FORUM «IRC»
 
Marzio Breda |05.03.2010
originale13051.jpg
Sono curiosi l’uno dell’altro e diventano amici fin dall’incontro d’esordio, nel 1978, frequentandosi poi al di là dei vincoli di protocollo.
Pranzi segreti.
Telefonate dirette.
Colloqui privati e abbracci in pubblico.
Con schermaglie giocose, persino, tanto che in una visita di Stato li si vede baloccarsi su chi abbia la precedenza a varcare le porte dei saloni apostolici: «Prego, prima lei»; «No, prima lei… ubi maior, minor cessat»; «L’ospite è sempre maior, avanti».
Una familiarità che li spinge a scappare insieme dai rispettivi palazzi per una gita in montagna, come due studenti che marinano la scuola.
«Presidente, vuol venire a sciare con me?».
«Santità, non so sciare, mi spiace».
«Venga lo stesso, l’aria buona le farà bene».
Tre giorni dopo sono sull’Adamello, a tremila metri di altezza, e il vecchio ex partigiano grida al Papa che scende dalle piste: «Ma lei volteggia come una rondine».
 Ecco come sono i rapporti tra Sandro Pertini e Giovanni Paolo II quando, tra il 31 marzo e l’8 aprile 1983, i due che hanno reso «più strette le sponde del Tevere» si scambiano un saluto pasquale.
L’iniziativa la prende il capo dello Stato, un ateo che, nella memoria della cattolicissima madre, ha «la tentazione della fede».
Prende carta e penna e prepara una lettera dove a ogni riga echeggia la questione polacca, aperta dalla prova di forza tra Solidarnosc e il regime comunista, e nella quale pesa molto l’Ostpolitik vaticana.
I suoi auguri sono un esorcismo.
Infatti, la ricorrenza che si avvicina, diversamente dalla promessa della Pasqua come «liberazione» (dalla schiavitù per gli ebrei d’Egitto, dalla morte a una vita nuova per i cristiani), sembra offrire allora solo incognite e paure.
Specie a Varsavia e dintorni.
Pertini scrive di getto, con poche correzioni: «Santità, sia pace all’animo suo, sempre proteso verso quanti soffrono perché privi del necessario per vivere o perché giacciono inermi sotto la prepotenza altrui.
Sia pace al suo coraggioso popolo, che tanto io amo e che oggi non è libero come liberi dovrebbero essere tutti i popoli e tutte le umane creature.
Non servi in ginocchio siano, ma uomini liberi, in piedi, padroni dei propri pensieri e dei propri sentimenti.
Sia pace, Santità, all’umanità intera: fratelli si sentano tutti i popoli, legati ormai dallo stesso destino: o vivere affratellati insieme da comune aiuto reciproco o insieme perire nell’olocausto nucleare…».
Risponde il Pontefice, una settimana più tardi, colpito dagli «accenti di intensa commozione » nel ricordo delle «persone e popoli che soffrono perché privi di questo bene umano fondamentale» che è la pace.
Quell’augurio, dice Karol Wojtyla, «ha suscitato in me eco profonda.
Ancora una volta nelle sue parole ho sentito vibrare la nobiltà di un animo che sa interpretare le ansie e le speranze insieme condivise.
Le sono grato per la sua sincera amicizia, che vivamente apprezzo.
E la ringrazio altresì per i sentimenti di simpatia e stima per la mia Patria…».
Il Papa sa che quella di Pertini, espressa con la retorica un po’ rétro dell’umanesimo socialista, è una vicinanza vera.
Da tempo il Quirinale, incurante delle prudenze diplomatiche, ha messo in mora il cosiddetto socialismo reale: lo testimoniano un’aspra missiva a Breznev in favore dei dissidenti sovietici e il messaggio di «deplorazione» alla Polonia per il golpe di Jaruzelski.
Così come è autentico il pacifismo del presidente, testimoniato dai suoi appelli per il disarmo («si svuotino gli arsenali, si colmino i granai»), a cavallo della crisi per gli euromissili.
Entrambi hanno visto il celebre film di Andrzej Wajda L’uomo di marmo, e ne hanno discusso considerandolo una premonizione per i Paesi dell’Est sotto il giogo di Mosca: «Un giorno saranno liberi».
Il Pontefice gli ha raccontato la sua esperienza di operaio e poi di sacerdote e vescovo perseguitato.
Il presidente la sua vicenda di antifascista, esiliato, incarcerato e condannato a morte.
Ora insieme si impegnano, ognuno dal proprio versante, a gettare ponti per dialoghi quasi impossibili tra Est e Ovest.
Grandi comunicatori, si battono per allargare i margini di speranza che la storia in quel momento concede.
E sarà anche questo modo di affrontare a viso aperto le tragedie dei totalitarismi a farli percepire dalla gente come due autorità morali.
A renderli icone del Novecento.
Al punto che un intellettuale abrasivo e fuori dal coro come Guido Ceronetti ironizza sulla «papagiovannificazione » del presidente della Repubblica eletto con la più larga maggioranza mai registrata: 832 voti su 995.
Calore umano, vitalità, fierezza, intransigenza e capacità di resistere, commuoversi e indignarsi.
Sentimenti che, nel caso di Pertini, riaffiorano oggi, a vent’anni dalla morte (24 febbraio 1990), da quell’inedito scambio epistolare conservato presso l’Associazione che porta il suo nome.
