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Donald A. Norman |16.04.2011
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NORMAN DONALD A.,  Vivere la complessità, Pearson 2011, ISBN: 9788871926469, pp. 266, Euro 16,00


titolo originale: Living with complexity, Traduzione di Virginio B. Sala



 


Recensione del testo


La complessità è nel mondo e si riflette anche nelle nostre tecnologie. Ma i prodotti che ne derivano non devono essere fonte di confusione, perché allora si tratta di "complicazione" inutile, non di complessità. Tuttavia, anche il sistema meglio progettato richiede uno sforzo - nostro - di apprendimento, per dominare la struttura e i modelli concettuali. La comprensione rende i sistemi complessi semplici e dotati di significato. Donald Norman torna a farci riflettere sulle sfide della tecnologia e del design a partire da casi comprensibilissimi (quando non addirittura divertenti), ma illuminanti e rivelatori.


La biografia di Norman Donald A.


 


PRESENTAZIONE


Vivere con la complessità, di Donald A. Norman

La semplicità è uno stato mentale, fortemente legato alla comprensione. Una cosa viene percepita come semplice quando le sue azioni, le sue opzioni e il suo aspetto corrispondono al modello concettuale della persona.


La caffettiera del masochista, titolo del libro più celebre di Norman, è diventata negli anni un’immagine proverbiale: una cuccuma con il beccuccio rivolto dalla stessa parte dell’impugnatura, cosi che l’avido consumatore di caffè abbia le braccia ustionate ogni volta che cerca di riempirsi la tazzina.
Donald Norman è un designer che da anni scava negli angoli ciechi del design e dei codici di comunicazione propri della nostra era, caratterizzata senz’altro dalla complessità.
E proprio alla complessità, alle forme che assume nella vita di tutti i giorni, è dedicata questa sua ultima fatica, un libro che sin dal titolo cerca di fare chiarezza sul compito che ci attende, volenti o nolenti.
Non c’è modo di sottrarsi, infatti, a una certa dose di complessità nella vita di tutti i giorni: a casa, per l’utilizzo di elettrodomestici e la gestione di sistemi complessi; al lavoro, per la quantità di operazioni complesse e coordinate che dobbiamo sapere padroneggiare e mettere in atto continuamente; nel tempo libero e in ogni occasione in cui usciamo di casa per interagire con un mondo che alla complessità affida la propria efficienza.
Di più: la propria sopravvivenza.
Innanzitutto, naturalmente, occorre definire con precisione cos’è la complessità in sé.
Nelle prime pagine del suo saggio appassionante, Norman usa la scrivania di Al Gore, già vicepresidente degli Stati Uniti e Premio Nobel, come esempio adatto a tracciare un distinguo fra complicazione e complessità.
In mezzo a pile e pile di carta, tre monitor perennemente accesi e una apparentemente incontrollabile entropia, spiega il designer, sembrerebbe impossibile orientarsi rapidamente e trovare ciò di cui si ha bisogno.
Ma la questione è posta in modo sbagliato, ci viene spiegato, perché dietro quel modello complesso c’è una logica ferrea, per quanto questa sia conosciuta solo da chi su quella scrivania dovrà lavorare.
Come sa bene chiunque lavori in mezzo ad un ordine che è stato lui stesso a disporre e organizzare, anche secondo criteri che al resto del mondo risultano irrazionali, il disordine in cui viviamo e lavoriamo sarà tale solo se qualcun altro vi metterà mano.
Quindi il distinguo è fra “complessità” e “complicazione”: una complessità supportata da un modello concettuale appropriato – cioè dalla conoscenza della logica che sottende a quel sistema di relazioni fra cose – sarà una complessità “buona”.
L’esempio della scrivania è comprensibile a chiunque, ma Norman ha un fiuto particolare per riuscire a spiegare le sue teorie con l’ausilio di esempi sempre nuovi, stimolanti e accessibili.
Così potrà accadere, mentre leggiamo questo libro, di riconoscere aspetti della propria quotidianità nella descrizione fatta di tutti i preparativi necessari ad approntare una cena per gli amici, tipico esempio di raggruppamento di operazioni semplici in insiemi complessi per il conseguimento di un fine sociale.
Il "carico cognitivo" cui ci sottopongono tutte le interruzioni che occorrono mentre – ad esempio – affettiamo le verdure in vista della preparazione di un piatto, è oggetto degli studi di questo brillantissimo designer, che ha offerto le sue competenze a molte aziende informatiche (su tutte, Apple, del cui reparto Tecnologie avanzate Norman è stato vicepresidente per lungo tempo) e di telecomunicazioni.
Norman osserva le strutture semantiche del mondo in cui vive con un’attenzione continua e affilata: ogni evento è degno di essere preso in considerazione e affrontato, dalla semplice gestione delle attese (la coda) in una filiale bancaria, ai messaggi che i software ci danno a proposito delle operazioni che stanno compiendo.
C’è molto da imparare, e come ogni buon docente, Norman sa tenere viva la nostra attenzione, mostrandoci come si possa cercare di decifrare questo intricato mondo, e migliorarne la qualità, ad ogni passo: partendo dalla segnaletica stradale o concentrandosi sugli interruttori posti su di un quadro elettrico; interagendo con una macchina del caffè o osservando con attenzione l’interruttore che spegnerà (o accenderà) la luce in camera nostra. È illuminante.






