FORUM «IRC»
 
Enzo Bianchi |01.10.2011
Assisi

 


due libri delle Edizioni Qiqajon:
- Il dialogo cambia la fede? di Jean-Marie Ploux, e Insieme per pregare. Le religioni nello «spirito di Assisi» cura di Matteo Nicolini Zani


 


 


Sono trascorsi venticinque anni da quando papa Giovanni Paolo II, sorprendendo molti, anche tra i suoi più stretti collaboratori, promosse «un incontro di preghiera per la pace» da tenersi ad Assisi, luogo divenuto grazie a san Francesco «centro di fraternità universale». L'annuncio delle «consultazioni con i responsabili non solo di varie chiese e comunioni cristiane, ma anche di altre religioni del mondo» venne dato a Roma a conclusione dell'ottavario per l'unità dei cristiani. Ora, a distanza di un quarto di secolo, Benedetto XVI rilancia lo «spirito di Assisi» invitando anche  «tutti gli uomini di buona volontà» per una giornata di pellegrinaggio, dialogo e preghiera per la pace e la giustizia nel mondo.
Ma cosa si intende davveroper «spirito di Assisi»? Le Edizioni Qiqajon hanno pubblicato due volumi che permettono di sviscerarne il significato profondo: il primo - Il dialogo cambia la fede? di Jean-Marie Ploux, (pp. 290, € 25) - analizza le implicazioni del dialogo interreligioso nella vita e nella testimonianza della chiesa, mentre il più recente Insieme per pregare. Le religioni nello «spirito di Assisi» (a cura di Matteo Nicolini Zani, pp. 168, €16) ripercorre i testi che in questo ampio lasso di tempo, attraversato da eventi storici di grande portata, hanno alimentato la riflessione dei cristiani sui loro rapporti con le altre religioni e sul loro atteggiamento verso la pace e la giustizia. Vi troviamo innanzitutto uno spaccato delle motivazioni all'origine dell'iniziativa e una raccolta degli appelli e dei discorsi che ne precisarono il senso e il contesto.
Una seconda parte analizza le sfide che la preghiera «interreligiosa» pone, attraverso i documenti ecumenici che hanno affrontato teologicamente i vari aspetti del problema. Una rilettura del magistero di Benedetto XVI su questa tematica così decisiva per la testimonianza dei credenti nel mondo di oggi e lo status quaestionis attuale ad opera di uno dei più acuti interpreti cattolici del dialogo interreligioso, il vescovo Michael Fitzgerald chiudono la raccolta.


Dalle pagine emerge il consenso sulla possibilità di trovarsi «insieme perpregare» - cosa diversa dal più coinvolgente e impraticabile «pregare insieme» - e l'arricchimento che nasce da un sincero dialogo tra credenti. La fede non viene scossa dall'aprirsi agli altri, ma riceve anzi risorse per narrarsi in un linguaggio più comprensibile e per tradursi in un operare fecondo. Il dialogo, infatti, «non cambia la fede»: non porta cioè a un tradimento delle proprie radici, ma può mutare l'espressione e la consapevolezza del credere, a beneficio non solo di chi il dialogo lo pratica, ma anche di quanti ne raccolgono i frutti, dentro e fuori l'ambito delle singole religioni.
Perché, come ha avuto modo di scrivere il card. Etchegaray, tra i protagonisti del primo incontro: «Assisi ha fatto fare alla chiesa uno straordinario balzo in avanti verso le religioni non cristiane...


Ha permesso a uomini e donne di testimoniare, nella preghiera, un'esperienza autentica di Dio al cuore delle loro religioni». Ravvivare lo «spirito di Assisi» in un mondo disorientato e alla ricerca di senso è allora un servizio che i cristiani, insieme tra loro e con i credenti di altre religioni, possono offrire ai loro fratelli e alle loro sorelle in umanità.


 


in “La Stampa” del 1° ottobre 2011

editore |01.10.2011
scuolainterculturale

Un decalogo che spiega i vantaggi della scuola multiculturale. A presentarlo è Vinicio Ongini, autore di saggi e libri per bambini, maestro per vent'anni e attualmente all'ufficio integrazione alunni stranieri del ministero dell'Istruzione. Si tratta di una specie di documento suddiviso in dieci parole, ognuna delle quali spiega perché la scuola multiculturale è più virtuosa.