Alle soglie del nuovo millennio, un sondaggio Doxa lo aveva indicato come «l’italiano del XX secolo», con il triplo dei consensi attribuiti al suo persecutore Mussolini, che un certo revisionismo vorrebbe riabilitare alla stregua di un «buon dittatore».
In realtà, come spiegò lo scrittore argentino Osvaldo Soriano, «non è necessario essere italiani per essere orgogliosi di lui.
Basta appartenere al genere umano».
Franco Cardini |04.03.2010
originale13034.jpg
Ln realtà, al di là dell’impostazione esoterica della presentazione del cristianesimo, si tratta di un elenco di rilievi estrapolati senza ordine alcuno dalle fonti e dalla bibliografia francescane e riordinate arbitrariamente in modo da consentire all’autore dell’escamotage di rispondere affermativamente alla questione se Francesco fosse cataro o se la sua dottrina avesse punti di contatto con quella catara (il che, palesemente, non è la stessa cosa).
Il tutto alla luce d’una conoscenza erudita piuttosto generica e schematica del catarismo e di pochissimi dati su Francesco, la sua personalità, il suo tempo, il contesto storico nel quale egli si mosse.
Oggi sappiamo bene – e su ciò v’è un’ampia concordia degli specialisti – che il catarismo fu il complesso risultato dell’incontro tra movimenti religiosi a carattere evangelico e sette cristiane d’origine balcanica (i «bogomili»), a loro volta eredi di una tradizione che attraverso il paulicianesimo anatomico si riallacciava al manicheismo.
I predicatori catari, che verso la metà del XII secolo ebbero un grande successo in un’ampia area tra Provenza, Renania, Lombardia e Toscana, si presentavano come buoni cristiani che proponevano una riforma morale della Chiesa e giungesse a rifondare la pura comunità delle origini.
Il catarismo corrispondeva però a una setta iniziatica, fondamentalmente basata su due livelli: al primo, quello dei «credenti», s’insegnava la «pura dottrina cristiana» soprattutto attraverso il Vangelo di Giovanni; al secondo, quello dei «perfetti», si riceveva una sorta di rito di iniziazione, il consolamentum (un «battesimo spirituale»).
Gli eretici «consolati» o «perfetti» erano obbligati a mostrarsi in pubblico austeramente vestiti di nero, a non assumere cibi carnei o derivanti dall’accoppiamento animale (uova, latte, eccetera) e – quando lo ritenevano opportuno – si suicidavano lasciandosi morire di fame («endura»).
Data la durezza della dottrina nella sua fase più alta, la maggior parte dei «credenti» riceveva il consolamentum solo in punto di morte.
La teologia catara, che ci è nota attraverso testi recentemente ripubblicati anche in Italia dal filologo Francesco Zambon, sosteneva che l’universo assiste a una lotta eterna tra Bene e Male, che Dio è sostanza spirituale purissima dal quale emanano il Cristo e gli angeli, che la materia è totale dominio del Male ed è stata creata da un Demiurgo corrotto che si può identificare con il satana dei cristiani.
L’uomo, in cui Spirito e Materia coabitano, deve liberare in sé il primo dalla seconda.  Questa dottrina, di evidente origine manichea, ha difatti rapporti strettissimi con il mazdaismo persiano e con lo stesso buddismo, ma non ha nulla a che vedere con il cristianesimo.
D’altronde, dal momento che i catari avevano conquistato la Provenza, fu necessaria per sradicarli una vera e propria crociata (la «crociata degli albigesi», 1209-44), che fu episodio d’inaudita violenza.
Francesco visse appunto in questo periodo e fu pellegrino a Santiago de Compostela proprio negli anni in cui la crociata era in atto, attraversandone i luoghi.
Non ci dice nulla di ciò.
Egli non era certo un cataro «perfetto», in quanto sappiamo che mangiava tutto quel che gli veniva posto dinanzi, come recita anche la sua regola.
Poteva essere cataro «credente», o simpatizzante per i catari? No, in quanto sappiamo che tratto comune al catarismo era l’avversione al sacerdozio e alla Chiesa «corrotta»: Francesco, al contrario, raccomanda di rispettare i preti anche quando si sa che sono peccatori.
Tutta la sua predicazione è imperniata su temi che appaiono anche di propaganda anti-catara: non che lo facesse espressamente, ma quello era il suo tempo e quelli gli interlocutori che doveva contrastare.
Il Cantico delle creature è un vero e proprio manifesto anti-cataro, in cui la potenza e la misericordia di Dio si manifestano nel creato e tutte le creature tendono a Dio: se per Francesco è insensata l’accusa di «panteismo», ancora più lo è il sospetto di «catarismo».
Da dove risulta che Francesco ritenesse il creato un male, e vedesse in Satana il creatore dell’universo? Parimenti ridicole le altre argomentazioni.
«Disprezzo del corpo», detto «frate asino»? Siamo nella più semplice tradizione mistico-ascetica cristiana, e del resto Francesco disprezzava tanto poco il suo corpo che il suo ultimo pensiero, in punto di morte, fu di mangiare dei dolci...
Preferenza per la preghiera del Pater? Ma è la preghiera più comune di tutti i cristiani.
Predilezione per la vita eremitica e la tradizione itinerante: siamo nella più assoluta ortodossia! Scelta di non farsi sacerdote? Un atto di umiltà, che in ogni modo non gl’impedì di essere diacono, quindi inserito nella gerarchia ecclesiastica.
