FORUM «IRC»
 
 
DICEMBRE 2018 ANNO III - Numero 2
«Giovani generazioni, religione-IRC e crescita umana» |08.05.2018
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L'istituto di Catechetica (ICA) organizza ogni anno diverse attività attorno all’Insegnamento della Religione Cattolica (IRC): chiusa la programmazione del triennio 2014-2017 attorno all’«EDUCAZIONE, APPRENDIMENTO E INSEGNAMENTO DELLA RELIGIONE»; il nuovo triennio 2017-2020 si concentra sullo studio del rapporto tra l’«IRC E IL CRISTIANESIMO DI DOMANI» e si colloca esplicitamente – in linea di continuità con la precedente programmazione triennale – nell’ambito della «formazione permanente» dei professori che lavorano all’interno dell’IRC. Inoltre, questa formazione si sta orientando in tre direzioni: 1/ «Conoscenza-comprensione» delle giovani generazioni, in sintonia con il «Sinodo» appena celebrato (2017-2018); 2/ Formazione culturale e teologica (2018- 2019); 3/ Formazione pedagogica in relazione al binomio «IRC–Identità cristiana» (2019-2020).


Il presente numero di «CATECHETICA ED EDUCAZIONE» raccoglie diverse riflessioni fatte in alcune delle tre iniziative fondamentali che l’ICA porta a vanti ogni anno della programmazione triennale (seminario di studio, corso di aggiornamento e corso estivo). Ecco l’obiettivo delle attività dell’anno accademico 2017-2018: Individuare alcuni tratti fondamentali delle nuove generazioni per «pensare e costruire» con loro la fede e la religione, considerando anche l’ipotesi della possibile «riconversione del cristianesimo» che la loro vita porta spontaneamente avanti.


Fu il concilio Vaticano a svegliare la coscienza della Chiesa sul tema delle giovani generazioni e a dirigere loro un messaggio finale di speranza che però non sembra avere realizzato il sogno di riavviare il dialogo che ha voluto riprendere l’ultimo Sinodo. Certamente, l’impatto delle giovani generazioni con il cambio epocale che viviamo scuote il modo di intendere la fede e la religione. Tuttavia non possiamo concludere in modo più o meno ostile che i giovani sono increduli oppure sentenziare semplicisticamente che si sono allontanati dalla Chiesa. Possono diventare titoli ad effetto, ma comunque più che discutibili e anche ingannevoli: dalla scarsa stima per la religione e per la Chiesa non possiamo dedurre che le ragazze e i ragazzi d’oggi abbiano «perso la fede» e neghino il ruolo della Chiesa. Non sarà piuttosto che ci troviamo davanti a modi diversi – quelli dei giovani e della generazione adulta – di essere e di avvicinare la fede e la religione, così come di immaginare la vita della Chiesa?


Figli del cambio di paradigma antropologico-culturale in atto e trovandosi in un momento decisivo per costruire la loro identità, la vita delle nuove generazioni gira attorno alla non facile ricerca di sé, alla fatica di diventare sé stessi. In qualche modo, vivono sperimentando il passaggio da un modello culturale tipico del passato (tradizionale-istituzionale) a un altro emergente (de-istituzionalizzato) che concede maggiore libertà e questiona la normatività tipica del modello tradizionale.


Infine, abbiamo organizzato tutti gli studi del presente numero della rivista attorno al rapporto tra «GIOVANI GENERAZIONI, RELIGIONE-IRC E CRESCITA UMANA».


L’articolo di J.L. MORAL (Giovani, «nuovo modo di essere» e ricostruzione della religione) mette in relazione il cambio antropologico-culturale con il nuovo modo di essere e di vivere, che viene in qualche modo anticipato nell’esistenza concreta delle giovani generazioni.


A. ROMANO (Prassi formativo-catechistiche integrate con i giovani) prende in considerazione alcuni modelli di «prassi formativa» con i giovani: la comunità di pratica, l’apprendimento cooperativo e l’animazione.


M.E. COSCIA (Sempre più connessi, sempre più soli e insicuri) esprime perfettamente il contenuto del suo articolo nel sottotitolo del medesimo: «Ritratto degli adolescenti nell’epoca della rivoluzione digitale e della minorizzazione degli adulti».


F. PASQUALETTI (Comunicare in modo credibile), da parte sua, si concentra nel rapporto tra la comunicazione e la credibilità della medesima, una volta costatato che la comunicazione fra le persone non è scontata né semplice, così come la credibilità non è automatica e non dipende solo dalla buona volontà di chi vuole metterla in atto.


