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|21.04.2010
Irc e Indicazioni per i licei   Sergio Cicatelli     In un precedente articolo ci siamo soffermati sul lessico dei documenti che accompagnano il riordino del secondo ciclo, notando quanto poco spazio sia riservato alla dimensione religiosa nei Profili di licei, tecnici e professionali.
Il Profilo dei licei è stato interamente riscritto ed ha abbandonato l’impostazione emarginante della prima versione, anche se il nuovo testo lascia ancora pochissimo spazio allo specifico religioso.
La situazione sembra essere un po’ migliorata con le Indicazioni nazionali che dal 15 marzo sono state sottoposte ad un pubblico dibattito in attesa della redazione definitiva.
Il testo delle Indicazioni si presenta estremamente asciutto e sintetico, ma può valere la pena esaminare le discipline che più facilmente possono avere a che fare con la cultura religiosa, per misurare con lo stesso sistema dell’analisi lessicale i riferimenti alla religione.
Qualcuno ricorderà la recente polemica sull’assenza della Resistenza dalle Indicazioni di storia: se ognuno pretendesse di trovare le parole chiave che gli stanno a cuore, le Indicazioni dovrebbero almeno raddoppiare di dimensioni.
Ma, visto che ci riferiamo a una dimensione costitutiva della persona (la cui assenza non può essere attribuita a distrazione), la ricerca di una citazione non è una questione di puntiglio ma di attenzione culturale ed educativa.
Nelle Indicazioni per l’insegnamento di lingua e letteratura italiana il riferimento religioso è decisamente modesto, consistendo solo nell’inevitabile richiamo alla letteratura religiosa che caratterizza gli inizi della storia letteraria.
Per il latino il quadro è più complesso, perché le Indicazioni sono differenziate per il classico, per il linguistico (dove il latino è presente solo nel primo biennio e dove manca qualsiasi riferimento perché si studia solo la lingua e non la letteratura) e per i licei scientifico e delle scienze umane.
Nei tre licei che danno spazio alla letteratura si raccomanda l’attenzione, fra gli altri, agli aspetti religiosi del mondo romano (stessa dizione per il greco nel classico).
In relazione alla tarda latinità, poi, si dà spazio alla letteratura cristiana citando espressamente Girolamo e la Vulgata, nonché – solo per il classico – Agostino.
Gli obiettivi specifici di apprendimento per la geografia prevedono solo un richiamo alla «diffusione delle religioni» come ovvio fattore di antropizzazione.
Un po’ più ricca è la serie di riferimenti nel caso della storia, dove la dimensione religiosa in quanto tale è presente solo nei movimenti religiosi del Medioevo e nella crisi dell’unità religiosa europea all’inizio dell’età moderna.
Nel quadro del mondo antico non può essere trascurato «l’avvento del Cristianesimo», come pure la Chiesa risulta essere presente da protagonista dell’alto Medioevo e specificamente come interlocutrice dei movimenti religiosi tardomedievali.
Inoltre, sempre nel primo biennio viene citata «la nascita e la diffusione dell’Islam».
Infine, è ancora presente il Papato come esempio di potere universale medievale, accanto all’Impero.
Insomma, la presenza storica della Chiesa e del fatto religioso sembra confinata in tempi remoti, visto che tra i nuclei tematici che «non potranno essere tralasciati» nello studio del Novecento non figura né il Vaticano II né il ruolo politico-sociale comunque svolto dalla Chiesa o dal fattore religioso in genere nelle dinamiche interculturali.
Altrettanto scarna, ma significativa, l’attenzione dedicata al religioso dalle Indicazioni di filosofia.
Qui il legame tra la filosofia greca e le tradizioni posteriori impone in primo luogo il richiamo a quelle religiose; e il legame viene ribadito in età ellenista nell’incontro «tra la filosofia greca e le religioni bibliche».
Tra gli autori imprescindibili figurano Agostino e Tommaso, ma anche Pascal e Kierkegaard.
Inoltre, tra gli argomenti a scelta che potranno essere trattati nello studio del Novecento figura «la filosofia d’ispirazione cristiana e la nuova teologia».
Il legame più forte con l’Irc sembra essere offerto dalle Indicazioni per le scienze umane, il cui insegnamento complessivo (nell’omonimo liceo) è previsto «in stretto contatto con la filosofia, la storia, la letteratura e la cultura religiosa».