 


 


UNA INTERESSANTE LEZIONE SULL'APPRENDIMENTO






 


L'INTERVISTA


 


«Lo predissi oltre dieci anni fa. E avevo ragione: i computer stanno diventando invisibili». Donald A. Norman, ingegnere e psicologo, studioso di Scienze cognitive, tra i nomi più illustri nel campo del design, aggiorna la tesi enunciata nel 1998 nel suo The Invisible Computer (Apogeo). Lo anticipa al «Corriere» in occasione dell'uscita in Italia del nuovo libro, Vivere con la complessità (Pearson) e della partecipazione, questa sera, al ciclo di incontri Meet the media guru a Milano (ore 19, Mediateca Santa Teresa).





La copertina di «Vivere con la complessità» (Pearson)


La copertina di «Vivere con la complessità» (Pearson)



Il computer però è ancora molto diffuso...
«Non dappertutto: in Cina e Giappone, ad esempio, si usano già oggi più smartphone che pc. Le funzioni del computer verranno sempre più inglobate dentro altri dispositivi, come le cosiddette "tavolette". Userà il pc in senso classico solo chi, come gli scrittori o gli ingegneri, non potrà fare a meno dello schermo e della tastiera. Per tutti gli altri, non sarà più così necessario».


Anche i libri e i giornali saranno letti sui supporti elettronici?
«Il futuro è digitale. Io uso il Kindle, dove posso raccogliere tantissimi saggi e romanzi dentro un unico strumento. Anche il giornale non ha più bisogno di essere stampato: scaricando un'applicazione su un dispositivo elettronico si hanno le notizie del giorno e delle settimane precedenti, con più foto, filmati e mappe interattive».


Fin da «La caffettiera del masochista» (1988, edito in Italia da Giunti), si è battuto contro le tecnologie troppo elaborate che non consentono la facilità d'uso. In «Vivere con la complessità» sostiene che quest'ultima è inevitabile. Ha cambiato idea?
«Il mio messaggio è solo diventato più sofisticato. Ho capito che la complessità è necessaria in un mondo sempre più articolato e interconnesso. Per questo agli utenti non bisogna offrire semplicità ma comprensibilità: oggetti, cioè, con molte funzioni ma intellegibili già dopo la prima lettura delle istruzioni. A questo scopo, designer e ingegneri devono praticare l'empatia e studiare le scienze sociali. I singoli individui devono applicarsi nell'apprendimento, come fecero in passato con il telefono o la televisione».


È stato vicepresidente del settore Tecnologie avanzate alla Apple. Nel suo libro racconta il passaggio dell'azienda dal mouse a un tasto a quello a due tasti: è stata una buona scelta?
«Suggerii la soluzione a più tasti già negli anni 90. Il mouse con un pulsante infatti era una proposta corretta negli anni 80, per favorire la facilità d'uso. Una volta che gli utenti avevano capito il funzionamento del nuovo strumento, però, non serviva aspettare il 2005 per il design a più tasti».


