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Enzo Bianchi |06.10.2011
PRIMA SEDUTA VOTAZIONI PRESIDENTE SENATO DELLA REPUBBLICA



Non è mai stato facile essere un cattolico impegnato in politica se si prendono sul serio i tre termini: «cattolico», «impegnato» e «politica». Ma nella ormai lunga stagione della cosiddetta Seconda Repubblica tutto è sembrato complicarsi ancor di più: non perché è venuto meno il partito dei cattolici, ma perché da quasi due decenni sono stati dimenticati o contraddetti alcuni dati fondamentali che avevano guidato i laici cattolici nel loro servizio alla polis, almeno a partire dalla feconda stagione costituzionale repubblicana. Penso all’autonomia delle scelte politiche, da assumersi rispondendo alla propria coscienza, formatasi alla scuola della dottrina sociale cattolica e alle indicazioni provenienti dai documenti conciliari; o alla perdita di eloquenza dei cristiani adulti, ignorati quando non zittiti o irrisi da chi non perdeva occasione per esprimersi in loro vece; o ancora alla messa in discussione del concetto stesso di attività politica: la mediazione, la negoziazione, la convergenza verso il bene comune che sovente deve accontentarsi di denunciare il male e porvi un limite, scegliendo il bene possibile sempre in obbedienza ai principi della democrazia e della pluralità della società che può esprimersi solo con il criterio della maggioranza.
Ora che le chiare parole della presidenza della Conferenza episcopale italiana - ancora una volta accolte da alcuni come tardive, considerate da altri come interferenze indebite, strumentalizzate  a proprio beneficio da altri ancora - hanno aperto scenari più movimentati, il pensiero di molti commentatori è parso appiattirsi su una sola domanda: si va o no verso un nuovo partito cattolico? Credo che a insistere solo su questo interrogativo si faccia un torto sia ai vescovi, che hanno volutamente mantenuto il discorso in termini prepolitici, sia ad alcuni, pochi invero, laici cattolici che in tutti questi anni non hanno smesso di ricercare una sintesi concreta e affidabile tra la loro fede cristiana e le scelte politiche ed economiche da proporre al Paese intero per una migliore convivenza civile. Questo non nega un’afonia di molti cattolici, incapaci di esprimersi e di mostrarsi come ispirati dal vangelo, non nega la grave incoerenza tra vita politica ed etica cristiana  mostrata da altri cattolici, e soprattutto non nega che molti di essi avrebbero potuto già da tempo uscire dal silenzio con eloquente parresia. Che tristezza sentir confessare solo in questi giorni: «Tre parole in più forse noi cattolici avremmo potuto dirle!».
Il problema è ben più ampio di una scelta di schieramento o di alleanze strategiche: si tratta di una rinnovata assunzione di responsabilità verso la collettività, che tenga conto delle mutate condizioni sociali, economiche, demografiche e storiche in Italia e in occidente, ben lontane dall’essersi stabilizzate. Di fronte alle nuove sfide che la politica in senso alto - cioè la gestione della  polis nel presente con lo sguardo proteso alle future generazioni e la mente memore delle lezioni del passato - pone non solo al nostro Paese ma al villaggio globale di cui ormai siamo parte  consapevole, pare necessario più che mai