XXII Domenica del Tempo Ordinario (A)

XXII DOMENICA TEMPO ORDINARIO

 

Lectio – Anno A

Prima lettura: Geremia 20,7-9

 

Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre; mi hai fatto violenza e hai prevalso. Sono diventato oggetto di derisione ogni giorno; ognuno si beffa di me.

Quando parlo, devo gridare, devo urlare: «Violenza! Oppressione!». Così la parola del Signore è diventata per me causa di vergogna e di scherno tutto il giorno. Mi dicevo: «Non penserò più a lui, non parlerò più nel suo nome!». Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo.

 

v Il dramma vocazionale più grave che la Bibbia registra è quello di Geremia, il giovane di Anatot che il Signore invita a salire a Gerusalemme ad annunziare la sua parola alla popolazione, agli uomini di corte, al clero, allo stesso sovrano. Un compito arduo di cui man mano che ne scopre i tragici risvolti il suo animo è attraversato da momenti di panico, di sofferenza, di sconforto. Sono le «confessioni» di Geremia: 11,18- 12,16.15,10-20; 17,12-18; 18,18-23:20,7-18.

La vocazione diventa così per l’uomo di Anatot il fardello di tutta la sua vita: l’accetta e la respinge, la benedice e la condanna. E le diatribe più frequenti e più aspre sono con Dio stesso che gli ha affidato un incarico che lo fa apparire sempre «uomo di litigi e di contese» (15,10). Egli svolge un compito benefico ed è perseguitato, mentre «la vita degli empi prospera» e «i perfidi vivono tranquilli» (12,1). Un quesito che lo tormenta a lungo ma a cui non sa dare risposta.

Lo sconforto tocca momenti di estrema esasperazione: «Me infelice, madre mia perché mi hai generato» (15,10). «JHWH, ricordati di me e soccorrimi; nella tua longanimità non farmi perire, sappi che io a causa tua sopporto oltraggi» (15,15). «Non diventare per me oggetto di spavento, tu sei il mio rifugio nel giorno della sventura» (17,17). Un dialogo sempre serrato, aperto, leale, ma qualche volta anche aggressivo. Gli sembra di essere stato ingannato. Il Signore gli aveva fatto ampie promesse: «ti renderò una città fortificata», «una colonna di ferro», «una muraglia di bronzo» (1,18); di fatto tutti «si beffano» di lui (20,7). Sembra che JHWH l’abbia allettato con un miraggio falso, come si fa con i bambini o come capita ai viandanti del deserto che a ogni riflesso di raggi solari si illudono di aver trovato uno stagno d’acqua.

La frase «mi hai sedotto» prima che un significato mistico ne ha uno realistico. Il profeta sente di essere stato aggirato come un’ingenua fanciulla che si è lasciata incantare e alla fine sopraffare dalla loquacità, dal fascino, dalla violenza del suo seduttore. L’amarezza è così grande che giunge alla risoluzione di ritirarsi dal servizio divino: «non parlerò più nel suo nome ». Sono attimi di debolezza, di confusione, di smarrimento, ma subito ritorna l’orientazione di fondo. Anche se la bocca pronuncia parole dissennate dentro di sé sente bruciare il fuoco dell’amore di Dio che lo divora e lo spinge ancora a parlare. «Trovate le tue parole io le divorai e la tua parola fu la letizia e la gioia del mio cuore» (15,16).

Geremia moriva senza aver chiarito il suo dramma, il mistero della sua chiamata, e lasciava ai suoi continuatori la sua dura eredità.

 

 

Seconda lettura: Romani 12,1-2

Fratelli, vi esorto, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale.  Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto.

