La profezia di Raimon Panikkar

Credo sia doveroso da parte della Cittadella ricordare l’amico Raimon Panikkar morto il 27 agosto sulla soglia dei 92 anni (li avrebbe compiuti il prossimo 3 novembre).
Alla Cittadella aveva affidato la traduzione di un libro prezioso: Dialogo intrareligioso (NY 1978, Assisi 1988), che resta una fedele testimonianza della sua esperienza spirituale.
Egli ha lasciato l’impronta del suo passaggio dove ha sostato nel suo cammino di pensatore profondo e versatile scrittore.
Penso, tuttavia, che il valore più grande della sua vita stia nell’esperienza multi religiosa e multi culturale che è riuscito a compiere.
Una strada aperta che nel futuro dovrà essere battuta da molti altri.
La sua vastissima cultura, la conoscenza e la pratica di molte lingue, la duttilità dell’intelligenza, la finezza dell’intuito gli ha consentito di intessere rapporti e di affrontare esperienze straordinariamente varie.
Quando andò in pensione (1987) gli chiesi cosa pensava di fare: mi guardò con lo sguardo trasparente di chi è abituato a osservare il silenzio e rispose lentamente: «ora semplicemente sono».
Aveva ancora molto da vivere.
Si era stabilito a Tavertet (Osona), un piccolo centro dei pre-Pirenei catalani, dove fondò un centro di studi interculturali chiamato Vivarium e portò a maturazione la sua visione del mondo, espressione della profonda esperienza mistica che stava compiendo.
È stata soprattutto la ricchezza della vita spirituale a consentirgli quella che costituirà certamente la eredità più preziosa lasciata ai posteri.
Egli ha vissuto con profondità e illustrato con la sua intelligenza tre mondi religiosi in contemporanea.
In modo non sincretista o confusionario bensì mantenendo la specificità e la ricchezza delle distinte spiritualità.
Negli ultimi mesi già colpito dal disturbo cardiaco che l’ha condotto alla morte, a Raffaele Luise che lo interrogava attestava: «Io mi sono innamorato di Cristo dalla prima giovinezza e non l’ho mai tradito…
non l’ho mai lasciato» (Un grande maestro del nostro tempo, in L’altro come esperienza di rivelazione, L’altrapagina, Città di Castello 2008, p.
73).
Nella esperienza multireligiosa era stato preceduto da persone profetiche, che egli aveva incontrato.
In particolare egli era stato «il più grande amico di Henri Le Saux» (1910-1973) come ha più volte testimoniato (L’altro.., o.
c., p.
52).
Con lui aveva compiuto diversi pellegrinaggi in luoghi sacri induisti e gli aveva anche affidato una sua casetta sull’Hymalaya, poi travolta da una piena del Gange.
Poteva attestare: «Le Saux si è liberato lentamente, senza rivoluzione, benché con un trauma interiore, da una formazione ristretta, microdossica, per acquistare totalmente la libertà totale.
…Si è sempre considerato cristiano, monaco, benedettino, ma ha lavorato appassionatamente per non essere un cristiano chiuso, un benedettino fanatico, un monaco retrivo» (ib.).
Aveva frequentato anche il monaco Jules Monchanin (1895-1957) che con Le Saux aveva fondato l’asram Satcitananda e più tardi il benedettino Bede Griffits, che ne aveva continuato la tradizione e aveva poi affidato l’asram ai PP.
Camaldolesi, che ora ne garantiscono la continuità nella esperienza del dialogo e della spiritualità multireligiosa.
L’aspetto più significativo della esistenza di Raimon Panikkar è l’esperienza mistica compiuta, la sintesi che egli ha operato tra spiritualità cristiana, induista e buddhista.
Panikkar aveva conoscenza dottrinale approfondita anche di altre religioni, soprattutto dell’ebraismo e dell’Islam, ma dell’induismo e del buddhismo aveva conoscenza vitale, sperimentale.
Egli era giunto a viverle dal di dentro.
Ciò gli era stato reso possibile per il livello spirituale raggiunto, nel quale le differenze dei modelli interpretativi e delle strutture religiose si erano in modo progressivo compenetrate.
Il processo non si è realizzato per sincretismo o per giustapposizione di pratiche diverse, bensì per lo sviluppo di un livello spirituale nel quale le differenze sono divenute compatibili perché la vita si svolge in forma più pura e più sostanziale.
Le modalità contingenti appaiono secondarie e compatibili.
Credo che Panikkar sia stato l’unico nel nostro tempo a immergersi in modo autentico in tre esperienze religiose e sentirsi in grado di farle, parlare dal di dentro.
Era cristiano e sacerdote cattolico ed è rimasto fedele alla sua scelta proprio perché in virtù di questa ha raggiunto l’apertura che gli ha consentito di vivere realmente anche l’esperienza induista e buddhista.
Credo che valga anche per lui quello che aveva detto dell’esperienza dell’amico Henri Le Saux: «È un fenomeno straordinariamente positivo.
Il suo itinerario personale è stato un itinerario di liberazione da una cosa dopo l’altra, senza distruggere nessuna delle sue fedeltà» (ib.).