1. La prima parola è 'Qualità': "La presenza di alunni stranieri nelle scuole - si spiega - migliora il livello di istruzione". Per rafforzare questa tesi viene portato l'esempio di Torino: "Secondo l'indagine di Tuttoscuola sul sistema di istruzione nazionale, maggio 2011, un'indagine composta da 96 indicatori, Torino (dove la presenza di stranieri è molto alta) è la prima tra le grandi città per la qualità della scuola. E la sua posizione è migliorata, così come quella del Piemonte in generale, rispetto agli esiti dell'indagine sulla qualità della scuola di quattro anni fa".


2. Al secondo punto ci sono 'Le chiavi di casa', slogan secondo il quale "le famiglie degli immigrati e i loro figli portano nelle nostre classi idee diverse di infanzia". A tal proposito si citano le parole di alcune maestre delle scuole della Val Maira e della Valle Po, nel cuneese, riferite agli studenti stranieri: "Alcuni di questi ragazzini hanno più rispetto per la scuola. Sono i primi a lavare i banchi quando facciamo laboratorio e, se lo chiediamo, fanno pulizia senza tante storie... A volte li vediamo occuparsi dei fratelli più piccoli, o buttar via la spazzatura, in generale sono più autonomi. Alcuni hanno le chiavi di casa, come noi ai nostri tempi...".


3. Terzo parola è 'Matematica', secondo cui "gli studenti asiatici delle nostre scuole eccellono in matematica e nelle materie scientifiche".


4. Quarta parola 'Impegno', in cui sono riportate le parole di una professoressa di lettere delle medie, in provincia di Cremona: "Gli alunni stranieri ci tengono di più alla scuola, si impegnano di più, per loro è ancora importante la scuola... C'è il problema della lingua, soprattutto per chi è appena arrivato, ma alcuni ce la mettono propria tutta e recuperano".


5. Quinto punto 'Le lingue', secondo cui gli studenti stranieri sono più predisposte a imparare le lingue. Dicono due maestre della scuola di Dronero, in Val Maira, nel cuneese: "I bambini della Costa D'Avorio, nelle nostre classi, parlano anche il francese, la loro lingua nazionale, e notano subito le somiglianze con l'occitano, la nostra lingua di minoranza. Sono più predisposti, sono abituati a muovesi tra più lingue. Quando entra la dirigente scolastica dicono: 'Bonjour madame!'".


6. Al sesto punto troviamo 'Lo scambio'. "Scambiando si impara", è lo slogan delle scuole toscane che fanno periodicamente, da dieci anni, visite e scambi di studenti, presidi, professori, con lo Zhejiang, la regione della Cina da cui viene la gran parte dei cinesi in Italia. Uno dei protagonisti di questa relazione diplomatico-didattica è un insegnante di italiano e storia dell'Istituto professionale di Prato, una scuola con molti allievi cinesi. Lui ha imparato la lingua cinese da autodidatta e ha degli amici cinesi, in fondo è anche lui un immigrato in Toscana, i genitori sono di Avellino. Racconta : "La nostra prospettiva è quella di dare e ricevere... per imparare a conoscersi ci vogliono sofferenze e scontri ma la scuola nel suo piccolo è un luogo privilegiato".


7. 'Internazionale' è la parola del settimo punto e spiega che "nelle classifiche internazionali delle Università, per esempio quella del Times Higher Education, la percentuale degli studenti stranieri sul totale degli iscritti è uno degli indicatori della qualità e del prestigio dell'Istituto".


8. 'Il merito' è l'ottavo punto e spiega che gli alunni stranieri, rispetto agli italiani, "ricorrono meno alle raccomandazioni, un vizio nazionale figlio di un familismo ancora persistente, ostacolo, questo sì, per la conquista di una piena cittadinanza".


