Intervista a mons. Philippe Brizard: In Medio Oriente, i cristiani in cerca di unità

Intervista a mons.
Philippe Brizard a cura di Jérôme Anciberro Che cosa ci possiamo aspettare dal Sinodo che sta per cominciare a Roma? Il titolo di questo sinodo, “Testimonianza e comunione” ci dà un’indicazione: la testimonianza passa solo se si è uniti.
Da questo punto di vista, ci sono da fare molti sforzi.
In paesi in cui l’islam ètentato dal fondamentalismo, sciita o sunnita, i cristiani possono avere la tentazione di irrigidire anch’essi le loro posizioni, sentendosi emarginati.
In realtà, non possono fare altro che assicurare il servizio di carità, cioè il servizio del bene di tutti, per tutti, sia attraverso le scuole, gli ospedali, i servizi sociali…
È già una testimonianza di fede ed è molto importante.
È un modo per loro di trasmettere alle popolazioni un po’ dell’amore di Dio.
L’idea di carità non è più tenuta in gran considerazione nei nostri paesi occidentali, ma corrisponde a qualcosa di molto concreto laggiù, nei paesi toccati da una guerra più o meno larvata, che dura da decenni e che blocca la riflessione.
I cristiani, e i cattolici in particolare, per definizione vanno oltre le separazioni nazionalistiche e dei singoli gruppi.
Già solo per questo motivo hanno molto da offrire a quelle regioni.
Chissà se il sinodo potrà prefigurare una nuova esperienza di Pentecoste? I cristiani sono in minoranza nella maggior parte dei paesi del Medio e Vicino Oriente.
E tra i cristiani, i cattolici stessi sono in minoranza.
Come concepire questa situazione di minoranza nella minoranza, quando si riflette da Roma o da Parigi? La realtà di minoranza a cui lei fa riferimento non è così semplice.
C’è un contro-esempio flagrante: i cristiani libanesi sono in maggioranza cattolici.
È così anche in Siria o in Iraq.
Certo, quello che lei dice resta vero per altri paesi.
Soprattutto in Egitto, il paese che conta il maggior numero di cristiani in Medio Oriente, circa 10 milioni.
I cattolici egiziani sono solo 250 000…
Tuttavia bisogna diffidare della tentazione di interpretare queste situazioni frettolosamente, ad esempio a partire dalla separazione tipicamente occidentale tra cattolici e protestanti.
Le Chiese orientali si inscrivono in effetti nelle tradizioni comuni che superano le frontiere di denominazione.
Tali tradizioni si esprimono nella liturgia, nel modo di pregare, di vivere la fede.  Quattro di esse sono particolarmente importanti: l’aramaica, la copta, la greca e la latina.
Ne esistono altre, più minoritarie, l’armena.
Se una di queste tradizioni scomparisse, la fede non sarebbe più completa.
Un po’ come se mancasse uno dei quattro vangeli.
Per prendere l’esempio della tradizione aramaica, la si ritrova nella Chiesa maronita, in quella jacobita, caldea, siriaca del Malabar, ecc.
Le Chiese cattoliche orientali del resto provengono generalmente da Chiese ortodosse della stessa tradizione.
All’interno di una stessa tradizione, ognuno cerca di coltivare la sua particolarità.
Una delle sfide del sinodo per il Medio Oriente è precisamente sapere se le Chiese orientali cattoliche saranno capaci di superare i particolarismi.
Ci sono opposizioni teologiche di fondo tra le Chiese orientali? Fino ad una cinquantina di anni fa, ci si trattava allegramente da eretici.
Quei tempi sono superati.
Innanzitutto perché l’unione si impone, di fronte alle difficoltà comuni.
Poi, perché è stato compiuto un enorme lavoro ecumenico.
Oggi non ci sono più differenze di fede cristologica tra le diverse Chiese orientali.
Le false dispute come quella del monofisismo sono completamente superate da diversi decenni, ufficialmente dal 1973 con gli accordi tra Shenuda III, patriarca copto ortodosso di Alessandria, e papa Paolo VI.
Ho letto delle opere di Shenuda III.
Di fatto, aderisco completamente al suo modo di parlare della doppia natura di Cristo.
