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Antonio Torresin |20.11.2017
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Un libro sulla tenerezza e sugli affetti deve immediatamente smarcarsi dal pregiudizio che ha relegato questi temi alla loro declinazione sentimentale e romantica.1 Cose di «cuore», perché il pensiero alto, non s’arrischia nei terreni infidi degli affetti e dei sentimenti. Solo la psicologia ormai (e spesso una psicologia da bar) ha requisito le questioni dell’amore e degli affetti umani.


Il pensiero invece è stato a sua volta requisito dalla scienza e dalla tecnica, perché vale il diktat di L. Wittgenstein: «Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere». La tesi di Isabella Guanzini è che invece vale la pena di pensare e di continuare a parlare proprio su ciò di cui non si può, perché sono le uniche cose che possono salvare l’uomo da una deriva che consegna alla tecnica e alla razionalità anaffettiva il destino dell’umano.


Lo spunto d’avvio è il richiamo alla tenerezza che ritorna insistente nelle parole di papa Francesco, quando parla della «rivoluzione della tenerezza». Per l’autrice non è solo uno slogan e per questo prova a offrire a questo appello il rigore del pensiero critico.


Per farlo compie un «un lungo giro» (20) che inizia nel cuore della modernità, nella città metropolitana, luogo anonimo e freddo dove sembrano non aver posto le pratiche di prossimità e di tenerezza, punto d’aggancio per parlarne per via negationis. «Occorre parlare della tenerezza quasi senza nominarla: altrimenti svanisce, lei stessa spazio di discrezione e di umano pudore» (20).


 


Stanco dunque sono

«È nella città, ormai, che si definiscono i modelli della convivenza sociale, i parametri dell’esperienza emotiva», luogo dove tutto è possibile, dove le «potenzialità affettive di ciascuno sembrano allargarsi enormemente» (24).


Ma proprio questo genera anche paradossalmente un meccanismo di difesa anestetizzante. «Nella città (…) si fanno e si disfano costellazioni emotive a geometria variabile, esposte a una continua trasformazione atmosferica. Eccitante, ma anche estenuante» (26). «Tale sorta di “comunità dell’eccitazione” continua si rigenera di giorno in giorno come un sistema coerente di produzione di nervosismo globale, nova forma postmoderna di (un’irrequieta) coesione sociale. Contro il dispotismo di questa economia psichica metropolitana gli individui sviluppano un sofisticato sistema di immunizzazione» (37).


È l’homme blasé,2 l’uomo affaticato, distaccato, pronto ad «attutire l’impatto degli stimoli esterni, anestetizzando i soggetti contro l’eccesso del reale» (38). Questa presa di distanza dalle cose e dagli altri assume presto una forma aggressiva. Riprendendo Žižek: «il rispetto dell’alterità e la paura ossessiva della molestia», «l’Altro va bene nella misura in cui la sua presenza non è intrusiva, nella misura in cui l’Altro non è veramente Altro» (cit. a p. 41). «Nel tempo dell’uomo senza tenerezza, in cui il denaro diviene regolatore unico di tutti gli scambi simbolici (…) fra ottundimento emotivo e ideologia della prestazione, la soggettività urbana mostra i tratti di un’individualità un po’ esausta» (47).


Proprio sulla stanchezza si concentra il terzo capitolo operando intriganti accostamenti tra l’ultimo uomo di Nietzsche («una vogliuzza per il giorno e una vogliuzza per la notte: salva restando la salute») dove l’homme blasési rassegna ai piccoli godimenti compensativi che non fanno che aumentare una vita esausta; la riflessione di B.-C. Han sull’anima esausta;3 e i versi di C. Péguy  dove la stanchezza è il sintomo di un abbandono impossibile, un’incapacità a fidarsi di colui che opera mentre gli uomini riposano.4 Il sintomo colpisce soprattutto le giovani generazioni, la gioventù postmetafisica (capitolo 4): «Questa mentalità anestetica e cinico-scettica ha deciso gli ultimi decenni del tipo psicologico medio delle metropoli globali: entro questa costellazione a bassa intensità affettiva e ad alta spregiudicatezza istintiva, si espandono territori di sensibilità estraniate e solitarie, senza linguaggio e senza compagnia, ma colmi di domande inespresse e multiformi euforie» (59).


