FORUM «IRC»
 
 
Chianciano Terme, 30 giugno – 6 luglio 2019
ISCRIZIONI APERTE al Corso Estivo IRC |08.04.2019

Il corso estivo (IRC, e prospettive culturali e teologiche contemporanee) persegue l’obiettivo, da un lato, di identificare e analizzare alcuni degli elementi fondamentali che configurano l’orizzonte culturale e teologico odierno; dall’altro, di concretizzare le implicazioni di questi elementi tanto nella formazione degli IDR come nello sviluppo dell’IRC.


Iscrizioni aperte


CEstivoIRC.2019


Corso Residenziale Estivo 2019: programma


Scheda Iscrizione Corso Estivo 2019


 


Lettera d'invito


 


Dal 31 giugno al 6 luglio prossimi realizzeremo il Corso Estivo residenziale per Insegnanti di Religione in servizio a Chianciano Terme (SI). Abbiamo iniziato il nuovo Progetto triennale 2017-2020 del titolo: «Giovani generazioni e ricostruzione del cristianesimo».


Voglio dare alcune indicazioni utili per le persone che desiderano iscriversi e partecipare a questo corso.


Il Progetto è stato presentato al Servizio per l’Insegnamento della Religione Cattolica della CEI il 25 marzo, che l’ha portato al MIUR il giorno 26 marzo. è ora in fase di studio da parte della Commissione Ministeriale. È stato chiesto il finanziamento al MIUR.


Quest’anno è stato scelto l’Hotel Sole di Chianciano Terme (SI).


Sono stati chiesti 50 posti. Quindi il finanziamento andrà alle prime 50 persone che si iscrivano. Giunti a quel numero si elaborerà una lista di attesa.


Il finanziamento del MIUR prevede il vitto e l’alloggio dal 30 giugno al 6 luglio (6 giorni) in camera doppia. Copre anche la tassa di soggiorno. Chi, per motivi personali, voglia usufruire di camera singola dovrà pagare la differenza. Così come chi desidera arrivare un giorno prima o partire un giorno dopo.


È previsto pure un rimborso spese per il viaggio, ma a condizioni molto precise e restrittive.


Si devono utilizzare i mezzi pubblici e quelli più economici (treni, pullman, aereo). Si deve consegnare la documentazione originale (biglietti, carte d’imbarco). Deve essere lo stesso il luogo di partenza e di ritorno. Il passeggero può partire un giorno prima dell’inizio del corso e rientrare un giorno dopo la conclusione. Si deve dimostrare che i biglietti sono stati utilizzati. Per i viaggi in aereo non basta la prenotazione del viaggio, è necessaria la carta di imbarco. Non si possono fare soste intermedie di qualche giorno durante il viaggio di andata o di ritorno. Non è previsto il rimborso per chi sceglie di utilizzare i mezzi propri.


Vi chiedo di far conoscere l’iniziativa ad altre/i nuove/i colleghe/i e di invitarli a partecipare.


Trovate la scheda di iscrizione e il programma nella pagina web rivistadipedagogiareligiosa.it


 



Iscrizioni e informazioni


 



Segreteria Istituto di Catechetica


Tel. 06 87290651   Fax 06 87290.354   E-mail: catechetica@unisal.it


Orario di ufficio: Martedì e Giovedì, dalle 9 alle 12.30.


Le iscrizioni al Corso Estivo devono pervenire via Mail o Fax entro il 15 giugno 2019.


 


Corrado Pastore


Direttore Istituto di Catechetica


Università Pontificia Salesiana, Roma     

 
ISTITUTO DI CATECHETICA |16.04.2019
Cattura

«Cristo vive. Egli è la nostra speranza e la più bella giovinezza di questo mondo. Tutto ciò che Lui tocca diventa giovane, diventa nuovo, si riempie di vita. [...] Lui è in te, Lui è con te e non se ne va mai».    Christus vivit, 1-2.


L'istituto di catechetica vi augura Buona Pasqua!


Pasqua2019

 
dal 1 al 13 settembre 2019
Istituto di Teologia Pastorale – Istituto di Catechetica-UPS |08.04.2019
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Il viaggio ha come primi destinatari gli studenti dell’Istituto di Teologia Pastorale e dell’Istituto di Catechetica dell’Università Pontificia Salesiana (Facoltà di Teologia e Facoltà di Scienze dell’Educazione).
Ma è aperto anche alla partecipazione di studenti delle altre Facoltà e degli altri Istituti della stessa Università. E di studenti delle altre Università Pontificie, nonché di altre persone interessate.

 


 


2. Caratteristiche




  • È soprattutto un viaggio di studio con obiettivi specifici.




  • Include pure la dimensione del pellegrinaggio ai luoghi santi delle fede.




  • Ha anche interesse culturale.




 


3. Gli obiettivi

Mediante la visita diretta e approfondita dei principali luoghi visitati e un’accurata riflessione si mira a procurare ai partecipanti:


1. Un aggiornamento biblico: storico, esegetico, archeologico.


2. Un approfondimento e un’ulteriore qualifica della propria formazione (teologico-pastorale-catechetica) a contatto con i luoghi biblici della storia della salvezza.


3. Un arricchimento della propria vita personale di fede.


 


4. Note tecniche


  • La partecipazione al Viaggio di studio è condizionata alla condivisione degli obiettivi sopra indicati e delle dinamiche corrispondenti.




  • Durata del viaggio: tredici giorni (dal 1° al 13 settembre). Si soggiornerà in case religiose e in alberghi. In genere si alloggerà in camere doppie (qualche eccezionale camera singola, se c'è, dovrà venire ulteriormente pagata).




