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a cura di Mattea Battaglia |04.12.2010
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L'intervista I credenti, come hanno percepito e come percepiscono i progressi dell'astronomia? I credenti condividono con gli astronomi lo stesso fascino per il cielo.
Non stupisce, allora, se i primi hanno sempre manifestato una certa preoccupazione per ciò che potevano scoprire i secondi.
Ponendo l'essere umano al centro della creazione, le credenze ereditate dalla Bibbia non allontanano forse qualsiasi possibilità di altri pianeti abitati? È vero che il cardinale Nicolas de Cue, nel XV secolo, ha potuto parlare di abitanti della Luna senza che Roma si occupasse in qualche modo di lui, ma Giordano Bruno, invece, nel 1600 è stato bruciato per aver affermato, tra le altre cose, che l'universo era infinito ed aver presupposto quindi l'esistenza di innumerevoli mondi.
Dalla rivoluzione copernicana, si è stabilita una sorta di accordo: gli studiosi si sarebbero interessati al “come” delle cose; i teologi al “perché”.
A quel punto, non c'era più ragione di accendere roghi.
Con l'elaborazione, negli anni '30 del secolo scorso, della teoria del Big Bang da parte di Georges Lemaître, astrofisico e canonico, c'è perfino la grande tentazione di arrivare ad una sorta di “concordismo”; il racconto degli scienziati assomiglia estremamente a quello del libro della Genesi! Nella seconda metà del XX secolo si accelera la conquista spaziale.
La preoccupazione dei credenti diminuisce? Anche loro sono presi dall'entusiasmo collettivo.
I cristiani, papa in testa, applaudono allo Sputnik, il primo satellite messo in orbita, nel 1957, poi a Yuri Gagarin, il primo uomo nello spazio, nel 1961, a Neil Armstrong e Buzz Aldrin, sulla Luna, nel 1969...
Oggi, con la diffusione delle attività spaziali, i credenti non mostrano più grande interesse per le poste in gioco sociali ed etiche che ne possono derivare.
È proprio un peccato.
La scoperta di un'altra Terra rimetterebbe in discussione la credenza secondo la quale il nostro pianete e l'universo sono stati creati da Dio? Mi piace ricordare che questo problema è stato risolto...
nel 1277, da Étienne Tempier, allora vescovo di Parigi.
Aveva messo fine ai dibattiti che, alla Sorbona, opponevano i sostenitori di Aristotele, difensori del carattere unico del mondo, a coloro che vedevano la possibilità di un altro universo, dando ragione a questi ultimi! Il suo argomento era: se Dio vuole creare altri mondi, con esseri extraterrestri, può farlo senza chiedere il nostro parere.
Trovo questo approccio pieno di buon senso teologico...
anche se non risolve tutti i problemi.
L'astronomia è una scuola di modestia, anche per i credenti.Indipendentemente dal fatto che siano cristiani, ebrei o musulmani, i credenti sono sempre più diffidenti nei confronti dell'astronomia? Le scoperte astronomiche, come quelle della paleoantropologia e della biologia dell'evoluzione, hanno dato un duro colpo alle concezioni dell'Universo e dell'umanità su cui i credenti fondavano una parte delle loro convinzioni.
Non è una cosa nuova – penso evidentemente a Copernico o a Darwin -, ma l'impatto delle scienze e delle tecnologie sulle nostre società è diventato tale che esse paiono imporsi a detrimento delle nostre credenze più antiche.
I movimenti creazionisti, che estendono oggi la loro influenza ben al di là degli Stati Uniti, dove sono apparsi alla fine del XIX secolo, mostrano questo disagio.
Ciò detto, evidentemente non tutti i cristiani, non tutti i musulmani, non tutti gli ebrei sono contrari alle scienze.
E non tutti sono creazionisti! Sono convinto che accettando il dialogo, credenti e ricercatori possono trarre profitto da queste scoperte che rivoluzionano la nostra conoscenza dell'Universo, del vivente, dell'umano.
*Jacques Arnould, storico delle scienze, teologo, ricercatore al CNES.
Suoi libri più recenti: “La Terre en un clic.