«Nessuno può donarsi interamente» (W Benjamin): che suona in realtà come l’invocazione di una grazia, una nuova «nostalgia religiosa», una mancanza del desiderio come contro effetto alla «pulsione iperattiva e iperproduttiva del tempo presente» (62).


La disanima della condizione attuale si conclude con la «Durezza di Narciso» (capitolo 5). Gli interlocutori qui sono Adorno da un lato, per il quale è «decisivo reimparare a sentire, per poter guardare e abitare la terra in modo nuovo» contro ogni indifferenza e durezza imperturbabile; ma soprattutto Lacan, che invita a comprendere il gesto di Caino in stretta relazione con quello di Narciso.


L’eliminazione del fratello e l’ipertrofia dell’io sono due fenomeni che vanno di pari passo. La malattia psichica che affligge l’uomo moderno mostra un tratto marcatamente narcisistico e anaffettivo. «Il primo passo è quello di diventare coscienti della propria zona inconscia, non per dominarla o portarla alla luce, ma per accettarla, riconoscendo che non tutto può essere controllato, che qualcosa sfugge alla volontà del soggetto, spiazzandolo e disorientandolo. Tale senso di mancamento non è sintomo di una malattia ma, al contrario, della prima presa di contatto con una verità che ci riguarda profondamente, e che tocca la nostra comune vulnerabilità» (76).


 


Mappa degli affetti possibili

Qui s’innesta la rivoluzione della tenerezza (capitolo 6). Il punto d’aggancio è proprio la vulnerabilità: «Solo la mancanza promuove il desiderio e solo il desiderio è in grado di suscitare l’amore (…) soltanto un soggetto che riconosce la propria vulnerabilità sa chiedere e donare perdono; soltanto un soggetto esposto e ferito, che ha sperimentato l’abbandono e la grazia può aprirsi a un’autentica esperienza d’amore. Soltanto l’amore del nemico e il perdono dell’offesa ricevuta possono interrompere la catena mortifera della vendetta e della perpetuazione del male» (77).


Temi decisamente cristiani s’incrociano con il pensiero contemporaneo, in particolare – mi pare – con la riflessione di Lacan: «“Amare” afferma infatti Lacan, “è donare quello che non si ha a qualcuno che non lo vuole”. Come si può dare ciò che non si possiede? E a qualcuno che non lo desidera? L’amore, in effetti, non è mai qualcosa, (…) non è soddisfazione di un bisogno o fame d’oggetto (…) È dono di niente, ossia qualcosa che non si pone nella dimensione dell’avere o del non avere ma sotto il segno del simbolo, del riconoscimento del nome; è dono non di quello che si ha ma di quello che si è, ossia della propria non onnipotenza, della propria fragilità, del vuoto che un soggetto apre nell’altro nel momento in cui viene amato» (79s).


Contro ogni versione dell’amore come rispecchiamento e ideale fusionale occorre affrontare il rischio della differenza, di relazioni imperfette e mai compiute e per questo capaci di desiderio.


Il percorso in positivo cerca di descrivere una «mappa degli affetti possibili» (capitolo 7) sulla scia del pensiero di Spinoza. «Occorre soprattutto un linguaggio capace di ospitare i movimenti dell’anima (…) Oggi mancano ancora le parole per un mondo comune, perché manca un lessico all’altezza della potenza degli affetti (…) Bisognerebbe realizzare vere e proprie mappe grazie a cui poterci quantomeno orientare nel mondo sovrabbondante e indomabile degli affetti possibili» (87).


Questa mappa chiede di tenere insieme sentimenti, corpo e pensiero: tutte dimensioni che oggi rischiano di essere costantemente dicotomiche. A partire dal pensiero di Spinoza, l’autrice inizia a disegnare un percorso che si muove tra «tristezza» e «gioia», come due vettori, uno che porta a vicoli cechi, pensieri oscuri e passioni tristi, l’altro che apre alla vita. Sempre a partire dal corpo, «dal suo potere di essere affetto» (90).


