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Massimo Faggioli |30.04.2011
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Una nuova collana di Princeton University Press, “Lives of the great religious books”, è dedicata alle “biografie dei grandi libri” delle tradizioni religiose.


 



I libri hanno una vita: lunga, breve, brevissima, a volte abortita, vittima dei meccanismi del mercato della cultura più che di vizi di nascita. Vi sono poi libri che sono “classici” perché hanno dato forma ad una particolare cultura, portano significati in eccesso e in permanenza, resistono ad ogni interpretazione definitiva, e hanno un valore universale. Ricostruire la “biografia di un libro” è quindi importante per comprendere la cultura che lo ha fecondato, accolto, fatto viaggiare e tradurre, ampliare e rivedere, cambiare pubblico e recezione lungo i decenni e i secoli. Una nuova collana di Princeton University Press, “Lives of the great religious books”, è dedicata alle “biografie dei grandi libri” delle tradizioni religiose.


 


Nel programma della collana vi sono, tra gli altri, le Confessioni di Agostino, la Vulgata, Il libro tibetano dei morti, il Libro di Mormon, I Ching, la Bhagavad Gita.
I risultati del progetto editoriale sono di grande interesse, a giudicare dal volume dedicato a Resistenza e resa di Dietrich Bonhoeffer da uno dei grandi storici della teologia, Martin E. Marty della University of Chicago (Dietrich Bonhoeffer’s “Letters and Papers from Prison”. A Biography, Princenton UP, 288 pp.). Il volume degli scritti dal carcere del pastore luterano Bonhoeffer, condannato a morte dal regime nazista a pochi giorni dalla fine della guerra nella primavera 1945 per aver collaborato all’attentato a Hitler del 1944, è uno dei testi fondamentali della teologia cristiana del Novecento.


 


Non si stenta a riconoscere la necessità di scrivere una storia di Letters and Papers from Prison. Il pastore e amico di Bonhoeffer, Eberhard Bethge, si risolse a raccogliere in un volume quegli scritti scampati alla censura e alle distruzioni della guerra solo nel 1950, quando per non pochi tedeschi Bonhoeffer era un traditore della patria e fin troppo popolare nella comunista Ddr (una diocesi protestante in Germania occidentale arrivò a proibire di intitolare parrocchie al nome di Dietrich Bonhoeffer). Da allora in poi Resistenza e resa ha acquisito valore universale e ha avuto decine di traduzioni in diverse lingue, in edizioni accresciute (l’ultima delle quali pubblicata in tedesco nel 1998).
La parte più interessante di questa “storia dei libri” riguarda le diverse recezioni e letture – teologiche, ideologiche, politiche – a cui ogni grande testo religioso è stato soggetto nella sua vita.
Alcuni dei testi fondamentali per la storia religiosa d’Italia (come Le piaghe della chiesa di Rosmini, Chiesa e Stato di Jemolo, Lettera a una professoressa di don Milani) meriterebbero simili “biografie”.


 


in “Europa” del 28 aprile 2011



Ettore Gotti Tedeschi |30.04.2011
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È stato appena pubblicato l'Annale 2010 della Federazione universitaria cattolica italiana (Fuci),


dal titolo Un'economia per l'uomo. Ragioni dell'etica e provocazioni della fede, a cura di Luca Bilardo ed Emanuele Bordello (Roma, Edizioni Studium, 2011, pagine 199, euro 16). Pubblichiamo ampi stralci del contributo del presidente dell'Istituto per le opere di religione.



 







