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Ian Linden* |28.10.2011
Ian_Linden

 

Sembra passato molto tempo da quando Jim Wolfensohn, allora a capo della Banca Mondiale, dichiarò nel 1999 che i  programmi internazionali di sviluppo che ignoravano l’importanza della religione erano condannati al fallimento. Per  la maggior parte del mondo la religione rappresenta la base delle chiavi interpretative della vita. Se non si capisce  questo può sfuggire come le problematiche standard legate ai modelli di sviluppo abbiano spesso suscitato il garbato  rifiuto dei supposti beneficiati. Risultato: un mucchio di soldi buttati via.
La Commissione sull’Africa di Tony Blair coinvolse 17 leader africani e consegnò il suo rapporto nel 2005. È stata la  prima Commissione internazionale a includere un capitolo dedicato alla cultura e alla religione come componenti  integranti dello sviluppo. Nel 2008, ha seguito questo indirizzo nel programma della sua Faith Foundation, il  «documento sulle fedi», volto a realizzare il potenziale delle comunità di fedeli nel raggiungimento degli Obiettivi di  Sviluppo del Millennio.
Nel frattempo la Banca Mondiale aveva creato il World Faiths Development Dialogue, il confronto sullo sviluppo  mondiale dei credi. L’impegno con il lavoro serio delle comunità religiose, in alcuni casi molto attuale e innovativo,  come nella loro reazione alla pandemia dell’Hiv/ Aids, è stato mortalmente lento nella pratica, anche se positivo in  termini di dichiarazioni pubbliche. Difficile evitare la conclusione che la «lobby per lo sviluppo internazionale» è stata, nel complesso, non solo del tutto laica nei suoi istinti, ma a volte, si è vista in una sorta di contrapposizione binaria  verso tutti i temi religiosi.
Le comunità di fedeli e i leader a volte si dimostrano acerrimi nemici. C’è stata a volte un’iniziale riluttanza a superare i  rigori della valutazione esterna per raccogliere dati e risultati. E il governo ha voluto un sacco di informazioni e prove  di conformità con le politiche governative ma senza offrire poi alcun riscontro. I leader religiosi e i capi di governo  raramente hanno avuto l’opportunità di incontrarsi e discutere i loro peggiori sospetti in un ambiente sicuro. Solo un  piccolo numero di chiese sono impegnate nel proselitismo. In molti casi i ministri corrotti sono mandati via il più presto possibile. Non ci sono tesori nascosti. Un confronto su questi temi ha avuto luogo durante una conferenza  congiunta della Tony Blair Faith Foundation (Tbff) con la Yale University nel 2009, a cui erano stati invitati i leader  religiosi e i ministri della Sanità dell’Africa per parlare di collaborazione nella lotta alla malaria.
A due anni di distanza il ministro della Salute in Sierra Leone e tutti i leader religiosi del Paese - nessuno dei quali era  presente alla riunione di Yale stanno lavorando insieme a una campagna nazionale di prevenzione della malaria. Non  sono problemi irrisolvibili. I sospetti reciproci non sono necessariamente le domande sbagliate, ma non sono  certamente la fine del dialogo.
Più interessanti le domande per approfondire ciò che le comunità religiose potrebbero portare al pensiero e alla  pratica dello sviluppo comune, ora che ci si sta muovendo verso la disponibilità all’ascolto e alla discussione. Un  seminario in programma oggi a Bologna, organizzato congiuntamente dalla Tbff, dalla Fondazione per la Sussidiarietà e  dall’Università di Bologna, coinvolge importanti esponenti cristiani e musulmani chiedendo loro quali sono i  contributi esclusivi delle religioni del mondo alla teoria e alla pratica dello sviluppo.
Il professor Stefano Zamagni è ben qualificato, nel suo ruolo di consulente assai vicino a Papa Benedetto XVI nella  scrittura della «Caritas in veritate», per articolare le più recenti teorie della Chiesa e riflettere sugli sviluppi  intervenuti dalla straordinaria «Populorum Progressio» (1967) di papa Paolo VI. Atallah Fitzgibbon, in quanto capo  consulente per le politiche di Islamic Relief, ha monitorato l’evoluzione del pensiero musulmano sullo sviluppo  internazionale e i problemi incontrati.
Il modo in cui le istituzioni locali, nazionali e internazionali delle comunità religiose interagiscono in un mondo  interconnesso rende assai pregnante l’intervento dei leader religiosi, delle loro comunità e delle loro organizzazioni.  Questi interventi non avranno successo a meno che non si accompagnino al tessuto e al linguaggio della fede e della  pratica religiosa che il più delle volte sono al centro di una cultura.
Una cosa è chiara: le religioni del mondo condividono una profonda preoccupazione per la carità, la compassione e la  giustizia – anche se ciascuna dà a questi concetti fondamentali una sfumatura leggermente diversa. La ricca diversità  del Sanathana Dharma indiano, (letteralmente «religione eterna» liquidata come «Induismo» per convenienza politica  imperiale) colloca la povertà e la compassione nel contesto di una narrazione di fondo che contempla la rinascita.  L’Islam e l’ebraismo derivano questi temi, in parte, da una forte tradizione legale. Mentre il cristianesimo ha le sue  radici nella dottrina e nel ministero di Gesù. In ognuna di esse alla povertà è attribuito un significato sia come soggetto  o oggetto di spiritualità. Sarebbe sorprendente se lo sviluppo volto all’eliminazione della povertà e all’espansione delle  capacità umane non traesse forza da un incontro ravvicinato con le religioni del mondo.

*Linden è Director of Policy alla Tony Blair Faith Foundation, che organizza oggi all’Università di Bologna un seminario  u «Religione e sviluppo» con la Fondazione per la Sussidiarietà (il programma su www.sussidiarieta.net) Traduzione di Carla Reschia

in “La Stampa” del 27 ottobre 2011

 

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