 

v I pochi versetti di Rm 12 aprono la seconda parte della lettera etica e parenetica. Uscito dal giogo del «peccato» (5,1-11), dalla schiavitù della legge e della «morte» (5,12-7,25) il cristiano è una nuova creatura. Avverte ancora tutta la forza e la seduzione delle passioni e dei sensi, ma non può assecondarle poiché il suo «corpo» pur di sua appartenenza ha assunto con il battesimo una funzione nuova. Il cristiano non solo con il suo spirito ma

anche con tutta la entità fisica, pur rimanendo sulla terra, vive con un’orientazione e quasi una collocazione sopraterrestre. La sua realtà corporea, dice chiaramente Paolo, è come un’«ostia», un dono sacrificale, un’offerta fatta a Dio. È un bene che Dio ha partecipato alla creatura, ma questa ne ha fatto un presente al Signore, perciò è ormai una «cosa santa», messa a parte per far risaltare ed esaltare la santità di Dio.

Il vecchio culto si trova radicalmente rinnovato; non è più legato a un determinato luogo, ma alle persone che ovunque si trovino cercano di modellare la loro vita su quella di Cristo che ha offerto se stesso al Padre per il bene dei fratelli (Rm 3,21-31). La comunità cristiana secondo Paolo nel suo insieme e nei suoi componenti crea intorno a sé come un’area di sacralità e di santità: un monito per quelli che vi appartengono e una testimonianza salutare per quelli che son fuori. È un’oasi in cui regna la serenità, la pace, l’amicizia con Dio, la carità. Da essa sale a Dio e si espande all’intorno un soave odore che scaturisce dalla vita virtuosa e santa dei suoi componenti. È un sacrificio spirituale perché mosso e guidato dallo Spirito, cioè dall’amore stesso di Dio, diffuso in tutti i suoi figli (Rm 8).

Paolo adopera il linguaggio sacrificale e forse fa riferimento alla portata teologica dei sacrifici del tempio alla cui luce interpreta anche il sacrificio della croce, ma le vedute teologiche dell’apostolo non coincidono automaticamente con il pensiero di Dio. L’offerta che il cristiano è invitato a fare di se stesso, anche se richiesta da Dio, non è tanto per confermare o ampliare la sua gloria, che è piena e nessuno può rendere più grande, quanto il bene, la promozione, la salvezza dell’uomo, sempre in pericolo e sempre a rischio. È questo il modo di condividere «la misericordia di Dio», cioè la sua capacità di comprensione e di perdono, verso tutti gli uomini, particolarmente i più bisognosi, ovvero i più piccoli dei fratelli (cf. Mt 25,40). Gesù nel discorso della montagna chiede di essere misericordiosi come il Padre (Lc 6,36), «perfetti» come lui che sa mandare il sole e la pioggia a tutti anche a quelli che non la meritano (Mt 5,43-48).

È quanto in altre parole chiede Paolo ai romani di adoperarsi a capire e a compiere prima di tutto la volontà di Dio, cioè di cercare di comprendere e di realizzare fino alla sua perfezione il programma di bene, il progetto creativo salvifico, che egli sta attuando. La «volontà di Dio» è sicuramente ciò che egli ha ideato e si adopera direttamente e indirettamente a portare a termine. Ciò che egli vuole è ciò che egli fa.

 

 

Vangelo: Matteo 16,21-27

In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno.

Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».

Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.

Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?  Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni».

 

Il vangelo in immagini

XXII DOM TEMP ORDINARIO (A)

 

Esegesi

 

Gesù sulla via di Cesarea di Filippo «interroga» i discepoli sulla sua identità. La loro risposta per bocca di Pietro non è sbagliata, ma inopportuna. Essi hanno intravisto in Gesù l’inviato, il figlio prediletto di Dio, ma non pensano, qui come altrove (17,22-23; 20,20-23), che il successo promesso al Messia sia subordinato a prestazioni onerose, non esclusa la morte.

Gesù non può accettare la risposta dei discepoli; addirittura vieta loro di ripeterla e di divulgarla. L’infatuazione popolare che era sempre sul punto di esplodere avrebbe finito col mettere in pericolo la sua missione, soprattutto di far luce sulla logica o dinamica della salvezza che era chiamato a portare.