È da quando ho ultimato gli studi universitari, nel 1971, che, alla fine di una crisi economica - e personalmente ne ho viste tante - viene proposta come soluzione l'imposizione di nuove regolamentazioni e di nuovi controlli. La crisi in questo modo diventa ancora più complessa: quando si è in difficoltà e si stabiliscono sistemi di controllo si irrigidisce tutto il sistema. Resta poi una domanda che non trova mai risposta: chi controlla i controllori? Non è lo strumento che fa marciare i processi, ma è l'uomo. Max Weber distinse, in modo opportunistico e machiavellico, l'etica personale della responsabilità dall'etica della convinzione. Secondo il sociologo tedesco vi è quindi un'etica di chi ha la responsabilità di un determinato settore e quella di chi ne è veramente convinto. Come è possibile avere la responsabilità e praticarla, se non si è convinti? Il convincimento, cioè il riferimento a qualcosa di forte, di stabile, di vero, è determinante per poter ottenere risultati. Non esiste l'etica degli strumenti, l'etica del mercato, l'etica del capitalismo: esiste un uomo che dà senso etico ad ogni comportamento.
Le famiglie americane, a causa della crisi, hanno perso circa il 50 per cento dei propri investimenti, percentuale corrispondente al valore del crollo della ricchezza americana. Questo perché negli ultimi venticinque anni è stata gonfiata del 50 per cento tutta l'economia statunitense. Le famiglie hanno avuto il dimezzamento del valore della casa, dei risparmi, del fondo pensione, di fronte ora hanno un futuro fatto di debiti da pagare e di un alto rischio di disoccupazione.
Perché si è dovuto gonfiare per oltre dieci anni il Pil della più grande economia del mondo? La risposta corretta non la si trova di frequente, ma il Papa la fornisce nell'enciclica Caritas in veritate: perché trent'anni fa il sistema del mondo occidentale (Stati Uniti, Canada, Europa e Giappone) ha smesso di fare figli.
Quando si afferma che l'origine della crisi è nell'uso sbagliato di strumenti finanziari, nell'avidità dei banchieri o nella mancanza dei controlli si dicono falsità. Perché l'economia è stata costretta a espandere il credito senza controllarlo? Perché si era inceppata negli anni Ottanta la crescita economica, il Pil dei Paesi occidentali cresceva troppo poco ed era legato alla crescita zero della popolazione. Se la popolazione non cresce, non può crescere l'economia e quindi bisogna accontentarsi. Il mondo occidentale, ricco, avido di cose ed egoista, ha deciso di non accontentarsi e si è quindi inventata la crisi economica.
Benedetto XVI salverà il mondo: lo farà perché sta proponendo un radicale cambiamento culturale per l'uomo. Leggendo l'introduzione alla Caritas in ventate, si coglie come il Papa rimandi al primo comandamento del Decalogo, distinguendo esplicitamente e implicitamente verità e libertà.
Nella cultura dominante la libertà, che dall'Illuminismo si condisce con positivismo, relativismo, fino all'odierno nichilismo, precede la verità. L'uomo deve essere libero di trovare la verità, ma così facendo, non solo non la trova, ma la confonde con la libertà stessa. Benedetto XVI invece ribadisce che occorre cambiare gli uomini, e non gli strumenti. Saranno infatti gli uomini nuovi a cambiare gli strumenti vecchi. La verità precede la libertà e non esiste vera libertà responsabile che non si riferisca ad una verità assoluta. Il Papa distrugge il pensiero nichilista, che porta l'uomo ad essere un animale intelligente, il quale orienta il suo agire solo all'appagamento dei bisogni materiali.
Se l'uomo infatti vivesse solo di questo genere di soddisfazioni oggi dovrebbe esultare, perché le conquiste della scienza e della tecnologia lo hanno portato a livelli mai raggiunti in passato. Se l'uomo è solo figlio del caos o del caso, quale dignità potrà mai pretendere? Quella di vivere il più a lungo possibile, magari senza malattie, ma nulla più. Il Papa può salvare l'uomo, nel senso che gli riapre gli occhi sulla sua reale dignità di Figlio di Dio.
Gli strumenti, in generale, sono tutti neutri. Le grandi iniquità che sono state compiute nel mondo della finanza non sono dovute soltanto a cattive interpretazioni o applicazioni delle regole della finanza. In più occasioni anche i Governi hanno sostenuto l'infrazione di alcune regole. Gli abusi veri ci sono perché si è permesso che ci fossero, non perché mancavano le strutture di controllo. Esistono 23 boards, strutture di regolamentazione dei mercati finanziari, dal Financial stability board fino a quelle più periferiche che riguardano determinate aree geografiche. Un istituto finanziario oggi deve sottoporsi a 23 nuove regolamentazioni immediate con la minaccia di sanzioni fortissime.
Queste regole c'erano anche prima, ma non sono mai state rispettate. È l'uomo infatti che deve crescere da un'etica di responsabilità ad una nella quale crede veramente in quello che compie. Ecco perché oggi si parla di emergenza educativa, perché c'è bisogno di essere formati.
Nel sesto capitolo dalla Caritas in veritate troviamo un passaggio chiave, in modo diverso, ma con lo stesso spirito, già presente nella Sollicitudo rei socialis. Giovanni Paolo II si domandava come può l'uomo tecnologico, che cresce enormemente nella capacità di elaborare tecniche e strumenti sempre più sofisticati, gestire tali conoscenze nell'immaturità che lo caratterizza. Ancora una volta Benedetto XVI mette in guardia l'uomo del nostro tempo dalla deriva etica, la definitiva autonomia morale degli strumenti.