«La gioia aumenta la propria potenza d’agire, perché è l’effetto di un incontro con qualcosa capace di comporsi con il proprio corpo e il proprio mondo interiore. Accade un evento aggregante, si formano nozioni e pensieri comuni, in cui ci si sente più intelligenti. (…) Gli affetti gioiosi sono come trampolini (…) spingono a formare idee comuni tra i corpi» (90s).


«L’amore, più che una passione, è un affetto: non è un’esperienza che si subisce, ma un atto di conoscenza. È un modo di percepire e vedere il mondo, che diviene pura espressione di gioia alla presenza di un altro» (92). «Proprio la percezione e l’accettazione della distanza e della differenza che ci separa dall’altro è segno della realtà e verità dell’amore, in cui si comprende l’inaccessibilità dell’altro senza essere spinti a violarla o annullarla» (92).


Gli ultimi tre capitoli della parte argomentativa provano a cimentarsi in questa costruzione di una mappa degli affetti possibili, in tre direzioni: «La stanchezza che cura» (capitolo 8), «Il sabato del villaggio globale» (capitolo 9), «Giochiamo!» (capitolo 10).


 


Accogliere la propria fragilità

Nella cura la stanchezza può diventare quel «giogo» (cf. Mt 11,30) condiviso che diventa legame leggero. «C’è infatti una stanchezza buona, che può aprire a visioni inattese. (…) Un cordiale disarmo dell’io (…) che relativizza la volontà di controllo e di azione, aprendo uno spazio salutare di indugio e di cortesia. (…) Non si tratta più della stanchezza dell’io, ma della stanchezza del noi» (100).


«È proprio nei momenti di stanchezza che si frantumano le barriere, si gettano a terra le maschere e si depone la corazza dell’io, insieme all’illusione della sua onnipotenza. In questo modo, si entra a contatto con la propria realtà indifesa, con i propri limiti e idiosincrasie. È precisamente qui che percepiamo la nostra vulnerabilità infinita, la nostra struggente esposizione al mondo, che ci porta a invocare, silenziosamente o a gran voce, la presenza amica dell’altro (…) appello alla tenerezza per l’umano vulnerabile» (105).


Il capitolo sul sabato raccoglie frammenti della tradizione ebraica sulla festa, il riposo, l’interruzione che dona senso al lavoro, quel tempo straordinario che orienta il tempo feriale, il controcanto che riabilita la dimensione inoperosa della vita, ciò che ci fa restare uomini liberi.


Riprendendo le riflessioni di un filosofo contemporaneo (Agamben) la nostra autrice le ripropone con categorie moderne. «Ciò che ci rende liberi è precisamente una presa di contatto con la nostra zona d’impotenza e di non conoscenza, che rivela la nostra finitezza, prendendosi cura, teneramente, della nostra fragilità» (113).


«È il tempo del fare intransitivo e della pura festosità, ossia di quella particolare modalità dell’agire e del vivere che celebra e santifica la condizione della inoperosità. Non si tratta di una mera astensione dal lavoro, ma di una “trasformazione festosa” della sua economia interna, una disattivazione delle sue potenze snervanti, in modo che da esse irradi una dimensione umana, delicata e gratuita dell’agire» (115).


Forse il più originale è il percorso che conclude la mappa degli affetti, quello sul gioco. Tempo di creazione e di conquista «dove tutto è presente: gioia e dolore, sforzo e rilassatezza, tenerezza e durezza. Il gioco è un’attività che abita il tempo di svago e di riposo dal negotium quotidiano, nel senso dell’improduttività pratica e di un sostanziale disinteresse materiale. (…) luogo in cui si può sperimentare una sorta di felice sintesi tra regole e libertà» (119).


