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Pontificio consiglio della giustizia e della pace |30.11.2011
econo

«La Santa Sede come gli indignados: tassare le transazioni finanziarie» (La Stampa); «Serve un’autorità finanziaria mondiale» (Avvenire); «Vaticano molto liberal e anti finanza globale» (Il Foglio). Presentata il 24 ottobre in vista della riunione dei capi di stato e di governo del G20 (Cannes, 3-4 novembre), ma anche nel bel mezzo della crisi finanziaria che ha investito l’Italia, questa nota del Pontificio consiglio della giustizia e della pace, intitolata Per una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale nella prospettiva di un’autorità pubblica a competenza universale, ha attratto l’attenzione dell’opinione pubblica italiana in misura maggiore di quanto non accada di solito per questo genere di testi. Il documento analizza l’attuale emergenza economica e finanziaria globale alla luce di alcuni capisaldi della dottrina sociale della Chiesa, in particolare le due encicliche sullo sviluppo umano Populorum progressio di Paolo VI (1967) e Caritas in veritate di Benedetto XVI (2009), al fine di offrire un «contributo che può essere utile per le deliberazioni» del G20, condiviso in «spirito di discernimento» (card. P.K.A. Turkson, presidente del Pontificio consiglio della giustizia e della pace).


Regno-doc. n.19, 2011, p.608


 


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Il Vaticano e i liberali
di Jérôme Anciberro
in “www.temoignagechretien.fr” del 24 novembre 2011(traduzione: “www.finesettimana.org”)



La nota del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace “per una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale  ella prospettiva di un'autorità pubblica a competenza universale”, resa pubblica il 24 ottobre scorso, è passata  alquanto inosservata nella maggior parte dei media francesi, in particolare nelle testate più specializzate per l'economia.
Questo era già capitato con Caritas in veritate, l'enciclica sociale del papa pubblicata nel 2009, la cui ambizione  tuttavia era molto più ampia e il cui statuto canonico completamente diverso. Per la nota di Giustizia e Pace si sono  ritenute sufficienti, nella maggior parte dei casi, un dispaccio di agenzia ed un breve articolo (condiscendente).


Levata di scudi
Per saperne di più, bisognava leggere la stampa confessionale, o andare sui blog specializzati.
Allora ci si rendeva conto che quella nota era stata molto presto oggetto di un aspro dibattito all'interno di certi  ambienti cattolici. In discussione: la critica esplicita dell'ideologia liberale e la proposta di creazione di una vera autorità politica mondiale.
Denunciando “l'apriorismo economico”, “l'ideologia del liberalismo economico, “l'ideologia utilitaristica”, ma anche  “l'ideologia tecnocratica”, la nota del Consiglio ricorda anche l'analisi proposta da Benedetto XVI in Caritas in Veritate  che considera la crisi non solo come una crisi di natura economica e finanziaria, ma essenzialmente di natura morale.
Generalmente, queste considerazioni teoriche molto critiche sul liberalismo non sono affrontate da coloro che si  oppongono al documento. E quando lo sono, è per essere messe sul conto di una tardiva influenza marxisteggiante che  si farebbe sentire a Giustizia e Pace.
Lo sguardo rivolto alla crisi morale delle nostre società generalmente non è neanche messo in discussione  frontalmente dagli avversari liberali del documento del Pontificio Consiglio. Ma appena la nota affronta questioni  concrete come la tassazione delle transazioni finanziarie o la costituzione di quella famosa “Autorità mondiale” che  potrebbe regolamentare in maniera efficace certi meccanismi politici e finanziari sulla base del principio di  sussidiarietà, le critiche si fanno più severe... o scaltre.
Un esperto anonimo citato dal sito francese cattolico-liberale Liberté politique (1) spiega ad esempio che il progetto di  istituire un'autorità mondiale evocando il principio di sussidiarietà rientra in un esercizio di “alta acrobazia  intellettuale”.