Du bon usage des satellites”, Odile Jacob, pp.
208, € 21,90, 2010, e “Une fenêtre sur le ciel.
Dialoghes d'un astrophysicien e d'un théologien”, con Marc Lachièze, Bayard, p.
276, € 18, 2010.
in “Le Monde” del 4 dicembre 2010 (tra duzione: www.finesettimana.org)
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Tuttoscuola |18.10.2010
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In Germania da alcuni mesi è vivissimo il dibattito sull’immigrazione, con punte di asprezza polemica dopo la pubblicazione del libro di Thilo Sarrazin della Bundesbank che senza mezzi termini ha affermato che i musulmani non si integrano e non imparano la lingua: arriverebbero a istupidire la Germania.
Esponenti del governo che hanno fortemente criticato quelle tesi sono stati a loro volta oggetti di critica, mentre si parla di un ipotetico nuovo partito di destra che potrebbe arrivare a raccogliere fino al 10% dei consensi, strappandoli proprio alla coalizione di governo.
In discussione è il multiculturalismo, la pari dignità tra culture diverse.
In Germania i governi democratici hanno adottato il multiculturalismo fin dagli anni settanta a sostegno del miracolo economico.
Un multiculturalismo che ha significato integrazione dei nuovi stranieri arrivati e rispetto della loro religione e cultura.
Ma l’integrazione è stata scarsa o quasi nulla, tanto che intere comunità straniere vivono chiuse in se stesse e isolate nei quartieri delle città tedesche, continuando a parlare la loro lingua e ignorando quasi del tutto il tedesco nonostante da anni vivano in Germania.
Il libro di Sarrazin ha tolto il coperchio ad un sentimento popolare diffuso che, a quanto sembra, sta creando problemi di consenso al governo della Merkel, tanto che il cancelliere, parlando ai giovani dell’Unione tra CDU e CSU, ha dichiarato tra gli applausi: “Questo approccio ha fallito, fallito del tutto.
Non si deve solo dare ma anche chiedere”.
Gli immigrati, ha detto la Merkel, devono imparare il tedesco per potere trovare lavoro.
Chiunque non parli immediatamente tedesco non è benvenuto.
“Chi vuole essere parte della società tedesca non deve solo obbedire alle nostre leggi ma deve anche padroneggiare la lingua”.
Le parole della Merkel potrebbero avere echi favorevoli in Italia dove una proposta di legge prevede l’obbligo per gli stranieri di conoscere la lingua italiana con una sufficiente padronanza (livello A2) per acquisire il permesso di soggiorno; obbligo che, essendo la legge a costo zero, non comporterebbe alcun aiuto per gli stranieri per conseguire i livelli linguistici richiesti se non la possibilità di frequentare corsi scolastici per adulti, laddove esistono...  
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Tuttoscuola |24.05.2010
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Nel 2009 meno della metà degli italiani (45,1%) di età di 6 anni e più dichiara di aver letto almeno un libro.
La quota più alta di lettori si riscontra tra la popolazione di 11-17 anni (oltre il 58%), con un picco tra gli 11 e i 14 anni (64,7%), e decresce con l'aumentare dell'età.
Infatti, già a partire dai 35 anni, la quota di lettori scende sotto il 50%, per diminuire drasticamente dai 65 anni in poi e raggiungere il valore più basso tra la popolazione di 75 anni e più (22,8%).
Sono questi i primi elementi introduttivi della recente indagine campionaria dell'Istat sulla lettura dei libri i Italia nel 2009 e pubblicata sul sito dell'Istituto nei giorni scorsi.
L'indagine ha rilevato che le donne leggono più degli uomini: le lettrici, infatti, sono il 51,6% rispetto al 38,2% dei lettori.
Le differenze di genere sono presenti in tutte le fasce di età e risultano molto forti tra i 20 e i 24 anni, dove la quota di lettrici supera il 66%, mentre quella dei lettori si attesta al 39,2%.
Le differenze di genere si annullano solo per le persone con 75 anni e più, fascia di età in cui dichiarano di leggere nel tempo libero il 23,3% degli uomini e il 22,5% delle donne.