  • Spesa globale: biglietto aereo di andata e ritorno, assicurazione, soggiorno di tredici giorni in Giordania, Palestina, Israele, (camera doppia, vitto, non incluse le bevande), i viaggi al loro interno, le conferenze e l’ingresso ai numerosi luoghi da visitare, le tasse di frontiera, le mance da dare, ecc.: € 1.950.00 (soggetto alle variazioni dell’€ rispetto al $). La camera singola costa € 420 in più.




 


5. Iscrizioni

Si fanno presso il prof. Corrado Pastore (vedi sotto) con la consegna della Scheda di iscrizione e il versamento della quota di partecipazione.


 


Responsabili dell'organizzazione del Viaggio:

proff. - Corrado Pastore – Xavier Matoses


 


Prenotazioni: presso prof. Corrado Pastore (tel. 06.87290202; int. 2202;


e-mail: pastore@unisal.it)


 


SCARICA PROGRAMMA:


TS 2019 Programma 1-13 settembre


 


 
editore |06.03.2019
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Benedetto XVI, in  prossimità della Quaresima, accogliendo le parole di Papa Francesco nel suo messaggio per questo periodo liturgico, ho voluto raccogliere una serie di atti di carità che spesso trascuriamo , ma che nella loro semplicità sono manifestazioni concrete dell’amore di Dio. Un cuore che Lo ha incontrato non può rimanere indifferente agli altri. Non priviamo gli altri del nostro sorriso, della nostra allegria, della speranza che ci dà Cristo! Il mondo ne ha bisogno.


“Per vivere questa testimonianza della carità, l’incontro con il Signore che trasforma il cuore e lo sguardo dell’uomo è dunque indispensabile. In effetti, è la testimonianza dell’amore di Dio per ognuno dei nostri fratelli in umanità a dare il vero senso della carità cristiana. Questa non si può ridurre a un semplice umanesimo o a un’opera di promozione umana. L’aiuto materiale, per quanto necessario, non è il tutto della carità, che è partecipazione all’amore di Cristo ricevuto e condiviso. Ogni opera di carità autentica è dunque una manifestazione concreta dell’amore di Dio per gli uomini e perciò diviene annuncio del Vangelo. In questo tempo di Quaresima, che i gesti di carità, generosamente compiuti, permettano a ognuno di progredire verso Cristo, Lui che non smette mai di andare incontro agli uomini!”


1 Sorridere. Un cristiano è sempre allegro!
Non ce ne rendiamo conto, ma quando sorridiamo alleggeriamo il carico a chi ci circonda. Quando camminiamo per strada, al lavoro, a casa, all’università… La felicità del cristiano è una benedizione per gli altri e per se stessi. Chi ha Cristo nella vita non può essere triste!


 


2.Ringraziare sempre (anche se non si è tenuti a farlo)
Non abituiamoci mai a ricevere perché abbiamo bisogno di una cosa o perché “abbiamo diritto ”. Tutto viene ricevuto come un dono, nessuno “ce lo deve”, anche se abbiamo pagato per averlo. Ringrazia sempre. Chi è grato è più felice.


3 Ascoltare la storia dell’altro, senza pregiudizi, con amore.
Cosa può renderci più umani del saper ascoltare? Ogni storia che ti viene raccontata ti unisce di più all’altro: i figli, il partner, il capo, il professore, le loro preoccupazioni e le loro gioie… sai che non sono solo parole, ma parti della loro vita che devono essere condivise.


4 Sollevare il morale di qualcuno
Sai che alcune cose non gli vanno bene o che non vanno affatto bene e non sai cosa fare. Decidi di strappargli un sorriso per fargli sapere che non va tutto a rotoli. È sempre bello sapere che c’è qualcuno che ti vuole bene e che ci sarà sempre malgrado le difficoltà.


5 Fermarti ad aiutare. Essere attento a chi ha bisogno di te
Cos’altro possiamo dire? Non importa se è un problema di matematica, una semplice domanda o qualcuno che ha fame, l’aiuto non è mai troppo! Tutti abbiamo bisogno degli altri. Anche se in genere aiuti, ricorda che anche tu hai bisogno di aiuto.


6 Ricordare agli altri quanto li ami
Tu sai che li ami… e loro? Le carezze, gli abbracci e le parole non sono mai troppi. Se Gesù non si fosse fatto carne, non avremmo mai capito che Dio è Amore.


7 Celebrare le qualità o i successi altrui
In genere tacciamo su ciò che ci piace e ci rallegra degli altri: i loro successi, le loro qualità, i loro atteggiamenti positivi. Espressioni semplici come “Auguri!”, “Sono molto felice per te” o “Questo colore ti sta molto bene” rallegrano l’altro e ci aiutano a vederci tra noi come Dio ci vede.


 


8 Salutare con gioia le persone che si incontrano quotidianamente
Parliamo di chi apre la porta, di chi pulisce, di chi risponde alle telefonate. Li vedi ogni giorno e salutandoli ricordi loro che ciò che fanno è importantissimo. Sia il tuo lavoro che il loro si svolgono più volentieri se fai vedere loro che sono preziosi per gli altri, che la loro presenza cambia le cose.


9 Correggere con amore, non tacere per paura
Correggere è un’arte. Spesso ci troviamo in situazioni che non sappiamo gestire. Il metodo migliore è l’amore. L’amore non solo sa correggere, ma sa perdonare, accettare e andare avanti. Non avere paura di correggere e di essere corretto, è una dimostrazione del fatto che gli altri puntano su di te e vogliono che tu sia migliore.


10 Aiutare quando è necessario perché l’altro riposi


Accade in famiglia: quando uno riposa un altro lavora. Non c’è niente di più bello che sapere che qualcun altro ha già iniziato a fare qualcosa di cui avevi bisogno o che puoi sempre chiedere aiuto. Quando ci aiutiamo a farci carico delle responsabilità quotidiane, la vita è più leggera.


