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editore |06.12.2011
scola

Discorso alla città di Milano del Crad.Scola













«Crisi e travaglio all’inizio del terzo millennio» è il titolo del primo «Discorso alla città» che il cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano, pronuncerà alle 18 durante la celebrazione vigiliare di sant’Ambrogio nella basilica dedicata al patrono della città e compatrono della diocesi. Ai Primi Vespri saranno presenti autorità, istituzioni e comunità etniche di Milano. Anticipiamo qui un passaggio del discorso che Scola pronuncerà stasera, martedì 6 dicembre.


L’allora Cardinale Montini, in occasione della festa di Sant’Ambrogio 1962, fece questa preziosa osservazione: «Siamo ormai così abituati noi moderni a considerare questa distinzione del profano dal sacro, che facilmente pensiamo i due campi non solo distinti, ma separati; e sovente non solo separati, ma ciascuno a sé sufficiente e dimentico della coessenzialità dell’uno e dell’altro nella formula integrale e reale della vita». Con questa sensibilità e con lo sguardo orientato al Santo Patrono vorrei offrire qualche riflessione sul delicato frangente che stiamo attraversando.
Entrare nei meandri della crisi economica e finanziaria è, per la stragrande maggioranza dei cittadini, un’impresa impervia. Qualsiasi analisi appena un po’ meno che generica diventa presto inintelligibile al profano. Così il discorso economico, e ancor più quello finanziario, si è fatto lontanissimo dalla possibilità di comprensione di coloro che pure ne sono i destinatari e gli attori finali, cioè tutti.
È necessario che l’economia e la finanza, senza ovviamente prescindere dal loro livello specialistico, non rinuncino mai ad esplicitare quello elementare e universale. Tutti debbono poter capire, almeno a grandi linee, la "cosa" con cui economia e finanza hanno a che fare. Non si può accettare una riflessione e una pratica dell’economia che prescinda da una lettura culturale complessiva che inevitabilmente implica un’antropologia ed un’etica.
A questo proposito mi sembra decisiva la prospettiva con cui si sceglie di guardare all’odierna situazione. Parlare di crisi economico-finanziaria per descrivere l’attuale frangente di inizio del Terzo Millennio non è sufficiente. A mio giudizio la crisi del momento presente chiede di essere letta e interpretata in termini di travaglio e di transizione.
Questo tempo in cui la Provvidenza ci chiama più che mai ad agire da co-agonisti nel guidare la storia è simile a quello di un parto, una condizione di sofferenza anche acuta, ma con lo sguardo già rivolto alla vita nascente: «La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo» (Gv 16, 21). Il travaglio del parto esige però dalla donna l’impegno di tutta la sua energia umana. Così anche noi, cittadini immersi nella crisi economico-finanziaria, siamo chiamati a metterci in gioco, impegnando tutta la nostra energia personale e comunitaria. Il domani avrà un volto nuovo se rifletterà la nostra speranza di oggi. Una «speranza affidabile» deve quindi guidare le nostre decisioni e la nostra operosità.
Parlare di travaglio, e non limitarsi a parlare di crisi economico-finanziaria, vuol dire non fermarsi alle pur necessarie misure tecniche per far fronte alle gravi difficoltà che stiamo attraversando.
Secondo molti esperti la radice della cosiddetta crisi starebbe nel rovesciamento del rapporto tra sistema bancario-finanziario ed economia reale. Le banche sarebbero state spinte a dirottare molte risorse che avevano in gestione (e quindi anche il risparmio delle famiglie) verso forme di investimento di tipo puramente finanziario. Anche a proposito della nostra città si è potuto affermare: a Milano è rimasta solo la finanza.
Non spetta a me confermare o meno tale diagnosi. Voglio, invece, far emergere un dato che reputo decisivo: nonostante l’ostinato tentativo di mettere tra parentesi la dimensione antropologica ed etica dell’attività economico-finanziaria, in questo momento di grave prova il peso della persona e delle sue relazioni torna testardamente a farsi sentire.
In vista della necessaria ricentratura antropologica ed etica dell’economia – domandata a ben vedere dalla stessa ragione economica – è giusto riconoscere, come da più parti si è fatto, che la radice patologica della crisi sta nella mancanza di fiducia e di coesione.
Dalla crisi si esce solo insieme, ristabilendo la fiducia vicendevole. E questo perché un approccio individualistico non rende ragione dell’esperienza umana nella sua totalità. Ogni uomo, infatti, è sempre un "io-in-relazione". Per scoprirlo basta osservarci in azione: ognuno di noi, fin dalla nascita, ha bisogno del riconoscimento degli altri. Quando siamo trattati umanamente, ci sentiamo pieni di gratitudine e il presente ci appare carico di promessa per il futuro. Con questo sguardo fiducioso diventiamo capaci di assumere compiti e di fare, se necessario, sacrifici.
Da qui è bene ripartire per ricostruire una idea di famiglia, di vicinato, di città, di Paese, di Europa, di umanità intera, che riconosca questo dato di esperienza, comune a tutti gli uomini.
Non basta la competenza fatta di calcolo e di esperimento. Per affrontare la crisi economico-finanziaria occorre anche un serio ripensamento della ragione, sia economica che politica, come ripetutamente ci invita a fare il Papa. È davvero urgente liberare la ragione economico-finanziaria dalla gabbia di una razionalità tecnocratica e individualistica. Ed è altrettanto urgente liberare la ragione politica dalle secche di una realpolitik incapace di capire il cambiamento e coglierne le sfide. La politica, nell’attuale impasse nazionale e nel monco progetto europeo, ha bisogno di una rinnovata responsabilità creativa perché la società non può fare a meno del suo compito di impostazione e di guida. A questa assunzione di responsabilità da parte della politica deve corrispondere l’accettazione, da parte di tutti i cittadini, dei sacrifici che l’odierna situazione impone. Per sollevare la nazione è necessario il contributo di tutti, come succede in una famiglia: soprattutto in tempi di grave emergenza ogni membro è chiamato, secondo le sue possibilità, a dare di più. Chi ha il compito istituzionale di imporre sacrifici dovrà però farlo con criteri obiettivi di giustizia ed equità, inserendoli in una prospettiva di sviluppo integrale ("Caritas in veritate") che non si misura solo con la pur indicativa crescita del Pil.