Assoluto rifiuto della ricchezza? Siamo ancora nella tradizione ascetico-mistica cristiana, con il fatto nuovo che Francesco non impedì mai a chi non appartenesse al suo ordine di arricchirsi e non parlò mai della ricchezza come di un male assoluto.
E così via.
I punti di contatto, se ci sono, sono tra catarismo e cristianesimo, non tra catarismo e Francesco.
Anche per l’immagine «serafica» del Cristo delle stimmate, portata come prova di adesione alla dottrina catara per cui Cristo era in realtà un angelo, anzitutto le fonti presentano l’episodio in vario modo e in secondo luogo il rapporto tra il Cristo e le forme angeliche ha una lunga tradizione nell’angelologia cristiana.
E quanto all’uso francescano dei vangeli apocrifi, come nell’episodio del presepio di Greccio, l’iconografia cristiana del medioevo è largamente ispirata agli apocrifi, mentre sono semmai proprio i catari che usano il solo Vangelo di Giovanni.
Ultimi e decisivi punti.
Primo: l’autore ignora quasi tutti gli scritti di Francesco, escluso il Cantico, e in particolare le sue preghiere e i piccoli trattati che rispettano la più rigorosa ortodossia latina.
Secondo: Francesco non ha mai disobbedito alla Chiesa; e questo è il suo tratto decisamente e definitivamente anti-cataro.
Non basta insomma conoscere qualche elemento di teologia e di filosofia per affrontare un tema come quello proposto da questo libro, l’assunto del quale è improponibile.
Si tratta di un lavoro senza fondamento scientifico e senza valore.
in “Avvenire” del 2 febbraio 2010 Che Francesco fosse vicino al catarismo, o simpatizzasse per i catari, o fosse addirittura cataro egli stesso, sono temi che ogni tanto riemergono in una letteratura che – senz’ombra di disprezzo – non solo non è specialistica (vale a dire non ha alcun connotato di specializzazione scientifica relativa ai temi che affronta), ma che in genere parte da una tesi: quella del «mistero», della «parola perduta», o semplicemente dell’«inganno» messo in atto dalla Chiesa per appropriarsi di qualcuno o di qualcosa.
Che poi tale letteratura possa annoverare tra i suoi esempi anche casi di libri ben scritti, frutto della fatica e dell’impegno di persone appassionate e dotate di buon livello di cultura generale, è abbastanza raro: ma può capitare.
Solo che non aggiunge nulla al fatto che si tratta di voci scientificamente irrilevanti.
Davanti a un libro di storia di un personaggio del primo Duecento importante sotto il profilo religioso, chi si trova tra le mani un nuovo libro deve anzitutto controllare se l’autore conosce tre cose: le fonti specifiche dell’argomento, la letteratura scientifica relativa, il contesto storico in cui collocare personaggio e vicenda di cui si parla.
Tali competenze non risultano dall’esame de L’albero del Bene, recente libro di Giuseppe A.
Spadaro che azzarda nel sottotitolo addirittura la definizione di «san Francesco teologo cataro» (Arkeios, pp.
292, euro 24,90).
I
Alina Reyes, |01.03.2010
originale13015.jpg
Mercoledì, dopo la messa delle Ceneri nella valle, sono tornata a casa di notte, immersa nella nebbia.
La mia lampada illuminava appena quanto bastava per fare un passo dopo l'altro nella neve onnipresente.
Piccola e sola in questa lunga strada deserta che sale attraverso la foresta bianca e nera.
Per quaranta minuti, avanzando con passo regolare nel cuore del grande silenzio, con il rumore della slitta carica di viveri che trascino.
A questa altitudine, sono in una nuvola, una massa opaca e densa di minuscole gocce che mi inzuppano quanto la mia felice traspirazione, cancellando il segno delle ceneri sulla fronte.
Solitudine abitata, piena fede, azione di grazia del corpo che traccia con tutto se stesso il suo percorso nella notte, piedi solidi a terra, cammino verso il cielo, salendo pazientemente verso la casa: concreta penitenza, spogliazione incarnata, buon inizio di quaresima.
E la quaresima, è la festa.
Tra i suoi tre alberi: dono, digiuno, preghiera, sistemo, da ramo a ramo, la mia capanna tra cielo e terra, dove vegliare in una raddoppiata intimità con il cielo e la terra.
Donare, digiunare e pregare fanno parte di uno stesso movimento: privarsi, far posto dentro di sé grazie alla privazione, lo spazio intimo in cui può dispiegarsi la vita, l'incontro reale.
Un po' come, nello tzsimtzum, Dio si ritira per permettere lo sviluppo del mondo.
Se mi dono, se mi privo, se mi affido, non faccio che offrirmi più che nuda all'amore che mi raggiunge, si dona, si priva, si affida, nel tu per tu donato, privato, offerto.
Se mi spoglio di ciò che non è essenziale, realizzo il mio cammino di essere umano, la mia gioia: andare all'Essenziale.
Come qualcuno che, nella notte e nella nebbia, avanza coraggiosamente verso la sua casa, e vede la notte e la nebbia trasformarsi in grazia.
Lassù, non ci sono né internet né televisione.
A volte mi dico: bisognerà che accenda la radio per le informazioni.
Ma mi dimentico sempre.
Perché mai essere sempre collegati con le miserie del mondo? Le miserie del mondo sono il divertimento nascosto dell'uomo moderno.
E nei divertimenti che manifesta, scoppia la miseria.
Non ho bisogno di riempirmi di informazioni per trovare il mondo, sentirlo, conoscerlo.
