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Sandro Magister |15.01.2011
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L'annuncio, fatto da Benedetto XVI dopo l'Angelus di Capodanno, di un suo viaggio ad Assisi, il prossimo ottobre, per un nuovo incontro tra le religioni per la pace, ha rinfocolato le controversie non solo sul cosiddetto "spirito di Assisi", ma anche sul Concilio Vaticano II e il postconcilio.
Il professor Roberto de Mattei – fresco autore di una riscrittura della storia del Concilio che culmina nella richiesta a Benedetto XVI di promuovere "un nuovo esame" dei documenti conciliari per dissipare il sospetto che abbiano rotto con la dottrina tradizionale della Chiesa – ha firmato assieme ad altre personalità cattoliche un appello al papa affinchè il nuovo incontro ad Assisi "non riaccenda le confusioni sincretiste" del primo, quello convocato il 27 ottobre 1986 da Giovanni Paolo II nella città di san Francesco.
In effetti, nel 1986, l'allora cardinale Joseph Ratzinger non si recò a quel primo incontro, contro il quale era critico.
Partecipò invece a una sua replica tenuta sempre ad Assisi il 24 gennaio 2002, alla quale aderì "in extremis" dopo essersi assicurato che gli equivoci dell'incontro precedente non si ripetessero.
L'equivoco principale alimentato dall'incontro di Assisi del 1986 è stato quello di equiparare le religioni come sorgenti di salvezza per l'umanità.
Contro questo equivoco la congregazione per la dottrina della fede emanò nel 2000 la dichiarazione "Dominus Iesus", per riaffermare che ogni uomo non ha altro salvatore che Gesù.
Ma anche da papa, Ratzinger è tornato a mettere in guardia dalle confusioni.
In un messaggio al vescovo di Assisi del 2 settembre 2006 ha scritto: "Per non equivocare sul senso di quanto, nel 1986, Giovanni Paolo II volle realizzare, e che, con una sua stessa espressione, si suole qualificare come ‘spirito di Assisi’, è importante non dimenticare l’attenzione che allora fu posta perché l’incontro interreligioso di preghiera non si prestasse ad interpretazioni sincretistiche, fondate su una concezione relativistica.
[...] Perciò, anche quando ci si ritrova insieme a pregare per la pace, occorre che la preghiera si svolga secondo quei cammini distinti che sono propri delle varie religioni.
Fu questa la scelta del 1986, e tale scelta non può non restare valida anche oggi.
La convergenza dei diversi non deve dare l'impressione di un cedimento a quel relativismo che nega il senso stesso della verità e la possibilità di attingerla".
E in visita ad Assisi il 17 giugno 2007, ha detto nell'omelia: "La scelta di celebrare quell’incontro ad Assisi era suggerita proprio dalla testimonianza di Francesco come uomo di pace, al quale tanti guardano con simpatia anche da altre posizioni culturali e religiose.
Al tempo stesso, la luce del Poverello su quell’iniziativa era una garanzia di autenticità cristiana, giacché la sua vita e il suo messaggio poggiano così visibilmente sulla scelta di Cristo, da respingere a priori qualunque tentazione di indifferentismo religioso, che nulla avrebbe a che vedere con l’autentico dialogo interreligioso.
[...] Non potrebbe essere atteggiamento evangelico, né francescano, il non riuscire a coniugare l’accoglienza, il dialogo e il rispetto per tutti con la certezza di fede che ogni cristiano, al pari del santo di Assisi, è tenuto a coltivare, annunciando Cristo come via, verità e vita dell’uomo, unico Salvatore del mondo".
Tornando alla controversia sul Concilio Vaticano II, va segnalato un importante convegno tenuto il 16-18 dicembre scorso a Roma, a pochi passi dalla basilica di San Pietro, "per una giusta ermeneutica del Concilio alla luce della Tradizione della Chiesa".
È finita sotto il giudizio critico dei relatori soprattutto la natura "pastorale" del Vaticano II, con gli abusi avvenuti in suo nome.
Tra i relatori c'erano il professor de Mattei e il teologo Brunero Gherardini, 85 anni, canonico della basilica di San Pietro, professore emerito della Pontificia Università Lateranense e direttore della rivista di teologia tomista "Divinitas".
Gherardini è autore di un volume sul Concilio Vaticano II che si conclude con una "Supplica al Santo Padre".
Al quale viene chiesto di sottoporre a riesame i documenti del Concilio, per chiarire "se, in che senso e fino a che punto" il Vaticano II sia o no in continuità con il precedente magistero della Chiesa.
Il libro di Gherardini ha la prefazione di Albert Malcolm Ranjith, arcivescovo di Colombo ed ex segretario della congregazione vaticana per il culto divino, fatto cardinale nel concistoro dello scorso novembre.
Ranjith è uno dei due vescovi ai quali www.chiesa ha dedicato recentemente un servizio con questo titolo: > I più bravi allievi di Ratzinger sono in Sri Lanka e Kazakhstan E il secondo di questi vescovi, l'ausiliare di Karaganda, Athanasius Schneider, era presente al convegno romano del 16-18 dicembre, come relatore.
Qui sotto è riportata la parte finale della sua conferenza.
Che si conclude con la proposta di due rimedi agli abusi del postconcilio.
Il primo è l'emanazione di un "Syllabus" contro gli errori dottrinali di interpretazione del Vaticano II.
Il secondo è la nomina di vescovi "santi, coraggiosi e profondamente radicati nella tradizione della Chiesa".
Ad ascoltare Schneider c'erano cardinali, dirigenti di curia e teologi di rilievo.
Basti dire che tra gli stessi relatori c'erano il cardinale Velasio de Paolis, l'arcivescovo Agostino Marchetto, il vescovo Luigi Negri e monsignor Florian Kolfhaus della segreteria di stato vaticana.
Tra gli ascoltatori c'era una folta schiera di Francescani dell'Immacolata, una giovane congregazione religiosa sorta nel solco di san Francesco, fiorente di vocazioni e di orientamento decisamente ortodosso, agli antipodi del cosiddetto "spirito di Assisi", promotrice dello stesso convegno.
Sebastiano Maffettone |24.12.2010
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Tempo di Natale, tempo dello spirito.
Magari buono per riflettere su grandi temi come il seguente:  viviamo davvero— come si sente dire da parte di molti — in un periodo «contro secolare» ? No, non spaventatevi alla vista di una parola cosi complicata.
In fondo, come dicono i dizionari, «secolare» vuol dire semplicemente il contrario di religioso o spirituale.
Con tutte le conseguenze istituzionali del caso, prima fra tutte la separazione netta tra i destini dello Stato e quelli della Chiesa.
E con gli effetti che tali conseguenze apportano alla vita delle persone, per cui chi vive nel chiostro — in un’età secolare— si vede preclusa la vita pubblica.
Detto questo, parlare di «controsecolare» significa né più né meno che queste separazioni, virtuali o reali che siano, non hanno più molto senso nel periodo in cui viviamo e che proprio per questo bisogna rifiutarle.
Il pensatore tedesco Habermas ha parlato da tempo, e con maggiore prudenza, di «post-secolare» , alludendo in questo modo a una fase preliminare a quella di cui stiamo parlando.
In fondo, «post-secolare» equivale rozzamente a pluralistico, per cui non si può puntare su una sola narrativa trionfante, come lo era quella laica e illuministica della modernità.
E bisogna piuttosto scommettere su una sana ma complicata convivenza di forme di vista plurime e differenti (i temi del sacro e della politica saranno trattati nella Biennale Democrazia 2011, che si terrà a Torino nel prossimo aprile).
Insomma, il «post-secolare» ci vede affiancati gli uni agli altri nella relativa incertezza metafisica e morale che contraddistingue il tempo nostro.
