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Benedetto XVI |19.10.2011
benedet

 


ottobre 2012 - novembre 2012 sarà l'"Anno della Fede"


 


Limpide e semplici, come sempre, le parole di Benedetto XVI durante l'omelia della Messa di oggi, celebrata insieme ai partecipanti al convegno sulla Nuova Evangelizzazione:


"La missione della Chiesa, come quella di Cristo, è essenzialmente parlare di Dio, fare memoria della sua sovranità, richiamare a tutti, specialmente ai cristiani che hanno smarrito la propria identità, il diritto di Dio su ciò che gli appartiene, cioè la nostra vita.

Proprio per dare rinnovato impulso alla missione di tutta la Chiesa di condurre gli uomini fuori dal deserto in cui spesso si trovano verso il luogo della vita, l’amicizia con Cristo che ci dona la vita in pienezza, vorrei annunciare in questa Celebrazione eucaristica che ho deciso di indire un “Anno della Fede”, che avrò modo di illustrare con un’apposita Lettera apostolica. Esso inizierà l’11 ottobre 2012, nel 50° anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II, e terminerà il 24 novembre 2013, Solennità di Cristo Re dell’Universo. Sarà un momento di grazia e di impegno per una sempre più piena conversione a Dio, per rafforzare la nostra fede in Lui e per annunciarLo con gioia all’uomo del nostro tempo.



 


La Chiesa non è una associazione religiosa o culturale, nè un'associzione di volontariato, e nemmeno una fornitrice di servizi preziosi per la società, come i richiami alla morale. No! La Chiesa è il Popolo di Dio, Corpo di Cristo e Tempio dello Spirito Santo: inviata da Dio a proseguire l'opera inaugurata dall'Incarnazione, Morte e Risurrezione del Signore Gesù. L'annuncio della Fede in Cristo è il primo e l'ultimo dei pensieri e delle preoccupazioni della Chiesa. Semplice e cristallino: C'è un solo Dio e Gesù Cristo, suo Figlio, è il suo Profeta. "Andate e ditelo a tutti". Il Papa si è accorto da tempo, come era chiaro dai discorsi tenuti in Germania, che l'emergenza per la Chiesa non è l'emergenza morale dei fedeli, il distacco dalla Tradizione e la ricerca di spiritualità alternative, e nemmeno la pedofilia del Clero: sono tutti sintomi di una malattia più profonda e radicale. La mancanza di Fede, l'eliminazione dell'orizzonte ultimo di Dio in Cristo, questo è il colpo mortale alla Chiesa. Questo fa crollare ogni altra struttura, perchè è il fondamento perenne e insostituibile.

Benedetto XVI sta facendo il suo lavoro. Nei momenti di emergenza lo Spirito Santo attiva il Papa perché faccia l'unica cosa che Cristo gli ha domandato: "Tu...conferma nella fede i tuoi fratelli" (cf Lc 22,32).

Quella del Papa è una "chiamata alle armi", non per una crociata contro l'Islam o un nemico esterno alla Cristianità, ma per combattere il virus che ha destrutturato la vita di fede di milioni di credenti.

Ciò che il Santo Padre sta dicendo è che il dramma della nostra epoca, per parafrasare Evangelii Nuntiandi di Paolo VI, non è la frattura o il distacco tra fede e vita, è proprio il distacco o l'eliminazione della fede stessa.

Una fede a cui serve non solo l'anima, che è il credere e aderire interiormente a Dio, ma anche un "corpo culturale", e questa è la religione: senza espressione esterna, pubblica e comunitaria, la fede non può essere comunicata da uomo a uomo e da una generazione all'altra e, in definitiva, perde rilevanza e capacità di guidare le scelte, i comportamenti e le azioni degli uomini. Non è più il tempo di una "fede nascosta", che non vuol dire cadere nella "fede spettacolo". Il Papa chiama al "mostrare", senza timore e con orgoglio, la propria fede in Cristo, creduta e vissuta, conosciuta e sperimentata. L'invisibile di Dio può e deve rendersi ancora e sempre visibile e operante in questo mondo attraverso la Chiesa. L'annuncio è la pietra fondamentale: la fede non può nascere se non c'è l'ascolto e l'ascolto non può darsi senza qualcuno che parli. Non di sé stesso, solo di Gesù.


