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intervista a Mauro Ceruti a cura di Lorenzo Fazzini
a cura di Lorenzo Fazzini |19.02.2010
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L'intervista «Oggi la funzione culturale del cristianesimo è di non stabilirsi come religione civile ma fare esercizio e pratica dell’incontro e dell’ascolto dell’altro». Mauro Ceruti, docente di epistemologia genetica all’università di Bergamo, rilancia nel campo «laico»  la portata secolarizzante del messaggio cristiano per un dialogo fruttuoso. In «Le due paci» (Cortina) lei scrive che la secolarizzazione non va perduta come risultato positivo della storia. Ma cosa non ha funzionato se oggi cresce l’indifferenza religiosa e l’ostracismo laicista? «Si è avuta una progressiva banalizzazione di tre processi: la secolarizzazione, la cui enfasi positiva è una delle scoperte del Concilio Vaticano II; in secondo luogo, la laicità che spesso viene contrapposta alla Chiesa mentre essa è frutto della rivoluzione di un Dio che regna dalla Croce, e non da un trono; lo spirito scientifico, che nasce da una desacralizzazione della natura». Come mai allora questi valori "cristiani" si manifestano oggi come anticristiani? «La secolarizzazione è prevalsa in una sua deriva, ovvero quella consumistica delle società avanzate in un disincanto del mondo in cui non matura più la domande del trascendente. Prevale solo il consumo e questo causa un’asfissia spirituale generando l’esperienza di voler tutto e subito. Questo ha annullato ogni processo verso l’Oltre, un processo umano prima che religioso. In Europa questo si è trasformato in un laicismo riduttivo che presume di far vivere la laicità nello spazio pubblico privo di simboli religiosi, per cui la stessa natura del simbolo dell’uomo viene azzerata». Quando questo è avvenuto? «La data-soglia è il 1989, anno fino al quale – anche tra i credenti – era scontato pensare che le religioni avrebbero avuto un ruolo di sempre minor influenza sulla realtà: era condiviso lo schema marxista per cui la religione fa parte della sovrastruttura. Poi dopo il 1989 le religioni hanno fatto una nuova, straordinaria irruzione nella storia. Va sottolineata l’intuizione di Karol Wojtyla che già nel 1986 chiamò a pregare insieme ad Assisi i rappresentanti della diverse religioni (fatto poi ripetuto nel 2002) in un momento in cui le religioni parevano al lumicino. Il secondo incontro di Assisi fu pure profetico perché si era sull’orlo di guerre in nome della religione (che qualcuno pure fece). Queste invocazioni di Dio hanno dimostrato quanto sia stato decisivo il processo laicizzante del cristianesimo nelle vicende della comunità umana. In quegli anni Samuel Huntington teorizzava lo scontro di civiltà in nome delle differenti religioni. E si è troppo dimenticato quanto Giovanni Paolo II fece perché non si compisse nemmeno un passo verso il conflitto di civiltà su base religiosa». Lei è un grande conoscitore di René Girard. Può la proposta del grande pensatore francese diventare un alfabeto per il "cortile dei gentili"? «Sì. Ho trovato in Girard una lettura antropologica dei testi del Nuovo e Antico Testamento, come cifra adatta per esplicitare un confronto con i gentili su quel grande Codice dell’umanità che è la Bibbia. Nei nostri colloqui mi diceva: "Nei miei libri non aggiungo nulla al vangelo, faccio solo un tentativo di lettura antropologica, in base alla sola ragione, di quel messaggio evangelico che è teologico". Il vangelo introduce nella storia un punto di discontinuità dal punto di vista razionale visto che racconta dal punto di vista della vittima e non del carnefice. Per questo auspico nell’atrio dei gentili la possibilità di usare la ragione figlia del cristianesimo, ovvero un dialogo che è accoglienza dell’altro. Quindi questo "cortile" può diventare uno spazio laico e razionale in cui per il cristiano vi è il compito non di affermazioni dogmatiche bensì di testimoniare». in “Avvenire” del 19 febbraio 2010

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