FORUM «IRC»
 
 
Carlo Molari |11.11.2011
io_e_dio

in dialogo con Vito Mancuso


 


Continuo la riflessione avviata nel numero scorso sull'ultimo libro di Vito Mancuso (Io e Dio. Una guida dei perplessi, Garzanti, 2011). Un secondo problema sul quale mi soffermo, dopo aver esaminato quello della relazione comunitaria (Noi e Dio), riguarda il carattere personale di Dio. A proposito dell'esistenza di Dio e della sua dimostrazione Mancuso si diffonde ampiamente con lo sviluppo di varie argomentazioni. Le sue posizioni sono molto chiare. Egli sostiene che la ragione può dimostrare l'esistenza di un essere o un bene assoluto ma non il suo carattere personale. Alla scoperta di un Dio personale, egli sostiene, si può pervenire solo con argomenti sviluppati all'interno dell'esperienza di fede (in particolare, ma non solo, cristiana), argomenti quindi validi solo per i credenti. Esaminiamo brevemente il significato e le motivazioni di queste posizioni. esiste un Assoluto Mancuso più volte ripete che non vi devono essere dubbi sull'esistenza di un Essere, di un Bene, di una Vita assoluti. È innegabile che esista «l'essere-energia... dentro la quale tutti siamo venuti all'esistenza, verso la quale tutti camminiamo e nella quale tutti con la morte saremo assorbiti. Siamo emersi dall'essere-energia come da una sorgente... e in questa stessa sorgente, alla fine pensabile come porto, ritorneremo quando la nostra libertà non esisterà più. Questo è un semplice dato di fatto...» (pp. 108-109). «Se poniamo Assoluto=Essere, è evidente che l'Assoluto esiste» (p. 109). Riflettendo in questo modo, però, arriviamo «solo a ciò che comunemente viene detto Essere o anche Totalità, Assoluto, Uno, Tutto» (p. 109). «Se si intende questo, è chiaro che Dio esiste, è evidente che c'è. È il Dio di Spinoza su cui si struttura tutta la sua Ethica...» (ib.). Lo ripete poco dopo: «È chiaro che il bene, nel senso di bonum, esiste... Ciò di cui posso conoscere l'esistenza riflettendo seriamente con la mia ragione è quanto Pascal chiamava Dio dei filosofi e si potrebbe chiamare anche Assoluto, Sommo Bene, Uno, Tutto. È la cifra di molte altre speculazioni» (p. 110). Si deve notare che anche se «evidente» o «un dato di fatto», tuttavia non è detto che questa Realtà suprema sia affermata da tutti, perché, in ogni caso, l'acquisizione e la conseguente affermazione è risultato di esperienze vissute con consapevolezza, è un'interpretazione razionale della vita, che consente di vivere in pienezza, ma che, come tale, potrebbe anche non essere raggiunta. Mancuso qualifica questa esperienza come spirituale e la collega alle «altre forme mediante cui è giunta a espressione la dimensione spirituale, come la pittura, la scultura, la danza, il teatro, la poesia, la musica» (p. 114). Sono «invenzioni umane» «ma l'orizzonte dischiuso da queste discipline inventate dagli uomini non è necessariamente falso. Lo è per chi non ha idea di che cosa vi sia in gioco, per chi non sente queste dimensioni dell'essere ritenendole solo un bizzarro passatempo o un proficuo investimento. Ma per chi vive per esse, a volte per esse soffre la fame, e vi dedica tutta la vita, non esiste nulla di più reale e concreto. Si tratta di invenzioni, sì, ma nel senso etimologico del termine» (p. 114), cioè di scoperte della realtà profonda della vita. «Inventare [infatti] nella sua radice latina (invenire) significa 'imbattersi in qualcosa, trovare, scoprire'. L'invenzione è anzitutto scoperta» (p. 115). Come accade a molti cultori della scienza che hanno scoperto energie e leggi della natura prima ignote e non utilizzate, così nel mondo dello spirito umano esistono possibilità di «invenzioni». Per esemplificare Mancuso richiama il fascino della bellezza. «Chiunque abbia avuto una reale esperienza estetica sa che si è trattato al contempo di qualcosa di estatico, qualcosa che l'ha fatto uscire da sé verso una dimensione più grande, preesistente, rispetto alla quale tuttavia non si è sentito estraneo ma coappartenente» (p.115). Ciò vale per tutte le esperienze 'spirituali': «quando si esce da sé senza tuttavia perdersi, ma ritrovandosi a un livello più alto»; vale, ad esempio, per «l'emozione purissima che una poesia, un quadro, una musica, una preghiera, una carezza fa sorgere dentro di noi». Mancuso si chiede: «come nominare questa dimensione più grande alla quale tuttavia si sente di appartenere: regno della suprema bellezza, dell'armonia compiuta, della pace del cuore, della luce buona dell'essere?» (p. 115). Risponde: «il complesso di termini quali 'Dio, divino, divinità' racchiude i simboli più efficaci 'inventati' dalla mente umana per nominare questa realtà avvolgente, materna e paterna, che si dischiude alla mente e al cuore in alcune peculiari esperienze vitali... Tali immagini cercano di portare al pensiero... una realtà che c'è da sempre» attraverso di esse «lo spirito... attinge il profondo dell'uomo» (pp. 115-116). È vero quindi che Dio è «invenzione» umana «per quanto attiene al concetto, ma questo non implica che la realtà cui rimanda il termine Dio sia falsa» (p.114), anzi la concretezza dell'esperienza induce la certezza della sua esistenza. Il Bene, la Vita, la Verità, la Bellezza esistono in forma piena e si esprimono in modo parziale e frammentario in noi. il carattere personale di Dio è dato di fede Mancuso però nega che questa realtà assoluta a cui si perviene riflettendo sulle varie esperienze umane, possa già essere scoperta come «persona», dotata, cioè, di conoscenza e di amore. La realtà divina a cui si perviene riflettendo sulla forza che sostiene il processo vitale è impersonale, è la «potenza neutra dell'essere-energia» (p. 108): «Così arrivo non a Deus, ma arrivo a Deum» (p. 109), a quello che S. Anselmo designava come «ciò di cui non si può pensare uno più grande». L'assoluto a cui si perviene con la riflessione di ragione «questo bonum impersonale non sarà conoscibile con certezza razionale come bonus, come Dio personale» (p. 110). Se quindi «si intende dire che sopra questa totalità onnicomprensiva dell'essere-energia, o al di fuori di questa totalità, o dentro di essa in una dimensione più profonda, o chissà dove altro ancora, vi sia un essere personale a cui potersi rivolgere dicendo Abbà-Padre, allora non è più evidente, non lo è per nulla, che tale Deus esista» (p.109). La realtà a cui si perviene non è «il tenero Abbà-Padre di Gesù. Di questo non si potrà mai conoscere razionalmente l'esistenza. Con buona pace del dogma cattolico» (p. 110). Mancuso nega quindi che a questo stadio il divino possa essere termine di una relazione personale, possa essere invocato, benedetto, lodato, adorato. Il Dio personale, come quello della tradizione ebraico-cristiana, lo si conosce solo per la rivelazione e lo si incontra solo nell'esercizio della fede. Senza questa esperienza personale non si può affermare l'esistenza del Dio credo per la testimonianza di Gesù. Egli conclude: «Sto dicendo, in un certo senso, che Dio esiste solo per chi lo fa esistere. Chi lo fa esistere avrà trovato ponte tra la sua fame e sete di giustizia e il senso ultimo del mondo: verus pontifex maximus» (p. 428). Potrebbe suscitare confusione il fatto che il carattere personale di Dio sia difeso con chiarezza da Mancuso e sia argomentato con lo stesso tipo di ragionamento con il quale egli afferma l'esistenza 'evidente' di un Assoluto. Scrive infatti: «la mia fede in Dio si determina come fede in un Dio certamente personale, dato che, in quanto principio di tutte le cose, Dio è anche al principio della personalità che quindi non deve e non può essere esclusa dal suo essere» (p. 79). Per questo aspetto Mancuso riassume la sua posizione con le parole di Immanuel Kant: «Anche se vi vedrete costretti a desistere dal linguaggio del sapere, vi sarà sufficiente un linguaggio, che pur vi resta, di una salda fede, giustificato dalla più rigorosa ragione» (Critica della Ragion pura, (1781) citata a p. 108). Egli ricorda anche che lo stesso filosofo nella prefazione alla seconda edizione della sua famosa opera scriveva: «Ho dunque dovuto sospendere il sapere per far posto alla fede» (ib. (1787) citato a p. 114). Come si vede si tratta di un «linguaggio della salda fede»; esso si svolge però sorretto da una «rigorosa ragione» e segue le regole dell'argomentazione logica. L'esperienza di fede inizia e si sviluppa per dinamiche di testimonianza che precedono la ragione, anche se la coinvolgono nel suo sviluppo e nell'analisi del suo fondamento. L'esercizio della fede non nasce per conclusione di ragionamenti, ma la ragione entra in azione quando il credente cerca la motivazione delle sue scelte e intende spiegarne il fondamento. Si dovrebbe forse aggiungere che anche chi non vive la fede, può già partire dalla consapevolezza della propria tensione vitale e dall'esercizio del proprio amore per argomentare che il Tutto che l'avvolge e lo sostiene è un Tu che, conoscendolo e amandolo, può condurre là dove la vita tende come a compimento. Mi sembra che in fondo sia questa «la sfida che attende la teologia cristiana contemporanea» (p. 426). Solo alcuni dei molti stimoli preziosi che il libro del giovane teologo può offrire alla ricerca attuale di Dio. La sua diffusione può favorire tale ricerca da varie parti avvertita