(©L'Osservatore Romano 1° maggio 2011)

Carlo Molari |12.04.2011
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Le critiche mostrano un concetto inadeguato di azione creatrice, non considerano il tempo come struttura necessaria delle creature e valutano il loro divenire come un dato secondario. Non tengono conto che il fascino della teoria evoluzionista non sta tanto nelle molte prove documentarie accumulate negli ultimi secoli, quanto nella spiegazione che offre di molti fenomeni altrimenti inspiegabili.




 


 


In questa rubrica ho illustrato più volte la prospettiva evolutiva nella convinzione che oggi essa sia necessaria per una corretta formulazione della dottrina cristiana. Siccome non mancano gli oppositori dell'evoluzionismo e alcuni di loro si richiamano alle dottrine di fede, credo sia utile esaminare le argomentazioni con le quali essi negano la solidità della teoria evolutiva e fondano la loro credenza in un Dio creatore che opera in modo perfetto e interviene nei momenti cruciali.
Il 26 febbraio 2009 si è svolto a Roma un convegno a porte chiuse «per offrire un contributo scientifico al dibattito in corso nell'anno darwiniano». L'iniziativa era del Vice presidente del Consiglio Nazionale delle ricerche, lo storico Roberto De Mattei. Il volume che ne rende pubbliche le undici relazioni già nel titolo indica l'orientamento comune degli scienziati, scrittori e filosofi intervenuti: Evoluzionismo: il tramonto di una ipotesi (Cantagalli, Siena 2009).


