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Alberto Melloni |02.11.2011
costituente_aula

Per chi guardi indietro non è insensato sperare che qualche idea per un'Italia migliore possa nascere dentro il cattolicesimo, inteso non come machina mobilitante o agenzia di senso, ma come stile, di compagnia della fede e degli  uomini. È già accaduto. Lo ha richiamato il messaggio di Benedetto XVI al presidente Napolitano per il 150°  anniversario dell'Unità d'Italia, con toni seri e troppo frettolosamente liquidati fra le parole di circostanza.
Cent'anni fa la stampa cattolica deplorava le «esplosioni di gioia settaria» in quella Roma che un non negoziabile  «disegno divino» aveva dato al Papa. Solo mezzo secolo fa, Papa Giovanni XXIII potè dire, come scrive nei suoi diari.  «finalmente la prima parola buona, dopo un secolo» al Paese.
E quando Giovanni Battista Montini osò definire «provvidenziale» la fine del potere temporale, in difesa del quale  erano state emarginate le migliori intelligenze della Chiesa cattolica, alla beatificazione di Antonio Rosmini sono  passati 45 anni.
Se oggi il vescovo di Roma e primate d'Italia saluta i festeggiamenti del 150° con un'apertura che ha irritato gli  integristi, è certo per il significato storiografico che Giorgio Napolitano e Giuliano Amato hanno saputo iscrivere in queste celebrazioni, ma non solo. Quando il Papa sottolinea come il conflitto che riguardò lo Stato e la Chiesa deflagrò  nei vertici, ma non riverberò «nella società», smussa la ruvidità dei fatti —la soppressione degli enti ecclesiastici, le  ultime esibizioni della ghigliottina pontificia, le scomuniche dei votanti, l'aggressività delle propagande, il disprezzo e  la censura ecclesiastica per chi riteneva superabile la questione romana e via dicendo. Ma di un fatto prende atto. E  cioè che se la Chiesa ha dato all'Italia una sponda nelle sue grandi crisi (Caporetto, 1'8 settembre, la morte di Aldo  Moro), l'Italia ha insegnato alla Chiesa cattolica che cosa è lo Stato.
Lo ha fatto «all'italiana», naturalmente: ondeggiando fra arroganze antireligiose e blandizie clericofasciste, fra illusioni  concordatarie e scosse del costume, con laicità pediatriche e recriminazioni plurime. Ma lo ha fatto: segnando un  punta di non ritorno nella Costituente e nella Costituzione. È lì che diverse generazioni di cattolici —vuoi quelli che  avevano sofferto del fascismo storico, come Alcide De Gasperi, vuoi quelli che temevano il revival di un fascismo mite,  come Giuseppe Dossetti — hanno potuto chiedersi come far scaturire una lezione dal timbro di vergogna che la tragedia del ventennio lasciava su tutte le culture politiche (le forze risorgimentali destinate a diventare partitini  nell'Italia repubblicana, i partiti del movimento operaio e il popolarismo stesso, votati a diventare organizzazioni di  massa) dimostratesi incapaci di fermare un Mussolini che si definiva «cattolico e anticristiano».
La Santa Sede, sul piano dottrinale, non facilitava il compito. Padre Giovanni Sale ha pubblicato i tre modelli di  costituzione che in Vaticano avevano immaginato per 'Italia: una costituzione semifranchista, nella quale i valori  cattolici fossero imposti per legge; in subordine una costituzione confessionale fatta di privilegi clericali; alla peggio  una costituzione democratica, nella quale però tre punti (i Patti del 1929, la sanzione del matrimonio indissolubile, la  possibilità di creare scuole private) venissero sanciti.
Sul piano squisitamente politico le dialettiche interne al mondo vaticano aggiungevano poi altre criticità pratiche.  Alcuni esponenti della Curia romana infatti vedevano bene il moltiplicarsi dei partiti cattolici, così da rendere più  efficace il potere di guida e ricatto del mondo che parla sempre a nome del Papa. Altri — sarà il disegno di sempre del  cardinale Giuseppe Siri — pensavano a una organizzazione nella quale laici ossequienti, e se possibile potenti, si  organizzavano per rendere operativi i desiderata dell'autorità ecclesiastica. Altri, come monsignor Montini o  monsignor Dell'Acqua, il cui stretto rapporto con i «professorini» di Dossetti è documentato dal diario di Amintore  Fanfani, credevano invece che un grande partito di italiani cattolici e democratici avrebbe potuto far meglio la  Costituzione: evitare cioè fratture irreversibili ed evitare di riproporre condizioni irricevibili come ai tempi del non  expedit — pena la nascita di uno Stato destinato a rifluire verso un anticomunismo vuoto, dunque, nella sostanza,  fascista.
Capaci di decifrare questa dialettica, i costituenti cattolici riuscirono a far sì che la Santa Sede accettasse una  Repubblica nella quale il cattolicesimo non sarebbe contato perché capace di federare le organizzazioni (come nella  effimera vita dell'Opera dei Congressi, sciolta dal Papa nel 1904); o di esercitare una pressione sui partiti (come  sarebbe stato nei decenni compresi fra i Comitati civici e il Family Day), ma solo se e quando uomini e donne dalla  coscienza adulta (come diceva Pio XII) e dalle mani pulite fossero stati capaci di pensare politicamente le mediazioni  che fanno crescere la società come comunanza di «persone», nella cui tensione — e qui si sentiva l'effetto degli studi  patristici di Lazzati — si realizza la pedagogia stessa del Signore della storia.
Ironia della sorte, la maggior parte di quegli uomini veniva dalla Cattolica, la scuderia dalla quale padre Gemelli  contava di far uscire una classe dirigente clerico-fascista perfetta. E che invece polemizzano perfino con quei popolari  che avevano pagato un prezzo altissimo per i loro errori, come De Gasperi, incarcerato dai fascisti, o Sturzo, mandato  in esilio dalla Chiesa. Eppure sarebbero stati proprio i «professorini» gli architetti della Costituzione che risolveva in  radice il problema della «responsabilità» dei cattolici in politica — che per chi ce l'ha è il più inestirpabile dei valori di  fede e in chi non ce l'ha il più temibile dei vizi. Una generazione capace, nelle sue differenze, di usare il dialogo con  culture politiche non meno inesperte di democrazia, non come una concessione né come una astuzia, ma come un  modo di agire in una società pluralista di cui essere il sale, senza pretendere di farne una saliera.

 

in “Corriere della Sera” del 30 ottobre 2011

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