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editore |04.08.2012
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Il 5 AGOSTO 2012 l'Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice compie 140 anni. Il 5 agosto 1872 a Mornese, un piccolo centro in provincia di Alessandria, 11 giovani si consacrano al Signore dando vita a quello che poi sarebbe diventato un Istituto internazionale presente in 94 Nazioni...

Il 5 agosto 1872 a Mornese, un piccolo centro in provincia di Alessandria, 11 giovani si consacrano al Signore dando vita a quello che poi sarebbe diventato un Istituto internazionale presente in 94 Nazioni. In occasione del 5 agosto proponiamo una intervista alla Superiora generale, Madre Yvonne Reungoat.

 

Ha da poco concluso le Verifiche, quale il volto e lo stato di salute dell’Istituto FMA? Quali le sfide che si pongono per il futuro?

Al momento ci sono ancora due gruppi di Conferenze interispettoriali che devono attuare la Verifica del CG XXII, dove confluirà il vissuto e la riflessione delle Ispettorie. Credo però di poter dire – anche grazie alla conoscenza acquisita attraverso le visite – che l’Istituto goda di buona salute. È vivo in tutte le consorelle il desiderio e l’impegno di ravvivare il carisma. Si sente il bisogno di dare più profondità spirituale alla propria vita e di rafforzare la profezia fondandola nella sua radice mistica. Si avverte anche l’esigenza di puntare sulla qualità evangelica delle relazioni come comunità FMA e come Comunità educanti. Emerge il cammino realizzato con i laici non solo a livello di collaborazione, ma anche di corresponsabilità nella missione educativa. Si è consolidata la convinzione di una rinnovata opzione per i poveri, in un mondo che si è progressivamente impoverito, e si riconosce l’importanza di dare vita a comunità autenticamente vocazionali, dove i giovani si sentano accolti e ascoltati e dove possano percepire la bellezza e il dinamismo del carisma.

In sintesi: il cammino dell’Istituto si colloca tra il già e non-ancora. Credo però che la sfida più grande che ingloba le altre sia la speranza.

 L’Istituto FMA celebra 140 anni di vita. Com’è cambiata la sua identità e la missione?

140 anni di vita dell’Istituto rappresentano per tutta la Famiglia salesiana una ricorrenza importante. Per noi FMA costituiscono la celebrazione della fedeltà di Dio e della nostra risposta al suo amore, e sono motivo di gioia e di gratitudine. L’intuizione di Don Bosco di dare anche alle ragazze le stesse opportunità che egli offriva ai suoi ragazzi si è concretizzato grazie alla risposta di alcune giovani donne dell’Associazione dell’Immacolata in Mornese, che hanno aderito alla sua proposta di consacrarsi al Signore come religiose secondo lo spirito salesiano.

In quel piccolo centro del Monferrato, come da un seme coltivato in terra buona e fertile, ha avuto inizio l’Istituto: era il 5 agosto 1872. L’identità delle FMA è stata chiara fin dall’inizio: donne consacrate per la missione di evangelizzare attraverso l’educazione, con una forte identità mariana. Don Bosco ne dava piena testimonianza e Maria Domenica Mazzarello si sentiva totalmente in sintonia con il suo progetto di vita e il suo metodo di educazione: il Sistema preventivo. L’Istituto è cresciuto in modo sorprendente e si è dilatato con una presenza che oggi raggiunge 94 nazioni del mondo e conta circa 14.000 membri, che vivono e operano nei cinque continenti.

Il segreto è nel dinamismo dello Spirito che ha impresso alla nostra Famiglia religiosa una dimensione missionaria e un volto universale. L’identità si è approfondita nel tempo e la missione educativa oggi abbraccia anche le nuove frontiere, i nuovi areopaghi in cui è possibile incontrare i giovani e risvegliare in loro la domanda di senso, educandoli ad essere e buoni cristiani e onesti cittadini, come li voleva Don Bosco. Questo programma è stato assunto in pieno dalle FMA fin dalle origini e attualmente si coniuga sempre più con la promozione dei loro diritti fondamentali e con l’impegno di evangelizzarli.

 Quali sono le attese e le sfide dei giovani di oggi? Si può tracciare ancora una geografia del mondo giovanile o la globalizzazione ha unificato tutto?

Ci sono sicuramente sfide specifiche per i giovani a seconda dei contesti socio-culturali. In quelli di maggiore povertà economica o impoveriti, i giovani sono più motivati ad impegnarsi per elevare il loro stato sociale e sanno approfittare delle opportunità che si offrono loro; quelli dei Paesi definiti ricchi, sono meno motivati e hanno un tempo più lungo di maturazione umana. Ma sono solo generalizzazioni.

La globalizzazione ha un po’ uniformato i bisogni e ne ha indotti degli altri, così che sono molti di più gli aspetti che accomunano i giovani di oggi a livello mondiale rispetto a quelli che li differenziano. Si sono globalizzati i linguaggi, il consumo, le attese di realizzazione, i news media e le nuove tecnologie.

