitiva, nel suo cuore».[1] Ecco la sua grandezza ed il segreto del suo successo come educatore. «Affermare che il suo cuore era donato interamente ai giovani, significa dire che tutta la sua persona, intelligenza, cuore, volontà, forza fisica, tutto il suo essere era orientato a fare loro del bene, a promuoverne la crescita integrale, a desiderarne la salvezza eterna».[2]


5.  La formazione dell’onesto cittadino e del buon cristiano. Formare “buoni cristiani e onesti cittadini” è intenzionalità più volte espressa da Don Bosco per indicare tutto ciò di cui i giovani necessitano per vivere con pienezza la loro esistenza umana e cristiana. Quindi, la presenza educativa nel sociale comprende queste realtà: la sensibilità educativa, le politiche educative, la qualità educativa del vivere sociale, la cultura.



  1. Umanesimo salesiano. Don Bosco sapeva “valo­rizzare tutto il positivo radicato nella vita delle persone, nelle realtà create, negli eventi della storia. Ciò lo portava a cogliere gli autentici valori presenti nel mondo, specie se gra­diti ai giovani; a inserirsi nel flusso della cultura e dello sviluppo umano del proprio tempo, stimolando il bene e rifiutandosi di gemere sui mali; a ricercare con saggezza la cooperazione di molti, convinto che ciascuno ha dei doni che vanno scoperti, riconosciuti e valorizzati; a credere nella forza dell'educazione che sostiene la crescita del giovane e lo incoraggia a diventare onesto cittadino e buon cristiano; ad affidarsi sempre e comunque alla prov­videnza di Dio, percepito e amato come Padre”.[3]


  1. Sistema Preventivo e Diritti Umani. La Congregazione non ha motivo di esistere se non per la salvezza integrale dei giovani. Questa nostra missione, il vangelo e il nostro carisma oggi ci chiedono di percorrere anche la strada dei diritti umani; si tratta di una via e di un linguaggio nuovi che non possiamo trascurare. Il sistema preventivo e i diritti umani interagiscono, arricchendosi l’un l’altro. Il sistema preventivo offre ai diritti umani un approccio educativo unico ed innovativo rispetto al movimento di promozione e protezione dei diritti umani. Allo stesso modo i diritti umani offrono al sistema preventivo nuove frontiere ed opportunità di impatto sociale e culturale come risposta efficace al “dramma dell’umanità moderna, della frattura tra educazione e società, del divario tra scuola e cittadinanza”.[4]

  2. Per una comprensione approfondita e l’attuazione dei punti nodali suindicati sono utilmente da leggere: Il Sistema Preventivo nell’educazione della gioventù, la Lettera da Roma, le Biografie di Domenico Savio, Michele Magone, Francesco Besucco, tutti scritti di Don Bosco che illustrano bene sia la sua esperienza educativa che le sue scelte pedagogiche.


 


Don Pascual Chávez V., SDB


Rettor Maggiore



[1] Cf. P. BRAIDO, Prevenire non reprimere. Il sistema educativo di Don Bosco, LAS, Roma 1999, p. 181.


[2] P. RUFFINATO, Educhiamo con il cuore di Don Bosco, in “Note di Pastorale Giovanile”, n. 6/2007, p. 9.


[3] Cfr Art. 7 – Carta di identità carismatica della Famiglia Salesiana – Roma 2012


[4] Si veda P. Pascual Chàvez Villanueva, Educazione e cittadinanza. Lectio Magistralis per la Laurea Honoris Causa, Genova, 23 aprile 2007.


Omelia RM 16ago12

 
editore |04.08.2012
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Il 5 AGOSTO 2012 l'Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice compie 140 anni. Il 5 agosto 1872 a Mornese, un piccolo centro in provincia di Alessandria, 11 giovani si consacrano al Signore dando vita a quello che poi sarebbe diventato un Istituto internazionale presente in 94 Nazioni...


Il 5 agosto 1872 a Mornese, un piccolo centro in provincia di Alessandria, 11 giovani si consacrano al Signore dando vita a quello che poi sarebbe diventato un Istituto internazionale presente in 94 Nazioni. In occasione del 5 agosto proponiamo una intervista alla Superiora generale, Madre Yvonne Reungoat.


 


Ha da poco concluso le Verifiche, quale il volto e lo stato di salute dell’Istituto FMA? Quali le sfide che si pongono per il futuro?