Testo preso da: Benedetto XVI indice l'anno della Fede. Una scossa alla missione della Chiesa http://www.cantualeantonianum.com/2011/10/benedetto-xvi-indice-lanno-della-fede.html#ixzz1bEppQZEn
http://www.cantualeantonianum.com


 


ARTICOLI E COMMENTI


Benedetto XVI: un anno alla riscoperta della fede (Cardinale)
Mons. Bruno Forte sull’Anno della Fede indetto da Benedetto XVI: chi si estrania dalla storia non è un vero cristiano (Radio Vaticana)
L'anno della fede secondo Papa Ratzinger (Lucetta Scaraffia)
Motu proprio del Papa: c'è l'esigenza di riscoprire la fede (Chirri)
La lettera apostolica di Benedetto XVI. Noi come Lidia, apriamo la nostra casa alla fede (Sequeri)
Il Papa indice l'Anno della Fede (Rome Reports)
Benedetto XVI è troppo cattolico? (Jean-Marie Guénois)
Nel motu proprio Benedetto XVI rafforza la necessità della riscoperta della fede collegandola alle celebrazioni per l'anniversario del Concilio (Magistrelli)
La porta della fede è sempre aperta: pubblicato il Motu proprio che indice l' Anno della Fede (Angela Ambrogetti)
Domenica mattina la Messa nella Basilica Vaticana. Benedetto XVI ha annunciato un Anno della fede «per dare rinnovato impulso alla missione della Chiesa» (O.R.)
Motu proprio "Porta fidei", il Papa: tutti i vescovi si uniscano a me per celebrare l'Anno della Fede. La Chiesa non deve temere la scienza. La fede resta aperta, ma gli uomini di oggi pensano ad altro. Non diventare pigri nella fede, riscoprire il Vaticano II (Izzo)
Motu proprio sull'Anno della Fede, il Papa: serve testimonianza pubblica. Riscoprire il Catechismo. Alla Lettera Apostolica seguirà una nota della CDF (Izzo)
Benedetto XVI rilancia l'evangelizzazione (Guénois)
Nuova Evangelizzazione, la Santa Messa e l'Angelus nei servizi di Rome Reports
Anno della fede. Un cammino che dura tutta la vita (Vian)
Il Papa annuncia l'anno della fede (Gaeta)
L’Anno della Fede e il martirio di p. Fausto Tentorio. Il commento di Bernardo Cervellera
Il Papa: «Nessuno diventi pigro nella fede» (Vatican Insider)
Il Papa annuncia l'anno della fede (Gaeta)
L’Anno della Fede e il martirio di p. Fausto Tentorio. Il commento di Bernardo Cervellera
Il Papa: «Nessuno diventi pigro nella fede» (Vatican Insider)
Il Papa abbraccia Suor Veronica Berzosa, fondatrice di Iesu Communio (Rome Reports)
L'Anno della fede (Aurelio Molé)
Pubblicata la Lettera apostolica di Benedetto XVI per l'indizione dell'Anno della fede: credere in Gesù è la via per giungere alla salvezza (Radio Vaticana)
Il Papa indice l'Anno della Fede (Asca)
Attraversare la porta. Dall'11 ottobre 2012 al 24 novembre 2013 l'Anno della Fede (Sir)
Il credo, la Verità e la ragionevolezza. Quell'Araldo e l'annuncio dei primi Cristiani (Messori)
Il Papa annuncia l'Anno della Fede (Vecchi)