in “Rocca” del 15 novembre 2011


 

JOAQUÍN NAVARRO-VALLS |04.11.2011
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Tutti vorrebbero conoscere il futuro dell' umanità. È più di una semplice curiosità o di un sfizio dell' immaginazione. Si tratta di un bisogno arcano, da sempre nascosto nel profondo delle aspirazioni di ciascuno. Gli strumenti statistici e le analisi della società, tuttavia, riescono oggi, malgrado l' invalicabilità del limite, a dirci qualcosa su come sarà probabilmente il mondo di domani. O, almeno, come potrebbe presentarsi la condizione di vita sulla Terra, se i parametri attuali rimanessero costanti. Cosa evidentemente insicura. È questo l' argomento dell' importante rapporto di quest' anno del Fondo dell' Onu per la popolazione. Il quadro che emerge sul futuro dell' umanità appare veramente molto interessante. Intanto si conferma un dato del presente che riguarda il censimento complessivo. Dal 31 ottobre il nostro pianeta ha 7 miliardi di abitanti, un miliardo in più rispetto a 12 anni fa e 6 rispetto all' Ottocento. Fin qui abbiamo a che fare non con le previsioni ma con una constatazione di base. L' aumento demografico si consolida. Tanto che, se i tassi di crescita resteranno gli attuali, gli inquilini della Terra toccheranno nel 2100 la quota di 15 miliardi. Ma sappiamo anche che la tendenza attuale - come è già avvenuto prima - decrescerà nel futuro. Una prima riflessione s' impone e riguarda la distribuzione degli incrementi che coinvolgono l' emisfero nord in modo sensibilmente inferiore rispetto a quello centrale e meridionale. Nell' Europa Occidentale ci sono oggi 170 abitanti per chilometro quadro. Nell' Africa subsahariana 70. Maa nessuno viene in mente di affermare che in Europa ci sono troppe persone. Le ragioni macrodemografiche sono ovviamente complesse, coinvolgendo sia gli atteggiamenti economici che le identità culturali. In ogni caso il ritmo di aumento delle natalità, con il concorso effettivo della vita media, connesso con l' invecchiamento occidentale, contribuirà di sicuro ad una forma di mescolamento migratorio inevitabile. Il documento delle Nazioni Unite, tuttavia, guarda soprattutto alle probabili modalità di configurazione dell' ordine sociale dell' avvenire. Si è registrato una costante intensificazione della mobilità, non soltanto da Paese a Paese, ma anche tra i diversi continenti. E, cosa abbastanza significativa, un processo di urbanizzazione crescente che si realizzerà in modo massiccio nei prossimi 40 anni. Qui si indica già un campo su cui attivare politiche adeguate, viste le tendenze all' accentramento di popolazione di vasta scala nelle città. D' altronde, il ruolo politico delle grandi metropoli sta diventando sempre più consapevolmente un perno del processo d' integrazione democratica. Qui s' incontrano demografia e cultura democratica. Il rapporto dà, però, in modo esplicito alcune indicazioni chiare sui giovani, cui è riconosciuto un potenziale enorme a causa del fatto che la metà della popolazione mondiale sarà composta da persone con meno di cinquant' anni. Poiché l' 80% proverrà da continenti in via di sviluppo, puntare su istruzione, salute e occupazione è interesse unanime. Stesso discorso anche per la condizione femminile che appare addirittura, tra le righe del resoconto, un elemento chiave per il bene comune dell' umanità. L' emancipazione del genere femminile, in costante accentuazione, garantirà insieme all' acquisizione di un ruolo e di un' identità specifica delle donne, un protagonismo fondamentale nell' educazione delle successive generazioni. Due osservazioni di straordinaria rilevanza devono essere accompagnate a questi fatti. In primo luogo la constatazione, valida a livello globale, che non è possibile uno sviluppo complessivo dell' umanità senza che le dinamiche spontanee siano supportate da interventi precisi e razionali che garantiscano equità nell' accesso alle risorse. Questo primo punto è imprescindibile per scongiurare catastrofi umanitarie ed esiti negativi in termini di miseria e di impossibile sopravvivenza, specialmente nei Paesi cerniera che hanno rapidamente accesso a tassi di crescita significativi. In secondo luogo, come emerge con chiarezza nelle conclusioni del rapporto, è insensato lavorare su progetti neo-malthusiani di controllo e limitazione delle nascite perché le crisi non verranno certo dall' aumento della popolazione, ma dalle diseguaglianze culturali, ambientali ed economiche che possono insinuarsi. Per adesso, anzi, è una costante la crescita economica legata alla crescita demografica. Investire in politiche sociali, senza più territori determinati e chiusi, significa trasferire inevitabilmente a livello planetario l' applicazione di certe prerogative etiche un tempo affidate agli Stati nazionali. Intervenire laddove gli sprechi sono estenuanti, pianificare un controllo degli investimenti, vuol dire garantire un' espansione dell' umanità in un mondo vivibile tendenzialmente e senza problemi da tutti. Appare, in tal senso, impossibile non guardare alla famiglia come soggetto sociale privilegiato nel permettere educazione, salute e formazione etica civilizzatrice della prole. Si deve riconoscere, insomma, che solo nel tessuto domestico si formano le categorie etiche fondamentali e si constata la pratica dell' equa dignità tra i sessi, nonché la fiducia nel grado di umanizzazione che s' intende diffondere a livello intergenerazionale. Dà comunque soddisfazione, per una volta, intravedere un quadro complessivo in cui non è la crescita di umanità ma la diminuzione d' immoralità a minacciare il futuro. Un futuro, conviene precisare, che o è umano o non esiste. E per questo può pensarsi anche nel segno dell' ottimismo.