È frutto di un’autentica esperienza mistica, aperta a tutti coloro che intendono vivere oggi il dialogo interreligioso.
La mistica, come egli la definisce, è: «l’esperienza della Vita» (Vita e Parola.
La mia opera, Jaca Book 2010, p.
12), «l’esperienza integrale della Vita» (ib., p.14), «l’esperienza suprema della realtà» (ib.,p.
21).
La «spiritualità va intesa come cammino per giungere a tale esperienza» (ib., p.
21).
Il termine vita in queste definizioni deve essere inteso nel senso di esistenza, ed appartiene ad ogni essere anche materiale.
Vita e realtà si corrispondono.
Egli spiega: «Abbiamo scritto Vita con la maiuscola per non escludere a priori che la vita può avere altre dimensioni oltre a quelle inerenti ai suoi aspetti fisiologici e psichici.
Esiste anche una vita spirituale: esiste la Vita dell’Essere e quindi la vita della materia» (ib., p.
14).
In questa prospettiva Panikkar distingueva la sostanza della realtà o della vita che è perenne dalle sue forme limitate e transitorie.
Egli chiariva questa distinzione con l’esempio che spesso portava del rapporto tra la goccia (l’uomo) e l’oceano (Dio o la totalità).
«Ognuno di noi è una goccia d’acqua.
Quest’acqua a un certo momento o evapora nel nulla o cade nel mare…
Quando noi moriamo cosa capita alla mia goccia d’acqua? Dipende da chi sono io: la goccia d’acqua o l’acqua della goccia? Se sono la goccia d’acqua, la goccia d’acqua sparisce, muore; se durante la mia vita ho superato il mio individualismo, il mio egoismo e mi sono scoperto acqua e non soltanto goccia, non mi capita niente, anzi divento più acqua, non muoio…
È la tensione superficiale che fa la goccia, è la nostra sostanza che fa l’acqua.
Abbiamo tutti la possibilità di scoprirci acqua» (L’altro come esperienza.., o.
c., p.
59).
Il lavoro spirituale tende appunto a «scoprirci acqua e non accontentarsi di essere soltanto goccia» (ib).
Giunti a questa scoperta l’interpretazione dell’esistenza personale, degli altri, della storia, cambia completamente.
Si apre quello che egli stesso chiama «il terzo occhio».
A questo sguardo la propria esistenza si configura come l’ambito dove la Vita stessa prende coscienza di una sua modalità di apparizione; l’altro, ogni altro, appare come la rivelazione di una modalità della Vita; la storia come il suo dispiegarsi nel tempo.
Panikkar riconosce che «a volte ci costa lasciare che la Vita prenda coscienza di se stessa, proprio per la [nostra] superficialità…
Questa coscienza della vita non è nostra proprietà privata, non appartiene al nostro ego; per questo la mistica ci dirà che, se non si supera l’egoismo, se non si muore all’ego (egoista), non si può godere di questa esperienza» (Vita e Parola, o.
c., p.
14).
In noi la «Vita fa esperienza di se stessa e ognuno di noi partecipa a questa esperienza con maggiore o minore chiarezza e profondità».
Egli precisa: «Quando dico esperienza della Vita non intendo l’esperienza della mia vita, ma della Vita, quella vita che non è mia benché sia in me; quella vita, che, come dicono i Veda, non muore, che è infinita, che alcuni definirebbero divina, Vita tuttavia che si sente palpitare, o per meglio dire, semplicemente vivere in noi.
Le interpretazioni che se ne danno naturalmente spaziano da ciò che è definito sentimento oceanico fino alla sensazione biologica di vivere, passando attraverso l’esperienza di Dio, di Cristo, dell’Amore o anche dell’Essere» (ib., p.
15).
Panikkar introducendo Mistica pienezza di vita, il primo volume dell’Opera Omnia, poteva attestare che esso «tratta del tema più importante della mia vita, che ha ispirato in forma discreta tutti i miei scritti, così da diventarne una chiave ermeneutica indispensabile» (Vita e Parola, o.
c., p.
11).
Ha ispirato tutti i suoi scritti perché rappresentava la sostanza, la trama della sua esistenza.
Il dialogo ormai non può avvenire e svilupparsi che in questa prospettiva.
«Quando le mura delle proprie costruzioni interiori crollano perché esposte al vento del dialogo intrareligioso si può rimanere sepolti sotto le macerie…
ma si può cominciare a costruire la propria dimora in modo che altri possano entrare e uscire» (A.
Rossi, Un artista del dialogo, in L’altro…, o.
c., p.
19).
Allora veramente «la ricerca diventa una preghiera aperta verso tutte le direzioni; aperta anche alle direzioni del prossimo e persino a quelle del lontano’» (R.
Panikkar, Il dialogo intrareligioso, Cittadella 1988, p.
17).
Panikkar ha percorso questi cammini in modo esemplare.
Ora che egli è tornato alla Vita ha affidato a noi la consegna di diffondere la pratica e la spiritualità del dialogo in “Rocca” n.
18 del 15 settembre 2010

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