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Sergio Cicatelli |01.03.2011
cultura
La CM n. 18 del 25 febbraio 2011 ha diramato istruzioni sull’adozione dei libri di testo per il prossimo anno scolastico 2011-12.
Nel confermare quanto già era stato stabilito negli anni precedenti con la CM 16/09 e la CM 23/10, l’attuale circolare aggiunge solo alcune precisazioni, su cui conviene soffermarsi, anche perché in parte dedicate proprio all’Irc.
Come è noto, la legge 133/08, art. 15, ha stabilito che dal 2011-12 potranno essere adottati solo libri di testo scaricabili da internet o in versione mista, cartacea ed elettronica.
La legge 169/08, art. 5, ha poi aggiunto che i libri devono essere adottati per almeno un quinquennio nella scuola primaria e per almeno un sessennio nella secondaria.
Ciò che preoccupa gli insegnanti è soprattutto il vincolo di adozione pluriennale, dato che sulla versione elettronica si sono mobilitate le case editrici che ormai propongono quasi esclusivamente testi in versione mista.
Il vincolo pluriennale, invece, ricade sulle spalle degli insegnanti come una limitazione talvolta insopportabile, dato che il libro di testo rimane ancora il principale sussidio didattico per ogni docente.
Come è stato ribadito da ultimo con la Nota ministeriale del 20-5-2009, prot.
5361, a seguito di uno specifico contenzioso amministrativo, nemmeno il trasferimento dell’insegnante può giustificare la modifica del testo adottato prima della scadenza prevista.
La legge 169/08 consente la deroga solo in presenza di «specifiche e motivate esigenze», che la successiva legge 167/09, art. 1-ter, ha precisato doversi connettere «con la modifica di ordinamenti scolastici ovvero con la scelta di testi in formato misto o scaricabili da internet».
Attualmente ci troviamo in presenza di una riforma ordinamentale, che ha interessato le scuole del secondo ciclo a partire proprio dal corrente anno scolastico, e quindi è possibile immaginare una deroga ai vincoli di adozione pluriennale.
La CM 18/11, infatti, chiarisce che proprio per via di questa circostanza «i collegi dei docenti, limitatamente alle adozioni per la prima classe della scuola secondaria di secondo grado, potranno valutare l’opportunità di confermare i testi già adottati ovvero di procedere a nuove adozioni», anche se il periodo di adozione non è ancora scaduto.
Specificamente per l’Irc, inoltre, la CM 18/11 ricorda che quest’anno sono entrate in vigore le Indicazioni per le scuole del primo ciclo (DPR 11-2-2010) e quindi si può giustificare la modifica dei libri di testo in adozione per l’Irc in tutte le classi del primo ciclo.
Ovviamente si tratta di una possibilità e non di un obbligo, anche perché il mercato editoriale ancora non ha proposto un sufficiente numero di libri in linea con le nuove Indicazioni e quindi gli Idr potranno decidere di rinviare l’aggiornamento dei loro libri di testo in attesa di una maggiore varietà di offerte.
La situazione si ripropone anche nelle scuole del secondo ciclo, dove sono entrate in vigore quest’anno le Indicazioni diffuse con la CM 70/10.
Licei, tecnici e professionali non sono espressamente citati a proposito dell’Irc, ma si deve ritenere che il loro caso possa rientrare nelle modifiche ordinamentali dell’intero secondo ciclo, cui si fa riferimento in maniera generale nella circolare.
Pertanto, tutti gli Idr potranno non tener conto dei vincoli di adozione, salvo diversa valutazione dettata da motivi di prudenza.
Nella CM 18/11 si richiama anche il rispetto dei tetti di spesa individuati per le scuole secondarie di primo e secondo grado.
In proposito capita che talvolta le scuole ricorrano a qualche misura artificiosa per rientrare nei limiti, escludendo alcuni libri o proponendoli solo come consigliati.
Si tratta di “trucchi” che spesso coinvolgono l’Irc, ma occorre affermare con chiarezza che nessuna disciplina può essere esclusa dall’adozione formale dei libri di testo.
La scusa della facoltatività dell’Irc non regge, poiché tutti gli studenti avvalentisi sarebbero in tal modo costretti a sfondare il tetto di spesa per potersi dotare dei necessari strumenti didattici.
Viceversa, contando anche l’Irc tra i libri di testo che devono rientrare nei limiti di spesa si realizza implicitamente un ulteriore risparmio per i non avvalentisi.