9. Il nono punto è 'L'evidenziatore': "gli studenti stranieri nelle nostre scuole sono un evidenziatore dei nostri modelli, delle nostre pratiche e dei nostri stili educativi. Essere visti e quindi valutati da stranieri è anche fonte di malintesi e di incomprensioni ma può essere un vantaggio. Possiamo capire di più che cosa noi stiamo facendo e ridare significato al nostro fare scuola. Possiamo guadagnare dallo sguardo degli altri".


10. Decimo e ultimo punto è 'L'occasione', perché "i sindaci di due piccoli comuni hanno riaperto la scuola che stava per chiudere perché sono arrivati nuovi alunni indiani nelle campagne lombarde, lungo le sponde del fiume Oglio, e piccoli rifugiati del Kurdistan e dell'Afghanistan sull'Appennino calabrese". Ecco perché "conviene guardare con più curiosità ed empatia quello che succede dentro questa nostra scuola. Nel suo piccolo è il laboratorio dell'Italia di domani".








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tuttoscuola.com

Philippe Clanché |01.10.2011
papagermania

Molte erano le aspettative dalla visita del papa in Germania sul capitolo dell'ecumenismo. In un luogo simbolico, il convento degli agostiniani di Erfurt, dove il giovane Martin Lutero fu monaco e
prete della Chiesa cattolica, e davanti alle autorità della potente chiesa evangelica tedesca, Benedetto XVI ha ridefinito a suo modo la posta in gioco del dialogo ecumenico.
Si possono leggere le grandi linee della sua posizione, che diverge in parte da quella del suopredecessore, nell'attacco inatteso contro altri cristiani.
Evocando «una forma nuova di cristianesimo, che si diffonde con immenso dinamismo missionario» - nel quale si possono riconoscere le correnti evangeliche pentecostali -, il papa opera una requisitoria feroce.
Questa corrente è tacciata di «cristianesimo di debole densità istituzionale, con poca consistenza razionale e ancor meno consistenza dogmatica e anche con poca stabilità». Ci metterebbe, afferma il papa, «nuovamente di fronte alla questione di sapere ciò che resta sempre valido, e ciò che può e deve essere cambiato».



Criteri



Dietro l'esigenza istituzionale esposta da Benedetto XVI appare l'imperativo di situarsi in una storia e, soprattutto, in una tradizione, cosa che di solito manca a comunità che spuntano come funghi attorno al carisma di un solo uomo e che rivendicano la loro indipendenza.
Non si può qui dimenticare il testo Dominus Jesus del 2001, nel quale il cardinal Ratzinger considerava la successione apostolica (la trasmissione ininterrotta da vescovi a vescovi) come una condizione necessaria per essere una vera chiesa.
Anche se i luterani rispondono solo in parte a questo esigente criterio, il papa, a Erfurt, ha preferito non tornare su quel testo, accolto molto male all'epoca in ambiente protestante.
La seconda critica – la debolezza della consistenza razionale – fa eco ad una affermazione abituale di Benedetto XVI che non cessa di martellare sul fatto che la fede cristiana deve essere edificata sulla ragione, la quale conduce naturalmente a Cristo e a Dio. La forte presenza dell'emozione nel rito, con pratiche nelle quali il corpo sembra prevalere sullo spirito, è in questa prospettiva molto sospetta al vescovo di Roma.
In terzo luogo i pentecostali mancherebbero di struttura dogmatica. È incontestabile, ma è anche la ragione del loro successo. Il rilievo si applica ugualmente a tutti coloro che vorrebbero  liberarsi da regole giudicate secondarie o troppo repressive nelle attuali società occidentali.
Vissute timidamente nel cattolicesimo o esibite apertamente presso i riformati più liberali, le velleità moderniste dei gruppi più attenti ai valori cristiani che non alle esigenze ecclesiali, sono qui prese di mira. Al di fuori di uno stretto inquadramento non c'è salvezza, dice il papa.