«Forse sta proprio nel piccolo spazio che si crea fra la fissità delle regole e la sensazione di libertà nell’azione il segreto della felicità del gioco. È uno spazio speciale di negligenza e noncuranza che ha tutti i tratti della tenerezza, perché è come una grazia» (120). Tempo di ricreazione del mondo a partire dai suoi scarti, dalla «pietra scartata» (cf. Mt 21.42) che diventa principio di un modo diverso di vedere il mondo: «Il bambino non usa semplicemente il mondo ma lo crea, e il mondo gli risponde con forme nuove che rotolano e cose vecchie che camminano (…) Per questo i bambini amano così tanto i resti… proprio quando il mondo degli oggetti perde la proprie forme definite ecco che acquista una varietà di forze infinite. Quando il mondo è ormai tutto a pezzetti, i bambini sono come spinti da una frenesia del riciclo, con la quale costruiscono un mondo dentro al mondo in cui tutto assume un carattere salvifico giocando» (125).


Giocare è una cosa seria

E per i bambini, lo sappiamo il gioco è una cosa seria: «La vita non è un gioco. Il gioco, però porta in campo l’esercizio simbolico della nostra attitudine ad affrontare le sfide dell’esistenza, enfatizzando l’amore per la vita nella sua semplicità (…) Il gioco ritualizza l’esercizio di una vita continuamente messa alla prova, incoraggiandoci a venirne lietamente a capo, per amore della vita stessa (…) La tenerezza, si può dire, è alla prova del gioco. Naturalmente, c’è modo e modo di giocare. Dove il gioco è afferrato nelle spire della volontà di potenza, dell’avidità del denaro e della saturazione del godimento, l’iniziazione alle prove essenziali della vita è rimossa, e il carattere distruttivo prenderà il sopravvento. Dove il gioco genera e rigenera invece passione per le abilità della vita, mettendo in circolazione felicità e desiderio di vivere, mettendo i circolazione talenti, divertimenti e abilità, le passioni tristi potranno essere affrontate e sfidate con le risorse di un’abilità condivisa. Questa abilità delle passioni liete, che fronteggia i giochi duri della vita senza perdere amore per la vita è una definizione perfetta della tenerezza» (128-129).


Il testo si chiude con tre racconti, uno preso dalla mitologia, uno dal Vangelo e uno dall’attualità. Perché oltre che pensarla, la tenerezza occorre raccontarla. Ritrovarla nei miti fondatori come in quello di Enea che ricorda come la civiltà occidentale sorge anche a partire da quel gesto di pietas con cui il fuggitivo Enea porta sulle spalle il vecchio padre Anchise.


Ritrovarla nelle pagine evangeliche dove la durezza della legge è sospesa davanti al gesto silenzioso di Gesù davanti all’adultera. O nell’ospitalità offerta a chi oggi vive esodi tremendi e trova accoglienza sulle sponde di un’Europa che sembra esausta ma che ancora potrebbe rinascere da un gesto di compassione.


Vorrei concludere con un’osservazione. In questo testo Isabella Guanzini compie un’operazione delicata e decisiva: prova a dire qualcosa che appartiene intimamente al cuore del cristianesimo – come la misericordia e l’amore, la tenerezza e la compassione – usando il linguaggio degli uomini contemporanei. Operazione che chiede un lungo apprendistato.


Occorre imparare la lingua dell’altro per poter dire qualcosa di proprio con parole nuove. Le nostre stesse parole devono compiere un esodo, andare in terra straniera, perché poi le si possa ascoltare come nuove. Non è allora così strano che di temi così intimamente connessi con il cristianesimo si possa sentirne l’eco in autori che vengono da un altro mondo linguistico e culturale, anzi che provengono proprio da quel mondo che si presenta così estraneo al cristianesimo stesso.


Ma, in fondo, dire il Vangelo con la lingua dell’altro, anzi lasciarci dire il Vangelo dall’altro nella sua lingua, non è il compito proprio dell’evangelizzazione, e non è il modo per ritrovarlo e risentirlo in tutta la sua novità?