Ora, visto che i riferimenti religiosi nelle altre materie sono piuttosto scarsi, l’unico legame cui si fa riferimento può essere quello con l’Irc.
Entrando nello specifico disciplinare delle singole scienze umane, nell’antropologia si trova il richiamo alla «dimensione religiosa e rituale» e alle «grandi culture-religioni mondiali»; del tutto assenti i riferimenti religiosi in psicologia e sociologia.
La pedagogia è quella che offre i richiami più numerosi: prevedibili quelli all’«educazione cristiana dei primi secoli (almeno Agostino)» e alla «vita monastica (almeno Benedetto da Norcia)»; nel Medioevo è dato spazio agli ordini religiosi e alla cultura teologica (almeno Tommaso), ma anche l’età umanistica viene proposta in confronto con le «istanze di riforma religiosa».
Tra gli autori imprescindibili figurano, oltre a quelli già citati, Calasanzio, Rosmini, don Bosco, Maritain.
Anche per la storia dell’arte è prescritto che lo studente acquisti chiara comprensione dei legami tra le opere d’arte e altri aspetti della vita, tra cui è esplicitamente citata la religione.
Solo per i licei artistici si fa anche riferimento all’arte cristiana delle origini.
Sono infine del tutto assenti altri riferimenti in discipline che pure avrebbero potuto presentare agganci (storia della musica, diritto, lingue …).
Da un punto di vista metodologico, ricorre spesso nelle Indicazioni delle verie discipline l’invito a curare raccordi interdisciplinari.
L’Irc da parte sua ha sempre cercato ed esplicitato tali legami, quindi è da tempo in sintonia con queste scelte didattiche.
In conclusione, occorre ribadire che si tratta di Indicazioni ancora provvisorie e che qualcosa potrebbe cambiare nella versione definitiva.
Per l’Irc, comunque, la sfida più importante rimane quella delle proprie Indicazioni, che dovranno uscire in tempo utile per l’inizio del nuovo anno.
Quelle del primo ciclo, pur firmate d’intesa il 1 agosto dello scorso anno, a distanza di quasi nove mesi ancora non sono apparse in Gazzetta Ufficiale.
Si spera che l’increscioso ritardo non si ripeta.
 5.
In uno schema di sintesi   4 Corsi comuni                        - Processi di apprendimento        - Uso delle fonti                   - Sapere religioso-cattolico                  - Comunicazione educativa          6 ECTS                                                1 Seminario                                          a scelta                                          12 ECTS 4 Corsi speciali             - progettazione                          - contesto plurireligioso    - linguaggio religioso    - linguaggi mass-mediali   6 ECTS                                                              1 Tirocinio                                          a scelta                                         18 ECTS   Interventi di coordinamento          2 ECTS Tesi di diploma                16 ECTS   ECTS (European Credits Transfer System) Crediti Formativi.
 
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Sergio Cicatelli |23.01.2010
Il Miur rettifica sulle iscrizioni   di Sergio Cicatelli     Come avevamo segnalato nel nostro precedente intervento, la CM 4/10 sulle iscrizioni conteneva alcune inesattezze relativamente alle procedure per la scelta delle attività alternative, prevedendo per essa la medesima scadenza della scelta dell’Irc e dando indicazioni contraddittorie sul numero delle opzioni possibili ai non avvalentisi.
Con nota del 21 gennaio 2010, prot.
AOODGOS 427, il Miur ha precisato la prassi da seguire, fornendo le seguenti indicazioni: «In relazione a quesiti pervenuti, si conferma che, come negli scorsi anni, l’Allegato D della CM n.
4 del 15 gennaio 2010 sulle iscrizioni per l’anno scolastico 2010-11, relativo alla scelta di avvalersi o di non avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica, va compilato al momento dell’iscrizione alla classe iniziale.
L’Allegato E della medesima circolare, relativo alla scelta tra le attività alternative all’insegnamento della religione cattolica, va compilato entro l’avvio delle attività didattiche in relazione alla programmazione di inizio d’anno da parte degli organi collegiali.
Si precisa inoltre che le scelte alternative all’insegnamento della religione cattolica, previste dall’Allegato E, costituiscono il numero minimo di opzioni che la scuola offre agli alunni».
La procedura viene quindi ricondotta a quella sempre in uso, anche se con qualche significativa innovazione.