 


Angelo Scola, arcivescovo di Milano
 Novità»In libreria    
Marco Roncalli |05.12.2011
teologia

 


Tra atei e credenti basta il pensiero
intervista a Bruno Forte a cura di Marco Roncalli


«Una teologia per la vita» (La Scuola, pp. 248, euro 14,50) è il libro intervista di Marco Roncalli a monsignor Bruno  Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto e teologo di fama. Il testo, da cui riprendiamo qui un brano, viene presentato oggi  alle 18 al teatro Rossetti di Vasto e domani , sempre alle 18, al teatro Marruccino di Chieti.


Discutendo pensatori come Andrea Emo, Massimo Cacciari e Vincenzo Vitiello, lei chiede alla fede e alla ragione di essere agoniche, di accettare la sfida, la lotta...
«Una ragione troppo sicura di sé, una ragione ideologica, diventa violenta e totalitaria. Una fede che non faccia spazio  al dubbio, un credente che non voglia essere il povero ateo che ogni giorno si sforza di cominciare a credere, rischia di  fare della sua fede una rassicurazione comoda. Dunque, fede e ragione sono agoniche, chiamate ad accettare la lotta, la  passione per la verità, e proprio così si aprono all’amore, la parola che il Nuovo Testamento adopera per esprimere la  forma più alta dell’incontro. Insomma, dobbiamo arrivare allo stupore della ragione, che è pure l’approdo della più severa disciplina del pensiero, della filosofia spinta fino in fondo. È forse lì che la ragione avverte meglio il fremere di  una voce di silenzio: 'l’ultimo Dio', per dirla con Heidegger, non viene prima, ma oltre la ragione e le sue pretese, oltre i  naufragi delle sue violenze. Nelle profondità del desiderio, la ragione si riconosce assunta e superata da un orizzonte  altro, più grande: sul piano speculativo la ragione indagante oltre sé stessa si ferma meditante sull’abisso 'dell’Inizio', ineludibile sponda... Questo stupore mi pare la condizione per aprirsi anche al possibile avvento dell’Altro nella  propria vita, cui schiude la fede. È la verità che non si può possedere, ma dalla quale siamo posseduti, che si fa a noi  guida, che rende la fede necessaria alla nostra vita: di questo ho parlato proprio con amici come Massimo Cacciari,  Vincenzo Vitiello e Giulio Giorello...».


