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Hans Küng |20.02.2010
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Estratti da “Memorie II, Una verità contestata” Nell'estratto che segue, Hans Küng, che ha appena parlato delle ricerche per quello che sarebbe diventato il suo libro “Essere cristiano” (1974), tenta di definire la specificità cristiana.
Che cos'è essere cristiano? “Qual è la caratteristica essenziale del cristianesimo? Per riassumere al massimo, direi che è Gesù Cristo stesso.
È l'incarnazione viva e decisiva, la sua causa, la sua vera misura.
Incarna un modo totalmente nuovo di vivere, un nuovo stile di vita.
Ci propone, a noi uomini moderni, un modo di vedere le cose e un modello di pratica unici, anche se noi possiamo evidentemente applicarli in modi molto diversi.
Con tutta la sua persona, lui è invito, richiamo, provocazione.
Chiede a tutti, individui e società, di riorientarsi concretamente, di cambiare atteggiamento scoprendo nuove motivazioni, nuove disposizioni, un nuovo orizzonte di senso ed un nuovo destino.
Chi allora è cristiano? Non è semplicemente l'uomo che conduce correttamente la sua vita sociale o anche religiosa.
Certo bisogna legare interiorità cristiana e apertura al mondo, ma anche il non cristiano può essere umano, sociale e autenticamente religioso.
È cristiano colui che cerca di vivere la sua umanità, le sue relazioni sociali e la sua vita religiosa a partire da Cristo, secondo il suo spirito, secondo la sua misura, né più né meno.” Riprendendo un'espressione resa popolare dal filosofo delle scienze Thomas S.
Kuhn, Hans Küng evoca qui i “paradigmi” del cristianesimo, cioè i diversi modelli di pensiero globale che hanno potuto strutturare la visione cristiana del mondo.
Che cos'è essere cattolico? “Che cosa vuol dire per me “cattolico”, “teologo cattolico”? Se si parte dalla nozione originale, può dirsi teologo cattolico colui che, nella sua teologia, sente di dover rispondere ai “cattolici”, in altre parole a tutta la Chiesa, alla Chiesa totale, universale.
Questo deve essere inteso in una duplice dimensione: quella del legame spirituale con la Chiesa di tutte le epoche, e quella del legame con la Chiesa di tutte le nazioni e di tutti i continenti.
Quindi la cattolicità nel tempo, con l'interesse che ciò comporta per la continuità della fede cristiana, ma anche la cattolicità nello spazio: una universalità che ingloba i diversi gruppi di credenti cristiani.
Devo insistere su questo punto: la cattolicità nel tempo e nello spazio non può ammettere che si omettano i giudeo-cristiani (paradigma I) come hanno fatto i Padri greci assolutizzando come verità atemporale della fede e della ragione il paradigma ellenistico (paradigma II), quindi una sintesi della fede e della filosofia greca, quella che difendeva il Ratzinger giovane, quella che ha ripreso nel suo discorso di Ratisbona (2006), come nel suo libro su Gesù (2007).
[…] La cattolicità nello spazio e nel tempo non può accettare neanche che si dichiari di fatto non cristiano il paradigma medioevale romano (paradigma III), come fanno troppo spesso i protestanti, né inversamente che, dall'alto della sua cattedra cattolica romana si dichiari che la Riforma (paradigma IV) e l'Illuminismo (paradigma V) sono responsabili della “disellenizzazione” e del declino progressivo dell'Occidente cristiano, del relativismo moderno dei valori e di un pluralismo che divide.
Un cattolicesimo così ristretto alla sua forma ellenistico-romana è incapace di entrare in dialogo con la filosofia attuale, con le scienze della natura o con la nostra concezione della democrazia, con il pensiero moderno in generale.
Sbarra qualsiasi intesa ecumenica.
Si oppone a qualsiasi vera inculturazione del cristianesimo impedendo la formulazione del messaggio cristiano nel quadro del pensiero indiano, cinese o africano.
È in questo senso della continuità e dell'universalità della fede cristiana che intendo essere teologo cattolico.
Intendendo le cose in questo modo, un teologo di denominazione protestante o evangelica, non potrebbe essere anche cattolico? Perfettamente! E qui vorrei dar da pensare a Joseph Ratzinger: la vera cattolicità non è possesso naturale di un'eredità consegnata ai cattolici.