S.M. EMAD (Ruolo delle emozioni nell’interazione educativa) analizza la questione delle emozioni nell’apprendimento e crescita personale degli studenti; mentre C. PASTORE (Bibbia e narrazione nell’«IRC») studia la narrazione biblica in relazione all’insegnamento della religione.


U. MONTISCI (Progettare itinerari educativi nell’ambito dell’«IRC»), infine, offre una riflessione sulle competenze «progettuali» dell’insegnante di religione, utili per elaborare itinerari educativi nell’ambito della propria disciplina.


 


 


I MEMBRI DELL’ISTITUTO DI CATECHETICA



catechetica@unisal.it

 
editore |01.02.2019
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"La gioia di don Bosco è conosciuta: è il maestro della gioia, eh? Perché lui faceva gioire gli altri e giova lui stesso. E soffriva lui stesso"...


I sacerdoti siano gioiosi e guardino con gli occhi di uomo e con occhi di Dio, come ha fatto san Giovanni Bosco di cui si celebra oggi la memoria liturgica. Lo sottolinea papa Francesco alla Messa a Casa Santa Marta per esortare i sacerdoti a guardare la realtà con il cuore di un padre e di un maestro, come ha fatto don Bosco. Uno sguardo che gli ha indicato la via: ha visto quei giovani poveri sulle strade e si è commosso e quindi ha pensato modi per farli maturare. Ha camminato e pianto con loro. Lo riferisce Vatican News.


 


Guardare con occhi di di uomo e di Dio


Francesco ricorda che il giorno della ordinazione di don Bosco, la mamma, una donna umile, contadina, «che non aveva studiato nella facoltà di teologia», gli disse: «Oggi incomincerai a soffrire». Voleva certamente sottolineare una realtà ma anche attirare l’attenzione perché se il figlio si fosse accorto che non c’era sofferenza, voleva dire che qualcosa non andava bene. «È una profezia di una mamma», una donna semplice ma col cuore pieno dello spirito. Per un sacerdote quindi la sofferenza è un segnale che la cosa va bene ma non perché «faccia il fachiro» ma per quello che ha fatto don Bosco che ha avuto il coraggio di guardare la realtà con gli occhi di uomo e con gli occhi di Dio. «Lui – dice Papa Francesco - ha visto in quell’epoca massonica, mangiapreti», di «un’aristocrazia chiusa, dove i poveri erano realmente i poveri, lo scarto, lui ha visto sulle strade quei giovani e ha detto: "Non può essere!"».


«Ha guardato con gli occhi di uomo, un uomo che è fratello e papà pure, e ha detto: “Ma no, questo non può andare così! Questi giovani forse finiranno da don Cafasso, sulla forca … no, non può andare così”, e si è commosso come uomo e come uomo ha incominciato a pensare strade per fare crescere i giovani, per fare maturare i giovani. Strade umane. E poi, ha avuto il coraggio di guardare con gli occhi di Dio e andare da Dio e dire: “Ma, fammi vedere questo … questo è un’ingiustizia … come si fa davanti a questo … Tu hai creato questa gente per una pienezza e loro sono in una vera tragedia …”. E così, guardando la realtà con amore di padre – padre e maestro, dice la liturgia di oggi – e guardando Dio con occhi di mendicante che chiede qualcosa di luce, comincia ad andare avanti».


Don Giuseppe Cafasso confortava infatti i carcerati nella Torino dell’Ottocento e spesso seguiva fino al patibolo i condannati a morte. Fu grande amico di san Giovanni Bosco.


 


Un sacerdote alla mano

Il sacerdote quindi – ribadisce il Papa - deve avere «queste due polarità»: «guardare la realtà con occhi di uomo» e con «occhi di Dio». E questo significa passare «tanto tempo davanti al tabernacolo».


«Il guardare così gli ha fatto vedere la strada, perché lui non è andato con il Catechismo e il Crocifisso soltanto, “fate questo …” … I giovani gli avrebbero detto: “Buonanotte, ci vediamo domani”. No, no: lui è andato vicino a loro, con la vivacità loro. Li ha fatti giocare, li ha fatti in gruppo, come fratelli ... è andato, ha camminato con loro, ha sentito con loro, ha visto con loro, ha pianto con loro e li ha portati avanti, così. Il sacerdote che guarda umanamente la gente, che sempre è alla mano».