Al contrario, più mi riempio di informazioni, più esse fanno schermo ad una percezione profonda, ad una compassione reale.
Parlo di me o di voi, lo faccio per parlare di noi, al nostro cuore, dove siamo uguali.
Al nostro cuore troppo spesso nascosto o addirittura spento sotto mucchi di realtà ingombranti di cui la quaresima ci invita a liberarci.
Denudarci nei nostri rapporti con le cose, con i fatti, con gli uomini.
Nell'ascesi si impara ad accontentarsi.
Accontentarsi di poco, saggezza universale.
Ma non solo.
L'ascesi di quaresima, in particolare, è tesa verso un compimento, un incontro, una resurrezione dell'essere.
È un cammino, un movimento, un desiderio di progressione.
Si tratta di essere capaci di andare al vero, e non di spegnere il desiderio né di morire di fame.
L'abbondanza e la facilità ci divertono e ci paralizzano, ci rendono incapaci di andare fino al fondo dell'amore.
L'ascesi ci libera dalla nostra impotenza liberandoci dalla paura del rischio.
Privarsi, per un po', di divertimenti, di carni, di dolciumi, di alcolici, si crede che sia difficile, ma basta abbandonare questa credenza, abbandonarsi a farlo, per accorgersi che non è niente.
Per accorgersi che si è guadagnato molto in libertà, e quindi in possibilità di amare veramente.
Ogni mattina, alzandomi, getto nella neve la cenere del giorno prima.
Scia nera nella china bianca sotto la mia casa, che la prossima neve cancellerà.
Quel che è passato è passato, ma già la brace rosseggia di nuovo, tutta la notte il fuoco cova sotto la cenere in fondo alla stufa, tutto il giorno si leva e brucia: allo stesso modo l'amore cova sotto l'ascesi, poi, purificato, si innalza e brucia.
Di giorno cammino, porto la spesa, metto in casa la legna, tolgo la neve davanti alla casa, rompo il ghiaccio...
L'ascesi è fisica – ed è per questo che anche l'amore fisico può essere un'ascesi, se è vissuto come umile, bruciante e innamorata intimità con Dio.
Non c'è spiritualità senza ascesi, non c'è ascesi senza fisico, non c'è amore compiuto senza spiritualità fisica.
“Non sono piccolo, sono lontano”, dice uno dei miei amici montanari.
L'ascesi, è il prendere la giusta distanza.
Distanza necessaria al desiderio, che simultaneamente si annulla e si esaudisce nell'estrema vicinanza che è l'intimità con l'essenziale.
Con l'esercizio della mancanza, l'ascesi abolisce la mancanza.
Abolisce la separazione tra il desiderio e il suo compimento.
Nell'ascesi il mio desiderio non è ciò che mi possiede o ciò che io domino – in un caso come nell'altro ne sarei sempre schiavo.
È ciò che sono: non un essere che gode del suo desiderio (sia che lo idolatri, sia che si applichi a dominarlo, questa situazione è un abisso), ma un essere nella gioia, il cui desiderio è ad immagine del desiderio e della parola di Dio: proprio mentre si esprime, si realizza, come nel Fiat lux! Imparare questo nell'ascesi, questa relazione di desiderio e d'amore con Dio, significa imparare a viverla anche nelle relazioni umane, e nella relazione amorosa.
Accompagniamo Cristo verso la resurrezione.
Veramente, si tratta di tenere a distanza le forze della morte che dobbiamo attraversare.
Quelle forze di divertimento, quelle forze seduttrici, quelle forze falsamente consolatrici, che vogliono farci dimenticare l'uccisione che operano su di noi, solo una grande intimità con Dio può permetterci di tenerle a distanza, anche nel momento in cui si abbattono su di noi, gelose della nostra ribellione alla loro potenza.
Ecco come le affronteremo fino in fondo, ecco come sembreranno vincerci esponendoci nudi e morti d'amore, ecco come ci lasceranno in verità imbattuti, ecco come ci resusciteranno con Cristo.
Vinti, lo siamo, non dagli uomini, ma da Dio in noi stessi.
“Non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me” (San Paolo).
in “Le Monde” del 28 febbraio 2010 (traduzione: www.finesettimana.org) Alina Reyes, autrice di “Souviens-toi de vivre” (Presses de la Renaissance, 2010) e di “Boucher” (Points, 1997)
Giovanni Bachelet |15.02.2010
originale12904.jpg
Pubblichiamo il discorso di Giovanni Bachelet in ricordo del padre Vittorio, assassinato 30 anni fa dalle Brigate Rosse, pronunciato il 12 febbraio nell'Aula Magna dell'Università La Sapienza di Roma, in occasione del convegno «Vittorio Bachelet testimone della speranza», cui ha partecipato il presidente della Repubblica Napolitano.
"Saluto e ringrazio il Presidente della Repubblica, il Magnifico Rettore, le tre associazioni che hanno promosso questa commemorazione di papà, i vecchi colleghi della Sapienza e i nuovi colleghi della Camera: vorrei ringraziarli uno per uno.
Nella disgrazia è una fortuna avere tanti amici che anche dopo trent’anni vogliono ricordare papà.
Non tutti hanno la stessa fortuna.
Di alcuni morti di quegli anni lontani è rimasto solo un nome una foto e una data, come testimonia il libro che il Presidente della Repubblica ha curato due anni fa, in occasione della prima giornata della memoria dedicata alle centinaia di vittime del terrorismo e delle stragi.