Al momento ci sono ancora due gruppi di Conferenze interispettoriali che devono attuare la Verifica del CG XXII, dove confluirà il vissuto e la riflessione delle Ispettorie. Credo però di poter dire – anche grazie alla conoscenza acquisita attraverso le visite – che l’Istituto goda di buona salute. È vivo in tutte le consorelle il desiderio e l’impegno di ravvivare il carisma. Si sente il bisogno di dare più profondità spirituale alla propria vita e di rafforzare la profezia fondandola nella sua radice mistica. Si avverte anche l’esigenza di puntare sulla qualità evangelica delle relazioni come comunità FMA e come Comunità educanti. Emerge il cammino realizzato con i laici non solo a livello di collaborazione, ma anche di corresponsabilità nella missione educativa. Si è consolidata la convinzione di una rinnovata opzione per i poveri, in un mondo che si è progressivamente impoverito, e si riconosce l’importanza di dare vita a comunità autenticamente vocazionali, dove i giovani si sentano accolti e ascoltati e dove possano percepire la bellezza e il dinamismo del carisma.


In sintesi: il cammino dell’Istituto si colloca tra il già e non-ancora. Credo però che la sfida più grande che ingloba le altre sia la speranza.


 L’Istituto FMA celebra 140 anni di vita. Com’è cambiata la sua identità e la missione?


140 anni di vita dell’Istituto rappresentano per tutta la Famiglia salesiana una ricorrenza importante. Per noi FMA costituiscono la celebrazione della fedeltà di Dio e della nostra risposta al suo amore, e sono motivo di gioia e di gratitudine. L’intuizione di Don Bosco di dare anche alle ragazze le stesse opportunità che egli offriva ai suoi ragazzi si è concretizzato grazie alla risposta di alcune giovani donne dell’Associazione dell’Immacolata in Mornese, che hanno aderito alla sua proposta di consacrarsi al Signore come religiose secondo lo spirito salesiano.


In quel piccolo centro del Monferrato, come da un seme coltivato in terra buona e fertile, ha avuto inizio l’Istituto: era il 5 agosto 1872. L’identità delle FMA è stata chiara fin dall’inizio: donne consacrate per la missione di evangelizzare attraverso l’educazione, con una forte identità mariana. Don Bosco ne dava piena testimonianza e Maria Domenica Mazzarello si sentiva totalmente in sintonia con il suo progetto di vita e il suo metodo di educazione: il Sistema preventivo. L’Istituto è cresciuto in modo sorprendente e si è dilatato con una presenza che oggi raggiunge 94 nazioni del mondo e conta circa 14.000 membri, che vivono e operano nei cinque continenti.


Il segreto è nel dinamismo dello Spirito che ha impresso alla nostra Famiglia religiosa una dimensione missionaria e un volto universale. L’identità si è approfondita nel tempo e la missione educativa oggi abbraccia anche le nuove frontiere, i nuovi areopaghi in cui è possibile incontrare i giovani e risvegliare in loro la domanda di senso, educandoli ad essere e buoni cristiani e onesti cittadini, come li voleva Don Bosco. Questo programma è stato assunto in pieno dalle FMA fin dalle origini e attualmente si coniuga sempre più con la promozione dei loro diritti fondamentali e con l’impegno di evangelizzarli.


 Quali sono le attese e le sfide dei giovani di oggi? Si può tracciare ancora una geografia del mondo giovanile o la globalizzazione ha unificato tutto?


Ci sono sicuramente sfide specifiche per i giovani a seconda dei contesti socio-culturali. In quelli di maggiore povertà economica o impoveriti, i giovani sono più motivati ad impegnarsi per elevare il loro stato sociale e sanno approfittare delle opportunità che si offrono loro; quelli dei Paesi definiti ricchi, sono meno motivati e hanno un tempo più lungo di maturazione umana. Ma sono solo generalizzazioni.


La globalizzazione ha un po’ uniformato i bisogni e ne ha indotti degli altri, così che sono molti di più gli aspetti che accomunano i giovani di oggi a livello mondiale rispetto a quelli che li differenziano. Si sono globalizzati i linguaggi, il consumo, le attese di realizzazione, i news media e le nuove tecnologie.


Non mi riferisco alle sfide della globalizzazione solo nella loro dimensione negativa - secolarizzazione, relativismo, consumismo - ma anche in quella positiva. Si è globalizzata ad esempio la solidarietà, il volontariato è cresciuto, c’è una nuova sensibilità riguardo ai diritti umani e alla dignità di ogni persona. I bisogni profondi dei giovani sono quelli di sempre: amare ed essere amati, cercare il senso della vita e la felicità, impegnarsi per l’utilità comune, rendere il mondo una casa abitabile per tutti.


Oggi i giovani vogliono esserci: non solo facendo sentire la loro voce come indignati, ma mettendo a disposizione le loro risorse come giovani impegnati. Credo che ci prepariamo a vivere una nuova stagione, a patto che sappiamo ascoltarli e accompagnarli nel loro percorso di crescita umana e cristiana.