 


Non impiegati o funzionari

Il Papa sottolinea quindi che i sacerdoti non devono essere dei funzionari o degli impiegati che ricevono, ad esempio, «dalle 15 alle 17.30». «Ne abbiamo tanti di funzionari, bravi – prosegue - che fanno il loro mestiere, come lo devono fare i funzionari. Ma il prete non è un funzionario, non può esserlo». Il Papa quindi torna ad esortare a guardare con occhi di uomo e – promette - «arriverà a te quel sentimento, quella saggezza di capire che sono i tuoi figli, i tuoi fratelli. E poi, avere il coraggio di andare a lottare lì: il sacerdote è uno che lotta con Dio».


Il Papa sa che «sempre c’è il rischio di guardare troppo l’umano e niente il divino, o troppo il divino e niente l’umano» ma «se non rischiamo, nella vita non faremo nulla», avverte. Un papà infatti rischia per il figlio, un fratello rischia per un fratello quando c’è amore. Questo certamente comporta sofferenza, cominciano le persecuzioni, il chiacchiericcio: «questo prete sta lì, sulla strada» con questi ragazzi maleducati che con il pallone «mi rompono il vetro della finestra».


 


Don Bosco, il maestro della gioia

Il Papa quindi ringrazia Dio per «averci dato» san Giovanni Bosco che da bambino iniziò a lavorare, sapeva cosa fosse guadagnarsi il pane ogni giorno e aveva capito cosa fosse la pietà, «qual era la vera verità».


Quest’uomo – evidenzia ancora in conclusione il Papa – ha avuto da Dio un grande cuore di padre e di maestro: «E qual è il segnale che un prete va bene, guardando la realtà con gli occhi di uomo e con gli occhi di Dio? La gioia. La gioia. Quando un prete non trova gioia dentro, si fermi subito e si chieda perché. E la gioia di don Bosco è conosciuta: è il maestro della gioia, eh? Perché lui faceva gioire gli altri e giova lui stesso. E soffriva lui stesso. Chiediamo al Signore, per l’intercessione di don Bosco, oggi, la grazia che i nostri preti siano gioiosi: gioiosi perché hanno il vero senso di guardare le cose della pastorale, il popolo di Dio con occhi di uomo e con occhi di Dio».


 


Debora Donnini


https://www.avvenire.it


 

 
editore |01.02.2019
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Per stare al passo coi tempi, da qualche anno, i ragazzi del Centro Minori, inviano messaggi whatsapp a don Bosco. Qui di seguito una raccolta di quelli inviati ieri, in occasione della festa del Santo.




  • Grazie Don Bosco per quello che hai fatto per me e per tutti gli altri ragazzi, se fossi qui ti porterei fuori a cena.

  • Don Bosco sei stato una grande persona con la voglia di fare, di costruire e alla fine hai sempre portato tutto a termine … Ringrazio a te che hai costruito questo corso, perché se non entravo dentro al Centro Ragazzi don Bosco, non seguivo la mia passione.

  • Rest in peace. Grazie Don Bosco per quello che hai fatto. Mi hai fatto capire tante cose e mi sono emozionata tanto. Un giorno voglio essere come te. Sei un buon santo e lo sarai sempre. Baci baci . Ti voglio bene.

  • Grazie Don Bosco per aver creato questo Centro.

  • Ciao Don Bosco, volevo ringraziarti per tutto quello che fai per noi, per accoglierci nella tua casa e aiutare i ragazi bisognosi, e vabbeh non so che altro dire, quindi … ciao. Bella zi

  • Caro Don Bosco, ti vorrei chiedere una cosa: se mi sei vicino per questo anno e se mi potresti stare sempre accanto per tutta la vita. Ti mando un grande abbraccio.

  • Grazie Don Bosco per la possibilità che mi dai di stare con i tuoi ragazzi; i ragazzi di Don Bosco mi danno di più di quello che io gli dò.

  • Ciao Don Bosco, come stai lassù? Io bene. Un consiglio: se io nella vita potrei sbagliare tu mi aiuteresti? Se lo fai ti ringrazio mille e mille volte.

  • Caro Don Bosco, ieri ho pensato di strozzare più di qualcuno. Come facevi tu a non perdere la pazienza? Rispondimi ti prego!

  • Ciao Don Bosco ti ringrazio per aver aperto l’istituto dei salesiani.

  • Don Bosco grazie per aver fatto quello che hai fatto, perché mi hai fatto venire fino a qua. Hai avuto una vita difficile, e se non ci fossi stato tu che hai creato questo posto per i meno fortunati, l’avrei avuta anche io.

  • Don Bosco grazie per la tua idea di aiuto ai ragazzi meno fortunati come me che non mi piace studiare ma  so che da lassù ci guardi e ci aiuti.