Questa cattolicità diventa cattolicesimo, in altre parole ideologia, a partire dal momento in cui si ammette “la realtà cattolica così come è diventata”, con tutte le sue proliferazioni e tutte le deformazioni della devozione, della teologia e della sua costituzione ecclesiastica, invece di giudicarla su un solo criterio.
E anche per Ratzinger, questo criterio non può essere altro che il messaggio cristiano originale, l'Evangelo di Gesù Cristo.
Colui che vuole essere teologo cattolico, deve essere di mentalità evangelica, così come inversamente il teologo evangelico nel vero senso della parola deve essere teologo cattolico aperto.
In questo senso, sia cattolici che protestanti, possiamo essere teologi ecumenici.
In altre parole, la vera ecumenicità è quella di un “cattolicesimo evangelico” centrato e ordinato sulla persona di Cristo.” Il 5 luglio 1973, la Congregazione per la dottrina della fede pubblica la dichiarazione Mysterium Ecclesiae, che attacca chiaramente (ma non esplicitamente) certi punti della teologia di Hans Küng, che medita sui rimproveri che gli vengono fatti sul suo stile di difesa.
Sottomettersi umilmente? “Quando un teologo osa mettersi sulla difensiva, ci si guarda bene dal porgli la domanda della verità delle sue affermazioni: 'Ha ragione di dire quello che ha detto?', e anche quella del diritto: 'Abbiamo ragione di metterlo sotto processo?'.
Se ne fa un problema di stile: 'Come osa parlare con questo tono al presidente della Conferenza episcopale?' Per me non è una cosa nuova: invece di implicarsi obbiettivamente nel dibattito, questo genere di ecclesiastici si lamenta sempre del tono e dello stile dei suoi critici, mentre non si interroga mai su quelli di una gerarchia che parla senza cuore e con voce comminatoria, quasi divina.
Evidentemente so molto bene quale sia 'il tono e lo stile' che ci si aspetta a Roma da parte di coloro che cadono sotto la critica curiale: umiltà ed obbedienza.
Anche Julius Döpfner, il mio collega del Germanicum (all'epoca presidente della Conferenza episcopale tedesca e principale esecutore delle istruzioni romane nei confronti di Küng, NDLR) ha dovuto leggere spesso, come me, certi comunicati trionfanti che riferivano che certi autori, a lungo diffamati e presi di mira in maniera molto pignola, si erano alla fine “umilmente sottomessi”: “Humiliter se subjecit.” Una vittoria per il magistero, anche se in seguito la storia rende giustizia a colui che si è umiliato.
Oggi non si possono che rifiutare certe formule di sottomissione discriminatorie e diffamatorie – del resto non si dispone più della forza dello Stato per imporle.
Ma l'autorità romana aspetta sempre la capitolazione pubblica del “deviante”, con forme più dolci e metodi più morbidi, è sempre di quello che si tratta, oggi come ieri.
Si ricorre ancora al potere, invece di cercare la verità.
Certo, dicono gli apologeti di questo sistema, non siamo più allo stile dell'Inquisizione.
Ma che cosa significa questo stile, per me? Quando mi si propone di andare a Roma per un colloquio, è unicamente allo scopo di ottenere alla fine ciò che mi chiedevano direttamente all'inizio: firmare umilmente, capitolare: Humiliter, se subjecit.” Spesso presentato come l'esatto contrario dei tradizionalisti cattolici, Hans Küng si mostra tuttavia molto misurato nei loro confronti.
E i tradizionalisti? “Presi posizione su Ecône in un articolo del giornale inglese Times del 24 agosto 1975, sotto il titolo “Roma deve trovare un modo per metter fine al conflitto che continua a crescere nella Chiesa” e in una lunga intervista sulla Neue Zürcher Zeitung del 3 ottobre 1975.
Chiedo giustizia per i tradizionalisti e sono a favore di un superamento delle polarizzazioni nella Chiesa cattolica e per una tolleranza reciproca.
Deploro questo conflitto per le persone che vi sono implicate.
Ho fatto anch'io personalmente l'esperienza di quello che costa spiritualmente dover continuamente sopportare un trattamento offensivo da parte delle autorità ecclesiastiche.