Va infatti ricordato che la scelta delle attività alternative deve essere compiuta solo all’inizio del nuovo anno scolastico, cioè a settembre, mentre la scelta dell’Irc va effettuata entro la scadenza prevista per le iscrizioni, cioè 27 febbraio per l’iscrizione al primo ciclo e 26 marzo per l’iscrizione al secondo ciclo.
È inoltre il caso di rammentare anche che il modulo per avvalersi o non avvalersi dell’Irc (Allegato D) deve essere distribuito dalla scuola solo a coloro che si iscrivono al primo anno, essendo la scelta iniziale confermata negli anni successivi per via dell’iscrizione d’ufficio.
Sulla discordanza tra il testo della circolare (che indicava tre alternative per i non avvalentisi) e quello dell’Allegato E (che prevedeva due sole opzioni), il Miur precisa che la modulistica è da considerare solo indicativa in quanto ogni scuola può personalizzarla come meglio crede, fermo restando che le due alternative contenute nell’Allegato E sono il numero minimo da offrire all’utenza.
In altre parole, la scuola non può negare la facoltà di uscire da scuola (pudicamente descritta come «non frequenza della scuola nelle ore di insegnamento della religione cattolica») né, all’opposto, evitare di offrire qualsiasi opportunità formativa.
Peraltro, nella nuova dizione adottata nell’Allegato E («Attività didattiche individuali o di gruppo con assistenza di personale docente») è da ritenere che possano essere ricomprese sia le tradizionali attività didattiche e formative, sia la libera attività di studio assistito.
È da ritenere che il Miur, evitando di proporre tra le alternative lo studio individuale senza assistenza di personale docente, abbia voluto sfruttare l’occasione delle istruzioni dirette solo alle scuole del primo ciclo per richiamarle a un giusto senso di responsabilità educativa, ritenendo che l’età degli alunni non possa giustificare un’attività priva di assistenza del personale docente.
Per la loro età gli alunni del primo ciclo non dovrebbero essere abbandonati a se stessi (come pure spesso accade), senza offrire loro qualcosa in più di una mera vigilanza.
Potrebbe essere questa l’occasione per riprendere una riflessione interrotta da anni sulla natura e la funzione delle attività alternative all’Irc, allo scopo di rimediare a quel vuoto educativo in cui si vengono a trovare i non avvalentisi.
L’uscita da scuola o, più genericamente, l’ora del nulla non possono più soddisfare un mondo della scuola che ha dovuto prendere atto della vitalità dell’Irc, nonostante le sue difficili condizioni di esercizio.
Se gli avvalentisi non sembrano avviati ad estinguersi, la scuola non può fare a meno di interrogarsi sulla condizione di quei pochi che, avendo scelto di non partecipare all’Irc, si trovano ad usufruire di un servizio scolastico oggettivamente ridotto rispetto agli altri.
La giurisprudenza costituzionale ci ha rassicurato che non siamo in presenza di discriminazione, ma non si può negare il disagio di fronte a una scelta, quella del nulla, che nei fatti si qualifica solo per vacuità e disimpegno.
Ci piacerebbe che si potesse rilanciare costruttivamente la discussione sulle attività alternative per uscire dal vicolo cieco in cui la scuola sembra essersi cacciata.
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Sergio Cicatelli |17.01.2010
Il pasticcio delle iscrizioni   di Sergio Cicatelli     Il 15 gennaio 2010 il Miur ha pubblicato le CCMM 3 e 4 con cui si forniscono istruzioni per le iscrizioni al prossimo anno scolastico.
Le circolari sulle iscrizioni sono documenti di routine che si ripetono ogni anno, ma questa volta ci sono diverse novità, sia nelle procedure generali che per quanto riguarda l’Irc.
Come è noto, già con una nota del 26 ottobre 2009 il Ministero aveva annunciato che, per via del protrarsi delle operazioni di approvazione dei regolamenti del secondo ciclo, le iscrizioni al prossimo anno scolastico sarebbero slittate dalla scadenza ordinaria di fine gennaio al 27 febbraio.
La CM 3/10 ufficializza quanto si andava dicendo da qualche settimana, e cioè che – sempre per il ritardo dei regolamenti di licei, tecnici e professionali – le scadenze saranno separate: per il primo ciclo è confermato il 27 febbraio, per il secondo ciclo vale invece un’ulteriore proroga al 26 marzo.