Da questo punto di vista, il «post-secolare» habermasiano addomestica nel dialogo paritario la fantasiosa temperie post-moderna.
Quest’ultima, che abbiamo visto nella versione French thought eternamente obbligata a ripetere il mantra dell’incommensurabilità delle grandi narrative si è, nel tempo, auto-divorata negando le premesse teoriche stesse su cui poggiava.
Ma se il post-secolare habermasiano fotografa un percorso di dubbi addolciti dalla certezza finale per cui alla fine della corsa — come nei vecchi bei film americani — la saggezza della ragione finirà per prevalere, cosi non è per il più recente «contro-secolare» .
Questa ultima temperie dello spirito si presenta, infatti, più aggressiva e critica.
Non si accontenta di regalare all’individuo religioso la pari dignità con quello laico nella sfera pubblica, ma pretende di più.
Pretende che la parola di dio abbia un valore più profondo, autentico e vero di quanto non ne abbiano le ragioni dei laici.
Al contrario di quanto sosteneva Giorgio Guglielmo Federico Hegel, la teologia— da questo punto di vista— non è più l’ancella della filosofia, ma piuttosto il contrario.
Papa Benedetto XVI, che di queste cose si intende per antichi studi oltre che per saggezza pastorale, d’altronde ha insistito sul fatto che il vantaggio dell’uomo di fede sta nel potere mettere talvolta da parte la pari pretesa delle ragioni in nome dell’unicità del vero.
Questo è un modo per entrare nel merito del contro-secolare, che lo stesso papa — nel suo discorso alla Sapienza — ha voluto rilanciare in rispettosa polemica con il più discorsivo dei filosofi liberal democratici, quel John Rawls di Harvard da molti giudicato il più grande teorico della politica dai tempi di Machiavelli e Hobbes.
In questo modo, oggi Rawls è entrato a pieno diritto nel «cortile dei gentili» così come la chiesa di Roma chiama il luogo in cui i laici discutono coi non-laici delle cose divine.
L’interesse per questi temi sembra assai notevole, senza distinzione per classi di età.
Nel convegno su «Rawls and Religion» , tenutosi la scorsa  settimana presso la Università Luiss di Roma, studiosi di molte nazioni e continenti si sono predisposti in dialogo a discutere di questi temi.
E, come appare del resto ovvio, la liberal-democrazia— impersonata da Rawls— non si confrontava solo con la tradizione cristiana ma anche con quella islamica e hinduista.
È interessante notare come i protagonisti del discorso si muovano, in questi casi, in maniera convergente.
Con gli studiosi occidentali di liberal democrazia a cercare di capire le ragioni degli altri, e gli studiosi islamici e indiani ansiosi di coniugare antiche saggezze con il pensiero critico dell’Occidente.
Alla fine, nonostante  l’infuriare del dibattito, sotto la schiuma delle onde l’incontro prende piede.
Gli occidentali laici sono portati ad ammettere, sia pure con nostalgia, che l’esperienza di fondo da cui partono, e cioè l’Illuminismo, al termine della corsa ha fallito: (I) la teologia non sarà mai solo filosofia della religione perché la parola di dio non è mai completamente addomesticabile; (II) scienza e industria non sostituiranno mai a pieno titolo la fede.
I non-occidentali si accorgonoinvece che l’addormentamento mistico del passato li ha portati a dover abitare una società meno libera e meno eguale.
In questo modo, l’infelicità di destini contrapposti conduce a un cocktail originale di fede politica e ragione spirituale.
Questo cocktail costituisce in qualche modo il vissuto collettivo dell’esperienza contro-secolare da cui sono partito.
Dopo averlo assaggiato, ognuno di noi sente qualcosa di antico.
Un gusto di grandi narrative del passato piene di senso e verità ritorna.
Nell'altalena mai ferma della vita spirituale si assaggia lo shock di un sapore forte e riconoscibile.
Con tutte le certezze sue là, ben allineate.
Forse, questo sapore è l’essenza del contro-secolare.
Un’essenza che sola può ricacciare indietro la frenesia critica del post-moderno col suo puzzo di morte, malamente truccato da ironia.
Così va avanti il pendolo della storia spirituale.
Mentre noi, vecchi liberali, contempliamo e speriamo che prima o poi le incessanti oscillazioni tra il pre dell’affidarsi a dio e il post dell’abbandonarsi al nulla torni ad affermarsi la saggezza piena del moderno.
Che si risolva in un tutt’ora improbabile nuovo equilibrio tra io e es, fede e ragione, speranza e realtà, senso della vita ed efficienza.
professore di Filosofia politica, Università Luiss di Roma in “Corriere della Sera” del 24 dicembre 2010
Vito Mancuso |11.12.2010
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La questione morale è la questione, argomenta Roberta De Monticelli, filosofa di statura europea con anni di insegnamento a Ginevra e ora a Milano al San Raffaele, nel suo nuovo libro (La questione morale, Raffaello Cortina).
Sostenendo che la morale non è un´applicazione secondaria ma il punto da cui tutto dipende, l´autrice si pone in pieno contrasto col pensiero dominante in Italia, che concepisce la morale come traduzione pratica di un primato assegnato ad altro, a una dimensione vuoi politica, religiosa, economica, scientifica, teoretica.
Chi assegna il primato alla morale può stare sicuro oggi in Italia di ricevere l´antipatica etichetta di «moralista», sinonimo nel linguaggio comune di persona noiosa e pedante, incapace di fare i conti con la vita concreta.
Contro questo cinismo che conosce solo la logica del potere, De Monticelli scrive pagine di vera passione intellettuale attaccando il potere politico («l´interesse affaristico che si fa partito e prostituisce il nome di libertà»), mediatico («facce patibolari»), ecclesiastico («nichilismo morale»), intellettuale («disprezzo ardente per tutto ciò che è comune»).
Arriva anche alla piaga più dolorosa: «Una sorprendente maggioranza degli italiani che approva, sostiene e nutre» tale logica del potere.
Alla denuncia segue però una proposta costruttiva («tornare a respirare»), dove lo scetticismo pratico viene confutato proprio in base al suo punto forte, cioè il freddo utilizzo della ragione, perché esercizio della ragione ed esperienza dei valori sono strettamente legati: «Alla base della logica c´è l´etica… alla base dell´etica c´è la logica».
Ritrovandomi pienamente d´accordo con la mia illustre collega, intendo onorare il suo pensiero approfondendo il nodo radicale del nostro Paese, cioè la «sorprendente maggioranza di italiani che approva, sostiene e nutre» lo scollamento tra etica e politica.
Il problema è politico nel senso radicale del termine, riguarda cioè la raccolta del consenso.
Come si raccoglie il consenso? Giocando sulle passioni e sugli interessi, quasi per nulla sul senso di giustizia (a meno di farlo diventare a sua volta una passione e un interesse, trasformando così però la giustizia in iniquo giustizialismo).
Da qui una sorta di primordiale conflitto di interessi: da un lato la morale che vive della solitudine della coscienza perché la vita ci mostra che sollevare problemi morali nel nome della coscienza significa spesso rimanere soli; dall´altro la politica che non può permettersi la solitudine.
Da un lato la morale che si gioca in una impolitica solitudine, dall´altro la politica che si gioca nella capacità di raccogliere il consenso, operazione  eminentemente sociale e quindi basata di necessità sugli interessi e le passioni (rimando d´obbligo il grosso animale della Repubblica di Platone e le indimenticabili pagine di Simone Weil al riguardo).
La coscienza impone di essere giusti, ma l´essere giusti non paga in termini di fascino sociale e di raccolta del consenso.
In particolare non paga in Italia, dove gli elettori da anni premiano un uomo che sanno bene non essere lo specchio della morale (ma è ricco, fortunato, abile, "tanto simpatico").