uno spazio organico di confronto tra cristiani - magari anche non solo cattolici... - in cui cercare di discernere come coniugare le istanze evangeliche con il vissuto quotidiano di una società che ormai è ben lungi dall’essere cristiana nella sua totalità. Un luogo in cui quanti hanno a cuore il bene comune e ritengono di avere delle capacità per servirlo, possano formarsi in vista dell’indispensabile dialogo con chi non condivide le stesse convinzione di fede e dell’altrettanto ineludibile azione comune nella società e per il suo benessere morale e materiale.
Quando il cardinal Bagnasco auspica «un soggetto culturale e sociale di interlocuzione con la politica che - coniugando strettamente l’etica sociale con l’etica della vita - sia promettente grembo di futuro, senza nostalgie né ingenue illusioni», dovrebbe essere abbastanza chiaro dalle sue stesse parole che non sta propugnando un partito tanto meno progettando un governo ma, appunto, un interlocutore con la politica: una voce cristiana che, come tale, possa anche manifestarsi articolata e modulata, farsi voce dei senza voce, porre parole e gesti profetici, anche a costo di risultare  sgradita a molti. Da anni segnalo l’esigenza sempre più diffusa tra molti laici cattolici di un «forum», di uno strumento organico dei credenti in cui fare insieme opera di discernimento di  problemi, situazioni critiche e urgenze presenti nella polis, per verificarle alla luce del vangelo e per smascherare al contempo gli «idoli» che sovente seducono anche i cristiani.
Una riflessione che resti tuttavia nell’ambito pre-politico, pre-economico, pre-giuridico: tradurre poi gli aneliti evangelici - realtà ben più esigente dei «valori», a volte così mutevoli nelle loro priorità - in concrete opzioni attraverso leggi e norme spetterà a quanti si impegnano all’interno delle diverse forze politiche, in modo conforme alla propria coscienza, alla storia personale e alla lettura delle vicende che hanno contribuito a rendere il nostro Paese quello che oggi è.
Forse in questo dovremmo essere anche più attenti alle esperienze di altri paesi, europei in particolare, dove la presenza e l’influenza dei cristiani in politica è meno preoccupata di etichette o di certificati di garanzia e più sollecita nell’esprimere i propri convincimenti con un linguaggio e un’azione capaci di essere compresi e condivisi anche al di fuori delle mura confessionali. Non si tratta di ricreare le scuole-quadri, ma di fornire opportunità di riflessione e di formazione di un’opinione il più possibile aderente al messaggio evangelico e al suo farsi carico di ogni essere umano, a partire dal più debole, povero e indifeso.
Sì, per tornare ai tre termini da cui abbiamo preso spunto, il rapporto tra un cattolico e la politica - basato sull’imprescindibile riconoscimento della laicità dello stato - comporta l’impegno, l’assunzione di responsabilità, la scelta consapevole di non ricercare successi o vantaggi personali, di non perseguire privilegi di sorta, nemmeno per conto terzi, ma piuttosto di percorrere giorno dopo giorno, magari mutando il passo e scegliendo nuovi sentieri, il faticoso eppur appassionante «camminare insieme» con tutti gli uomini e le donne di buona volontà, per il bene anche di chi volontà buona ne ha poca o nulla.