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|26.11.2010
Il Tar sulla valutazione di Irc e alternativa   di Sergio Cicatelli     Con le due sentenze n.
33433 e n.
33434, depositate lo scorso 15 novembre, il Tar del Lazio, sezione III bis, ha rigettato quasi integralmente due ricorsi paralleli promossi lo scorso anno contro tutte quelle parti del regolamento della valutazione, Dpr 122/09, che riconoscevano all’Irc una significativa incidenza sulla valutazione degli alunni.
I ricorsi, in larga parte simili, erano stati presentati separatamente dalle solite sigle che da anni promuovono azioni del genere e dalla Cgil, sull’onda della sentenza emessa pochi mesi prima dal medesimo Tar del Lazio, sezione III quater, n.
7076, contro l’ordinanza ministeriale che consentiva la partecipazione dell’Irc all’attribuzione del credito scolastico.
Il Tar del Lazio ha risposto con due sentenze ampiamente sovrapponibili, che si distinguono solo per la considerazione che viene dedicata in una delle due alle attività alternative.
Le posizioni assunte oggi dal Tar possono per certi aspetti risultare soddisfacenti, in quanto rigettano i ricorsi e quindi convalidano il quadro normativo vigente, ma introducono anche elementi di ulteriore incertezza per la reticenza con cui affrontano questioni decisive.
In particolare, mentre i ricorrenti lamentavano la condizione di partecipazione a pieno titolo dell’Idr alle operazioni di valutazione, il Tar argomenta che non si può parlare di partecipazione a pieno titolo per via dei numerosi vincoli alla valutazione dell’Irc, che vanno dalla scheda separata, al divieto di voto numerico, alla circostanza del voto determinante in sede di scrutinio.
Tutte queste limitazioni non consentirebbero di parlare di partecipazione a pieno titolo alla valutazione e quindi non giustificherebbero le doglianze dei ricorrenti.
Su questo aspetto il Tar evita di dare una interpretazione autentica della clausola sul voto determinante dell’Idr, limitandosi a ribadire la controversa formulazione del 1990, ma lasciando intendere che – proprio in quanto clausola aggiuntiva e limitativa – il ruolo dell’Idr ne uscirebbe almeno in parte ridimensionato, «non potendosi dubitare che il docente della religione cattolica, sotto lo specifico profilo dell’attività valutativa, non è assimilabile ai docenti delle materie curricolari».
In relazione allo specifico caso di contributo alla determinazione del credito scolastico, il Tar respinge la tesi che il contributo dell’Irc possa creare discriminazione, ma lo fa ancora una volta per via delle peculiarità della valutazione dell’Irc che impediscono – a suo parere – una effettiva incidenza dell’Idr sul credito.
Gli Idr infatti non possono essere privati dello status di docenti e quindi di procedere alla valutazione dei propri studenti, ma lo fanno in maniera limitata ai soli aspetti generici dell’interesse, impegno e assiduità, e non intervenendo con una valutazione di merito circa il profitto acquisito nella propria disciplina.
In altre parole, si salva l’insegnante condannando l’insegnamento: è falso che la presenza dell’Idr al momento di determinare il credito scolastico possa costituire motivo di discriminazione, ma sarebbe altrettanto falso che l’Idr possa determinare tale credito in maniera analoga a quella degli altri docenti, dovendosi distinguere tra lo status dell’Irc e quello delle altre discipline scolastiche: «Non è quindi rispondente una configurazione del credito scolastico sul quale può incidere in maniera significativa il giudizio del docente di religione cattolica; a parte l’obiettiva circostanza – non tenuta in considerazione – che, come ogni giudizio, esso non conduce necessariamente ad un esito di segno positivo».
Per il resto, valgono le considerazioni già svolte in merito dal Consiglio di Stato nella citata decisione n.
2749/10.
E proprio come nella decisione del Consiglio di Stato, il Tar conclude una delle due sentenze (quella in risposta alle associazioni anti-Irc) con alcuni rilievi circa le attività alternative, accogliendo su questo punto le eccezioni dei ricorrenti, che avevano lamentato la condizione discriminatoria in cui si troverebbero coloro che chiedono di frequentarle, dato che i loro insegnanti sono stati accreditati dal regolamento della valutazione di un solo parere consultivo in sede di scrutinio.