La questione morale quindi, politicamente intesa, è altamente drammatica.
Il problema che essa pone si chiama traducibilità dell´etica a livello politico, o meglio non-traducibilità.
Fate una campagna elettorale all´insegna della giustizia e del rispetto e sarete ricompensati con il minimo dei voti.
È innegabile quanto scrive De Monticelli: «L´imbarbarimento morale e civile si combatte risvegliando le coscienze alla serietà dell´esperienza morale».
Ma purtroppo è altrettanto innegabile che una raccolta del consenso politico oggi in Italia sulla base della serietà dell´esperienza morale è destinata a non oltrepassare la soglia di sbarramento: con quel programma lì si entra in monastero, non nel Parlamento italiano.
Il problema non è etico, è fisico, di quella fisica della politica che Simone Weil attribuiva a Machiavelli.
Ovvero: perché l´aggregazione sociale non avviene nel nome della giustizia e della morale, ma degli interessi e delle passioni, e quindi molto spesso a scapito della giustizia e della morale? Di fronte a questo immenso problema, qui mi limito a dire che a mio avviso lo si può affrontare solo mediante i partiti e i professionisti della politica (la cui importanza vitale appare in particolare oggi, con le nostre classi dirigenti quasi del tutto prive di veri professionisti della politica).
Il partito politico, nella misura in cui è veramente tale e non un semplice cartello elettorale, media gli interessi e le passioni della moltitudine attraverso un progetto più ampio, rivolto al bene comune.
Il partito politico è il luogo in cui gli interessi e le passioni dei singoli vengono veicolati al servizio di un progetto più ampio, lo stato.
Senza la mediazione dei partiti si ha il corto circuito tra leader e interessi e passioni della moltitudine, ovvero il populismo.
Oppure l´altro estremo, il moralismo, che non vede l´inspiegabile ma reale distanza tra la morale e la politica e crea tra le due un impossibile passaggio diretto, finendo per generare costrizioni e violenza, il contrario della morale.
Occorre coltivare insieme il primato della morale e il richiamo della dura realtà.
Una società (e prima ancora una persona) è matura quando ospita dentro di sé il gioco di queste due forze, quando sa porre il primato dell´etica e quando sa mediarlo con l´opacità del reale.
E al riguardo il ruolo dei partiti e dei veri politici è insostituibile.
in “la Repubblica” dell'11 dicembre 2010
Jan Mikrut |30.11.2010
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Nelle statistiche preparate della Commissione nuovi martiri per il Grande Giubileo del 2000 si contano 12.692 martiri, così ripartiti:  dall'Europa 8.670, dall'Asia 1.706, dall'Africa 746, dall'America del nord e del sud 333, dall'Oceania 126.
Un gruppo particolare è dato dai 1.111 martiri dell'Unione Sovietica.
Nella statistica della vecchia Europa si contano 3.970 preti diocesani, 3.159 religiosi e religiose, 1.351 laici, 134 seminaristi, 38 vescovi, 2 cardinali, 13 catechisti.
In totale in Europa abbiamo avuto 8.667 testimoni di Cristo.
Nel contesto mondiale tra i martiri si annoverano 5.173 preti diocesani, 4.872 religiosi e religiose, 2.215 laici, 124 catechisti, 164 seminaristi, 122 vescovi, 4 cardinali e 12 catecumeni.
Il XX secolo è stato il periodo dei totalitarismi, delle due guerre mondiali, delle rivoluzioni, dei tragici genocidi e delle infinite persecuzioni religiose.
Tra tutte le tragedie sopra accennate, la persecuzione più grande fu la battaglia organizzata contro il cristianesimo dal comunismo internazionale.
Solo il Libro nero del comunismo curato da Stéphane Courtois offre una provvisoria statistica di 85 milioni di morti causati dal totalitarismo comunista.
In Russia vivevano da secoli anche altre confessioni cristiane, oltre a ebrei e musulmani; ma chiunque non condividesse la nuova ideologia atea dei comunisti doveva essere allontanato con forza dalla società.
Nascono così i cosiddetti Gulag, dal russo "Direzione principale dei campi di lavoro correttivi".
Il numero di morti nei Gulag è ancora oggetto di indagine:  una stima provvisoria parla di tre milioni.
L'incredibile persecuzione dei numerosi oppositori politici è ben nota anche grazie alle pubblicazioni scritte dagli stessi detenuti, il più famoso dei quali fu Aleksander Solzenicyn, che nel suo Arcipelago Gulag ha raccontato la tragedia dei detenuti, ha fatto conoscere la parola Gulag e l'esistenza stessa di questi campi.
La Chiesa ortodossa russa contava nel 1917 circa 210.000 membri del clero, 100.000 monaci e oltre 110.000 preti diocesani.
Circa 130.000 furono fucilati nel periodo 1917-1941.
Dei 300 vescovi presenti nel 1917 in Russia, 250 di loro furono fucilati.
Gli altri membri del clero sopravvissero in diverse prigioni e campi di concentramento, sottoposti a ogni genere di persecuzione.
Nel 1941, nel primo periodo della guerra con la Germania, si trovavano in libertà solo quattro vescovi.
È difficile presentare un numero preciso delle vittime,  secondo  le  valutazioni  il  numero totale oscilla tra 500.000 e un milione.
 Sul territorio dell'Unione Sovietica c'erano anche altre confessioni cristiane.
Tra loro i cattolici di rito romano e bizantino.
Nel 1917 vivevano in Russia circa 2 milioni di cattolici con circa 1.000 sacerdoti e 6.400 chiese.
I cattolici romani sono stati perseguitati come minoranza straniera.
La maggior parte dei cattolici presenti su questo territorio erano cittadini di origine polacca.
Nel periodo 1917-1939 subirono persecuzioni sia per motivi politici che religiosi, ma la situazione peggiorò dopo il 17 settembre 1939, quando i comunisti russi invasero la Polonia e sterminarono l'intellighenzija cattolica.
La popolazione di origine polacca fu deportata in Siberia e in Kazakhstan, dove dovette iniziare una vita in diaspora insieme con altri popoli.
Il gesuita Walter Ciszek fu arrestato nel 1941 e condannato ai lavori forzati; deportato nei campi di lavoro in Siberia vi rimase per 23 anni, subendo ogni sorta di vessazione solo per il fatto di essere sacerdote cattolico.
Dopo la sua liberazione fu scambiato dai comunisti con due spie sovietiche, arrestate in Europa occidentale.
Dopo il 1963 visse negli Stati Uniti, fino alla morte, avvenuta nel 1984.
Le sue memorie sono raccolte nel libro With God in Russia.
La sua causa di beatificazione è stata avviata nel 1990.
Dopo la fine della seconda guerra mondiale e la caduta del nazionalsocialismo, il sistema comunista trovò terreno fertile in Europa.
Lo schema era ben collaudato:  la Chiesa cattolica con le sue strutture rappresentava il vecchio sistema da cui liberarsi; la religione fu declassata a strumento di manipolazione da parte dei preti e delle loro istituzioni.
Il nuovo sistema ateo doveva liberare la società dall'influenza della Chiesa.
Il marxismo-leninismo diventa il nuovo sistema politico-economico.
Nel 1945 l'esercito russo liberò dal nazionalsocialismo tedesco grandi territori dell'Europa:  Albania, Austria, Bulgaria, Cecoslovacchia, Germania, Polonia, Romania, Ungheria.
Nei Paesi dove i precedenti governi erano nazionalsocialisti come Austria, Germania, Slovacchia e Ungheria l'Armata rossa entrò come il vincitore con il diritto del bottino di guerra.
Moltissime furono le vittime di queste rappresaglie e tra queste numerosi sacerdoti e suore.