Da sempre sostiene le nuove iniziative imprenditoriali. Si può rischiare nell'attuale situazione economica?
«Dipende dai luoghi. Sì negli Stati Uniti, dove anche un fallimento è giudicato positivamente, perché segue un'idea e un tentativo. No in Italia: i vostri migliori designer sono costretti ad andare all'estero; i vostri prodotti sono belli ma non sempre funzionali».


L'emergenza nucleare in Giappone, le rivolte in Nord Africa e la guerra in Libia. Quali saranno le conseguenze, dal punto di vista cognitivo e tecnologico, nel mondo interconnesso?
«La catastrofe di Fukushima comprometterà per qualche tempo la fiducia degli individui nelle macchine, ma il genere umano è abbastanza arrogante per superare lo choc. Ciò che tutti questi eventi dovrebbero infondere, invece, è l'umiltà: la natura trionfa sulla tecnologia; le esigenze politiche e culturali possono vincere sulla logica e la razionalità».



Alessia Rastelli
arastelli@corriere.it












LE ULTIME PUBBLICAZIONI


 











2011























Norman Donald A.
Vivere con la complessità
Pearson, € 16,00

 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 





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€ 15,20




















2009























Norman Donald A.
La caffettiera del masochista. Psicopatologia degli oggetti quotidiani
Giunti Editore, € 14,50

 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 





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€ 10,88




















2008























Norman Donald A.
Il design del futuro
Apogeo, € 15,00

 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 





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€ 13,65




















2005























Norman Donald A.
Il computer invisibile. La tecnologia migliore è quella che non si vede
Apogeo, € 18,00

 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 





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€ 14,40




















2004























Norman Donald A.
Emotional design. Perchè amiamo (o odiamo) gli oggetti di tutti i giorni
Apogeo, € 18,00

 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 





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€ 16,38




















1995























Norman Donald A.
Lo sguardo delle macchine
Giunti Editore, € 14,50

 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 





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€ 13,20
















 

Ansas |30.03.2011
LIM

Lavagne elettroniche e libri digitali. Il futuro è già fra i banchi e sta cambiando rapidamente le modalità di insegnamento.


 


 


È la riflessione che compare sul sito dell'Ansas, Agenzia nazionale per lo sviluppo dell'autonomia scolastica, principale promotrice, per conto del ministero, delle aule 2.0 e dell'innovazione digitale a scuola. In un approfondimento che compare sul sito dell'Agenzia (e ripreso dall'agenzia di stampa Dire) si affronta la seguente domanda: Lim (Lavagne interattive multimediali) ed e-book, perché portarli in classe?


Innanzitutto, si spiega nell'articolo di approfondimento, gli ambienti digitali in classe sono qualcosa di più semplice rispetto a quanto viene evocato dall'immaginario collettivo quando se ne parla. Niente realtà virtuale o scene da Second life, insomma. L'aula digitale è costituita da un insieme di strumenti digitali che vengono utilizzati, anziché in solitudine, da una comunità di persone. Ma grazie alle tecnologie la scuola si 'dilata', supera i propri confini e tocca il mondo portandolo fra le sue pareti. Tuttavia, perché la scuola digitale funzioni "è necessaria un'adeguata cultura dei media, ovvero un approccio che consenta al docente di appropriarsi della tecnologia, dei linguaggi multimediali, per farli propri e individuarne il valore aggiunto".


"Occorre prevedere nuovi modi d'uso - è l'auspicio dell'Ansas -, consapevoli delle potenzialità e specificità del singolo medium per non incorrere nella tentazione di utilizzare, ad esempio, la Lim come la lavagna d'ardesia sprecando tempo e vanificando l'investimento". La Lim (lavagna interattiva multimediale), infatti, "può rappresentare oggi una svolta per l'insegnamento. Entra in classe, va al cuore del sistema di apprendimento e della pratica didattica quotidiana, rompe la configurazione tradizionale dell'ambiente".