Persone con cui ha scritto «Trinità per atei», a ricordarci la complementarità di teologia e filosofia.
«La teologia necessita nel suo cammino dell’indagine filosofica, ma allo stesso tempo la filosofia ha bisogno della  teologia. Si deve passare dal cogito ergo sum cartesiano, che sembrava esaurire nella capacità speculativa dell’io ogni  problematicità filosofica, al cogitor ergo sum, al 'sono pensato, dunque esisto', come ci ricorda la teologia. La  riflessione ci porta a un Dio che fa spazio all’altro, ma che allo stesso tempo crea uno spazio di indagine profonda in noi  stessi».


Dimenticavo una cosa sui nomi che mi ha appena citato... Sono accomunati dal fatto che non hanno mai la pretesa di  avere risposte per tutto.
«E infatti ho dovuto rinunciare a tenere aperto il dialogo con quei pensatori che avevano invece la presunzione di  sapere tutto...».



Qualche nome: almeno un italiano?
«Odifreddi e i suoi fragili “pamphlets” contro Dio e il cristianesimo».


Lo conosce personalmente?
«Venne a visitarmi e stetti a pranzo con lui. Si ipotizzava un lavoro insieme. Volli ascoltarlo. Poi gli dissi chiaramente  che non potevo scrivere un libro con lui su Dio. Per lui Dio può essere tutt’al più un giocattolo da smontare... per me è  il mistero santo, su cui si gioca tutto.
Per lui tutto è scontato, ci sono formule che risolvono tutti i problemi. No, non ci siamo. Il dialogo deve essere fra  teologia e filosofia, appunto fra interrogazione e ascolto, aperti entrambi alla forza della verità che irrompe...».


 


Secondo lei chi è il vero ateo? E l’agnostico?


«Certo non chi dice con nonchalance di non credere in Dio, chi è indifferente tout court, ma chi pensa fino in fondo il  dramma della fede, vive in una condizione di ricerca e di sofferenza, e denuncia il dolore di non credere... Ogni non  banale non credere resta indissociabile dall’infinito dolore dell’assenza, da un senso di orfananza e d’abbandono, quale  solo la morte di Dio può creare nel cuore dell’uomo, nella storia del mondo. Il pensante dunque è, per certi versi, a  modo suo, un credente, anche quando non confessa una fede, quanto meno una persona che sta vicino ad un credente  più di quanto lui stesso pensi... Insomma uno che non nega Dio con presunzione, ma che ne sperimenta con dolore  l’assenza. Agnostico è chi pensa di non poter conoscere Dio, di non poter nulla dire sul mistero. Di per sé l’ateismo  implica una negazione più radicale. Ecco perché penso che non possa esistere. Dopo il pensiero debole, con la sua  visione di un essere che non è, ma accade, sempre proteso sul baratro del nulla, dopo la crisi delle ideologie, ritengo  sia difficile negare Dio, quanto meno sottrarsi alla sfida del mistero. Se vogliamo, pure il credente è un agnostico, uno cui non basta certo la “gnosi” volgare delle soluzioni a buon mercato del problema più alto... Siamo tutti in ricerca  verso il Mistero che ci sorpassa. All’interno del credere o non credere ci sono due possibili atteggiamenti radicali,  quello di chi pensa, di chi pone domande vere e vive la sofferenza della ricerca, e quello di chi non pensa più. Ecco io  credo che dobbiamo incontrarci nel pensare, anche se questo reca fatica o sofferenza... Altrimenti è il credente a  diventare una specie di ateo, quando ad esempio trasforma la sua fede in una sorta di ideologia, senza vivere  l’inquietudine sofferta, appassionata di una ricerca, di una vera e propria lotta con Dio. Ecco perché, credenti e no, siamo sempre sulla soglia».


 