A livello territoriale, le quote più alte di lettori di libri si registrano al Nord, dove quasi il 52% della popolazione di 6 anni e più ha letto almeno un libro nei 12 mesi precedenti l'intervista, e al Centro (48%).
Nel Sud e nelle Isole, invece, la quota di lettori scende rispettivamente al 34,2% e al 35,4%.
Esiste, inoltre, una significativa variabilità regionale - dice l'Istat - nei livelli di lettura: se Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia fanno registrare livelli di lettura superiori al 56%, Marche, Umbria e tutte le regioni del Mezzogiorno si attestano al di sotto della media nazionale.
Agli ultimi posti si collocano Calabria (34,3%), Puglia (33,1%), Campania (32,9%) e Sicilia (31,5%).
Si nota una maggiore diffusione di lettori nei centri e nelle aree di grande urbanizzazione, con una progressiva riduzione nella quota dei lettori nei centri più piccoli.
Il che fa ritenere che l'abitudine alla lettura dipenda anche dalle disponibilità di servizi e di biblioteche pubbliche.
Considerata la coincidenza di divari territoriali è legittimo chiedersi se esista un rapporto tra il consumo dei libri e livelli di apprendimento della popolazione scolastica.
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Tuttoscuola |08.04.2010
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In lieve aumento il numero di famiglie che impartiscono in proprio l'istruzione obbligatoria A confronto con i due milioni di piccoli studenti che negli USA frequentano in casa le lezioni, i circa duecento (stima) che lo fanno in Italia rappresentano una esigua quantità.
È una modalità educativa molto diffusa in Australia e negli Stati Uniti, dove le comunità rurali sono spesso troppo lontane dai centri urbani perché sia agevole la frequenza giornaliera delle lezioni; in Gran Bretagna, circa ventimila bambini hanno seguito lo scorso anno le lezioni in casa e in Francia, nel 2007/2008, oltre tremila bambini ne hanno usufruito, sia con aiuto a distanza che in maniera completamente autonoma.
Del fenomeno, che attualmente non viene censito ufficialmente, il Ministero dell'istruzione non tiene un registro specifico.
Tuttavia si tratta di una realtà in crescita: un numero crescente di famiglie italiane decide di far lezione direttamente in casa ai propri figli o attraverso un istitutore.
La scelta, che è consentita dalla norma purché i genitori che ne fanno richiesta dimostrino di possedere i mezzi intellettuali ed economici per farvi fronte, viene effettuata spesso in alternativa alle rigidità della scuola tradizionalmente intesa.
Vi sono maggiormente coinvolti i bambini della scuola dell'infanzia e della scuola primaria che, pur seguendo i programmi ministeriali, possono contare su orari e strutturazione flessibile delle lezioni, maggiore individualizzazione degli interventi con costi inferiori a quelli di una scuola privata.
La scuola parentale non prevede un contesto relazionale ampio come quello della classe, non dà rilevanza al valore della scuola pubblica come conquista sociale e resta comunque confinata ad una precisa tipologia familiare, dove il livello di istruzione e il reddito sono  piuttosto elevati, e dove spesso almeno uno dei genitori non lavora.
Inoltre, non è previsto un controllo puntuale delle attività, tranne al momento di condurre gli allievi presso una scuola statale o paritaria per sostenere l'esame di idoneità per il passaggio da una classe all'altra, al termine dell'anno scolastico.
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Carlo Marroni |23.02.2010
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I ragazzi svezzati a Mtv - come li definisce il rapporto - spiazzano chi pensa che il nichilismo abbia fatto piazza pulita, e creano interrogativi forti nell'area dell'offerta, cioè nella Chiesa.
Ma in Italia? «In Usa c'è pluralismo religioso, che fa prendere forma a questa religiosità aconfessionale, da noi la presenza preponderante della Chiesa cattolica rende tutto diverso», spiega Luca Diotallevi, docente di Sociologia a Roma Tre e autore del libro appena pubblicato Una alternativa alla laicità.