Ma devo al contempo protestare vivamente contro il parallelismo che viene stabilito tra il mio caso e quello di monsignor Lefebvre e di Ecône, indicando tutto quello che mi differenzia da loro: non ho mai contestato l'ortodossia delle autorità romane e non ho mai discreditato il concilio definendolo eretico.
Neanche ho fondato il mio specifico gruppo (“progressista”) né cercato di imporre in maniera dottrinaria la mia visione delle cose, il mio modo di vedere la formazione dei preti o la mia concezione dei seminari.
Mi tengo lontano da qualsiasi tendenza scismatica.
Non vedo veramente perché monsignor Lefebvre abbia dovuto costituire il proprio gruppo e creare un seminario particolare.
Nella nostra Chiesa non ce ne sono già abbastanza di seminari e di vescovi conservatori? Non vedo del resto neppure – questo rivolto a Roma – perché, in determinate circostanze, non si dovrebbe più celebrare la messa in latino.
Lo abbiamo già fatto durante i nostri incontri annuali di Concilium, tra teologi di lingue diverse, che capiscono certo tutti il latino.
Non vedo neanche perché noi, cattolici, dovremmo impedire di ricevere la comunione in bocca, alla maniera di ieri, invece di prenderla in mano, secondo una maniera ancora più antica.
Il senso del rinnovamento non deve consistere nel voler regolare tutto in maniera uniforme.
Secondo Agostino, “il massimo di libertà possibile, di obblighi solo quelli necessari, il tutto nell'amore”.
O almeno nella giustizia.
in “Témoignage chrétien” n° 3383 dell'11 febbraio 2010 (traduzione: www.finesettimana.org)
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Tuttoscuola |19.02.2010
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Libri di testo realizzati dagli insegnanti della scuola e venduti alla modica cifra di 25 euro a famiglia.
Il progetto "Book in progress", lanciato all'inizio dell'anno scolastico, dalla presidenza e dal collegio docenti dell'Itis "E.
Majorana" di Brindisi potrebbe diventare una realtà diffusa a partire dal 2010-2011.
A sottolinearlo è una nota dell'Adiconsum che saluta con favore l'adesione da parte di altre scuole e istituzioni.
Il progetto (www.bookinprogress.it) prevede la realizzazione di "libri fatti in casa" grazie all'utilizzo degli appunti didattici scritti dagli stessi docenti, stampati e distribuiti agli studenti.
L'iniziativa permette un risparmio sulla spesa dei libri scolastici di almeno 200 euro l'anno per studente.
I libri "fai da te" del progetto Book i Progress non sono altro che una trasposizione di quanto avveniva in passato nel mondo universitario, dove gli appunti delle lezioni del docente potevano spesso sostituire l'acquisto del libro di testo.
Il progetto non fa altro che applicare questo vecchio metodo didattico alle scuole superiori, con evidente risparmio per la spesa dell'istruzione sostenuta ogni anno dalle famiglie degli studenti.
L'associazione dei consumatori sostiene il primo incontro della rete nazionale "Book in progress" in corso presso la Tenuta Moreno, in provincia di Brindisi, alla quale prendono parte 100 tra docenti e dirigenti scolastici, provenienti dalla Lombardia, dal Friuli, dal Veneto, dalle Marche, dalla Toscana, dalla Campania, dalla Calabria, dalla Puglia, che saranno formati al "Book in progress".
"L'impatto positivo dell'iniziativa - spiega l'Adiconsum - interesserà il prossimo anno scolastico circa 3.000 famiglie che risparmieranno sulla spesa dei libri di testo dei propri figli".
Adiconsum auspica che il progetto "Book in progress" sia seguito da sempre più istituti, "perché non venga meno e sia sempre salvaguardato il diritto costituzionale del diritto allo studio".
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|18.02.2010
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PERCORSI DI ANIMAZIONE PER GIOVANI COPPIE E GRUPPI FAMILIARI Cammini di tenerezza, di speranza e di gioia alcuni studiosi e operatori qualificati interagiscono illuminando e orientando la formazione di: · operatori pastorali sensibili al cammino dei giovani verso il matrimonio, alla realtà delle giovani coppie, alla vita dei gruppi; · psicologi interessati al benessere della persona · animatori e formatori vocazionali Programma Saluto iniziale: il Rettore, Prof.
Carlo Nanni · Introduzione: l’autore, il libro: Prof.
