FORUM «IRC»
 
La Redazione |19.07.2011
biotes

 


 


Un dibattito intenso e appassionato si è riacceso in Italia in seguito alla discussioone e approvazione della legge sul fine vita.




Riportimao di seguito due brevi interviste a politici cattolici, Giuseppe Fioroni e  Enzo Carra, entrambi esponenti di primo piano di partiti dell'opposizione parlamentare. Il primo del PD  partito che si è espresso contro la regolamentazione pur lasciando la libertà di voto il secoindo dell'API di F. Rutelli. Infine un estratto dell'intertvento alla camera  della cattolica Rosy Bindi,  Presidente del PD .


 


 


"Sbagliato sospendere il cibo la vita non è bene disponibile"
intervista a Giuseppe Fioroni, a cura di Maria Novella De Luca
in “la Repubblica” del 12 luglio 2011


Onorevole Fioroni, oggi lei come voterà?
«Secondo coscienza. Il Partito Democratico ha dato libertà di voto e io intendo seguire questa indicazione».



Il suo partito è fermamente contrario a questa legge, lei invece viene indicato tra quei 15-20 deputati del Pd che voteranno a favore, insieme a Pdl, Lega, Udc...
«Rispondo dicendo che questa legge non andava fatta, la fine della vita è un momento intimo che riguarda quella "comunità di destino" composta dal malato, dai familiari e dal medico, uniti dalla compassione e dal dolore. Il legislatore deve restarne fuori. Però ormai non possiamo più farne a meno».


Perché?
«Perché un terzo potere si è inserito in questo ambito, e parlo dei giudici e della sentenza Englaro.
Ma anche perché bisognava fermare leggi presentate anche da esponenti del mio partito con altre finalità».


Dunque lei voterà con la maggioranza?
«Ci sono dei punti che condivido e altri no. Sono però convinto che non si possano interrompere ad un malato né l´idratazione né la nutrizione, che sono supporti vitali, non terapie. Ma anche perché questo punto ne nasconde un altro».


Quale?
«Come si sente, mi chiedo, una persona anche gravemente malata a cui vengono tolti cibo e acqua? Quanto soffre? Sono medico e lo so: moltissimo. E allora? Cosa farà il medico che la segue? La lascerà nel suo dolore? O dovrà aiutarla a morire senza sofferenza, ipotizzando così però un suo ruolo attivo nell´accorciare la vita di qualcuno? Sono domande enormi, ma non rinviabili».


E poi?
«È un quesito finale, escatologico, che come cattolico mi riguarda in prima persona. La vita è un bene disponibile di cui noi possiamo decidere? È lecito, mi chiedo, lasciarsi morire?».


 


 


«Molto meglio non fare una regola Ma approvarla era il male minore»
intervista a Enzo Carra, a cura di Mariolina Iossa
in “Corriere della Sera” del 13 luglio 2011


«Io avrei preferito non votare alcuna legge ma una volta deciso che legge doveva esserci non potevo che approvarla», spiega il deputato cattolico dell’Api di Rutelli Enzo Carra, ex Margherita. «Speriamo bene adesso».


Lei pensa che sarà difficile mettere in pratica la legge?
«Bisognerà vedere quanto la legge reggerà alla prova dei tribunali, della Corte costituzionale, e dell’intera collettività. Questa legge è frutto di un cambiamento improvviso del dibattito su questo tema avvenuto dopo la sentenza Englaro. Sarebbe stato meglio nessuna legge».


Allora perché avete votato il testo?
«Perché si è trattato del male minore. Dopo il caso Englaro c’è stata una psicosi collettiva che ha portato all’esigenza immediata di mettersi al riparo, di mettere in sicurezza questo valore fondamentale. Soprattutto sulla questione dell’idratazione e dell’alimentazione, i veri punti sui quali c’è stato contrasto. La deriva eutanasica andava scongiurata».


Dunque è soddisfatto.
«Chi come me ha a cuore la libera scelta guarda dentro le cose e ha una maggiore sensibilità a comprendere il punto di vista dell’altro. Del resto, la maggioranza che ha approvato questa legge è molto alta, tutto il Pdl, tutto l’Udc, una parte compatta di Pd, noi e altri. Insomma, una legge votata con una stragrande maggioranza ha un grande peso politico. Tuttavia, nonostante il travaglio sia stato lunghissimo, il dibattito in aula non è stato all’altezza».


 


 


Biotestamento, avete ucciso la volontà
di Rosy Bindi
in “Europa” del 13 luglio 2011