L’ebreo era abituato a far coincidere benessere e protezione divina, quindi aveva collegato il messianismo e l’era messianica con una straordinaria manifestazione di gloria e di potenza (cf. la teologia del Deuteronomista), ma secondo quanto lo spirito andava suggerendo a Gesù era una connessione infondata, senz’altro erronea. Era la singolare notizia che egli aveva non solo da trasmettere ma soprattutto da fare intendere ai suoi. Non bastava un semplice annunzio, occorreva una catechesi vera e propria. «Da allora cominciò a dire apertamente», si tratta di un cambiamento tematico e tattico.

I discepoli avevano visto Gesù operare prodigi (capp. 8-9.14-15), avevano ascoltato le «parabole» del regno (c. 13) ma non avevano mai sentito parlare delle «prove» del messia, delle sue sofferenze, dei suoi insuccessi. Sarà questo il tema con cui d’ora in poi dovranno cominciare a prendere familiarità.

La comitiva apostolica si era trovata sino allora in Galilea, la terra di origine in cui ci si poteva muovere con una certa fiducia e tranquillità, ma era giunto il momento di doversene allontanare, di affrontare zone meno note e meno familiari, come la Samaria, o meno sicure, come la Giudea e soprattutto Gerusalemme, la sede del potere religioso e politico, delle scuole ufficiali della nazione. Un incontro che poteva diventare anche scontro. Se il maestro avesse continuato a parlare con la libertà rivendicata sino allora avrebbe ritrovato le difficoltà incontrate presso i corregionali (cf. Mt 9,14;12,2,24,38;15,l-19) e facilmente delle più gravi. «Farisei e scribi» erano già venuti a indagare sulla sua ortodossia (Mt 15,1); sarebbe stato temerario andarli a disturbare nella loro roccaforte, ma era una scelta a cui l’inviato divino non poteva sottrarsi. Un profeta non poteva tenersi lontano da Gerusalemme (cf. Lc 13,33). È quanto i suoi discepoli debbono ormai sapere.

Non si tratta tuttavia di una scelta facoltativa, ma d’obbligo. Ritorna il verbo fatidico «deve» (dei). Era come scritto nei decreti divini; in essi rientrava la missione gerosolimitana del Cristo. La frase che riassume il faticoso ministero nella città santa è pollá pathein, «soffrire molto» Non è spiegato il genere di sofferenze, ma sono segnalate le persone da cui provengono: gli anziani, i sommi sacerdoti, gli scribi. In pratica i componenti del Sinedrio. Si trattava di un cimento con l’organo giudiziario, dell’assoggettamento a un processo che si sarebbe concluso con una condanna a morte. Ma Gesù si sforza di rassicurare i suoi che questa sorte ignominiosa, sebbene la croce non sia menzionata, non segna una vittoria dei nemici quanto del decreto di Dio che già da tempo aveva previsto un tale esito (cf. Is 53), ma anche lo stravolgimento («risurrezione») che avrebbe provocato nella vita del Messia. «Se i principi di questo mondo», afferma Paolo, avessero previsto l’effetto della loro sentenza, «non avrebbero mai crocifisso il Signore della gloria» (1Cor 2,8).

Il verbo «risorgere» in contrapposizione a «messo a morte» allude non tanto a una semplice sopravvivenza quanto al passaggio nel regno, nel mondo della vera vita di cui quella presente era solo un’ombra. La morte avrebbe tolto Gesù dalla prima esistenza per trasferirlo in un’altra superiore ed eterna.

