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editore |04.09.2012
240107-007p

Un bilancio dei 16 convegni regionali promossi dalla Cei.

"Sperimentazione alla prassi condivisa”...

 

Don Guido Benzi, direttore dell’Ufficio catechistico della Cei, sintetizza con questo slogan il percorso compiuto nel 2012 attraverso i 16 convegni catechistici regionali, l’ultimo dei quali è in programma il 29 e 30 settembre, ad Assisi, sul tema: “Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15,11).

Tema generale dei 16 appuntamenti, promossi dall’Ufficio Cei: “‘Come pietre vive’ (1Pt 2,4-8). Rinnovare l’iniziazione cristiana nelle nostre Chiese”. M.Michela Nicolais, per il Sir, ha chiesto a don Benzi un primo bilancio “a caldo” dell’iniziativa, che ha coinvolto complessivamente circa 5.000 persone sul territorio, spesso guidate dai lori rispettivi vescovi diocesani. L’incontro nazionale di chiusura di questo ciclo di convegni si svolgerà il 4 e 5 ottobre, ad Abano Terme.

Don Benzi, perché la scelta di un unico convegno “diffuso” nelle diverse regioni?
“L’idea dei convegni regionali è nata per rispondere alla domanda di verifica e confronto sugli itinerari di iniziazione cristiana e sulle sperimentazioni sviluppatisi in molte diocesi negli ultimi dieci anni. Una richiesta, questa, avanzata dai vescovi al n. 54 degli Orientamenti pastorali sull’educazione, in modo da arrivare a comprendere la situazione in cui si trova oggi la catechesi in Italia. La sensazione è quella che, sul territorio, in tema di iniziazione cristiana si siano prodotti di fatto modelli differenziati: di qui l’esigenza di portare a convergenza il più possibile le varie esperienze, facendo evolvere la sperimentazione verso criteri condivisi”.

Quali le prime impressioni, alla vigilia della conclusione di questo itinerario?
“La prima impressione, per quanto riguarda l’iniziazione cristiana, è che la catechesi in Italia è viva, in tutte le diocesi e comunità. Certo, si tratta di una catechesi che risente del momento di passaggio culturale che stiamo vivendo, ma che comunque ha a cuore la dimensione della nuova evangelizzazione. Non a caso il tema del primo annuncio, dell’evangelizzazione è stato tenuto molto presente nell’articolazione dei vari convegni: per noi non si tratta affatto di una sorpresa, semmai è invece la conferma di questa esigenza, così come della vitalità dell’attività catechistica. La seconda impressione è una sorpresa, e riguarda la constatazione del coinvolgimento, all’interno dei convegni, di tante realtà: nelle diocesi le associazioni, i movimenti, sono molto presenti a fianco delle parrocchie, e questo mi sembra un segnale molto importante, corroborato dalla presenza di tanti catechisti. Ciò conferma il successo del metodo che abbiamo scelto: più stiamo sul territorio, più si diffonde il confronto, la partecipazione, perché della catechesi bisogna parlare là dove si fa”.

Ci sono difficoltà ancora da superare, o nodi irrisolti?
“Nessuno nega i problemi, sia di carattere formativo sia organizzativo, che possono caratterizzare la vita delle parrocchie. In primo luogo, c’è la difficoltà del dialogo con le famiglie, che spesso tendono alla delega o avanzano per i propri figli richieste non di fede ma di socialità religiosa. Tuttavia, la catechesi rimane una grande risorsa per la nostra comunità, e in particolare l’iniziazione cristiana viene declinata innanzitutto come annuncio della fede, ma anche come scoperta e interiorizzazione di essa, nell’ottica propria del documento di base, che esorta ad ‘educare alla mentalità di fede’”.

Ripensare l’iniziazione cristiana, per l’uomo di oggi, significa quindi pensarla come processo educativo in vista di una fede sempre più adulta…
“Direi proprio di sì, ed è proprio questo uno dei punti maggiormente messi in evidenza durante i convegni. In questa prospettiva, risulta necessario e ineliminabile il dialogo con la realtà delle famiglie, in particolare nella pastorale pre- e post-battesimale. L’iniziazione cristiana comincia col battesimo, e ciò implica una riflessione rinnovata sul ruolo dei padrini e un dialogo con le famiglie che prosegua fino a quando il bambino inizia il catechismo. Diventa centrale, in questo modo, la figura dell’educatore della fede: per questo nel prossimo anno pastorale abbiamo in programma d’intensificare il rapporto tra catechesi e famiglia, tramite una più stretta collaborazione tra i due Uffici, che può rappresentare uno splendido laboratorio di pastorale integrata. Anche le Consulte dei due Uffici si svolgeranno congiuntamente, per poi culminare in un convegno nel giugno 2013”.

Il futuro della catechesi si gioca sui binari della “pastorale integrata” e delle “alleanze educative”?
“L’obiettivo è quello di arrivare a pensare che l’animatore della catechesi non è il catechista o il parroco, ma tutta la comunità cristiana: la comunicazione con le famiglie è prima di tutto un ‘clima’ in cui il bambino viene inserito. Tutto ciò implica il superamento di una pastorale sacramentale, a favore di uno stile di comunità che si senta responsabile, con la sua vita, della fede dei suoi figli. Nasce da qui l’importanza del mondo adulto, da curare sia nell’impegno alla formazione permanente, sia tramite la catechesi degli adulti”.

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