Il Papa: dall'11 ottobre 2012 comincerà l'«Anno della fede» (Ugolotti)
Un "Anno della Fede" per proporre agli uomini del nostro tempo "uno sguardo complessivo sul mondo e sul tempo, uno sguardo veramente libero, pacifico" (Izzo)
L'Anno della Fede partirà l'11 ottobre 2012. 50° anniversario dell'apertura del Concilio Vaticano II
Santa Messa ed Angelus: servizio di Lucio Brunelli
Un anno della fede per rievangelizzare il mondo (Angela Ambrogetti)
Presentato il nuovo sito "www.aleteia.org", on line dal 19 ottobre, aperto a tutti i cercatori della verità (R.V.)
La via della verità. Le parole alla messa per i "nuovi evangelizzatori" e all’Angelus (Sir)
Anno della fede 2012-2013 (Galeazzi)
Suor Veronica, la fondatrice di Jesu Communio, stringe il Papa in un lungo abbraccio (Vidal)
Il Papa: Anno della Fede per affermarne la centralità a 50 anni dal Concilio. Dare a Cesare ma anche a Dio. Cristo è stato ridotto a semplice personaggio storico (Izzo)
“Il 2012 sarà l'Anno della Fede” (Vatican Insider)
Benedetto XVI indice l'anno della Fede. Una scossa alla missione della Chiesa (Cantuale Antonianum)
Papa Ratzinger vuole dare una scrollata ad un certo torpore. La Chiesa si rimette in marcia (Giansoldati)
Missionari generosi e audaci per i nostri tempi: così il Papa all'Angelus (Radio Vaticana)
Il Papa: Ritengo che, trascorso mezzo secolo dall'apertura del Concilio, sia opportuno richiamare la bellezza e la centralità della fede
Criminali a Roma, Santa Sede: "Ferma condanna". "Offesa la sensibilità dei credenti"
Il Papa annuncia "l'Anno della Fede". Benedetto XVI: gli uomini di oggi hanno bisogno di Dio e di pace. La certezza della fede non è dato soggettivo ma fatto concreto (Izzo)
Il Papa: 2012 anno della fede (Tg1)
Il Papa indice un “Anno della Fede” per la Nuova Evangelizzazione e la missione ad gentes (AsiaNews)
Il Papa: paesi di antica tradizione cristiana che sembrano diventati indifferenti, se non addirittura ostili alla parola di Dio
Individuati sette ambiti per la nuova evangelizzazione. Lanciato il sito "Aleteia" (Izzo)
Parola sempre viva. I “nuovi evangelizzatori” con il Papa (Sir)
Il Papa ai nuovi evangelizzatori: “Comunicate a tutti la gioia della fede” (Andrea Gagliarducci)
Il Papa: gli uomini di oggi spesso confusi, preferiscono l'effimero alla fede. Mi rallegra vedere tanti mobilitati per la rievangelizzazione (Izzo)
Il Papa e la Nuova Evangelizzazione: La Parola di Dio continua a crescere e a diffondersi (AsiaNews)
Il Papa ai nuovi evangelizzatori: i cristiani siano segni di speranza, testimoni della vera felicità che porta Cristo (Radio Vaticana)
Il Papa: “Mobilitazione straordinaria per la nuova evangelizzazione” (Rolandi)
Aperto in Vaticano il primo incontro internazionale dei responsabili della nuova evangelizzazione (Biccini)