 


in “La Stampa” del 2 ottobre 2011

 
Agnès Rotivel |06.10.2011
CRISTIANI

Iraq, Siria. Dall'invasione americana dell'Iraq nel 2003, il paese si è letteralmente svuotato dei suoi cristiani, diventati bersagli di gruppi islamisti e totalmente marginalizzati dai nuovi organismi al potere. Con la morte nel cuore, sapendo di non tornare più, hanno lasciato il loro paese con la speranza di trovare rifugio in Occidente, negli Stati Uniti, in Canada o in Europa, almeno i più fortunati. Ma molti aspettano ancora in Siria, ad Aleppo o nelle periferie di Damasco, dove spesso sono aiutati dalle Chiese locali.
I cristiani siriani sono stati i primi testimoni di questo esilio. Temono di essere a loro volta vittime di una islamizzazione del paese. “I cristiani hanno paura, riconosce l'intellettuale di Damasco Faruk Mardam-Bey in esilio a Parigi, perché assimilano il discorso del regime secondo il quale la contestazione è unicamente islamista.” Il che è falso, molti cristiani hanno partecipato alle manifestazioni fino a che il regime non ha minacciato rappresaglie contro le loro famiglie.
È vero che sono stati a lungo “protetti” dal regime di Hafez Al Assad e di suo figlio Bachar, ma così i cristiani ne sono anche ostaggi. “La sensazione di fragilità dei cristiani, prosegue Faruk Mardam- Bey, viene dal fatto che all'indipendenza della Siria, nell'aprile 1946, erano il 15%, mentre oggi sono solo il 6%.” Nei sistemi politici autoritari, i loro diritti e la loro esistenza si basano sul buon volere del dittatore.
In Iraq come in Siria il regime in difficoltà non esita a far pagare questa “fedeltà” alle minoranze che “protegge”. Lo statuto dei cristiani nel mondo arabo oggi non differisce da quello di dhimmi, che veniva loro riservato nell'impero ottomano dove un trattato di resa (dhimma) determinava i diritti e i doveri dei non-musulmani. La situazione è diversa in Libano, dove la Costituzione garantisce ai cristiani una rappresentanza nelle istituzioni politiche, indipendentemente dalla loro importanza numerica.
“Il regime siriano oggi tenta di provocare una guerra civile tra comunità. È un vero miracolo che questo tentativo non sia ancora riuscito”, spiega Samar Yazbek, scrittrice siriana in esilio a  Parigi da luglio. Lei appartiene alla minoranza alawita. “La ribellione fa molta attenzione a non lasciarsi trascinare, a non cadere nella trappola tesa dal potere. I comitati di coordinamento,  prosegue, cercano di fare in modo che gli slogan vadano in questo senso: Tutti uniti, né cristiani, né alawiti, tutti siriani.” Afferma che le direzioni dei diversi comitati di coordinamento della  ribellione pubblicano dei comunicati per rassicurare le comunità.
Le dichiarazioni del nuovo patriarca maronita e libanese, Mons. Béchara Raï, a Parigi, hanno scioccato molti siriani. “Vorrei che si desse maggiore possibilità a Bachar Al-Assad”, aveva confidato in un'intervista a La Croix il 9 settembre 2011. Il patriarca aveva incitato a guardarsi “dal leggere la realtà orientale con una visione occidentale. Assad ha dato avvio ad una serie di riforme, aggiungeva, e bisogna dare maggiore possibilità al dialogo interno per evitare la violenza e la guerra. Non si tratta per noi di sostenere il regime. Quello che temiamo, è la transizione...”
Sicuramente, l'avvenire è incerto, in Siria come ovunque, per tutti i cristiani del mondo arabo. Come lo è in Siria per coloro – sunniti, alawiti o cristiani – che lottano contro la brutalità di un  regime disposto a tutto per restare al potere, anche a commettere le peggiori atrocità. E che rifiuta tutti gli inviti al dialogo.
Michel Kilo è un cristiano oppositore di lunga data del regime siriano. Imprigionato più volte sia dal padre che dal figlio Assad, ha pubblicato un articolo il 12 agosto sul quotidiano libanese As- Safir, in cui ha invitato le Chiese della Siria a prendere coscienza di quella che lui considera una “deriva”: i cristiani che hanno l'impressione di non avere altra scelta per sottrarsi  all'islamizzazione del mondo arabo che ottenere la protezione dei dittatori, non hanno anch'essi la loro parola da dire nella democratizzazione del mondo arabo?



in “La Croix” del 3 ottobre 2011 (traduzione: www.finesettimana.org)


 


 


ALTRI CONTRIBUTI


 



""Quasi 100 000 copti hanno lasciato l'Egitto dal mese di marzo 2011" Naguib Gébraïl, presidente dell'Unione egiziana dei diritti umani... attribuisce queste partenze obbligate al timore per le azioni e le minacce dei salafiti...La disoccupazione, principale causa di emigrazione, colpisce anche i musulmani... In molte chiese, i predicatori esortano i loro fedeli a non lasciare il paese: "Dobbiamo ricostruire l'Egitto con i musulmani moderati. È un dovere nazionale."


"Del Zanna ci conduce così nel cuore dei problemi attuali: se speriamo in un Medio Oriente pacifico, pluralista e democratico, dobbiamo evitare soluzioni traumatiche e conflitti senza fine, favorendo la convivenza tra le diverse componenti della società civile mediorientale. "


"L' Egitto non è un Paese per cristiani. O almeno rischia di non esserlo più visto il potere sempre più forte delle correnti salafite salite alla ribalta dopo l'uscita di scena di Mubarak, in febbraio. Secondo l'Unione egiziana delle organizzazioni per i diritti umani, l'aumento delle tensioni religiose ha portato oltre 100 mila cristiani a lasciare il Paese. Una fuga-esodo che potrebbe portare a modificare gli equilibri demografici interni e la stabilità economica."