11 Selezionare ciò che non usi e regalarlo a chi ne ha bisogno


Hai mai pensato che la maglietta preferita di quando avevi 17 anni ora è la maglietta preferita di un’adolescente che non ha molti vestiti? Se sei un fratello maggiore lo sai. Per questo è bene abituarci a valorizzare ciò che abbiamo, e se abbiamo più di quello che ci serve, donarlo ci riempie il cuore e protegge un altro dal freddo.


12 Avere piccole accortezze nei confronti di chi ci sta accanto
Sai ciò che gli piace più di chiunque altro, perché non approfittarne? Niente fa più piacere di quello che viene donato con amore. L’altro guadagna qualche minuto di riposo e tu un sorriso autentico. Uscire da sé e pensare agli altri è sempre meglio e rallegra il cuore


13 Pulire quello che usi in casa
Se vivi con la tua famiglia o già vivi fuori casa, sai quanto sia importante raccogliere e pulire quello che usi. C’è una voce dentro di te che ti dice che dovresti aiutare un po’ di più… E sorprendentemente ti senti molto bene a farlo.


14 Aiutare gli altri a superare gli ostacoli
Da piccoli lo facevamo, perché non farlo anche ora? Aiutare a raggiungere l’autobus, a caricare le valigie, ad attraversare la strada o regalare qualche moneta per poter pagare. Questi dettagli non si dimenticano mai. Sei la persona strana che crede ancora nell’umanità.


15 Telefonare  ad una persona sola
Essere attento a ciò di cui ha bisogno o semplicemente sapere come sta è qualcosa che non ti costa molto ed è un enorme gesto di gratitudine.

 
Suor Roberta Vinerba, commenta il messaggio del Papa |06.03.2019
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Con il Mercoledì delle Ceneri inizia la Quaresima, il periodo che precede la Pasqua. E' giorno di digiuno e di astinenza dalle carni, pratica quest'ultima che la Chiesa richiede per tutti i venerdì dell’anno. Il tema scelto da Papa Francesco per il tempo liturgico che iniziamo a vivere da oggi, è: "L’ardente aspettativa della creazione è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio" (Rm 8,19). In Terris, ne ha parlato con Suor Roberta Vinerba, teologa e prima donna a guidare l’Istituto superiore di scienze religiose (Issra) di Assisi, collegato alla Pontificia università lateranense.


Qual è il significato biblico delle Ceneri?
“La teologia biblica rivela un duplice significato dell'uso delle ceneri. Prima di tutto rappresentano la fragilità, la precarietà, dell'uomo: Abramo rivolgendosi a Dio dice: ‘Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere...’ (Gen 18,27). Questo non vuol dire però che Dio ci abbia creati manchevoli in qualcosa. E’ proprio la nostra condizione di creatura a renderci indigenti perché la vita la riceviamo in dono. Noi siamo creature amate che tutto ricevono e che su questa Terra sperimentano la propria condizione di precarietà. Ma la cenere è anche il segno esterno di colui che si pente del proprio agire malvagio e decide di compiere un rinnovato cammino verso il Signore. Particolarmente noto è il testo biblico della conversione degli abitanti di Ninive a motivo della predicazione di Giona: ‘I cittadini di Ninive credettero a Dio e bandirono un digiuno, vestirono il sacco, dal più grande al più piccolo. Giunta la notizia fino al re di Ninive, egli si alzò dal trono, si tolse il manto, si coprì di sacco e si mise a sedere sulla cenere’ (Gio 3,5-9). Anche Giuditta invita tutto il popolo a fare penitenza affinché Dio intervenga a liberarlo: ‘Ogni uomo o donna israelita e i fanciulli che abitavano in Gerusalemme si prostrarono davanti al tempio e cosparsero il capo di cenere e, vestiti di sacco, alzarono le mani davanti al Signore’ (Gdt 4,11).


Che cosa rappresentano oggi?
“Oggi più che mai abbiamo bisogno di ‘qualcuno’ che ci ricordi che siamo cenere e cenere torneremo. L’uomo infatti nonostante i progressi della scienza, della tecnologia, resta sempre una creatura precaria, debole. Pertanto le ceneri sono una memoria che parla alla nostra superbia ogni volta che ci sentiamo onnipotenti e pensiamo di essere noi stessi gli autori della nostra vita. Ma anche un invito a rendere il nostro tempo pieno d’amore, proprio perchè essendo così effimero, non sappiamo quando finirà”.


Le famiglie come vivono questo momento?
“Purtroppo la vita sempre più frenetica, il consumismo, la mancanza di valori, hanno fatto perdere il senso di questa giornata. Oggi solo chi ha un’esperienza di Dio che è fatta di eucaristia domenicale, di una prossimità ai luoghi della Chiesa, dà importanza alle ceneri. La maggioranza delle persone ha invece perso anche la memoria che vi sia un Mercoledì delle Ceneri o una Quaresima. Questo ci dice tanto. Ci indica la necessità di una nuova evangelizzazione che parli all’uomo di oggi che mai come nella storia, ha bisogno di ricordarsi chi è”.