Pertanto, le parti del Dpr 122/09 che negano la partecipazione del docente di attività alternative alle operazioni di valutazione finale devono essere considerate illegittime.
Oltre a questa conclusione, che già pone il Ministero nella delicata condizione di dover emendare – come era fin dall’inizio prevedibile – il Dpr 122/09, il Tar sollecita anche un altro intervento normativo, chiedendo che proprio per la delicatezza del settore «il Ministero della Pubblica Istruzione dia mano ad una nota informativa, chiara e puntuale, sull’insegnamento della religione cattolica, diretta agli organi scolastici e alle famiglie degli studenti, sugli aspetti organizzativi e sui riflessi didattici di detto insegnamento, con un necessario riferimento ovviamente anche alle previste attività alternative all’insegnamento della religione cattolica».
In attesa di vedere se il Ministero vorrà accogliere l’invito del Tar, prepariamoci comunque a seguire un’altra puntata di questo interminabile contenzioso, dato che è già in calendario l’udienza di un ulteriore ricorso promosso dalle solite sigle ancora una volta in materia di credito scolastico.
 
a.n.a.p.s. |12.11.2010
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LA SCUOLA DELL’INFANZIA La scuola dell’infanzia è il “primo segmento del percorso di istruzione” nella vita di una persona.
Si rivolge a tutti i bambini italiani e stranieri di età compresa fra i tre e i cinque anni.
Ha durata triennale e non è obbligatoria.
I suoi obiettivi: “Concorre all’educazione e allo sviluppo affettivo, psicomotorio, cognitivo, morale, religioso e sociale dei bambini promuovendone le potenzialità di relazione, autonomia, creatività apprendimento, e ad assicurare un’effettiva eguaglianza delle opportunità educative”.
Nel rispetto della responsabilità educativa dei genitori, la scuola dell’infanzia contribuisce alla formazione integrale dei bambini e realizza la continuità educativa con la scuola primaria.
LA SCUOLA PRIMARIA La scuola primaria è il primo segmento di istruzione obbligatoria.
Segue la scuola dell’infanzia e precede la secondaria di primo grado.
Si svolge in cinque anni e fornisce al bambino non solo l’alfabetizzazione, ma anche gli strumenti per sviluppare le competenze di base.
Le materie insegnate sono italiano, inglese, storia, geografia, matematica, scienze, tecnologia e informatica, arte, musica, scienze motorie e religione cattolica (non obbligatoria).
LA SCUOLA SECONDARIA DI PRIMO GRADO La scuola secondaria di primo grado è la “vecchia” scuola media.
Il nuovo nome è stato introdotto dalla riforma Morati, nel 2003.
dura tre anni e la frequenza è obbligatoria.
Rappresenta la chiusura del primo ciclo dell’istruzione, e si conclude con l’esame di Stato per la licenza: di fatto, l’unica prova sopravvissuta nella scuola dell’obbligo.
La licenza di terza media è il prerequisito fondamentale per iscriversi alla secondaria di secondo grado.
Rispetto alla scuola elementare, ci sono ovviamente differenze nella didattica: se prima l’attenzione era rivolta agli elementi base della conoscenza, ora i bambini vengono messi di fronte a un corpo di discipline più strutturato e approfondito.
Il numero di materie aumenta, insieme con quello dei docenti, che sono tutti specialisti nel proprio settore.
Alla media, inoltre, viene introdotto l’insegnamento della seconda lingua comunitaria.
Per la consultazione dell'intero documento: la nuova scuola primaria.pdf 296K
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|27.09.2010
Privacy e Irc   di Sergio Cicatelli     L’Autorità garante per la protezione dei dati personali ha pubblicato nella scorsa primavera un opuscolo intitolato La privacy tra i banchi di scuola in cui presenta in forma divulgativa le più comuni problematiche relative al trattamento dei dati personali nella scuola e al rispetto della privacy, spesso in conflitto con le altrettanto obbligatorie regole di trasparenza.
Il documento è scaricabile all’indirizzo web http://www.garanteprivacy.it/garante/document?ID=1721480.
Con l’inizio dell’anno scolastico il Garante ha rilanciato la pubblicità del suo vademecum e la stampa ha sottolineato che le scuole possono farne richiesta e utilizzare il documento per le proprie attività didattiche, in particolare per quelle legate all’insegnamento di Cittadinanza e Costituzione.