Instabilità



L'ultimo rilievo indirizzato alle correnti cristiane pentecostali riguarda la loro instabilità. Nella tradizione protestante, qualunque divergenza può essere pretesto per un'uscita e per la  reazione di una nuova chiesa.
Nel contesto cattolico, l'insistenza del papa su questo punto è un segnale di fronte ai progetti dichiarati di indipendenza, in Austria e altrove, e di fronte ai promotori di evoluzioni interne.
Ma il richiamo alla stabilità mette anche in discussione i percorsi di avvicinamento e di piccoli passi che hanno lungamente ritmato il cammino ecumenico. Così, Benedetto XVI qualifica il “dono ecumenico dell'ospite”, dietro il quale si può vedere l'ospitalità eucaristica (accoglienza alla comunione di fedeli luterano-riformati) come «cattiva comprensione politica della fede e dell'ecumenismo».
Di fronte «all'assenza di Dio nelle nostre società (che) si fa più pesante», il «compito ecumenico centrale» consisterebbe ormai nel ripensare la fede, non edulcorandola, ma vivendola «integralmente nel nostro oggi».
Ciò che seguirà a questo discorso fondatore ci dirà se i nuovi binari ecumenici, nei quali gli ortodossi si immetteranno senza difficoltà, incontreranno il favore di tutta la galassia dei fedeli.




in “www.temoignagechretien.fr” del 28 settembre 2011 (traduzione: www.finesettimana.org)


 

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editore |25.09.2011
grmania1

 


è questo il titolo che Benedetto XVI ha voluto dare alla sua terza visita in Germania, che comincia domani.


 




Che la "priorità" di questo pontificato sia riavvicinare gli uomini a Dio, papa Benedetto l'ha detto più volte. Ma il caso della Germania rende tale sua urgenza ancor più impellente.


L'ex Germania dell'Est, assieme all'Estonia e alla Repubblica Ceca, è il territorio europeo in cui gli atei sono più numerosi e in cui i non battezzati sono la maggioranza.


A Berlino e ad Erfurt, la città di Lutero, papa Joseph Ratzinger entrerà proprio in questo perimetro di massimo allontanamento dalla fede, in Europa.


Ma anche a Friburgo in Brisgovia, terza tappa del suo viaggio, l'affievolimento della fede cristiana è un fenomeno esteso.


È uscito di recente in Germania, pubblicato da GerthMedien, un libro che analizza il declino del cristianesimo in questo paese in termini molto crudi.


Già il titolo è eloquente: "Gesellschaft ohne Gott. Risiken und Nebenwirkungen der Entchristlichung Deutschlands [Società senza Dio. Rischi ed effetti collaterali della scristianizzazione della Germania]”.


L'autore è Andreas Püttman, 47 anni, ricercatore presso la fondazione Konrad Adenauer come sociologo dei processi culturali, già vincitore del Katholischen Journalistenpreis, il premio per il giornalismo promosso dai media cattolici tedeschi.


Non solo ad Est, ma nell'intera Germania meno della metà della popolazione, il 47 per cento, afferma di credere in Dio.


Dal 1950 ad oggi i protestanti sono crollati da 43 a 25 milioni. Mentre i cattolici erano nel 1950 25 milioni e altrettanti sono rimasti oggi, perdendone anch'essi molti per strada.


Se nel 1950 un cattolico su due andava a messa tutte le domeniche, oggi nell'Ovest del paese solo l'8 per cento ci va. Nell'ex Germania orientale, dove i cattolici sono una piccola minoranza, questa quota è del 17 per cento.


L'età media dei praticanti è ovunque di 60 anni. E solo il 15 per cento dei tedeschi sotto i 30 anni, ovvero i potenziali genitori della futura generazione, considera l’educazione religiosa importante per i figli.


Quanto ai contenuti della fede, solo il 58,7 per cento dei cattolici e il 47,7 per cento dei protestanti crede che Dio ha creato il cielo e la terra. E ancora meno sono coloro che credono nel concepimento verginale di Maria o nella resurrezione dei morti. Solo il 38 per cento dei tedeschi considerano il Natale una festa religiosa.


In questo avanzante deserto della fede come può entrare in opera la "nuova evangelizzazione", altro grande obiettivo di questo pontificato?


Le forme possono essere molto varie. Una di queste è descritta nel reportage che segue, pubblicato lo scorso 20 luglio da "Avvenire", il quotidiano della conferenza episcopale italiana.