Ma occorre tempo affinché questo passi nelle piccole parrocchie dell’Alto Egitto.
Allora, tutto funziona bene tra le Chiese orientali? Restano certamente alcuni problemi da risolvere.
Per continuare con l’esempio egiziano: i Copti ortodossi pretendono che i cattolici vengano ribattezzati quando c’è un matrimonio misto cattolicoortodosso.
È un grosso problema.
Non dal punto di vista teorico – la cosa ad alto livello è risolta – ma dal punto di vista pratico.
I responsabili e teologi copti ortodossi sanno benissimo che ribattezzare è assurdo dal punto di vista sacramentale.
Però i responsabili delle parrocchie o i preti di base forse non lo sanno ancora o non vogliono saperlo.
Si può anche parlare dell’influenza di una certa ideologia nazionale o nazionalista che complica le relazioni tra le Chiese.
Sempre in Egitto, le autorità copte cattoliche si sentono in dovere di restare estremamente prudenti nelle loro prese di posizione pubbliche e cercano di distinguersi il meno possibile dagli altri copti, il che talvolta non è facile.
Quando il patriarca copto ortodosso proibisce ai suoi correligionari di andare in pellegrinaggio a Gerusalemme e si lascia andare a dire cose spiacevoli sugli israeliani, la Chiesa copta cattolica non condivide questa linea.
Ma evita di mettere sulla pubblica piazza questo disaccordo, perché rischia di essere mostrata a dito come quella che difende posizioni venute dall’esterno, non proprio egiziane in certo qual modo.
Altro esempio: i vescovi e le istituzioni copte ortodosse che esprimono interesse per ciò che fanno i cattolici sono in un certo modo messi al bando dalla loro istituzione.
Nel delta del Nilo c’è un centro ecumenico di ritiro, Anaphora.
Questo centro è sostenuto da un vescovo copto ortodosso dell’Alto Egitto.
Ora, questo vescovo è estromesso dal Santo Sinodo.
Il monastero di San Macario, in Wadi el-Natrrun, non è visto di buon occhio da certi esponenti della gerarchia perché a volte accoglie dei cattolici che desiderano essere iniziati alla tradizione monastica copta.
Tutto questo non ha nulla a che fare con la teologia, ma con la politica e la psicologia.
Questo fenomeno si ritrova anche altrove, ad esempio in Armenia.
Un “vero” armeno è un armeno della Chiesa apostolica (non-cattolica).
In India questo lo si vede su una scala diversa: certi movimenti indù spiegano che i “veri” indiani sono necessariamente indù.
Le idee ecumeniche fanno più fatica ad imporsi in Medio Oriente che in Occidente? È difficile rispondere a questa domanda.
Si potrebbe dire, innanzitutto, che in Medio Oriente si pratica una sorta di ecumenismo popolare.
Ognuno sa bene a quale Chiesa appartiene.
E per nulla al mondo battezzerebbe i figli, si sposerebbe o si farebbe seppellire in un’altra.
Però, nel quotidiano, si mettono i figli nel collegio migliore – poco importa da quale Chiesa dipende, purché dipenda da una Chiesa.
Si va a messa o alla divina liturgia dove è più comodo.
Si pratica anche l’intercomunione, in particolare in Libano e in Siria.
Del resto, teologicamente parlando, l’intercomunione è perfettamente ammessa.
Cattolici e ortodossi hanno la stessa concezione teologica della Chiesa come corpo di Cristo.
Ciò non significa comunque che tutti si comunichino con tutti.
Non si è mai tanto Chiesa e corpo di Cristo come quando si celebra l’Eucarestia.
Ed è proprio lì che si sentono maggiormente le nostre differenze.
Spesso, quando sono invitati alla messa cattolica, gli esponenti della gerarchia ortodossa si ritirano al momento della comunione.
Ma hanno assistito a tutta la messa.
Non si pratica il sincretismo, tutto qui.
Allora si potrebbe parlare di due concezioni dell’ecumenismo: una occidentale e una orientale? Diciamo piuttosto che l’ecumenismo come lo intendiamo nel contesto occidentale non  è  un’ossessione in Medio Oriente.