La reazione di Pietro è spontanea. Egli e i suoi compagni erano passati al seguito del loro rabbi con la speranza di venirsi a trovare a fianco del promesso discendente davidico in procinto di instaurare un’intramontabile dominazione su Israele e le genti, e più di una volta si erano trovati a discutere tra di loro su chi sarebbe toccato il posto più vicino al futuro sovrano. Il nuovo discorso di Gesù contraddiceva tutte le loro aspettative. Era un assurdo inaccettabile. Come più anziano del gruppo, Simone si sente in dovere di intervenire. Le cose che Gesù diceva contraddicevano tutte le speranze d’Israele, le promesse dei profeti: non potevano perciò provenire da Dio. Egli era talmente convinto del suo ragionamento che deve aver fatto ricorso a richiami accorati, prolungati, insistenti da provocare in Gesù una reazione decisa.

Anche questa volta, come nell’esperienza della trasfigurazione (Mc 9,6) o della lavanda dei piedi (Gv 13,8), Pietro partiva dal suo buon senso, ma non era il consigliere idoneo che lo poteva portare a capire i misteri di Dio, i segreti della salvezza. Gesù stigmatizza l’intervento di Pietro come un’istigazione satanica, dell’avversario per eccellenza dell’opera di Dio. Egli ha ripetuto le proposte avanzate da Satana all’apertura del suo ministero: che era meglio far leva sui prodigi e su altri segni di potenza che sul nascondimento per far leva sugli spettatori (Mt 4,1-11). Ma non era la strada che egli capiva essergli stata assegnata.

Certo la sofferenza, il martirio non era una prospettiva piacevole per nessuno; neanche per Gesù, ma se erano collegate con l’adempimento del proprio dovere diventavano inevitabili come il dovere stesso. L’uomo non può decidere su ciò che è bene e ciò che è male come una volta avevano preteso i progenitori (Gn 3,4), ma deve rimettersi alle decisioni di chi l’ha stabilito, il creatore del cielo e della terra.

La proposta di Simone è rovesciata radicalmente. Gesù non parla più all’apostolo ma a tutti i discepoli. La «croce» sarà il patibolo in cui egli finirà i suoi giorni, ma diventa il simbolo del cumulo di sofferenze, umiliazioni, abnegazioni, rinunce, prove che un discepolo di Cristo sarà costretto a subire a motivo della sua fede. Se il maestro sarà perseguitato a morte, i discepoli non possono cavarsela con qualche escoriazione. «Non c’è discepolo superiore al maestro» aveva già detto Gesù (Mt 10,24), che possa avere cioè un trattamento migliore del suo. Non c’è alternativa. Non si può essere cristiani all’acqua di rose. Far propria la testimonianza di Cristo, incarnare la sua legge di amore e di perdono, la sua sete e fame per la verità e la giustizia ed essere lasciati indisturbati.

L’evangelista ha toccato il tema della «salvezza» temporale ed eterna ora chiude il discorso con un richiamo al giudizio finale, all’incontro di tutti con il figlio dell’uomo che viene a rendere a ciascuno il premio o la condanna a seconda dei meriti o demeriti accumulati. Il testo riprende quanto è detto al termine della spiegazione della parabola della zizzania (Mt 13,41-42) e verrà descritto a lungo nella scena del giudizio ultimo (Mt 25,31-46).

 

 

Meditazione


L’obbedienza alla parola di Dio conduce il profeta a denunciare le ingiustizie e le violenze che si commettono all’interno del popolo di Dio e ad incontrare così opposizione, emarginazione, derisione da parte di coloro a cui profetizza (prima lettura); la sequela di Gesù immette il discepolo in un cammino segnato dall’assunzione della croce e il cui orizzonte è la perdita della vita (vangelo).

L’esperienza spirituale di Geremia, dopo l’entusiasmo dell’adesione al Signore e la dolcezza e la bellezza sperimentate nei momenti iniziali della chiamata, quando la parola del Signore fu per lui «la gioia e la letizia del suo cuore» (cfr. Ger 15,16), è divenuta, col passare degli anni e lo svolgersi del suo ministero profetico, esperienza di amarezza e di sofferenza. Il profeta si sente ingannato da Dio: fu vera vocazione? O si trattò di un abbaglio? Di un inganno? Dio lo ha chiamato o violentato? Al cuore della crisi, in cui il profeta è tentato di abbandonare il ministero ricevuto («Non penserò più a lui, non parlerò più nel suo nome!»: Ger 20,9), Geremia trova il rinnovamento e la conferma della vocazione nel più profondo di sé stesso, nel cuore ancora infiammato dalla parola di Dio. Se il Signore è una passione, allora anche la crisi sarà un momento di verità della fede e della vocazione. Il Signore come passione: questa è la sfida per i cristiani oggi.