Teatro del reportage è Chemnitz, già Karl-Marx-Stadt, una delle città più vuote di fede della già vastamente scristianizzata ex Germania orientale.


Protagoniste della rinnovata evangelizzazione sono alcune famiglie di cattolici neocatecumenali, lì giunte con questa finalità missionaria da altri paesi d'Europa.


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IN MISSIONE NEL PROFONDISSIMO EST


di Marina Corradi


Fuori il sole è ancora alto, d'estate, ma alle otto di sera le strade sono già semideserte. Siamo a Chemnitz, Theater Strasse 29, in un vecchio palazzo appena ristrutturato che sa ancora di calce fresca. Delle famiglie neocatecumenali ciò che più ti colpisce, quando le vedi insieme come questa sera, sono i figli: sei coppie, ciascuna con nove o dodici o anche quattordici ragazzi. In tutto sono una settantina, adolescenti o da poco sposati. E guardi le loro facce, i loro occhi lucenti, e pensi: che meraviglia, e che ricchezza abbiamo perso, noi europei del figlio unico, mentre da una stanza accanto arriva perentorio lo strillo di uno dei primi nipoti.


Commuove, la piccola folla di ragazzi cristiani stasera a Chemnitz, ex Karl-Marx-Stadt. Perché in quest’angolo di ex Repubblica Democratica Tedesca la civiltà nacque, nell’anno 1136, da un pugno di monaci benedettini, che fondarono un’abbazia; e si erano portati dietro delle famiglie cristiane che vivevano attorno al convento e disboscavano le foreste, per farne terra da coltivare; e anche quelle famiglie avevano una decina di figli ciascuna.


Che la storia possa ricominciare, quando sembra finita? Te lo domandi in questa città silenziosa e spenta, dove un abitante su quattro è vecchio, e spesso solo, e soli sono i figli unici di famiglie disfatte. La gente di qui si volta a guardare, se una famiglia neocatecumenale esce con anche solo una metà dei suoi figli. E se un compagno di scuola capita a casa a pranzo, incredulo fotografa con il cellulare la folta tavolata.


La missione "ad gentes" di Chemnitz, composta di due comunità, ciascuna accompagnata da un sacerdote, è formata da due famiglie italiane, due spagnole, una tedesca e una austriaca. I padri, in patria, avevano un lavoro sicuro. Negli anni ’80 partirono per la prima missione. Li mandò il fondatore del Cammino neocatecumenale Kiko Arguello, accogliendo un desiderio di Giovanni Paolo II: cristiani che riportassero il Vangelo nelle periferie delle metropoli occidentali. Andrea Rebeggiani, professore di latino e greco, lasciò con la moglie e i primi cinque figli la sua casa a Spinaceto, periferia sud di Roma, e approdò nel marzo 1987 in una Hannover sommersa da una tempesta di neve. Anche Benito Herrero, ricco avvocato catalano, abbandonò tutto e venne qui, a studiare tedesco alle scuole serali assieme ai profughi curdi.


E già era una straordinaria avventura. Ma nel 2004 il Cammino neocatecumenale ideò un altro passo: famiglie accompagnate da un sacerdote si sarebbero trasferite nelle città più scristianizzate, semplicemente per stare tra la gente ed essere il segno di un’altra vita possibile. Una struttura, in sostanza, benedettina. Il vescovo di Dresda, Joachim Friedrich Reinelt, invitò i neocatecumenali a Chemnitz, della ex DDR forse la frontiera più dura. E di nuovo queste famiglie partirono. Non solo i genitori, ma anche i figli, liberamente, uno per uno. "Avevamo solo cinque o sei anni quando abbiamo lasciato il nostro paese", spiega oggi Matteo, figlio di Andrea. Ora siamo grandi, questa volta è la nostra missione".


