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la «lectio» della domenica
Jesús Manuel García |18.12.2010
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Preghiere e racconti   La verità di Dio Giuseppe è della stessa tempra di Maria: un credente in ascolto di ciò che gli avviene. La notizia della maternità prossima di Maria non suscita in lui alcuna reazione difensiva. Di lui non si conserva alcuna parola. Non è una persona che parla o aggiusta le cose a proprio vantaggio: si limita ad ascoltare ciò che l'angelo gli rivela. La verità di Dio è più importante di ciò che Giuseppe vive. E questa verità Giuseppe la rispetta senza alcuna aggressività, senza nemmeno pensare a difendersi. Sia per Maria che per Giuseppe, l'annunciazione è una cosa incredibile. Nessuno può essere all'altezza di una simile verità. Nonostante questo, non vi è nessuno scetticismo, nessun comportamento attendista, nessuna presa di distanza, niente che faccia pensare a un sentimento di rivalsa. Solo fede e abbandono. Maria e Giuseppe hanno rinunciato alla loro verità per entrare in quella di Dio. E noi? Noi non possiamo essere felici, se non riusciamo a leggere in profondità gli eventi della nostra esistenza. Dio è presente nella nostra esistenza: in nessuna delle sue vicende manca il suo disegno, la sua intenzione di dirci qualche cosa. È una verità da scoprire anche in questo momento. (G. DANNEELS, Le stagioni della vita, Brescia 1998, 210-211).   Per questo il Verbo si è fatto uomo                                               Il Figlio congiunse e unì l'uomo a Dio. Se non fosse stato un uomo a vincere il nemico dell'uomo, il Nemico non sarebbe stato vinto secondo giustizia. Del resto se non fosse stato Dio a dare la salvezza, non l'avremmo ricevuta in modo stabile. E se l'uomo non fosse stato unito a Dio, non avrebbe potuto partecipare all'incorruttibilità. Occorreva infatti che il mediatore tra Dio e l'uomo, grazie alla sua parentela con tutti e due, riconducesse l'uno e l'altro all'amicizia e alla concordia e facesse sì che Dio accogliesse l'uomo e l'uomo si offrisse a Dio. In che modo avremmo potuto essere partecipi dell'adozione filiale (cfr. Gal 4,5) se, attraverso il Figlio, non avessimo ricevuto da Dio la comunione con lui e se il suo Verbo non fosse entrato in comunione con noi facendosi carne? [...] Per questo il Verbo si è fatto uomo e il Figlio di Dio si è fatto Figlio dell'uomo, affinché l'uomo, mescolandosi al Verbo e ricevendo l'adozione filiale, divenga figlio di Dio. Non potevamo ricevere in altro modo l'incorruttibilità e l'immortalità se prima l'incorruttibilità e l'immortalità non fosse divenuta ciò che siamo noi, affinché ciò che era corruttibile fosse assorbito dall'incorruttibilità e ciò che era mortale dall'immortalità (cfr. 1Cor 15,53-54; 2Cor5,4), affinché ricevessimo l'adozione filiale? Per questo «chi racconterà la sua generazione?» (Is 53,8). Poiché è uomo e chi dunque lo conoscerà? (cfr. Ger 17,9). Lo conosce colui al quale il Padre che è nei cieli lo ha rivelato (cfr. Mt 16,17) facendogli capire che il Figlio dell'uomo (cfr. Mt 16,12), «nato non da volontà di carne ne da volontà d'uomo» (Gv 1,13) è il Cristo, «il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16). (IRENEO DI LIONE, Contro le eresie 3,18,7-19,1-2, SC 211, pp. 364-366; 374-376).     L'abbraccio di Giuseppe e di Maria Da questa icona emerge una calda atmosfera di tenerezza e di castità. I due santi sposi si abbracciano con il trasporto e la solidarietà di chi vive nello Spirito. Dietro a loro c'è il tavolo da lavoro di Giuseppe con gli umili utensili dell'attività quotidiana, segno di una vita ordinaria intessuta di fatica e di gioia, di sofferenza e di speranza. Sullo sfondo vediamo la città: a sinistra la vecchia Gerusalemme e a destra la nuova. In alto, un panno rosso indica la protezione divina sull'amore coniugale, mentre il tappeto rosso sotto i piedi degli sposi indica il percorso di reciproca donazione a cui tende la vita di ogni coppia: è un cammino regale e santo, magnifico e benedetto, che da vita a una nuova famiglia, plasmata dalla bontà del Signore per proclamare le sue lodi e per portare nel mondo una scintilla del suo Amore eterno e fedele.   Laudato sii, mio Signore, per questo nostro infinito amore. A te ritornerà come goccia nel mare. Laudato sii, mio Signore, per il forte desiderio di amare che ci hai posto in cuore... Laudato sii, mio Signore, per il desiderio mai saziato di te, unico Amore, del quale stesso amore ci amiamo senza mai sazietà, per il quale amore è più desiderabile soffrire che non possederlo. Laudato sii, mio Signore, per questa nostra esistenza che ti degni di condurre provvidente, e per la quale, grati, ti benediciamo. Laudato sii, mio Signore, per ogni evento della tua volontà, che su di noi troverà il suo compimento... Laudato sii, mio Signore, per il nostro infinito amore.       * Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di: - Lezionario domenicale e festivo. Anno A, a cura della Conferenza Episcopale Italiana, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2007. - Don Tonino Bello, Avvento. Natale. Oltre il futuro, Padova, Messaggero, 2007, 61-66. - Avvento-Natale 2010, a cura dell’ULN della CEI, Milano, San Paolo, 2010. - Temi di predicazione. Omelie. Ciclo A, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 2004.  - E. Bianchi et al., Eucaristia e Parola. Testi per le celebrazioni eucaristiche di Avvento e Natale, in «Allegato redazionale alla Rivista del Clero Italiano» 88 (2007) 10, 69 pp. - Messalino festivo dell’Assemblea, Bologna, EDB, 2007.            IV DOMENICA DI AVVENTO   Lectio - Anno A   Prima lettura: Isaia 7,10-14             In quei giorni, il Signore parlò ad Àcaz: «Chiedi per te un segno dal Signore, tuo Dio, dal profondo degli inferi  oppure dall'alto». Ma Àcaz  rispose «Non lo chiederò, non voglio tentare il Signore». Allora Isaia disse: «Ascoltate, casa di Davide! Non vi basta stancare gli uomini, perché ora vogliate stancare anche il mio Dio? Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio che chiamerà Emmanuele».     v Il brano di Isaia, che la liturgia utilizza come prima lettura, è uno dei non molti oracoli profetici che si inquadrano in una precisa cornice storica, il 785 a.C. Si tratta di un oracolo risalente veramente al profeta dell'ottavo secolo, pronunziato per il re Àcaz, che regnò su Giuda dal 743 al 727.      In un momento in cui l'animo del re era profondamente turbato, a causa dello slancio espansivo della potenza assira, che mirava a sottomettere l'intera area della Siria-Palestina, e a causa delle minacce rivoltegli da chi (il re di Damasco e il re di Samaria) voleva attirarlo in una coalizione anti-assira, il profeta Isaia volle richiamarlo alla pura fede in Dio; gli raccomandava di non affidarsi ai suoi calcoli, che lo portavano a mettersi sotto la protezione degli Assiri; gli ripeteva che il futuro della dinastia davidica solo Dio era in grado di garantirlo. Vedendo che Àcaz restava titubante, il profeta gli diede un solenne annunzio: la giovane sposa del re ('alma) avrebbe avuto il suo primo figlio, come segno e garanzia della divina protezione (v. 14). La forma particolarmente solenne di questo oracolo spinse la stessa tradizione giudaica a proiettarlo verso il futuro e a intenderlo in chiave messianica. Sicché i cristiani non ebbero alcuna difficoltà a intenderlo come una profezia diretta della loro fede nella concezione verginale di Gesù, il vero Emanuele, cioè Dio-con-noi.   Seconda lettura: Romani 1,1-7          Paolo, servo di Cristo Gesù, apostolo per chiamata, scelto per annunciare il vangelo di Dio - che egli aveva promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sacre Scritture e che riguarda il Figlio suo, nato dal seme di Davide secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza, secondo lo Spirito di santità, in virtù della risurrezione dei morti. Gesù Cristo nostro Signore; per mezzo di lui abbiamo ricevuto la grazia di essere apostoli, per suscitare l'obbedienza della fede in tutte le genti, a gloria del suo nome, e tra queste siete anche voi, chiamati da Gesù Cristo, a tutti quelli che sono a Roma, amati da Dio e santi per chiamata, grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo!     v All'inizio della lettera che scrive ai Romani Paolo si autopresenta come «apostolo per chiamata», perché sia chiaro che il suo vangelo non è frutto di opera umana, ma proviene da Dio. Subito dopo introduce l'elemento centrale di questo 'vangelo' e precisamente la professione di fede in Gesù come Messia, figlio di Davide, annunciato dalle Scritture antiche e costituito Figlio di Dio in potenza nella risurrezione (vv. 3-4). Per quanto riguarda il titolo di «Figlio di Dio» non significa che Gesù non lo fosse prima della risurrezione, ma la risurrezione lo costituisce tale «in potenza», mentre prima egli era apparso nella debolezza della carne.      La Chiesa, dunque, nella fede, incessantemente lo proclama Messia, Figlio di Dio, Signore. Quelli cui giunge questo 'vangelo' ottengono poi un dono prezioso: sono «amati da Dio e santi per chiamata».   