Sempre sulla soglia, ma anche sempre sulla stessa zattera della condizione umana che, in apparenza, se uno non crede,  s’infrange sulla sponda della morte. Questo vuol dire dolore, ogni volta che tocca qualcuno che hai amato...
«Sì, ma, appunto, solo a uno sguardo immediato, di superficie. Certo, non nego la domanda sul dolore.
Senza la morte non ci sarebbe il pensiero, la vita, la vita del pensiero, la dignità del vivere. È la morte che lascia aperto il bisogno di senso. Ed è il dolore che rivela la vita a sé stessa più fortemente della morte: l’avventura umana sta tutta nell’ammettere la tragicità della morte, non fuggendola, non esorcizzandola o nascondendola. Riconoscerla non  significa solo imparare a morire, ma lottare per dare senso alla vita, alla bellezza di esistere. Come diceva Maritain,  bisogna riconoscersi “mendicanti del cielo”, cercando gesti e parole che vincano quello che appare l’ultimo orizzonte. Perciò la condizione dell’essere umano è quella del pellegrino, sempre in viaggio, alla ricerca di una patria lontana, che  a nel cuore la nostalgia di un Oltre. Il nostro tempo sembra vivere a volte nell’illusione di mete raggiunte, nella sazietà  del giorno, nella compiutezza dei propri percorsi: sta qui la “malattia mortale”. Tu sei morto quando il tuo cuore non  vive più l’inquietudine e la passione del domandare. E questo vale anche per la via di Dio: nell’esperienza dell’incontro con Lui la grande tentazione è quella di fermare la vita... Quando non si ha più il desiderio di cercare, ci si allontana da  Dio. È questo il senso più profondo della legge della Croce».


 


in “Avvenire” del 30 novembre 2011






Forte Bruno, Una teologia per la vita, Brescia, Editrice La Scuola, 2011, pp. 245, E. 14.50


In un intenso colloquio con il saggista Marco Roncalli, il vescovo-teologo Bruno Forte mette in relazione teologia e filosofia, religione ed estetica, educazione e vita quotidiana. Un libro che racconta la ricerca di Dio nel nostro tempo segnato dai problemi del confronto tra identità e dialogo, della globalizzazione e del futuro del cristianesimo, affrontando temi e interrogativi che toccano la vita di credenti e non credenti.



 

Monique Hébrard |05.12.2011
laici

 



Due libri che giungono dal cattolicesimo vallone ci danno delle piste perché la Chiesa viva, nonostante le pesantezze dell'istituzione.
La Chiesa è forse in pericolo di vita? L'abisso che si crea tra le pratiche della base e le parole della gerarchia è tale che  “la Chiesa imploderà”, diagnostica Paul Löwenthal. L'ex presidente del Consiglio interdiocesano dei Laici (CIL) del  Belgio francofono conosce bene la vita delle comunità cattoliche.
Nel luo libro Ne laissons pas mourir l'Eglise. Foi chrétienne et identité catholique (Non lasciamo morire la Chiesa.  Fede cristiana e identità cattolica), passa in rassegna tutte le sfide a cui si trova confrontata. Non esita a porre  domande accusatrici ad un magistero ipertrofico che, sempre più, irrigidisce la tradizione. Forse che il magistero è lui  solo esperto in umanità? Che cosa ne fa, della libertà di coscienza? Della misericordia verso coloro che sono in  situazioni dolorose? Del riconoscimento dell'autonomia umana?
Dopo questa constatazione di un fallimento cocente della Chiesa nella modernità... e nei confronti delle persone più  impegnate, l'autore delinea il programma del cristiano adulto: libertà, responsabilità e apertura. Che continui ad agire  e ad impegnarsi: la moltiplicazione delle iniziative finirà per “far vacillare i capi”. Paul Löwenthal si ribella contro una  religione che invita ad osservare delle regole e chiede una Chiesa cattolica... più cristiana. Il discorso è a volte un po' ripetitivo, ma l'analisi è acuta e colpisce nel segno. Molti cattolici fedeli al Vaticano II saranno d'accordo con lui.


 


Così come si troveranno a loro agio in “L'Eglise quand même. A l'écoute du peuple de Dieu (La Chiesa comunque. In  ascolto del popolo di Dio).Questo testo collettivo nato anch'esso nel CIL (Consiglio interdiocesano dei Laici), unisce  ugualmente analisi severa e amore per la Chiesa. Non è per la qualità letteraria che questo opuscolo è degno di  interesse, ma perché è frutto di una serie di inchieste, di conversazioni, di testimonianze di cattolici che ci svelano il  loro vissuto e le loro riflessioni sul “fare Chiesa” e sulle gioie e le difficoltà che vi vivono.
Presenta una valutazione della situazione, seguita dagli auspici espressi nell'inchiesta: una Chiesa fondata su piccole  comunità conviviali e fraterne che vivono la corresponsabilità in tutti i ministeri in uno spirito democratico. Sapendo  che l'essenziale è che il Vangelo sia meglio annunciato e ascoltato. Il CIL deduce dall'inchiesta dieci punti per dare  indicazioni sul futuro della Chiesa.


