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editore |27.06.2016
Poveda-LaPelicula

“Un atto d’amore verso la Chiesa”, così la regista e produttrice Liana Marabini ha definito il Festival Internazionale del Film Cattolico (Mirabile Dictu), la cui settima edizione si è conclusa il 23 giugno a Roma con la cerimonia di premiazione presso il Palazzo della Cancelleria. La regista ha anche parlato del suo nuovo film, Mothers, che uscirà l’11 settembre negli Stati Uniti e ad ottobre in Italia (guarda il trailer), nel cui cast figurano tra gli altri Remo Girone e Christopher Lambert. “È il primo film sulle madri dei foreign fighters, cioè sul fenomeno dei giovani europei che si arruolano nella Jihad – ha spiegato Liana Marabini –. Il suo obiettivo è di sensibilizzare i genitori e le scuole a riconoscere i segni della radicalizzazione”.
 
“Fin dalla prima edizione, sette anni fa, il Pontificio Consiglio per la Cultura che io presiedo è stato patrocinatore di questo evento – ha notato il cardinale Gianfranco Ravasi nel suo saluto introduttivo –. Il cinema è un’arte che rivela sempre più la caratteristica – e lo ha fatto con delle testimonianze straordinarie – di non essere solo ‘rappresentazione della epidermide della realtà’ – come diceva Artaud – come lo era inizialmente la fotografia. Sia il cinema che la fotografia sono diventate espressione di arte e qualche volta di arte altissima”.
“Abbiamo voluto sostenere questa iniziativa – ha proseguito il cardinale – perché il desiderio è di unire fede e arte. Difatti nel Dicastero che io presiedo c’è un dipartimento dedicato a fede e arte, il cui intento non è solo quello di partecipare a iniziative come la Biennale d’Arte di Venezia, ma anche di poter entrare all’interno di questo orizzonte che è l’orizzonte del cinema e riuscire a fare in modo che in esso si realizzi il sogno supremo di ogni arte, quello di saper unire i grandi universali, un po’ come sognava Aristotele, il quale pensava che nell’essere si incontrano tra di loro il vero, il bello e il giusto, il buono. Tutto questo, unito insieme – lo diceva già Aristotele – avviene soltanto nella perfezione del divino. Però noi dovremmo sforzarci maggiormente di riuscire a trovare il nodo d’oro che tiene insieme queste tre realtà, soprattutto nel mondo attuale, nel quale vediamo molto spesso profilarsi all’orizzonte delle nostre città – città spesso splendide, com’è ad esempio Roma – due realtà che hanno la stessa radice in italiano ma sono diverse tra di loro, cioè la bruttura e la bruttezza. Esse non sono del tutto sinonimi, perché la bruttezza esprime una qualità estetica, mentre la bruttura vuol dire invece una qualità di tipo morale. Queste due realtà spessissimo si incrociano tra di loro, perché la bruttezza genera bruttura, pensiamo a certi quartieri degradati che diventano degradati anche moralmente”.
“È per tale motivo – ha quindi concluso Ravasi – che l’impegno di questo Festival e del grande cinema è quello di tentare di unire il bello e il buono, arte e fede, spiritualità e dramma dell’esistenza umana. Io credo che potremo sempre sperare che alcuni registi riescano a trovare quel bello che riesce ad esprimere anche il bene… Ripeto che il bello non vuol dire necessariamente una forma estetizzante, può essere anche scavare nell’oscurità, nelle viscere della società, nelle catacombe dell’anima. Anche quando vediamo dei film che magari sono segnati dalla sofferenza e dal dramma, riusciamo però a vedere che quel regista, quell’attore hanno cercato di far sbocciare questo sogno che non sempre si realizza in tutte le opere, in tutte le arti, in tutti i film, il sogno di raggiungere quello che diceva Aristotele, e che San Tommaso d’Aquino ha ripetuto: ‘Bonum, verum et pulchrum inter se convertuntur’ ”.
 
Oltre mille le pellicole pervenute quest’anno alla segreteria del Festival. Questi i vincitori decretati dalla Giuria – presieduta dalla principessa Maria Pia Ruspoli, attrice, e composta da: monsignor Franco Perazzolo, del Pontificio Consiglio della Cultura, dal distributore e produttore austriaco professor Norbert Blecha, da Michèle Navadic, direttore programmazione RTBF (Belgio) e dalla produttrice Oriana Mariotti – ai quali è stato consegnato il Pesce d’Argento, ispirato al primo simbolo cristiano.
 
Miglior cortometraggio: The Confession di Johnn La Raw (Corea del Sud).
Un uomo, ubriaco al volante, investe mortalmente un pedone senza prestargli soccorso né costituirsi. Dopo anni, ormai prossimo alla morte a causa di una grave malattia, torturato dalla sua coscienza, confessa il suo crimine ad un sacerdote, che si scopre essere il figlio orfano del pedone ucciso.
 
Miglior documentario: A life is never wasted di Krzysztof Tadej (Polonia).
È un film sulla vita e sulla morte, sull’amore e l’odio. Descrive la tragica fine di due missionari polacchi, i padri Michal Tomaszek (31 anni) e Zbigniew Strzałkowski (33 anni), impegnati in Perù a diffondere il messaggio di Dio e assassinati nel 1991 con un colpo alla nuca dai guerriglieri comunisti appartenenti al Sendero Luminoso. I due frati francescani sono stati beatificati da Papa Francesco il 5 dicembre 2015.
 
Miglior regista: Lampedusa di Peter Schreiner (Austria).
Le vite di un ex profugo africano e di una donna fuggita per far fronte a una crisi personale si incrociano per caso sull’isola siciliana di Lampedusa. Ricordi, sogni e presente si intersecano e si fondono in questo capolavoro contemplativo girato in bianco e nero.
 
Miglior film: Poveda di Pablo Moreno (Spagna), prodotto da Andrés Garrigò (Goya Producciones).
Padre Pedro Poveda (1874 – 1936) è stato un presbitero spagnolo, fondatore dell’Istituzione Teresiana, che ha lottato per i diritti delle donne e il miglioramento dell’educazione dei bambini. Fucilato dai repubblicani durante la guerra civile spagnola, padre Poveda è stato canonizzato come martire da Giovanni Paolo II nel 2003.
 
Il Premio speciale della Capax Dei Foundation è andato al film Kateri di James Kelty (USA), prodotto dal networkcattolico EWTN e dallo stesso Kelty, dedicato alla figura di Kateri Takakwitha, la prima santa pellerossa d’America, vissuta tra il 1656 e il 1680, canonizzata da Benedetto XVI nel 2012.
 
Il Premio alla Carriera è stato attribuito al produttore televisivo italiano Bibi Ballandi. Sono sue le produzioni di molte trasmissioni televisive italiane di successo degli anni Ottanta, Novanta e Duemila, gli ‘one-man show’ di Fiorello, Adriano Celentano, Gianni Morandi, Giorgio Panariello e Massimo Ranieri e i grandi varietà del sabato sera: Ballando con Le Stelle e Ti Lascio una Canzone.

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