Il messaggio per la Quaresima 2019 di Papa Francesco, prende le mosse dalle parole di San Paolo…
“C’è un passaggio che mi ha particolarmente colpito, quando il Santo Padre parla della differenza fra mangiare e divorare. ‘Digiunare – si legge nel messaggio – significa imparare a cambiare il nostro atteggiamento verso gli altri e le creature: dalla tentazione di divorare tutto per saziare la nostra ingordigia, alla capacità di soffrire per amore, che può colmare il vuoto del nostro cuore’. Ecco con queste parole Papa Francesco, ci invita a riflettere sul fatto che viviamo in un tempo vorace dal punto di vista globale. Noi divoriamo tutto. Divoriamo con un ritmo velocissimo le relazioni, che apriamo e chiudiamo in un istante, divoriamo le esperienze. Chi divora è qualcuno che non assapora, che è incapace di assaporare. Mentre il nutrirsi ha come finalità lo stare in salute, la convivialità e anche il rendere grazie a Dio per la bontà di un cibo che diventa cultura, un modo di relazionarsi con gli altri. Chi divora invece non fa attenzione né all’altro né a ciò che mangia, ma è qualcuno che in maniera compulsiva deve riempire se stesso. Divorare è l’attitudine di chi tutto ingloba dentro di sé e tutto macina, dalle relazioni alle persone, dal cibo al creato, alla natura, all'ambiente. Per questo credo che la strada indicataci da Bergoglio sia estremamente importante, in un tempo che divora il tempo, che è riempito di tante cose, ma che alla fine ci fa ritrovare senza aver assaporato niente". 


I digiuni e i fioretti oggi hanno ancora un senso?
“Hanno un senso nella misura in cui noi capiamo che il digiuno è educazione, non solo a prendere consapevolezza di chi sono, del mio stato di precarietà, ma anche che non è sempre possibile soddisfare i propri bisogni. Educazione all’attesa, perché non è possibile avere tutto subito. Ma anche alla solidarietà, al valore del sentirsi in empatia con chi questo digiuno è costretto a farlo non per scelta ma per necessità. Digiuno, è un luogo potremmo dire per noi nuovo, anche se le sue radici sono antiche. L’importante però è che non sia un esercizio di ascesi fine a se stesso che riempie addirittura il nostro orgoglio, ma che sia finalizzato all’amore, alla relazione. Il digiuno dev'essere infatti una possibilità di amare qualcuno. Quindi anche il rinunciare a qualche cosa diventa importante perché la rinuncia ha come finalità l’amore. Senza amore, il digiuno diventa addirittura un gesto dannoso perché serve solo a riempire la nostra superbia”.


Che Quaresima ci attende…
“La Quaresima è un cammino che ci aiuta a valutare la nostra vita. Quando si parte per un viaggio dobbiamo pensare a cosa portare con noi, a fare una lista di ciò che è veramente utile e necessario. Perché chi cammina deve stare leggero. Quindi anche l’elemosina, il digiuno, la carità, sono esercizi, strumenti, di alleggerimento di un’attitudine alla vita che invece ci vede sempre più ‘sopraccoperti’, tendenti all’accumulo, ad avere di più, ad essere appunto voraci. Ecco la Quaresima è dunque un’opportunità per cominciare un cammino di vita nuovo, libero da tutto ciò che è dannoso e superfluo”.


https://www.interris.it/

 
«L’ardente aspettativa della creazione è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio» (Rm 8,19)
editore |05.03.2019
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Cari fratelli e sorelle,


ogni anno, mediante la Madre Chiesa, Dio «dona ai suoi fedeli di prepararsi con gioia, purificati nello spirito, alla celebrazione della Pasqua, perché […] attingano ai misteri della redenzione la pienezza della vita nuova in Cristo» (Prefazio di Quaresima 1). In questo modo possiamo camminare, di Pasqua in Pasqua, verso il compimento di quella salvezza che già abbiamo ricevuto grazie al mistero pasquale di Cristo: «nella speranza infatti siamo stati salvati» (Rm 8,24). Questo mistero di salvezza, già operante in noi durante la vita terrena, è un processo dinamico che include anche la storia e tutto il creato. San Paolo arriva a dire: «L’ardente aspettativa della creazione è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio» (Rm 8,19). In tale prospettiva vorrei offrire qualche spunto di riflessione, che accompagni il nostro cammino di conversione nella prossima Quaresima.


1. La redenzione del creato


La celebrazione del Triduo Pasquale della passione, morte e risurrezione di Cristo, culmine dell’anno liturgico, ci chiama ogni volta a vivere un itinerario di preparazione, consapevoli che il nostro diventare conformi a Cristo (cfr Rm 8,29) è un dono inestimabile della misericordia di Dio.


Se l’uomo vive da figlio di Dio, se vive da persona redenta, che si lascia guidare dallo Spirito Santo (cfr Rm 8,14) e sa riconoscere e mettere in pratica la legge di Dio, cominciando da quella inscritta nel suo cuore e nella natura, egli fa del bene anche al creato, cooperando alla sua redenzione. Per questo il creato – dice san Paolo – ha come un desiderio intensissimo che si manifestino i figli di Dio, che cioè quanti godono della grazia del mistero pasquale di Gesù ne vivano pienamente i frutti, destinati a raggiungere la loro compiuta maturazione nella redenzione dello stesso corpo umano. Quando la carità di Cristo trasfigura la vita dei santi – spirito, anima e corpo –, questi danno lode a Dio e, con la preghiera, la contemplazione, l’arte coinvolgono in questo anche le creature, come dimostra mirabilmente il “Cantico di frate sole” di San Francesco d’Assisi (cfr Enc. Laudato si’, 87). Ma in questo mondo l’armonia generata dalla redenzione è ancora e sempre minacciata dalla forza negativa del peccato e della morte.