 


 


Ne laissons pas mourir l’Église. Foi chrétienne et identité catholique, Paul Löwenthal, Mols, 302
p., 22 €
L’Église quand même. À l’écoute du peuple de Dieu, Conseil interdiocésain des Laïcs, Fidélité, 120
p., 11,95 €


 


in “www.temoignagechretien.fr” del 29 novembre 2011 (traduzione: www.finesettimana.org)

Paolo Dall’Oglio |05.12.2011
CopertinaDallOglio

 


Siria, ecco il monastero dove le fedi si incontrano


 




Un diario dal deserto. Gli articoli che padre Paolo Dall’Oglio ha scritto dal 2007 per il mensile internazionale «Popoli» sono ora raccolti nel volume La sete di Ismaele, in libreria da domani (Gabrielli, pagine 144, euro 12,00, introduzione  di Stefano Femminis). Il libro è arricchito dalla prefazione – di cui anticipiamo una parte – del giornalista e scrittore  Paolo Rumiz, che ha visitato l’antico monastero in cui ha sede la comunità monastica di  (www.deirmarmusa.org),  fondata da padre Dall’Oglio nel 1991 e dedita all’accoglienza e al dialogo interreligioso, in particolare con l’Islam. È dei  giorni scorsi la notizia che il religioso ha ricevuto dal governo siriano un decreto di espulsione, a causa del suo  impegno a favore della riconciliazione: sono in corso trattative con la Chiesa locale affinché l’effettività del decreto sia sospesa e il gesuita possa restare.


Deir Mar Musa. Il nome mi chiamava come una fata morgana, come la nostalgia di qualcosa di antico, qualcosa che  avevo dimenticato ma continuava ad agitarsi nel fondo dell’anima.
Quella fortezza della fede, arroccata sugli ultimi precipizi del Monte Libano davanti al deserto siriano, era una tappa  ineludibile del mio viaggio verso la Terra Santa. Cercavo i cristiani d’Oriente, eppure a parlarmi per primo del  monastero retto dal gesuita Paolo Dall’Oglio non era stato un prete ma un musulmano d’Italia. «Vai a vedere – aveva  detto – un luogo dove la tua fede ha imparato a convivere con l’islam». E aggiunse parole lusinghiere sulla capacità di  quel suo priore molto sui generis di capire il mondo musulmano pur tenendo dritta la barra del cristianesimo in quel  difficile avamposto.
Così andai, e già la lunga strada di avvicinamento lungo l’Anatolia fino alle terre alte del Tigri (dove comunità cristiane  di lingua aramaica vecchie di quasi due millenni resistevano miracolosamente alla pressione del nazionalismo islamico  urco) aveva ribaltato molte delle mie false certezze. Credevo, prima di prendere quella lunga strada, di  allontanarmi dal baricentro, dai punti di riferimento più forti della mia fede, e invece constatavo che proprio  allontanandomi da Roma avvertivo la presenza di un messaggio cristiano più limpido, cristallino, sempre più vicino alla sua fonte originaria, e sempre meno disturbato da tentazioni di egemonia e di potere. Era come se mi fosse  possibile prendere atto della mia identità e della mia cultura religiosa d’origine solo in terre dove il cristianesimo era  decisamente minoritario, se non addirittura perseguitato.
Erano passati, non dimentichiamolo, appena quattro anni dall’attentato alle Torri gemelle, e il discorso del conflitto di  civiltà era stato semplificato ad arte dai seminatori di zizzania come scontro religioso. Era anche per reagire a questa  semplificazione che avevo intrapreso quel viaggio tra i miei cugini d’Oriente, un viaggio che mi portava fatalmente a  sconfinare, un giorno sì e uno no, nei territori dell’ebraismo e della fede musulmana. Così, quando in una sera di  temporale imminente arrivai al monastero fortificato di Mar Musa, mi ero già reso conto che religiosi da prima linea  come Paolo Dall’Oglio si trovavano, con la loro semplice presenza, non soltanto a combattere con le infinite  suscettibilità del mondo musulmano, ma anche a scontare sulla loro pelle (con molte eccezioni s’intende) le  incomprensioni e i pregiudizi dei loro referenti d’Occidente. Di queste il priore di Mar Musa non volle mai parlarmi, ma  era mia ferma convinzione che esse ci fossero.
Ebbi la conferma, lì a Mar Musa, che per farsi riconoscere, il cristianesimo aveva anche bisogno di capire come Cristo e   discepoli erano visti dagli altri popoli del Libro. Nel suo ineguagliabile L’Usage du monde, Nicolas Bouvier racconta  del viaggio compiuto negli anni Cinquanta fino al subcontinente indiano. Nella tappa afghana egli narra di aver trovato  nel bazar di Kabul una raffigurazione di Gesù che ascendeva al cielo circondato da apostoli armati. Per un musulmano era magari concepibile che un profeta della bontà di Isa accettasse di essere catturato senza difendersi, ma era  assolutamente inammissibile che i suoi uomini rinunciassero a difenderlo. Vili, codardi, non avevano reagito. E  soprattutto, rinunciando a uccidere dei malvagi, essi avevano favorito la catena del male. La raffigurazione di discepoli  armati altro non era che il desiderio dei musulmani di rendere più presentabile il martirio di quel sant’uomo.  Ancora più interessante la visione degli ebrei ortodossi, così come mi era stata vivacemente spiegata da un rabbino  gerosolimitano di nascita italiana. Il difetto maggiore di Cristo? Non si era sposato, non aveva figli. Chi non fa figli non è  un uomo e non ascolta i comandamenti di Elohim: crescete e moltiplicatevi. E allora, mi disse, come fa a essere dio  uno che non è nemmeno uomo? E che dire dei discepoli, questi scioperati perdigiorno che avevano rinunciato alla  fatica della terra e del lavoro? Che garanzie di serietà potevano dare questi scapoloni a zonzo capaci di vivere solo alle spalle altrui? Sì, era fondamentale ascoltare storie così, sentire il parere degli “altri” per raccontare la “nostra” identità  con maggiore forza e consapevolezza.
Una sera pregammo insieme, in quel monastero che altro non era che la “reception” di un arcipelago di grotte  eremitiche sparse nelle rocce circostanti. Risuonarono antiche litanie, sentii la bellezza della preghiera cristiana  formulata in lingua araba, e la parole-chiave attorno cui tutto ruotava era “nur”, luce. Cantava Paolo Dall’Oglio dentro  una chiesa buia, dove la luce, appunto, era solo un raggio che entrava da una feritoia verso Oriente. Fu da quel viaggio  che cominciai a cercare la mia fede proprio nelle periferie, negli avamposti, nelle trincee di mondi considerati a rischio   nel profondo di stati marchiati come “canaglia” dalla geopolitica banalizzata dell’Occidente.
Ad Antiochia – incontrando la mia compagna di viaggio Monika Bulaj – una donna che si era convertita al  Cristianesimo e subiva per questo non poche ritorsioni, aveva spostato una tendina in casa sua e mostrato, dietro, un  foglio di giornale illustrato con la raffigurazione di Cristo. Sospirò e spiegò perché aveva deciso di seguirlo. «Come fai a  non fidarti di uno con un viso simile?», riassunse così il concetto, prima di riempirci il sacco da viaggio di frutta secca e caffè che a lei dovevano essere costati una fortuna.