 


 





 

 IRC»Didattica    
editore |05.10.2011

E' in linea un nuovo sito web, denominato “Risorse per docenti dai progetti nazionali”, costituito da una raccolta di percorsi e materiali disciplinari progettati per supportare concretamente i docenti nella pratica di una didattica innovativa. Lo rende noto l'Ansas, Agenzia nazionale per lo sviluppo dell'autonomia scolastica, presentando questo innovativo strumento per l'aggiornamento in servizio degli insegnanti.


Lo spazio on line ripropone, al di fuori dagli ambienti ad accesso riservato per i quali era stata creata, l'offerta formativa complessiva dei Piani nazionali di formazione per le aree scientifico-matematica e linguistica (Poseidon, Italiano, Lingue, Educazione Scientifica, m@t.abel).


Il nuovo sito, poi, recupera e mette a disposizione anche le proposte didattiche sviluppate per il “Piano nazionale Qualità e Merito – Pqm”, il quadro di interventi a sostegno della qualità dell'insegnamento che, prendendo le mosse dalle carenze dei risultati di recenti indagini internazionali, punta a diffondere un sistema di misurazione e valutazione degli apprendimenti di base (Italiano e Matematica).


Il sito offre anche un'ulteriore risorsa per lo sviluppo professionale dei docenti, con il collegamento diretto alle presentazioni e ai materiali sviluppati dall'Invalsi nell'ambito del “Piano di informazione e formazione sull'indagine OCSE-PISA e altre ricerche nazionali e internazionali”.


La piattaforma appena messa online si rivolge "principalmente ai professori di italiano, lingue straniere (anche classiche), matematica, fisica, chimica e scienze, che vengono sfidati a intraprendere un itinerario di evoluzione formativa e di riflessione sulle discipline e sul loro insegnamento".


Ogni percorso presente sul sito è corredato da un'ampia varietà di strumenti, materiali di studio, suggerimenti, unità teoriche di approfondimento, video-lezioni, simulazioni, test e prove per la verifica degli apprendimenti.




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tuttoscuola.com

Dossier - La Redazione |02.10.2011
politi

 




 


De Rita: “È ora, un cattolico torni a guidare il Paese”
intervista a Giuseppe De Rita, a cura di Fabio Martini
in “La Stampa” del 30 settembre 2011


Ma davvero la Chiesa italiana sta preparando un’Opa sul futuro centrodestra? Giuseppe De Rita sorride: «I tempi della Chiesa e del mondo cattolico sono molto lenti. In queste settimane sembra che  siano in atto delle accelerazioni, ma è in corso una ruminazione», eppure alla fine di questo pensamento il fondatore del Censis, che sarà uno dei relatori del convegno di Todi promosso dalla Cei, pone un traguardo ambizioso: è ora che un cattolico, un giovane cattolico, torni alla guida del Paese. Classe 1932, fondatore del Censis, De Rita da 40 anni è lettore profetico della realtà sociale, ma anche un cattolico liberale che ha sempre seguito con attenzione le vicende della Chiesa.



Nell’ultima prolusione il cardinale Bagnasco lascia capire che la Cei intende star dentro la stagione che si aprirà con l’uscita di scena di Berlusconi: è così?
«La Chiesa sta ruminando la fine di tre cicli. La conclusione del ciclo berlusconiano. Quella di un centrodestra che non è riuscito ad essere un vero centrodestra, dal mercato ai valori. E rumina anche la fine del ciclo della soggettività, che certo ha creato grandi cose - la piccola industria, il lavoro indipendente e professionale, tutto il “fai da te” italiano - ma ha generato anche il soggettivismo etico: ciò che deprime, asciuga comportamenti e valori».


Ruminare per arrivare dove?
«Non se ne uscirà, dicendo: fate il partito cattolico che tutto risolve. Il mondo cattolico non è un mondo unitario, perché comprende la dimensione ecclesiale e parrocchiale, una realtà di grandi associazioni categoriali e poi c’è quella decina o centinaio di persone che fanno politica in senso professionale che però rappresentano sempre meno gli altri mondi, come facevano i politici democristiani. Tutto questo meccanismo non è ancora in grado di esprimere una linea politica. Ma in due anni sono stati fatti molti passi avanti. Tre anni fa non sarebbe stato possibile neppure  fare Todi: per farlo bisognava chiedere il permesso a Bertone. Invece lo si farà e con una grande partecipazione».