 


Repubblica


02 novembre 2011 

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Vito Mancuso |28.10.2011
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Alla fine ciò che determina il valore di un essere umano è il metodo, più che i contenuti della mente o le azioni  compiute dalle mani. A dire chi siamo e a conferire la nota dominante alla nostra personalità è il metodo con cui  guardiamo e affrontiamo la vita. Il Meridiano dedicato da Mondadori al cardinale Carlo Maria Martini raccogliendone  gli scritti principali è, innanzitutto, un solenne discorso sul metodo.
Il metodo di Martini si chiama "lectio divina". In verità nel mondo reale noi possiamo leggere solo ciò che vediamo,  quindi solo ciò che per definizione non è divino, come i testi scritti dagli uomini o i fenomeni naturali. Se si giunge a  parlare di lectio "divina" non è quindi per l'oggetto materiale che viene letto, il quale è e rimarrà sempre del tutto umano nella misura in cui può essere colto dall'occhio, letto e compreso. Se si parla di lettura "divina" è piuttosto per  l'intenzionalità che guida chi legge, un'intenzionalità che proviene dalla profondità dell'uomo interiore dove, diceva  Agostino, "habitat veritas". La lettura del reale è così definibile come "divina" quando legge il mondo alla luce della  realtà ontologica e assiologia sottesa al concetto di Dio, quando cioè lo legge con la convinzione che la realtà prima e  ultima sia il bene, o la bellezza, l'amore, la giustizia, tutti modi differenti per dire la medesima cosa. Da questa  intenzionalità proveniente dalla profondità spirituale sorge, in alcuni, ciò che la tradizione spirituale chiama "lectio  divina" del reale. Praticare e insegnare questo metodo è stato a mio avviso il lavoro peculiare della vita e del magistero  di Carlo Maria Martini.
Lungo la sua vita egli ha letto il mondo umano come un testo da interpretare alla luce delle promesse divine attestate  dalla Bibbia e prima ancora scolpite nell'anima di ogni giusto. In particolare ha letto quella caratteristica del tutto  peculiare del mondo umano che si chiama "città", e non a caso il Meridiano è suddiviso nelle sue tre grandi parti con i  nomi delle tre città della vita di Martini: Roma, Milano, Gerusalemme. In questa prospettiva egli ha praticato anzitutto  un'onesta  attenzione analitica (nel suo lessico: discernimento), rispettando sempre le singole individualità senza mai  ricondurle a formule generiche. Ne parlo per esperienza personale, avendo avvertito i suoi occhi posarsi tranquilli per  capire il fenomeno, senza voler sapere già la soluzione e senza voler incasellare ciò che gli stava davanti in schemi  preconfezionati, dottrinali o pastorali che fossero. Mai, in Martini, il dogma ha prevalso sulla vita reale, mai la lettera  ha ucciso lo spirito, ed è in questa prospettiva che vanno lette le sue illuminate prese di posizione in campo bioetico,  assunte pubblicamente una volta che non fu più arcivescovo di Milano ma da sempre coltivate dentro di sé, così  diverse dalla gelida intransigenza di altri prelati. E se c'è un limite alla selezione operata dal Meridiano è proprio l'aver  trascurato questi testi. Le posizioni bioetiche, così come quelle teologiche delle Conversazioni notturne a  Gerusalemme, sono la logica conseguenza del primo elemento del metodo martiniano di approccio al reale, teso a  custodire il singolo fenomeno in tutta la sua complessità e fragilità. In questo senso Martini è un esempio tra i più  limpidi del cattolicesimo liberale e non-dogmatico, riassunto alla perfezione dal suo motto episcopale: «Pro veritate adversa diligere».
Il secondo momento del metodo martiniano di lettura divina del reale consiste in ciò che si potrebbe laicamente  definire immaginazione creatrice, ovvero capacità di saper prevedere e favorire il grado di evoluzione del fenomeno. Il  criterio-guida di tale immaginazione creatrice è il bene qui e ora, il massimo del bene qui e ora che da un singolo  essere umano o da una singola situazione è possibile far scaturire. Ognuno di noi infatti contiene di più di quello che  appare in superficie. Lo stesso vale per le istituzioni e i sistemi. Ogni cosa contiene di più di ciò che appare in  superficie. La "lectio divina" del reale è un'arte maieutica che sviluppa le potenzialità umane e spirituali alla luce della sapienza e della profezia divina. Non è l'ideologia politica o dottrinale che schematizza e incasella i fenomeni in una  direzione prefissata, neppure però è un atto notarile che registra ciò che appare premiando chi ha e punendo chi non  ha, com'è tipico di ogni prospettiva conservatrice. La "lectio divina" legge il fenomeno concreto alla luce delle esigenze  e delle potenzialità divine e tende a suscitare in esso una risposta pratica, concreta, operosa. La finalità della lettura  divina del reale infatti è sempre pratica, è l'azione, il lavoro, la caritas. Si piega sul fenomeno ma non vi si appiattisce,  piuttosto lo innalza, lo eleva sollecitando la sua libertà al di più che può dare, e che già contiene in sé.
Ne viene una singolare combinazione di analisi oggettiva e di carica utopica, di adesione al presente e di slancio verso  il futuro, nella quale il primo momento è più freddo e riguarda la mente, il secondo è più caldo e riguarda la volontà,  con il cuore e le mani chiamati a porsi in empatia col fenomeno e a sostenerlo facendolo camminare e indicandogli la  direzione. Il metodo-Martini in quanto "lectio divina" sgorga da questo duplice movimento della mente e del cuore. Tale metodo riproduce esattamente il metodo di Gesù quale appare nei Vangeli, come quando per esempio il rabbi di  Nazaret rifiutò di applicare la lapidazione per la donna sorpresa in adulterio come prescriveva la Legge (oggi diremmo  il Codice di diritto canonico) e però al contempo le disse "non peccare più", senza cadere nella nebbia nichilista di un al  di là del bene e del male.
L'attenzione al singolo è sempre più importante delle norme generali, ma con la finalità di sollecitarlo verso il puro e  severo ideale della fedeltà al bene e alla giustizia.
Tutto questo significa proporre un modello di fede cristiana funzionale al mondo. Ciò appare in modo chiaro nel tipo di  preghiera che Martini privilegia, che non è la preghiera di pura lode come vuole la classica mentalità religiosa, ma è la  preghiera di intercessione, che per Martini è la preghiera per eccellenza in quanto riproduce il movimento  fondamentale del Dio biblico, cioè la comunione e l'alleanza col mondo. Vi sono tradizioni che ritengono di raggiungere  il vertice dell'esperienza spirituale quanto più trascendono il mondo. Non così la Bibbia e la tradizione giudaico-cristiana, che vive invece della comunione Dio-Mondo, una comunione non statica ma dinamica, per meglio  dire dialettica, in quanto vive tale rapporto come compiutezza nel momento della sapienza e come incompiutezza nel  momento della profezia, come "già e non-ancora".
Sapienza e profezia sono le due anime speculative della spiritualità ebraica e Martini, che ama Israele e che non è  pensabile senza il suo legame con Gerusalemme, le riproduce perfettamente nella sua visione cristiana. Egli non ha mai  cessato di sostenere che senza un organico legame con l'ebraismo non si dà cristianesimo autentico.
Il tutto, come si accorgerà il lettore del Meridiano, con uno stile che privilegia la chiarezza e la semplicità. Martini  infatti ha fatto sempre uso della sua grande intelligenza e della sua vasta preparazione nella direzione della semplicità,  risultando un uomo che diffonde umiltà e mitezza.
Proprio come il suo Maestro, che un giorno definì se stesso "mite e umile di cuore".


in “la Repubblica” del 26 ottobre 2011

editore |28.10.2011
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Ratzinger ad Assisi venticinque anni dopo sulle orme di Wojtyla


 