Per l'esercito russo anche i rappresentanti della Chiesa furono responsabili delle tragedie causate dai nazionalsocialisti e per questo molti sacerdoti uccisi nei primi giorni dopo la liberazione furono dichiarati pericolosi nemici del comunismo.
I vescovi europei - rappresentati dai presidenti di tutte le conferenze episcopali del continente, radunati il 3 ottobre 2010 a Zagabria alla quarantesima sessione plenaria del Consiglio delle conferenze episcopali d'Europa (Ccee) - hanno dedicato attenzione a grandi vescovi dei Paesi del blocco comunista come Alojzije Stepinac (1898-1960) in Croazia, József Mindszenty (1892-1975) in Ungheria e Stefan Wyszynski (1901-1991) in Polonia.
Il cardinale Peter Erdö ha citato la figura del porporato incarcerato per cinque anni a causa della sua fedeltà a Dio, il cardinale József Mindszenty, e uno dei membri della Chiesa che fu vittima del comunismo, il cardinale Stefan Wyszynski.
Questi grandi uomini della Chiesa furono pronti a testimoniare la loro fedeltà fino al martirio.
Il porporato ungherese ha definito il periodo del comunismo, senza entrare nei dettagli, come tempo difficile e complesso.
I santi e i beati come Alojzije Stepinac portano nel buio la luce di Cristo e sono nostri esempi e nostri patroni celesti.
Non mi sembra necessario raccontare qui i dettagli della vita del beato cardinale Stepinac, perché prima e dopo la beatificazione sono stati pubblicati numerosi libri che offrono un ampio profilo biografico in una storia politicamente complicata come quella della Croazia.
Alla fine della guerra, dopo la fuga di Ante Pavelic e del suo governo, Stepinac rimase al suo posto a Zagabria.
I comunisti avevano già iniziato a perseguitare la Chiesa.
Nel marzo 1945, la Chiesa croata pubblicò una lista di sacerdoti uccisi con 149 nomi.
Tito cercò di convincere l'arcivescovo Stepinac a staccarsi da Roma e fondare una Chiesa cattolica indipendente dalla Santa Sede.
Ma Stepinac si oppose con forza:  "Nessun cattolico, anche a costo della vita, può eludere il suo foro supremo, la Santa Sede, altrimenti cessa di essere cattolico".
Le vicende di due sacerdoti dell'arcidiocesi di Vienna in Austria sono illuminanti della situazione:  Johann Wolf (1892-1945) parroco a Kaltenleutgeben e Rudolf Frank (1902-1945) da Niedersulz vicino Vienna, ambedue uccisi dall'esercito russo.
Johann Wolf era un prete apprezzato, orgoglioso testimone di Cristo.
Dopo la partenza dei tedeschi la popolazione locale cercò di nascondersi dove poteva:  i russi cercavano alcol e oggetti di valore da portare con loro come bottino di guerra, ma, soprattutto, cercavano vendetta per le gravi perdite subite in battaglia, bruciando le case e uccidendo civili.
Anche il parroco Wolf fu ucciso nella canonica insieme con sua sorella e alcuni profughi che cercavano di nascondersi.
Rudolf Frank si diede da fare per difendere e nascondere le donne che subivano stupri dai soldati russi, ubriachi:  infatti nella zona di Niedersulz in Bassa Austria ci sono moltissime vigne e grandi cantine e i soldati vi trovarono grandissime quantità di vino.
Domenica 15 aprile 1945 la popolazione aspettava l'arrivo dei russi.
Si raccontava della particolare brutalità dei nuovi occupanti e in modo particolare le famiglie pensavano a un luogo dove nascondere le donne.
Il sacerdote riunì nella canonica circa 300 donne, sperando di poter organizzare meglio la protezione.
I soldati russi arrivarono in canonica il 16 aprile, ma il parroco chiuse le porte e si rifiutò di aprire.
Un comportamento del genere era intollerabile per i nuovi padroni:  il prete fu picchiato, ma i soldati andarono via.
Il giorno seguente, martedì 17 aprile, tornarono di nuovo e il sacerdote nuovamente bloccò la porta sperando di poter proteggere le donne nascoste nella canonica ma questa volta un soldato sparò due volte e ferì mortalmente il parroco.
L'Albania fu il primo Paese europeo a dichiararsi ateo e a essere governato secondo l'ideologia comunista.
Nel 1967 fu ufficialmente introdotto l'ateismo come fondamento per la vita della società e fu proibita ogni forma di culto religioso.
Il governo dichiarò con orgoglio che l'Albania era diventato il primo Stato ateo del mondo.
Nella nuova costituzione del Paese, approvata nel 1976, all'articolo 37 recitava "lo Stato non riconosce alcuna religione e sostiene la propaganda atea per infondere alle persone la visione scientifico-materialista del mondo".
Il governo procedette alla confisca di moschee, chiese, monasteri e sinagoghe.
Gli edifici di culto furono trasformati in musei o uffici pubblici, magazzini, cinema, stalle per animali.
Ai genitori fu proibito dare ai figli nomi con riferimenti religiosi.
In seguito furono uccisi a Tirana i primi due sacerdoti, Lazër Shantoja e Mark Gjani.
Nel 1947 fu ucciso a Scutari il gesuita Ndoc Saraci.
Un anno dopo, nel 1948, furono fucilati i vescovi Gjergj Volaj e Frano Gjini e, nel 1949, dopo terribili torture, morì in prigione l'arcivescovo di Tirane-Durrës Vincenz Nikollë Prennushi.
Colpire duramente la comunità cattolica significava cancellare la lunga e tollerante tradizione del Paese per far posto alla nuova e aggressiva ideologia comunista.
In Albania furono uccisi 5 vescovi, 60 sacerdoti, 30 religiosi francescani, 13 gesuiti, 10  seminaristi  e 8 suore.
La lista non è  ancora  completa,  mancano  i  martiri laici uccisi durante il periodo comunista.
 Tra le figure di spicco della resistenza religiosa va in primo luogo ricordato coraggioso padre Mikel Koliqi (1902-1997), creato cardinale da Giovanni Paolo II nel 1994.
Padre Mikel Koliqi era stato condannato ai lavori forzati già nel 1945, con la banale accusa di ascoltare le stazioni straniere della radio.
In Romania numerosi vescovi, monaci e preti furono arrestati dalla polizia segreta e molti laici vennero reclusi nei campi di lavoro.
Come esempio di persecuzione ricordo la vita di monsignor Anton Durcovici (1888-1951), eroico vescovo della diocesi di Iasi in Romania al confine con la Repubblica Moldava.
Nel 1948 la Chiesa romano-cattolica in Romania era organizzata in cinque diocesi, 694 parrocchie, 1.225 chiese e 835 sacerdoti.
La Chiesa greco-cattolica aveva cinque diocesi, 2.536 chiese, 1.794 parrocchie, 1.788 sacerdoti.
La pacifica convivenza delle varie nazionalità e culture che da secoli vivevano in pace e tolleranza fu improvvisamente distrutta dal nuovo sistema politico del dopo guerra.
I comunisti per principio non volevano condividere il potere con nessun altro gruppo politico o religioso.
Già dall'inizio le organizzazioni religiose erano oggetto di un'organizzata persecuzione da parte del governo comunista.
Centinaia di sacerdoti furono arrestati e in seguito portati nei campi di lavori forzati, dove, maltrattati, molti morivano in poco tempo.
Il 26 giugno 1949 Durcovici fu arrestato mentre viaggiava su un tram insieme con un altro sacerdote, Rafael Friedrich.
In quel periodo furono arrestati tutti i cinque vescovi e la Chiesa rimase senza guida, a parte alcuni sacerdoti ancora in libertà.