E’ finita la stagione nella quale la Chiesa faceva lobby per questa o quella legge?
«Io non ho mai amato la Chiesa che fa lobby però quando nel 1994 saltano tutti gli equilibri, alla fine hanno detto: vediamo quali sono gli interessi. Ruini l’ha illustrata come una svolta di cultura  ed era una svolta di lobbismo, ma non è stato un errore grave, perché sarebbe rimasta soltanto una Chiesa di testimoni, di gente che non voleva sporcarsi le mani».



Si dice: esce Berlusconi e la Cei favorirà la nascita di un nuovo partito più vicino alla Chiesa...
«Non è detto che i cattolici italiani, ruminando, si trovino alla fine nel Ppe. Ma penso che l’unica possibile collocazione dei cattolici sia nel centrodestra. Non è soltanto un posizionamento tattico,
perché lì c’è da prendere l’eredità di Berlusconi, ma per effetto di un rapporto costante con la società, i cattolici sono sempre stati una parte moderata».



Nel Pd l’amalgama non è riuscita? Le pare che i cattolici, se non facevano come certi leader dei partiti contadini dell’Est, rischino di finire un po’ emarginati?
«Quelli della sinistra cattolica, da Mattei a De Mita, erano moderati che guardavano a sinistra. Ma se tu li metti in un partito che non può dichiararsi moderato, o fanno casino, o fanno prevalere le posizioni personali: da Bindi a Franceschini, da Letta a Fioroni, non riescono ad avere una posizione comune non solo per protagonismo ma perché non è possibile avere una posizione di sinistra cattolica».


Cosa spera che prenda corpo da tutto questo nuovo fermento?
«In Italia abbiamo avuto, oltre a quella cattolica, due grandi eredità fondanti: quella laicorisorgimentale, espressa da Ciampi; quella comunista che è stata portata dentro la cultura e l’identità italiana da Napolitano. Gli ultimi due Presidenti esprimono identità del passato. Ciò di cui l’Italia ha bisogno non è un Presidente cattolico od ex Dc in quanto tali, ma che faccia identità in avanti. Un cattolico di 40-45 anni. Se la Chiesa si mettesse in testa una cosa di questo genere potrebbe dire: guardate, noi non c’entriamo, quel che conta è l’identità nuova, la cultura fondante del futuro dell’Italia e chi la impersonerà. Questa è una buona carta per ricominciare a far politica».


 


 


 


 


Il mondo cattolico alle prese con il nuovo
di Marco Follini
in “Corriere della Sera” del 1° ottobre 2011


Caro direttore, come attesta anche il confronto avviato sulle colonne del Corriere della Sera i cattolici hanno avuto meriti straordinari nella storia repubblicana. Sono stati i democristiani a dare l'impronta più profonda alla nostra democrazia e ad incamminare il nostro Paese lungo un percorso di modernità. Meriti che le cronache non proprio esaltanti degli ultimi anni fanno rifulgere  perfino di più.
Tutti questi meriti bastano a far pensare che a una nuova generazione di politici cattolici sia riconosciuto, non dico un privilegio, ma qualche diritto in più in vista dell'opera di ricostruzione del
nostro Paese? Non credo proprio. Non è scritto da nessuna parte che il nostro futuro debba somigliare al nostro passato, né che i discendenti di quella storia tanto gloriosa abbiano la strada spianata davanti a sé.
Occorre semmai ricordare che l'affermazione del movimento politico dei cattolici avvenne nel dopoguerra sotto il segno di due condizioni assai particolari. La prima condizione fu che quel movimento si presentò con un'idea ben precisa di come il Paese dovesse modellarsi. Tutto il lavoro di elaborazione che quella generazione aveva svolto (il codice di Camaldoli) aveva dentro di sé un'anima, una visione. Era un progetto lungamente e profondamente pensato. La seconda condizione fu che la vittoria era tutt'altro che scontata, e direi neppure prevista. Era un'idea del Paese, appunto, e non un'agenda di governo. Una ricerca libera e sofferta, e non una passeggiata sul  tappeto rosso. E quell'idea finì per mettere radici proprio perché il suo valore era nella sua  convinzione e non nella sua utilità. O meglio, l'utilità fu resa possibile dalla profondità della convinzione.
Qui sta oggi il punto debole. La nostra generazione non ha ancora prodotto la sua idea. Ci  aggrappiamo con gratitudine (e una certa furbizia) ai ricordi che il passato ci lascia in eredità.