Vangelo: Matteo 1,18-24            Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. Però, mentre stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati». Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele», che significa "Dio con noi". Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore e prese con sé la sua sposa.         Esegesi      Questo brano del Vangelo dell'infanzia di Matteo è un esempio straordinario di quella che dobbiamo chiamare teologia narrativa. Vogliamo dire che andremmo del tutto fuori strada se intendessimo questo brano evangelico come un racconto di cronaca, quasi fosse il racconto fattoci da un testimone oculare dei fatti narrati. Quando leggiamo questo brano, dobbiamo renderci conto che l'evangelista, con esso, ha voluto evangelizzare i suoi lettori, cioè ha voluto comunicare a loro la verità profonda della nascita di Gesù, senza curarsi di dirci per quali vie e con quali espedienti egli è arrivato a conoscere e a formulare questo mistero che salva.      Nella frase d'inizio del v. 18, l'evangelista dichiara apertamente che cosa egli vuole trasmettere con il racconto che segue. Dice infatti: «Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo». Appare evidente che l'oggetto della sua comunicazione è il come della nascita di Gesù. La necessità di questa spiegazione è legata alla frase speciale da lui stesso adoperata nel precedente v. 16, con cui si conclude il quadro genealogico di «Gesù Cristo, figlio di Davide,  figlio di Abramo» (1,1). Mentre per tutti i personaggi del quadro si segue lo schema “Tizio generò Caio...”, per Gesù Cristo, e solo per lui, si adopera una frase diversa e sorprendente: «Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù chiamato Cristo» (v. 16). Quando l'evangelista, nell'albero genealogico, ha voluto ricordare la madre di un personaggio (il che si è ripetuto quattro volte), lo ha fatto mettendo sempre in rapporto col padre la nascita del figlio, p. es.: «Booz generò Obed da Rut» (v. 5). Per Gesù, invece, l'evangelista ha nominato Giuseppe solo per dire che egli fu «lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù». Una frase del genere esigeva una spiegazione. Il nostro brano assicura il lettore che avrà la spiegazione.      Essa viene data sotto forma di una narrazione ovvero di un racconto. Da dove l'evangelista abbia preso gli elementi costitutivi del racconto è certamente argomento che merita di essere indagato. Ma questo problema non deve impedirci di cogliere la verità di fede che egli vuole comunicarci. Questa verità è che Gesù è nato per la potenza creatrice dello Spirito divino, escludendo l'apporto generativo di Giuseppe. La teologia cristiana posteriore escogiterà concetti desunti dalla metafisica e attingerà alla terminologia filosofica, per dare al mistero una formulazione ragionevole. Ma l'evangelista non ha ancora queste risorse. Egli si accinge a raccontare, nel suo libro i fatti e le parole di Gesù. Parole e fatti che spingeranno il centurione, comandante del drappello militare che ha eseguito la crocifissione, ad esclamare: «Davvero costui era figlio di Dio!» (Mt 27,54).      Il nostro racconto può essere strutturato in tre parti. La prima parte contiene quello che può essere considerato l'antefatto: ci viene detto che Giuseppe e Maria si erano ufficialmente impegnati al matrimonio, davanti a testimoni (era questa, in quel tempo, la prima fase del matrimonio tra ebrei, che escludeva i rapporti coniugali) e attendevano di giungere alla seconda fase del matrimonio (la effettiva convivenza, che includeva i rapporti coniugali). Nella parte centrale del racconto, ci è detto come accade il grande mistero della concezione verginale di Gesù; prima che tra i due cominciasse la convivenza coniugale, iniziò, nel seno di Maria, il mistero della generazione di Gesù (v. 18); Giuseppe, uomo giusto, non esitò a cedere il passo a Dio e ai suoi piani misteriosi (v. 19); ma un angelo di Dio intervenne a fargli sapere, in sogno, che Dio includeva anche lui nel suo piano, orientato alla salvezza del mondo, dovendo egli imporre il nome a colui che sarebbe nato dallo Spirito Santo (vv. 20-21). Per sigillare la credibilità dell'avvenimento, che avvolge il messaggio di fede, l'evangelista cita la profezia di Is 7,14, che egli può rendere addirittura più esplicita di quanto non fosse nel testo originale, attingendo alla luce del fatto verificatosi (vv. 22-23). La parte conclusiva del racconto è racchiusa nel v. 25, che ribadisce il mistero della nascita verginale di Gesù, dicendo che Maria, «senza che egli (Giuseppe) la conoscesse, partorì un figlio che egli chiamò Gesù».      