La CM 4/10, quindi, regolamenta le iscrizioni solo alle scuole dell’infanzia e del primo ciclo, presentandosi con dimensioni ridotte rispetto al solito per via della materia circoscritta.
Lasciando da parte le istruzioni generali, ci soffermiamo solo su quanto riguarda la scelta di avvalersi o non avvalersi dell’Irc che, come previsto dal Concordato del 1984, va effettuata «all’atto dell’iscrizione».
In proposito, purtroppo, il Ministero incorre in diversi errori e contraddizioni, fornendo indicazioni diverse rispetto al passato, con il concreto rischio di aumentare la confusione che ha sempre accompagnato queste operazioni.
Anziché ribadire le istruzioni dell’anno precedente (che descrivevano correttamente operazioni e scadenze), la CM 4/10 introduce erroneamente almeno due novità in relazione alle attività alternative: 1) riduce da quattro a tre le opzioni per i non avvalentisi; 2) sposta al momento dell’iscrizione la scelta delle attività alternative.
Da un punto di vista formale si può osservare che la gestione delle attività alternative è stata sempre regolata con atti amministrativi e quindi può essere modificata con una semplice circolare, ma sembra piuttosto imprudente innovare in un settore così delicato senza aver prima ascoltato il mondo della scuola o avviato una discussione sul tema.
La decisione del Ministero risulta perciò del tutto affrettata e segnata da sviste grossolane.
Sul primo aspetto, la riduzione delle opzioni offerte ai non avvalentisi può discendere dal fatto che ci si rivolge stavolta alle sole scuole del primo ciclo, dove verosimilmente la scelta di attività individuali senza l’assistenza di personale docente può essere poco praticata.
Tuttavia, i dati raccolti dalla Cei relativamente alla sola scuola secondaria di I grado ci dicono che nello scorso anno scolastico il 13,2% dei non avvalentisi ha chiesto di partecipare ad attività di studio individuale non assistito; quindi la valutazione ministeriale (se questa è stata la motivazione) risulta poco fondata.
Inoltre, mentre nel testo della circolare vengono indicate tre opzioni (peraltro con dizioni rinnovate rispetto al passato), nell’allegato E in cui si riproduce il modulo da sottoporre ai non avvalentisi, le opzioni sono incomprensibilmente ridotte a due sole, «attività didattiche individuali o di gruppo con assistenza di personale docente» e «non frequenza della scuola nelle ore di Irc», cancellando di conseguenza anche la possibilità di frequentare le «attività didattiche e formative» che nello scorso anno, stando ai già citati dati della Cei, sono state richieste e frequentate da uno studente su quattro nella secondaria di I grado.
Probabilmente la discordanza tra testo della circolare e allegato è dovuta a un mero errore materiale, ma nel dubbio occorre almeno capire fin dove si siano spinti i tagli del Ministero, cioè se le opzioni siano ridotte a tre o due.
A nostro parere, non sussistono motivi per non riproporre le quattro alternative che da oltre vent’anni hanno soddisfatto le scelte del non avvalentisi.
A meno di dover attribuire il taglio sulle alternative ai diversi ma concomitanti tagli di personale che quest’anno hanno messo in gravi difficoltà le scuole nel soddisfare le richieste dei non avvalentisi: più comodo quindi sopprimere queste opportunità e dirottare le scelte su generiche attività non programmate o sull’uscita da scuola.
In secondo luogo, ancora più grave è lo spostamento della scelta delle attività alternative dall’inizio delle lezioni al momento delle iscrizioni, contro il disposto della Corte Costituzionale, che nel 1989 (sentenza n.
203) aveva invitato ad evitare «lo schema logico dell’obbligazione alternativa, quando dinanzi all’insegnamento di religione cattolica si è chiamati ad esercitare un diritto di libertà costituzionale non degradabile, nella sua serietà e impegnatività di coscienza, ad opzione tra equivalenti discipline scolastiche», e che nel 1991 (sentenza n.
13) aveva ribadito la necessità di «separare il momento dell’interrogazione di coscienza sulla scelta di libertà di religione o dalla religione, da quello delle libere richieste individuali alla organizzazione scolastica».
Fino ad oggi le istruzioni ministeriali avevano tenuto correttamente separata la scelta sull’Irc (da effettuare al momento dell’iscrizione) dalla scelta sulle attività alternative (da effettuare all’inizio dell’anno scolastico).