2. La forza distruttiva del peccato


Infatti, quando non viviamo da figli di Dio, mettiamo spesso in atto comportamenti distruttivi verso il prossimo e le altre creature – ma anche verso noi stessi – ritenendo, più o meno consapevolmente, di poterne fare uso a nostro piacimento. L’intemperanza prende allora il sopravvento, conducendo a uno stile di vita che vìola i limiti che la nostra condizione umana e la natura ci chiedono di rispettare, seguendo quei desideri incontrollati che nel libro della Sapienza vengono attribuiti agli empi, ovvero a coloro che non hanno Dio come punto di riferimento delle loro azioni, né una speranza per il futuro (cfr 2,1-11). Se non siamo protesi continuamente verso la Pasqua, verso l’orizzonte della Risurrezione, è chiaro che la logica del tutto e subito, dell’avere sempre di più finisce per imporsi.


La causa di ogni male, lo sappiamo, è il peccato, che fin dal suo apparire in mezzo agli uomini ha interrotto la comunione con Dio, con gli altri e con il creato, al quale siamo legati anzitutto attraverso il nostro corpo. Rompendosi la comunione con Dio, si è venuto ad incrinare anche l’armonioso rapporto degli esseri umani con l’ambiente in cui sono chiamati a vivere, così che il giardino si è trasformato in un deserto (cfr Gen 3,17-18). Si tratta di quel peccato che porta l’uomo a ritenersi dio del creato, a sentirsene il padrone assoluto e a usarlo non per il fine voluto dal Creatore, ma per il proprio interesse, a scapito delle creature e degli altri.


Quando viene abbandonata la legge di Dio, la legge dell’amore, finisce per affermarsi la legge del più forte sul più debole. Il peccato che abita nel cuore dell’uomo (cfr Mc 7,20-23) – e si manifesta come avidità, brama per uno smodato benessere, disinteresse per il bene degli altri e spesso anche per il proprio – porta allo sfruttamento del creato, persone e ambiente, secondo quella cupidigia insaziabile che ritiene ogni desiderio un diritto e che prima o poi finirà per distruggere anche chi ne è dominato.


3. La forza risanatrice del pentimento e del perdono


Per questo, il creato ha la necessità impellente che si rivelino i figli di Dio, coloro che sono diventati “nuova creazione”: «Se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove» (2 Cor 5,17). Infatti, con la loro manifestazione anche il creato stesso può “fare pasqua”: aprirsi ai cieli nuovi e alla terra nuova (cfr Ap 21,1). E il cammino verso la Pasqua ci chiama proprio a restaurare il nostro volto e il nostro cuore di cristiani, tramite il pentimento, la conversione e il perdono, per poter vivere tutta la ricchezza della grazia del mistero pasquale.


Questa “impazienza”, questa attesa del creato troverà compimento quando si manifesteranno i figli di Dio, cioè quando i cristiani e tutti gli uomini entreranno decisamente in questo “travaglio” che è la conversione. Tutta la creazione è chiamata, insieme a noi, a uscire «dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio» (Rm 8,21). La Quaresima è segno sacramentale di questa conversione. Essa chiama i cristiani a incarnare più intensamente e concretamente il mistero pasquale nella loro vita personale, familiare e sociale, in particolare attraverso il digiuno, la preghiera e l’elemosina.


Digiunare, cioè imparare a cambiare il nostro atteggiamento verso gli altri e le creature: dalla tentazione di “divorare” tutto per saziare la nostra ingordigia, alla capacità di soffrire per amore, che può colmare il vuoto del nostro cuore. Pregare per saper rinunciare all’idolatria e all’autosufficienza del nostro io, e dichiararci bisognosi del Signore e della sua misericordia. Fare elemosina per uscire dalla stoltezza di vivere e accumulare tutto per noi stessi, nell’illusione di assicurarci un futuro che non ci appartiene. E così ritrovare la gioia del progetto che Dio ha messo nella creazione e nel nostro cuore, quello di amare Lui, i nostri fratelli e il mondo intero, e trovare in questo amore la vera felicità.


Cari fratelli e sorelle, la “quaresima” del Figlio di Dio è stata un entrare nel deserto del creato per farlo tornare ad essere quel giardino della comunione con Dio che era prima del peccato delle origini (cfr Mc 1,12-13; Is 51,3). La nostra Quaresima sia un ripercorrere lo stesso cammino, per portare la speranza di Cristo anche alla creazione, che «sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio» (Rm 8,21). Non lasciamo trascorrere invano questo tempo favorevole! Chiediamo a Dio di aiutarci a mettere in atto un cammino di vera conversione. Abbandoniamo l’egoismo, lo sguardo fisso su noi stessi, e rivolgiamoci alla Pasqua di Gesù; facciamoci prossimi dei fratelli e delle sorelle in difficoltà, condividendo con loro i nostri beni spirituali e materiali. Così, accogliendo nel concreto della nostra vita la vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte, attireremo anche sul creato la sua forza trasformatrice.


Dal Vaticano, 4 ottobre 2018,
Festa di San Francesco d’Assisi


Francesco

 
editore |01.03.2019
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Negli anni Cinquanta seppe emancipare il cinema dallo sguardo un po' sospettoso che la Chiesa gli aveva fino ad allora riservato. Attraverso il metodo critico e il cineforum. Così è riassumibile l’opera di don Giuseppe Gaffuri, scomparso 60 anni fa trentottenne. È stato ricordato lo scorso mese  in un convegno all’Università Cattolica organizzato dalla Diocesi di Milano, l’Acec (Associazione cattolica esercenti cinema) e le Sale della Comunità.


L’arcivescovo Mario Delpini ha ricordato come anche il suo paese natale, Jerago con Orago (VA), si fosse «dotato di una delle sale più grandi della provincia di Varese». In diverse parrocchie, questi saloni del cinema sono di recente stati chiusi per i costi e le restrizioni introdotte dalle normative sulla sicurezza, mentre altre sono state trasformate in sale della comunità. Oggi come allora, «il cinema, il campo da calcio, o il bar dell’oratorio – continua l’arcivescovo – possono essere vissuti come cittadelle separate dalla pastorale. Al contrario, don Gaffuri ha coniugato la passione per la cultura con quella per il Vangelo». E per questo è passato alla storia come il “prete del cinema”, l’inventore del Cineforum e della “pedagogia dello spettacolo”.