autorità mondiale
Le misure come la Tobin tax o la capitalizzazione delle banche in difficoltà vengono giudicate “terra terra e  prudenziali”. La loro scelta e la loro messa in atto non corrisponderebbe alle preoccupazioni etiche della nota e non  sarebbero quindi di competenza del magistero. Un altro onorevole corrispondente di Liberté politique suggerisce del  resto molto semplicemente di dimenticare quel testo e di coprirlo pudicamente con il “mantello di Noé”.
Negli Stati Uniti, l'influente intellettuale cattolico George Weigel, seguito da altri, ha centrato la sua critica sul fatto che  un testo proveniente da un “piccolo ufficio” della Curia avesse un livello di autorità trascurabile e che non c'era quindi  ragione di preoccuparsene.
Prendendo una certa distanza, non sembra tuttavia che la nota di Giustizia e Pace sia particolarmente innovatrice. Non  fa che riprendere delle nozioni esplicitamente difese da tutti i papi, almeno da Giovanni XXIII, in particolare quella  famosa idea di una Autorità mondiale.
Non si capisce quindi la violenza delle reazioni che ha suscitato. Il teologo americano Vincent Miller che, in un articolo  el quindicinale americano National Catholic Reporter, giudica il documento di Giustizia e Pace “eminentemente moderato”, formula un'ipotesi: “Le fondazioni neoliberali hanno investito da anni somme incalcolabili  er fare della parola “governo” una parolaccia.”
In queste condizioni, si capisce che l'idea di un'Autorità mondiale oggi provochi una reazione di rigetto. Anche dei  cattolici.



(1) www.libertepolitique.com è il sito dell'Associazione per la Fondation du Service Politique, organizzazione che  riesce nell'exploit intellettuale di dichiarare un robusto cattolicesimo in materia di morale, difendendo  sistematicamente le opzioni economiche più liberali

di Roberto Mancini |28.11.2011
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Il sistema dei Mercati, con la finanza speculativa che domina su tutto il mondo, si sta mangiando vive l'umanità e la  natura. Questo sistema opera ed è obbedito come un dio. Un dio vuoto, fatto di denaro che circola, si moltiplica o si  brucia e, circolando, rovina la vita delle persone e del mondo vivente. Eppure in questa emergenza disastrosa governi,  istituzioni, stampa e opinion-leaders continuano a pretendere che si faccia qualunque sacrificio per accontentare  l'infinita avidità dei Mercati. Anche i sindacati (in particolare la Cisl con un fervore incomprensibile) e i partiti del "centro-sinistra" restano docili all'incantamento e si uniscono al coro che intima di rassicurare i Mercati. Non fanno l'unica cosa che sarebbe loro responsabilità fare per il Paese: progettare e promuovere una cultura della giustizia  sociale e una politica di democratizzazione dell'economia che — attraverso un cammino arduo che dovrà coinvolgere  gli altri Paesi del mondo — permetta di uscire da questa gigantesca trappola per topi che è il capitalismo finanziario  globale. Se in un organismo alcune cellule cominciano a diventare cancerose, non è che le altre, per omologazione, si mettono a diventare malate pure loro. Al contrario, bisogna sviluppare le difese, resistere alla distruzione che vuole avanzare e attivare le forze di guarigione.



un vortice pericoloso



La trappola in cui siamo caduti, preparata da decenni di fede assoluta nel denaro e nel mercato, è sì un dispositivo  concreto e ubiquo, ma rimane pur sempre una costruzione culturale. Gli ostacoli che si frappongono alla liberazione,  alla sicurezza sociale, alla giustizia, a una società più umana e al rispetto della natura sono in primo luogo ostacoli di  ordine culturale, che riguardano la mentalità collettiva, la credulità, la malafede di alcuni e l'ottusa "buonafede" di  moltissimi. Le voci che con lucidità hanno studiato i totalitarismi del Novecento (da Horkheimer e Adorno a Foucault,  da Arendt a Girard) ci hanno avvertito: il sistema organizzativo che più minaccia la libertà umana e la vita comune,  quello più pericoloso per forza, capacità di sovranità e di ricatto, è il sistema economico. Oggi siamo presi nel vortice  del disastro permanente che esso causa senza riguardo per nessuno.



Che fare dunque ?