 

 IRC  Novità»Eventi    
Andrea Riccardi |17.10.2011
Assisi

Benedetto XVI torna ad Assisi il 27 ottobre per una giornata di riflessione, dialogo e preghiera con i leader religiosi del mondo e alcuni esponenti laici. Ha voluto personalmente questo ellegrinaggio in memoria della giornata di 25 anni fa, da lui definita una «puntuale profezia».
Nell'ottobre 1986, Papa Wojtyla compì un gesto inedito: riunì esponenti cristiani, ebrei, musulmani e delle grandi religioni asiatiche. Il momento era grave: incombeva la guerra fredda. Il tema  della pace era strumentalizzato dall'Est comunista. Giovanni Paolo II affermò: «...Mai come ora nella storia dell'umanità è divenuto a tutti evidente il legame intrinseco tra un atteggiamento autenticamente religioso e il gran bene della pace». Fu una giornata di digiuno e di preghiera. Gli esponenti delle religioni pregarono in luoghi separati. Poi si ritrovarono assieme. Era un segno.  Al termine, Papa Wojtyla affermò che le «visioni di pace» di quella giornata «sprigionano energie per un nuovo linguaggio di pace, per nuovi gesti di pace, gesti che spezzeranno le catene fatali delle divisioni ereditate dalla storia o generate dalle moderne ideologie».
Nel 1989, per la forza disarmata delle convinzioni, sono caduti i granitici regimi comunisti.
Giovanni Paolo II aveva intuito che la «forza debole» dei credenti è una corrente profonda che pacifica e unisce. Volle che lo "spirito di Assisi" continuasse. I francescani hanno fatto molto per testimoniarlo assieme alla figura di san Francesco. La Comunità di Sant'Egidio, dal 1987, ha tenuto, anno dopo anno, incontri di preghiera e dialogo tra esponenti religiosi, a cui si sono uniti laici  umanisti.
Giovanni Paolo II ha sempre inviato un messaggio dopo il 1986: «Da allora, quasi prolungando lo "spirito di Assisi", si è continuato a organizzare queste riunioni di preghiera e di comune riflessione e ringrazio la Comunità di Sant'Egidio per il coraggio e l'audacia con cui ha ripreso lo "spirito di Assisi" che di anno in anno ha fatto sentire la sua forza in diverse città del mondo». Quello era «un nuovo modo di incontrarsi tra credenti di diverse religioni: non nella vicendevole contrapposizione e meno ancora nel muto disprezzo, ma nella ricerca di un costruttivo dialogo (...) senza indulgere al relativismo né al sincretismo (...) essendo tutti consapevoli che Dio è la fonte della pace». Questo era lo "spirito di Assisi" per Papa Wojtyla. Ed è divenuto una via concreta per la pace. Sono stato colpito quando, lo scorso anno, in un quartiere di Abidjan, una grande città africana, sono scoppiati scontri tra cristiani e musulmani per l'attacco a una chiesa: il parroco, il pastore, l'imam hanno calmato la gente nel nome dello "spirito di Assisi". Il nostro mondo contemporaneo, dove gente diversa vive fianco a fianco, ha bisogno di imparare a vivere insieme. Lo  "spirito di Assisi" fonda la pace e prepara la civiltà di domani: quella del vivere insieme. Il XXI secolo ha bisogno di non dimenticare lo "spirito di Assisi". È il messaggio di papa Benedetto.




Lo “spirito di Assisi” soffia ancora
in “Jesus” n. 10 dell'ottobre 2011




Altri contributi



Quest'oggi proponiamo tre articoli che presentano modi diversi di intendere lo spirito di Assisi: Di Giacomo più preoccupato di mettere apologeticamente paletti, riducendo il dialogo interreligioso a un incontro tra culture nate dalle religioni; Riccardi presenta lo spirito di Assisi, fatto proprio dalla Comunità di Sant'Egidio, come importante e insostituibile via di pace; La Valle, con la consueta chiarezza e franchezza, come superamento, promosso dal concilio, della visione esclusivista in ordine alla salvezza.


"È molto giusto che le differenze - cioè il pluralismo - siano rispettate, e questo le stesse religioni lo vogliono. Il problema è però che la differenza rispetto alle altre fedi e religioni non sia identificata dalla Chiesa cattolica nel fatto che essa sarebbe l'unica religione per la salvezza mentre le altre, pur rispettabili, non sarebbero idonee a questo fine. Se infatti questa fosse la differenza concepita dalla Chiesa romana rispetto ai suoi interlocutori negli incontri ecumenici e interreligiosi, tali incontri si ridurrebbero a puro folklore " " se c'è infatti un punto decisivo in cui il Concilio ha innovato rispetto alla dottrina comunemente professata nella Chiesa cattolica fino ad allora, è proprio nel riconoscimento dei valori cristici e salvifici che sono presenti in tutte le tradizioni religiose e in tutti gli uomini"

 


 