Pietro, Cefa, la «roccia», colui che è chiamato a confermare nella fede i fratelli (cfr. Lc 22,32), a cui il Signore ha affidato un compito basilare nella chiesa (Mt 16,18), può divenire «scandalo», cioè pietra di inciampo nel cammino di fede. Gesù addirittura lo rimprovera duramente apostrofandolo come «satana» (Mt 16,18). E questo avviene quando Pietro esce dalla sequela per mettersi davanti a Gesù e fargli la lezione. Allora egli dimostra di non sentire e di non pensare secondo Dio, ma in modo mondano.

Così la beatitudine rivolta da Gesù a Pietro in Mt 16,17 viene non certo annullata, ma ridimensionata da questo rimprovero che situa Pietro in una luce molto realistica. Unico è il fondamento della chiesa: Gesù Cristo (1Cor 3,11; 1Pt 2,4-5). Il servizio di Pietro è al servizio di questa unicità.

La croce è sempre scandalo: solo integrando lo scandalo della croce nel nostro cammino di fede, possiamo evitare di divenire noi stessi motivo di scandalo per il vangelo e di scandalizzarci noi del Messia crocifisso (cfr. Mt 26,31: «Tutti voi vi scandalizzerete di me in questa notte»). Pietro, nella sua ribellione alla croce di Gesù, esprime l’atteggiamento di repulsione che spesso è anche nostro e che ci porta a confessare rettamente la fede e a smentire tale confessione nella prassi. La croce è l’elemento più radicalmente estraneo al «mondo»: il Pietro che vi si ribella mostra il suo conformismo mondano, il suo essere conforme ai parametri e ai criteri della mondanità, il suo pensare e sentire in modo conforme agli uomini e non secondo Dio.

Le parole di Gesù al discepolo parlano della perdita di sé necessaria per essere in contatto con il proprio vero sé (Mt 16,24-26). C’è un rinnegamento di sé, uno smettere di conoscere se stessi, un uscire da una vita autocentrata, dalla ricerca di autogiustificazioni, che consente al discepolo di trovare, come dono, e di essere raggiunto, per grazia, dalla vera vita. Si tratta del passaggio pasquale dalla vita come possesso e come potere, alla vita come dono e come grazia. È la vita vissuta in Cristo e per Cristo, è la vita di Cristo in noi: «Chi perderà la sua vita per causa mia, la troverà» (Mt 6,25).

«Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita?» (Mt 16,26). Il testo intravede la situazione di uomini tutti tesi a possedere, a estendere il proprio agire e il proprio accumulare al di fuori di sé, di fatto fallendo la propria vita, perdendo se stessi. Forse, tutti estroversi proprio per non incontrare se stessi, per non entrare nel doloroso faccia a faccia con se stessi.

Seguire Cristo significa porre la propria vita nella sua vita per amore. Ciò che per amore si perde, in realtà non è perso, ma donato. E ciò che è donato per amore, è ritrovato nella relazione.

 

 

Preghiere e racconti


Lo scandalo della nudità

Spesso, durante l’estate, chi vede le pecore mi chiede:

“Vende formaggio? Di quello buono, genuino?”.

“Non so se è buono” rispondo “ma se vuole glielo faccio assaggiare.”

Restano male quando dico che lo produco per uso personal. Per rimediare, offro loro un pezzo da portare a casa.

“Va bene, però lo pago” rispondono molti.