Gli argomenti di interesse scolastico sono molti e su di essi spesso si accumulano pregiudizi e false interpretazioni che fanno usare la privacy come scudo o alibi per fare vero e proprio ostruzionismo nei confronti di comportamenti a vario titolo indesiderati: pubblicità delle valutazioni, informazioni ricavabili dai temi d’italiano, foto di classe, registrazione delle lezioni, sistemi di videosorveglianza, ecc.
Tra i dati sensibili che la legislazione sulla privacy tende a tutelare con particolare attenzione, accanto alle condizioni di salute, alle convinzioni politiche e alle abitudini sessuali, ci sono anche le convinzioni religiose, che la scuola può utilizzare ad esempio per organizzare i servizi di mensa (quando si tratta di rispettare tradizioni o divieti alimentari di origine religiosa).
Accanto a questi dati, che sono senz’altro rivelatori di un’appartenenza religiosa, il Garante pone però anche la scelta di avvalersi dell’Irc, dando di essa un’interpretazione semplicemente inaccettabile sul piano culturale oltre che illegittima da un punto di vista giuridico, facendo vacillare la fiducia che si dovrebbe riporre in una autorità di “garanzia”.
Scrive testualmente il Garante che «gli istituti scolastici possono utilizzare i dati sulle convinzioni religiose al fine di garantire la libertà di credo – che potrebbe richiedere ad esempio misure particolari per la gestione della mensa scolastica – e per la fruizione dell’insegnamento della religione cattolica o delle attività alternative a tale insegnamento» (p.
7).
Non solo si afferma che i dati sulle convinzioni religiose servono per la fruizione dell’Irc, ma addirittura anche delle attività alternative, rafforzando il carattere identitario di queste scelte che, in positivo, farebbero riconoscere i cattolici dal fatto di aver scelto l’Irc e, in negativo, i non cattolici per aver optato per le attività alternative.
È di tutta evidenza a chiunque frequenti le scuole (non solo durante le ore di Irc) che questa interpretazione è anche empiricamente falsa, in quanto sono numerosi i cattolici che preferiscono non avvalersi dell’Irc e, viceversa, i non cattolici che scelgono di avvalersene perché vi riconoscono una proposta culturale e formativa che prescinde da una personale adesione di fede.
Ma l’interpretazione del Garante è sbagliata anche in termini giuridici, dato che il Concordato del 1984 colloca inequivocabilmente l’Irc «nel quadro delle finalità della scuola» e dunque esclude che possa trattarsi di una pratica di fede o di una catechesi travestita.
D’altra parte, per una attività catechetica mancherebbero i presupposti teorici ed il contesto ecclesiale o comunitario.
Né vale il fatto che l’Idr sia fornito di idoneità ecclesiastica o che i programmi siano approvati dalla Cei: si tratta di garanzie di autenticità (dei contenuti insegnati e dell’affidabilità del docente) derivanti dalla mancanza di competenza dello Stato.
Semmai – ma il Garante non lo dice o non se ne è accorto – l’unico dato sensibile di cui la scuola è in possesso in relazione all’Irc è proprio il certificato di idoneità dell’Idr, che attesta inequivocabilmente l’appartenenza ecclesiale del docente, la quale non può rimanere nascosta perché coincide con la materia insegnata.
Ma il fatto di avere a che fare con un insegnante cattolico non vuol dire che anche gli alunni debbano essere cattolici.
Il Garante però insiste sulle sue posizioni e, a proposito del “Trattamento dei dati nelle istituzioni scolastiche private”, anziché parlare della possibile rivelazione dell’appartenenza confessionale derivante dalla frequenza di eventuali scuole di ispirazione religiosa, torna a insistere sul fatto che si possano «elaborare informazioni sulle convinzioni religiose degli studenti, al fine di permettere la scelta di avvalersi o meno dell’insegnamento della religione cattolica» (p.
9).
Con maggiore equilibrio, in passato, il Garante era intervenuto con propri comunicati per denunciare alcune «leggende metropolitane», per esempio in materia di valutazione, affermando che «non esiste alcun provvedimento del Garante che proibisce agli alunni di rendere nota la fede religiosa o che ostacola le soluzioni da tempo in atto per la partecipazione o meno degli alunni all’ora di religione» (comunicato stampa 3-12-2004).