Antonio Torresin


 


1 I. Guanzini, Tenerezza. La rivoluzione del potere gentile, Ponte alla grazie, Milano 2017, pp. 165, € 14,00.


2 Il riferimento è a G. Simmel, «Die Großtädte und das Geistesleben», in T. Petermann (a cura di), Die Grossstadt. Vorträge und Aufsätze zur Städteausstellung. Dresden 1903; trad. it. Le metropoli e la vita dello spirito, Armando, Roma 1995.


3 B.-C. Han, Müdigkeitsgesellschaft, Matthes & Seitz, Berlin 2010; trad. it. La società della stanchezza, Nottetempo, Milano 2012.


4 C. Péguy, «Le mystère des saints innocents», in Cahiers de la Quinzaine, 13(1912); trad. it. Il mistero dei santi innocenti, MIRCU, Milano 1963.

 
editore |28.09.2017
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PREFAZIONE


 


L’educazione rappresenta una dimensione costitutiva e permanente della missione della Chiesa, che da sempre guarda con premura alle nuove generazioni. È coscienza condivisa che questo compito vitale si svolge oggi in una situazione culturale inedita, in un clima talmente sfavorevole da indurre tempo fa il Papa Benedetto XVI a esprimersi in termini di “emergenza educativa”.


È davanti agli occhi di tutti il fatto che le già gravi difficoltà della pastorale si moltiplicano nel momento in cui si vuole interagire con le nuove generazioni; gli operatori sperimentano la frustrazione di vedere che, nonostante gli sforzi profusi, in tanti – soprattutto tra gli adolescenti e i giovani – continuano a perdere progressivamente l’interesse per le questioni e le attività ecclesiali proposte.


I non pochi interrogativi suscitati dal fenomeno costringono le comunità cristiane a mettersi in discussione: l’adolescenza e la giovinezza, infatti, rappresentando un momento d’importanza cruciale lungo l’intero arco della vita nel determinare alcuni orientamenti esistenziali di fondo, dal lato personale e sociale, e in quanto luogo in cui si manifestano più acutamente le tendenze, le potenzialità e la crisi della cultura, danno ai problemi il carattere di vere provocazioni al cambiamento per l’azione evangelizzatrice della Chiesa, in tutte le sue forme. Si sperimenta un senso di precarietà e impotenza ed è forte l’attesa di “soluzioni” efficaci in vista dell’impegno educativo.


In questa problematica delicata e complessa s’inserisce il contributo di Paolo Sartor e Salvatore Soreca, significativo perché in esso si fondono armonicamente le competenze tipiche dello studioso con le sensibilità e la concretezza che contraddistingue chi ha maturato pure l’esperienza sul campo. Ne scaturisce un quadro chiaro teoricamente e stimolante sul versante operativo, secondo l’obiettivo dichiarato: «Contribuire a costruire un adeguato sguardo pedagogico e insieme catechetico sulla mistagogia per pensare prassi che intercettino la peculiarità del periodo adolescenziale» (p. 4).


Sono diversi gli elementi che qualificano in modo originale l’agile volume. Innanzitutto, la consapevolezza negli autori di affrontare un argomento di rilevanza assoluta: la Chiesa, se vuole sopravvivere, non può fare a meno della cura delle nuove generazioni, altrimenti è destinata ineluttabilmente alla scomparsa. Com’è stato osservato da qualcuno, nella questione degli adolescenti e giovani “si gioca nulla di meno che il futuro del cristianesimo”. Nelle pagine del libro traspare la convinzione che il venir meno del ricambio generazionale nelle parrocchie non dovrebbe essere considerato un problema tra gli altri, ma “la” preoccupazione principale della pastorale.