“Non è necessario.”

“Ci tengo.”

“Va bene, se lei è più felice così…”

“Ma lei non è un pastore.”

“Quando sto con le pecore, sono un pastore.”

“D’accordo, ma non vive di questo.”

“Quando mangio il formaggio, vivo di questo.”

“E quando non fa il pastore, cosa fa, qual è il suo lavoro?”

“Produrre le cose che mi servono per vivere.”

“Tutto qui?” commentano stupiti. “Ma non è un vero lavoro!” Alcuni sorridono:”Beato lei! Come vorrei vivere anch’io quassù!”. […] I primi tempi non riuscivo ad accettare questo continuo bisogno di trovare una definizione. Non esisti se non c’è un aggettivo, un nome che aiuti a sistemarti da qualche parte. Poi mi sono abituato, ho capito che questa forma di classificazione fa parte della natura dell’uomo. Se so chi sei, so come comportarmi nei tuoi confronti, ma se sei un uomo senza legami e senza ruoli, non so più cosa pensare. Sei nudità e ti offri come nudità. E la nudità provoca scandalo.

(Susanna TAMARO, Per sempre, Giunti, Firenze, 2011, 8-10)

 

L’accettazione della Croce

Gesù ha potuto accettare la Croce perché sapeva di essere indefettibilmente amato dal Padre. Facciamo comprendere anzitutto all’uomo di essere amato dal Padre; allora egli accetterà. Anche la mortificazione e la croce… Si tratta certamente di valori poco compresi e scarsamente presenti nell’odierna spiritualità, ma, ovunque ricompaiono, si diffonde e si attiva anche la carità.. Dopo tutto, questa deficienza potrebbe consentire una prossima fecondità: nella misura in cui la croce non potrà più essere separata, come lo è stata a volte in passato, dal dinamismo della carità. Gesù è passato attraverso la Croce perché ha amato, sapendosi amato.

(A.M. Besnard, Volto spirituale dei tempi nuovi)

 

“…Chi perderà la sua vita… la troverà”

Ci vuole coraggio per muoversi dalla sicurezza all’incognito, anche se si sa che il rifugio sicuro offre una falsa sicurezza e che l’incognito promette un’intimità salvifica con Dio. È evidente che rinunciare alle cose familiari per estendersi a braccia aperte verso colui che trascende tutto quello che la mente può afferrare e trattenere, rende assai vulnerabili. In qualche modo, si ha l’impressione che seguitando a vivere nell’illusione si può avere un’esistenza incompleta, ma che la resa amorosa conduce alla croce. La vita di Gesù fu quella dell’amore ma anche quella del dolore. A Pietro egli disse:

“ Quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi” (Gv 21,189.

È indice di maturità mentale rinunciare ad un’autocontrollo illusorio tendendo le mani fino a Dio. Ma sarebbe solo una nuova illusione credere che estendersi fino a Dio liberi dal dolore e dalla sofferenza. Sovente, di fatti, questo potrebbe portarci dove non vorremmo arrivare. Noi sappiamo però che senza arrivarci non troveremo la vita “…chi perderà la sua vita… la troverà”  (Mt 16,25), dice Gesù ricordandoci che l’amore si purifica nel dolore.

(Henri J.M. NOUWEN, Viaggio spirituale per l’uomo contemporaneo, Queriniana, Brescia, 1980, 139).

 

Rinnega se stesso chi ama se stesso

Che cosa significano le parole: «Se uno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua»? (Mt 16,24). Comprendiamo che cosa vuol dire: «Prenda la sua croce»; significa: «Sopporti la sua tribolazione»; prenda equivale a porti, sopporti. Vuol dire: «Riceva pazientemente tutto ciò che soffre a causa mia. «E mi segua». Dove? Dove sappiamo che se ne è andato lui dopo la risurrezione. Ascese al cielo e siede alla destra del Padre. Qui farà stare anche noi. […] «Rinneghi se stesso».