Proporre oggi una stessa scadenza per entrambe le scelte significa suggerire di fatto un’equivalenza tra due opzioni assolutamente incomparabili, con il rischio di dar luogo a quella confusione che la Corte Costituzionale chiede di evitare accuratamente.
E dato che per la medesima Corte la facoltatività dell’Irc, cioè le sue concrete modalità di scelta, sono condizione per la legittimità costituzionale dello stesso Concordato, una modifica a questo delicatissimo aspetto induce non solo sospetti di incostituzionalità ma addirittura di violazione del Concordato.
Con tutto ciò che ne potrebbe seguire sul piano giudiziario e diplomatico.
C’è da augurarsi che l’imperizia manifestata in questa occasione dal Ministero sia al più presto corretta dalle necessarie rettifiche e che almeno il testo della circolare che dovrà regolamentare le iscrizioni al secondo ciclo non contenga gli stessi errori.
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Sergio Cicatelli |16.12.2009
Il lessico del secondo ciclo   Sergio Cicatelli       In questi giorni gli schemi di regolamento predisposti dal Ministero per i futuri licei, istituti tecnici e istituti professionali stanno affrontando l’esame degli organi di consultazione tecnico-politica.
Accanto ai pareri delle Commisioni parlamentari, della Conferenza Unificata, del CNPI, è particolarmente importante il parere tecnico del Consiglio di Stato, che proprio pochi giorni fa ha chiesto alcuni chiarimenti decisivi lamentando un eccesso di potere rispetto alla delega assegnata al Ministro.
Lasciando da parte per il momento le questioni di carattere formale, vogliamo tentare di riflettere su questi regolamenti da un’angolatura particolare per cercare di individuare la cultura e la progettualità di cui sono espressione.
Lo strumento che intendiamo adottare è quello dell’analisi lessicale, per misurare – in maniera puramente orientativa – la frequenza di alcune parole chiave nei testi in discussione.
È legittimo immaginare che alla frequenza di certi concetti corrisponda un grado di maggiore o minore attenzione da parte del legislatore.
L’esame è stato condotto sul testo dei tre regolamenti, completo di tutti gli allegati disponibili (profilo dello studente, piani orari, ecc.).
Per quanto riguarda la dimensione pedagogica, si può notare che i termini riconducibili in vario modo all’apprendimento e all’apprendere figurano con una discreta frequenza in tutti e tre i regolamenti, ma si tratta di citazioni poco significative in quanto consistono prevalentemente nel rinvio ai “risultati di apprendimento”, recente locuzione didattica di derivazione anche europea.
In questa forma, l’apprendimento ricorre 14 volte per i licei, 20 volte per i tecnici e 22 volte per i professionali, ma non si può sostenere che a ciò corrisponda una precisa ed originale scelta pedagogico-didattica.
D’altra parte, non è nemmeno possibile confrontare una pedagogia dell’apprendimento con una pedagogia dell’insegnamento, dato che il termine insegnamento ricorre sì un gran numero di volte (53 nei licei, 60 nei tecnici e 36 nei professionali), ma prevalentemente al plurale e come sinonimo di disciplina o materia scolastica nelle diverse elencazioni.
Inutile dire che il termine istruzione ricorre un numero infinito di volte per via del continuo riferimento al Ministero dell’Istruzione o al sistema di istruzione e formazione.
Non se può quindi tenere conto.
Per lo stesso motivo potrebbe essere poco significativa la presenza di formazione e formativo, proprio perché i termini compaiono prevalentemente nel contesto del citato sistema di istruzione e formazione e del piano dell’offerta formativa, cioè in doverosi contesti istituzionali più che per una scelta culturale particolare.
Le rispettive occorrenze sono 35 nei licei, 41 nei tecnici e 33 nei professionali.
Ugualmente, non è indicativa la presenza dell’educazione o dell’educativo, dato che anche in questo caso si tratta prevalentemente di citazioni relative al Profilo educativo, culturale e professionale dello studente o del sistema educativo in genere.
La radice educ- è comunque presente 25 volte nei licei, 10 nei tecnici e 11 nei professionali.
Abbiamo immaginato che potesse essere rilevante l’attenzione alla sfera socio-politica e quindi abbiamo contato le rispettive frequenze.
Di politica si parla solo 3 volte nei licei, 3 volte nei tecnici e 1 volta nei professionali.