Il vescovo dovette subire terribili maltrattamenti, privato del cibo e nel totale isolamento, senza bagno.
Per farlo soffrire ancora di più i poliziotti gli tolsero i vestiti.
Un sacerdote prigioniero, incaricato della pulizia del corridoio, poté avvicinarsi alla porta della cella senza destare sospetti e dire qualche parola a voce bassa al suo vescovo.
Lui riconobbe la sua voce e lo informò in lingua latina, sconosciuta ai poliziotti, che stava soffrendo molto ed era ormai prossimo alla morte per la fame e per le ferite; sdraiato sul pavimento tra la sporcizia e gli escrementi, per lui non era più possibile muoversi.
Alla fine del brevissimo colloquio chiese al sacerdote prigioniero di dargli l'assoluzione dei peccati in caso di morte e anche la sua benedizione.
Probabilmente già il 10 dicembre il  coraggioso vescovo e martire Anton Durcovici morì nella sua cella.
Secondo le informazioni fornite dagli studiosi rumeni, nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale, dei circa 3.331 sacerdoti cattolici, di ambedue i riti, ne furono uccisi circa 1.405.
In Slovenia la storia ebbe lo stesso percorso.
Anton Vovk (1900-1963) venne nominato vescovo (e poi arcivescovo) di Ljubljana il 26 novembre 1959.
Giovanni XXiii lo definì "martire del XX secolo".
Dopo la seconda guerra mondiale vescovi, sacerdoti e fedeli subirono una dura repressione.
Alla fine della guerra circa 300 sacerdoti e religiosi sloveni furono espulsi dal partito comunista.
Alcuni furono uccisi senza processo, altri ancora furono condannati dai tribunali popolari senza nessuna ragione, spesso patirono lunghi anni di prigione.
Nel solo maggio 1945 furono arrestati 50 preti.
Negli anni 1945-1961 furono condannati senza processo 425 sacerdoti.
Lo stato comunista ridusse pesantemente la libertà di culto e proibì ogni attività fuori dalle parrocchie.
Il vescovo Anton Vovk era solito viaggiare con i mezzi pubblici, accompagnato, per motivi di sicurezza, da altri sacerdoti.
Anche il 20 gennaio 1952 viaggiava in compagnia di altre persone da Ljubljana a Nové Mesto per la benedizione dell'organo nella chiesa parrocchiale di Stopice.
Sullo stesso treno si trovavano anche agenti della polizia, che avevano progettato un attentato ai suoi danni.
Appena il treno entrò in una galleria, sulle vesti del vescovo fu gettato un liquido maleodorante e infiammabile.
Alla stazione di Nové Mesto il vescovo scese dal treno, ma fu subito assalito da un gruppo di persone che lo costrinsero a risalire, non prima però di aver gettato della benzina sulla sua veste e aver appiccato il fuoco.
La folla, invece di intervenire in suo aiuto, gridava con furore:  "brucia diavolo, crepa diavolo!".
Anche la polizia non intervenne.
Il vescovo non perse il sangue freddo e si liberò dai vestiti in fiamme.
Il fuoco aveva provocato gravi ferite sul volto e sulla gola, dove il collarino di plastica gli procurò una cicatrice che gli rimase per tutta la vita.
Quando le fiamme si spensero un poliziotto lo accompagnò nel vicino edificio della stazione, dove fu di nuovo aggredito da un gruppo di attivisti comunisti.
Con la scusa di espletare le formalità fu ritardata l'opera del medico.
Portato finalmente nell'ospedale fu medicato sommariamente e rimandato subito a Ljubljana con il primo treno disponibile.
Dopo una grave malattia, l'arcivescovo Anton Vovk morì il 7 luglio 1963.
L'inchiesta diocesana della causa di beatificazione si è conclusa il 12 ottobre 2007 e il 26 ottobre i documenti sono stati portati in Vaticano.
Uno dei più grandi desideri irrealizzati di Giovanni Paolo II fu quello di poter visitare la Russia, ma riuscì solo a visitare alcuni Paesi della dissolta Unione Sovietica.
La visita in Ucraina fu un'occasione per pregare insieme a un milione di fedeli, ma anche per commemorare, quel 27 giugno 2001, il sacrificio di 27 martiri, di cui 9 vescovi, sacerdoti e laici elevati alla gloria degli altari.
Le persecuzioni in Ucraina iniziano con l'arrivo dell'Armata rossa, nel marzo 1944.
L'arcivescovo Andrej Szeptickyi, già vecchio e malato, morì il 1° novembre 1944.
I comunisti, ancora negli ultimi giorni della guerra, arrestarono tutti i vescovi greco-cattolici sul territorio nazionale.
Il loro destino fu contrassegnato da numerose prigionie, processi farsa o inesistenti, totale isolamento nei campi di lavoro, lontani dalle loro comunità.
Il beato vescovo di Mukachevo, Theodore Romzha (1914-1947) fu il più giovane vescovo della Chiesa greco-cattolica.
Nel 1946 lo Stato sovietico incorporò le diocesi greco-cattoliche nel patriarcato ortodosso di Mosca.
Solo la diocesi greco-cattolica di Mukachevo funzionava ancora.
I servizi segreti cercavano da tempo un modo per uccidere il vescovo Theodore Romzha.
In Unione Sovietica i sacerdoti non avevano diritto di spostarsi senza autorizzazione della milizia così anche il vescovo chiese un permesso per poter visitare una parrocchia.
Questa informazione fu usata dai persecutori per organizzare un falso incidente stradale e uccidere il vescovo senza destare sospetti, temendo una reazione della popolazione.
Il 27 ottobre 1947 l'auto del vescovo fu investita da un pesante camion ma il vescovo, vedendo gli attentatori armati con spranghe di ferro, ancorché ferito, riuscì a fuggire e venne ricoverato in gravissime condizioni all'ospedale di Mukachevo.
Con il passare dei giorni le sue condizioni stavano migliorando.
Ma un'infermiera, il 1 novembre 1947, lo uccise avvelenandolo con il curaro.
Il 27 giugno 2001, Theodore Romzha è stato proclamato beato da Giovanni Paolo II a Leopoli.
 La vita di Josyf Ivanovyc Slipyj illustra al meglio la situazione ucraina.
Il 22 dicembre 1939 fu consacrato arcivescovo con diritto di successione, diventò capo della Chiesa Cattolica Ucraina il 1 novembre 1944.
Slipyj fu arrestato l'11 aprile 1945.
Dopo un processo farsa nel 1946, venne condannato per attività antisovietica a otto anni di prigionia, che scontò nei diversi Gulag.
Nel 1954 venne di nuovo riportato in Siberia, questa volta per quattro anni.
Nel 1959 sopportò un secondo processo e una nuova condanna, questa volta a sette anni di Gulag.
Fu nominato cardinale in pectore fin dal 1960 e il 22 febbraio 1965 arcivescovo maggiore da Paolo VI.
Slipyj morì il 7 settembre 1984.
Anche in Ungheria l'arrivo dell'Armata rossa segna l'inizio delle persecuzioni.
Il sacrificio del vescovo di Gyor, Vilmos Apor, e la lotta per i diritti umani fatta da József Mindszenty, sono solo i due esempi più noti.
La rottura con la Santa Sede si consumò il 4 aprile  1945,  con  la  partenza  del nunzio monsignor Angelo Rotta da Budapest.
I comunisti russi portarono in Ungheria un gruppo di comunisti ungheresi, preparati a Mosca, con il compito di prendere il potere politico nel Paese.
La Chiesa cattolica in Ungheria fu dichiarata un'organizzazione contraria agli interessi dei sovietici.
Nel 1948 fu proclamata la separazione fra Stato e Chiesa e i sacerdoti dovettero restringere le loro l'attività all'interno delle chiese.