Coltiviamo a grandi linee una sensibilità, un'attitudine verso una società inclusiva, verso un potere mite e limitato, verso un'economia sociale di mercato, verso politiche di coesione. Ma non c'è  un progetto, non ancora.
Direi che in una parola  ci manca largamente la consapevolezza di quanto il mondo sia cambiato in questi ultimi anni, e di quanto il suo cambiamento abbia messo fuori gioco le formule di una volta. Comprese le nostre. È novità la globalizzazione, e con essa l'idea che il nostro Paese debba trovare nella divisione internazionale del lavoro una sua più specifica vocazione. È novità (di  queste settimane, se così posso dire) il fatto che nell'economia globale possano fallire gli Stati, cosa mai neppure immaginata prima. È novità il declino di una politica munifica e generosa, di quella sorta di «democrazia della spesa» che ancora oggi fa parte dell'agenda della gran parte di noi. Tutte cose che il nostro stesso dibattito evoca di rado, semmai sfiora appena. E che invece  decideranno del destino italiano, e anche del nostro.
Dopo la guerra i cattolici si sono affacciati alla politica promettendo la libertà che il fascismo aveva violato e che il comunismo minacciava, offrendo solidarietà ai ceti più deboli, prospettando  la crescita dell'economia e contando che il potere pubblico mettesse a disposizione le risorse per fare tutto questo. Oggi il potere ci garantisce molto meno. È qui la cruna dell'ago in cui dovremo  cercare di passare.


 


 


ALTRI CONTRIBUTI


 



"I fermenti di responsabilità e partecipazione che emergono dal mondo cattolico sono un'importante novità positiva per l'Italia. Noi non cadremo mai nel ridicolo... di voler arruolare la Chiesa italiana... il Pd è un partito di laici e di cattolici, che riconosce i propri valori in quelli di un umanesimo forte, che ascolta con rispetto e attenzione le preoccupazioni della Chiesa riguardo alla vita del Paese, nella peculiarità del suo magistero"

 



"Una lettera aperta di nove esponenti del Pdl al cardinale Bagnasco pubblicata sulla seconda pagina di Avvenire (come «ulteriore importante contributo al dibattito») con un titolo significativo: «Il valore a tutto tondo di un'alta riflessione morale». Gli stessi nove politici, cattolici e laici... che nel pomeriggio hanno commentato positivamente quanto affermato dal segretario generale della Cei Mariano Crociata («La Cei non fa i governi né li manda a casa»)"


"La tensione verso l'unità è una forza ineliminabile della comunità cristiana.... Ma il pluralismo delle opzioni è anch'esso un portato del Concilio, espressione dell'ottimismo della fede e terreno di testimonianza. Come sciogliere allora il nodo? Il punto è che la risposta a questa domanda devono darla innanzitutto i laici. I laici credenti per ciò che compete alle loro coscienze e responsabilità. I laici non credenti nel concorrere a definire le offerte politiche. Sarebbe clericalismo attendere dai vertici ecclesiali la scelta dello schema A o B e rivolgersi solo a loro nel tentativo di condizionarli."

 



"Come già in altre occasioni, è stato il segretario di Stato, Bertone a offrire una sponda all'esecutivo in difficoltà... In Segreteria di Stato (più indulgente della Cei verso le bufere giudiziarie del premier) l'esecutivo di centrodestra «incassa» un'opportunità per rimanere l'interlocutore privilegiato"

 



"Le conseguenze di questo appello [di Bagnasco] sono più preoccupanti per il maggior partito del centrosinistra, all'interno del quale i cattolici manifestano da tempo il loro disagio, che non per il centrodestra, che pur essendo penalizzato dalla condanna dei «comportamenti licenziosi» di Berlusconi, ha nel post-democristiano Alfano un interlocutore qualificato per cercare di riallacciare il dialogo con le Gerarchie"