Colpisce poi lo sguardo positivo con cui si osserva il variegato mondo adolescenziale, descritto facendo ricorso alle più recenti acquisizioni teoriche delle scienze dell’educazione. L’adolescente, prima di essere un problema, è una risorsa, è in sé un’energia, possiede una carica e un dinamismo che vanno valorizzati e sostenuti perché possano esprimersi compiutamente in modo positivo. L’adolescenza è il periodo della crisi sì, ma crisi di crescita, di sviluppo, di doverosa e laboriosa ricerca di un senso da dare alla propria esistenza. L’intervento degli educatori dovrà favorire l’organizzazione libera e responsabile di un progetto personale di vita, attraverso la proposta di una ricca gamma di esperienze, capaci di scatenare tutto il potenziale vitale dell’adolescente, di dare spazio alla sua “inquietudine creativa”.


In questo non facile compito di accompagnamento, le comunità cristiane trovano nella mistagogia uno strumento educativo privilegiato: essa si configura come una tappa ma anche come uno stile. Lo studio ha il pregio di sottrarre il termine all’aura “archeologica” che spesso lo circonda, relegandolo in un glorioso ma comunque remoto passato, e gli restituisce profondità di significato e di perenne attualità. Se non mancano i cenni storici, è soprattutto il confronto con il magistero ecclesiale recente e con il pensiero di autori contemporanei (italiani) che garantisce autorevolezza e insieme freschezza alla riflessione proposta. Gli autori sono coscienti e onesti nel riconoscere che non si possono dare risposte semplici ai problemi complessi – come fanno intuire le diverse “tensioni” cui si accenna nel secondo capitolo – che animano la tappa conclusiva del cammino di iniziazione cristiana; al lettore, quindi, sono offerte non tanto “certezze” inoppugnabili ma punti di riferimento significativi e criteri interpretativi utili a muoversi senza smarrirsi in un terreno per tanti versi ancora inesplorato.


Un problema è se i percorsi di iniziazione cristiana abbiamo il compito di semplice introduzione nelle comunità cristiane o di trasformazione delle stesse. La scelta coraggiosa degli autori propende decisamente per questo secondo obiettivo. E ne studiano le condizioni di realizzabilità


 

 
editore |26.04.2017
Pajer copertina

Dio in programma. Scuola e religioni nell'Europa unita (1957-2017)


Copertina flessibile – 23 mar 2017


di Flavio Pajer (Autore)






EUR 15,73


Copertina flessibile, 23 mar 2017


 




 







 






Così come gli Stati nazionali dell'Europa moderna si sono costruiti mediante laboriosi rapporti con i poteri religiosi delle Chiese, anche il processo di unificazione europea (giunto faticosamente al suo sessantennio) non ha potuto - e non può  - fare a meno dell'apporto delle religioni. Che oggi non è più; diplomatico o politico, ma educativo - a valenza culturale, civica, etica - offerto mediante una complessa tipologia di modelli di istruzione religiosa che da un paese all'altro, da una Chiesa all'altra, da un decennio all'altro, si rivelano come la cartina di tornasole di una società; europea prima maggioritariamente "cristiana", poi via via secolarizzata e, infine, post-secolare. Il volume presenta una ricognizione sui sistemi educativi del continente, utile per rintracciare le fasi dell'evoluzione subita dagli insegnamenti in materia di religione, ma anche per individuare, oltre il mosaico dei modelli didattici, le ragioni delle politiche educative adottate da governi, Chiese, associazioni religiose e filosofiche e organismi dell'Europa unita, per negoziare, promuovere, gestire una "cultura religiosa" a misura della scuola pubblica, che deve educare alla nuova cittadinanza in contesti di multireligiosità.


 


Un’ora di religione per tutti


di Giovanni Santambrogio


 


Che ne è degli anni, più o meno concitati, di dibattito sulla laicità della scuola e la necessità di rivedere l’obbligatorietà dell’insegnamento della religione? In Italia significava marginalizzare l’”occupazione cattolica”. Sono bastati pochi decenni per ridimensionare la problematica e fare apparire quelle discussioni come archeologia. Da una preoccupazione ideologica – contenere l’influenza della Chiesa – si è passati al polo opposto: garantire l’identità religiosa della nuova popolazione scolastica. In mezzo a questi due estremi c’è un cambio d’epoca in cui le migrazioni hanno globalizzato le culture influendo sulla stessa secolarizzazione. L’Italia e, più in generale, l’Europa hanno compiuto un mutamento in tre tappe: dall’insegnamento concordatario (Stato- Chiesa) si è passati al pluralismo intra-cristiano (l’attenzione all’equilibrio tra cattolici, protestanti e ortodossi) per approdare al pluralismo interreligioso.