Il Partito comunista ungherese desiderava con tutti mezzi prima  di  tutto  diffondere  l'ideologia materialista fra i giovani e la classe operaia.
Pio xii nominò il 15 settembre 1945 József Mindszenty nuovo arcivescovo di Esztergom.
Mindszenty si impegnò a difendere le posizioni della Chiesa, i suoi diritti e la stabilità delle sue istituzioni senza compromessi politici.
Il nuovo potere intensificò la campagna diffamatoria contro Mindszenty e la Chiesa cattolica.
I comunisti speravano di riuscire a far spostare Mindszenty dall'Ungheria, con l'aiuto del Vaticano.
Visto che questi tentativi fallirono, decisero di arrestarlo a Esztergom il 26 dicembre 1948.
In un processo farsa, l'8 febbraio 1949, fu condannato all'ergastolo ma venne liberato durante la rivoluzione nel 1956.
Il 4 novembre 1956 si rifugiò nell'ambasciata americana, dove restò fino al 1971, quando gli fu consentito di recarsi a Vienna.
Nelle trattative ebbe un ruolo importante l'arcivescovo di Vienna, il cardinale Franz König.
Vilmos Apor nacque il 29 febbraio 1892 ad Alba Julia.
Nel 1894 la famiglia si trasferì a Vienna dove Vilmos frequentò la scuola; successivamente completò i suoi studi tra l'Ungheria e l'Austria.
Il 24 agosto 1915 venne ordinato sacerdote.
Nell'agosto 1918 venne nominato parroco di Gyula:  aveva 26 anni e fu il più giovane parroco d'Ungheria.
Consacrato vescovo il 24 febbraio, prese possesso della diocesi il 2 marzo 1941.
Nello stesso anno l'Ungheria entrò in guerra a fianco della Germania.
Quando in Ungheria furono introdotte le leggi razziali, Apor prese posizione in favore delle vittime dell'ingiustizia e tentò tutto ciò che era in suo potere per proteggere gli abitanti della sua diocesi.
Quando il 19 marzo 1944 le truppe tedesche invasero l'Ungheria, Apor condannò in cattedrale il razzismo antiebraico.
Si oppose, in una lettera del 28 maggio 1944, diretta al ministro degli Interni, alla costruzione di un ghetto a Gyor, pur conoscendo le conseguenze a cui sarebbe andato incontro.
Iniziata la deportazione in massa, creò gruppi di soccorso lungo il percorso dei convogli, salvando da morte migliaia di ebrei.
Nel frattempo l'avanzata dell'Armata rossa era preceduta da terrificanti notizie circa il comportamento dei soldati.
Egli aprì il suo palazzo a tutti coloro che cercavano rifugio.
Nel Natale del 1944, le truppe sovietiche iniziarono l'invasione, stuprando donne e uccidendo chiunque si opponesse.
Il 28 marzo 1945, Mercoledì santo, Apor andò incontro ai primi soldati russi:  li accolse con calma dichiarando che quanti si trovavano nel castello erano posti sotto la sua protezione.
Non si allontanò dall'ingresso e vegliò giorno e notte per proteggere i trecento rifugiati.
Verso la sera del Venerdì santo si presentarono all'ingresso dei sotterranei alcuni soldati russi, guidati da un maggiore, e cercarono di trascinare fuori le ragazze.
Il vescovo si oppose e i soldati spararono, colpendolo con tre proiettili.
Fu subito trasportato in ospedale dove, nonostante l'operazione, il 2 aprile 1945 morì.
Il 9 novembre 1997, Vilmos Apor è stato proclamato beato da Papa Giovanni Paolo II.
La storia della Polonia è da sempre legata alla storia del cristianesimo.
La Chiesa e la Nazione dovettero spesso dimostrare la loro forza contro il tragico destino degli ultimi secoli.
La posizione geografica tra la Germania a Ovest e la Russia a Est ha spesso determinato la difficile storia del Paese.
Il sistema comunista propagato dai Russi non ha trovato, nonostante grandi sforzi e persecuzioni d'ogni tipo, terreno fertile.
Nel 1944 con l'Armata rossa viene instaurato da Mosca un governo polacco comunista, imposto da Stalin.
Quando arrivavano i soldati russi non c'era più salvezza per tutti coloro che non condividevano quella visione della società, fossero essi persone o istituzioni.
Dopo la tragedia di Katyn, dove morirono 22.000 ufficiali polacchi, uccisi dai servizi segreti per ordine di Stalin, solo un piccolo gruppo della società polacca diede il benvenuto ai soldati russi, che liberarono il Paese dai nazionalisti tedeschi.
Dopo milioni di morti nei campi di concentramento sul territorio polacco - organizzati da Berlino nel centro geografico del nuovo Reich per economizzare sui costi per l'annientamento di quelli che Adolf Hitler considerava popoli senza diritto alla vita - si passava adesso al criminale sistema dell'Unione Sovietica, con migliaia di campi di concentramento ben funzionanti anche dopo la seconda guerra mondiale.
Mentre a Norimberga l'Unione Sovietica condannava i crimini di guerra commessi dalla Germania, milioni di persone vivevano e lavoravano in condizioni disumane nei numerosi Gulag in Siberia.
Dall'inizio, oltre all'intellighenzija del Paese, la Chiesa cattolica con i suoi sacerdoti costituiva un obiettivo primario del potere comunista.
Questi, appena tornati da un campo di concentramento speciale a Dachau in Germania, dovettero subire altri atti di violenza da parte del nuovo governo.
Non tutti i rappresentanti della Chiesa ebbero il coraggio di resistere ancora.
Dalle recenti ricerche degli storici emerge che non tutti ebbero un comportamento eroico come Stanislaw Suchowolec un sacerdote di 31 anni, picchiato dagli agenti segreti e poi finito soffocato nella sua casa, alla quale qualcuno in una notte del 1989 aveva appiccato il fuoco.
O come Stefan Niedzielak, un prete di 75 anni, rapito e ammazzato brutalmente a Varsavia.
Un esempio particolare di fedeltà e coraggio è quello dimostrato da un giovane sacerdote, Jerzy Popieluszko, sequestrato dagli agenti dei servizi segreti dello Stato, torturato e infine gettato nella Vistola nel 1984.
La lista dei sacerdoti polacchi perseguitati dai sevizi segreti del ministero degli Interni è lunga, anche se il vero numero delle persone discriminate probabilmente non si saprà mai:  resteranno nella memoria solo i personaggi più famosi o quelli uccisi in odium fidei.
 I grandi protagonisti della Chiesa in quel difficile periodo furono i cardinali Stefan Wyszynski a Varsavia e il futuro Papa, Karol Wojtyla, a Cracovia.
L'apparato dello Stato, messo in movimento per controllare e frenare le attività della Chiesa, si mostra oggi, dopo la conoscenza di tanti dettagli, veramente impressionante.
Alcuni nuovi aspetti li possiamo conoscere dai documenti del processo diocesano di beatificazione di Popieluszko.
Per un lungo tempo la polizia segreta preparò una relazione giornaliera sullo stato delle attività della Chiesa.
Queste relazioni finivano sui tavoli dei personaggi più importanti nel Paese, come il generale Wojciech Jaruzelski e i membri del comitato centrale del Partito comunista polacco e del governo.
Le oppressioni contro la Chiesa cattolica vengono sistematizzate con una legge del 1962.
In questo stesso anno Stefan Wyszynski, insieme con altri vescovi polacchi, pubblicò un'importante lettera pastorale contro l'ateismo.
Dall'agosto del 1980 Popieluszko era diventato un leader del movimento dei lavoratori Solidarnosc, collaborando con numerosi oppositori del governo polacco e nello stesso momento un avversario del governo.