Venticinque anni dopo il raduno interreligioso per la pace convocato nel 1986 ad Assisi da Giovanni Paolo II, oggi il suo successore ripete quel gesto. Benedetto XVI, insieme a circa 300 esponenti delle diverse tradizioni religiose, dai  buddisti agli induisti, dai musulmani agli scintoisti giapponesi, salirà alle otto di questa mattina sul treno, un convoglio  speciale che partirà dalla stazione del Vaticano, per raggiungere la città di San Francesco. La riedizione ratzingeriana  dei meeting interreligiosi di Papa Wojtyla ha come titolo: «Giornata di riflessione, dialogo e preghiera per la pace e la giustizia nel mondo» e presenta più di una novità. Quella più significativa è la presenza di alcuni atei, che hanno  accettato l’invito del Pontefice.
Quando lo scorso gennaio, a sorpresa, Benedetto XVI annunciò di voler celebrare l’anniversario del primo raduno  wojtyliano, non mancarono le critiche, anche dentro la Chiesa. Non s’inalberarono soltanto i tradizionalisti seguaci di  Lefebvre, che considerano questo tipo di incontri un’umiliazione per la Chiesa cattolica. Anche tra i «ratzingeriani» ci  fu chi fece notare al Papa che sarebbe uscito dai binari del suo stesso pontificato, temendo interpretazioni  sincretistiche, con le religioni che finiscono per equivalersi.
Ad Assisi 1986 erano in primo piano la preghiera e i rappresentanti delle varie religioni vennero ospitati per celebrare  i loro differenti culti in chiese cattoliche. Vi furono sbavature dovute all’organizzazione non impeccabile, che  impensierirono Joseph Ratzinger, allora Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede e assente all’incontro.  L’ultimo raduno interreligioso del pontificato di Giovanni Paolo II si tenne sempre ad Assisi nel gennaio 2002, subito  dopo l’attentato alle Torri Gemelle e allora il cardinale Ratzinger, invitato personalmente dal Pontefice, salì sul treno con i leader delle varie religioni. Al suo ritorno spiegò sul mensile «30Giorni» il significato di quel gesto: «Non si è  trattato di un’autorappresentazione di religioni che sarebbero intercambiabili tra di loro. Non si è trattato di affermare  una uguaglianza delle religioni, che non esiste. Assisi è stata piuttosto l’espressione di un cammino, di una ricerca, del  pellegrinaggio per la pace che è tale solo se unita alla giustizia».
L’aspetto del pellegrinaggio comune, più che quello della preghiera, sarà enfatizzato nella giornata di oggi, proprio per  evitare interpretazioni sincretistiche. I musulmani presenti saranno 48, più che nelle precedenti edizioni malgrado  l’assenza dei rappresentanti dell’università di AlAzhar del Cairo, il principale centro intellettuale dell’islam sunnita, che  o scorso gennaio ha interrotto i contatti con il Vaticano dopo che il Papa aveva invocato un intervento della  comunità internazionale per proteggere i cristiani in Egitto. Assente - giustificato - il Dalai Lama. Mentre ci saranno il  patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I e una delegazione del patriarcato di Mosca.
La novità più importante e sorprendente è la presenza di alcuni non credenti. Una di loro, Julia Kristeva, interverrà  davanti al Papa e agli altri leader religiosi affermando: «Per la prima volta, l’homo sapiens è in grado di distruggere la  terra e se stesso in nome delle proprie credenze, religioni e ideologie». Mentre tra gli impegni sottoscritti nell’incontro  conclusivo, c’è quello che sarà letto dal vescovo luterano di Terra Santa Mounib Younan: «Noi ci impegniamo a  proclamare la nostra ferma convinzione che la violenza e il terrorismo contrastano con l’autentico spirito religioso e,  nel condannare ogni ricorso alla violenza e alla guerra in nome di Dio o della religione, ci impegniamo a fare quanto è  possibile per sradicare le cause del terrorismo».


di Andrea Tornielli
in “La Stampa” del 27 ottobre 2011


 


 


Religioni, il dialogo passa dal bene
di Enzo Bianchi
in “La Stampa” del 26 ottobre 2011


Nella giornata di riflessione, dialogo e preghiera per la pace e la giustizia nel mondo indetta da papa Benedetto XVI si  possono scorgere, accanto a una sostanziale continuità con l’iniziativa di Giovanni Paolo II nel 1986, qualche accento  di novità. A questa giornata, infatti, sono convocate anche personalità del mondo della cultura che non si professano  religiose; inoltre, l’incontro è intitolato «Pellegrini della verità, pellegrini della pace», mettendo così in rilievo come la  ricerca della verità sia essenziale perché vi possa essere una ricerca della pace.
Quanti presumono di conoscere Benedetto XVI e lo additano sovente come «correttore» dei suoi predecessori hanno  gridato al tradimento e alcuni di loro si sono persino rivolti a lui con lettere che lo invitavano a cancellare questa  iniziativa. I tradizionalisti scismatici esprimono la loro condanna, e lo stesso fanno anche alcuni cattolici che temono  l’evento perché lo giudicano un incoraggiamento al sincretismo o al relativismo, secondo il quale tutte le religioni si  equivalgono. Così ancora una volta nella nostra Chiesa, sempre più divisa e conflittuale, si profilano accuse e  contrapposizioni che segnano con la diffidenza ogni iniziativa e la rendono occasione per una negazione di chi, lungi dall’avere un’altra fede, semplicemente appare con diversità di stile, di toni, di atteggiamenti pastorali, di modi di porsi  ella storia e in mezzo agli uomini.