La classe, estesa e potenziata, può accedere a diversi aspetti della realtà esterna, estrapolarne particolari e dettagli, analizzare, scomporre, manipolare informazioni e contenuti, con il supporto di efficaci applicazioni software appositamente progettate e sviluppate. Di fronte alla tecnologia il docente e lo studente possono essere "passivi consumatori" o, a loro volta, produttori. E questa è la differenza fra un buono e un cattivo uso delle tecnologie in aula. Quanto al libro digitale, Alberto Manzi, storico maestro che negli anni del dopoguerra commosse l'Italia con il suo carisma e la dolcezza con cui insegnava agli adulti analfabeti a scrivere nel famoso programma televisivo 'Non è mai troppo tardi', sosteneva che "per il ragazzo il libro deve essere qualcosa di piacevole, dove si può non solo leggere, ma colorare, trasformare, fare, disfare, ampliare, ridere, inventare, riflettere. Il libro si trasforma così in qualcosa di personale, perciò vivo".


Queste affermazioni sono oggi più che mai attuali e potranno forse trovare un alleato nella tecnologia digitale. E se, di fatto, l'e-book non nasce per il target scuola, in essa trova applicazione e naturale collocazione.



tuttoscuola.com

 Formazione»Processi  »Temi    IRC»Sussidi    
a cura di Luciana Sica |10.03.2011
Massimo Recalcati
“Dall'autorità all'affetto Così è cambiato un simbolo”. Un nuovo libro sulla paternità nell'epoca ipermoderna
 Formazione»Processi    
G.Malizia |13.01.2011
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Nei giorni scorsi, dopo la pubblicazione dei dati Ocse-Pisa sulle competenze dei quindicenni in italiano, matematica e scienze, la stampa nazionale ha stilato graduatorie di merito tra le scuole, affermando, tra l’altro, che il mediocre livello complessivo degli studenti italiani, anche se in via di miglioramento, era dovuto in buona parte ai bassi risultati delle scuole non statali.
Contro questa tesi è già intervenuto con alcuni articoli il sussidiario.net che ha sostenuto come i  dati siano stati utilizzati in modo parziale e strumentale.
Sulla questione interviene ora don Guglielmo Malizia, direttore del Centro studi per la scuola cattolica, il quale, dopo aver ricordato che è sbagliato identificare le scuole private con le scuole cattoliche (CSSC), in una lettera inviata al Corriere della Sera, ritiene opportune alcune puntualizzazioni per evitare possibili strumentalizzazioni.
In primo luogo – afferma don Malizia – va ricordato che “il Rapporto Ocse-Pisa classifica tra le scuole private i centri di formazione professionale, che propriamente in Italia non sono scuole e che raccolgono un’utenza piuttosto disagiata”, il che spiega i risultati meno brillanti dei ragazzi che li frequentano.
In secondo luogo – continua il direttore del CSSC – “il campione utilizzato dall’Ocse non può essere ritenuto statisticamente rappresentativo dell’universo delle scuole non statali, come è già stato puntualmente argomentato dai professori Luisa Ribolzi e Giorgio Vittadini su “il sussidiario.net”.
Presentate a Londra due pubblicazioni del Cesew  Londra, 12.
La qualità dell'istruzione impartita nelle scuole cattoliche d'Inghilterra e del Galles è costantemente superiore alla media nazionale:  questo è quanto risulta da due nuove pubblicazioni presentate lunedì nel corso della riunione d'inizio anno dei membri del Catholic Education Service for England and Wales (Cesew) presso la sede dell'organizzazione a Londra.
I due nuovi studi sulla qualità dell'insegnamento nelle scuole cattoliche - intitolati "Value Added:  the Distinctive Contribution of Catholic Schools and Colleges in England" e "Cesew Digest of 2009, Census Data for Schools and Colleges" - sono stati presentati lunedì da monsignor Malcolm Patrick McMahon, vescovo di Nottingham, che ha svolto il suo intervento in qualità di presidente del Cesew.
"Queste due pubblicazioni - ha sottolineato il presule - dimostrano chiaramente che l'educazione cattolica continua a fornire un contributo molto importante al futuro della nostra società.