Mario Oscar Llanos · Un approccio biblico-catechistico: Prof.
Cesare Bissoli · Rilievi qualificanti a partire dalla terapia familiare: Prof.ssa Maria Gioia Milizia · Il testo come mediazione “vocazionale”: Prof.
Giuseppe Mariano Roggia · Pausa recitativa e musicale · Istruzioni per l’uso in gruppi di giovani coppie: Prof.
Raffaele Mastromarino · Il testo e l’animazione della Pastorale Familiare Diocesana: Prof.
Luca Pasquale    (Ufficio di Pastorale Familiare della Diocesi di Roma) · Interventi liberi, domande di approfondimemento · La parola dell’autore: riflessioni sui contributi presenti nel libro: Prof.
Romolo Taddei · Conclusione DON ROMOLO TADDEI è Sacerdote della Diocesi di Ragusa, ex allievo dell’UPS, Psicologo e Psicoterapeuta, Delegato diocesano per la Pastorale Familiare, Fondatore dell’Associazione “Due Ali per volare” Direttore del Consultorio per la Famiglia della Diocesi di Ragusa, Docente di Pastorale Familiare, Psicologia della Famiglia e Psicologia Religiosa all’Istituto San Paolo di Catania.
Collabora con l'Istituto di Gestalt Therapy HCC Kairòs; ha portato in Sicilia il movimento “Incontro matrimoniale”.
Giovedì 18 Febbraio 2010, ore 17.
Aula Artemide Zatti Università Pontificia Salesiana Piazza dell’Ateneo Salesiano, 1.
Roma Bus 90, dalla Stazione Termini – Bus 80, da Piazza San Silvestro (scendere a Piazza Vimercati) Il libro sarà disponibile per la vendita
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Benedetto XVI |17.02.2010
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MESSAGGIO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI PER LA QUARESIMA 2010 La giustizia di Dio si è manifestata per mezzo della fede in Cristo (cfr Rm 3,21-22)    Cari fratelli e sorelle, ogni anno, in occasione della Quaresima, la Chiesa ci invita a una sincera revisione della nostra vita alla luce degli insegnamenti evangelici.
Quest’anno vorrei proporvi alcune riflessioni sul vasto tema della giustizia, partendo dall’affermazione paolina: La giustizia di Dio si è manifestata per mezzo della fede in Cristo (cfr Rm 3,21-22).
Giustizia: “dare cuique suum” Mi soffermo in primo luogo sul significato del termine “giustizia”, che nel linguaggio comune implica “dare a ciascuno il suo - dare cuique suum”, secondo la nota espressione di Ulpiano, giurista romano del III secolo.
In realtà, però, tale classica definizione non precisa in che cosa consista quel “suo” da assicurare a ciascuno.
Ciò di cui l’uomo ha più bisogno non può essergli garantito per legge.
Per godere di un’esistenza in pienezza, gli è necessario qualcosa di più intimo che può essergli accordato solo gratuitamente: potremmo dire che l’uomo vive di quell’amore che solo Dio può comunicargli avendolo creato a sua immagine e somiglianza.
Sono certamente utili e necessari i beni materiali – del resto Gesù stesso si è preoccupato di guarire i malati, di sfamare le folle che lo seguivano e di certo condanna l’indifferenza che anche oggi costringe centinaia di milioni di essere umani alla morte per mancanza di cibo, di acqua e di medicine -, ma la giustizia “distributiva” non rende all’essere umano tutto il “suo” che gli è dovuto.
Come e più del pane, egli ha infatti bisogno di Dio.
Nota sant’Agostino: se “la giustizia è la virtù che distribuisce a ciascuno il suo...
non è giustizia dell’uomo quella che sottrae l’uomo al vero Dio” (De civitate Dei, XIX, 21).
Da dove viene l’ingiustizia? L’evangelista Marco riporta le seguenti parole di Gesù, che si inseriscono nel dibattito di allora circa ciò che è puro e ciò che è impuro: “Non c'è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro.
Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro...
Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo.
Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male” (Mc 7,14-15.20-21).
Al di là della questione immediata relativa al cibo, possiamo scorgere nella reazione dei farisei una tentazione permanente dell’uomo: quella di individuare l’origine del male in una causa esteriore.