Difficile la vita a Chemnitz, in questa provincia povera che sa ancora di DDR, per dei ragazzi cresciuti all’Ovest. Qualcuno soffre, se ne va. Poi, quasi sempre, ritorna. Dura la vita dei padri, di nuovo in cerca di lavoro a cinquant’anni. Se lo stipendio non basta, si vive degli assegni familiari del welfare tedesco e dell’aiuto delle comunità neocatecumenali di provenienza. Con le quali il legame è forte. In patria, per queste famiglie le comunità recitano costantemente il rosario. In estate mandano qui i ragazzi, a fare la missione cittadina: un’esplosione di allegria per le solitarie vie di Chemnitz, da quei gruppi di adolescenti romani o spagnoli.


Discussioni alla porte del cimitero: "Sapete che le ossa dei vostri morti risorgeranno, un giorno?". I più, della gente di Chemnitz, alzano le spalle e se ne vanno: "Soprattutto i vecchi, sembrano non tollerare di sentire parlare di Dio". Ma la vera missione, dice l’avvocato Herrero, "è essere qui". Qui nella vita quotidiana, dietro ai banchi o al lavoro, tra gente che ti guarda e non capisce, che domanda e si stupisce; scontrosa, diffidente, impaurita. Essere qui: come Maria, 27 anni, maestra in un asilo dove tanti genitori sono già divisi, e testimoniare di una famiglia in cui ci si vuole bene per sempre.


Come uno dei ragazzi spagnoli, barista d’estate in una gelateria: ha incuriosito il proprietario, che una sera è venuto a sentire la catechesi, e poi è ritornato. Piccolissimi numeri: ma non c’è smania di proselitismo in questa gente. Già lieti d’essere qui: "La missione prima di tutto educa noi e i nostri figli all’umiltà. Non siamo dei superman, ma uomini come gli altri, fragili e paurosi". Paurosi? Ci vuole un coraggio da leoni per lasciare tutto e con una nidiata di bambini partire per un paese sconosciuto.


Da dove viene il coraggio? "Dio – ti rispondono – chiede all’uomo ciò che ha di più caro, proprio come lo chiese ad Abramo, che offrì suo figlio Isacco. Ma se offri tutto a Dio, scopri che lui ti dona molto di più. Ed è fedele, e non ti abbandona". Quante storie, fra questi cristiani che invecchiano lietamente in una corte di figli e nipoti. C’è il professore ex sessantottino che a trent’anni si sentiva finito e disilluso, e ora ha 9 figli e 7 nipoti, più 3 in arrivo. C’è l’informatico che da adolescente ha sofferto dell’abbandono del padre, e ha perso la fede; e sa cosa possono avere in testa questi ragazzi di Chemnitz, con i loro affetti divisi. Ragazzi che invidiano i suoi figli: "Che fortuna – ci dicono spesso – voi tornate da scuola e mangiate tutti assieme. Noi mangiamo soli, o con il gatto". In un lampo di nostalgia di una famiglia vera.


"Ci sono segni capaci di toccare anche il cuore dei più lontani – dice Fritz Preis, da Vienna – e noi siamo qui per portarli a questa gente". Ma quale motore spinge un così sbalorditivo lasciare ogni certezza? "Io ho fatto tutto questo per gratitudine", risponde l’avvocato catalano. "Gratitudine per mia moglie, per i figli, per la vita, per tutto quello che Dio mi ha dato".


Taci, perché un cristiano "normale", già in affanno con i suoi pochi figli nel suo paese, resta muto davanti alla fede di queste famiglie; testimoni di un Dio che chiede tutto, ma dà molto più di quanto ha ricevuto. Taci, davanti alla serenità delle quattro sorelle laiche che assistono le famiglie nelle necessità quotidiane: "Io volevo semplicemente mettermi al servizio di Dio", dice Silvia, romana, con un sorriso che trovi raramente nelle nostre città. Le vedranno, queste facce, questa singolare letizia, qui, dove non credono più in niente? Quando i neocatecumenali spiegano che sono venuti da Roma e Barcellona, per annunciare che Cristo è risorto, la gente di Chemnitz si ritrae turbata, come disturbata in un sonno pesante. Talvolta rispondono: "Vorremmo crederci, ma non ne siamo capaci".