La radice civic- non compare mai, mentre civil- compare 6 volte nei licei (ma è quasi sempre civiltà), 5 volte nei tecnici (dove invece è quasi sempre riferita alla dimensione civilistica del diritto) e 1 volta nei professionali (con l’identico significato giuridico).
La parola cittadinanza compare 1 sola volta nei licei, 2 volte nei tecnici e 3 volte nei professionali, ma si tratta solo della citazione della nuova disciplina Cittadinanza e Costituzione.
Molto più ampia è la presenza della dimensione sociale (o del prefisso socio-), che compare 28 volte nei licei, 18 volte nei tecnici e 33 volte nei professionali, ma spesso ricorre solo nel nome delle discipline scolastiche.
Era logico attendersi una massiccia presenza della storia e dei suoi derivati.
Per evitare di sovrarappresentare il concetto, si sono esclusi gli elenchi delle discipline (in cui figura sempre la storia), e ci si è limitati a rilevare le frequenze nel testo di legge e nei profili.
In tal modo, il termine ricorre 21 volte nei licei, 5 volte nei tecnici e 4 nei professionali, confermando un’attenzione storica o storicista ancora forte nei nostri corsi liceali.
All’opposto, si è misurato con lo stesso criterio (cioè escludendo gli elenchi di materie), la frequenza di scienze e scientifico, che mostra un andamento nettamente diversificato, con 55 occorrenze nei licei, 23 nei tecnici e 9 nei professionali (va tenuto presente che una parte delle citazioni nei licei era dovuta alle denominazioni dei corsi di liceo scientifico e delle scienze umane, ma il dato non è determinante).
E veniamo infine alla specifica dimensione religiosa, che risulta essere significativamente assente dalla progettualità educativa di questi documenti.
La parola religione ricorre 12 volte nei licei, ma per 11 volte è la citazione dell’Irc tra gli insegnamenti previsti dai piani di studio; lo stesso si può dire per le 3 occorrenze nei tecnici e per l’unica presenza nei professionali.
L’unica volta in cui si parla di religione in forma generica è, nei licei, per indicarla come possibile chiave interpretativa della realtà.
Inutile aggiungere che non compare mai la radice crist-, né come sostantivo né come aggettivo.
L’impostazione anti- o a-religiosa dei regolamenti Gelmini era già emersa con l’Atto di indirizzo per il primo ciclo, ma qui si incorre in assenze particolarmente clamorose, come quella relativa al liceo artistico, in cui gli studenti sono invitati a individuare solo le problematiche «estetiche, storiche, economiche, sociali e giuridiche connesse alla tutela e alla valorizzazione dei beni artistici e culturali», potendo beatamente trascurare la dimensione religiosa di tutta l’arte sacra, che pure rappresenta almeno metà del patrimonio artistico italiano.
C’è da augurarsi che si possa rimediare nel testo che fra qualche settimana dovrebbe essere approvato definitivamente dal Consiglio dei Ministri.
Da questo rapido e superficiale sguardo si può comunque concludere che i regolamenti non esprimono una chiara impostazione culturale e forse parlano più attraverso i loro silenzi o le loro reticenze che attraverso ciò che dicono esplicitamente.
D’altra parte, la lettura che abbiamo condotto è necessariamente superficiale dato che siamo ancora di fronte a testi provvisori che potrebbero subire significative modifiche nella loro versione definitiva.
Quando i testi saranno disponibili in versione ufficiale, suggeriamo ai lettori di esercitarsi in questo tipo di analisi per ricavare anche da questi testi normativi indicazioni e orientamenti culturali.
 
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|24.11.2009
Il 18 novembre scorso il Senato ha definitivamente approvato e convertito in legge il decreto legge 25-9-2009, n.
134, principalmente dedicato alle garanzie da offrire ai precari che – per via dei tagli operati sull’organico dei docenti – non hanno visto confermata quest’anno la supplenza annuale ricevuta l’anno precedente.
La disposizione ha mobilitato il mondo politico e sindacale, ma non intendiamo qui entrare nel merito del provvedimento, preferendo piuttosto segnalare come gli Idr siano stati coinvolti indirettamente nel dibattito che ha accompagnato l’iter legislativo.
Uno dei punti più controversi del decreto legge è stato il primo comma dell’articolo 1, in cui si diceva inizialmente che i contratti dei supplenti «non possono in alcun caso trasformarsi in rapporti di lavoro a tempo indeterminato e consentire la maturazione di anzianità utile ai fini retributivi prima della immissione in ruolo».