Molte delle moderne ideologie hanno, a ben vedere, questo presupposto: poiché l’ingiustizia viene “da fuori”, affinché regni la giustizia è sufficiente rimuovere le cause esteriori che ne impediscono l’attuazione.
Questo modo di pensare - ammonisce Gesù - è ingenuo e miope.
L’ingiustizia, frutto del male, non ha radici esclusivamente esterne; ha origine nel cuore umano, dove si trovano i germi di una misteriosa connivenza col male.
Lo riconosce amaramente il Salmista: “Ecco, nella colpa io sono nato, nel peccato mi ha concepito mia madre” (Sal 51,7).
Sì, l’uomo è reso fragile da una spinta profonda, che lo mortifica nella capacità di entrare in comunione con l’altro.
Aperto per natura al libero flusso della condivisione, avverte dentro di sé una strana forza di gravità che lo porta a ripiegarsi su se stesso, ad affermarsi sopra e contro gli altri: è l’egoismo, conseguenza della colpa originale.
Adamo ed Eva, sedotti dalla menzogna di Satana, afferrando il misterioso frutto contro il comando divino, hanno sostituito alla logica del confidare nell’Amore quella del sospetto e della competizione; alla logica del ricevere, dell’attendere fiducioso dall’Altro, quella ansiosa dell’afferrare e del fare da sé (cfr Gen 3,1-6), sperimentando come risultato un senso di inquietudine e di incertezza.
Come può l’uomo liberarsi da questa spinta egoistica e aprirsi all’amore? Giustizia e Sedaqah Nel cuore della saggezza di Israele troviamo un legame profondo tra fede nel Dio che “solleva dalla polvere il debole” (Sal 113,7) e giustizia verso il prossimo.
La parola stessa con cui in ebraico si indica la virtù della giustizia, sedaqah, ben lo esprime.
Sedaqah infatti significa, da una parte, accettazione piena della volontà del Dio di Israele; dall’altra, equità nei confronti del prossimo (cfr Es 20,12-17), in modo speciale del povero, del forestiero, dell’orfano e della vedova (cfr Dt 10,18-19).
Ma i due significati sono legati, perché il dare al povero, per l’israelita, non è altro che il contraccambio dovuto a Dio, che ha avuto pietà della miseria del suo popolo.
Non a caso il dono delle tavole della Legge a Mosè, sul monte Sinai, avviene dopo il passaggio del Mar Rosso.
L’ascolto della Legge, cioè, presuppone la fede nel Dio che per primo ha ‘ascoltato il lamento’ del suo popolo ed è “sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto” (cfr Es 3,8).
Dio è attento al grido del misero e in risposta chiede di essere ascoltato: chiede giustizia verso il povero (cfr Sir 4,4-5.8-9), il forestiero (cfr Es 22,20), lo schiavo (cfr Dt 15,12-18).
Per entrare nella giustizia è pertanto necessario uscire da quell’illusione di auto-sufficienza, da quello stato profondo di chiusura, che è l’origine stessa dell’ingiustizia.
Occorre, in altre parole, un “esodo” più profondo di quello che Dio ha operato con Mosè, una liberazione del cuore, che la sola parola della Legge è impotente a realizzare.
C’è dunque per l’uomo speranza di giustizia? Cristo, giustizia di Dio L’annuncio cristiano risponde positivamente alla sete di giustizia dell’uomo, come afferma l’apostolo Paolo nella Lettera ai Romani: “Ora invece, indipendentemente dalla Legge, si è manifestata la giustizia di Dio...
per mezzo della fede in Gesù Cristo, per tutti quelli che credono.
Infatti non c’è differenza, perché tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, per mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù.
E’ lui che Dio ha stabilito apertamente come strumento di espiazione, per mezzo della fede, nel suo sangue” (3,21-25).
Quale è dunque la giustizia di Cristo? E’ anzitutto la giustizia che viene dalla grazia, dove non è l’uomo che ripara, guarisce se stesso e gli altri.
Il fatto che l’“espiazione” avvenga nel “sangue” di Gesù significa che non sono i sacrifici dell’uomo a liberarlo dal peso delle colpe, ma il gesto dell’amore di Dio che si apre fino all’estremo, fino a far passare in sé “la maledizione” che spetta all’uomo, per trasmettergli in cambio la “benedizione” che spetta a Dio (cfr Gal 3,13-14).