L’insegnamento della religione finisce d’essere una questione confessionale e di battaglia ideologica per diventare un punto imprescindibile nella formazione dello studente e di accesso alle culture: un rispetto delle identità, un ascolto delle diversità. Questioni che investono l’attenzione alla persona e, allo stesso tempo, costituiscono un fondamento della nuova convivenza, dove il riconoscimento dell’altro si fonda non solo sui diritti ma sul suo essere portatore di valori, di tradizioni, di riti, di una fede. Ciò che prima doveva stare fuori dalle aule, espressione di un privato e di una scelta individuale, ora trova cittadinanza all’interno dei sistemi educativi.


Flavio Pajer – autore di Dio in programma. Scuola e religioni nell’Europa unita (1957-2017), con prefazione di Luciano Pazzaglia – è riconosciuto come un autorevole esperto in materia di insegnamento della religione a scuola e di sistemi scolastici. Storico direttore della rivista «Religione e scuola», promossa dall’editrice Queriniana, ha rivestito cariche istituzionali in Italia e in Europa, dove è tuttora membro dell’Intereuropean Commission on Church and School. Alla luce di questa lunga esperienza ha scandagliato i mutamenti della ricezione religiosa e i cambiamenti nell’insegnamento della religione nelle diverse realtà della Ue. Dal suo saggio escono, oltre a un interessante confronto tra soluzioni didattiche, una storia della laicità e un racconto della scuola dove alla domanda religiosa è corrisposta, man mano, una differente risposta politica. Il libro molto documentato (con una ricca appendice di apparati) si presenta come un utile strumento per insegnanti, educatori e per chi si occupa di gestione di politiche scolastiche. La religione oggi torna a rivestire un ruolo centrale. Come affrontarla? Il rischio di manipolarla facendola diventare una “religione civile”, cioè un succedaneo della vecchia educazione civica, è forte.


Flavio Pajer, Dio in programma.
Scuola e religioni nell’Europa unita (1957-2017) , ELS La Scuola, Brescia, pagg. 240,€ 18,50


in “Il sole 24 Ore” del 2 aprile 2017


 


Europa: “Dio in programma”, insegnamento della religione a scuola nei diversi Stati Ue. Dialogo tra fede e cultura

14 aprile 2017 @ 17:09


“Dio in programma. Scuola e religioni nell’Europa unita (1957-2017)”: è uno dei contributi forniti da Els La Scuola (marchio dell’editrice Morcelliana) per una riflessione sull’integrazione europea in occasione del 60° dei Trattati di Roma. Il volume, curato da Flavio Pajer, intende interpretare “il ruolo importante, che hanno già avuto e avranno sempre più, scuola e religioni in una unione votata alla cooperazione pacifica, al rispetto della dignità umana, alla libertà, alla democrazia, alla solidarietà tra e i popoli europei”. “Così come gli Stati nazionali dell’Europa moderna – spiega l’editrice – si sono costruiti mediante laboriosi rapporti con i poteri religiosi delle Chiese, anche il processo di unificazione europea (giunto faticosamente al suo sessantennio) non ha potuto, e non può, fare a meno, in particolare, dell’apporto delle religioni”. Apporto che oggi “non è più diplomatico o politico, ma educativo – a valenza culturale, civica, etica – offerto mediante una complessa tipologia di modelli di istruzione religiosa che da un Paese all’altro, da una Chiesa all’altra, da un decennio all’altro, si rivelano come la cartina di tornasole di una società europea prima maggioritariamente cristiana, poi via via secolarizzata e, infine, post-secolare”.