In che modo si rinnega chi si ama? Questa è una domanda ragionevole, ma umana. L’uomo chiede: «In che modo rinnega se stesso chi ama se stesso?» Ma Dio risponde all’uomo: «Rinnega se stesso chi ama se stesso». Con l’amore di sé, infatti, ci si perde; rinnegandosi, ci si trova. Dice il Signore: «Chi ama la sua vita la perderà» (Gv 12,25). Chi da questo comando sa che cosa chiede, perché sa deliberare colui che sa istruire e sa risanare colui che ha voluto creare. Chi ama, perda. È doloroso perdere ciò che ami, ma anche l’agricoltore perde per un tempo ciò che semina. Trae fuori, sparge, getta a terra, ricopre. Di che cosa ti stupisci? Costui che disprezza il seme, che lo perde è un avaro mietitore. L’inverno e l’estate hanno provato che cosa sia accaduto; la gioia del mietitore ti dimostra l’intento del seminatore.

Dunque chi ama la propria vita, la perderà. Chi cerca che essa dia frutto la semini. Questo è il rinnegamento di sé, per evitare di andare in perdizione a causa di un amore distorto. Non esiste nessuno che non si ami, ma bisogna cercare un amore retto ed evitare quello distorto. Chiunque, abbandonato Dio, avrà amato se stesso e per amore di sé avrà abbandonato Dio, non dimora in sé, ma esce da se stesso. […] Abbandonando Dio e preoccupandoti di te stesso, ti sei allontanato anche da te e stimi ciò che è fuori di te più di te stesso. Torna a te e poi di nuovo, rientrato in te, volgiti verso l’alto, non rimanere in te. Prima ritorna a te dalle cose che sono fuori di sé e poi restituisci te stesso a colui che ti ha fatto e che ti ha cercato quando ti sei perduto, ti ha trovato quando sei fuggito, ti ha convertito a sé quando gli volgevi le spalle. Torna a te, dunque, e va’ a colui che ti ha fatto.

(AGOSTINO DI IPPONA, Discorsi 330,2-3 NBA XXXIII, pp. 818-822).

 

Povertà di cuore

Johnnes Metz descrive bene questa disposizione, dicendo:

“Dobbiamo dimenticare noi stessi permettendo che l’altra persona si avvicini a noi, dobbiamo saperci aprire a quella persona perché la personalità che la distingue si riveli  anche se talvolta ci impaurisce e ci ripugna. Sovente opprimiamo l’altro e vediamo solo ciò che vogliamo vedere; in tal modo non incontreremo mai il misterioso segreto del suo essere, ma solo noi stessi. Non arrischiando la povertà dell’incontro indulgiamo ad una nuova forma di auto-affermazione e ne paghiamo lo scotto con l’isolamento. “Chi avrà trovato la sua vita la perderà” (Mt 10,39) e non avrà la grazia della pienezza dell’esistenza umana. Si rimarrà soli, con l’ombra del nostro essere reale”.

La povertà del cuore crea la comunità perché non è autosufficienza ma interdipendenza creativa, in cui il mistero della vita viene rivelato.

(Henri J.M. NOUWEN, Viaggio spirituale per l’uomo contemporaneo, Queriniana, Brescia, 1980, 96-97).

 