  • Don Bosco vorrei ringraziarti per aver aperto questo Cento per ragazzi che fino ad oggi ha portato a praticare questi corsi e dare la possibilità a dei ragazzi che hanno dei problemi e posso ricominciare una nuova vita.

  • Aiutami a superare l’esame.

  • Grazie Don Bosco per aver costruito una casa e una famiglia per tutti i ragazzi che ne hanno bisogno. E ti ringrazio per dare loro la speranza di un futuro diverso, migliore.

  • Ho deciso di voler ricevere anche io la forza. Infatti ho intrapreso la strada del battesimo. E’ bellissimo sentirsi così vicino a qualcuno. Voglio prendere i tuoi passi. Camminare la tua strada. A volte mi sento persa. Vorrei che ci fossi tu qui con noi. Poi mi guardo attorno e ti vedo su ogni muro. E ti sento vicino a me. Quando la mattina mi sveglio e sono stanca, tu mi dai la forza, insieme ad altri stimoli, di venire al Centro. Mi piacerebbe che leggessi queste parole, ma saranno sempre parole al vento. Quando vuoi io sono qui, ad accogliere la forza che vuoi donarmi.

  • Vabbè innanzi tutto ciao Don Bosco, ti ringrazio per aver creato il Centro, parlano tutti bene di te, delle tu imprese e così via, però personalmente mi è indifferente ( senza offesa).

  • Caro Don Bosco, vorrei avere la tua forza nel far capire ai ragazzi che la loro vita è fatta per cose grandi, che sono capaci di fare quello che adesso non riescono nemmeno a pensare.

  • Mio caro Don Bosco, ormai ci conosciamo da un po’ ma continui sempre a sorprendermi. Mi piacerebbe fare lo stesso con le persone che mi stanno attorno. Puoi aiutarmi?

  • Ciao Giovanni Bosco sei stato un grande non perché aiuti tutti i poveri ma perché hai costruito il Don Bosco. Grazie

  • La tua eredità non è cosa hai lasciato ieri quando te ne sei andato, è quello che tu dai, crei, e fai oggi mentre sei e vivi qui. Io ti rispetto Don Bosco. Anche se io non ti ho conosciuto.

  • Grazie Don Bosco per tutte le cose belle che mi fai vivere, per l’amore che riempie ogni cosa che faccio. Grazie che custodisci ogni ragazzo e ogni operatore nel tuo cuore di padre. Grazie di essere un buon compagno di strada. Buona festa. Pensaci tu.

  • Ciao Don Bosco, senti ti volevo parlare. Sei una grande ispirazione per me, perché il messaggio che mi hai fatto ricevere è di non mollare mai ed inseguire i propri sogni.

  • Ciao Don Bosco, ti scrivo perché ultimamente ho capito molto della mia vita e del percorso che ho fatto fino ad ora. Ho avuto tanti ostacoli e non mi sono mai fermata a nessuno di quelli. Ho avuto tanti sogni che si sono realizzati e tante delusioni. Mi viene da pensare che forse ho sbagliato qualcosa, ma sono pronta a correggerla nel tempo. Ho imparato ad apprezzarmi per come sono e ad apprezzare gli altri per ciò che sono, ho imparato anche a non tenere rancore troppo a lungo perché non si sa mai quando qualcosa può’ finire. Ho perso persone care e mi sembrava di essere caduta in un baratro, invece con le giuste persone sono riuscita a tirarmi su e ad uscire dal baratro che si era creato in me. Ora sto affrontando il mio cammino e le mie difficoltà in modo maturo e con la testa sulle spalle e intorno a me mi sto circondando di persone vere e che ci sono sempre sia nei momenti belli che nei momenti brutti. Spero che nella mia vita il cammino diventi più limpido e che riesca a superare con forza le difficoltà senza mai abbattermi ed essere pronta ad andare avanti.

  • Ciao Giovanni ti mando un messaggio perché ho visto il tuo film e sono rimasto con un pensiero perché hai fatto tutto questo Borgo Don Bosco. Grazie per aver dato tutta la tua vita per noi!!!

  • Caro Don Bosco, non ho mai pensato di scriverti. Mi trovo bene tra i tuoi figli, le tue opere, il tuo esempio. Danno molto senso alla vita di molti. Averti conosciuto anche io ho trovato la mia strada che ha un valore maggiore. Se non ti dispiace possiamo parlare anche direttamente.

  • Caro Don Bosco mi trovo bene qui al Borgo e mi piace quello che tu hai fatto per i ragazzi, grazie di tutto.