Al di là delle reazioni anche scomposte, la volontà di Benedetto XVI di fare proprio lo spirito di Assisi conferma il  cammino di dialogo voluto dal Vaticano II e mostra come la Chiesa cattolica abbia la consapevolezza di una missione  veramente universale: una missione, cioè, che riguarda tutti nel rispetto del cammino e delle vie religiose di ciascuno,  nella convinzione che tutti gli uomini sono fratelli perché figli di un unico Padre e Creatore e che a nessuno di loro  potrà mai essere estraneo il mistero pasquale di Gesù. Va anche detto che molti timori riposano su un fondamentale malinteso: si presume che il dialogo richieda di mettere da parte la propria fede e dimenticare la verità. In realtà, il  dialogo implica un’autentica reciprocità, chiede di ascoltare l’altro e la sua fede con rispetto ma, nello stesso tempo, di  parlare con parresía della propria fede. Il dialogo interreligioso esige che ciascuno dei due partner conosca la propria  tradizione e le resti fedele, che sia un testimone della propria fede senza la pretesa di imporla all’altro. Il dialogo, se ben  compreso, fa addirittura parte dell’evangelizzazione, perché è solo dialogando in modo autentico che si assume lo  stile di Gesù, lo stile del Vangelo, quello dei discepoli inviati tra le genti.
Il cammino del dialogo è un percorso coerente con la grande tradizione della Chiesa. Fin dai primi secoli i padri della  Chiesa, interrogandosi sulle diverse tradizioni religiose in mezzo alle quali i cristiani erano una realtà nuova e  minoritaria, discernevano i semina Verbi, cioè la presenza di «semi della parola di Dio», di tracce dello Spirito Santo,  di raggi di verità. In tutte le realtà, in tutta la storia ha sempre operato la parola di Dio e insieme a essa, mai da essa  dissociato, lo Spirito di Dio; con l'incarnazione, poi, è Dio stesso che si è fatto uomo, carne, e ha abitato in mezzo a noi.  La Parola ha sparso i suoi semi di vita nelle culture di tutte le genti, semi che inizialmente sono nascosti ma che poi si  sviluppano e appaiono nella storia, nelle diverse culture. Detto altrimenti, Cristo è la verità unica, ma raggi della sua  luce si trovano in ogni essere umano, creato da Dio a sua immagine e somiglianza. Verità, queste, mai smentite, che  hanno condotto Paolo VI a constatare che «le religioni ... hanno insegnato a pregare a intere generazioni», mentre  Giovanni Paolo II attestava: «Noi possiamo ritenere che ogni preghiera autentica è suscitata dallo Spirito Santo che è misteriosamente presente nel cuore di tutti gli uomini».
Ma a quali condizioni è possibile convocare credenti di diversa fede e religione a pregare per la pace? Quando fu  organizzato l’incontro del 1986, in risposta alle diverse contestazioni sollevate nei confronti dell’iniziativa papale si  affermò con insistenza che il pellegrinaggio ad Assisi non era voluto per «pregare insieme», ma per «stare insieme per  pregare». In tal modo si è ribadita l’impossibilità di una preghiera comune, perché questa è possibile solo tra cristiani  di diverse confessioni, che riconoscono il Dio trinitario e confessano come unico salvatore Gesù Cristo. I cristiani non  possono fare proprie le formulazioni di preghiera di altre religioni e, reciprocamente, gli altri non vorrebbero certo  adottare le preghiere cristiane. La preghiera, eloquenza della propria fede, ci chiede di pregare insieme come cristiani  che confessano la fede espressa nel Credo apostolico; ci chiede anche di pregare insieme tra ebrei e cristiani (almeno  attraverso i salmi), figli gemelli dell’Antico Testamento che confessano lo stesso Dio e attendono da lui la piena  redenzione.
Ci è però impedito di fare una preghiera comune e pubblica con credenti di altre religioni: l’unica cosa che è sempre  possibile condividere con tutti è un silenzio adorante vissuto gli uni accanto agli altri, nella certezza che Dio vede,  unisce, accoglie ciò che sale dal cuore umano come desiderio di bene e di salvezza. Dio conosce chi cerca il suo volto:  lui certo vede e crea una comunione che noi non possiamo né misurare né riconoscere. Tuttavia, come ricordava  Giovanni Paolo II nel discorso alla curia romana nel 1986, coscienza e fede ci dicono che «c'è un solo disegno divino  per ogni essere umano che viene a questo mondo, un unico principio e fine», perché «le differenze sono un elemento  meno importante rispetto all’unità che invece è radicale, basilare e determinante».
Noi cristiani crediamo che Gesù Cristo è l’unico salvatore, l’unico mediatore e l’unico Signore degli uomini, ed è  proprio questa fede in lui che ci spinge verso gli uomini del mondo, delle diverse culture e religioni, con grande  simpatia, con il desiderio di ascoltare ciò che brucia nel loro cuore, con il desiderio anche di imparare da loro, nel  dialogo e nel confronto schietto, libero, capace di reciproca accoglienza. Non siamo degli ingenui ottimisti ma, anzi, è  con fatica che cerchiamo di assumere i sentimenti, gli atteggiamenti e i pensieri di Gesù, lui che ha voluto incontrare  tutti: sani e malati, giusti e peccatori, ricchi e poveri, ebrei e appartenenti alle genti, persone con la fede in Dio o che non conoscevano Dio. Gesù non ha mai giudicato né condannato nessuno, si è addirittura seduto alla tavola degli  impuri, dei peccatori e dei maledetti: e come potremmo noi, suoi discepoli, rifiutarci di accogliere qualcuno dei nostri  fratelli e sorelle in umanità?


Sì, noi uomini e donne siamo tutti ciechi in cerca di essere guariti, zoppi che faticano ad andare avanti, balbuzienti nel  parlare a Dio, spesso sordi nell’ascoltarlo. Siamo pellegrini in cerca della verità, della giustizia e della pace: tutti  invochiamo e attendiamo la salvezza, quella «salvezza [che] non sta nelle religioni in quanto tali, ma è collegata con  esse, nella misura in cui portano l’uomo al Bene unico, alla ricerca di Dio, alla verità e all'amore».
Il testo è la lectio magistralis che Enzo Bianchi terrà oggi ad Assisi alla vigilia della preghiera per la pace con il Papa.


 


 


“Io, ateo, invitato dal Papa”
intervista a Andrés Beltramo Alvarez, a cura di La Stampa
in “La Stampa” del 27 ottobre 2011


Senza gli «atei» mancherebbe qualcosa nell’incontro ad Assisi. Parola del filosofo messicano Guillermo Hurtado, 48  anni, il membro più giovane della delegazione dei quattro non credenti che partecipa alla Preghiera per la Pace. Con lui  i saranno Julia Kristeva, filosofa e psicoanalista francese; Remo Bodei, storico dell’Università di Pisa; e Walter  Baier, economista austriaco membro del partito comunista. La riunione voluta dal Papa, per Hurtado, non è più  «interreligiosa», perché per la prima volta coinvolge tutta l'umanità.


Cosa ci fa un agnostico in questo pellegrinaggio?
«Accompagna i credenti nella ricerca della verità e della pace, come ha detto Benedetto XVI. Si tratta di una ricerca  condivisa dall'umanità, nella quale un agnostico, e anche un ateo, possono partecipare con fiducia e convinzione piena».


Questa sarà la prima volta per i «non credenti» negli incontri di Assisi. Come interpreta la novità?
«Come parte di una vocazione universale della Chiesa cattolica, perché un incontro di soli credenti, che lascia fuori  quelli che non lo sono, non sarebbe un riflesso delle aspirazioni comuni dell'umanità. Dobbiamo promuovere il dialogo  tra credenti e non credenti in questo momento della storia, nel quale siamo sommersi in una crisi molto grande, per  trovare soluzioni comuni ai problemi comuni».


Ci sono molti tipi di «non credenti»: agnostici, atei e ostili. C’è posto per tutti ad Assisi?
«È un ventaglio, che va dagli atei belligeranti giacobini (che pretendono di cancellare la religione), fino agli agnostici  aperti alle manifestazioni della religiosità che cercano risposte spirituali. Non è possibile mettere tutti i non credenti  nella stessa categoria. Quello del Papa non può essere preso come un invito per tutti: lo considero come un invito  individuale, per stabilire un dialogo con alcuni non credenti».


 


 


L’anglicano Williams: silenzio e povertà, in ascolto di Francesco
di Rowan Williams, arcivescovo di Canterbury
in “Avvenire” del 27 ottobre 2011


Per san Francesco d’Assisi, il presupposto di ogni dialogo era la povertà. Intendo riferirmi a tutto il ministero di  Francesco. Non si può parlare di dialogo senza includere l’ascolto reciproco, e non si può prestare ascolto senza  ammettere una qualche forma di povertà interiore, come la povertà del silenzio, che ci serve per ascoltare le parole  dell’altro, e la povertà di riconoscere che l’altro può donarci qualcosa di cui abbiamo bisogno. Povertà di spirito vuol  dire rimanere in silenzio affinché l’altro – che si tratti dell’ambiente fisico, del mondo animale, del credente di fede  diversa o del non credente – possa essere ascoltato con sincerità. Non è certo il silenzio del dubbio o del relativismo.
È povertà fondata nella ferma convinzione dell’assoluta realtà di Dio rivelata dal Cristo incarnato e, come dimostra la  vita stessa di Francesco, nelle piaghe di Gesù crocifisso. È fondata nel convincimento che l’amore per Dio è saldo e  forte abbastanza da superare l’opposizione più intensa e ostinata, che il silenzio dell’amore sollecito fa emergere la  verità, e che della verità non si deve aver paura. Negli incontri di Assisi dovremo ascoltare Francesco e chiedergli di  pregare per noi. Nel nostro dialogo dobbiamo trovare il coraggio di stare in silenzio insieme: non già perché non abbiamo niente da dire o nessuna verità da condividere, ma in quanto consapevoli, e grati, che Cristo ci ha assicurato  un posto nella sua vita e preparato per noi incontri in cui lo ritroveremo e riconosceremo in persone e situazioni  diverse. Dobbiamo trovare il modo di parlarci e ascoltarci l’un l’altro in maniera tale da lasciar emergere il logos,  quell’energia e interazione che sta alla base di tutto il creato e che sorregge egualmente la giustizia e la contemplazione.