Nel ricordare mio padre torna sempre alla mente la folla di vittime di quegli anni, che meriterebbero di essere ricordate una per una; solo qui alla Sapienza, oltre ai docenti elencati dal Rettore, ho per esempio davanti agli occhi il maresciallo Oreste Leonardi: sorridente, bello, giovane, in attesa di Moro davanti a un’aula, insieme a papà che aspetta perché deve farci lezione nell’ora successiva.
Si può godere di maggiore o minore memoria e, come dirò fra un momento, si può anche discutere il testo di una lapide; ben piú drammatico è poi il caso in cui, dopo l’assassinio di un giovane disarmato, i suoi condomini rifiutino per decenni il permesso di usare il muro per la lapide; che poi, affissa ad un palo, viene periodicamente rimossa o sfregiata.
E’ successo anche questo.
L’ho appreso due anni fa, collaborando al progetto memoria di un gruppo di studenti trentini che ha prodotto il volume “Sedie vuote”; alcuni brani sono stati letti lo scorso maggio al Quirinale, nella seconda giornata della memoria dedicata alle vittime del terrorismo e delle stragi.
La lapide ricordava Graziano Giralucci, pioniere del rugby in Italia (due squadre da lui fondate sono oggi in serie A), papà di una bambina di tre anni, morto nel 1974.
Sembra incredibile, ma solo da poco le istituzioni civili sono riuscite a sottrarre la sua memoria all’odio di parte e restituirla alla città di Padova, dove Giralucci, prima vittima delle Brigate Rosse, aveva l’unica colpa di aver simpatizzato per il Movimento Sociale e di trovarsi in una sua sezione nel momento sbagliato.
In quel tempo terribile si poteva uccidere senza pietà un innocente solo perché simbolo di un partito o dello Stato, ma anche allora i piú erano contro la violenza e la guerra.
Una canzone di Luigi Tenco che piaceva a papà diceva E se ci diranno che per rifare il mondo c'è un mucchio di gente da mandare a fondo, noi che abbiamo troppe volte visto ammazzare per poi sentire dire che era un errore, noi risponderemo, noi risponderemo: no no no no! Oggi quel tempo terribile è definitivamente finito.
Non solo molti, ma praticamente tutti sottoscriverebbero la canzone di Tenco: grazie al cielo fra chi studia e lavora non si trova piú traccia, nemmeno ultraminoritaria, di furore idelogico e simpatia per chi spara che, all’epoca dei miei vent’anni, convogliò ragazzi sprovveduti verso la violenza politica.
Nell’Italia di oggi ci sono certo molti altri guai; ma non quello.
Stasera a me spettano ricordi personali e familiari di papà; pensavo di illustrarne alcuni attraverso poesie e brani di autori a lui cari, ma grazie ai saluti iniziali me ne sono venuti in mente due fuori programma, che però illustrano un aspetto importante di papà: la capacità di ridere, anzitutto di se stesso e del proprio mondo.
Nel salutare il Magnifico Rettore mi sono ricordato che al momento della mia iscrizione alla Sapienza avevo chiesto a papà: che senso hanno, ormai, appellativi come “Magnifico”? Non è ridicolo per lo stesso Rettore? Non sarebbe ora di abolire questa roba medievale? Mi rispose: non so, secondo me alcuni Rettori si fanno eleggere, anche oggi, proprio per farsi chiamare Magnifico.
Risi di cuore con lui.
Il secondo ricordo ridanciano me l’ha stimolato la varietà dei mondi qui presenti o rappresentati: successori di papà alla presidenza dell’azione cattolica e molti dirigenti e soci, successori di papà alla vicepresidenza del Consiglio Superiore, magistrati e giuristi, universitari.
Una volta papà mi disse: nella vita associativa e professionale ho avuto a che fare con preti, professori universitari, e da ultimo anche magistrati; a volte mi chiedo in quale dei tre gruppi accada piú rapidamente che, quando qualcuno si allontana, gli altri comincino a parlar male di lui.
Papà me lo diceva ridendo, come se con i mondi in cui era vissuto prendesse in giro un po’ anche se stesso.
Ma non amava il potere e non l’ho mai sentito parlar male di nessuno.
Una volta, su mia richiesta, mi disse che il segreto per non parlar male degli altri era semplice: bastava non pensare male degli altri.
Bastava ammettere onestamente che in analoghe condizioni ci comportiamo spesso nello stesso modo, e a volte peggio.
Il terzo ricordo riguarda l’importanza del lavoro.
L’ultima volta che vidi papà fu il 3 agosto 1979, quando partii per andare a lavorare nel New Jersey, ai laboratori di ricerca Bell.
Né lui né io lo sapevamo, ma quella fu l’ultima volta che ci parlammo.
Papà richiamò la centralità del lavoro come vocazione primaria, come modo principale, per un cittadino e per un cristiano, di contribuire al bene comune e alla costruzione di un mondo piú libero e piú giusto.
Mi disse con chiarezza che le tante cose buone di cui mi ero occupato fino alla laurea –associazionismo cattolico, musica, politica– erano importantissime, ma avrebbero perso ogni valore se fossero servite a mascherare o compensare una scarsa capacità, o, peggio, diligenza nel proprio lavoro.
Mi consigliava dunque, almeno per qualche anno, di occuparmi esclusivamente e con tutte le energie della mia vocazione professionale, la fisica, affinare le mie capacità: solo in questo modo i miei ideali sarebbero rimasti credibili.