 Interscambio  IRC  
editore |16.10.2011
dialog

A Vienna prende forma un nuovo centro per il dialogo interreligioso di KAP


Sta per essere fondato un nuovo centro per il dialogo interreligioso sotto forma di organizzazione  internazionale con sede a Vienna. Ne è la base un accordo di diritto internazionale tra l'Austria, l'Arabia Saudita e la Spagna, che sarà firmato nei locali dell'Albertina il 13 ottobre. Del progettato “Centro internazionale per il dialogo interreligioso ed interculturale Re Abdullah” si sono  occupati questa settimana, su iniziativa del Ministero degli esteri, il Consiglio dei ministri e la commissione parlamentare per gli affari esteri. Sia in Parlamento che nei media si sono visti  accanto a sostenitori anche critici del progetto, che hanno espresso dubbi a causa della politica saudita fortemente influenzata dal wahabismo.
È previsto che i tre stati fondatori offrano con il centro progettato un forum di dialogo per le cinque  religioni mondiali: cristianesimo, ebraismo, islam, buddismo ed induismo. Importante organo  del centro di dialogo sarà l'assemblea dei contraenti, che dovrà decidere consensualmente sul comune programma di lavoro, bilancio e sui membri del direttorio, che sarà composto da  rappresentanti delle diverse religioni. Come ha riferito mercoledì l'APA (Austria Presseagentur), come rappresentante cattolico dovrebbe essere inviato al direttorio Mons. Khaled Akasheh del  Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso. Altri rappresentanti cristiani dovrebbero essere inviati dalla Chiesa anglicana e dall'Ortodossia.
Come ulteriore organo del centro di dialogo è previsto un Advisory Board. Dovrebbero far parte di questo organo consultivo 100 persone delle cinque religioni mondiali e di altre comunità di fede,
nonché scienziati e rappresentanti della società civile.
L'edificio previsto come sede del centro, situato nel centro di Vienna (Palais Sturany, Schottenring 21) viene attualmente ristrutturato e potrà essere occupato nel corso del prossimo anno. La  atifica dell'accordo è prevista nell'estate 2012, dopo che il Consiglio nazionale austriaco ne avrà ulteriormente discusso.


in “www.kathpress.co.at” del 6 ottobre 2011 (traduzione: www.finesettimana.org)


 


 


Altri contributi


 



"Oggi sarà solennemente firmato il contratto di fondazione del "Centro internazionale per il dialogo interreligioso ed interculturale Re Abdullah"... Dobbiamo distinguere due cose. Si tratta di continuare la critica giustificata a determinate situazioni nel regno[Arabia Saudita], ma al contempo portare avanti apertamente e con forza la possibilità del dialogo e dello scambio tra culture e religioni. Il dialogo non può, non deve, non sarà e non resterà una via a senso unico"
Enzo Bianchi |16.10.2011
descrescita