Spiega Pier Cesare Rivoltella, direttore del Centro di Ricerca sull'Educazione ai Media, all'Informazione e alla Tecnologia (Cremit – www.cremit.it) della Cattolica: «Aveva intuito che leggere le immagini cinematografiche significa imparare a leggere la semiosfera in cui siamo immersi. E Gaffuri lo ha fatto in prospettiva sociale, proponendo il cineforum come spazio di educazione al pensiero critico, ma anche come scuola di partecipazione civile». Insomma, educare attraverso il cinema significava trasferire le idee del cristianesimo non in modo dogmatico, ma con la capacità di penetrare nel mondo reale della comunicazione di massa.


Il sacerdote, che insegnava religione al Liceo scientifico Vittorio Veneto, arrivò a Milano nel 1947, nella parrocchia di San Paolo. Iniziò a proporre ai parrocchiani la visione di alcuni film, finché nel 1951 il cineforum – un termine coniato dal domenicano padre Felix Morlion, all’Università Pro Deo di Roma, oggi Luiss – si trasferiva nella sala dell’istituto Gonzaga, nei pressi della Stazione Centrale. Dal 1953 divenne il Centro Studi Cinematografici, con oltre 10mila spettatori l’anno e una programmazione che si differenziava in base all’età e al pubblico.


Intanto Gaffuri, direttore del Centro, organizzava corsi di formazione per coloro che conducevano i cineforum, girava l’intera diocesi per supportare le sale parrocchiali. Proprio tornando da una di queste serate, sulla strada tra Como e Milano, morì improvvisamente in un incidente stradale, nel 1958. E commuove la testimonianza del suo autista, sceso pochi minuti prima dalla macchina del sacerdote, nel documentario “Don Gaffuri, il prete del cinema” di Simone Pizzi, proiettato nel convegno alla Cattolica. Racconta il sacerdote attraverso otto voci che costituiscono un’interessante finestra sul mondo cattolico degli anni Cinquanta: dal regista teatrale Paolo Pivetti (padre di Veronica e Irene) alla parrocchiana Maria Pia Massone e collaboratori come l’ex ministro Piero Giarda. «Il primo giorno entrò in classe – racconta un suo allievo al liceo – facendo finta di essere un handicappato, incespicava, non ci vedeva bene. Voleva vedere i comportamenti dei vari alunni».


Paolo Alfieri, esperto di storia degli oratori, ha rievocato quel periodo nella Diocesi guidata dal cardinal Schuster: «Era in corso la riflessione pedagogica sulla necessità di creare “gli oratori per i grandi”, superando una visione paternalistica sui giovani». La cronaca giornalistica, con immagini simili a quelle che anche oggi capita di sentire, restituiva l’immagine – un discorso degli adulti sui giovani – di una generazione perduta, bruciata e svogliata, ben rappresentata ne “I vitelloni” di Fellini (1953) e ne “I vinti” di Antonioni (1952). «In generale – continua Alfieri – i pedagogisti e la Chiesa guardavano con preoccupazione all’affermarsi delle sale cinematografiche a Milano». Lo stesso Schuster sosteneva che per le parrocchie il cinema, «moralmente dubbio», era come «maneggiare una rivoltella», consigliandone un «uso molto cauto».


La risposta di don Gaffuri fu abituare il giovane a sviluppare un giudizio proprio di fronte allo schermo, anche se il soggetto è convolto emotivamente. Da qui il suo metodo, scandito da tre momenti: la presentazione preliminare di un esperto, la visione del film (rigorosamente selezionato) e la proposta di alcune domande a partire dai contenuti. Diverso, ad esempio, dal metodo più direttivo usato dai salesiani, che interrompevano in più punti la visione del film per mantenere vigile lo sguardo dello spettatore.


Intanto l’educazione attraverso il cinema di Gaffuri guadagnava consensi: lo appoggia il quotidiano cattolico L’Italia, Montini che dal ’54 guida la Diocesi, la Federazione degli oratori (Fom), nel 1956 si svolge all’Università Cattolica il primo congresso dell’Acec.


Il “prete del cinema” seppe inoltre non curarsi dei giudizi moralistici di un certo tipo di critica verso film molto discussi, come “La strada” di Fellini, che, messo al bando dal circuito ufficiale, ottenne invece successi nei cineforum cattolici. Da qui lo sguardo al presente: «Ripensare – continua Pier Cesare Rivoltella, docente di Didattica e Tecnologie dell’istruzione – il valore educativo del cinema nell’attuale congiuntura culturale è di grande importanza. Come la letteratura, il cinema ha una forte iscrizione autoriale, consente di sviluppare il senso estetico, risponde alle stesse logiche narrative di cui sono oggi testimonianza i social media». 


Per il direttore del Cremit, al tempo del Web 2.0, della società visuale e della post-verità (la tendenza a far prevalere le emozioni e le convinzioni personali rispetto alla veridicità dei fatti), serve un surplus di lettura critica: «Mediare i media è un compito chiave dell’educazione in una società che ha rimosso qualsiasi mediazione inseguendo la pubblicazione immediata. Apparentemente non c’è più bisogno degli apparati per comunicare, ciascuno può pubblicare video e notizie. In realtà, lavorare nello spazio dei media, attraverso i tutor di comunità e il costrutto delle tecnologie di comunità, vuol dire tornare a ragionare di comunità, costruendo cittadinanza».