Inoltre, esse provano che i soldi dei contribuenti sono veramente ben spesi quando queste risorse sono gestite dagli istituti scolastici cattolici".
I dati tratti dalla pubblicazione "Value Added" danno pienamente ragione al vescovo McMahon.
Secondo le valutazioni espresse nel corso delle ispezioni scolastiche condotte dal personale dall'agenzia di valutazione Ofsted, gli istituti cattolici sono risultati costantemente al di sopra della media nazionale in tutti gli aspetti della loro attività.
Per gli ispettori scolastici, nel 70 per cento delle scuole secondarie gestite dai cattolici la qualità dell'insegnamento e la preparazione degli alunni è superiore alla media nazionale rispetto la percentuale del 63 per cento degli altri istituti.
Nei corsi primari, l'eccellenza dell'insegnamento per le scuole cattoliche sale al 74 per cento invece della media 66 per cento degli altri istituti.
Nel corso della riunione di lunedì nella sede del Cesew, è intervenuta anche Oona Stannard, presidente esecutivo e direttore del Cesew.
Durante la presentazione dei volumi, Stannard ha affermato che "queste due pubblicazioni dimostrano che i nostri alti livelli di qualità dell'istruzione non sono da considerarsi come un fuoco di paglia ma sono costantemente sostenuti e migliorati.
Sono orgogliosa di sottolineare che i nostri traguardi educativi sono anche affiancati da un alto grado di gradimento e di soddisfazione di quanti fanno parte del nostro mondo scolastico.
Questo gradimento non va solo a vantaggio dei nostri giovani studenti, il 30 per cento dei quali appartiene a famiglie non cattoliche, ma è anche la prova che la Chiesa cattolica, per mezzo delle sue scuole, continua ad investire tutta la sua grande saggezza nel futuro e nel bene della società del nostro Paese".
Tra i dati raccolti nel "Census Digest", si sottolinea che gli studenti delle scuole cattoliche appartengono a gruppi sociali diversi.
Quello che è più evidente riguarda l'origine delle famiglie degli studenti.
Nelle scuole cattoliche la varietà delle etnie è molto più marcata rispetto agli altri istituti.
Per quanto riguarda la classe sociale, nelle scuole cattoliche gli studenti delle famiglie povere sono nella stessa percentuale di quelli che frequentano gli altri istituti.
(©L'Osservatore Romano - 13 gennaio 2011)   Centro Studi per la Scuola Cattolica (CSSC) Circonvallazione Aurelia 50 - 00165 Roma Tel.
0666398450 – Fax 0666398451 e-mail: csscuola@chiesacattolica.it sito: http://www.scuolacattolica.it         Gentile Direttore, in relazione all’articolo apparso sul Suo giornale sabato 18 dicembre a pagina 32 dal titolo «Efficienza e qualità».
La scuola statale batte quella privata, ritengo necessarie alcune precisazioni.
Già con il Rapporto Ocse-Pisa del 2007 si era posto il problema della presunta superiorità delle scuole statali italiane sulle private, ma anche allora si trattava di una scorretta lettura dei dati.
Poiché in genere si tende a identificare superficialmente le scuole private con le scuole cattoliche, sembra opportuno fare qualche puntualizzazione per evitare possibili strumentalizzazioni.
  1.      In primo luogo, come correttamente nota anche l’articolo del Corriere, la ricerca Ocse-Pisa classifica tra le scuole private i centri di formazione professionale, che propriamente in Italia non sono scuole e che raccolgono un’utenza piuttosto disagiata, in grado di spiegare i risultati meno brillanti dei suoi allievi.
2.      Non solo per questo motivo, il campione utilizzato dall’Ocse non può essere ritenuto statisticamente rappresentativo dell’universo delle scuole non statali, come già è stato puntualmente argomentato dai proff.
Luisa Ribolzi e Giorgio Vittadini su “ilsussidiario.net”.
3.      Inoltre, come abbiamo documentato nel XII Rapporto del Centro Studi per la Scuola Cattolica, appena pubblicato dall’Editrice La Scuola (A dieci anni dalla legge sulla parità), solo il 34,6% delle scuole paritarie secondarie superiori sono scuole cattoliche e non è dato sapere quali scuole paritarie siano rientrate nel campione Ocse.