Questa esortazione, per lui davvero rara (non credo mi abbia fatto piú di due o tre prediche in tutta la mia vita) veniva rafforzata dalla citazione di due autori a lui molto cari.
Uno era Gandhi: Se quando si immerge la mano nel catino dell’acqua, se quando si attizza il fuoco col soffietto, se quando si allineano interminabili colonne di numeri al proprio tavolo di contabile, se quando, scottati dal sole, si è immersi nella melma della risaia, non si realizza la stessa vita religiosa di quando ci si trova in preghiera in un monastero, il mondo non sarà mai salvo.
L’altro brano l’ho da poco citato rispondendo a un articolo del Tempo, che criticava l’assenza dell’indicazione dei colpevoli dalla lapide di papà che è qui alla Sapienza.
L’articolo trovava riduttiva la frase “ucciso nell’adempimento del proprio dovere”; a me invece, ricordando questo brano di Martin Luther King caro a papà, sembrava per lui il migliore degli epitaffi.
Il brano diceva: Noi siamo sfidati da ogni parte a lavorare instancabilmente per raggiungere l'eccellenza nel nostro lavoro.
Non tutti gli uomini sono chiamati a lavori specializzati o professionali; anche meno sono quelli che si elevano alle altezze del genio nelle arti e nelle scienze: la maggior parte è chiamata a lavorare nei campi, nelle fabbriche o sulle strade.
Ma nessun lavoro è insignificante.
Ogni lavoro che fa crescere l'umanità ha la sua dignità e la sua importanza, e dovrebbe essere intrapreso con diligenza e perfezione.
Se un uomo è chiamato ad essere uno spazzino, egli dovrebbe pulire le strade proprio come Michelangelo dipingeva, o Beethoven componeva musica, o Shakespeare scriveva poesia.
Dovrebbe pulire le strade cosí bene che tutte le legioni del cielo e della terra dovrebbero fermarsi per dire: qui è vissuto un grande spazzino, che faceva bene il suo lavoro.
Il quarto ricordo di papà riguarda la capacità di ascoltare di papà come padre, di guardare e rispettare noi figli, di considerare insomma la libertà come l’unico terreno nel quale potesse davvero crescere il bene e la verità.
Diceva che la nostra Chiesa aveva variamente interpretato il difficile rapporto fra verità e libertà; con l’ultima enciclica di Giovanni XXIII, Pacem in Terris, ne aveva da ultimo riscoperto la centralità (la pace tra tutte le genti è fondata sulla verità, sulla giustizia, sull’amore e sulla libertà), e poi, soprattutto col Concilio, la cifra stessa del rapporto di Dio con le sue creature e di Gesú con i suoi discepoli: amare, accompagnare, aiutare i figli a rialzarsi, ma rispettandone la libertà e godendo della loro progressiva autonomia.
Ci ho ripensato quando Giovanni Paolo II a Parigi, nel 1996, dichiarò solennemente che libertà, uguaglianza e fraternità erano valori evangelici.
Papà amava la libertà di noi figli.
Io come padre temo di essere molto meno bravo nell’ascolto e nella discrezione della guida e degli interventi educativi.
Mi resta almeno un modello cui tentare di assomigliare un po’.
L’ atteggiamento educativo di papà è ben espresso da una poesia che gli piaceva molto, tratta dal libro “Il Profeta”, di Khalil Gibran.
I vostri figli non sono i vostri figli: essi sono i figli e le figlie della vita che anela a proseguire.
Essi vengono attraverso voi, ma non da voi, e anche se sono con voi, non vi appartengono.
Voi potete dar loro il vostro amore, ma non i vostri pensieri, perché essi hanno i loro pensieri.
Voi potete dare una casa al loro corpo, ma non alla loro anima, perché la loro anima abita nella casa del domani, che voi non potrete visitare, nemmeno nei vostri sogni.
Voi siete gli archi da cui i vostri figli, come frecce viventi, sono lanciati.
L'Arciere vede la mira sulla via dell'infinito, ed Egli vi piega con la sua forza perché le sue frecce vadano veloci e lontane.
Che la vostra curvatura, nella mano dell'Arciere, sia gioiosa: perché, come ama la freccia che vola, Egli ama l'arco che è stabile.
E’ difficile indovinare quel che direbbe oggi papà: dell’Italia, della Chiesa, del mondo.
Aver privato l’Italia e la Chiesa di voci come la sua le ha rese decisamente piú brutte, e rende piú difficile il nostro discernimento.
Tuttavia, in un un tempo nel quale anche molti progressisti e molti cristiani hanno indossato l’abito dei profeti di sventura cui Giovanni XXIII invitava a non dar retta aprendo quasi cinquant’anni fa il concilio, io sono quasi sicuro che papà non si unirebbe al coro delle cornacchie; che ci inviterebbe, invece, a notare in quanti aspetti il mondo di oggi sia piú ricco, piú comunicativo e piú libero di quello di ieri e l’altroieri, e ad essere certi che, col nostro impegno e con l’aiuto di Dio, il mondo di domani sarà anche piú bello di quello di oggi".