Non mi riferisco alle sfide della globalizzazione solo nella loro dimensione negativa - secolarizzazione, relativismo, consumismo - ma anche in quella positiva. Si è globalizzata ad esempio la solidarietà, il volontariato è cresciuto, c’è una nuova sensibilità riguardo ai diritti umani e alla dignità di ogni persona. I bisogni profondi dei giovani sono quelli di sempre: amare ed essere amati, cercare il senso della vita e la felicità, impegnarsi per l’utilità comune, rendere il mondo una casa abitabile per tutti.

Oggi i giovani vogliono esserci: non solo facendo sentire la loro voce come indignati, ma mettendo a disposizione le loro risorse come giovani impegnati. Credo che ci prepariamo a vivere una nuova stagione, a patto che sappiamo ascoltarli e accompagnarli nel loro percorso di crescita umana e cristiana.

Non c’è solo un linguaggio giovanile criptato, ma anche uno fatto di semplicità, di concretezza, di gratuità e di dono. Esiste una domanda spesso implicita di senso che esige di essere portata alla luce e c’è una richiesta latente dei giovani di essere accompagnati da adulti significativi in un mondo divenuto sempre più multietnico, multiculturale, multireligioso e che non ha punti di riferimento. Per noi la sfida è accompagnarli ad aprirsi agli altri e all’Altro, fino all’annuncio esplicito di Gesù.

 Il termine “crisi” caratterizza diversi ambiti, da quello economico, a quello sociale, dai valori alla realtà giovanile. Quali speranze le FMA offrono?

Le speranze che possiamo offrire dipendono da quelle che animano la nostra stessa vita. Il primo segno di speranza per i giovani è trovare adulti capaci di sperare. La crisi, presente soprattutto in occidente, è crisi economica e sociale, dei valori, culturale ed educativa. L’emergenza educativa può essere interpretata come emergenza di padri e di madri, di casa e di famiglia, di formazione.

Educare in una società che fa troppo spesso del relativismo il proprio credo e che colma le nuove generazioni di gratificazioni emotive ed esalta la cultura dell’effimero, può rendere più difficile il nostro compito e frenare i nostri slanci. Sono convinta, tuttavia, che potremo offrire speranza ai giovani solo se supereremo la crisi di autorevolezza in cui molti adulti sono precipitati abdicando spesso alle loro responsabilità.

Se, come FMA, testimonieremo la bellezza e la gioia della nostra vocazione, sarà più facile costituire una grande rete di comunione e di dialogo con tutti quelli cui sta a cuore l’educazione dei giovani e con i giovani stessi.

A nome di tutte le FMA, esprimo il desiderio che molte giovani donne possano scoprire la chiamata a seguire Gesù nel nostro Istituto. Il campo dei bisogni educativi è immenso. Dalla crisi, che è anche vocazionale, si esce se si è capaci di consegnare alle giovani generazioni il carisma salesiano perché lo sviluppino e lo arricchiscano. A 140 anni dalla fondazione, scorgo un orizzonte grande e aperto in cui la nostra Famiglia religiosa può continuare a scrivere pagine di fedeltà gioiosa, anche con l’apporto di giovani donne che non hanno paura di impegnarsi a seguire Gesù.

 

Ci può raccontare brevemente la sua storia vocazionale?

In famiglia avevo uno zio salesiano missionario in Canada e si riceveva regolarmente il Bollettino Salesiano. Fu così che i miei genitori scoprirono l’esistenza di una scuola delle FMA presso la città di Dinan, in Bretagna (Francia), dove potei frequentare gli studi. Rimasi colpita dal clima di famiglia che regnava in comunità. Un giorno la direttrice mi chiese: “Hai mai pensato alla vita religiosa?”. Questa domanda diretta rievocò in me il desiderio di farmi religiosa che coltivavo in cuore già prima di conoscere le suore e che avevo lasciato cadere pensando all’impossibilità della risposta. Devo riconoscere che la direttrice di Dinan è stata una vera accompagnatrice e che il clima educativo della comunità ha sostenuto il mio cammino. Le FMA avevano l’arte di renderci protagoniste; ci affidavano piccole responsabilità adeguate alle nostre possibilità, così da educarci al servizio verso gli altri. L’accompagnamento mi ha aiutata a maturare la risposta vocazionale. Mi sono sentita afferrata da Dio, ma senza quella domanda, forse, non sarei stata una Figlia di Maria Ausiliatrice.

L’essere stata missionaria in Africa ha arricchito la mia vocazione, che ha poi avuto svolte sorprendenti con la mia elezione a Consigliera Visitatrice, Vicaria generale e, infine, a Superiora Generale. Ho pensato fin dall’inizio che questa missione mi superava totalmente e che avrei potuto adempierla soltanto potendo contare sull’aiuto del Signore e di Maria Ausiliatrice.

Essere la nona Successora di Madre Mazzarello è un compito che può essere svolto solo con la grazia di Dio, con l’affidamento a Maria Ausiliatrice, Colei che ha fatto tutto anche nella mia vita. Sono persuasa che il Signore ci chiede solo la disponibilità per agire in noi con libertà e farci strumenti del suo amore preveniente.

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a cura di Aldo Cazzullo e Gian Guido Vecchi
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