E di nuovo il 14-6-2005 il Garante tornava sull’argomento ribadendo che «i dati relativi agli esiti scolastici, per quanto riferiti a minori, non sono dati sensibili, non riguardano cioè informazioni sullo stato di salute, le opinioni politiche, le appartenenze religiose, l’etnia o gli stili di vita, ma attengono esclusivamente al rendimento scolastico degli allievi».
Ora, se la valutazione dell’Irc non è rivelatrice della fede dell’alunno, non si vede come possa esserlo il fatto di aver scelto di avvalersi di quella disciplina.
A questo punto il Garante, oltre a sanare la contraddizione con i propri precedenti pronunciamenti, dovrebbe chiarire quale sia la reale portata della scelta di avvalersi dell’Irc, correggendo le sue ultime imprudenti affermazioni.
Ma ormai il danno è fatto: gli opuscoletti stanno andando in giro nelle scuole in migliaia di esemplari e veicoleranno la falsa interpretazione di un Irc confessionale non solo nei contenuti ma anche nella forma e nell’adesione personale richiesta.
L’eventuale smentita o rettifica, se anche dovesse arrivare, finirebbe in qualche comunicato di scarsa pubblicità.
E la campagna in atto da tempo per divulgare la falsa immagine dell’Irc come corpo estraneo all’interno della scuola proseguirebbe indisturbata.
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Sergio Cicatelli |15.05.2010
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Il significato della decisione del CdS non è solo nel risultato finale, che indubbiamente soddisfa le attese degli Idr, ma soprattutto nelle considerazioni di merito su cui i giudici ritengono opportuno dilungarsi con argomentazioni limpide e a nostro parere inoppugnabili, in cui si fa ampio ricorso alle posizioni a suo tempo espresse dalla Corte costituzionale, collocando perciò la questione in un quadro di riferimenti fondativi estremamente forte.
In primo luogo, infatti, il CdS dichiara che le ordinanze ministeriali impugnate si pongono all’interno del quadro giuridico delineato dalla giurisprudenza costituzionale e quindi sono assolutamente legittime.
Non esiste infatti alcun condizionamento o discriminazione per coloro che scelgono di non avvalersi dell’Irc trovandosi a non poter fruire dell’eventuale relativo punteggio nel credito scolastico.
Come infatti afferma la Corte costituzionale, «l’insegnamento della religione è facoltativo solo nel senso che di esso si ci può non avvalere, ma una volta esercitato il diritto di avvalersi diviene un insegnamento obbligatorio.
Nasce cioè l’obbligo scolastico di seguirlo, ed è allora ragionevole che il titolare di quell’insegnamento (a quel punto divenuto obbligatorio) possa partecipare alla valutazione sull’adempimento dell’obbligo scolastico.
Le stesse considerazioni valgono per gli insegnamento alternativi che, una volta scelti, diventano insegnamenti obbligatori».
All’opposto, lo studente che non si avvale né dell’Irc né delle attività alternative «non può certo pretendere di essere valutato per attività che, nell’esercizio di un diritto costituzionale, ha deciso di non svolgere, ma non può nemmeno pretendere che tali attività non siano valutabili a favore di altri che, nell’esercizio dello stesso diritto costituzionale, hanno deciso di svolgerle».
Una volta riconosciuto che in forza della scelta di avvalersi dell’Irc lo studente si sottopone all’obbligo di frequentarne le lezioni, «discende la necessità di valutare in senso positivo o negativo, come quell’obbligo scolastico sia stato adempiuto.
Non farlo rischierebbe di dare luogo ad una sorta di discriminazione alla rovescia, perché lo stato di “non obbligo” andrebbe ad estendersi anche a coloro che invece hanno scelto di obbligarsi a seguire l’insegnamento della religione cattolica o altro insegnamento alternativo.
In altri termini, l’insegnamento non è obbligatorio per chi non se ne avvale, ma per chi se ne avvale è certamente insegnamento obbligatorio: la libertà religiosa dei non avvalentisi non può, quindi, arrivare a neutralizzare la scelta di chi, nell’esercizio della stessa libertà religiosa, ha scelto di seguire quell’insegnamento e che, dunque, ha il diritto-dovere di frequentarlo e di essere valutato per l’interesse e il profitto dimostrato».