Non esamino gli argomenti scientifici degli altri interventi. Mi limito alle prime due relazioni che presentano soprattutto riflessioni di tipo filosofico e teologico. De Mattei sostiene che il darwinismo non è «scienza» bensì una «cosmogonia capovolta». Mentre i miti di tutti i popoli considerano «perfetti» gli inizi del cosmo, della vita e della specie umana, gli evoluzionisti pongono «l'archetipo della perfezione non nel passato, ma nel futuro, non nelle sfere celesti, ma nel processo immanente della storia» (p. 30). La cosmogonia evoluzionista, quindi è una «narrazione fantasiosa di un passato, immaginato per sorreggere una radicale avversione ai principi metafisici di trascendenza e di causalità» (p. 30). Anche secondo gli evoluzionisti «nell'impresa scientifica l'onere della prova spetta allo sfidante» (Pievani T., Creazione senza Dio. n. 84). Ora. argomenta De Mattei «la 'sfida' di Darwin e dei suoi seguaci alla scienza tradizionale non è mai stata suffragata da prove» (p. 29). Per questo conclude: «il tramonto dell'ipotesi evoluzionista è un processo ormai irreversibile» (p. 30).
Se però si esamina come vengono affrontati i problemi che hanno stimolato la soluzione evoluzionista si resta delusi. De Mattei non dice nulla del disordine presente nei processi naturali, degli sprechi enormi che essi comportano, dei molti vicoli ciechi imboccati dalla vita nella sua diffusione sulla terra, dei suoi rami secchi e improduttivi, del male presente in tutte le fasi dei processi vitali, delle numerosissime catastrofi naturali che hanno fatto scomparire la stragrande maggioranza delle specie viventi, non dice nulla delle immani sofferenze e tragedie della storia. Non offre nessuna spiegazione di come tutto ciò possa attribuirsi a un Dio buono e provvidente. Propone una figura di Creatore senza alcuna spiegazione delle caratteristiche della sua azione. Non esamina nessuna riflessione dei teologi evoluzionisti su questi temi. Egli afferma solo che «le posizioni dei teoevoluzionisti sono confuse» (p. 24 n. 73). Scendendo ad alcuni nomi ricorda che: «antesignano degli evoluzionisti cattolici è il gesuita Vittorio Marcozzi (1908-2005)» e che «oggi si distinguono l'ex-sacerdote Francesco Ayala, il sacerdote paleoantropolgo mons. Fiorenzo Facchini e, in parte, il filosofo della scienza, Don Stanley L. Jaki (1924-2009)» (ib). Non menziona neppure Teilhard de Chardin (1882-1955), e il profondo influsso che egli ha esercitato anche nel mondo laico. De Mattei non sembra neppure ammettere la presenza di eventi «casuali», quelli cioè che non hanno alcuna finalità in ordine alla vita, ma che fanno parte dei processi e sono oltreché imprevedibili anche ineliminabili.
Per lui: «il 'caso' diviene la 'spiegazione' dell'inspiegabile, ossia dell'assurdo... La scienza diviene storia dove `tutto è permesso' e dove «non vi sono più leggi divine che assegnino limiti all'esperimento» (Jacob F., La logica dei viventi, Einaudi, Torino 1971, p. 215)» (o. c. p. 27). De Mattei non sembra dare alcun rilievo al principio di indeterminazione dei processi fisici elementari e soprattutto non richiama il valore della libertà che Dio è in grado di suscitare nelle creature.
Molto più coerentemente il filosofo Robert Spaeman ha osservato nel Convegno Cei del dicembre 2009: «Dio agisce tanto attraverso il caso quanto attraverso leggi naturali» (La ragionevolezza della fede in Dio, in Dio oggi, Cantagalli, Siena 2010, p.75). Questa è una caratteristica del creatore: offre contemporaneamente diverse possibilità tra le quali scegliere.
Nello stesso volume Joseph Seitert, Direttore della Accademia internazionale di Filosofia del Liechtenstein, membro della Pontificia Accademia della Vita, propone una riflessione filosofica con alcuni cenni teologici: Riflessioni critiche sull'evoluzionismo come teoria scientifica o pseudscientifica e come ideologia atea (pp. 31-64). Egli presenta tre forme di l'evoluzionismo: atea, teista e limitata.