 


 


Al passo di due Papi
intervista a Roger Etchegaray a cura di Angelo Scelzo
in “Avvenire” del 27 ottobre 2011


Di Assisi continua a dire che «è la più bella arca di pace che ci sia». Ma 25 anni dopo quell’evento che passò – e così a  fondo – per le sue mani, il cardinale Roger Etchegaray tiene a dire anche qualcosa di sé, naturalmente a modo suo:  «Non mi sento un combattente un po’ in disarmo di quel primo Assisi. Esiste sempre qualche buona battaglia da  combattere, e quella che Papa Benedetto ci indica, con il ritorno nella città del Poverello, non è solo importante ma  aiuta a guardare avanti, ai tempi forti che sono già in atto, e che ancor più si profilano per la Chiesa e il mondo. Penso ai 50 anni dall’apertura del Concilio Vaticano II, al Sinodo dei vescovi sulla nuova evangelizzazione».
Forse bisognerà parlare anche di uno 'spirito Etchegaray' visto che, quanto più gli anni avanzano, tanto più sembra  dilatarsi lo sguardo al futuro del cardinale delle 'missioni impossibili', riconosciuto tessitore di pace 'armato' della forza  dei mezzi poveri: la capacità di dialogo, il rispetto per l’altro, la chiarezza delle proprie ragioni. Sulle lunghe fasi della  preparazione – oltre dieci mesi di incontri, contatti, passi avanti e battute d’arresto – la preoccupazione è di spostare il tiro da un protagonismo personale: «Di allora mi viene in mente soprattutto l’inusuale consuetudine di rapporti con il  Santo Padre: per me è stata un’esperienza di personale evangelizzazione. E Assisi fu tutta sua, un’intuizione alla  Wojtyla, testa e cuore: la pace come orizzonte ma anche fatica comune delle religioni. Aveva già tutto in mente, a  partire dalle obiezioni, che gli si manifestarono subito, alla lettura della proposta – che pure prese in una certa  considerazione – di un 'Concilio mondiale della pace' avanzata dal fisico tedesco Carl Friedrich von Weizsaecker,  fratello dell’allora presidente tedesco. Le accuse di sincretismo non tardarono a manifestarsi, e bisogna dire che  Giovanni Paolo II fece di tutto per sgombrare il terreno da equivoci. Ma è vero che si manifestarono anche perplessità di una certa parte del mondo cattolico, che si trovò di fronte a un cambio di passo che non si aspettava».


È per questo allora che nel venticinquennale si parla di una 'nuova Assisi' riveduta e corretta?
«Non direi. Nella sostanza non esiste niente di mutato. Un accento diverso si può trovare nel valore che Papa  Benedetto assegna al dialogo intra-ecclesiale, che riguarda le singole religioni in rapporto a se stesse. Mi sembra un  punto fondamentale nella visione del Santo Padre. Ciò spiega il momento della preghiera riservata a ciascuna  delegazione, e la particolare importanza attribuita al pellegrinaggio, una strada comune lungo la quale il Papa chiede  anche l’apporto degli atei, di coloro che sono in ricerca e che, non di rado, avvertono più di tutti la vicinanza di Dio.  Ecco un tratto, già largamente presente in tutto il pontificato, che identifica come 'tutto di Benedetto' questo ritorno ad Assisi. L’incontro di 25 anni fa, in ogni sua fase, pose in evidenza le differenze e le convergenze tra l’ecumenismo e il  dialogo interreligioso, e contribuì a far compiere un salto in avanti senza precedenti verso le religioni non cristiane,  considerate fino ad allora come di un altro pianeta, nonostante Paolo VI con la Ecclesiam suam e il Concilio con la  Nostra aetate ».


Si può trarre ancora qualcosa di nuovo da Assisi 1986?
«Nessun grande evento finisce una volta per sempre. Non possiamo mettere il punto alla storia, e tantomeno a una  storia come quella di Assisi che, peraltro, si è sviluppata per capitoli successivi con la convocazione della Giornata di  preghiera per l’Europa nel gennaio del 1993 durante il conflitto nei Balcani, e il ritorno nel 2002. Quando la pace cerca  un approdo la bussola è sempre orientata in direzione del monte Subasio. Assisi non è solo l’altro nome della pace, la  sua novità è sempre in atto».


Da quei giorni del 1986 la traduzione ricorrente è quella dello 'spirito di Assisi', che per qualcuno equivale a una formula di successo, o poco più...
«Si è cominciato da allora a parlare e a prendere coscienza in maniera sempre più consapevole della 'famiglia umana' e  delle responsabilità che a essa spettano, prima fra tutte la pace. Si potrebbe parlare anche in questo caso di una  semplice formula. Ma il problema è la sostanza.
E se si ritorna ad Assisi, a distanza di 25 anni non è certo per fare semplice memoria di un evento passato. Non è questo  l tempo per rivisitazioni più o meno celebrative. Anzi, credo sia giusto dare merito a chi nel corso di questo  non breve arco di tempo ha fatto in modo che lo 'spirito di Assisi' continuasse a soffiare in ogni parte del mondo. Penso,  in particolare, alle Giornate della Pace della Comunità di Sant’Egidio, l’ultima delle quali svolta in coincidenza  con l’anniversario di Assisi a Monaco, nella città dell’episcopato di Papa Benedetto»,


Qual è allora il senso di questo nuovo incontro a distanza di un quarto di secolo?
«Ecco, l’ha detto: un quarto di secolo. Contare gli anni toglie spessore e, in un certo senso, mette in ombra il dato  fondamentale: più che Assisi, è cambiato il mondo. E anche la Chiesa vive una sua stagione diversa e tutta nuova,  guidata dalla sapienza di un uomo di Dio che s’è dato e ha affidato a tutti noi il compito essenziale di annunciare  l’Essenziale: il Dio che salva, ma che pure lascia a noi la libertà di impastare la storia con le nostre mani. Venticinque  anni fa il mondo era ancora diviso in blocchi: il muro spezzava Berlino e non solo; di globalizzazione non parlava  ancora nessuno e Internet con le nuove tecnologie informatiche muoveva appena i primi passi. Anche la pace si divideva in campi ben delineati, e non ancora attraversati con l’irruenza che è venuta poi, da quelle nuove forme di  sfruttamento e di ingiustizia ramificate, come erba cattiva, accanto a modelli di sviluppo avvelenati alla radice. Sono  riapparsi ai nostri occhi scenari che pensavamo appartenessero solo ai fantasmi del passato: traffico di esseri umani,  esodi e deportazioni; povertà declinate in tutte le peggiori forme di privazioni. Non solo pane si è arrivati a invocare,  ma le più elementari forme di diritti, a cominciare dalla libertà. È spuntata così, con tutti i rischi ancora in atto, la  'primavera araba'. Assisi di oggi e la Chiesa che vi si reca in pellegrinaggio si trovano a confrontarsi anche con tutte le  più drammatiche appendici di guerre e conflitti, che, peraltro, continuano a imperversare. E non occorre certo  ricordare che il nuovo millennio si è aperto con lo sfregio delle Torri Gemelle, un attentato così barbaro da macchiare  di violenza il tempo nuovo che nasceva: il secondo millennio della nascita di Cristo, che la Chiesa ha celebrato,  accompagnata alla soglia e per un breve tratto oltre il varco dalla santità e dalla sapienza di un grande Papa, il beato  Giovanni Paolo II. Nel grande pellegrinaggio attraverso la storia, Assisi è solo un piccolo tratto. Ma su questa strada la  prima verità è che non esistono passi perduti. Il punto centrale del ritorno ad Assisi mi sembra, in sostanza, proprio  questo: la ricerca della verità è di per sé una strada che porta lontano. La prima sosta utile può essere all’angolo del  bene comune. È forse arrivato il tempo di piazzarvi una tenda».