Il problema della composizione letteraria del nostro brano bisogna tenerlo distinto da quello del suo significato di fede. Esso merita certamente di essere approfondito, ma solo dopo avere accolto il messaggio salvifico, con le risorse della raffinata critica letteraria.   Meditazione        L'annuncio della venuta del Signore, che domina l'Avvento, diviene nella IV domenica, annuncio dell'incarnazione, della sua venuta nella carne, evento annunciato nella profezia isaiana della nascita di un bambino, un discendente regale (I lettura) manifestato dall'annuncio angelico a Giuseppe della nascita di un figlio da Maria per opera dello Spirito santo (vangelo), proclamato dalla confessione di fede che contiene l'annuncio del Figlio nato dalla stirpe di David secondo la carne e costituito Figlio di Dio secondo lo Spirito mediante la resurrezione (II lettura) . Questo annuncio chiede fede e obbedienza: se Àcaz, con la sua disobbedienza, mostra la sua incredulità (I lettura), Giuseppe crede all'angelo e gli obbedisce (vangelo); ciò che Dio ha compiuto in Gesù Cristo e che l'Apostolo annuncia agli uomini è volto a ottenere «l'obbedienza della fede» da parte delle genti, ovvero, la fede che si esprime come obbedienza e l'obbedienza che è fondata sulla fede (II lettura). Vi è un intrinseco rapporto tra fede e obbedienza: la fede consiste nell'obbedire e l'obbedienza consiste nel credere.      Il testo matteano, chiamato «l'annunciazione a Giuseppe», pone in rilievo la figura di Giuseppe quale uomo di fede e di silenzio. Il silenzio di Giuseppe è segno di forza, di lavoro interiore, di dominio di sé e delle situazioni, di fede. Ed è un silenzio che trova luce nel buio in cui Giuseppe è sprofondato. La gravidanza di Maria mette in crisi la storia che egli stava progettando con lei, eppure il testo biblico suggerisce che non vi è situazione umana, per quanto lacerante o dolorosa o contraddicente, che non possa essere vissuta con umanità e con santità.      Se la reazione normale sarebbe stata quella di ripudiare la donna, «Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto» (Mt 1,19). Invece di ripudiare Maria, abbandonandola al generale disprezzo e compromettendola pubblicamente, Giuseppe sceglie un'altra soluzione, sceglie una via giusta e umana, giusta perché umana. La giustizia di Giuseppe è nel suo essere umano.      «Il giusto dev'essere umano» (Oportet iustum esse et humanum: Sap 12,19). Solo questa giustizia, infatti, onora l'immagine di Dio che è nell'uomo, nel creditore come nel debitore, nel santo come nel peccatore. La giustizia umana di Giuseppe guarda alla persona di Maria e non la sacrifica a un'interpretazione letterale delle leggi in cui della persona si vede solo il peccato, la mancanza, l'errore. Vi è qui una parola forte che mette in guardia i cristiani dal rischio di inumanità che i rapporti intraecclesiali possono sempre conoscere: quando il volto di una persona è cancellato dal suo ruolo, quando i singoli sono sacrificati alle leggi ecclesiastiche, quando le relazioni sono spersonalizzate e funzionali, quando la persona diviene mezzo e non fine. La chiesa «esperta di umanità» non può che essere umana, non può che dar prova di questa esperienza con una concreta e quotidiana pratica di umanità. L'annuncio dell'incarnazione diviene anche, per la chiesa, esortazione a essere umana.      Proprio su questa umanità si innesta la fede che va oltre la giustizia umana e realizza il volere di Dio portando Giuseppe a prendere con sé Maria come sua sposa. Così, lo scandalo diviene rivelazione, l'evento di contraddizione diviene occasione di obbedienza a Dio e di realizzazione della sua opera di salvezza. Non solo Giuseppe non rifiuta, non ripudia, non condanna, ma accoglie, prende con sé, comprende.      Questo cammino interiore che conduce Giuseppe all’obbedienza della fede avviene tramite la sua riflessione, il suo pensare (Mt 1,20) e tramite l’accoglienza della parola del Signore, parola condensata nella citazione scritturistica di Is 7,14 (Mt 1,22). Il sogno, in effetti, nel mondo biblico è mezzo di rivelazione in quanto veicolo di una parola di Dio. L'elemento decisivo nel sogno non è la visione, ma la parola: «In sogno io parlo a lui», dice Dio a Mosè (Nm 12,6). All'epoca di Gesù, il sogno era chiamato «piccola profezia» al cuore della notte e del sonno simbolo della morte, il sogno sorge come una piccola luce che può rischiarare la vita.  

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