1.Circa la prima inanella una serie impressionante di affermazioni critiche: «non è una teoria scientifica, ma un'ideologia pseudo-metafisica» (p. 34). «Essendo falsa, non può passare il 'test di realtà', nel senso che non soddisfa i criteri propri per la conoscenza oggettiva e inoltre i test empirici contraddicono le sue false affermazioni scientifiche e filosofiche» (p. 35). «Tale evoluzionismo ideologico, materialista ed ateo non è solamente una tesi impossibile, ma realmente stupida, per non dire idiota» (p. 39). «Non esiste assolutamente alcuna prova né alcuna plausibilità che tutte le specie di animali, dalle amebe agli elefanti, si siano sviluppate l'una dall'altra tramite una qualche evoluzione» (p. 39). «Una delle obiezioni filosoficamente più importanti della teoria dell'evoluzione... consiste nella intuizione dell'assoluta irriducibilità della vita alla materia inerte» (p. 50); «l'essenza della vita è irriducibile a sistemi fisici di qualunque tipo» (p. 53). Il passaggio dagli animali all'uomo «per lo meno per quanto riguarda l'anima umana... è realmente impossibile metafisicamente» (ib. p. 38).
«Una promessa o qualsiasi atto libero è necessariamente impossibile, se non assurdo, se tale atto è identico a, o determinato da, un processo materiale o organico, o se è un semplice prodotto causale dello sviluppo evoluzionistico» (p. 56). E «la conoscenza contraddice la possibilità di essere un epifenomeno del cervello o delle sue funzioni» (p. 57).
2.Anche «l'evoluzionismo teista, o 'deista' (o cripto-atea essendo panteista)... è insostenibile in virtù del fatto che dimentica le differenze insuperabili tra le sfere e gli ordini di esseri che non potranno mai evolvere l'uno dall'altro: il vivente dal morto, il personale dall'impersonale, lo spirito dalla materia» (p. 40 si riferisce esplicitamente al paleontologo gesuita Pierre Teilhard de Chardin).
Seifert non sembra tenere conto della notevole differenza tra evoluzionismo ateo e teista. Chi crede in Dio ritiene che la perfezione iniziale contiene già tutte le qualità che nel tempo fioriranno nelle creature. Le sue difficoltà non considerano che nella prospettiva teista tutto il processo è alimentato e sostenuto da Dio, perfezione compiuta, per cui non è lo spirito a derivare dalla materia, ma viceversa questa deriva dallo Spirito. Quando le strutture materiali lo consentono il pensiero, la consapevolezza, la libertà possono emergere ed esprimersi perché già presenti alla radice di tutto.
Siefert si chiede: «Per quale motivo mai avrebbe Egli [Dio] usato leggi tanto primitive come `la sopravvivenza del più forte», la `selezione naturale', 'l'adattamento', che in realtà sono del tutto prive di significato, e perché egli avrebbe impiegato un tempo senza fine per permettere a tali assurde cause di produrre il mondo, osservando e aspettando innumerevoli incidenti di percorso in tale processo?» (p. 42). Questo modo di argomentare suppone che le creature (cioè il vuoto o caos iniziale) siano in grado di accogliere la perfezione divina in modo istantaneo. Non tiene conto che l'azione creatrice alimenta il processo del divenire perché le creature non vengono prodotte o fatte, come l'artigiano
modella una statua da materia preesistente, bensì create: esse diventano nel tempo.
3.Della forma limitata di evoluzionismo egli ammette qualche possibilità, ma sempre condizionata dagli interventi puntuali di Dio. «È piuttosto probabile che abbia avuto luogo un qualche processo evolutivo limitato e sviluppo trans-specifico, ad es. dai lupi a certi tipi di cani, ed è certo che le pratiche di allevamento possono condurre a nuove razze canine, le cui caratteristiche sono trasferite alle generazioni successive» (p. 39; cfr p. 41).
In conclusione le critiche mostrano un concetto inadeguato di azione creatrice, non considerano il tempo come struttura necessaria delle creature e valutano il loro divenire come un dato secondario. Non tengono conto che il fascino della teoria evoluzionista non sta tanto nelle molte prove documentarie accumulate negli ultimi secoli, quanto nella spiegazione che offre di molti fenomeni altrimenti inspiegabili. In particolare dà ragione della casualità, del lungo tempo necessario ai processi cosmici e vitali, della distruzione della maggioranza delle specie un tempo viventi, della imperfezione cronica e del male smisurato che accompagna il divenire del creato e la storia umana.