Ma ciò solleva subito un’obiezione: quale giustizia vi è là dove il giusto muore per il colpevole e il colpevole riceve in cambio la benedizione che spetta al giusto? Ciascuno non viene così a ricevere il contrario del “suo”? In realtà, qui si dischiude la giustizia divina, profondamente diversa da quella umana.
Dio ha pagato per noi nel suo Figlio il prezzo del riscatto, un prezzo davvero esorbitante.
Di fronte alla giustizia della Croce l’uomo si può ribellare, perché essa mette in evidenza che l’uomo non è un essere autarchico, ma ha bisogno di un Altro per essere pienamente se stesso.
Convertirsi a Cristo, credere al Vangelo, significa in fondo proprio questo: uscire dall’illusione dell’autosufficienza per scoprire e accettare la propria indigenza - indigenza degli altri e di Dio, esigenza del suo perdono e della sua amicizia.
Si capisce allora come la fede sia tutt’altro che un fatto naturale, comodo, ovvio: occorre umiltà per accettare di aver bisogno che un Altro mi liberi del “mio”, per darmi gratuitamente il “suo”.
Ciò avviene particolarmente nei sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia.
Grazie all’azione di Cristo, noi possiamo entrare nella giustizia “più grande”, che è quella dell’amore (cfr Rm 13,8-10), la giustizia di chi si sente in ogni caso sempre più debitore che creditore, perché ha ricevuto più di quanto si possa aspettare.
Proprio forte di questa esperienza, il cristiano è spinto a contribuire a formare società giuste, dove tutti ricevono il necessario per vivere secondo la propria dignità di uomini e dove la giustizia è vivificata dall’amore.
Cari fratelli e sorelle, la Quaresima culmina nel Triduo Pasquale, nel quale anche quest’anno celebreremo la giustizia divina, che è pienezza di carità, di dono, di salvezza.
Che questo tempo penitenziale sia per ogni cristiano tempo di autentica conversione e d’intensa conoscenza del mistero di Cristo, venuto a compiere ogni giustizia.
Con tali sentimenti, imparto di cuore a tutti l’Apostolica Benedizione.
Dal Vaticano, 30 ottobre 2009   BENEDICTUS PP.
XVI  
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|16.02.2010
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“La pastorale della scuola di fronte all’istanza educativa” è il tema del convegno promosso dall'Ufficio nazionale per l'e ducazione, la scuola e l'università della CEI.
Si terrà dal 18 al 20 febbraio a Roma, presso il Summit Hotel.
Dopo la presentazione di don Maurizio Viviani, Direttore dell’Ufficio nazionale per l’educazione, la scuola e l’università e il saluto di S.E.
Mons.
Michele Pennisi, Vescovo di Piazza Armerina e Segretario della Commissione episcopale per l’educazione cattolica, la scuola e l’università, è prevista la relazione del Dott.
Ernesto Diaco, Vice responsabile del Servizio Nazionale per il progetto culturale.
Nella seconda parte del pomeriggio gli interventi di Don Edmondo Lanciarotta, Don Filippo Morlacchi e Don Giuseppe Lombardo, faranno il punto sulla pastorale nella scuola rispettivamente al Nord, Centro e Sud Italia.
Al termine della giornata S.
E.
Mons.
Mariano Crociata, Segretario Generale della CEI, presiederà la celebrazione eucaristica.
Nella mattinata di venerdì 19 sono previste le relazioni di Don Riccardo Tonelli (“La sfida educativa interpella la pastorale”)e Don Cesare Bissoli (“La figura dell’educatore nei Vangeli”), entrambi docenti emeriti presso l’Università Pontificia Salesiana, mentre il pomeriggio sarà dedicato ai lavori di gruppo e la Celebrazione Eucaristica delle 19.00 sarà presieduta da S.E.
Mons.
Lino Fumagalli, membro della Commissione Episcopale per l’educazione cattolica, la scuola e l’università.
L’ultima mattinata di lavori, sabato 20, prevede infine l’intervento del Dott.
Sergio Govi, Dirigente del Ministero della Pubblica Istruzione, su “Lo status quaestionis del sistema scolastico in Italia”.

 

ESORTAZIONE APOSTOLICA “GAUDETE ET EXSULTATE” DI PAPA FRANCESCO  

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