Intervengo per annunciare il voto convintamente contrario del gruppo del Partito democratico a questo articolo, nel quale è racchiusa, potremmo dire, tutta la proposta di legge sulla cosiddetta Dat. Con quest’articolo e con gli emendamenti che avete estratto a sorpresa, come un coniglio dal cappello all’ultimo momento, di fatto vietate la dichiarazione anticipata di volontà e vanificate il lavoro di questi due anni in commissione, per il quale ringrazio l’onorevole Livia Turco, l’onorevole Miotto e tutti i membri della commissione affari sociali.
Prima di questo provvedimento la Dat nel nostro paese non era regolata, oggi è impedita. Voi prevedete, infatti, che si possa esprimere, non la volontà ma un semplice orientamento – ed è davvero difficile capire come la volontà di una persona possa diventare un orientamento – soltanto nel momento in cui c’è assenza di attività cerebrale. È come mettere la Dat in competizione con il testamento spirituale, che io mi auguro si possa ancora fare.
Tutto questo è mosso da un’ipocrisia, quella di chi dice che non avrebbe voluto alcuna legge, ma siccome è entrata in gioco un’autorità terza – il solito magistrato – allora è diventato necessario provvedere a normare questa materia.
Chi vi parla era tentata dalla suggestione di nessuna legge, ma credo che il legislatore possa anche assumersi la responsabilità di intervenire su una materia tanto delicata se lo fa in maniera mite, condivisa, non invasiva, mettendo in atto quelle norme che Leopoldo Elia chiamava facoltizzanti, ovvero che non costringono a fare e non sono autoritarie.
Chi vi parla non ha mai avuto certezze sul caso Englaro. Mi sono chiesta molte volte se la volontà di Eluana è stata violata per molti anni dall’accanimento terapeutico o è stata violata nell’ultimo momento, dall’interruzione delle terapie. Me lo sono chiesta molte volte e l’unica certezza che condivido con voi è che dobbiamo dire no all’eutanasia e all’accanimento terapeutico. Noi non siamo i padroni della nostra vita ma ne siamo i custodi. Ma se siamo i custodi, con questa proposta di legge che vi ostinate ad approvare, la domanda diventa: chi sta espropriando la persona della possibilità di esercitare questa custodia? Chi viene espropriato e da chi viene espropriato? Dal medico? Non sembra, perché gli legate le mani. Dal familiare? Neppure, perché la sua volontà è annullata da queste norme. Dal fiduciario? Ma non si capisce che ruolo abbia.
In realtà, è la persona ad essere espropriata da una legge scritta da un legislatore autoritario, distante, che non è in grado di capire davvero quello che si muove nel cuore delle persone, nella volontà delle persone.
Allora vi chiediamo, ancora una volta: siamo ancora in tempo, fermiamoci, c’è un’altra ipocrisia che si sta consumando. Voi dite che nutrizione e alimentazione devono essere sempre garantite, ma non sarete in grado di farlo con i tagli che con questa manovra vi accingete al sistema assistenziale italiano. E nello stesso tempo private di questa volontà, impegnativa come l’abbiamo definita con i nostri emendamenti, che sono in linea con la Convenzione di Oviedo, con il Comitato nazionale di bioetica, il paziente. Un paziente che, quando è in grado di intendere e di volere, può  rinunciare a questi trattamenti e che non può farlo, ora per allora, quando sarà privo di quella volontà alla quale vi volete sostituire come legislatore.
Vi chiedo – lo chiedo alla maggioranza, alla Lega e soprattutto all’Unione di centro – a quale antropologia state ispirando questa vostra legge? Non certo a quella liberale, non certo a quella cristiana: perché il fondamento del rapporto tra il Dio di Gesù Cristo e gli uomini è la libertà della persona.
(dall’intervento alla camera di ieri)




Altri articoli critici


 



"Anche chi, laicamente, aveva dubbi che l'idratazione e l'alimentazione fossero ipso facto equiparabili a una terapia, assiste attonito al modo con cui quel dubbio sacrosanto è diventato dogma inderogabile. Ciò che viene detto, firmato e vidimato quando si era coscienti diventa carta straccia"


"quel disegno di legge (sostenuto da cattolici che si dicono osservanti) esprime una concezione ... ateista e biologista, derivata da un materialismo volgare che riduce l'esistenza alla mera sopravvivenza dell'organismo e non le dà altro senso e destino" "dove è finito il tema grandioso della "libertà cristiana"?" La vita è un dono e quindi indisponibile? In questo caso "si tratterebbe - come dice il filosofo cattolico Possenti - dell'unico dono nell'intera storia universale a rimanere nella piena disponibilità del donatore invece che in quella di chi lo riceva."


" il capogruppo del Pd è tra quanti, insieme a Rosy Bindi e Margherita Miotto, hanno lavorato per arrivare a un testo che potesse essere condiviso da tutte le anime del partito. Un testo che prevede - ... - il riconoscimento delle Dat e il loro carattere impegnativo, nonché la «possibilità», per chi le sottoscrive, di includere la nutrizione artificiale."


"Se il testo sul fine vita licenziato dalla Camera diventerà legge nel prossimo settembre, dopo l'approvazione definitiva anche del Senato, nel nostro Paese verrà di fatto istituita l'obbligatorietà dell'azione sanitaria. Tale obbligo cesserà in pratica con la sola morte del paziente. Commentatori ben qualificati hanno già da tempo sottolineato i profili di incostituzionalità..."


"È triste e pericolosa una società nella quale si sente il bisogno di fare una legge sulla morte, soprattutto per proibire una buona morte, che in greco si dice eutanasia" "La Chiesa farebbe bene a non mettercisi in mezzo. Per molte ragioni." "La ragione più spirituale è che nella riduzione della fede ad etica, cioè a casistica dei comportamenti ammissibili, si perde l'essenziale del messaggio di salvezza. ... La novità del cristianesimo sta nell'aver portato l'etica, la norma dell'agire, dal dominio della verità al dominio dell'amore, dal regno dell'obbedienza al regno della libertà."


"«È una legge assurda, inaccettabile, tutto l'impianto fin dall'inizio lo era, ma dopo il voto di ieri è stata pure peggiorata e non credo che in Senato migliorerà»"


"i contenuti. A dir poco schizofrenici, dal momento che promettono un diritto nell'atto stesso in cui lo negano. Ma l'acrobazia verbale sta nelle definizioni. In particolare questa: alimentazione e idratazione forzata non costituiscono terapie (dunque rifiutabili), bensì «forme di sostegno vitale» (dunque irrinunciabili). E perché le terapie mediche sono sostegni mortali?"


"Ho sempre pensato che il testamento biologico... potesse avere anche un valore educativo, perché obbliga ognuno ad affrontare i temi esistenziali, a dibatterli con altri e a interrogare se stesso su come vorrebbe concludere il proprio ciclo biologico, nel caso tale evento grave si realizzasse. Un dibattito utile quindi alla formazione di una personalità consapevole e cosciente sul grande tema dell'autonomia di decisione"


"Al posto della volontà della persona compare ormai, violenta e invadente, quella del legislatore.