 


in “Rocca” n. 7 del 1 aprile 2011

Adel Jabbar |11.02.2011
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Quello che sta succedendo nel mondo arabo sta a dimostrare che è terminato un periodo nel quale quasi tutti i paesi arabi hanno convissuto con la paura, con la repressione feroce, con sistemi autoritari, dittatoriali, dispotici, con una componente di corruzione molto evidente, con dei regimi che hanno escluso per anni buona parte della popolazione dalla partecipazione alla vita pubblica.
In conseguenza di tutto questo le manifestazioni di oggi sono caratterizzate da due elementi: da una parte la rivendicazione della libertà e dall’altra parte la richiesta di giustizia sociale e soprattutto di dignità.
Dopo la caduta del muro di Berlino, il mondo arabo è rimasto fuori da qualsiasi dialettica di cambiamento.
Questi giorni dimostrano che il clima di paura è terminato e siamo di fronte all’avvio di un nuovo processo.
Quali saranno le fasi, i traguardi, le interpretazioni della vita pubblica è tutto da vedere, ma intanto queste manifestazioni danno un segnale molto preciso: le popolazioni dei paesi arabi non sono più disposte a sopportare né le condizioni economiche né le condizioni politiche in cui vivevano da anni.
Vorrei utilizzare un’immagine per esplicitare meglio le condizioni in cui si sono trovati questi popoli: quella di un triangolo, che ha funzionato in tutti questi anni come un recinto di repressione e di dispotismo assoluto.
Un triangolo composto, per un lato, dall’ondata di un certo integralismo religioso che era privo di progettualità e chiarezza, di una reale interpretazione dei bisogni e delle esigenze delle popolazioni; per un altro lato dai sistemi di governi secolari, dispostici, familistici e spesso corrotti; come terzo lato, infine, l’ingerenza di potenze straniere che hanno sorretto quei regimi, un appoggio che certamente ha giocato un ruolo determinante nel favorire per lunghi decenni l’operato di combriccole autoritarie e violente.
Le potenze straniere che hanno sostenuto questi regimi spesso sono rimaste in silenzio rispetto alle violazioni di diritti elementari delle popolazioni.
Oggi, tutti questi elementi si trovano in crisi di fronte a quello che è avvenuto, ai movimenti di base che si sono ribellati alla loro condizione.
Sia nel caso egiziano sia in quello tunisino i partiti dell’opposizione ufficiale - un’opposizione spesso meno che decorativa - sono stati scavalcati.
Ma anche la stessa opposizione, quella reale, quella che ha vissuto per decenni in una situazione di repressione quasi totale, è stata a sua volta scavalcata da queste forze popolari che ora stanno rivendicando - pagando anche un alto prezzo - un accesso alla partecipazione politica e un nuovo ruolo dello Stato come garante delle esigenze di larga parte della popolazione.
Quel triangolo su cui si basavano questi regimi è ora in frantumi: sia i regimi, sia gli stessi movimenti integralisti, sia le potenze straniere si trovano in forte difficoltà di fronte agli avvenimenti attuali.
Occorre dire che questi movimenti non nascono dal nulla, come mera sollevazione spontanea per rivendicare il pane.
Stiamo parlando di popoli che hanno una storia millenaria, hanno una coscienza e un senso di sé come tanti altri popoli nel mondo, soprattutto hanno una storia di lotta di liberazione dal giogo del potere colonialista.
In alcuni periodi le popolazioni si sono mosse in termini di rivolta, di ribellioni, anche se, essendo disarmate e senza aiuti esterni, spesso sono state represse nel sangue.
Molti degli attivisti sono stati torturati, incarcerati, esiliati, però attualmnte sembra che la paura e la repressione non siano sufficienti ad arginare questo flusso “rivoluzionario” di rivendicazioni che chiedono la fine di regimi impopolari,  nella corruzione, del marciume, per ottenere giustizia sociale, libertà e dignità, evidenziando una consapevolezza politica molto matura.
Ritengo elementi determinanti la mancanza di libertà e l’insicurezza dei cittadini.
Il sentirsi perseguitati (perfino in casa propria) come persone umane, ha avuto un peso notevole.
Ricordiamoci inoltre che, se negli anni ’60 e ’70 questi Stati hanno avuto un percorso economico che ha garantito una redistribuzione del reddito e la creazione di un minimo di welfare, oggi questo è venuto meno, molte proprietà dello Stato sono state privatizzate, anzi in molti casi accaparrate, “familizzate” dai parenti di chi gestiva il potere, che agli occhi della gente è strapotere assoluto.
In regimi così repressivi non ci sono neppure luoghi dove la gente può ritrovarsi; spesso non ci sono né spazi né riferimenti per le organizzazioni della società civile.
Per questo strumenti come twitter, facebook, cellulari, sms sono diventati sussidi per scambiare informazioni, per far sapere cosa sta accadendo nei vari luoghi, nelle varie situazioni.
Oggi le connessioni sul piano telematico sono fortissime, accorciano le distanze, anche popolazioni lontane dai luoghi del potere sono in grado di connettersi, accedere alle informazioni, acquisire conoscenze.
Da decenni assistiamo anche all’evolversi di una società civile mondiale dove avviene uno scambio di linguaggi, di temi come la giustizia, la libertà.
Negli ultimi decenni questi processi sono divenuti più celeri.
La televisione Al Jazeera, ad esempio, è diventata un luogo virtuale dove le persone possono partecipare, riconoscersi in una serie di contenitori culturali e politici, dove si svolgono continuamente dibattiti su temi sensibili, delicati, in cui vengono presentati punti di vista completamente diversi.
Da metà dicembre AJ è stata censurata nel momento in cui il regime tunisino ha capito la capacità di questa televisione di seguire le rivolte nei diversi luoghi del Paese, il luogo dove i tunisini si informano sui loro accadimenti e sulle manifestazioni di sostegno delle altre popolazioni arabe.