  • Vorrei ringraziare Don Bosco per la possibilità di aver potuto conoscere questo posto e tutte le persone che ne fanno parte. Grazie.

  • Caro Don Bosco, mi ricordo di te sempre, sono arrivato nel 2018 di aprile. Faccio scuola di Italiano, mi piace molto studiare le regole e mi piacciono della scuola tutti i maestri. Grazie di aver creato questo posto. Ciao

  • Salve Don Bosco, molte grazie per la tua intercessione e perché io sono tuo figlio spirituale. Ti raccomando la mia vocazione, il mio futuro ed i miei confratelli.

  • Ciao Don Bosco, sicuramente starai bene lassù, dato quello che hai fatto qui. Ti ringrazio perché mi hai fatto capire tante cose; sei un grande esempio da seguire, ma io non voglio  essere come te, io voglio essere me stesso e seguire i miei sogni. Questo periodo della mia vita è molto difficile, ma sono sicuro che tutto andrà bene. MI hai motivato tanto. Grazie di tutto.

  • Caro Don Bosco ti scrivo questo messaggio perché tu mi dia la forza di prendere la licenza media. Mi piace molto stare al Don Bosco e giocare con gli altri ragazzi. Tanti saluti

  • Caro Don Bosco ti ringrazio per la possibilità che ci hai dato di poter finire la scuola.

  • Allora caro Don Bosco sei la seconda casa per me, voi siete bravi, io mi trovo bene qui, grazie a voi perché adesso parlo italiano meglio di prima. Vorrei prendere la terza media.

  • Ciao Don Bosco, sei stata una persona davvero altruista, per questo ti ringrazio per quello che hai fatto per tutti i ragazzi ed anche per me.

  • Caro Don Bosco, mi ricordo di te sempre. Sono arrivato nel 2019 in questa scuola. Mi piace molto studiare e rispettare le regole. Grazie per aver voluto tanto bene ai ragazzi.

  • Ciao Don Giovanni Bosco, frequento la scuola al Borgo. Ieri qui c’è stata una grande festa in tuo onore, mi sono tanto divertito. Ti ringrazio per quello che hai fatto per i ragazzi.


 
editore |31.01.2019
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La paternità di don Bosco, raccontata da don Daniele Merlini, direttore del Borgo Ragazzi don Bosco



“Padre e maestro della gioventù”: con questo titolo, nel 1988, Giovanni Paolo II ha certificato ufficialmente davanti a tutta la Chiesa universale quello che tanti giovani hanno sempre sentito e intuito incontrando nella loro vita Don Bosco: egli è stato e continua ad essere per tutti un padre e un maestro!


La paternità di don Bosco, ancor più meravigliosa se si considera il fatto che Giovanni Bosco è rimasto orfano di padre all’età di due anni, si è sempre manifestata attraverso l’affetto e la dedizione dimostrata verso tutti i giovani incontrati nella sua vita; per essi ha dato la vita e avviato iniziative e opere (la più lungimirante è stata sicuramente la Congregazione Salesiana) in vista della loro realizzazione felice e della loro salvezza. Una paternità senza confini poiché diceva don Bosco: “Basta che siate giovani perché io vi ami assai” e una paternità che si è assunta la responsabilità di indicare ai giovani un cammino di speranza e di futuro, non solo terreno ma eterno, espresso nel “programma” del Sistema Preventivo che prepara ogni giovane ad essere un “buon cristiano, un onesto cittadino e un futuro abitatore del cielo”.


Don Bosco inoltre è per la Chiesa e per tutti i giovani un maestro. Un maestro lo è stato nei laboratori della scuola artigiana e professionale che fin dal 1853 aveva aperto a Valdocco per insegnare un mestiere ai ragazzi accolti all’oratorio: lui stesso nei laboratori, volentieri, trasmetteva le proprie conoscenze come ciabattino, sarto e falegname, acquisite nel periodo della sua giovinezza. Ma don Bosco è stato maestro per tanti giovani soprattutto nell’arte del dare un senso alla propria vita, nel cercare la vocazione a cui il Signore chiama ognuno perché contribuisca con i propri doni alla realizzazione del Regno e trovare così la propria felicità. Don Bosco è stato colui che ha preparato e mostrato a innumerevoli giovani di ieri e di oggi la via verso il Paradiso: “Dite ai miei ragazzi che li aspetto tutti in paradiso”!


Dunque la Festa di Don Bosco è la festa del nostro papà, un papà che ci ha sempre voluto bene e che continua a volercene. Ringraziamo il Signore per il dono di una paternità e di un insegnamento che prosegue ancora oggi e di cui noi continuiamo ad usufruire e gioire.