Perdiamo il diritto all´autodeterminazione, che la Corte costituzionale, con la sentenza n. 438 del 2008, ha riconosciuto come diritto fondamentale della persona. Si esclude, infatti, che la persona possa liberamente stabilire quali siano i trattamenti che intende rifiutare qualora, in futuro, si trovi in situazione di incapacità."


«Non è di certo l'antropologia cristiana ad ispirarli», ...«Questa è la prova tecnica del partito dei cattolici».


Non si rendono conto di quello che stanno facendo. Come dicono giuristi e costituzionalisti, imporre per legge a un cittadino che non può più esprimersi ciò che non oserebbero imporre a chi ne ha ancora la facoltà, e imporre l'idratazione e l'alimentazione artificiali quando non si possono imporre nemmeno quelle normali, è anti costituzionale.


"Il testo approvato dal Senato nel 2009, emendato e riscritto dalla commissione Affari Sociali della Camera, appare adesso come un puzzle inestricabile di norme difficili e spesso inesplicabili. Un corpus di divieti in aperto contrasto con la normativa europea sul "fine vita", e che apre la strada quindi ai ricorsi in tribunale... E molte perplessità arrivano anche dai medici, investiti di una responsabilità enorme, "costretti" anche a non rispettare il desiderio dei pazienti"


"Dopo questa legge nessuno potrà opporsi all'idratazione, all'alimentazione e perfino alla respirazione artificiale. Inoltre l'ultima parola, la decisione finale, spetterà sempre e solo al medico. Se le norme passeranno così, sarà stabilito a maggioranza un atto di violenza psico-fisica verso la persona, una brutale negazione del libero arbitrio"

 


 

 
Pierluigi Di Piazza |18.07.2011
piazza



Pierluigi Di Piazza, Fuori dal tempio. La Chiesa al servizio dell’umanità, Laterza,  Bari 2011, pp. 125 , euro 12,00


 


Presentazione


«Mi sento laico, umile credente sempre in ricerca, prete per un servizio disponibile, disinteressato, gratuito nella comunità cristiana e nella società; anticlericale, cioè non appartenente ad una categoria; non funzionario della religione. Si può così intuire quale sia a livello di comunicazione l’effetto del cercare giustizia, verità, uguaglianza, pace, condivisione».


Parla don Pierluigi Di Piazza, fondatore del Centro di accoglienza per stranieri Ernesto Balducci di Zugliano, e racconta la sua storia di uomo e di prete, di insegnante e di animatore culturale, alle prese con i temi più discussi nelle comunità cristiane: le delicate posizioni dei separati e divorziati nella Chiesa, l’aborto, l’omosessualità, il celibato dei preti, il sacerdozio delle donne, la pedofilia, la malattia e il fine vita.


L’autore


Pierluigi Di Piazza,prete, parroco, laureato in Teologia, ha ricevuto nel 2006 la laurea ad honorem dell’Università degli Studi di Udine quale ‘imprenditore di solidarietà’. Insegnante per 30 anni, nel 1988 ha fondato il Centro di accoglienza per stranieri e di promozione culturale “Ernesto Balducci” di Zugliano (Udine) di cui è responsabile. Collabora con giornali e riviste. Tra le sue pubblicazioni, Nel cuore dell’umanità, storia di un percorso (2006) e Questo straordinario Gesù di Nazaret (2010).


 




La fede ha radici laiche
di Federico Vercellone
in “La Stampa” del 17 luglio 2011


Forse mai come oggi si è reso evidente che integralismo e laicismo sono una sorta di Giano bifronte, due volti dello stesso individuo. All’integralismo religioso e politico ha fatto compagnia in questi anni, anche con ottime motivazioni, un atteggiamento laico che ha voluto ridurre la religione a un fatto privato fornendo in questo modo legittimità alla fede solo quando rinunzi a essere
partecipe della sfera pubblica. Ma se la religione è come l’attesa degli Ufo, non si può poi pretendere che gli extraterrestri non vogliano invadere la Terra.
Il gioco di specchi tra laicisti e fondamentalisti in questo modo si rivela come un conflitto necessario. Si tratta, in fondo, una diatriba tra fratelli. In questo Paese siamo troppo spesso ancora figli di Peppone e di Don Camillo, mangiapreti amici-nemici dell’abito talare, religiosi pronti a fare ogni compromesso con il mondo quando ciò convenga alla maggior gloria di Dio.
A parlarci delle radici laiche della fede viene ora un sacerdote, Pierluigi Di Piazza, che ci rammenta l’essenza più pura del Vangelo, che coincide anche con la laicità cristiana. E con la libertà del mondo di aderire o di non aderire al messaggio di Gesù Cristo. Don Di Piazza ci ricorda con forza, in un piccolo libro quanto mai incisivo, Fuori dal tempio. La Chiesa al servizio dell’umanità (Laterza), che il cristianesimo è essenzialmente una religione profetica, è attesa di un nuovo Regno che è da coltivarsi con l’atteggiamento vigile della testimonianza. Questo comporta fare i conti con la cultura del momento e con le contingenze della storia scegliendo innanzi tutto l’accoglienza. Don Di Piazza, che ha fondato a Zugliano, in Friuli, il Centro di accoglienza per stranieri e di promozione culturale «Ernesto Balducci», ci conduce così in un appassionato itinerario nella laicità cristiana. È un cammino che si accompagna a una ferma condanna delle prese di posizione delle gerarchie cattoliche nei confronti del celibato dei preti, del divieto del sacerdozio femminile, del caso Englaro, delle compromissioni scandalose nei confronti del potere politico. Don Di Piazza ci insegna così che è doveroso essere laici per i credenti. E che è doveroso per tutti, credenti e non, essere in «buona fede».