Dopo secoli in cui la natura era più forte dell’umanità e l’uomo doveva difendersi da essa, oggi è proprio l’ambiente che è diventato fragile, sovente vittima dell’uomo, al punto che l’uomo ormai con la sua potenza nucleare è in grado di distruggere la terra. Così siamo diventati al massimo grado responsabili della terra e della nostra potenza: in quest’ottica ciò che è più difficile è non  cedere all’eccesso e alla dismisura. La sfida etica ci chiede di acquisire la padronanza del nostro potere tecnico-scientifico, ponendo un limite alle nostre azioni e ai nostri progetti e riconoscendo  che esistono diritti della natura, dell’ambiente, di tutti i nostri co-inquilini sul pianeta. Occorre fare questo passo a livello di coscienza sociale, fino a esprimere questi diritti mediante istituti e legislazioni giuridiche. E se l’ambiente è titolare di diritti, noi umani abbiamo dei doveri, una precisa responsabilità che, se non assunta o violata, ci rende trasgressori della legge necessaria all’abitare la terra, al costruire un mondo più sinfonico e più bello.
È quindi necessaria un’etica della responsabilità che si preoccupi dell’avvenire della specie umana e della terra. Hans Jonas l’ha così formulata: «Agisci in modo che le conseguenze della tua  azione siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita umana sulla terra». Se un tempo la responsabilità significava rispondere dei propri atti passati e presenti, ora essa è tale anche  verso l’avvenire del pianeta e dell’universo. È il futuro in cui gli abitanti della terra saranno le nuove generazioni, i nostri figli, i nostri nipoti, che richiede la mia responsabilità oggi, perché  oggi l’uomo può distruggere la terra: da questo potere nascono obblighi e doveri. Come siamo giunti a elaborare un «contratto sociale», così oggi dobbiamo andare al di là del sociale e del politico  per elaborare un «contratto naturale», un contratto con l’ambiente! Questo senza mai dimenticare che questione ecologica e questione sociale sono due aspetti del medesimo disordine da noi  provocato, due frutti della medesima volontà di potenza, del medesimo sfruttamento che non conosce doveri né limiti, del medesimo edonismo che pensa solo a se stessi, senza gli altri e contro gli  altri. Quando si giunge a trattare le persone solo in funzione della loro capacità di produrre e di possedere, si finisce anche per trattare la natura e gli esseri viventi solo in funzione di un loro  possibile sfruttamento, del loro valore di mercato…
Ma accanto alla responsabilità vi è un’altra necessità per un’etica rispettosa della terra: la sobrietà.
Parola detestata questa, spesso anche derisa, eppure oggi siamo più consapevoli che mai del fatto che le risorse della terra non sono infinite, lo sviluppo non è in costante crescita, la produzione  non è illimitata, i consumi non possono più essere sfrenati. Per questo bisogna ritornare a quella parola attestata con grande frequenza nella Regola di Benedetto: mensura, misura. Misura del cibo,  dei consumi, del tempo libero, del lavoro… Misura, cioè sobrietà, moderazione, attitudini attraverso le quali noi umani riconosciamo il nostro limite di terrestri. Misura, in senso ecologico,  significa lasciar cadere le pretese non attinenti ai bisogni fondamentali ma indotte o addirittura imposte come esigenze alienanti dalla società dei consumi. Occorre che ci liberiamo dei desideri  superflui per acquisire anche una capacità critica, una libertà, e non essere piegati alle richieste prepotenti del mercato. Talvolta occorre anche una rinuncia o, per usare un altro termine  bandito dal nostro linguaggio, un sacrificio, cioè la disponibilità a privarci di qualcosa, nel caso che la nostra soddisfazione passeggera provochi danno all’ambiente e alle creature di cui siamo  co-inquilini, ad altre genti o ad altri popoli.
Integrare la nostra situazione nel mondo è decisivo per conoscere la nostra identità terrestre e saper vivere il nostro rapporto con la terra, questo «terzo satellite di un sole detronizzato dal suo  seggio centrale, divenuto astro pigmeo errante tra miliardi di stelle in una galassia periferica di un universo in espansione» (Edgar Morin). La terra è l’unico pianeta sul quale, almeno per oggi,  sappiamo esistere questa specie di animali biologici ma anche esseri culturali, gli animali umani: umani nel senso che l’uomo non è compiuto pienamente se non dalla cultura e nella cultura;  umani nel senso che sanno sentirsi responsabili degli altri co-inquilini animali, vegetali e minerali, responsabili per tutti; umani perché capaci di com-passione, di soffrire con questa terra,  capaci di sim-patia con tutte le creature; umani perché atti ad abitare la terra, ricercando e perseguendo la pace: una pace non solo tra gli uomini ma cosmica, cioè lo shalom, la vita piena per tutta  a terra.


 


Un'etica della responsabilità ambientale per tutta la terra
di Enzo Bianchi
in “Jesus” n. 10 dell'ottobre 2011


 


ALTRI CONTRIBUTI




Il valore etico dell'idea di una «decrescita felice»
di Giannino Piana
in “Jesus” n. 10 dell'ottobre 2011