Buona Festa a tutti.


Don Daniele


 
avvenire giovedì 10 gennaio 2019 |15.01.2019
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Pubblichiamo la prefazione del Papa al volume, curato da Antonio Carriero, “Evangelii gaudium con don Bosco”, testo in cui la Famiglia salesiana riprende in chiave educativo pastorale il messaggio dell’Esortazione apostolica di Francesco, vero e proprio documento programmatico del suo pontificato. Il titolo del contributo firmato dal Pontefice è “Cari salesiani”.




Voi salesiani siete fortunati perché il vostro fondatore, Don Bosco, non era un santo dalla faccia da “venerdì santo”, triste, musone... Ma piuttosto da “domenica di Pasqua”. Era sempre gioioso, accogliente, nonostante le mille fatiche e le difficoltà che lo assediavano quotidianamente. Come scrivono nelle Memorie biografiche, «il suo volto raggiante di gioia manifestava, come sempre, la propria contentezza nel trovarsi tra i suoi figli» ( Memorie biografiche di Don Giovanni Bosco, volume XII, 41). Non a caso per lui la santità consisteva nello stare “molto allegri”. Possiamo definirlo quindi un “portatore sano” di quella “gioia del Vangelo” che ha proposto al suo primo grande allievo, San Domenico Savio, e a voi tutti salesiani, come stile autentico e sempre attuale della «misura alta della vita cristiana» (Giovanni Paolo II, Novo Millennio Ineunte, 31).


Il suo è stato un messaggio rivoluzionario in un tempo in cui i preti vivevano con distacco la vita del popolo. La «misura alta della vita cristiana» Don Bosco la mette in pratica entrando nella “periferia sociale ed esistenziale” che cresceva nella Torino dell’800, capitale d’Italia e città industriale, che attirava centinaia di ragazzi in cerca di lavoro. Infatti, il “prete dei giovani poveri e abbandonati”, seguendo il consiglio lungimirante del suo maestro san Giuseppe Cafasso, scendeva per le strade, entrava nei cantieri, nelle fabbriche e nelle carceri, e lì trovava ragazzi soli, abbandonati, in balia dei padroni del lavoro, privi di ogni scrupolo. Portava la gioia e la cura del vero educatore a tutti i ragazzi che strappava dalle strade, i quali ritrovavano a Valdocco un’oasi di serenità e il luogo in cui apprendevano ad essere «buoni cristiani e onesti cittadini». È lo stesso clima di gioia e di famiglia che ho avuto la fortuna di vivere e gustare anche io da ragazzo frequentando la sesta elementare al Colegio Wilfrid Barón de los Santos Ángeles, a Ramos Mejía. I salesiani mi hanno formato alla bellezza, al lavoro e a stare molto allegro e questo è un carisma vostro.


Mi hanno aiutato a crescere senza paura, senza ossessioni. Mi hanno aiutato ad andare avanti nella gioia e nella preghiera. Come ebbi occasione di ricordarvi nella visita alla Basilica di Maria Ausiliatrice, il 21 giugno 2015, torno a raccomandarvi i tre amori bianchi di Don Bosco: la Madonna, l’Eucaristia e il Papa. Oggi si parla poco della Madonna con lo stesso amore con cui ne parlava il vostro Santo. Si affidava a Dio pregando la Madonna e quella fiducia in Maria gli dava il coraggio di affrontare sfide e pericoli della vita e della sua missione. L’Eucaristia, come secondo amore di Don Bosco, deve ricordarvi di avviare i ragazzi alla pratica della liturgia, vissuta bene, per aiutarli ad entrare nel mistero eucaristico e non dimenticate anche l’Adorazione. Infine, l’amore al Papa: non è solo amore per la sua persona, ma per Pietro come capo della chiesa e come rappresentante di Cristo e sposo della Chiesa. Dietro quell’amore bianco per il Papa, c’è l’amore per la Chiesa. L’interrogativo che dovete porvi è: «Che salesiano di Don Bosco bisogna essere per i giovani di oggi?». Io direi: un uomo concreto, come il vostro fondatore, che da giovane prete ha preferito alla carriera di precettore nelle famiglie dei nobili il servizio tra i ragazzi poveri e abbandonati. Un salesiano che sa guardarsi attorno, vede le situazioni critiche e i problemi, li affronta, li analizza e prende decisioni coraggiose. È chiamato ad andare incontro a tutte le periferie del mondo e della storia, le periferie del lavoro e della famiglia, della cultura e dell’economia, che hanno bisogno di essere guarite.