 


 


L'intervista


Il libro è un sofferto e profondo excursus nella sua vita di uomo, prete, insegnante, animatore culturale, personaggio capace di assumere posizioni scomode, ma sempre sostenute con la forza della fede, del sentimento e del ragionamento, davanti a molti dei temi più delicati che agitano le anime dei cristiani: separati e divorziati, aborto, omosessualità, celibato dei preti, sacerdozio delle donne, pedofilia, malattia e fine vita. Il tutto in un impegno di fede e di sincerità.


Si tratta di un libro troppo ricco di spunti di riflessione per essere decentemente illustrato nel ristretto spazio della pagina di un giornale, ma qui tentiamo di tratteggiarne le linee fondamentali parlandone con lui.


– Il titolo del libro dice Fuori dal tempio. Questo implica che c’è una differenza sensibile tra il tempio e il mondo che ne resta fuori?


«Questo titolo esprime l’itinerario di riflessione che mi pare sia ispirato e suggerito dal Vangelo che costituisce il filo conduttore del libro. Quando Gesù di Nazaret muore sulla croce, il velo del tempio si squarcia perché Gesù viene ucciso dall’intreccio dei poteri culturale, legislativo, politico e religioso, nonché dal braccio armato militare dei romani. E questo pone una questione di drammaticità e contrasto, mette in evidenza una dialettica tra il Dio del tempio e il Dio che Gesù presenta nella sua vita, nelle sue parole, nei suoi gesti. È il contrasto che pone da una parte il Dio del tempio, gestito dai sacerdoti di una religione tradizionale che di fatto legittima le disattenzioni per i bambini, la discriminazione della donna, l’esclusione degli ammalati, la cacciata di coloro che sbagliano, dei peccatori, il disprezzo per la gente povera considerata ignorante dalla classe dirigente. Dall’altra parte Gesù pone una fede, non una religione; una fede incarnata della vita, nella storia e soprattutto nelle relazioni con le persone. Quindi il Dio del tempio e il Dio di Gesù di Nazaret entrano in un conflitto insanabile che costa a Gesù la crocifissione, ma che poi dona a chi partecipa di questa fede anche Gesù che vive oltre la morte, con una presenza misteriosa che sempre ci accompagna».


– Ma tutto questo non è riferito soltanto a quella storia, ma anche all’oggi...


«Il titolo, infatti, dice che, partendo da questo assunto, la Chiesa dovrebbe sempre ispirarsi al Vangelo di Gesù misurando il suo annuncio, la sua credibilità e la sua coerenza soprattutto fuori dal tempio anche se nel tempio, inteso come edificio religioso, ci si continua a incontrare per i momenti di preghiera, di riflessione, per la comunione nell’eucarestia. Ma guai se tutto questo, restando chiuso nella sacralità del tempio, è separazione e non diventa invece incarnazione del messaggio del Vangelo nella storia e nelle relazioni con le persone».


– All'inizio del volume è pubblicata la Lettera di Natale del 2009, quella in cui, in dieci sacerdoti di questa regione, avete specificato in quali definizioni di Dio credete e in quali non credete. Come mai è stato deciso di collocarla come introduzione al libro?


«A dire il vero questa è stata una decisione presa dagli editori che hanno pensato che questa lettera – che avevo mandato loro insieme ad alcuni altri scritti – poteva essere un prologo interessante e importante. Ovviamente in questa lettera noi non abbiamo alcuna presunzione di definire cos’è Dio: se lo facessimo sarebbe davvero una contraddizione clamorosa perché quando parliamo di Dio siamo sempre noi poveri esseri umani a parlarne dentro la contingenza di una cultura, di un linguaggio che è sempre parziale rispetto all’universalità e alla profondità. Quindi, come diceva padre Ernesto Balducci, al quale abbiamo intitolato il Centro di accoglienza e di promozione culturale di Zugliano, Dio è absconditus e sarebbe terribile identificarlo forzatamente con le nostre teologie e a pensarlo rinchiuso nelle nostre liturgie perché Dio è sempre da cercare, pur se intuito, creduto, pregato. Questa lettera, che credo sia sempre attuale, l’abbiamo scritta con l'intenzione di favorire una riflessione su quella specie di politeismo così presente anche nella nostra realtà, italiana e friulana. È davvero sconcertante, infatti, come nello stesso tempo si possa parlare di Dio e invocarlo come il Dio dei ricchi e dei poveri; come il Dio di chi si impegna per la pace e di chi legittima le guerre e i bombardamenti; come il Dio di che è razzista e utilizza una religione etnicizzata e chi in nome di questo Dio, che disse “Ero forestiero e mi avete accolto”, accoglie gli ultimi, i fuggitivi, i diseredati; come il Dio dei forti, dei potenti e dei prepotenti e il Dio dei deboli, dei fragili, degli ultimi; come il Dio di chi utilizza il suo nome per un potere – come avviene anche nel nostro Paese – assolutizzato, che pretende di essere ingiudicabile e il Dio che ci insegna che il potere va inteso come servizio. Quindi questo politeismo, questo relativismo riguardo a Dio è per me preoccupante».


– Quindi, a maggior ragione, non si potrebbe parlare di un Dio “al di sopra delle parti”, di un Dio indifferente alle sorti degli uomini e dell’umanità?


«Nel libro c’è un capitolo in cui descrivo il fascino che Gesù esercita sulla mia vita e il coinvolgimento che ne deriva, ma mi pare che Gesù riveli, e sia, un Dio chiaro ed esplicito nelle sue manifestazioni, il cui messaggio è rivolto a tutti, ma nello stesso tempo mi sembra un Dio schierato, un Dio che prende parte davanti alle ingiustizie del nostro mondo. Credo che su questo non ci possano essere dubbi».