È evidente che serve urgentemente una risposta saggia, lucida, rigorosa, fatta di un accordo politico internazionale per  bbattere il potere dei Mercati e riportarlo sotto norme drastiche; per togliere potere di giudizio alle agenzie di  rating e demolire il mito della loro neutrale oggettività; per stabilire un assetto fiscale proporzionale alle ricchezze  effettivamente possedute; per tutelare il lavoro e i diritti di chi lavora, per garantire i servizi vitali e i beni comuni.  Questa politica deve essere intrapresa intanto su scala nazionale. Occorre che ogni governo e ogni Paese comincino a muoversi in questa direzione dando concretezza e credibilità alla possibilità di un nuovo patto internazionale. È ormai  chiaro che la famosa e attesa riforma delle Nazioni Unite non può essere una ristrutturazione interna di questo  organismo, ma è anzitutto un accordo inedito tra gli Stati del mondo per l'adesione comune alla democrazia intesa  anche come democrazia economica, in modo che il mercato non possa più essere una macchina a-umana impazzita che  roduce vittime ogni giorno. Una svolta del genere richiede una convergenza interculturale sulla visione comune di  una società umanizzata, equa, la cui logica ispiratrice non sia più quella che porta a scommettere sulla rovina di  quasi tutta l'umanità e della natura. Se questa è la prospettiva del cambiamento indispensabile a livello internazionale  — quanto mai difficile, delicata, lunga, ma pur sempre l'unica che abbiamo — rimane ancora, per ognuno di noi, nella  vita quotidiana, la domanda: che fare? La risposta dev'essere costruita con il contributo di molti e ognuno può dare un apporto prezioso. Io proporrei un piccolo decalogo.



un vero decalogo


1. Risvegliarsi, smettendo di consentire con questo sistema e rendendosi conto di quanto sia assurdo e violento.


2. Informarsi, sviluppare l'analisi critica e prendere la parola ovunque per aiutare gli altri a uscire dall'incantamento  del dio vuoto.


3. Agire, nelle scelte e nei comportamenti quotidiani, il più possibile secondo altri criteri, diversi da quelli del denaro, della competizione, dell'accumulazione. Questo significa privilegiare gli affetti, la solidarietà, gli  imperativi della giustizia, l'ospitalità, l'armonia, la cura per creature e relazioni, la bellezza, la fedeltà alla felicità vera.


4. Educare i figli testimoniando che il senso della vita esiste e non è il denaro, educandoli a un modo di esistere del  tutto alternativo alla stupidità dell'homo oeconomicus.


5. Creare o rafforzare nella vita di ogni giorno "zone franche" dove le persone, le relazioni, i doveri e i diritti, i sentimenti e gli affetti contano più del denaro, del potere e dell'interesse.


6. Ritrovarsi con altri (parenti, amici, vicini, persone che sono intenzionate a costruire la cultura della liberazione) per capire cause e conseguenze della crisi, per  trovare insieme comportamenti e stili di vita biofili e non necrofili.


7. Stabilire relazioni di amicizia, di reciprocità, di  giustizia con le vittime del sistema: poveri, migranti, mendicanti, licenziati, esuberi, irregolari e marginalizzati.


8 .   Agire nello spazio pubblico (nel proprio quartiere o comune, nella scuola, nei luoghi di lavoro, sui mezzi di informazione, nelle comunità o associazioni di cui si fa parte) facendo della giustizia, che allestisce condizioni di vita  umane per tutti, il metodo per prendere decisioni e per organizzare la convivenza sociale.


9. Sviluppare nella manualità, nel pensiero, nella conoscenza, nelle relazioni un modo creativo di porsi e di fare,  perché ogni espressione di autentica creatività è in sé alternativa al sistema del dio vuoto, che si riproduce soffocando  le facoltà creative degli esseri umani.


10. Fare pressione in ogni modo nonviolento e costituzionale per spingere amministratori, istituzioni, partiti e  sindacati a onorare la loro responsabilità verso il bene comune, anziché fare i collaborazionisti con il Grande Ricattatore.
Sono tutti piccoli passi realizzabili ogni giorno. Di per sé non risolutivi, ma messi insieme ai passi di tanti sono capaci di  prire la strada del cambiamento lì dove ora sembra sussistere solo un muro invalicabile. E sono passi che servono a  non collaborare con un sistema che pratica, per via finanziaria, l'omicidio e la distruzione di ogni condizione della  felicità per cui siamo nati