E se accoglie, con lo spirito del Risorto, le periferie abitate dai ragazzi e dalle loro famiglie, allora il regno di Dio inizia ad essere presente e un’altra storia diventa possibile. Il salesiano è un educatore che abbraccia le fragilità dei ragazzi che vivono nell'emarginazione e senza futuro, si china sulle loro ferite e le cura come un buon samaritano. Il salesiano è anche ottimista per natura, sa guardare i ragazzi con realismo positivo. Come insegna ancora oggi Don Bosco, il salesiano riconosce in ognuno di loro, anche il più ribelle e fuori controllo, «quel punto di accesso al bene» su cui lavorare con pazienza e fiducia. Il salesiano è, infine, portatore della gioia, quella che nasce dalla notizia che Gesù Cristo è risorto ed è inclusiva di ogni condizione umana. Dio infatti non esclude nessuno. Per amarci non ci chiede di essere bravi. E né ci chiede il permesso di amarci. Ci ama e ci perdona. E se ci lasciamo sorprendere con quella semplicità di chi non ha nulla da perdere, sentiremo il nostro cuore inondato di gioia. Quando queste caratteristiche vengono a mancare, ecco quei musi lunghi, facce tristi.


No! Ai ragazzi si deve portare questa notizia bella, una notizia vera contro tutte le notizie che passano ogni giorno sui giornali e la rete. Cristo è veramente risorto, e a dimostrarlo sono stati Don Bosco e Madre Mazzarello, tutti i santi e i beati della Famiglia Salesiana, come anche tutti i membri che ogni giorno trasfigurano la vita di chi li incontra perché si sono lasciati loro per primi raggiungere dalla misericordia di Dio. Il salesiano diventa così testimone del Vangelo, la Buona Notizia che nella sua semplicità deve confrontarsi con la cultura complessa di ogni Paese. Mettere insieme semplicità e complessità, per un figlio di Don Bosco, è una missione quotidiana. L’ampio commento che segue, rilegge l’Esortazione apostolica Evangelii gaudium in chiave salesiana. È affidato a grandi esperti delle diverse discipline che, con fine sensibilità e sotto la lente di Don Bosco, mettono in risalto il pensiero del Papa in collegamento con le diverse situazioni attuali, per educare e orientare al bene dei ragazzi e dei giovani. Sono convinto che la lettura di queste pagine potrà fare del bene a tutti i figli e alle figlie di Don Bosco sparsi nel mondo, e a quanti condividono il carisma educativo salesiano. Troveranno nelle pagine di questo testo molti spunti di interpretazione della realtà e di rinnovamento della prassi educativa al servizio dei ragazzi e dei giovani del nostro tempo.


 



 
editore |09.01.2019
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Il Consiglio Nazionale della Scuola Cattolica mette a disposizione di tutti uno strumento per il discernimento delle comunità educative
«Si può dire che oggi non viviamo un’epoca di cambiamento quanto un cambiamento d’epoca». Con queste parole, pronunciate al Convegno ecclesiale di Firenze il 10 novembre 2015, papa Francesco ha attirato l’attenzione di tutti sulle rapide e radicali trasformazioni del nostro mondo e della nostra società. Per il mondo della scuola e della formazione ciò significa che bisogna fare i conti con esigenze, generazioni e modelli educativi diversi da quelli cui si era abituati fino a un passato anche recente.







Lo ricorda mons. Mariano Crociata, presidente del Consiglio Nazionale della Scuola Cattolica, introducendo il sussidio “Educare nel cambiamento”, frutto della riflessione e del lavoro comune dell’organismo che rappresenta l’ampia e composita realtà della scuola cattolica in Italia. Il Consiglio Nazionale ha infatti dedicato l’ultimo anno ad una riflessione sulle condizioni delle scuole e dei centri di formazione professionale (Cfp) definibili come cattolici o di ispirazione cristiana, pubblicandone i risultati in questo strumento di lavoro.


Il testo contiene:



  • il documento su “Autonomia, parità e libertà di scelta educativa”, pubblicato nel 2017 e dal carattere programmatico;

  • il sussidio “Uno strumento per il discernimento delle comunità educative”, che vede qui la luce per la prima volta e si propone di aiutare tutte le scuole e i Cfp a promuovere una ponderata riflessione di fronte alle difficoltà che possono derivare dalle trasformazioni che stiamo vivendo;

  • un’Appendice costituita da una serie di esperienze e buone pratiche di scuole e Cfp che hanno saputo misurarsi con il cambiamento in maniera creativa e coraggiosa, pur se non priva di ostacoli;

  • una seconda Appendice, che raccoglie i recapiti degli organismi che a vario titolo compongono il mondo della scuola cattolica e possono essere di riferimento proprio per affrontare eventuali difficoltà o anche solo per confrontarsi nella vita ordinaria delle diverse realtà educative.