Durante una trasmissione un cittadino tunisino intervistato ha detto che il 70% di quello che è avvenuto, il successo della rivolta è stato reso possibile grazie ad AJ, ma non perché essa la fomentava o la sosteneva, bensì perché documentava, faceva vedere quello che avveniva, mentre la televisione di Stato nascondeva tutto.
Le date del 14 ed 25 gennaio 2011 saranno incise nella profondità dell’immaginario delle genti arabe.
Popolazioni che da lunghi anni sono in attesa di riscatto per scrollarsi di dosso un orribile cumulo di fallimenti e di sconfitte sui tutti piani e specialmente il perpetuarsi delle sofferenze dei palestinesi e la drammatica situazione delI’Iraq.
Questa rivoluzione è nata dal basso, senza alcun sostegno esterno, a differenza delle “rivoluzioni a colori” sostenute da potenze straniere.
Sono manifestazioni non funzionali a nessun progetto di potenza grande, media o piccola, sono manifestazioni di disobbedienza civile, disarmate, quindi non violente e questo confuta il fatto che da anni si va sostenendo in Europa, che la società musulmana si identifica con la violenza.
La seconda quetione è che con queste manifestazioni non ci si muove per questioni religiose, ma per difendere la dignità dei cittadini.
Sono manifestazioni povere, dove si scrivono cartelli a mano, dove le parole d’ordine sono la libertà, la dignità, la democrazia, no al dispotismo (Istibdad), no alla corruzione (Fasad).
La forza di queste manifestazioni è che sono sostenute da esponenti dei ceti medi, dagli operai, dai contadini, dalle donne, dagli uomini, dagli anziani e dai giovani.
Sono movimenti popolari, non particolarmente ideologicizzati.
Questi movimenti non nascono, come si dice in Europa nel gergo politico, perché ci sono delle avanguardie che li guidano.
Le avanguardie, se ci saranno, nasceranno in seguito da questi movimenti.
Non è da trascurare la presenza di realtà politiche con un certo radicamento, perché queste manifestazioni non nascono dal nulla: ci sono state in passato mobilitazioni, rivolte e rivendicazioni che rappresentano dei riferimenti significativi per gli attivisti di oggi.
Oltre alle forze politiche a favore di un radicale cambiamento ci sono gruppi che hanno molti legami con vecchie e nuove potenze coloniali, ci sono personaggi che possono riciclarsi, possono usare un linguaggio liberale, possono fare delle aperture molto moderate, con aggiustamenti di facciata, ma stanno attendendo l’occasione per inserirsi nel gioco e controllarne gli effetti.
Certo le potenze esterne proveranno a trovare delle strategie per impedire, far abortire, stroncare, nel migliore dei casi trovare un  compromesso per aggiustamenti timidamente liberali sul piano politico e sul piano economico.
Ma non credo siano sufficienti per dare risposte alle esigenze di una società dove circa il 60% della popolazione è giovane, con livelli di istruzione e aspettative molto alti, diversi da quelli dei genitori.
Si ha a che fare con una nuova fascia della popolazione molto estesa che si sente totalmente esclusa, per cui gli aggiustamenti marginali non potranno reggere a lungo.
Ci sarà bisogno di riforme radicali sul piano sia politico che economico, perché la gente è stanca di vivere in condizioni inaccettabili e di subire il servilismo come ricetta per accedere a un nuovo progresso.
del 9 febbraio 2011 Adel Jabbar Sociologo e saggista
Gianfranco Ravasi |27.01.2011
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Il pantheon di Carlo Bo di Gianfranco Ravasi A Milano abitavamo vicino, in due piccole strade a poca distanza dal Duomo: lui in via Maria Teresa, io in via Cardinal Federico, una laterale della Biblioteca Ambrosiana.
Ci incontravamo talora in quel dedalo di viuzze e ci scambiavamo poche parole.
Avevo conosciuto Carlo Bo durante una cena nella casa dello scrittore Luigi Santucci, amico carissimo a entrambi: era stato l'avvio di una conoscenza rarefatta che però aveva una sua intensità, soprattutto attorno a quei temi ecclesiali che avevano sempre appassionato e un po' anche tormentato il pensiero e la fede del famoso scrittore, studioso e uomo pubblico.
L'ultimo incontro avvenne nella sua casa milanese tutta foderata di libri.
Alcuni amici della scrittrice Lalla Romano, che era allora da poco scomparsa e della quale avevo celebrato i funerali, si erano ritrovati per costituire un'associazione o una fondazione che ne custodisse il lascito culturale.
Bo assisteva e partecipava con quei silenzi "omerici" che erano divenuti quasi una sua sigla e che, quindi, alonavano di rilievo le sue poche parole.
Alla fine volli trattenermi e, da soli, parlammo dei temi che erano stati sollevati durante un'intervista radiofonica che avevo rilasciato quella stessa mattina.
Era il giugno 2001 e poche settimane dopo, il 21 luglio, egli sarebbe morto a Genova (era anche ligure la città della sua nascita avvenuta cent'anni fa, il 25 gennaio 1911, cioè Sestri Levante).
La sostanza di ciò che mi disse allora la ritrovai in un suo dialogo riferito da Sergio Zavoli nel suo Diario di un cronista (Rai-Eri/Mondadori, 2002): «Ho l'impressione che la voce di Dio passi nei nostri cuori e non lasci traccia.
Il consenso senza sofferenza che diamo a Dio è solo un modo, fra tanti, di non rispondergli».
Si intravedeva in quelle parole non solo la sua fede che vibrava degli stessi battiti di quella degli amati Pascal, Bernanos, Péguy, Claudel, Maritain (senza dimenticare Mallarmé e Rivière), ma anche il suo tormento per il passaggio spesso frustrato e frustrante di Dio nelle strutture ecclesiastiche da lui considerate troppo pesanti, opache e resistenti a quella voce.