16/01/2019

 
editore |25.02.2019
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Riccardo ha smontato pezzo per pezzo l’idea consolidata che si ha dell’adolescenza, partendo dalla premessa che questa fase della vita sia un po’ “un’invenzione”. Rachele ha immaginato una Stele di Rosetta 2.0, in grado di leggere le emoji, vere protagoniste della comunicazione contemporanea, sottolineando però l’importanza del recupero della diversità e della non omologazione del linguaggio. Sara ha spiegato come sia necessario ribaltare la convenzione che relega la dislessia a problema, sostenendone al contrario il valore aggiunto. Morr di anni ne ha 18. Viene dal Gambia ed è arrivato in Italia due anni fa. “Non so cosa quale il futuro nel Mondo, ma voglio raccontarvi la mia storia. Mi piace l’idea di parlare del futuro. Quando ho lasciato il Gambia sognavo di studiare e mettere su famiglia, poi il futuro è diventato salvarmi”.


Riccardo, Rachele, Sara e Morr sono 4 dei 12 under 18 che sabato pomeriggio hanno declinato il loro “Alfabeto del Futuro” al terzo TedxYouth, a Roma (dopo 2 anni a Bologna) all’Auditorium della Conciliazione. I 12 Millennials, scelti fra 150 mila candidature, hanno interpretato il domani: leggendo il presente e innestando sulla vita, la loro vita, una riflessione sul futuro. Da una parte confrontandosi con assiomi e verità consolidate, dall’altra creando mondi nuovi. 


A dare il ‘benvenuto a tutti’, Emilia Garito, imprenditrice e organizzatrice di TEDxYouth Roma (e anche di TEDx Roma) che ha aperto l’appuntamento presentando l’esibizione della Piccola Orchestra di Tor Pignattara, ensemble multietnico di ragazzi fra i 13 e i 18 anni. “Abbiamo bisogno dei giovani per capire come immaginano un futuro di cui saranno i protagonisti - ha detto Emilia prima, a margine - TEDxYouth è un momento di incontro e riflessione importante, per i giovani, ma anche per gli adulti”.


Ha ricordato che TEDxYouth “non è un evento organizzato solo dal team di TEDxRoma, ma da diversi team di città italiane che hanno lavorato all'evento per 6 mesi. Un appuntamento per i giovani, promosso dalla community TEDx italiana in maniera coesa e in collaborazione con il MIUR”.


Riccardo: l’adolescenza è un brufolo che ti viene nel cuore

“Quando ero piccolo volevo crescere, volevo diventare un adolescente. Quando lo sono diventato non era così bello come mi aspettavo. Ero cambiato, mi comportavo da adolescente, perché doveva andare così”. Con queste parole ha aperto la serie degli interventi Riccardo Camarda, giovane vicentino che ha raccontato la sua ‘Profezia dell’adolescenza’. Riccardo, dopo aver studiato le teorie di psicologi, economisti ed antropologi, è arrivato ad essere un sostenitore dell’invenzione dell’adolescenza. “Noi adolescenti siamo schiavi”, sacrificati al progresso e al consumo. “In un mondo di solitudine dobbiamo etichettarci e andare contro corrente fa paura. Dobbiamo cambiare. È urgente ed un nostro dovere. E’ un cambiamento che ci costerà il coraggio di accendere la luce e vedere quello che abbiamo ignorato”. La sua profezia? “Molti ce la possono fare”.


Le emoji di Rachele

La riflessione di Rachele ha per protagoniste invece le le emoji “quelle faccine che che spadroneggiano nei nostri messaggi  e che non possono mancare in un alfabeto del futuro, sono icone di cui non possiamo fare più a meno”. Le emoji, ricorda però Rachele, non ammettono diseguaglianze e appiattiscono le diversità. “L’omologazione è un processo che va arrestato”. In che modo? “Partendo proprio dalle emoji”. Rachele immagina una sorta di “Stele di rosetta 2.0 per interpretare le faccine in modo corretto” e immaginare un “avvenire basato sulla diversità e l’arricchimento”.


I colori di Benedetta

Benedetta viene da Jesi. “Mi affascina tutto ciò che appartiene al mondo della fotografia e della grafica. All’Auditorium della Conciliazione il suo intervento era intitolato ‘Percezione e marketing: come il colore influenza l’economia’. “Per me - ha detto - il colore è l’alfabeto del futuro”.


La storia di Morr

Se ad aprire la kermesse sono stati i suoni della Piccola Orchestra di Tor Pignattara (“Vogliamo continuare a raccontarci con la musica prima che con il colore della pelle”, ha detto uno dei componenti storici del gruppo), a chiudere è stata la storia di Morr, che sul palco ha emozionato tutti raccontando perché ‘Il futuro non può stare fermo’. Una vicenda che ruota attorno alla sua amicizia con Domenico, ribelle e un po’ scapestrato “un gran monello”, incontrato in Sicilia, in un centro di accoglienza. “Mi ha abbracciato e mi ha detto che ero diventato suo fratello perché gli ho fatto vedere la strada giusta. Quelle parole non avevano cambiato solo il futuro di Domenico, ma anche il mio. Non pensavo che sarei stato fratello maggiore di un italiano di 13 anni. Dobbiamo smettere di dare importanza al passato. Se ci diamo una mano siamo già nel futuro, un domani mai più fermo e sicuramente migliore”.


 

 
editore |01.02.2019
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"La gioia di don Bosco è conosciuta: è il maestro della gioia, eh? Perché lui faceva gioire gli altri e giova lui stesso. E soffriva lui stesso"...