Non c’è solo un linguaggio giovanile criptato, ma anche uno fatto di semplicità, di concretezza, di gratuità e di dono. Esiste una domanda spesso implicita di senso che esige di essere portata alla luce e c’è una richiesta latente dei giovani di essere accompagnati da adulti significativi in un mondo divenuto sempre più multietnico, multiculturale, multireligioso e che non ha punti di riferimento. Per noi la sfida è accompagnarli ad aprirsi agli altri e all’Altro, fino all’annuncio esplicito di Gesù.


 Il termine “crisi” caratterizza diversi ambiti, da quello economico, a quello sociale, dai valori alla realtà giovanile. Quali speranze le FMA offrono?


Le speranze che possiamo offrire dipendono da quelle che animano la nostra stessa vita. Il primo segno di speranza per i giovani è trovare adulti capaci di sperare. La crisi, presente soprattutto in occidente, è crisi economica e sociale, dei valori, culturale ed educativa. L’emergenza educativa può essere interpretata come emergenza di padri e di madri, di casa e di famiglia, di formazione.


Educare in una società che fa troppo spesso del relativismo il proprio credo e che colma le nuove generazioni di gratificazioni emotive ed esalta la cultura dell’effimero, può rendere più difficile il nostro compito e frenare i nostri slanci. Sono convinta, tuttavia, che potremo offrire speranza ai giovani solo se supereremo la crisi di autorevolezza in cui molti adulti sono precipitati abdicando spesso alle loro responsabilità.


Se, come FMA, testimonieremo la bellezza e la gioia della nostra vocazione, sarà più facile costituire una grande rete di comunione e di dialogo con tutti quelli cui sta a cuore l’educazione dei giovani e con i giovani stessi.


A nome di tutte le FMA, esprimo il desiderio che molte giovani donne possano scoprire la chiamata a seguire Gesù nel nostro Istituto. Il campo dei bisogni educativi è immenso. Dalla crisi, che è anche vocazionale, si esce se si è capaci di consegnare alle giovani generazioni il carisma salesiano perché lo sviluppino e lo arricchiscano. A 140 anni dalla fondazione, scorgo un orizzonte grande e aperto in cui la nostra Famiglia religiosa può continuare a scrivere pagine di fedeltà gioiosa, anche con l’apporto di giovani donne che non hanno paura di impegnarsi a seguire Gesù.


 


Ci può raccontare brevemente la sua storia vocazionale?


In famiglia avevo uno zio salesiano missionario in Canada e si riceveva regolarmente il Bollettino Salesiano. Fu così che i miei genitori scoprirono l’esistenza di una scuola delle FMA presso la città di Dinan, in Bretagna (Francia), dove potei frequentare gli studi. Rimasi colpita dal clima di famiglia che regnava in comunità. Un giorno la direttrice mi chiese: “Hai mai pensato alla vita religiosa?”. Questa domanda diretta rievocò in me il desiderio di farmi religiosa che coltivavo in cuore già prima di conoscere le suore e che avevo lasciato cadere pensando all’impossibilità della risposta. Devo riconoscere che la direttrice di Dinan è stata una vera accompagnatrice e che il clima educativo della comunità ha sostenuto il mio cammino. Le FMA avevano l’arte di renderci protagoniste; ci affidavano piccole responsabilità adeguate alle nostre possibilità, così da educarci al servizio verso gli altri. L’accompagnamento mi ha aiutata a maturare la risposta vocazionale. Mi sono sentita afferrata da Dio, ma senza quella domanda, forse, non sarei stata una Figlia di Maria Ausiliatrice.


L’essere stata missionaria in Africa ha arricchito la mia vocazione, che ha poi avuto svolte sorprendenti con la mia elezione a Consigliera Visitatrice, Vicaria generale e, infine, a Superiora Generale. Ho pensato fin dall’inizio che questa missione mi superava totalmente e che avrei potuto adempierla soltanto potendo contare sull’aiuto del Signore e di Maria Ausiliatrice.


Essere la nona Successora di Madre Mazzarello è un compito che può essere svolto solo con la grazia di Dio, con l’affidamento a Maria Ausiliatrice, Colei che ha fatto tutto anche nella mia vita. Sono persuasa che il Signore ci chiede solo la disponibilità per agire in noi con libertà e farci strumenti del suo amore preveniente.

editore |25.06.2012
percorsi verticale

Si è concluso sabato 23 giugno con il Convegno Incontro previsto alle ore 11.00 presso la Sala don bosco di Via Marsala 42 a Roma, il progetto Percorsi di Vita promosso dall’Associazione Nazionale CGS in partenariato con il TGS e la Fede-razione nazionale SCS, finanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali (L. 383/2000 – Direttiva annualità 2010).


Il progetto ha offerto nel periodo 2011 – 2012 la possibilità a 12 realtà locali presenti sul territorio nazionale di misurarsi con il tema della povertà in una azione – intervento a favore dei minori. 