 


 


ALTRI ARTICOLI


 



Wojtyla insisteva sull'unità della famiglia umana nel segno del Concilio. Ratzinger ha confermato, senza scorciatoie. "Resta sullo sfondo - ... - il valore dell'approfondimento della ricerca teologica, dopo lo spiazzamento introdotto dalla pratica del dialogo con le grandi religioni, specie in relazione alla singolarità del Cristo in ordine alla salvezza, tra soluzioni di «esclusivismo», «pluralismo», «inclusivismo». Una ricerca che ha grandi responsabilità."


L'Inquisizione indagò sulle visioni di Teresa prima che la Chiesa non vedesse l'utilità di conciliare ascetismo e soprannaturale. Nei suoi testi la santa descrive la decomposizione della sua identità nel transfert con l'Essere Completamente Altro, Dio


Il Papa ha inviato anche gli «agnostici» al pellegrinaggio per la "Giornata di dialogo e preghiera per la pace e per la giustizia". Preghiera «individuale» per i leader religiosi e riflessione comune sulla pace. «Mai più violenza, mai più guerra, mai più terrorismo! In nome di Dio ogni religione porti sulla terra giustizia e pace, perdono e vita, amore».


"Nel discorso fatto nella Basilica di Santa Maria degli Angeli, davanti alla Porziuncola dove trovò rifugio San Francesco, dinanzi a ortodossi ed ebrei, musulmani e buddisti, indù, jainisti, sikh, zoroastriani, bahai, confuciani, taoisti, scintoisti, il Papa non ha mancato di recitare un mea culpa. «Come cristiano, vorrei dire a questo punto: sì, nella storia anche in nome della fede cristiana si è fatto ricorso alla violenza. Lo riconosciamo, pieni di vergogna»"


"Il Papa unisce le religioni su ciò che più le accomuna, lo sforzo per la pace e la giustizia, lasciando in secondo piano il terreno scivoloso della preghiera in comune. «Restiamo uniti contro la guerra e l'ingiustizia - ha detto -. Mai più violenza, mai più guerra, mai più terrorismo. In nome di Dio ogni religione porti sulla Terra giustizia e pace, perdono e vita, amore»"


"Papa Ratzinger ieri ad Assisi ha ritenuto di rivolgersi anche a quelle «persone alle quali non è stato dato il dono del poter credere e che tuttavia cercano la verità, sono alla ricerca di Dio». Queste persone pongono domande sia «agli atei combattivi» che «pretendono di sapere che non c'è un Dio», e li invitano «a diventare, invece che polemici, persone in ricerca, che non perdono la speranza che la verità esista». Ma soprattutto... agli aderenti alle religioni, «perché non considerino Dio come una proprietà che appartiene a loro così da sentirsi autorizzati alla violenza nei confronti degli altri»"


"«Mai più violenza! Mai più guerra! Mai più terrorismo!». L'impegno comune e l'esortazione finale, scandita dal Papa al crepuscolo nella piazza accanto alla Basilica, richiama il senso della «giornata di riflessione, dialogo e preghiera per la pace e la giustizia nel mondo»"


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27 ottobre 2011




"L'invocazione di questo Papa (Giovanni Paolo II: "Non abbiate paura") ci incita anche a non temere la cultura europea, ma al contrario ad osare l'umanesimo: costruendo complicità tra l'umanesimo cristiano e quello che, scaturito dal Rinascimento e dai Lumi, ambisce a rischiarare le vie rischiose della libertà" "L'incontro delle nostre diversità, qui ad Assisi, testimonia che l'ipotesi della distruzione non è la sola possibile. ..L'era del sospetto non basta più. Di fronte alle crisi e alle minacce sempre più gravi, è venuta l'era della scommessa. Dobbiamo avere il coraggio di scommettere sul rinnovamento continuo delle capacità degli uomini e delle donne di credere e di sapere insieme."


""Il rischio è l'abitudine di sopraffare l'altro, con la guerra ma anche con leggi inique o con la finanza globale": don Renato Sacco, rappresentante di Pax Christi, parla con la MISNA poche ore prima dell'inizio della Giornata di riflessione, dialogo e preghiera per la pace e la giustizia nel mondo...."


Ieri il Cortile dei gentili ha fatto tappa sulla via di Assisi. Ravasi: «Da sempre i cristiani dialogano». Hurtado: «Bisogna che credenti e non credenti vadano oltre l'apertura per passare all'avventura. Che consiste nell'osare di attraversare il corridoio che intercorre tra la fede e il vuoto».


Incontro ieri all'università di Roma III, per il "Cortile dei Gentili". "il tema è ancora il dialogo, oggi nel mondo globale. Tra credenti e non credenti. Quali terreni comuni, quali valori e emozioni da scambiare e «decidere assieme»" " Quanto ai credenti - suggerisce Bodei - devono negoziare, perché i cosiddetti valori non negoziabili sono pur sempre un terreno comune, da gestire e definire. Di volta in volta, come fossimo tutti in viaggio..."


"l'incontro di Assisi indica anche un metodo: quello del dialogo. Dialogo è una parola facile ma una pratica difficile. Perché sia autentico servono una cultura e un linguaggio appropriati, disponibilità ad abbattere muri e divisioni anche feroci, e soprattutto tanta umiltà, mitezza, disponibilità all'ascolto e alla comprensione. A questo dobbiamo educarci tutti, politica inclusa."


«Vogliamo pregare il Signore - ha aggiunto Benedetto XVI - che ci renda strumenti della sua pace in un mondo ancora lacerato da odio, da divisioni, da egoismi, da guerre, vogliamo chiedergli che l'incontro ad Assisi favorisca il dialogo tra persone di diversa appartenenza religiosa e porti un raggio di luce capace di illuminare la mente e il cuore di tutti gli uomini, perché il rancore ceda il posto al perdono, la divisione alla riconciliazione, l'odio all'amore, la violenza alla mitezza, e nel mondo regni la pace»


"Penso che siano necessarie certe condizioni perché il dialogo interreligioso sia fecondo... che sia condotto tra persone molto radicate nella propria religione e che non cercano di occultare le caratteristiche della loro fede al solo scopo di avvicinarsi all'altro... [che si sviluppino] capacità di ascolto senza mettere sempre in primo piano le proprie convinzioni... che ci si sforzi di conoscere un minimo di dati sulla religione degli altri. Il che ci obbliga... a conoscere meglio la nostra fede, a conoscere meglio noi stessi"


Oggi all'Università di Bologna un seminario su «Religione e sviluppo» "Le religioni del mondo condividono una profonda preoccupazione per la carità, la compassione e la giustizia - anche se ciascuna dà a questi concetti fondamentali una sfumatura leggermente diversa... In ognuna di esse alla povertà è attribuito un significato sia come soggetto o oggetto di spiritualità. Sarebbe sorprendente se lo sviluppo volto all'eliminazione della povertà e all'espansione delle capacità umane non traesse forza da un incontro ravvicinato con le religioni del mondo"


"«Dobbiamo promuovere il dialogo tra credenti e non credenti in questo momento della storia, nel quale siamo sommersi in una crisi molto grande, per trovare soluzioni comuni ai problemi comuni»"


"La questione della verità, per lui (Benedetto XVI), non può essere messa tra parentesi in nome del dialogo. Ma, a questo punto, a che cosa si riduce lo spirito di Assisi? La nebbia sale dalla piana e a tratti nasconde perfino la basilica..."


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26 ottobre 2011




"Non è un segreto per nessuno: papa Benedetto XVI non è particolarmente amante degli incontri interreligiosi, che rischiano di instillare nelle menti l'idea che "tutte le religioni si equivalgono". Non è evidentemente questa la convinzione del capo spirituale dei cattolici, nemico giurato del "sincretismo" e del "relativismo". Così ha sorpreso la sua decisione di commemorare il venticinquesimo anniversario dell'incontro interreligioso di Assisi..."