Il volume illustra i rapporti tra l’insegnamento religioso, i diversi sistemi scolastici e il più generale contesto storico europeo “non in termini astratti, ma attraverso la ricostruzione storica di come tali rapporti si sono realizzati negli ultimi decenni, cogliendo le ragioni delle scelte di politica culturale e scolastica con cui Chiese, governi, organizzazioni religiose e filosofiche, orientamenti pedagogici, istituzioni accademiche, organismi europei hanno via via contribuito a regolare la presenza della religione a scuola”. Come scrive nella presentazione lo storico dell’educazione e delle istituzioni scolastiche Luciano Pazzaglia, “l’insegnamento religioso, se è raccomandabile che abbia anche una funzione sociale, deve, prima di tutto aiutare gli studenti a rendersi conto che la religione ha dimensioni e identità sue proprie e che le norme religiose non possono essere scambiate con quelle civili né, tanto meno, con quelle giuridiche”. Flavio Pajer è professore di Pedagogia e didattica delle religioni.


Preso da: http://agensir.it/quotidiano/2017/4/14/europa-dio-in-programma-insegnamento-della-religione-a-scuola-nei-diversi-stati-ue-dialogo-tra-fede-e-cultura/


 







Dettagli prodotto



  • Copertina flessibile: 235 pagine

  • Editore: Morcelliana (23 marzo 2017)

  • Collana: Saggi

  • Lingua: Italiano

  • ISBN-10: 8837230729

  • ISBN-13: 978-8837230722

  • Peso di spedizione: 277 g





 
Quarta indagine nazionale sull'insegnamento della religione cattolica in Italia a trent'anni dalla revisione del Concordato |01.02.2017
P06268

Il volume riporta i risultati della ricerca promossa dall'Istituto di Sociologia dell'Università Pontificia Salesiana, dal Servizio Nazionale per l'Insegnamento della Religione Cattolica della CEI, dall'Ufficio Nazionale per l'Educazione, la Scuola e l'Università della CEI e dal Centro Studi per la Scuola Cattolica della CEI. A trent'anni dall'avvio del nuovo corso dell'Irc dovuto alla revisione concordataria è lecito tentare un bilancio di questa esperienza, guardando soprattutto ai problemi che si ponevano inizialmente. L'indagine costituisce il contributo più innovativo e impegnativo allo studio dell'Irc.

 
editore |16.01.2017
Falasca

«A me piace pensare che l’Onnipotente ha una cattiva memoria. Una volta che ti perdona, si dimentica. Perché è felice di perdonare».


In questa intervista rilasciata per Avvenire a Stefania Falasca, che affronta i temi della misericordia e dell’ecumenismo alla luce del Vaticano II e del Vangelo, le parole di papa Francesco sono uno spiraglio che lascia trasparire il suo sguardo su una Chiesa che è «a metà» del percorso scaturito dal concilio.


In questo contesto, dottrina e carità, teologia e preghiera non vanno contrapposte. È inoltre necessario rifuggire la tentazione dell’autoreferenzialità e i rigorismi che nascono «dal voler nascondere dentro un’armatura la propria triste insoddisfazione», come accade ai personaggi del film Il pranzo di Babette.


 


Gli autori


Stefania Falasca, dottore di ricerca, editorialista e vaticanista del quotidiano Avvenire, si è occupata di tematiche storico-culturali, ha curato approfondimenti monografici nell’ambito della storia della Chiesa e ha realizzato reportage come inviata, in particolare dall’America Latina.


Marcello Semeraro, vescovo di Albano, è segretario del Consiglio dei cardinali per l’aiuto al Santo Padre nel governo della Chiesa universale e membro della Congregazione delle cause dei santi. È presidente del consiglio d’amministrazione del quotidiano Avvenire.


 


 


La Smemoratezza di Dio. Papa Francesco conversa con Stefania Falasca


(Introduzione del vescovo Marcello Semeraro)


Editrice: EDB (con Avvenire)

 
Cattura
Roma - 17-19 Novembre

 
p411-ytjj91
Riflessione a partire dalla rivoluzione della tenerezza

 

CONVEGNO DI AGGIORNAMENTO E SEMINARIO DI STUDIO IRC 2017

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