Il progetto “Percorsi di vita” nasce dalla domanda di percorsi di animazione culturale riferiti alla produzione audiovisiva, all’animazione di turismo sociale che facilitino l’acquisizione di abilità di affrancamento per cittadinanza attiva e che superino lo stato di “povertà” del mondo dell’adolescenza e dei giovani nella società contemporanea.
Si è articolato nella proposizione di esperienze di narrazione audiovisiva e di turismo sociale rivolte a quei ragazzi che vivono l’esperienza dell’esclusione sociale, e/o di migranti, che si aggregano nei gruppi informali, già rilevati dagli operatori e dagli animatori nelle articolazioni territoriali delle Associazioni Nazionali CGS e TGS.


Il Progetto è stato implementato in 8 regioni e 11 Comuni tra le quali 4 regioni e 5 comuni del Sud Italia. 
L’intervento ha avuto l’Obiettivo Generale di valorizzare l’esperienza aggregativa come fattore di superamento delle condizioni di povertà nelle quali vivono le giovani generazioni. Tale superamento è stato sperimentato attraverso i codici della comunicazione contemporanea (audiovisiva e digitale) e le attività proposte di turismo sociale. Oltre 180 i ragazzi che hanno partecipato al percorso. Oltre 2.000 coloro che hanno seguito la rassegna itinerante.


ATTIVITÀ PRINCIPALI
1.    formazione degli operatori coinvolti
2.    la rassegna cinematografica
KAKÀ SHIRIN, STUDENTE LAVORATORE di Beppe Gaudino, Isabella Sandri, PIAZZÀTI di Giorgio Di-ritti, YARAPA di Franck Provvedi
3.    i clip prodotti
IL BINARIO DELLA VITA e UNA SERATA TRANQUILLA CGS LIFE – Biancavilla (CT), IL CANCELLO CGS ATHENAS – Reggio Calabria, L’UOMO NERO CGS CASSIOPEA – Napoli, MIO POVERO DIARIO CGS DON BOSCO – Pomigliano d’Arco (NA), IL VOLANO CGS DORICO – Ancona, FILASTROKKA CGS CRISTALLO – Casale Monferrato (AL), L'ANIMA DI CRISTALLO CGS LA GIOSTRA – Cagliari, PERCORSI DI VITA CGS CLUB AMICI DEL CINEMA – Genova.


Il Progetto ha beneficiato di un finanziamento di 54.000€ con una partecipazione delle Associazioni CGS e TGS pari a 10.800€


Hanno partecipato  al Convegno-Incontro di fine progetto:
Candido COPPETELLI Presidente Nazionale CGS e Massimiliano SPEZZANO Presidente Nazionale TGS; presenteranno il percorso progettuale realizzato a livello nazionale. Andrea IACOMINI Portavoce UNICEF ITALIA, illustrerà l’ultimo Report Unicef sulla povertà tra i bambini e gli adolescenti in Italia. Ernesto G. LAURA Storico del Cinema, insieme a Gianluca ARNONE della Rivista del Cinematografo, esporranno un breve escursus sulla narrazione cinematografica che ha trattato il tema della povertà giovanile. I registi Beppe GAUDINO e Isabella SANDRI presenteranno l’esperienza di KAKÀ SHIRIN, STUDENTE LAVORATORE girato in Afganistan tra il 2003 ed il 2006.
Inoltre gli interventi di Natale Cennamo, Nadia Ciambrignoni, Ima Ganora, Giancarlo Giraud, Et-tore Grimaldi, Demetrio Labate, Federica Lippi, Mariarita Merola animatori e operatori culturali impegnati nel progetto.


“Valorizzare l’esperienza aggregativa come fattore di superamento delle condizioni di povertà nelle quali vivono le giovani generazioni”. Questi gli obiettivi del progetto “Percorsi di vita” promosso daiCircoli giovanili socioculturali dei salesiani (Cgs). I risultati del progetto saranno presentati domani a Roma durante un convegno. A 12 realtà locali presenti sul territorio nazionale il progetto ha offerto nel periodo 2011-2012 la possibilità di misurarsi con il tema della povertà in “un’azione-intervento a favore dei minori ed è nato - spiega Candido Coppetelli, presidente nazionale del Cgs - dalla domanda di percorsi di animazione culturale riferiti alla produzione audiovisiva, all’animazione di turismo sociale che facilitino l’acquisizione di abilità di affrancamento per cittadinanza attiva e che superino lo stato di ‘povertà’ del mondo dell’adolescenza e dei giovani nella società contemporanea”. Il progetto ha proposto esperienze di narrazione audiovisiva e di turismo sociale a quei ragazzi che vivono l’esperienza dell’esclusione sociale. Oltre 180 sono stati i ragazzi che hanno partecipato.(Sir)

 
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Cicatelli - Malizia

 

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