"Tutte le precauzioni passate e presenti volte a scongiurare il paventato rischio di confusione non basteranno tuttavia, nemmeno stavolta, a svalutare il significato della giornata. Che si rivelerà tanto più importante quanto più interpellerà i partecipanti sui disastri intercorsi negli ultimi cinque lustri"


"per Benedetto XVI oggi la questione della pace è collegata a quella della convivenza tra uomini e donne di culture, di nazionalità e di religioni diverse. «Il soggetto del convivere è oggi l'umanità tutta intera. Dobbiamo imparare a vivere non gli uni accanto agli altri, ma gli uni con gli altri»... La logica dello scontro di civiltà, dominante nel cupo decennio alle nostre spalle, si è rivelata tragicamente fallimentare. Ritrovandosi ad Assisi, le religioni manifestano una comune volontà di dissociarsi da questa logica e indicano nella convivenza la strada per il prossimo decennio"


la lettera dei 4 intellettuali di formazione marxista a misurarsi con le posizioni della chiesa cattolica sui temi della manipolazione della vita presenta una duplice semplificazione: nel ridurre il ruolo della religione a quello della chiesa cattolica, nel trascurare le differenze tra le religioni e all'interno dello stesso cattolicesimo


La posizione degli ultra-tradizionalisti contro l'incontro di Assisi è solo l'ultima di una serie di accuse alla Chiesa.


«Il Signore tolga il velo dai cuori degli uomini di Chiesa facendo loro riconoscere che una sola Pace è possibile tra gli uomini, quella di Cristo nel Regno di Cristo...». Lo afferma il distretto italiano della Fraternità San Pio X a tre giorni dal pellegrinaggio del Papa e degli altri leader religiosi previsto per giovedì 27 ottobre ad Assisi

 

Gianfranco Ravasi |25.10.2011
guanella


Nell'anno in cui don Luigi Guanella vedeva la luce, il 1842, moriva san Giuseppe Benedetto Cottolengo. Nella sua vita egli avrebbe collaborato con san Giovanni Bosco. Nei suoi stessi anni santa Francesca Cabrini attraversava l'oceano  per essere accanto alla miseria degli emigranti italiani in America, e la stessa opera era compiuta dal vescovo di  Piacenza, Giovanni Battista Scalabrini.
Dopo la sua morte avvenuta nel 1915, sarebbe brillata la figura di don Luigi Orione, del quale Silone ha lasciato un  memorabile ritratto personale in Uscita di sicurezza (1965), frutto di un incontro con lui allora giovane ateo. Lo scorso  nno è stato proclamato beato don Carlo Gnocchi, il prete milanese che aveva dedicato la sua missione alle  piccole vittime della guerra e a una folla di malati. Ancora oggi è viva l'opera e la memoria di don Zeno Saltini, l'artefice  i Nomadelfia…
Potremmo continuare a lungo in questo elenco, risalendo anche nel passato. Abbiamo voluto riservare oggi uno spazio  articolare a un genere letterario che in passato ebbe una straordinaria fortuna e che ora sopravvive ai margini  della cultura più paludata, cioè l'agiografia.
Lo facciamo con una biografia dedicata appunto a don Guanella, un sacerdote della diocesi di Como, nato sulle  montagne confinanti con la Svizzera, a Campodolcino (Sondrio). Oggi la sua immagine salirà solennemente sulla facciata di San Pietro a Roma quando Benedetto XVI lo dichiarerà santo della Chiesa cattolica. Appartiene a quella  "nube di testimoni" – per usare una suggestiva espressione della neotestamentaria Lettera agli Ebrei (12,1) - che hanno  messo in pratica senza glossa il precetto cristiano fondamentale della carità, soprattutto nei confronti degli ultimi della terra.
La loro pagina evangelica di riferimento è stato il capitolo 25 del Vangelo di Matteo nei versetti 31- 46, quando Gesù  "sceneggia" l'approdo estremo della storia in quello che la tradizione ha chiamato «il giudizio finale». Una pagina di  straordinaria potenza che è suggellata da una frase lapidaria rivolta dal Cristo giudice supremo ai giusti: «In verità vi  dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli l'avete fatto a me». E chi fossero questi  "piccoli" lo dicevano già gli stessi giusti quando, rivolgendosi a Cristo un po' sorpresi, gli domandavano: «Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere?


Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto  malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?». Sfilano, così, le famose «opere di misericordia corporale e spirituale» che sono l'incarnazione del comando evangelico dell'amore e che sono la cartina di tornasole dell'autentica santità. Forse non è del tutto ineccepibile teologicamente, ma ha un'indubbia verità il verso pascoliano dei Nuovi poemetti  (1909) che affermava: «Chi prega è santo, ma chi fa, più santo».
Luigi Guanella fu un cristiano esplicito, sacerdote cattolico, ordinato nel 1866 da un presule in esilio, mons. Frascolla,  primo vescovo di Foggia, incarcerato prima e agli arresti domiciliari poi a Como, a causa dei contrasti risorgimentali  tra Chiesa e Stato. L'incontro con don Bosco e un temporaneo ingresso tra i Salesiani tra il 1875 e il 1878 lo  prepareranno a quella missione che fiorirà da un germoglio minimo, un gruppetto di giovani donne che, a partire dal 1886, inizieranno ad assistere orfani e bambini e poi si rivolgeranno a derelitti e bisognosi di ogni genere, sconfinando anche in Svizzera, bonificando persino aree paludose per costituire villaggi o colonie autonome, approdando anche a  Roma ove decisiva sarà l'amicizia di papa Pio X. Frattanto si univano a don Guanella anche dieci sacerdoti e così, accanto alle Figlie di Santa Maria della Provvidenza, sorgerà anche la comunità dei Servi della Carità, che  popolarmente saranno denominati come i Guanelliani.
Gli autori della biografia, Michela Carrozzino, che è un'esperta nell'ambito della disabilità, e Cristina Siccardi, che è  ormai una veterana nel genere agiografico, seguono in forma narrativa ma anche con rigore documentario il percorso di questo semplice e appassionato sacerdote.
Egli non esiterà a raggiungere nel 1912 gli Stati Uniti per dedicarsi anche agli emigrati italiani, ma i suoi viaggi  'avevano  ià condotto in Terrasanta, a Londra, a Treviri. Alle soglie della morte, nel gennaio 1915, accorrerà in  Marsica, devastata dal terremoto, per impegnare i suoi sacerdoti e le sue suore in un'opera di assistenza. Il suo corpo  era da tempo debilitato dal diabete mellito, alla fine l'aveva colpito anche una paralisi che l'aveva ferito nella parola. Il   24 ottobre 1915, a 73 anni, si spegneva nella casa di Como dalla quale era partita la sua avventura spirituale e  caritativa. Il santo Luigi Guanella si definiva «un atomo perduto nello spazio», ma questo microscopico seme era destinato a generare l'evangelico albero maestoso della carità sul quale si posano gli uccelli del cielo. Parliamo delle  persone dalle disabilità più atroci e, in particolare, vorrei evocare (anche per una mia esperienza diretta) la straordinaria attenzione rivolta dai Guanelliani ai malati mentali: a Roma in una loro grande struttura ho potuto  scoprire la finezza e l'originalità del loro impegno nel seguire questo orizzonte così drammatico della sofferenza umana.


Uno dei capitoli della biografia si intitola appunto «Liberare i poveri dal manicomio» e don Guanella aveva intuito la  necessità del sostenere le famiglie in quest'opera delicata perché i disabili mentali hanno «il diritto di crescere, vivere e  morire dentro le pareti del domestico focolare».


in “Il Sole 24 Ore” del 23 ottobre 2011


 





 
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