Insomma, dire in Italia di credere in Dio ma in nessuna Chiesa è roba da talk show impegnato, «c'è un legame elastico tra giovani e Chiesa».
Un legame che si manifesta in molti modi, a partire dalla tradizionale filiera parrocchia-Azione cattolica, di certo assai poco mediatica (anche perché il tasso di tesseramento nella maggiore organizzazione ecclesiale è molto basso, Diotallevi stima il 10% circa della militanza accertata), ai movimenti presenti nei vari segmenti socio-religiosi, dai Focolarini a Cl, fino a Sant'Egidio.
Ma un fenomeno crescente e sicuramente espressione della nuova religiosità giovanile dei Millennials italiani - cresciuti a Moccia («e se gli parli di Maria pensano alla De Filippi», dice un esperto) - è quello dei movimenti carismatici, a fortissima densità identitaria.
Un emblema sono i Neo catecumenali, ispirati a un cammino di riscoperta del battesimo, movimento in fortissima crescita trai giovani, che affollano parrocchie - prese quasi in franchising - e che sono i protagonisti delle Giornate mondiali dei giovani e dei viaggi papali, quando attraversano le città cantando abbracciati alle chitarre e tutti vestiti con la stessa maglietta.
Altra forte presenza è Rinnovamento dello Spirito, cammino di comunione ecclesiale e formazione permanente, che nasce sulla scia del movimento carismatico Usa.
«A questi gruppi, e ad altri, è data in appalto la creazione di una massa critica che abbia un impatto mediatico», osserva Alberto Melloni, professore di Storia all'Università di Modena e uno dei massimi studiosi del Concilio.
Per le nuove generazioni l'esperienza di fede si presenta come poco intrigante, non c'è conflitto morale interiore, e anche la morale sessuale in passato era una discriminante, ora non più: ecco allora l'approdo a queste crescenti esperienze pentecostali, «che rappresentano la remunerazione emotiva al bisogno religioso», osserva Melloni.
Che significa? «Che si è accesa la spia della riserva».
Insomma, la Chiesa non si stanca di dichiarare il suo amore per le giovani generazioni «ma si fa fatica a vedere i segni».
La ricerca americana mette a nudo una religiosità stratificata ma tutto sommate elementare, dove le chiese sono cosa ben distinta dalla società, mentre in Italia la Chiesa cattolica è dentro la società (e in molti pensano anche dentro lo stato).
Da qui la ricerca dei ventenni di un'offerta religiosa che sia altro dalle gerarchie (ma non contro), che per molti significa, come dice un esponente della Curia, «mischiare Siddharta con il Vangelo in salsa new age», rifuggire dalla lettura razionale della fede, un po' come i nuovi evangelici americani, i "cristiani rinati”.
A Ratzinger i movimenti in generale non piacciono molto: in particolare nei confronti di questi nuovi corpi della Chiesa, avversa la loro altissima libertà liturgica («messe che a volte sembrano Gospel», dice un vescovo) ma ne apprezza l'estremo rigore dottrinale, su vita e famiglia.
E, alla fine, tanto basta.
in “Il Sole 24 Ore” del 21 febbraio 2010 Sanno che hanno bisogno di Dio, ma sempre più spesso non sanno come parlarci.
E allora gridano, si accalcano, cantano, marciano, cercano una forza identitaria che li faccia sentire parte di una minoranza forte.
Il popolo dei giovani cattolici nati sul finire del millennio va a sbattere sempre più spesso contro la Chiesa ufficiale: la rispettano, ma la sentono distante, specie in periodi (come questo) dove gli intrighi vaticani fanno premio sulla spiritualità.
Forse accade come negli Usa? Un rapporto del Pew Research Center Forum dal titolo Religion Among Millennials appena pubblicato - e di cui riferisce il New York Times - parla chiaro: un giovane su quattro tra 18 e 29 anni non è praticante ma nega di essere ateo o agnostico (in questo differenti dalla precedente generazione X, i post baby-boomers) ma cercano Dio nella prospettiva del medio-lungo termine, insieme a metter su famiglia e diventare ricchi.
 
Cattura
Roma - 17-19 Novembre

 

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