Le persone sono talmente abituate a vivere nella diversità, le une accanto alle altre, che certe considerazioni paiono loro incongrue.
Ricordo di essere rimasto a lungo un giorno al Santo Sepolcro, a Gerusalemme.
In Occidente, è normale ridere a proposito dell’organizzazione molto particolare di questo luogo e della confusione che questo sembra generare.
Ma ho avuto un’impressione completamente diversa: quella di una straordinaria convergenza.
Perché è là che confluiscono tutte le tradizioni che confessano Gesù Cristo morto e risorto.
Immaginiamo che l’unione tra le Chiese un giorno avvenga.
Che cosa succederebbe? O si cancelleranno le tradizioni, oppure…
non cambierà niente.
La nostra idea occidentale di unità ha senza dubbio qualcosa a che vedere con un inconscio giacobino.
L’unione delle Chiese è certamente una cosa diversa.
La diversità vi ha il suo spazio.
Comunque, in Oriente, abbiamo lo stesso approccio al mistero della Chiesa, la stessa concezione del sacerdozio e dei sacramenti.
E a proposito della definizione dei ministeri…
La questione del celibato dei preti, ad esempio, non trova tutti unanimi…
C’è però un punto centrale comune: l’esistenza, in tutte le Chiese, di un ministero ordinato che si declina essenzialmente in vescovi, preti e diaconi, o anche suddiaconi, ad esempio nella Chiesa caldea.
Si dice perfino che agli inizi questa Chiesa caldea avrebbe avuto anche delle diaconesse ordinate…
Poi ci sono delle questioni disciplinari proprie a ciascuna Chiesa.
Di diritto divino c’è che Gesù ha fondato il sacerdozio dei vescovi.
Il resto è di diritto ecclesiastico.
Ciò può variare da una Chiesa all’altra, anche in seno alla Chiesa cattolica.
È il caso del celibato dei preti, obbligatorio nella Chiesa latina, ma opzionale in altre Chiese, ad esempio nella Chiesa maronita.
Ognuna di queste opzioni ha i suoi vantaggi e i suoi svantaggi.
Ma è lungi dall’essere centrale.
Ci sono diverse concezioni di potere nella Chiesa? Uno dei punti più importanti delle discussioni ecumeniche attuali è effettivamente il problema del modo di esercitare il primato.
In teoria tutti ammettono il primato del papa.
La divergenza, che non è lieve, riguarda il modo di concepire questo primato.
Il grande timore degli ortodossi è l’abuso di potere.
Quello che succede nelle Chiese orientali cattoliche è quindi molto importante per loro.
Il minimo intervento di Roma suscita preoccupazione.
E di fatto di tanto in tanto si pongono dei problemi di disciplina.
In questo caso, se le autorità delle Chiese cattoliche locali non si assumono le loro responsabilità, Roma si sente in dovere di intervenire.
Ora, il governo tradizionale della Chiesa in Medio Oriente è di tipo sinodale.
I vescovi di uno stessa Chiesa si riuniscono sotto la presidenza del patriarca e prendono le decisioni importanti, compresa l’elezione degli altri vescovi.
Terminato il sinodo, il patriarca esegue le decisioni.
Nella Chiesa latina, per ragioni storiche, la concezione del potere è di tipo monarchico.
Teoricamente, il potere del papa è sovrano e non conosce limiti.
C’è in questo una differenza importante.
Ad esempio: ciò che noi chiamiamo sinodo qui, noialtri latini, non è tale per i cristiani orientali.
In effetti, se i vescovi si riuniscono per discutere di un tema ed esprimere delle proposte, il papa può teoricamente fare ciò che vuole di tali proposte.
Stiamo ri-imparando, in Occidente, quello che è il governo sinodale rimesso in onore dal Vaticano II.
Ci vuole tempo…
La comunione tra Chiese conosce del resto una gradualità.
Si può comunicare perché ci si trova di fronte a difficoltà comuni, perché ci si inscrive nella stessa tradizione, perché si ha la stessa concezione del sacerdozio, le stesse scritture o la stessa fede cristologica…
La questione gerarchica non è tutto.
in “www.temoignagechretien.fr” del 7 ottobre 2010 (traduzione: www.finesettimana,org)

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