Ben presto le sue parole divennero popolari e spesso ripetute in varie occasioni sindacali:  "per rimanere un uomo libero bisogna vivere nella verità.
Non ci possiamo far governare dalla menzogna".
Popieluszko svolse in questo difficile periodo per tutto il movimento Solidarnosc un'ampia opera di sostegno materiale e spirituale dei lavoratori e si mantenne in stretto contatto con gli intellettuali dell'opposizione e con le strutture clandestine di Solidarnosc.
Le autorità politiche in Polonia temevano la sua influenza e si fecero sempre più frequenti le proteste alla Curia e al nuovo primate di Polonia, l'arcivescovo di Varsavia Józef Glemp.
Nel telegiornale del 20 ottobre tutta la Polonia seppe ufficialmente, grazie alle notizie raccontate da alcuni ben informati oppositori, che don Popieluszko era stato rapito.
Nella chiesa di San Stanislao a Varsavia, dove abitava il sacerdote accorsero migliaia di persone a pregare per la sua libertà.
Non si sapeva ancora che il sacerdote era già stato ucciso e che il suo corpo si trovava sul fondo del lago vicino a Wloclawek.
Il 30 ottobre la stessa televisione polacca diffuse la notizia del ritrovamento del corpo di don Popieluszko.
Il cardinale Joseph Ratzinger ha visitato la sua tomba a Varsavia, nel prato verde presso la chiesa di San Stanislaw Kostka, il 25 maggio 2002.
Sulla libro che raccoglie le frasi lasciate dalle persone che visitano la tomba dell'eroico sacerdote Ratzinger ha scritto in italiano le seguenti parole:  "Il Signore benedica la Polonia, dando sacerdoti con lo spirito evangelico di Popieluszko".
Dal 1984 circa diciotto milioni di pellegrini si sono recati a pregare su quella tomba.
Il processo di beatificazione di don Jerzy  Popieluszko fu aperto l'8 febbraio 1997 a Varsavia.
La fase diocesana durò 4 anni e furono raccolti numerosi documenti e interrogati 44 testimoni.
Il 3 maggio 2001 ebbe inizio in Vaticano il processo super martyrio.
Il 19 dicembre 2009 il Pontefice ha firmato il decreto del martirio del Servo di Dio don Jerzy Popieluszko.
La beatificazione fu celebrata a Varsavia, sulla piazza centrale della città, il 6 giugno 2010.
Le nuove generazioni dei giovani cattolici del mondo intero conosceranno il suo martirio per mano dei comunisti.
La Chiesa non solo è sopravvissuta alle sanguinose persecuzioni perpetrate dal regime comunista ma, grazie al sangue dei martiri, è stata rafforzata per affrontare con rinnovato vigore il XXI secolo.
Talvolta i persecutori hanno potuto toglierle la voce, ma mai la memoria.
E la memoria trasmessa di bocca in bocca diventa storia, e la storia rende sovente giustizia ai perseguitati.
Sono uomini e donne, vecchi e bambini, laici e sacerdoti, spose e consacrate, zar e contadini.
Ciascuno con un nome da ricordare.
Perché è dovere di ogni cristiano fare memoria, e non solo della frazione del pane, che è il corpo di Cristo, ma anche della frazione di quel corpo mistico, che è la Chiesa.
(©L'Osservatore Romano - 29-30 novembre 2010) Attraverso l'esperienza maturata come responsabile dell'Ufficio cause di beatificazione dell'arcidiocesi di Vienna e curatore della redazione del nuovo Martirologio della Chiesa austriaca per l'anno 2000 e la collaborazione col Comitato nuovi martiri, che si occupava di elaborare le statistiche dei martiri cristiani per il grande Giubileo, ho potuto avere una visione mondiale delle persecuzioni del XX secolo.
Il 24 giugno 2010 è stato aperto nell'Archivio dell'arcidiocesi di Vienna il "Kardinal-König-Archiv".
Agli studiosi sono stati messi a disposizione 2.000 cartoni, contenenti il prezioso materiale riguardante la vita del cardinale fino al 1958.
Oltre alla biblioteca privata del porporato sono stati messi a disposizione documenti personali, fotografie e lettere.
Il XX secolo, caratterizzato dai grandi totalitarismi - il comunismo e il nazionalsocialismo - ha lasciato fino a oggi prove tangibili del grande coraggio nella fede dimostrato da numerosi martiri che, col sangue, dimostrarono il loro legame con Cristo e con la Chiesa.
Noi oggi tenteremo di dare un volto e un nome a qualcuno di questi testimoni ridotti al silenzio con brutalità.
 Giovanni Paolo II ha sottolineato la necessità di riscoprire la memoria dei martiri e la loro testimonianza.
I martiri cristiani sono coloro che hanno annunciato il Vangelo dando la vita per amore.
Questa testimonianza dei martiri cristiani doveva essere riscoperta di nuovo dalla Chiesa proprio adesso, quando il XX secolo, così ricco di grandi eroi della fede, volgeva al tramonto.
Il martire è un grande testimone di Cristo e, soprattutto ai nostri giorni, è segno visibile di quell'amore che riassume ogni altro valore.
La sua richiesta fu ben accolta e le Chiese nazionali e gli ordini religiosi iniziarono a preparare le liste e a raccogliere i documenti ancora esistenti sui propri martiri.
Randeep Ramesh |25.11.2010
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Bauman: così la solidarietà ci può salvare di Randeep Ramesh in “la Repubblica” del 25 novembre 2010 Benché abbia lasciato il suo incarico di docente di sociologia alla Leeds University nel 1990 per andare ufficialmente in pensione, l'ottantaquattrenne Bauman continua ad essere un autore prolifico, sfornando un libro l'anno dalla sua dimora nel verde dello Yorkshire.
L'ultimo saggio, intitolato 44 Letters from the Liquid Modern World, raccoglie una serie di articoli scritti su vari fenomeni, da Twitter all'influenza suina alle élite culturale.
Bauman ha il pubblico di una vera star: quando è stato inaugurato l'istituto di sociologia che l'università di Leeds ha intitolato a suo nome, a settembre, più di 200 delegati stranieri sono venuti a sentirlo.
Nonostante il plauso che riscuote, pare proprio che Bauman sia profeta ovunque meno che in Inghilterra.
Forse dipende dal fatto che finora non si è prodigato a fornire ai politici teorie superiori per giustificare il loro operato e le loro motivazioni – a differenza di Lord (Anthony) Giddens, il sociologo autore della teoria politica della "terza via", sposata dal New Labour di Tony Blair.
Ma tutto è cambiato da quando alla guida del Labour c'è Ed Miliband che ha mutuato da Bauman la tesi secondo cui il partito aveva perso di umanità convertendosi al mercato.
Così per il sociologo il nuovo leader offre una possibilità di "risurrezione" alla sinistra a livello morale.
«Mi sembra molto interessante la visione della collettività di Ed.
La sua sensibilità ai problemi dei poveri, la consapevolezza che la qualità della società e la coesione della comunità non si misurano in termini statistici ma in base al benessere delle fasce più deboli», racconta Bauman.
Il rapporto tra Bauman e i Miliband è di lunga data.
Il padre di Ed, Ralph, e Bauman strinsero una profonda amicizia negli anni '50 alla London School of Economics.
Entrambi erano sociologi di sinistra e ebrei polacchi d'origine.
Entrambi fuggiti da regimi tirannici: Ralph Miliband scappò dal Belgio ai tempi dell'avanzata tedesca nel 1940 e Bauman fu espulso dalla Polonia quando i comunisti locali attuarono una purga antisemita nel 1968.
Decisiva fu la scelta di Ralph Miliband di entrare a far parte, nel 1972, del dipartimento di scienze politiche dell'università di Leeds, dove Bauman insegnava sociologia.