Paolo Rumiz
in “Avvenire” del 4 dicembre 2011

 Documenti»Chiesa    
Pontificio consiglio della giustizia e della pace |30.11.2011
econo

«La Santa Sede come gli indignados: tassare le transazioni finanziarie» (La Stampa); «Serve un’autorità finanziaria mondiale» (Avvenire); «Vaticano molto liberal e anti finanza globale» (Il Foglio). Presentata il 24 ottobre in vista della riunione dei capi di stato e di governo del G20 (Cannes, 3-4 novembre), ma anche nel bel mezzo della crisi finanziaria che ha investito l’Italia, questa nota del Pontificio consiglio della giustizia e della pace, intitolata Per una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale nella prospettiva di un’autorità pubblica a competenza universale, ha attratto l’attenzione dell’opinione pubblica italiana in misura maggiore di quanto non accada di solito per questo genere di testi. Il documento analizza l’attuale emergenza economica e finanziaria globale alla luce di alcuni capisaldi della dottrina sociale della Chiesa, in particolare le due encicliche sullo sviluppo umano Populorum progressio di Paolo VI (1967) e Caritas in veritate di Benedetto XVI (2009), al fine di offrire un «contributo che può essere utile per le deliberazioni» del G20, condiviso in «spirito di discernimento» (card. P.K.A. Turkson, presidente del Pontificio consiglio della giustizia e della pace).