– Se Dio è absconditus, è altrettanto vero che l’uomo è sempre drammaticamente palese. Però, visto che l’uomo è stato creato “a sua immagine e somiglianza”, proprio l’uomo dovrebbe essere il mezzo più giusto per onorare Dio attraverso il suo rispetto e la sua cura. Questo, invece, purtroppo non avviene sempre nella realtà, anche in quella di chi si dice vicino al mondo delle religioni...


«È vero. E questo mi colpisce ogni giorno anche perché richiede a me per primo una costante coerenza con quel Dio che in Gesù vive continuamente una grande “com-passione”, che interpella l’altro, che assume su di sé le vicende altrui dentro a situazioni di sofferenza, di malattia, di marginalità, di esclusione; le assume come un nuovo e completo impegno di liberazione intesa nella sua accezione più ampia e non soltanto fisica o spirituale. Io credo in una spiritualità che sempre innerva l’umanità, l’attraversa, la illumina, la fortifica, la irrobustisce, la rilancia, la libera nel senso più completo del termine».


– Ma alla base di tutto questo impegno deve esserci una scelta consapevole...


«Noi esseri umani viviamo l’ambivalenza di ogni giorno e quotidianamente siamo provocati a una scelta. Purtroppo tante volte finiamo per scegliere la minore umanità, o addirittura tratti di disumanità che poi possono avere conseguenze drammatiche. Ed è molto grave, poi, la presunzione, la pretesa, la prepotenza di utilizzare Dio, o almeno il suo nome, per giustificare molti atteggiamenti disumani dell’uomo. È un paradosso clamoroso. Credo che ogni religione viva questa dialettica, questo pericolo costante di incoerenza tra le ispirazioni e le proclamazioni, da una parte, e le attuazioni delle promesse dall’altra. Questo utilizzo di Dio per la prepotenza, il potere assolutizzato, le discriminazioni, addirittura per la violenza, la guerra, i privilegi, l’ingiustizia, è di una gravità veramente tragica».


– In questo senso prende vera concretezza il comandamento che prescrive “Non nominare il nome di Dio invano”...


«Credo che si potrebbe dire che Dio ci libera, ma che nel medesimo tempo ci coinvolge a liberare Lui stesso dall’utilizzo negativo del suo nome fatto troppo spesso da una parte dell’umanità. Ci chiede di impegnarci a far sì che non lo si imprigioni e non lo si usi in modo improprio e troppo frequentemente terribile».

Michela Murgia |18.07.2011
ave-mary-1307714688
Michela Murgia, Ave Mary.  E la Chiesa inventò la donna, Einaudi, Torino, 2011. € 16.00

 


 




Presentazione


La chiesa è ancora oggi, in Italia, il fattore decisivo nella costruzione dell'immagine della donna. Partendo sempre da casi concreti, citando parabole del Vangelo e pubblicità televisive, icone sacre e icone fashion, encicliche e titoli di giornali femminili, questo libro dimostra che la formazione cattolica di base continua a legittimare la gerarchia tra i sessi, anche in ambiti apparentemente distanti dalla matrice religiosa. Anche tra chi credente non è. Con la consapevolezza delle antiche ferite femminili e la competenza della persona di fede, ma senza mai pretendere di dare facili risposte, Michela Murgia riesce nell'impresa di svelare la trama invisibile che ci lega, credenti e non credenti, nella stessa mistificazione dei rapporti tra uomo e donna.


 



Da tempo si attendeva l’opera terza di Michela Murgia, dopo l’ottimo successo del suo “Acabadora” (Einaudi), caso editoriale e buona operazione di marketing che hanno ben funzionato insieme, perché, di fatto, si tratta di un bel romanzo ben promosso, e la scrittrice sarda stupisce tutti dando alle stampe un saggio: “Ave Mary” (Einaudi 16 euro) che, recita la quarta di copertina, “non è un libro sulla Madonna. È un libro su di me, su mia madre, sulle mie amiche e le loro figlie”. Un bel libro, davvero; scritto bene, con un linguaggio moderno, pop, che fa eco al new journalism americano. Il volume, insomma, si inserisce a buon titolo nel filone dei saggi redatti da scrittori attenti e impegnati (engagé come dicono i francese) che vanta nomi importanti quali Moravia, Vargas, Steinbeck, Ben Jelloun, Vargas Llosa e altri ancora. Il libro tratta del ruolo della donna nella dottrina cristiana e, soprattutto, della rappresentazione simbolica del femminile in ambito religioso. Non è un saggio femminista e la Murgia non smette di ripetere e sbandierare la sua appartenenza al mondo cattolico (è membra, da sempre, di Azione Cattolica). Si tratta di uno scritto che analizza, dal punto di vista di una credente ortodossa, ma critica in quanto donna, come la cultura cristiana e cattolica abbiano imposto a Dio di essere “solo e sempre a immagine dell’uomo, del maschio”. Il libro scorre via con uno stile mai pesante e pedante, con una struttura giornalistica d’inchiesta che è lontana dallo stile tipico del saggio teologico. Molto interessante l’ultimo capitolo dedicato al sacramento del matrimonio e a ciò che ne viene della donna al momento del fatidico si: il modello non è Adamo/Eva, neppure Giuseppe/Maria, ma Cristo/Chiesa, con tutto quello che ne consegue da un punto di vista sociale, civile e religioso. Sono pagine  da leggere, che fanno pensare. Una lettura per tutti, laici e soprattutto religiosi.  Buona lettura.