La casa di Bauman a Leeds divenne una tappa fissa per i figli di Milliband.
Ed e David crebbero guardando i due accademici discutere del futuro della sinistra.
Bauman afferma che i fratelli Miliband già da piccoli erano «validi interlocutori… affascinanti e di straordinaria intelligenza per la loro giovane età».
(...) Neal Lawson, direttore del think tank della sinistra laburista Compass, afferma che l'appello di Ed Miliband a mobilitarsi «per chi crede che nella vita non contano solo i guadagni» e la sua energica difesa della «collettività, dell'appartenenza e della solidarietà» era in puro stile Bauman.
Anche perché a differenza di quanto accade per altri sociologi l'opera di Bauman è accessibile, intellettuale e spesso polemica.
La sua biografia – dalla fede comunista allo status di minoranza perseguitata all'analisi scientifica della quotidianità – rende difficile inquadrarlo.
La sua teoria si fonda sul concetto che sono i sistemi a fare gli individui, non viceversa.
Bauman sostiene che non è questione di comunismo o di consumismo, comunque gli stati vogliono controllare l'opinione pubblica e riprodurre le loro élite (...).
La sua opera si incentra sulla transizione ad una nazione di consumatori inconsapevolmente disciplinati a lavorare ad oltranza.
Chi non si conforma, dice Bauman, viene etichettato come "rifiuto umano" e depennato come membro imperfetto della società.
Questa trasformazione «dall'etica del lavoro all'etica del consumo» preoccupa Bauman.
Egli ammonisce che la società è passata dagli «ideali di una comunità di cittadini responsabili a quelli di un'accolita di consumatori soddisfatti e quindi portatori di interessi personali».
Non c'è da stupirsi che i critici dipingano Bauman come un "pessimista".
Ma davanti ad una tazza di tè e a un assortimento infinito di pasticcini il canuto professore è il fascino in persona – per quanto pessimista sia.
A suo giudizio è emerso tutto un vocabolario politico come "paravento" per intenti occulti.
Così il termine mobilità sociale, ad esempio, è «menzognero, perché gli individui non sono in grado di scegliere la propria collocazione nella società».
L'equità non è che una copertura per «lo spettro dell'assistenza concessa solo negli ospizi».
(...) Talvolta le scelte di Bauman risultano inquietanti.
Dichiara di aver mutuato l'idea fondamentale del suo importantissimo saggio sull'Olocausto da Carl Schmitt, un politologo considerato vicinissimo a Hitler.
Bauman sostiene che l'"esclusione sociale" di cui oggi si discute non è che un'estensione del postulato di Schmitt secondo cui l'azione più importante di un governo è "identificare un nemico".
Questo portò Bauman nel 1969 a sostenere che l'omicidio di milioni di ebrei non era il risultato del nazismo né l'azione di un gruppo di persone malvagie, ma frutto di una moderna burocrazia che premiava soprattutto la sottomissione e in cui complessi meccanismi nascondevano l'esito delle azioni della gente.
L'Olocausto, afferma, non è che un esempio criminale del tentativo dello stato  moderno di perseguire l'ordine sfruttando il timore degli "stranieri e degli emarginati".
«Una volta escluse dai governi le persone non sono più protette.
Le società iniziano a manipolare il timore nei confronti di determinati gruppi.
Nelle fasi di crisi del welfare state dobbiamo preoccuparci di questa caratteristica della società».
Oggi Bauman è comunque ottimista sulla capacità della sua disciplina di trovare soluzioni per questi problemi.
Con il calo degli iscritti al corso di laurea e la mentalità insulare la sociologia britannica si dibatte tra statistica e filosofia, ma, ammonisce Bauman: «Il compito della sociologia è venire in aiuto dell'individuo.
Dobbiamo porci a servizio della libertà.
È qualcosa che abbiamo perso di vista», dice.
Nonostante abbia la reputazione di criticare senza offrire soluzioni, Bauman è stato una voce importante nei dibattiti sulla povertà.
La sua proposta di garantire un "reddito del cittadino", fondamentalmente il denaro sufficiente a condurre una vita libera, è stata una delle poche voci non conformiste nel dibattito sulle politiche di reimpiego (welfare-to-work).
L'erogazione di denaro ai poveri, scriveva Bauman nel 1999, eliminerebbe «la mosca morta dell'insicurezza dall'unguento odoroso della libertà».
Dieci anni dopo il reddito minimo garantito è entrato nel comune dibattito politico ed è una causa sostenuta da Ed Miliband.
Bauman si è sempre interessato di politica: il suo primo scontro con l'autorità pubblica ebbe luogo quando criticò il partito comunista polacco negli anni '50 per la sua burocrazia fossilizzante e la spietata repressione degli oppositori.
«La mia tesi era che il comunismo era animato solo dalla necessità di restare al potere».
Un decennio di simili eresie gli guadagnò l'espulsione dal suo paese a danno della Polonia e a beneficio dello Yorkshire.
Oggi Bauman non mostra amarezza.
È arrivato al punto di ignorare l'articolo di una rivista polacca di destra che nel 2007 lo accusò di essere stato per un periodo al soldo dei servizi segreti polacchi e di aver avuto parte nella purga degli oppositori politici del regime.
«L'accusa si basa su un ragionamento deduttivo.
Poiché da adolescente ero membro di un'unità interna dell'esercito polacco devo necessariamente essere colpevole di qualcosa.
Non c'è traccia di prove.
Semplicemente non è vero», dice Bauman.
Nonostante l'esperienza maturata in decenni di attività intellettuale Bauman non si pone volentieri nel ruolo di vate, dice di non aver intenzione di "calcare i corridoi del potere" dispensando gemme di saggezza.
Augura successo al Labour e resta profondamente pessimista circa il tentativo del governo di coalizione di dare un volto umano ai tagli alla spesa pubblica.
«Ci siamo già passati con Reagan e la Thatcher», ammonisce.
(Traduzione di Emilia Benghi) ZYMUNT BAUMAN, 44 Lettere dal mondo liquido moderno, Polity, 2010, ISBN: 978-0-7456-5056-2,  pp.208 Questo nostro mondo liquido moderno, come tutti i liquidi, non può stare fermo e mantenere la sua forma a lungo.  Tutto continua a cambiare - le mode che seguiamo , gli eventi che in modo intermittente catturano la nostra attenzione, le cose che sogniamo e abbiamo paura.  E noi, gli abitanti di questo mondo in trasformazione, sentiamo il bisogno di adeguarci al suo ritmo per essere 'flessibili' e sempre pronti a cambiare.
Vogliamo sapere cosa sta accadendo e ciò che è probabile che accada, ma ciò che otteniamo è una valanga di informazioni che rischia di sopraffarci.
Come possiamo vagliare le informazioni che contano davvero dai mucchi di spazzatura inutile e irrilevante? Come possiamo derivare messaggi significativi dal rumore senza senso?  Ci troviamo di fronte l'arduo compito di cercare di distinguere l'importante dal non sostanziale, distillare le cose che contano dai falsi allarmi.
Nulla sfugge al controllo  come le cose ordinarie della vita quotidiana, nascoste nella luce della familiarità ingannevole e fuorviante.  Per trasformarli in oggetti di attenzione devono prima essere strappate da quella routine quotidiana: l'apparentemente familiare deve essere presentato come nuovo.
Questo è precisamente ciò che Zygmunt Bauman cerca di fare in queste 44 lettere: ognuna racconta una storia presa dalla vita ordinaria, ma al fine di rivelarne la straordinarietà che altrimenti potrebbe sfuggire.
Il testo si rivolge a un pubblico vasto a cui, attraverso istantanee di vita quotidiana, cerca di rivelare gli aspetti più sconcertanti del nostro mondo liquido moderno 

 

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