in “Mosaico di pace” del novembre 2011

 
Gianfranco Ravasi |28.11.2011
qoelet



Uno pseudonimo ebraico, Qohelet, rimanda al vocabolo qahal, «assemblea», in greco ekklesía, donde il greco-latino  Ecclesiastes è divenuto la titolatura comune nell'Occidente cristiano di un'opera tuttora oggetto di differenti decifrazioni.
Interpretato come testo pessimistico, scettico, considerato espressione dell'ideologia dell'aurea mediocritas,  influenzato dalla filosofia greca del III secolo a. C., ritenuto una guida ascetica di distacco e disprezzo del mondo a  parte della tradizione cristiana, è stato negli ultimi decenni da qualche esegeta riportato nell'alveo rassicurante  dell'ottimismo a causa di alcuni passi, per la precisione sette (2,24-25; 3,12-13; 3,22; 5,17; 8,15; 9,7-9; 11,7-10), dai  quali emergerebbe un appello al sereno godimento delle scarse gioie che la vita riserva. A questa interpretazione si accosterebbe, paradossalmente, anche lo scrittore francese Albert Camus quando, nel Mito di Sisifo, vede in Don  Giovanni «un uomo nutrito dall'Ecclesiaste», «un pazzo che è un gran saggio» perché «questa vita lo appaga». (...)
La tonalità dominante è quella dell'inconsistenza, emblematicamente incarnata dal vocabolo caro a  Qohelet, hebel/   habel, che risuona ben 38 volte, talora nella forma superlativa habel habalîm, il celebre vanitas vanitatum della  versione latina della Volgata: il termine allude al fumo, al vapore, al soffio e quindi definisce la realtà come vuoto,  vacuità, caducità irreversibile. (...)
L'incrinatura che fa scoprire la presenza dell'hebel nell'essere e nell'esistere si incontra anche nell'intelligenza umana.  Qohelet è un sapiente, uno scriba, un intellettuale (12,9-10); disprezza la stupidità, per ben 85 volte introduce le sue riflessioni in prima persona, consapevole di un'originalità del suo pensiero. Eppure il risultato finale del conoscere è  aspro: grande sapienza è grande tormento, chi più sa più soffre (1,13-18). «Anche il filosofo che crede di guidare il  mondo — scrive un commentatore, Daniel Lys — non guida che il vento. Il paradosso della sapienza è che la sapienza  suprema consiste nel sapere che la sapienza è vento quando pretende di essere suprema».
Non c'è, allora, nessuna differenza tra sapienza e stupidità? No, risponde Qohelet, una differenza c'è ed è terribile: il  sapiente è tormentato, l'ignorante è ilare nella sua beceraggine. Solo l'intelligente vede il vuoto che rode l'essere e la  morte che pervade ogni atto che si compie sotto il sole. (...)
Il Dio di Qohelet è un Deus absconditus: «La immensità di Dio non ha per Qohelet nulla di rallegrante; meraviglia in sé,  resta pura impenetrabilità» (Horst Seebass).
I buoni motivi che Dio — chiamato 32 volte su 40 ha-'elohîm, cioè «il Dio», in modo freddo e distaccato — può avere  sono per noi privi di incidenza perché ci restano sconosciuti. La sua opera contiene in sé una incomprensibilità tale da  spegnere ogni interrogativo e rendere vana, non solo la contestazione, ma anche ogni tentativo di decifrazione del suo  senso (si veda soprattutto 4,17-5,6).
A questo punto scatta un interrogativo: come possiamo, dopo aver letto tutte le pagine di questo autore dai temi  spesso sconcertanti e fin provocatori, definire Qohelet «parola di Dio»? O ancora, come ha fatto il canone delle  Scritture ebraiche, e quindi la comunità giudaica e cristiana, ad accogliere al proprio interno un testo apparentemente «scandaloso»?
Certo, l'interpretazione «ascetica», che ha usato l'opera come se fosse un appello al distacco dalle cose, ha aiutato  l'inserimento di Qohelet nelle Scritture o, almeno, è servita a smorzarne la provocazione come, d'altronde, appare  nell'epilogo del redattore finale che riduce l'insegnamento di Qohelet alla dogmatica sapienziale classica (12,13-14).
I rabbini per «giustificare» Qohelet sono ricorsi anche ai suoi sette appelli al godimento delle gioie lecite, appelli  distribuiti nell'opera, oppure al fatto curioso e allegorico che la prima e l'ultima parola del libro (rispettivamente:  dibrê, «parole» e ra', «perverso, cattivo») si ritrovano nella Tôrah, cioè nella Legge!
In realtà, c'è una strada per comprendere come questa teologia così nuda e povera possa a buon diritto far parte ed  essere coerente con la «Rivelazione» biblica. Per la Bibbia, infatti, la parola divina s'incarna e si esprime attraverso la  storia e l'esistenza. Essa, perciò, acquista anche rivestimenti miseri, può farsi domanda, supplica (Salmi), persino  imprecazione (Giobbe) e dubbio (in Qohelet). Si vuole, così, affermare che nella stessa crisi dell'uomo e nel silenzio di  Dio si può nascondere una parola, una presenza, un'epifania segreta divina. Il terreno umano dell'interrogativo amaro, come quello di Giobbe, può essere misteriosamente fecondato da Dio.
La Rivelazione, quindi, può passare attraverso le oscurità di un uomo come Qohelet, disincantato e in crisi di sapienza,   ormai vicino alla frontiera del silenzio e della negazione. Il silenzio di Dio e della vita non è per la Bibbia   ecessariamente una maledizione, ma è una paradossale occasione d'incontro divino lungo strade inedite e   sorprendenti. Qohelet è, dunque, la testimonianza di un Dio povero che ci è vicino, non in virtù della sua onnipotenza,  ma della sua «incarnazione», ed è in questa fratellanza che salva e si rivela.