“All'Azione Cattolica col biondo Nemecsek”
intervista a Michela Murgia, a cura di Mirella Serri
in “La Stampa” del 16 luglio 2011


 


«Regalare libri è come attivare una bomba a orologeria che magari non deflagra subito ma si accende anche molto tempo dopo». Il pacco dono che ha innescato la miccia di Ave Mary polemico
saggio Einaudi di Michela Murgia su Maria di Nazareth, approdato velocemente nelle classifiche - è stato un gentile omaggio di più di dieci anni fa del teologo Lucio Casula. «Si trattava di In memoria di lei, fondamentale ricerca di Elisabeth Schüssler Fiorenza che è rimasta stampigliata nella mia memoria dando origine all'avventura di Ave Mary poiché mi ha aperto gli occhi sul rapporto tra donne e Chiesa», commenta la scrittrice che ha esordito con Il mondo deve sapere (Isbn edizioni), la prima eclatante denuncia dello sfruttamento dei lavoratori dei call center. Da cui  Paolo Virzì ha tratto il film Tutta la vita davanti .


L’anno scorso si è conquistata il Campiello con Accabadora (Einaudi) e ora è entrata nella schiera degli scrittori che - da Piergiorgio Odifreddi a Giulio Mozzi, autore con Valter Binaghi di 10 buoni motivi per essere cattolici (Laurana editore) - si cimentano con temi religiosi («Mozzi l'ho apprezzato, ma Odifreddi, che si dichiara ateo, è meglio che non si occupi di temi che possono essere di pertinenza di un cristiano critico»). Cumula successi letterari ma ha alle spalle una vita di precariato - venditrice di multiproprietà, operatore fiscale, dirigente amministrativo, portiere di notte -, una lunga militanza nell’Azione cattolica, studi di teologia all'istituto di Scienze religiose.
La narratrice di Cabras è, insomma, proprio una tipa tosta e dura al pari di quei cristalli di quarzo bianco e rosa che danno luce alle bellissime spiagge dove è vissuta e cresciuta.


 


La sua carriera di lettrice ha preso avvio tra sapori di mare e anche profumi di fritti delristorante paterno.
«Specialità pesce. Io viaggiavo con un piatto in mano e in tasca Erno Nemecsek, biondo, delicato e magro protagonista dei Ragazzi della via Paal , destinato a morire di polmonite. Nessun libro è innocente, lascia sempre un'impronta indelebile. Erno è il primo morto che incontro nella mia vita, un ragazzino che come me giocava per strada. Un trauma. A farmi compagnia c’era anche Mark Twain con Le avventure di Tom Sawyer, meraviglioso per l’invenzione linguistica. Poi è arrivata la serie degli Harmony che ha avuto un’influenza positiva. Mi identificavo con quelle giovani  donne, protagoniste semplici e sognanti che ambivano a una casa, un giardinetto, tanti bambini ma che trovavano tanti ostacoli sulla loro strada. Oggi circolano molti snobismi. Credo che non si debba disprezzare la letteratura di genere. Federico Moccia, per esempio, dà vita a cliché in cui i giovani si riconoscono, riprende la storia di Giulietta e Romeo e la cala nel presente. Tutto questo invoglia alla lettura».


In famiglia si leggeva?
«Mia madre soprattutto, e mi ha contagiato. Un virus che non sempre ha dato buoni frutti».



Cos’è successo?
«Avevamo un piccolo negozio in cui si vendevano oggetti di artigianato locale ma anche qualche manufatto di valore. E io anche lì davo una mano. Ero tutta immersa in Stephen King che mi teneva con il fiato sospeso quando, nella stanza a fianco alla mia, arrivano i ladri: così concentrata non li sento e loro si portano via un plateau di gioielli».


Un libro cambia la vita, direbbe Marzullo. Qualche volta in peggio.
«Quella della mia famiglia non c’è dubbio. Mi assolsero dalle mie colpe, ma poi arrivò anche un altro libro a mutare il corso della mia esistenza. Mi dedicavo interamente, con grande trasporto, al volontariato nell’Azione cattolica. All’epoca il mio autore preferito era Erri De Luca che mi travolgeva con lo stile semplice e per la grande profondità della riflessione. A seguire i miei corsi di religione a scuola, su Gesù, San Pietro o gli apostoli, c’erano anche allievi che non erano credenti.
Per coinvolgerli mettevo a confronto cinema, musica, arte, letteratura, mostrando le differenze tra i dissacratori Black Sabbath, gruppo heavy metal britannico, e il più tradizionale Jesus Christ Superstar ; oppure tra il Vangelo secondo Matteo di Pasolini e Gesù di Nazareth di Zeffirelli. Mi cimentai anche nel confronto tra Ipotesi su Gesù di Vittorio Messori e L’ultima tentazione di Cristo di Nikos Kazantzakis, assai discusso per il suo impegno nel dimostrare che il figlio di Dio, pur privo di peccato, era comunque oggetto di ogni forma di tentazione».



Fu galeotto di sventura?


«Venni chiamata in Curia, io che ero vicepresidente diocesano dell’Azione cattolica di Oristano. Il vescovo mi dice: “Carissima, ti seguo con stima e affetto, ma di Kazantzakis non ne devi parlare”.
L'ho vissuto come un affronto. Giro pagina e cerco altri sbocchi professionali, cominciando ad acquistare competenze come direttore del personale in una centrale termoelettrica».