I sacerdoti siano gioiosi e guardino con gli occhi di uomo e con occhi di Dio, come ha fatto san Giovanni Bosco di cui si celebra oggi la memoria liturgica. Lo sottolinea papa Francesco alla Messa a Casa Santa Marta per esortare i sacerdoti a guardare la realtà con il cuore di un padre e di un maestro, come ha fatto don Bosco. Uno sguardo che gli ha indicato la via: ha visto quei giovani poveri sulle strade e si è commosso e quindi ha pensato modi per farli maturare. Ha camminato e pianto con loro. Lo riferisce Vatican News.


 


Guardare con occhi di di uomo e di Dio


Francesco ricorda che il giorno della ordinazione di don Bosco, la mamma, una donna umile, contadina, «che non aveva studiato nella facoltà di teologia», gli disse: «Oggi incomincerai a soffrire». Voleva certamente sottolineare una realtà ma anche attirare l’attenzione perché se il figlio si fosse accorto che non c’era sofferenza, voleva dire che qualcosa non andava bene. «È una profezia di una mamma», una donna semplice ma col cuore pieno dello spirito. Per un sacerdote quindi la sofferenza è un segnale che la cosa va bene ma non perché «faccia il fachiro» ma per quello che ha fatto don Bosco che ha avuto il coraggio di guardare la realtà con gli occhi di uomo e con gli occhi di Dio. «Lui – dice Papa Francesco - ha visto in quell’epoca massonica, mangiapreti», di «un’aristocrazia chiusa, dove i poveri erano realmente i poveri, lo scarto, lui ha visto sulle strade quei giovani e ha detto: "Non può essere!"».


«Ha guardato con gli occhi di uomo, un uomo che è fratello e papà pure, e ha detto: “Ma no, questo non può andare così! Questi giovani forse finiranno da don Cafasso, sulla forca … no, non può andare così”, e si è commosso come uomo e come uomo ha incominciato a pensare strade per fare crescere i giovani, per fare maturare i giovani. Strade umane. E poi, ha avuto il coraggio di guardare con gli occhi di Dio e andare da Dio e dire: “Ma, fammi vedere questo … questo è un’ingiustizia … come si fa davanti a questo … Tu hai creato questa gente per una pienezza e loro sono in una vera tragedia …”. E così, guardando la realtà con amore di padre – padre e maestro, dice la liturgia di oggi – e guardando Dio con occhi di mendicante che chiede qualcosa di luce, comincia ad andare avanti».


Don Giuseppe Cafasso confortava infatti i carcerati nella Torino dell’Ottocento e spesso seguiva fino al patibolo i condannati a morte. Fu grande amico di san Giovanni Bosco.


 


Un sacerdote alla mano

Il sacerdote quindi – ribadisce il Papa - deve avere «queste due polarità»: «guardare la realtà con occhi di uomo» e con «occhi di Dio». E questo significa passare «tanto tempo davanti al tabernacolo».


«Il guardare così gli ha fatto vedere la strada, perché lui non è andato con il Catechismo e il Crocifisso soltanto, “fate questo …” … I giovani gli avrebbero detto: “Buonanotte, ci vediamo domani”. No, no: lui è andato vicino a loro, con la vivacità loro. Li ha fatti giocare, li ha fatti in gruppo, come fratelli ... è andato, ha camminato con loro, ha sentito con loro, ha visto con loro, ha pianto con loro e li ha portati avanti, così. Il sacerdote che guarda umanamente la gente, che sempre è alla mano».


 


Non impiegati o funzionari

Il Papa sottolinea quindi che i sacerdoti non devono essere dei funzionari o degli impiegati che ricevono, ad esempio, «dalle 15 alle 17.30». «Ne abbiamo tanti di funzionari, bravi – prosegue - che fanno il loro mestiere, come lo devono fare i funzionari. Ma il prete non è un funzionario, non può esserlo». Il Papa quindi torna ad esortare a guardare con occhi di uomo e – promette - «arriverà a te quel sentimento, quella saggezza di capire che sono i tuoi figli, i tuoi fratelli. E poi, avere il coraggio di andare a lottare lì: il sacerdote è uno che lotta con Dio».


Il Papa sa che «sempre c’è il rischio di guardare troppo l’umano e niente il divino, o troppo il divino e niente l’umano» ma «se non rischiamo, nella vita non faremo nulla», avverte. Un papà infatti rischia per il figlio, un fratello rischia per un fratello quando c’è amore. Questo certamente comporta sofferenza, cominciano le persecuzioni, il chiacchiericcio: «questo prete sta lì, sulla strada» con questi ragazzi maleducati che con il pallone «mi rompono il vetro della finestra».


 


Don Bosco, il maestro della gioia

Il Papa quindi ringrazia Dio per «averci dato» san Giovanni Bosco che da bambino iniziò a lavorare, sapeva cosa fosse guadagnarsi il pane ogni giorno e aveva capito cosa fosse la pietà, «qual era la vera verità».


Quest’uomo – evidenzia ancora in conclusione il Papa – ha avuto da Dio un grande cuore di padre e di maestro: «E qual è il segnale che un prete va bene, guardando la realtà con gli occhi di uomo e con gli occhi di Dio? La gioia. La gioia. Quando un prete non trova gioia dentro, si fermi subito e si chieda perché. E la gioia di don Bosco è conosciuta: è il maestro della gioia, eh? Perché lui faceva gioire gli altri e giova lui stesso. E soffriva lui stesso. Chiediamo al Signore, per l’intercessione di don Bosco, oggi, la grazia che i nostri preti siano gioiosi: gioiosi perché hanno il vero senso di guardare le cose della pastorale, il popolo di Dio con occhi di uomo e con occhi di Dio».


 


Debora Donnini


https://www.avvenire.it


 

 
Cattura
presentazione del libro. lunedì 4 marzo ore:14:30

 

PAPA FRANCESCO: IL MESSAGGIO PER LA QUARESIMA 2019

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