Rinascere dalle ceneri del tuo dolore

Non biasimare altri per la tua sorte, perché tu e soltanto tu hai preso la decisione di vivere la vita che volevi. La vita non ti appartiene, e se, per qualche ragione, ti sfida, non dimenticare che il dolore e la sofferenza sono la base della crescita spirituale. Il vero successo, per gli uomini, inizia dagli errori e dalle esperienze del passato. Le circostanze in cui ti trovi possono essere a tuo favore o contro, ma è il tuo atteggiamento verso ciò che ti capita quello che ti darà la forza di essere chiunque tu voglia essere, se comprendi la lezione. Impara a trasformare una situazione difficile in un’arma a tuo favore. Non sentirti sopraffatto dalla pena per la tua salute o per le situazioni in cui ti getta la vita: queste non sono altro che sfide, ed è il tuo atteggiamento verso queste sfide che fa la differenza. Impara a rinascere ancora una volta dalle ceneri del tuo dolore, a essere superiore al più grande degli ostacoli in cui tu possa mai imbatterti per gli scherzi del destino. Dentro di te c’è un essere capace di ogni cosa.  Guardati allo specchio. Riconosci il tuo coraggio e i tuoi sogni, e non asserragliarti dietro alle tue debolezze per giustificare le tue sfortune. Se impari a conoscerti, se alla fine hai imparato chi tu sei veramente, diventerai libero e forte, e non sarai mai più un burattino nelle mani di altri.  Tu sei il tuo destino, e nessuno può cambiarlo, se tu non lo consenti. Lascia che il tuo spirito si risvegli, cammina, lotta, prendi delle decisioni, e raggiungerai le mete che ti sei prefissato in vita tua. Sei parte della forza della vita stessa. Perché quando nella tua esistenza c’è una ragione per andare avanti, le difficoltà che la vita ti pone possono essere oggetto di conquista personale, non importa quali esse siano. Ricordati queste parole: “Lo scopo della fede è l’amore, lo scopo dell’amore è il servizio”.

(Sergio BAMBARÉN, La musica del silenzio, Sperling & Kupfer, 2006, 114-116).

 

Preghiera

Cristo, tu hai santificato il dolore umano con la tua vita e con la tua parola. Tu, stanco per il camminare e sbattuto dalla fatica, ti sei buttato giù a sedere e a riposare sull’orlo del pozzo di Sicar. Tu hai detto: «S’e il chicco di frumento, affidato alla terra, non muore, rimane solo...». Hai detto: «Voi piangerete e avrete da tribolare; il mondo, invece, si divertirà». Hai detto ancora: «Se uno vuole venire dietro a me, la smetta di pensare solo a se stesso, prenda quotidianamente la sua croce in santa pace e mi segua».

Per mezzo dei tuoi apostoli ci hai ripetuto: per essere meno indegni di entrare nel regno della vita, bisogna passare attraverso molte tribolazioni. Gesù, i tuoi seguaci hanno confermato questa via come quella ‘règia’ per entrare nell’eternità, dove ritroveremo le tribolazioni della vita presente trasformate in gloria e tu ci hai assicurato: «Fatevi coraggio, questa gloria eterna nessuno ve la potrà rapire!».

Ci crediamo, Gesù!

Ma tu aiutaci a tirar avanti nelle molte tribolazioni e stanchezze quotidiane.

Aiutaci almeno a saper sopportare la pesantezza, il ‘martirio bianco’ della quotidianità.

Aiutaci a saper sopportare la vita con le sue sconfitte e delusioni, con le sue angosce e i problemi.

Crediamo, Signore, ma aumenta in noi la fede, affinché credendo di più, speriamo anche di più: e sperando di più amiamo anche di più!

Così è e così sia!

 

 

* Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di:

Lezionario domenicale e festivo. Anno A, a cura della Conferenza Episcopale Italiana, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2007.

Temi di predicazione. Omelie. Ciclo A, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 2004.

Messalino festivo dell’Assemblea, Bologna, EDB, 2007.

– COMUNITÀ MONASTICA SS. TRINITÀ DI DUMENZA, La voce, il volto, la casa e le strade, «Allegato redazionale alla Rivista del Clero Italiano» 92 (2011) 5,  42 pp.

– COMUNITÀ DI BOSE, Eucaristia e Parola. Testi per le celebrazioni eucaristiche. Anno A, Milano, Vita e Pensiero, 2010.

– Fernando ARMELLI, Ascoltarti è una festa. Le letture domenicali spiegate alla comunità, Anno A, Padova, Messaggero, 2001.

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