13 febbraio 2010 in “www.unità.it” del 14 febbraio 2010
Giovanni Bachelet |12.02.2010
originale12888.jpg
Ad "avere attenzione alla realtà dell'uomo di oggi senza chiudersi nell'alterigia del fariseo (...) ed essere non fazione tra fazioni, non organizzazione di potere, ma sale e luce del mondo", come diceva nel 1966 ai presidenti diocesani, lo aiutava la piena intesa col Papa e con l'assistente nazionale, monsignor Franco Costa, ispiratori di un'intera generazione di preti e laici innamorati della libertà e della democrazia e, dopo la guerra e la Resistenza, della Repubblica, della Costituente e della Costituzione.
Solo a un presidente e un assistente tanto concordi nella distinzione di compiti fra clero e laici, quanto refrattari a ogni faziosità e favoritismo, poteva riuscire il miracolo di accompagnare l'emersione di diversi punti di vista, fisiologicamente associati all'avvento della democrazia associativa, con la "continua crescita di uno stile di fraternità e di libertà, di uno sforzo di costruzione", che mio padre registrava con gioia nel suo ultimo discorso all'Azione cattolica nel 1973.
Molte di queste cose le ho capite meglio dopo.
Allora, fra elementari e liceo, don Costa era per me un prete genovese col quale si andava in montagna insieme ad altre famiglie; un vescovo che scherzava volentieri e, per esempio, impediva a noi bambini di baciargli la mano, improvvisando un esilarante, inatteso braccio di ferro.
Sapevo che era assistente nazionale dell'Azione cattolica e che c'era un concilio in fase di attuazione; tuttavia in quel gruppo di montanari cambiare lingua dal latino all'italiano e introdurre tre letture, il segno della pace o la chitarra, parevano cose altrettanto naturali che il mio passaggio dalle elementari alle medie al liceo; solo da grande mi resi conto che, altrove, quegli stessi passaggi conciliari erano stati vissuti con minor naturalezza e talora con forti resistenze.
Solo da grande, grazie ai racconti di mamma, appresi ad esempio che Bruno Paparella, segretario generale dell'Azione cattolica mentre mio padre era presidente, spesso a pranzo a casa nostra e noto a noi bambini soprattutto per i suoi scherzi, non era proprio entusiasta del nuovo cammino conciliare.
Evidentemente in quegli anni, dietro il fraterno e pacifico cammino conciliare dell'Azione cattolica (e con essa gran parte della Chiesa italiana), c'era molta fede, ma anche molta capacità di ascolto, intesa coi pastori, umiltà nell'accettare un progresso fatto di piccoli passi.
La consegna era quella di portarsi appresso tutti:  trasferire gradualmente e senza strappi all'intero popolo di Dio "privilegi" anticamente riservati al clero e, fino al concilio, accessibili al massimo a universitari o laureati cattolici, come la preghiera delle ore, la lettura e il commento della Bibbia, la comprensione e la partecipazione piena alla liturgia eucaristica.
Il senso dell'umorismo spingeva spesso mio padre a sorridere, anziché piangere, sulla lentezza e l'ansietà nella realizzazione del dettato conciliare.
Sorrideva quando un vecchio parroco concluse l'omelia con una postilla a sorpresa, del tutto avulsa dalle letture del giorno:  "Io la moglie per i preti non ce la vedo! Sia lodato Gesù Cristo".
Sorrideva nel ricordare sommessamente a un amico vescovo che "in democrazia non basta aver ragione, ma occorre anche farsela dare dal 51 per cento degli elettori".
Sorrideva anche quando i vescovi italiani fissavano una riunione plenaria della loro conferenza proprio alla vigilia di una scadenza elettorale, malgrado la distinzione conciliare fra comunità politica e Chiesa:  dopo secoli di trono e altare - diceva - ci vuole almeno qualche decennio a cambiare abitudini...
Sulla centralità della competenza e della conoscenza, sulla legittima pluralità di vedute in molti campi dell'agire umano, sulla chiara distinzione di ruoli fra comunità politica e Chiesa della Gaudium et spes si basava la "scelta religiosa" dell'Azione cattolica.
"Nel momento in cui l'aratro della storia scavava a fondo rivoltando profondamente le zolle della realtà sociale italiana che cosa era importante? Era importante gettare seme buono", diceva papà.
Dunque la Chiesa, e con essa l'Azione cattolica, dovevano concentrarsi sulla propria missione primaria:  evangelizzare o rievangelizzare il mondo in rapido mutamento.
Ma questa scelta non implicava affatto il ritorno dei laici nelle sacrestie e il disprezzo per la politica:  al contrario, si fondava sul rispetto della sua autonomia e sull'apprezzamento della sua insostituibile funzione, tanto che Paolo VI la definì addirittura "la più alta forma della carità".
Per carattere e vocazione, però, mio padre amava molto l'università e l'Azione cattolica, meno la politica e la Democrazia Cristiana.
Certo votava per quel partito, convinto che "i pochi che ci assomigliano sono lì", ma credo che, pur non immaginando che quattro anni dopo gli sarebbe costata la vita, nel 1976 papà abbia vissuto la candidatura nella "nuova Dc" di Moro e Zaccagnini più come dovere che come piacere.
Fu eletto al Comune di Roma e poco dopo il Parlamento lo designò per il Consiglio Superiore della Magistratura, dove fu eletto vicepresidente.
In quegli anni alcuni politici, tuttora vispi e attivi, avevano coniato lo slogan "né con lo Stato né con le Brigate Rosse"; c'era anche chi tramava nell'ombra, fra logge e bombe sui treni.
Stare con la magistratura richiedeva coraggio.
Come poi si vide.
Don Abbondio sosteneva che il coraggio, uno, non se lo può dare.