 


in “Corriere della Sera” del 25 novembre 2011

Andrea Tornielli |28.11.2011
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intervista a Gianfranco Ravasi, a cura di Andrea Tornielli


«La dimensione antropologica e teologica della malattia: Il Signore guarisce tutte le malattie (Salmo 103,3)».


È il tema  del convegno dell’Associazione medici cattolici italiani che si apre questa mattina al Centro congressi Assolombarda di  ilano. Dopo l’introduzione del professor Giorgio Lambertenghi Deliliers, la prima parte del convegno vedrà  confrontarsi Alessandro de Franciscis, Presidente del «Bureau Medicale» di Lourdes, la psicoterapeuta Paola Bassani e  padre Carlo Casalone, Superiore provinciale d’Italia dei gesuiti. Nella seconda parte si terranno le relazioni di Massimo  Cacciari (su «Malattia e male») e del cardinale Gianfranco Ravasi. Le conclusioni sono affidate al professor Alfredo  Anzani, della Pontificia accademia per la vita.


«Vengo invitato sempre più spesso a convegni medici: sta crescendo la consapevolezza che la malattia e il dolore sono  un tema globale e simbolico, non soltanto fisiologico. L’accompagnamento umano, psicologico, affettivo e spirituale è  tutt’altro che secondario. C’è bisogno di tornare a una concezione umanistica della medicina».


Il cardinale Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio consiglio per la cultura, è abituato a confrontarsi con chi non crede. Ma di fronte alla domanda drammatica sul perché della sofferenza e del dolore – tema del convegno organizzato  oggi a Milano dai Medici cattolici – non si rifugia nelle formule di rito.


Come risponde al quesito sul perché della malattia?
«La scrittrice americana Susan Sontag nel 1978 raccontò la sua esperienza di ammalata di cancro in un libro intitolato  “La malattia come metafora”. Definizione interessante: la malattia non è mai solo una questione biologica. Quando  siamo ammalati abbiamo bisogno di essere confortati, guardiamo alla vita in modo diverso, cambiano le priorità e se la  alattia si aggrava cambia la scala dei nostri valori. E anche chi non crede può arrivare a chiedere a Dio il perché di  quanto gli accade.
Comunque la prima risposta è semplice, logica e razionale».


Qual è la «razionalità» iscritta nella malattia?
«Il dolore è una componente della finitezza delle creature. Un dato che nella nostra società orgogliosa e tecnologica,  che qualcuno ha definito “post-mortale”, non si vuole accettare. Si occulta in tutti i modi la morte, o magari si insegue  la possibilità di vivere fino a 120 o 130 anni, continuando ad allontanare l’appuntamento. Dobbiamo invece avere il  coraggio di guardare in faccia malattia e morte come componenti dell’esistenza».


Una capacità che sembra perdersi in Occidente, ma che è ancora presente in altre culture…
«È vero. Quando ero in Iraq a fare degli studi archeologici, un giorno uno dei miei collaboratori locali mi invitò a casa  sua, così avrei potuto vedere suo padre che stava morendo. Ci andai e vidi quel vecchio adagiato al centro dell’unica  grande stanza della casa, con le donne che cucinavano da un lato e i bambini che giocavano dall’altro e che ogni tanto  si avvicinavano al nonno per toccargli la mano».


La coscienza della finitezza non basta a spiegare il dolore innocente, la malattia dei bambini,
la sorte che si accanisce con chi ha già sofferto.
«Il problema è la distribuzione del male. Resta drammatica quella pagina de “La peste” di Albert Camus, dove davanti  alla morte di un bambino si afferma: non posso credere a un Dio che permette questo. È l’eccesso del male. Qui ha inizio  a frontiera in cui si attestano le religioni con le loro  risposte, che non esauriscono il mistero. Nel Libro di  Giobbe, al culmine della disperazione umana, Dio parla e spazza via tutte le spiegazioni e i tentativi di razionalizzare. La  oluzione può essere solo meta-razionale, globale e trascendente e si trova nell’incontro con Dio».