Regno-doc. n.19, 2011, p.608


 


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Il Vaticano e i liberali
di Jérôme Anciberro
in “www.temoignagechretien.fr” del 24 novembre 2011(traduzione: “www.finesettimana.org”)



La nota del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace “per una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale  ella prospettiva di un'autorità pubblica a competenza universale”, resa pubblica il 24 ottobre scorso, è passata  alquanto inosservata nella maggior parte dei media francesi, in particolare nelle testate più specializzate per l'economia.
Questo era già capitato con Caritas in veritate, l'enciclica sociale del papa pubblicata nel 2009, la cui ambizione  tuttavia era molto più ampia e il cui statuto canonico completamente diverso. Per la nota di Giustizia e Pace si sono  ritenute sufficienti, nella maggior parte dei casi, un dispaccio di agenzia ed un breve articolo (condiscendente).


Levata di scudi
Per saperne di più, bisognava leggere la stampa confessionale, o andare sui blog specializzati.
Allora ci si rendeva conto che quella nota era stata molto presto oggetto di un aspro dibattito all'interno di certi  ambienti cattolici. In discussione: la critica esplicita dell'ideologia liberale e la proposta di creazione di una vera autorità politica mondiale.
Denunciando “l'apriorismo economico”, “l'ideologia del liberalismo economico, “l'ideologia utilitaristica”, ma anche  “l'ideologia tecnocratica”, la nota del Consiglio ricorda anche l'analisi proposta da Benedetto XVI in Caritas in Veritate  che considera la crisi non solo come una crisi di natura economica e finanziaria, ma essenzialmente di natura morale.
Generalmente, queste considerazioni teoriche molto critiche sul liberalismo non sono affrontate da coloro che si  oppongono al documento. E quando lo sono, è per essere messe sul conto di una tardiva influenza marxisteggiante che  si farebbe sentire a Giustizia e Pace.
Lo sguardo rivolto alla crisi morale delle nostre società generalmente non è neanche messo in discussione  frontalmente dagli avversari liberali del documento del Pontificio Consiglio. Ma appena la nota affronta questioni  concrete come la tassazione delle transazioni finanziarie o la costituzione di quella famosa “Autorità mondiale” che  potrebbe regolamentare in maniera efficace certi meccanismi politici e finanziari sulla base del principio di  sussidiarietà, le critiche si fanno più severe... o scaltre.
Un esperto anonimo citato dal sito francese cattolico-liberale Liberté politique (1) spiega ad esempio che il progetto di  istituire un'autorità mondiale evocando il principio di sussidiarietà rientra in un esercizio di “alta acrobazia  intellettuale”.


autorità mondiale
Le misure come la Tobin tax o la capitalizzazione delle banche in difficoltà vengono giudicate “terra terra e  prudenziali”. La loro scelta e la loro messa in atto non corrisponderebbe alle preoccupazioni etiche della nota e non  sarebbero quindi di competenza del magistero. Un altro onorevole corrispondente di Liberté politique suggerisce del  resto molto semplicemente di dimenticare quel testo e di coprirlo pudicamente con il “mantello di Noé”.
Negli Stati Uniti, l'influente intellettuale cattolico George Weigel, seguito da altri, ha centrato la sua critica sul fatto che  un testo proveniente da un “piccolo ufficio” della Curia avesse un livello di autorità trascurabile e che non c'era quindi  ragione di preoccuparsene.
Prendendo una certa distanza, non sembra tuttavia che la nota di Giustizia e Pace sia particolarmente innovatrice. Non  fa che riprendere delle nozioni esplicitamente difese da tutti i papi, almeno da Giovanni XXIII, in particolare quella  famosa idea di una Autorità mondiale.
Non si capisce quindi la violenza delle reazioni che ha suscitato. Il teologo americano Vincent Miller che, in un articolo  el quindicinale americano National Catholic Reporter, giudica il documento di Giustizia e Pace “eminentemente moderato”, formula un'ipotesi: “Le fondazioni neoliberali hanno investito da anni somme incalcolabili  er fare della parola “governo” una parolaccia.”
In queste condizioni, si capisce che l'idea di un'Autorità mondiale oggi provochi una reazione di rigetto. Anche dei  cattolici.



(1) www.libertepolitique.com è il sito dell'Associazione per la Fondation du Service Politique, organizzazione che  riesce nell'exploit intellettuale di dichiarare un robusto cattolicesimo in materia di morale, difendendo  sistematicamente le opzioni economiche più liberali

 
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11-13 luglio Brescia

 

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