Il cardinale Borromeo lo sgridava chiedendo:  "Non pensate che (...) c'è Chi ve lo darà infallibilmente, quando glielo chiediate? Credete voi che tutti que' milioni di martiri avessero naturalmente coraggio?" (I promessi sposi, xxv).
Mio padre trovava coraggio e forza nel Signore, come Gedeone, come Bonhoeffer da lui citato all'ultima assemblea del 1973:  "Io credo che Dio, in ogni situazione difficile, ci concederà tanta forza di resistenza quanta ne avremo bisogno.
Egli però non la concede in anticipo, affinché ci abbandoniamo interamente in lui e non in noi stessi.
Ogni paura per il futuro dovrebbe essere superata con questa fede".
Questa fede a noi figli è apparsa, fin da piccoli, nella preghiera dei genitori, papà e mamma insieme.
In loro la preghiera appariva un bisogno primario come il cibo o il sonno:  preghiera antica e moderna, salmi e rosario e compieta, italiano e latino.
La mattina, la sera, prima di mangiare, in viaggio.
In uno dei ricordi più dolci dell'infanzia ci sono papà e mamma inginocchiati vicino al mio letto e, prima che il sonno prevalga, sento le parole di una delle loro preghiere della sera:  Oremus pro pontifice nostro Ioanne...
da allora abbiamo pregato per Paolo, per Giovanni Paolo, e, oggi, per Benedetto; abbiamo amato e amiamo il Papa non perché, come disse una volta papà, si chiama Giovanni o Paolo, ma perché si chiama Pietro.
Qualche giorno fa mamma mi ha detto di aver trovato in casa un libretto che in trent'anni non aveva mai notato:  Fede e futuro, che Papa Benedetto ha scritto da giovane, pochi anni dopo la fine del concilio.
Due brani erano sottolineati a matita da papà.
Il primo diceva:  "Solo chi dà se stesso crea futuro.
Chi vuol semplicemente insegnare, cambiare solo gli altri, rimane sterile".
L'altro brano, nell'ultimo paragrafo intitolato Il futuro della Chiesa, diceva:  "Il futuro della chiesa (...) non verrà da coloro che prescrivono ricette (...) o invece si adeguano al momento che passa (...) o criticano gli altri e ritengono se stessi una misura infallibile (...) o dichiarano sorpassato tutto ciò che impone sacrifici all'uomo (...) Anche questa volta, come sempre, il futuro della chiesa verrà dai nuovi santi".
La fede, l'amore e l'obbedienza risultano purtroppo incomprensibili a molti di quelli che guardano alle vicende della Chiesa dal di fuori e credono di vederci dentro solo una gigantesca partita a scacchi.
Papà era invece convinto che "cristiani franchi e liberi possano vivere nella Chiesa di oggi e di domani nell'obbedienza e nella pace, proprio come Angelo Roncalli, prete, vescovo e Papa libero e fedele, perché ha avuto fede non nella sua forza ma in quella dello Spirito che guida la Chiesa".
Ne sono convinto anch'io, e, a trent'anni dalla morte di mio padre, chiedo al Signore per me e per i miei figli, per i laici e per i preti della mia Chiesa fede e coraggio, obbedienza e pace.
(©L'Osservatore Romano - 12 febbraio 2010) "Il Signore disse a Gedeone:  "La gente che è con te è troppo numerosa, perché io metta Madian nelle sue mani; Israele potrebbe vantarsi dinanzi a me e dire:  La mia mano mi ha salvato.
Ora annunzia davanti a tutto il popolo:  Chiunque ha paura e trema, torni indietro"" (Giudici, 7, 1-3).
Con mia madre e mia sorella scegliemmo questi versetti, molto cari a papà, per accompagnare la sua foto.
Gedeone, seguendo le istruzioni del Signore, rimanda a casa trentaduemila uomini e ne tiene con sé solo trecento.
Con loro, armati di brocche, trombe e fiaccole accese - e grande coraggio, fondato sulla parola del Signore - irrompe di notte nel campo dei madianiti, che, presi dal panico, fuggono in disordine.
 Ci voleva coraggio e fede per accettare a trentatré anni, da Giovanni xxiii, e a trentotto, da Paolo VI, la vicepresidenza e poi la presidenza dell'Azione cattolica, col formidabile mandato di attuare in Italia il concilio.
Per far entrare la Bibbia e la nuova liturgia in ogni famiglia e in ogni parrocchia.
Per trasformare l'Azione cattolica in un laboratorio della Chiesa di domani, un'inedita combinazione di democrazia interna (con capi eletti dai soci e non rinnovabili per più di due mandati) e serena fedeltà ai Pastori (titolari anche nel nuovo statuto di un ruolo decisivo nelle scelte importanti).
Per concentrarsi sul Vangelo e sulla formazione cristiana, restituendo l'impegno politico - e lo sport, e altre cose buone per le quali l'Azione cattolica aveva fino a quel momento svolto una preziosa opera di supplenza - all'autonoma responsabilità dei laici.
Per voltare pagina rispetto a quelli che Mario Rossi aveva definito "i giorni dell'onnipotenza", al prezzo di una dolorosa cura dimagrante numerica e finanziaria.
Ci volevano il coraggio e la fiducia che nel Signore aveva avuto Gedeone.

 

ESORTAZIONE APOSTOLICA “GAUDETE ET EXSULTATE” DI PAPA FRANCESCO  

«ICA»: chi siamo? Newsletter La redazione