Altre letture che l’hanno segnata?
«Leggevo grandi russi e grandi italiani. Passavo da Dostoevskij a Salvatore Satta, da Tolstoj a Giuseppe Dessì. Poi è arrivato Kafka e poi c’è stato il periodo della letteratura latinoamericana, da García Márquez a Isabel Allende a Borges. Gli inglesi e gli americani non me li sono mai fatti mancare: dal Grande Gatsby di Fitzgerald a Graham Greene al meraviglioso Cronin de Le chiavi del  regno , racconto delle vicende di padre Francis Chisholm, missionario in Cina. A questi si aggiunge la scoperta di italiani, Moravia, in particolare La noia , Calvino, Primo Levi e poi degli story teller Ken Follett e Wilbur Smith e anche degli ebrei americani, da Philip Roth a Paul Auster».



E’ capitato che altri libri regalati segnassero il corso della sua vita? In campo sentimentale?
«Un coetaneo che pensavo mi corteggiasse mi porta un dono: Stefano Benni Il bar sotto il mare , raccolta di racconti dove il bar è un luogo fantastico, si incontrano misteriosi avventori. Però poi la nostra storia non ha decollato: voleva un rapporto intellettuale. Alle ragazze con cui si desiderava avere un flirt si offrivano cd».



Quando lavorava come portiere di notte leggeva?
«Antropologia, sociologia, psicologia mi accompagnavano fino alle prime luci del mattino. Mi ricordo Filippo D'Arino, Manuale di sparizione , che spiega come in un momento in cui la nostra identità è al centro di reti di controllo telematiche sempre più intrusive e anche di relazioni personali sempre più vincolanti e soffocanti, forse non si vuole altro che sparire. Alternavo il Simposio di Platone e Max Weber, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo che mette in relazione due fenomeni omogenei: la mentalità religiosa calvinista e la mentalità capitalista».


Ultimi lidi su cui è sbarcata?
«Sorella di Marco Lodoli mi ha riconciliato con la narrativa. Ho alzato il telefono e anche se non lo conoscevo l'ho chiamato per dirgli quanto mi è piaciuto l’incontro tra la suora Amaranta e “il bambino speciale”, un ragazzino afflitto da una forma di autismo, raccontato con una scrittura agile, piacevole, intensa. Poi c'è Elisa Ruotolo, Ho rubato la pioggia , con il suo affresco di una  provincia campana superstiziosa, terra dove si fanno mestieri inverosimili da tempi immemorabili. E perché si smetta di utilizzare il corpo femminile come luogo simbolico, sia nel bene che nel male, mi piace ricordare il video di Lorella Zanardo dedicato al Corpo delle donne. Meditate gente davanti a certe immagini, mi viene da dire».

Virginio Colmegna |18.07.2011
libro

 


 


Virginio Colmegna, Non per me solo. Vita di un uomo a servizio degli altri, Il Saggiatore, 2011, pp.208, Euro 10,46

 


 



Descrizione
Gennaio 1960. Un ragazzo cammina per strada. È uscito da scuola. A casa, ad aspettarlo, la madre operaia, il padre invalido. La povertà e la dignità nella luce di una fede semplice e pura. Il ragazzo non torna a casa, va all'oratorio. Virginio ha scoperto la vocazione. Autunno 1962. In seminario, lo studio, i giochi. La vitalità dell'adolescenza stride col rigore delle regole. La forza della fede vince su tutto. Giugno 1969. Prete, il primo incarico, in Bovisa, quartiere operaio nella periferia di Milano, disagio sociale e voglia di riscatto. Voglia di protestare e di abbattere le porte dell'indifferenza. Don Virginio è in prima fila. Aprile 1981. Tre giorni in un monastero a fianco del cardinale Martini, immerso nel suo sguardo colmo di attesa e di fiducia. La nuova spinta, a partire ancora una volta dagli ultimi. Poi la direzione della Caritas ambrosiana. Infine la realizzazione di Casa della carità. "Non per me solo" offre al lettore l'esperienza di vita di un sacerdote che ha fatto una scelta, che rinnova ogni giorno. Mettersi a servizio degli altri. Disabili, donne maltrattate, senza tetto, rom, migranti. Questo libro dà voce a tutti gli esclusi dalla società a cui la vita di don Virginio si è intimamente legata, fino all'ultimo approdo in Casa della carità, la casa di accoglienza voluta da Carlo Maria Martini e presto diventata faro di umanità solidale nella nebbia della metropoli milanese.





L'ambrosiana via alla carità
di Enzo Bianchi
in “La Stampa” del 16 luglio 2011


 


Nel patrimonio spirituale di cui il nuovo arcivescovo di Milano assumerà nei prossimi mesi la custodia e la guida vi è un tesoro nascosto che raramente attira l'attenzione dei media ma che ben esprime il cuore della «diocesi più grande del mondo»: è la sollecitudine per i poveri, che la chiesa ambrosiana ha sempre considerato tra le eredità evangeliche più preziose lasciate da sant’Ambrogio.


Non che a Milano le ingiustizie sociali e la sproporzione tra i molti beni in mano a pochi e le difficoltà economiche di molti siano minori che altrove, ma sembra quasi che la chiesa abbia in sé degli anticorpi che le consentono di reagire con inventiva e alacrità in nome del Vangelo. Anche lì risuona quanto mai attuale il monito di Gesù: «I poveri li avrete sempre con voi», ma lungi dall’essere una maledizione, questo richiamo è «un'incredibile restituzione di senso alla vita: i poveri sono coloro che portano al cuore dei problemi, agli snodi dell’esistenza».
Chi parla così è un prete milanese che di poveri se ne intende: don Virginio Colmegna nel suo Non per me solo. Vita di un uomo al servizio degli altri (Il Saggiatore, pp. 210, 15) ripercorre «quel  cammino di felicità che è la sua vita», dall’infanzia in una famiglia di condizioni modeste fino all’attuale incarico di presidente della «Casa della carità», luogo di accoglienza e sollecitudine nel cuore di Milano, voluta dal cardinal Martini come ultima iniziativa prima di lasciare il governo della diocesi.