Eppure egli era rimasto sempre un cattolico tout court, perché — per usare un'espressione del suo e mio amico padre Turoldo — non si inseriva né nel dissenso molto vivace nei decenni conciliari, né nel consenso, prevalente negli anni precedenti e successivi, ma semplicemente nella ricerca di senso.
E in questo sono emblematici i personaggi religiosi del suo ideale pantheon spirituale.
Al primo posto è collocata la figura di uno straordinario parroco di campagna, la cui voce fu così intensa da essere definita da un Papa, Giovanni XXIII, «tromba dello Spirito Santo» nella terra padana: era don Primo Mazzolari, parroco di Bozzolo (Mantova), «obbedientissimo in Cristo» alla sua Chiesa, ma così libero nella sua fedeltà al Vangelo da non esitare a far vibrare la sua parola contro ogni compromesso.
«Noi passeremo — scrive Bo che lo conobbe, lo ascoltò e lo lesse — col rumore dei nostri problemi, con tutti i cartoni dei ridicoli teatri spirituali che abbiamo messo insieme da letterati e don Primo resterà sulla porta della sua parrocchia con le braccia aperte, a ricevere tutti, senza mai chiedere il nome o la nostra piccola odissea».
Seguono i testimoni della carità e della società come Manzoni, Semeria, Orione e Sturzo.
C'è, poi, la teoria dei sacerdoti che seppero intrecciare fede e cultura, una delle sfide che resse l'intera esistenza di Bo, a partire da quella sorta di manifesto che fu il saggio Letteratura come vita, letto al congresso degli scrittori cattolici del 1938: «Rifiutiamo una letteratura come illustrazione di consuetudini e di costumi comuni, aggiogati al tempo, quando sappiamo che è una la strada più completa per la conoscenza di noi stessi, per la vita della nostra coscienza...
Non esiste un'opposizione fra letteratura e vita.
Per noi sono tutt'e due, e in ugual misura, strumento di ricerca e quindi di verità: mezzi per raggiungere l'assoluta necessità di sapere qualcosa di noi».
Ecco, allora, don De Luca, don Cesare Angelini, Rebora, lo storico Bedeschi, il mistico Divo Barsotti, il collega all'Università di Urbino Italo Mancini con la «ragnatela delle sue meditazioni» dai molteplici fili teologici, filosofici, sociali, culturali, la cui finestra illuminata nella notte urbinate diventava un simbolo di ricerca della verità.
Ma non sono mancate neanche pagine di forte suggestione dedicate ai papi della sua maturità e degli ultimi anni: dalla lezione d'amore di Giovanni XXIII all'umanesimo cristiano di Paolo VI fino alla «Chiesa di popolo» di Giovanni Paolo II .
In questo «nugolo di testimoni» sacerdotali, per ricorrere a un'espressione biblica (Ebrei 12,1),  raccolti in un unico coro dal volume Don Mazzolari e altri preti (La Locusta, Vicenza 1979), brilla un trittico fiammeggiante.
La prima a venirci incontro è una figura segno di contraddizione, quell'Ernesto Buonaiuti che non volle mai considerarsi ex sacerdote nonostante la censura ecclesiastica abbattutasi su di lui per il suo modernismo, convinto del tradimento che talora la Chiesa storica poteva consumare, ma ancor più convinto che la salvezza avviene proprio nella stessa Chiesa storica.
C'è poi l'amato don Milani, per molti versi simile a don Mazzolari, combattente per la verità naturale e soprannaturale da cristiano e da prete, nonostante «il lungo calvario» impostogli dalle autorità ecclesiastiche.
E, infine, ecco padre Turoldo nel quale la passione si fa parola, la fede poesia e la verità storia.
Sì, perché – sulla scia della concezione di un Teilhard de Chardin letto con entusiasmo appena pubblicato in Francia – Bo è certo che «il cristiano deve bagnarsi nel mare della storia», anche correndo il rischio di infangarsi, «rifiutando quella perniciosa opposizione tra cristianesimo e mondo degli uomini».
Qui si coglie uno dei nodi fondamentali del pensiero spirituale di Carlo Bo e della sua stessa storia personale, quella del dialogo tra fede e cultura, dell'incontro tra il cristiano e l'agnostico che s'interroga, tra il tempio e la strada, nella linea della lezione di Maritain al cui "stile" di pensiero è dedicata un'altra raccolta di saggi (Lo stile di Maritain, La Locusta 1981) nella quale scriveva con amarezza: «Per anni la Chiesa è rimasta immobile e quando finalmente ha sentito il dovere di intervenire, si è accorta di non avere più gli strumenti adatti e si è limitata a ripetere altre voci o ha taciuto».
I rischi in questa operazione di incrocio tra fede e altre visioni dell'essere e dell'esistere non sono mancati, soprattutto quando ci si muoveva in territori borderline, come nel caso del dramma Il Vicario di Rolf Hochhuth che ebbe una veemente e partecipe prefazione alla traduzione italiana firmata proprio da Carlo Bo.
Rimaneva, però, indiscutibile la sincerità della persona e delle sue interrogazioni e soprattutto la consapevolezza della necessità del confronto tra la Chiesa e il mondo.
Alle soglie della morte, in un'intervista, egli confessava che la magna quaestio del XXI secolo sarebbe stata il «ritrovare le ragioni ultime di quei valori che consentono una vita umanamente e umanisticamente motivata, che tenga conto non solo delle cose visibili ma anche e soprattutto di quelle invisibili...
Bisognerà insomma costruire insieme, credenti e no, un'altra civiltà che sappia finalmente ritrovare lo spirito della carità cristiana: cioè saper perdonare e cercare di risolvere problemi epocali, inevitabili e giganteschi, secondo uno spirito di carità».
Agli occhi di Carlo Bo il cristianesimo non era né stinto né estinto, ma aveva ancora in sé tutto il suo lievito di trasformazione della pasta della storia.
in “Il Sole 24 Ore” del 23 gennaio 2011

 

ESORTAZIONE APOSTOLICA “GAUDETE ET EXSULTATE” DI PAPA FRANCESCO  

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