La scuola cattolica, come insegna il Concilio Vaticano II (GE, 8), è essenzialmente «un ambiente comunitario scolastico permeato dello spirito evangelico di libertà e carità». Con questo sussidio, quindi, il Consiglio Nazionale della Scuola Cattolica vuole rivolgersi a tutte le componenti della comunità educativa – alunni, insegnanti, genitori, gestori, responsabili della direzione, comunità ecclesiale – per promuovere e sostenere un’azione che confermi e rafforzi il ruolo della scuola cattolica nella società italiana alla luce dei cambiamenti in atto.


In allegato il testo del sussidio “Educare nel cambiamento”, una presentazione a cura di mons. Mariano Crociata e l'articolo di Avvenire del 4 settembre 2018.


 


Leggi qui l'articolo del Sir dedicato al sussidio: 


https://www.agensir.it/chiesa/2018/09/03/scuola-cattolica-dal-consiglio-nazionale-un-sussidio-per-ripensare-leducazione-tra-crisi-opportunita-e-prospettive/


 


ALLEGATI






 
editore |09.01.2019
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Si chiama Mooc e il nome è già tutto un programma. L’acronimo infatti sta per «Massive Online Open Course» e indica un corso in modalità e-learning, aperto a tutti, totalmente gratuito. Oltre a essere dunque accessibile a chiunque sia interessato, questo è anche il primo in «Educazione digitale» promosso dalla Conferenza episcopale italiana insieme all’Università Cattolica di Milano.


Si tratta di «una proposta concreta e aperta alla comunità tutta, per abitare lo spazio digitale con informazioni chiare e puntuali», spiega don Ivan Maffeis, sottosegretario della Cei e direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali, sottolineando che «per essere una Chiesa viva e vitale dobbiamo saper stare accanto alla comunità ovunque, in spazi reali o virtuali». In questo orizzonte si colloca «il percorso formativo che mette a disposizione di operatori della comunicazione, insegnanti, animatori ma anche famiglie contributi video e testi per aiutare a comprendere meglio le regole della community, per un agire pastorale in rete attento e responsabile», rileva Maffeis.


Per iscriversi non servono requisiti particolari: basta registrarsi sulla piattaforma «Open Education» dell’Università Cattolica a questo link: https://openeducation.blackboard.com/mooc-catalog/courseDetails/view?course_id=_2535_1


Il corso, che inizierà lunedì 28 gennaio (dal 21 partirà una fase previa di conoscenza della piattaforma e di socializzazione) e si snoderà fino al 4 marzo con una settimana di recupero dall’11 marzo, «è frutto della sinergia tra l’Università Cattolica, con il Centro di ricerca sull’educazione ai media all’informazione e alla tecnologia (Cremit), e la Cei – precisa il sottosegretario Cei – attraverso una progettualità condivisa tra otto uffici della Segreteria generale».


Oltre all’Ufficio per le comunicazioni sociali, infatti, sono stati coinvolti quello Catechistico, per l’Insegna- mento della religione cattolica, per la Famiglia, per l’Educazione, la scuola e l’università, per la Pastorale delle vocazioni, il Servizio informatico e quello per la Pastorale giovanile.


Il Mooc, precisa Pier Cesare Rivoltella, docente alla Cattolica di Milano e direttore del Cremit, si soffermerà sulle questioni che hanno a che fare con il mondo dell’informazione e della comunicazione, come «la post-verità, le fake news, la costruzione della notizia, la falsificazione e l’inganno», sui temi legati «alla sensibilità della prevenzione, con focus sull’odio online e sul cyberbullismo», e su quelli dedicati alle tecnologie in chiave pastorale.


In allegato, una presentazione e la locandina del progetto.


 



 
editore |09.01.2019
nullaosta

E' stato pubblicato il Messaggio della Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana in vista della scelta di avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica nell’anno scolastico 2019-2020.

All'interno si può scaricare il testo del Messaggio.


 
Dalla redazione dell'istituto di Catechetica |16.12.2018
Cattura2

 «Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere?


Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito?


Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?


[...] In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me». 


Mt 25,37-40 



 


Buone feste dai membri dell'Istituto di Catechetica

 
Brescia
Il 18 gennaio 2019 - Brescia

 

Omelia di chiusura del Sinodo

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