Non è quindi lamentabile alcuna forma di discriminazione, perché «chi segue religione (o l’insegnamento alternativo) non è avvantaggiato né discriminato: è semplicemente valutato per come si comporta, per l’interesse che mostra e il profitto che consegue anche nell’ora di religione (o del corso alternativo).
Chi non segue religione né il corso alternativo, ugualmente, non è discriminato né favorito: semplicemente non viene valutato nei suoi confronti un momento della vita scolastica cui non ha partecipato, ferma rimanendo la possibilità di beneficiare del punto ulteriore nell’ambito della banda di oscillazione alla stregua degli altri elementi valutabili a suo favore».
Il CdS fonda la sua argomentazione su una duplice par condicio: in primo luogo quella che si deve realizzare tra chi si avvale e chi non si avvale dell’Irc, i quali non devono essere – entrambi – condizionati nella loro scelta da possibili conseguenze di carattere valutativo; in secondo luogo la parità di trattamento di cui debbono godere coloro che hanno scelto l’Irc e coloro che hanno optato per una attività alternativa.
Ma proprio su questo secondo aspetto si presentano sviluppi nuovi a seguito dell’entrata in vigore del DPR 122/09, il regolamento della valutazione che ha attribuito piena potestà valutativa all’Idr e solo potere consultivo all’insegnante delle attività alternative, contrariamente alla prassi più che ventennale finora applicata.
In relazione al quadro giuridico precedente, quindi, le argomentazioni del CdS sono assolutamente fondate, ma in prospettiva si trovano in conflitto con il nuovo quadro normativo.
Anzi, il Cds, con una scelta piuttosto inusuale, ritiene di doversi soffermare su una condizione di fatto che non ha alcuna rilevanza ai fini della decisione ma che costituisce un problema cui l’amministrazione scolastica presto o tardi «dovrà necessariamente farsi carico».
Si tratta della mancata attivazione dell’ora alternativa, che in molte scuole vanifica le opzioni di tanti non avvalentisi.
Con tale raccomandazione il CdS invia un doppio messaggio: a coloro che hanno già promosso ricorsi contro il regolamento della valutazione lascia intendere che la disparità di trattamento tra Irc e attività alternative presenta quel fumus boni juris che può condurre all’annullamento delle disposizioni contenute nel DPR 122/09; al Ministero chiede contestualmente di provvedere a rendere almeno effettivo il diritto di frequentare attività alternative all’Irc, diritto che soprattutto in questo ultimo anno scolastico è stato messo in seria crisi dai tagli sul personale (che hanno ridotto o annullato la presenza di docenti a disposizione e utilizzabili proprio per le attività alternative).
Perciò, fermo restando che la scelta sull’Irc è del tutto indifferente alla presenza di attività alternative o di crediti scolastici, il CdS esprime la sua preferenza – come aveva fatto oltre venti anni fa, prima di essere smentito dalla Corte costituzionale – per un regime di effettiva opzionalità tra Irc e attività alternative da realizzarsi a valle della scelta.
Al Ministero spetta adesso dare risposta alle sollecitazioni del CdS, fornendo istruzioni (e finanziamenti) alle scuole.
   Come si ricorderà, la sentenza 7076/09 del Tar del Lazio aveva disposto l’annullamento delle ordinanze ministeriali sugli esami di stato nella parte in cui prevedevano la partecipazione a pieno titolo degli insegnanti di religione cattolica alla determinazione del credito scolastico assegnato a fine anno in vista degli esami.
La sentenza aveva avuto vasta eco sulla stampa nella scorsa estate ed aveva indotto il ministro Gelmini a fare appello al CdS per ristabilire la certezza del diritto in materia.
Il Tar era infatti intervenuto, con una sentenza di fatto priva di efficacia, sulle ordinanze relative agli anni scolastici 2006-07 e 2007-08 che si erano da tempo conclusi; ma le obiezioni potevano incrinare le procedure degli anni successivi.
Nel frattempo, proprio pochi giorni prima del deposito della decisione del CdS, il Ministero ha emanato per l’anno scolastico in corso l’OM 44/10, nella quale conferma sostanzialmente il dettato degli anni precedenti, con alcuni aggiornamenti dovuti al recente regolamento della valutazione relativamente alle attività alternative ma non all’Irc.
Ora, la decisione del CdS rilegittima pienamente la condizione valutativa dell’Irc e del suo insegnante, nonché le posizioni assunte finora dal Ministero in proposito.

 

Omelia di chiusura del Sinodo

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