La risposta del cardinale Ravasi?
«È quella cristiana, totalmente diversa dalle altre religioni. Perché nel cristianesimo è Dio stesso, in Cristo, che non  solo si piega verso di noi per spiegarci il significato della sofferenza, non solo in qualche caso guarisce grazie alla sua  onnipotenza con i miracoli, ma entra nella nostra umanità e prova tutto il dolore dell’uomo. Il dolore fisico, morale, la  paura, il silenzio del Padre. E alla fine anche la morte, che è la carta d’identità dell’uomo, non di Dio. Diventa un  cadavere, senza mai cessare di essere Dio, soffre tutta la sofferenza umana e vi depone un germe di trasfigurazione, che è la resurrezione, fecondando la nostra natura mortale».


Questo però non cancella e il dolore né la domanda. Anche per chi crede.
«Gesù Cristo, il Figlio di Dio non è venuto a cancellare il dolore, tant’è vero che lo ha vissuto. Ma lo ha assunto su di sé  e trasfigurato con il germe dell’infinito, che è preludio d’eternità per noi. Il cristianesimo è una religione fieramente  carnale e vicina al dramma di chi soffre – al contrario di tante altre religioni – perché per i cristiani Dio è diventato un  uomo ed è morto in croce. I cristiani, come attesta la nascita degli ospedali, hanno sempre avuto questa attenzione  verso i malati, perché credono in un Dio che è stato sofferente, ha conosciuto la morte ed è risorto».


Il suo dicastero ha organizzato di recente un convegno dedicato alle staminali adulte, via alternativa all’uso di quelle embrionali. Chiesa e scienza si possono ritrovare insieme?
«L’utilizzo delle cellule embrionali sta ottenendo risultati minimi rispetto a quelli ottenuti con le staminali adulte: si  cancella così il luogo comune che ci attribuisce la responsabilità di non voler alleviare le sofferenze di tanti malati.  Proprio le staminali adulte, che non hanno alcuna controindicazione di tipo etico, stanno portando risultati  incoraggianti in campo oncologico, e contro il Parkison e l’Alzheimer».


 


in “La Stampa” del 26 novembre 2011

Giuseppe Ruggieri |23.11.2011
teolo

 


Giuseppe Ruggieri, Prima lezione di teologia, Laterza, Bario 2011, pp.169 Euro 12,00


 


Descrizione:


La teologia applica la metodologia scientifica al discorso su Dio e vuole quindi accordare il pensiero di questo mondo con il messaggio cristiano. Ma il discorso su Dio nel cristianesimo del Nuovo Testamento non è in ultima analisi una negazione del sapere di questo mondo? E, allora, la teologia è compatibile con il cristianesimo? Ed è possibile una teologia che resti fedele al messaggio di Gesù di Nazaret?


"La teologia, come viene qui intesa, è semplicemente il 'discorso su Dio' che gli uomini non riescono a evitare, la cui presenza si riscontra quindi in tutte le culture umane. Tutti gli uomini sono 'teologi', parlano cioè di Dio sia affermandolo e pregandolo, ma anche negandolo o dubitando di lui. Ma questo discorso su Dio nella storia degli uomini tutti ha suscitato anche dei discorsi che hanno la caratteristica di essere funzionali, secondari. Nella storia dell'Occidente (ma non solo in essa) al discorso su Dio che si ritrova nel linguaggio comune si è infatti aggiunto un discorso sul discorso che ha avuto sempre una duplice motivazione: la prima, piuttosto critica e negativa, che rende attenti a non trasferire in Dio i sentimenti dell'uomo che spesso sono discutibili e pericolosi; la seconda (che è poi il risvolto della prima), piuttosto positiva, che tende a dare rigore al discorso a partire da ciò che è specifico di Dio in qualunque modo lo si concepisca. E anche questo discorso sul discorso su Dio si chiama teologia": Giuseppe Ruggieri introduce alla disciplina che studia Dio, prendendo in esame l'esperienza religiosa cristiana nella sua dimensione dottrinale e di riflessione intellettuale.


 


 

 

Omelia di chiusura del Sinodo

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