Nonostante la crisi economica mondiale, la convinzione che è possibile una crescita illimitata è ancora oggi largamente diffusa, al punto che è divenuta l'ideologia dominante della nostra società. La misurazione di ogni scelta personale e sociale secondo criteri mercantili e quantitativi, l'affermarsi di una competitività radicale, la tendenza a ricercare il profitto immediato e il guadagno  facile sono altrettanti assiomi che stanno alla base di tale orientamento e che hanno acquisito una consistente credibilità a seguito del crollo dei sistemi a economia pianificata dei Paesi del  socialismo reale e della conseguente rivincita di una forma di capitalismo selvaggio favorito dal processo di globalizzazione in corso. La logica che soggiace a questa ideologia dell'espansione continua è la logica dell'«avere» e del «consumare», la quale si appoggia sulla creazione di bisogni sempre nuovi, indotti dall'esterno mediante la pressione sociale — i media esercitano al riguardo  una funzione determinante — e in larga misura alienanti.
Le conseguenze di questo processo, che qualcuno ha giustamente definito come una delle peggiori e più disastrose utopie, sono oggi sotto gli occhi di tutti. L'accumulo della ricchezza privata con  sempre maggiori spoliazioni collettive e perciò con l'incremento della marginalità sociale, il crescente indebitamento degli Stati — il nostro ha, in proposito, un primato poco lusinghiero — , la  riduzione del lavoro a merce con la tendenza al ridimensionamento dei salari e dei diritti e, da ultimo (ma non ultimo per ordine di importanza), l'ampiezza della crisi ecologica, a causa sia del  degrado ambientale che della progressiva riduzione delle risorse disponibili, denunciano il verificarsi di una situazione dai risvolti drammatici. Se poi si allarga lo sguardo — come oggi è  doveroso fare, stante la stretta interdipendenza esistente tra i vari popoli della terra — al contesto mondiale, appaiono evidenti i segni dello stato di grave squilibrio in atto e delle profonde  ingiustizie che ne sono la causa. L'economia dei Paesi ricchi, che crea forme di sperequazione intollerabili nella distribuzione della ricchezza sia tra le nazioni che tra le classi sociali, scarica il  suo impatto globale sugli ecosistemi dei Paesi più poveri, accentuando le condizioni di disagio in cui vivono.
La considerazione che la crescita non può essere infinita, che ha dei limiti che devono finire per imporsi, non è, d'altra parte, di per sé nuova. Già agli inizi degli anni Settanta del secolo scorso il  Mit (Massachusetts Institute of Technology) con il rapporto sui Limiti dello sviluppo (Milano I 972) — la traduzione corretta del testo originale inglese sarebbe piuttosto «limiti alla crescita» —  metteva in evidenza con chiarezza come la crescita economica non avrebbe potuto continuare indefinitamente a causa della limitata disponibilità di risorse naturali e della limitata capacità di  assorbimento delle sostanze inquinanti da parte del pianeta. La consapevolezza di questo fatto è cresciuta negli ultimi decenni, al punto che vi è chi ha cominciato a teorizzare la «decrescita» — il  primo a introdurre tale ipotesi è stato Serge Latouche, noto economista ed ecologista parigino — come via da percorrere per ristabilire gli equilibri infranti e dare avvio a un processo di vera  umanizzazione.


Lungi dal costituire una rinuncia che mortifica le possibilità di espressione della persona, la decrescita, che comporta il rifiuto del consumismo e l'abolizione del superfluo, è considerata da chi la  sostiene una opportunità — per questo si parla di decrescita «serena» o «felice» (a questa ultima dizione si rifa in particolare il movimento fondato in Italia da Maurizio Pallante) — , cioè come  un mezzo per dare sempre più spazio ai valori immateriali, a quelli relazionali in particolare, e per migliorare la qualità della vita. Essa implica anzitutto l'adozione di alcune scelte prioritarie in campo socioeconomico e politico, quali l'attenzione privilegiata ad assicurare a tutti cibo e farmaci, la preoccupazione per la preservazione della biodiversità, la regolazione del clima, la  depurazione delle acque e dell'aria, la protezione dalle inondazioni, la prevenzione dalle malattie, ecc. Ma implica anche l'adozione di precise scelte personali, quali la pratica del riciclo dei  rifiuti, la preferenza data alle energie alternative, l'abolizione degli sprechi alimentari e dell'abuso di risorse naturali; e l'elenco potrebbe continuare.
La posta in gioco è, in definitiva, culturale ed etica. Si tratta di decidere se si vuole assegnare il primato alla ricerca del benessere economico a ogni costo o si vuole invece privilegiare la ricerca della felicità, la quale implica anche la limitazione dei bisogni materiali — specialmente se superflui o alienanti —e l'acquisizione di stili di vita capaci di fare spazio a istanze valoriali che  restituiscano alla vita il suo senso vero e favoriscano una più equa distribuzione dei beni tra gli uomini. A queste condizioni infatti la decrescita acquisisce un significato altamente positivo  poiché diviene occasione di una autentica crescita umana.


