Nella terra di nessuno. Per una mistagogia con i ragazzi

PREFAZIONE

 

L’educazione rappresenta una dimensione costitutiva e permanente della missione della Chiesa, che da sempre guarda con premura alle nuove generazioni. È coscienza condivisa che questo compito vitale si svolge oggi in una situazione culturale inedita, in un clima talmente sfavorevole da indurre tempo fa il Papa Benedetto XVI a esprimersi in termini di “emergenza educativa”.

È davanti agli occhi di tutti il fatto che le già gravi difficoltà della pastorale si moltiplicano nel momento in cui si vuole interagire con le nuove generazioni; gli operatori sperimentano la frustrazione di vedere che, nonostante gli sforzi profusi, in tanti – soprattutto tra gli adolescenti e i giovani – continuano a perdere progressivamente l’interesse per le questioni e le attività ecclesiali proposte.

I non pochi interrogativi suscitati dal fenomeno costringono le comunità cristiane a mettersi in discussione: l’adolescenza e la giovinezza, infatti, rappresentando un momento d’importanza cruciale lungo l’intero arco della vita nel determinare alcuni orientamenti esistenziali di fondo, dal lato personale e sociale, e in quanto luogo in cui si manifestano più acutamente le tendenze, le potenzialità e la crisi della cultura, danno ai problemi il carattere di vere provocazioni al cambiamento per l’azione evangelizzatrice della Chiesa, in tutte le sue forme. Si sperimenta un senso di precarietà e impotenza ed è forte l’attesa di “soluzioni” efficaci in vista dell’impegno educativo.

In questa problematica delicata e complessa s’inserisce il contributo di Paolo Sartor e Salvatore Soreca, significativo perché in esso si fondono armonicamente le competenze tipiche dello studioso con le sensibilità e la concretezza che contraddistingue chi ha maturato pure l’esperienza sul campo. Ne scaturisce un quadro chiaro teoricamente e stimolante sul versante operativo, secondo l’obiettivo dichiarato: «Contribuire a costruire un adeguato sguardo pedagogico e insieme catechetico sulla mistagogia per pensare prassi che intercettino la peculiarità del periodo adolescenziale» (p. 4).

Sono diversi gli elementi che qualificano in modo originale l’agile volume. Innanzitutto, la consapevolezza negli autori di affrontare un argomento di rilevanza assoluta: la Chiesa, se vuole sopravvivere, non può fare a meno della cura delle nuove generazioni, altrimenti è destinata ineluttabilmente alla scomparsa. Com’è stato osservato da qualcuno, nella questione degli adolescenti e giovani “si gioca nulla di meno che il futuro del cristianesimo”. Nelle pagine del libro traspare la convinzione che il venir meno del ricambio generazionale nelle parrocchie non dovrebbe essere considerato un problema tra gli altri, ma “la” preoccupazione principale della pastorale.

Colpisce poi lo sguardo positivo con cui si osserva il variegato mondo adolescenziale, descritto facendo ricorso alle più recenti acquisizioni teoriche delle scienze dell’educazione. L’adolescente, prima di essere un problema, è una risorsa, è in sé un’energia, possiede una carica e un dinamismo che vanno valorizzati e sostenuti perché possano esprimersi compiutamente in modo positivo. L’adolescenza è il periodo della crisi sì, ma crisi di crescita, di sviluppo, di doverosa e laboriosa ricerca di un senso da dare alla propria esistenza. L’intervento degli educatori dovrà favorire l’organizzazione libera e responsabile di un progetto personale di vita, attraverso la proposta di una ricca gamma di esperienze, capaci di scatenare tutto il potenziale vitale dell’adolescente, di dare spazio alla sua “inquietudine creativa”.

In questo non facile compito di accompagnamento, le comunità cristiane trovano nella mistagogia uno strumento educativo privilegiato: essa si configura come una tappa ma anche come uno stile. Lo studio ha il pregio di sottrarre il termine all’aura “archeologica” che spesso lo circonda, relegandolo in un glorioso ma comunque remoto passato, e gli restituisce profondità di significato e di perenne attualità. Se non mancano i cenni storici, è soprattutto il confronto con il magistero ecclesiale recente e con il pensiero di autori contemporanei (italiani) che garantisce autorevolezza e insieme freschezza alla riflessione proposta. Gli autori sono coscienti e onesti nel riconoscere che non si possono dare risposte semplici ai problemi complessi – come fanno intuire le diverse “tensioni” cui si accenna nel secondo capitolo – che animano la tappa conclusiva del cammino di iniziazione cristiana; al lettore, quindi, sono offerte non tanto “certezze” inoppugnabili ma punti di riferimento significativi e criteri interpretativi utili a muoversi senza smarrirsi in un terreno per tanti versi ancora inesplorato.

Un problema è se i percorsi di iniziazione cristiana abbiamo il compito di semplice introduzione nelle comunità cristiane o di trasformazione delle stesse. La scelta coraggiosa degli autori propende decisamente per questo secondo obiettivo. E ne studiano le condizioni di realizzabilità