In sede di conversione in legge, il comma è stato modificato consentendo che i contratti di supplenza possano trasformarsi in contratti a tempo indeterminato «solo nel caso di immissione in ruolo».
A prescindere dall’opportunità della modifica e delle polemiche che la prima formulazione ha innescato, si vuole richiamare l’attenzione sul fatto che nel corso del dibattito alla Camera si è più volte tornati sul caso degli Idr non di ruolo, unico esempio di precari cui oggi è consentito accedere a una progressione economica ai sensi dell’art.
53 della legge 312/80 o ad avanzamenti biennali.
Va peraltro notato che la condizione degli Idr era contenuta nella documentazione tecnica fornita ai parlamentari dall’ufficio legislativo della Camera, e l’on.
Maurizio Turco (componente radicale del PD) ha colto l’occasione per presentare alcuni emendamenti volti a ridurre i benefici per gli Idr.
L’oggetto del contendere è stato soprattutto l’art.
53 della legge 312/80, ora dato per abrogato e ora considerato ancora vigente: poiché da esso discende il trattamento economico degli Idr, la disputa è stata sulle garanzie da estendere a tutti i precari o da riservare ai soli Idr.
Di fatto la modifica infine introdotta non ha affrontato il problema, confermando implicitamente il trattamento economico degli Idr ma lasciando traccia negli atti parlamentari della loro equivoca condizione.
Nel passaggio al Senato si è avuta anche la presentazione di un ordine del giorno da parte dei senatori Donatella Poretti e Marco Perduca (componente radicale del PD), volto a parificare il trattamento giuridico ed economico degli Idr a quello degli altri docenti, svincolandone anche l’assunzione dal riconoscimento di idoneità da parte dell’autorità ecclesiastica.
È evidente l’intento provocatorio della proposta (che infatti non è stata neanche messa ai voti in quanto improponibile), ma pare il caso di sottolineare come la condizione degli Idr sia stata ancora una volta presentata come causa di difficoltà e motivo di discriminazioni, richiamando anche un precedente ricorso presentato sul tema alla Commissione Europea.
Il ricorso, promosso dallo stesso sen.
Turco, lamentava la presunta violazione della Direttiva europea n.
2000/78 del 27-11-2000, che mira a «stabilire un quadro generale per la lotta alle discriminazioni fondate sulla religione o le convinzioni personali, gli handicap, l'età o le tendenze sessuali, per quanto concerne l'occupazione e le condizioni di lavoro al fine di rendere effettivo negli Stati membri il principio della parità di trattamento» (art.
1).
Dato che per accedere all’Irc occorre l’idoneità ecclesiastica, non ci sarebbe parità di trattamento in quanto l’accesso sarebbe condizionato all’appartenenza religiosa.
Ma la stessa Direttiva, all’art.
4, chiarisce che «gli Stati membri possono stabilire che una differenza di trattamento basata su una caratteristica correlata a uno qualunque dei motivi di cui all'articolo 1 non costituisca discriminazione laddove, per la natura di un'attività lavorativa o per il contesto in cui essa viene espletata, tale caratteristica costituisca un requisito essenziale e determinante per lo svolgimento dell'attività lavorativa, purché la finalità sia legittima e il requisito proporzionato».
È dunque evidente che per insegnare religione “cattolica” sia necessaria l’approvazione dell’autorità ecclesiastica corrispondente.
Ciò rivela tutta la pretestuosità del ricorso, che la Commissione Europea ha infatti riconosciuto infondato.
Ne troviamo tuttavia traccia in un’interrogazione proposta qualche tempo fa dalla sen.
Luciana Sbarbati (PD), che raccoglieva tutta una serie di presunte irregolarità collegate alla gestione dell’Irc e degli Idr, tra cui la storia del loro trattamento economico privilegiato.
Visto il periodico ripresentarsi di certe tesi, ci sembra di poter immaginare che un “pacchetto Irc” circoli nei corridoi parlamentari in attesa di cogliere l’occasione, opportuna e inopportuna, per ripresentare il suo bagaglio di disinformazione e di vis polemica.
Questa volta è toccato al decreto sui precari, ma probabilmente non è l’ultima puntata.

 

ESORTAZIONE APOSTOLICA “GAUDETE ET EXSULTATE” DI PAPA FRANCESCO  

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