 


Sono pagine autobiografiche in cui don Virginio parla certo di se stesso, ma l’unica cosa di cui appare protagonista è la gratitudine verso tutti quelli che l’hanno aiutato nel cammino di uomo, di prete e di testimone della carità. La sua attività più importante - prima della «Casa della carità» era stato direttore della Caritas ambrosiana, prima ancora parroco e presenza instancabile in un quartiere ricco di povertà di ogni genere sembra essere quella di riconoscere il bene ricevuto dagli altri, dai poveri e dagli emarginati in primo luogo, ma anche dai suoi vescovi che lo hanno capito e incoraggiato, dai preti più anziani che lo hanno consigliato e sostenuto, dall’umile e discreta presenza dei suoi genitori.


 


Nel corso della sua vita questa gratitudine don Colmegna non l’ha espressa innanzitutto a parole, ma con azioni molto concrete, a volte perfino «eccessive», e con un’attenzione particolare a quel gesto umano e cristiano per eccellenza che è l’accoglienza dell’altro, povero, malato, straniero: non a caso egli arriva a rileggere l’episodio dei tre uomini accolti da Abramo al querceto di Mamre come «Dio che si presenta a noi chiedendo ospitalità e quindi già schierato dalla parte di chi esprime un bisogno, e poi immerso nella misteriosa dinamica della relazione».


 


Sono pagine da cui emergono sì volti e nomi precisi della chiesa e della città di Milano, ma questi in realtà divengono volti e persone di respiro universale, perché là dove si raggiunge in verità il cuore di un solo essere umano, là si entra in contatto con l’umanità intera.
«Se il tesoro più prezioso è la disponibilità ad accogliere - osserva don Virginio - allora i poveri possono avere una ricchezza inestimabile!». Di questa ricchezza è testimonianza il semplice racconto della «vita di un uomo al servizio degli altri» .

Pastore Corrado |15.07.2011
bissoli

 


Pastore Corrado (a cura), Viva ed efficace è la parola di Dio (Ebr 4,12). Linee per l’animazione biblica della pastorale, Elledici, Leumann (TO) 2010, pp. 334.


 


Si tratta di una Miscellanea offerta a Don Cesare Bissoli, da parte dell’Istituto di Catechetica dell’Università Salesiana, in cui per oltre un trentennio ha prestato il suo servizio nell’ambito della pastorale e catechesi biblica, con innumerevoli interventi di riflessione e di pratica nella comunità ecclesiale italiana.


Il volume è stato pensato come uno strumento che servisse all’animazione biblica della pastorale, in un momento di affermazione di tale compito da parte del Sinodo sulla Parola di Dio e specificamente nella fase di crescita dell’incontro della gente con la Bibbia grazie anche all’apostolato biblico coltivato sempre più nelle diocesi e nelle comunità cristiane.


L’obiettivo è stato realizzato grazie al contributo di 22 esperti riconosciuti, tra cui sei vescovi, che hanno realizzato il progetto articolato in quattro parti.


Prima parte: elementi di fondazione biblico-teologica della Scrittura nella pastorale. Viene qui trattato il rapporto Bibbia e Tradizione nell’azione pastorale (B. Forte), come incontrare la Bibbia nel contesto culturale di oggi (L. Meddi), la lettura storico-critica e lettura spirituale del Libro sacro (R. Fabris), la relazione tra Parola, libro e lettore per una lettura orante della Scrittura (G. Benzi), il senso del detto gregoriano “La Scrittura cresce con chi la legge” (L. Chiarinelli).


Seconda parte: elementi di contenuto in vista dell’azione pastorale. Leggere la Bibbia e fare teologia (C. Buzzetti), l’AT nel cammino di fede (M. Cimosa), l’AT nella liturgia di rito romano (M. Sodi).


Terza parte: elementi attinenti alla comunicazione. Qui vengono presentate le luci ed ombre nella pastorale e catechesi biblica oggi (G. Giavini), Parola di Dio e ri-figurazioni audiovisive (D. Viganò), Bibbia, arte e catechesi (A. Scattolini), l’animatore biblico e la sua formazione (E. Biemmi), formazione di animatori di Gruppi di Ascolto (G. Barbieri).


Quarta parte. riferimenti ai destinatari. Iiniziare alla Bibbia nella comunità cristiana (A. Fontana), potenziale e limiti dell’incontro del bambino con la Bibbia (F. Feliziani Kannheiser), i giovani e la Bibbia (R. Tonelli), la Bibbia nell’esperienza scout (F. Chiulli - L. Marzona - D. Boscaro), Bibbia e  famiglia (C. Ghidelli), la Bibbia in America Latina oggi (C. Pastore).


Merita ricordare le pagine di inizio e di conclusione del volume. Il Cardinal A. Bagnasco, presidente della CEI, nella sua presentazione con accenti di stima ed amicizia ricorda il servizio di Don Bissoli alla Chiesa italiana. A conclusione lo stesso Don Cesare compie un bilancio del suo lavoro facendo una sintesi della sua bibliografia, che è andata oltre il campo strettamente biblico-pastorale, toccando tematiche riguardanti la catechesi, l’insegnamento della religione, la pastorale giovanile, temi pedagogici… Tutto - egli afferma - “al servizio della Chiesa oggi”. Questa può essere ritenuta la prospettiva di fondo di tutto il suo lavoro.


Gli operatori pastorali e gli animatori biblici possono qui trovare un materiale solido, aggiornato e fruibile per l’animazione biblica della pastorale. (Corrado Pastore)

 
Cattura
Roma - 17-19 Novembre

 

CONVEGNO DI AGGIORNAMENTO E SEMINARIO DI STUDIO IRC 2017

«ICA»: chi siamo? Newsletter La redazione