 


 


 

editore |16.10.2011
mogavero


Domenico Mogavero con Giacomo Galeazzi, La Chiesa che non tace, BUR-Saggi, pp. 206, € 14.



Ci sono libri che hanno la fortuna, o la virtù, di essere segnali di un passaggio d’epoca. Insieme, sintomi della malattia e medicine per curarla, proprio nell’accezione etimologica della parola «crisi». La lunga intervista di Giacomo Galeazzi al vescovo siciliano Domenico Mogavero, edita dalla Rizzoli nella collana «Bur-saggi» ne è un buon esempio. Perché è la testimonianza di come il disagio della Chiesa italiana nell’era del post-ruinismo non sia più relegato tra quei preti del dissenso, ai margini dell’ortodossia confessionale e della disobbedienza ecclesiastica, ma pervada ormai i vertici dell’episcopato e, persino, gli antichi e fedeli collaboratori dell’ex carismatico capo dei vescovi del nostro Paese.
Domenico Mogavero, infatti, è stato per circa 15 anni il «numero tre» della Chiesa italiana, affiancando Camillo Ruini come sottosegretario alla Cei. Un’esperienza che l’attuale vescovo di Mazara  del Vallo non rinnega affatto, ma che, al confronto con la realtà dei problemi di una diocesi di frontiera, viene profondamente ripensata e trasformata dal protagonista del libro con accenti di apprezzabile sincerità e di grande apertura, anche autocritica. Così, stimolato dalle domande tutt’altro che compiacenti di Galeazzi, anzi talvolta consapevolmente provocatorie, il presule siciliano si fa portabandiera di «una Chiesa che non tace», come s’intitola significativamente l’intervista-confessione.
La lettura del testo, alla vigilia dell’importante raduno dei cattolici a Todi fissato per lunedì prossimo, autorizza a pensare come il passaggio del testimone tra Ruini e Bagnasco a capo della Conferenza episcopale italiana annunci un vero e proprio «rompete le righe» in quella specie di militarizzazione dell’episcopato che aveva consentito al cardinale emiliano di guidare con mano fermissima la condotta della Chiesa. Al prezzo, però, di spegnere le voci più innovative e anticonformiste o, perlomeno, di indurle a troppe prudenze diplomatiche.
Indicativa è l’ammissione di Mogavero sul motivo di questo suo spostamento da posizioni «centriste», come le definisce lui stesso, a visioni assimilabili a quelle progressiste, per usare un lessico  mutuato dalla politica: il contatto con la realtà dell’immigrazione maghrebina nella sua diocesi. Un fenomeno che ha fatto di quel territorio un avamposto di pacificazione nel Mediterraneo, un  luogo di cerniera tra cristianesimo e islam, un esempio di come sia possibile la sperimentazione di una convivenza non solo senza grossi traumi, ma capace di produrre un vero arricchimento  reciproco, culturale, sociale e, perché no, anche religioso.
La parabola personale del vescovo di Mazara, perciò, può suggerire anche dove e come potrebbe cominciare il rinnovamento della Chiesa nell’era Bagnasco. Non più dal centralismo illuminato di un cardinale di grande carisma e intelligenza come Camillo Ruini, ma dall’apertura della comunità cattolica a quelle «voci dal fondo» che, dalla concreta esperienza pastorale, riescono più  facilmente a percepire una sensibilità nuova, quella di un mondo che cammina più in fretta della testa degli uomini.


 


Per una Chiesa che non taccia
di Luigi La Spina
in “La Stampa” del 15 ottobre 2011

 
Cattura
Roma - 17-19 Novembre

 

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