"la giustificazione storico-politica della nascita stessa del Partito democratico è stata la confluenza e l'incontro tra il riformismo cattolico e il riformismo socialista... Che cosa resta di quel mito fondativo? ... [anche se] il mondo cattolico è troppo vasto, articolato, frammentato e anche laicizzato perché si possa ragionevolmente pensare di ricondurlo a unità sul terreno della politica... il «soggetto culturale e sociale di interlocuzione con la politica» preannunciato da Andrea Riccardi... sarebbe con ogni probabilità un interlocutore esigente"


"«A proposito di rapporti tra Chiesa e politica. A 75 anni i vescovi danno le dimissioni. E i presidenti del Consiglio?». Il «tweet» di Popoli, mensile


 


 


 

editore |01.10.2011
forum

 


 


Seminario a Todi il 17 ottobre


 


L'unità ritrovata dei cattolici In campo 16 milioni di iscritti
di Paolo Conti
in “Corriere della Sera” del 1° ottobre 2011



«Perché siamo così tanti? Perché il mondo cattolico, se non è impegnato nel settore ecclesiale e mistico dedito alla preghiera e alla meditazione, si mette a lavorare in silenzio. L'assistenza ai meno abbienti, i patronati, la difesa dei lavoratori, le missioni anche in Italia. E le cooperative, come nel nostro caso: abbiamo creato la più grande realtà d'Italia e forse d'Europa nel settore». Luigi Marino, presidente di Confcooperative, non è un personaggio da talk-show. Però guida una nave ammiraglia da 3 milioni e 100 mila iscritti che (articolo i dello Statuto) si richiama «ai principi e  alla tradizione della dottrina sociale della Chiesa». Solo uno dei tasselli del vasto associazionismo cattolico «che nasce ed è innervato dal basso», come ha detto il segretario della Cisl Raffaele  Bonanni in una recente intervista al Corriere della Sera.
Quanto di più lontano dai riflettori della politica spettacolo. Quanto di più vicino a ciò che i partiti organizzati hanno smarrito: il legame col territorio, l'ascolto della base, la conoscenza e  l'analisi dei problemi quotidiani del lavoro, delle famiglie, dei giovani. Qualche cifra? Proprio la Cisl, con 4 milioni e mezzo di iscritti, è radicata in 1800 sedi sparse sul territorio. O la Coldiretti  presieduta da Sergio Marini, per parlare di un'altra realtà molto corposa. In quanto alle Acli, un milione di iscritti, le strutture territoriali ammontano a ben 8.100.
È lì che guarda il presidente della Conferenza episcopale italiana, cardinale Angelo Bagnasco, quando descrive «una sorta di incubazione» e quindi «la possibilità di un soggetto culturale e sociale  di interlocuzione con la politica che sia promettente grembo di futuro». Il mondo cattolico italiano si prepara al seminario convocato a Todi il 17 ottobre che si coagulerà intorno al «Forum delle  Persone e delle Associazioni di ispirazione cattolica nel mondo del lavoro» (11 milioni circa di associati complessivi) coordinato da Natale Forlani e attorno a «Retinopera», circa 5 milioni di italiani, l'associazionismo di base e del volontariato, a sua volta coordinato da Franco Pasquali.