Pertanto, non è possibile attribuire sbrigativamente gli esiti scadenti alle scuole cattoliche.
4.      Per ciò che riguarda i risultati, il mondo della scuola cattolica è impegnato da circa un decennio nella promozione della sua qualità e contiamo di rendere prossimamente noti i dati di un monitoraggio che stiamo effettuando proprio durante questo anno scolastico su un campione realmente rappresentativo delle sole scuole paritarie cattoliche.
5.      A prescindere da queste distinzioni, ci rallegriamo del miglioramento complessivo dei risultati degli studenti italiani, perché ci sta a cuore l’intero sistema nazionale di istruzione che – come dovrebbe essere noto – fin dalla legge 62/2000 è costituito da scuole statali e paritarie (tra le quali figurano scuole cattoliche, scuole gestite da altri privati e scuole gestite da enti locali).
  Ringraziando per l’attenzione e per lo spazio che ci vorrà dedicare, rimango a disposizione per qualsiasi ulteriore approfondimento e chiarimento.
                                                                                             Prof.
Don Guglielmo Malizia                                                                            Direttore del Centro Studi per la Scuola Cattolica                                                                                                                                                         
 Formazione»Processi    
Invalsi |09.12.2010
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I primi dati dell’indagine Ocse-Pisa sulle competenze di base dei nostri quindicenni, pubblicati dall'Invalsi (www.invalsi.it), sembrano essere piuttosto confortanti.
La rilevazione presentata questa mattina dall’Invalsi, l’Istituto per la valutazione che ha curato per l’Italia la raccolta dei dati dell’indagine internazionale Pisa 2009 sulle competenze di lettura, matematica e scienze, mette in evidenza, rispetto alle precedenti edizioni, un generale miglioramento in tutti e tre gli ambiti disciplinari.
Per l’edizione 2009 hanno partecipato al Pisa (Programme for international student assessment, il programma che valuta gli apprendimenti) 74 Paesi (erano stati 35 nella prima edizione del 2000).
L’indagine ha coinvolto 30.905 studenti italiani e 1.097 scuole.
  A livello nazionale, un’importante novità di PISA 2009 per l’Italia è costituita dal campione di scuole che, oltre ad essere stratificato per tipo di scuola, come nei precedenti cicli, per la prima volta è rappresentativo di tutte le regioni italiane e delle due province autonome di Trento e Bolzano.
Nelle precedenti edizioni, infatti, il coinvolgimento aveva riguardato soltanto 12 regioni.
Il Pisa 2009 ha incentrato la sua indagine particolarmente sulla lettura (oltre che su matematica e scienze), come era avvenuto nella prima edizione del 2000.
Il confronto su questa competenza ha evidenziato un sostanziale recupero rispetto alle indagini 2003 e 2006, quanto si era registrata una preoccupante regressione dei livelli di competenza dei nostri quindicenni.
Recupero che ha riguardato soprattutto le regioni meridionali.
In classifica i ragazzi italiani sono 29esimi; nel 2006 erano 33esimi.
Il nuovo livello raggiunto in lettura riporta l’Italia pressoché ai valori del 2000, quando il punteggio medio finale si era attestato a 487; ora il valore medio è risalito a 486 che resta comunque sotto la media Ocse di 493 (era 500 nel 2000).
  Dal punto di vista dell’equità del sistema - osservano gli esperti dell’Invalsi - a livello internazionale si rileva generalmente una associazione positiva tra risultati in PISA e livello socioeconomico e culturale delle famiglie.
In altre parole, gli studenti che provengono da famiglie avvantaggiate da un punto di vista culturale e sociale tendono a conseguire risultati migliori degli studenti più svantaggiati.
Anche in Italia l’indice di status socioeconomico e culturale ha un impatto significativo sui risultati in lettura, ma risulta più contenuto che in altri Paesi.
tuttoscuola.com
 
Cattura
Roma - 17-19 Novembre

 

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