Altre realtà importanti, ricche di storia. Basterà citare la Comunità di Sant'Egidio, fondata da Andrea Riccardi, con il suo prestigio internazionalmente riconosciuto anche nei teatri di guerra. E l'Azione Cattolica, gli scout dell'Agesci, Rinnovamento nello Spirito Santo, Movimento dei Focolari. E sono solo alcune sigle.
L'attesa per Todi è palpabile. Spiega Carlo Costalli, presidente del Movimento cristiano dei lavoratori: «Per la prima volta dal Concilio Vaticano II l'associazionismo cattolico si presenta unito  rispetto alle scadenze e alla crisi del Paese. In passato siamo stati fin troppo lacerati, e ciò è stato motivo di scandalo. Ora siamo chiamati ad essere propositivi per poter contare. C'è bisogno di discontinuità per scomporre ciò che sta finendo e poi ricomporre un'alleanza tra chi ha lavorato bene per il Paese e chi è rimasto fuori perché non si è sentito rappresentato».
La crisi del sistema politico italiano ha costituito una spinta all'intesa insieme agli inviti di Benedetto XVI e del cardinal Bagnasco a un rinnovato impegno dei cattolici nella vita sociale italiana.  Natale Forlani, coordinatore del Forum: «In un clima simile, senza i valori cattolici non si va da nessuna parte. Ha ragione Ernesto Galli della Loggia quando sostiene che la politica  intesa solo come gestione della spesa pubblica e scambio di interessi è definitivamente morta. Occorrono, dice, nuove idealità e nuovi modelli. Tutto ciò coincide proprio con i nostri valori e il  nostro lavoro: responsabilità sociale, spirito di sacrificio, senso di appartenenza alla comunità, sussidiarietà.


Soprattutto quest'ultima si rivelerà essenziale in uno Stato chiamato a ridurre sempre di più l'apparato pubblico. Occorrerà rivitalizzare la famiglia, il mondo del lavoro, l'impresa e, appunto, la sussidiarietà. Temi tipici della Dottrina sociale della Chiesa». Forlani propone un esempio: «Cosa accadrebbe se chiudessero improvvisamente tutti gli asili nido gestiti dalle organizzazioni  religiose o dalle parrocchie?». In uno slogan, Forlani? «Può l'Italia rinunciare, anche nella contemporaneità, all'umanesimo cristiano? No. Naturalmente non c'è alcuna pretesa né desiderio di  ricomporre un partito cattolico. Siamo ben consapevoli che dovremo trovare un punto d'incontro con altre esperienze e altre curiosità».
Franco Pasquali, coordinatore di «Retinopera»: «Siamo chiamati a leggere ciò che abbiamo di fronte con lenti nuove e la Dottrina sociale della Chiesa può offrire un forte contributo a riportare il Paese al ruolo che gli compete, anche in campo globale. Si è messa da parte una certa autoreferenzialità, tra noi delle associazioni, e si è elaborato un lessico comune. E con l'esplosione della crisi questo percorso trova una sua ragione, e una sua responsabilità, ben più forti. Dobbiamo testimoniare un atteggiamento completamente diverso...»


Ma tutto questo universo perché è poco «visibile»? Come mai certi numeri rimangono mediaticamente sommersi? Risponde Andrea Olivero, presidente delle Acli: «In effetti c'è una grande  vivacità delle associazioni, accompagnata da un impegno molto forte, che non sono ben rappresentati. E tutto questo rappresenta un problema, mostra uno scollamento tra la realtà che rappresentiamo e la percezione da parte della collettività». Forse Todi servirà anche a questo? «Io penso che di fronte alla gravissima crisi del mondo politico sia giusto ricorrere al nostro  serbatoio di responsabilità e di partecipazione civica. Dovremo avere una interlocuzione con tutte le forze politiche ma uno dei primi passaggi per far sì che il mondo dei cattolici sia di nuovo  presente ed efficace sarà il cambiamento delle regole di accesso. Non saremo disponibili a fare da specchietto per le allodole come è accaduto, fin troppo, in passato». Conclude Bernhard Scholz,  presidente della  Compagnia delle Opere che si rivolge già direttamente alla politica: «Le associazioni cattoliche sono una ricca fonte di esperienze capaci di contribuire a rinnovare la società  civile, valorizzare la famiglia, riconoscere il significato vero del lavoro e dell'economia e di promuovere la formazione dei giovani. Approfondire insieme questi e altri temi con la massima  apertura e competenza a Todi è decisivo per incidere maggiormente sul futuro del Paese. In base a questo impegno è necessario che la politica, al di là degli schieramenti, sappia realizzare le  urgenti riforme del sistema fiscale e del welfare per permettere una crescita sostenibile e solidale. A questo proposito spiace che il dibattito seguito al discorso del cardinal Bagnasco non abbia  recepito molte sue osservazioni, in particolare quella sulla libertà di educazione». Come si vede, i fronti sono tanti. E non tutti risolti.


 



 
Cattura
Roma - 17-19 Novembre

 

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