Due generazioni senza Dio sono tante, per la memoria degli uomini. Ma quando, un giorno, alcuni dei figli del professor Rebeggiani si sono messi a cantare dal balcone di casa – per la pura gioia di farlo – l’antico canto "Non nobis Domine sed nomini tuo da gloriam", i vicini si sono affacciati, e sono rimasti ad ascoltare. E una vedova ha chiesto ai ragazzi di cantare lo stesso canto al cimitero, in memoria del marito morto. Così è stato, e fra i presenti uno è si è avvicinato, alla fine: "Da tanto tempo – ha detto – non sentivo qualcosa che mi desse una speranza".


Chissà, ti chiedi, se anche per quel pugno di monaci benedettini e di laici arrivati qui nel 1136 non sia cominciata così: con lo stupore di uomini che intravedevano in loro una bellezza, e ne provavano una misteriosa nostalgia.


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Il quotidiano della conferenza episcopale italiana che ha pubblicato il reportage, nel quadro di un'inchiesta a puntate su "I semi della fede" in varie città di più continenti:


> Avvenire


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Ancora "Avvenire", il 14 settembre, ha pubblicato la seguente sintesi del libro di Andreas Püttman:


> Scristianizzazione, la sfida della Germania


 


 


ALTRI ARTICOLI


 


un primo bilancio della visita in Germania di papa Benedetto XVI di Wir sind Kirche in Wir sind Kirche Deutschland del 25 settembre 2011 (http://www.wir-sind-kirche.de)




Primo bilancio da parte di Wir sind Kirche della visita del papa. "Dinanzi alle amare delusioni dell'incontro ecumenico del papa ad Erfurt, Wir sind Kirche esorta tutte le comunità cattoliche ed evangeliche a mettersi ecumenicamente insieme e «fare ciò che ci unisce»." Il valore autonomo della coscienza è legato senza riserve a norme oggettive già date: è il nucleo premoderno di un discorso strutturato modernamente. " Per quanto sia giusto lamentare la crescente assenza di Dio nella coscienza dell'uomo, parlare di Dio non può diventare un diversivo per disinnescare le crisi e i problemi ecclesiali"

 


30.9.2011
"Noi siamo Chiesa", firmato Ratzinger

Per la prima volta da quando è papa, Benedetto XVI ha citato e criticato in pubblico il movimento di opposizione ecclesiale più diffuso e attivo nei paesi di lingua tedesca. L'ha fatto in un discorso a braccio ai seminaristi di Friburgo. Ecco le sue parole




28.9.2011
Nella ricca Germania la Chiesa si faccia povera!

Mai prima del suo terzo viaggio in patria Benedetto XVI aveva dato così forte risalto all'ideale di una Chiesa povera di strutture, di ricchezze, di potere. Nello stesso tempo, però, ha insistito anche sul dovere di una vigorosa "presenza pubblica" di questa stessa Chiesa. Sono possibili le due cose insieme?




25.9.2011
"È nuovamente l'ora di togliere coraggiosamente ciò che vi è di mondano nella Chiesa"

Solo così lo scandalo vero del cristianesimo, quello della croce, può risplendere agli uomini, senza essere messo in ombra "dagli altri dolorosi scandali degli annunciatori della fede". Il discorso del papa ai cattolici tedeschi impegnati nella Chiesa e nella società




23.9.2011
"La scottante domanda di Martin Lutero deve diventare di nuovo la nostra domanda"

Il papa alla Chiesa evangelica di Germania. L'ecumenismo vive e cade sulla questione di Dio e del male. La duplice sfida del protestantesimo "evangelical" e della secolarizzazione. Come ravvivare la fede senza annacquarla




22.9.2011
C'è un giudice a Berlino. E rivuole re Salomone

Dopo Rastisbona nel 2006 e dopo Parigi nel 2008, la terza grande lezione di questo pontificato. Papa Benedetto la tiene nella capitale tedesca e nel cuore del suo sistema politico. Cita sant'Agostino: "Togli il diritto, e allora che cosa distingue lo Stato da una grossa banda di briganti?"


 

editore |16.09.2011

 


Vito Mancuso, Io e Dio. In libreria per Garzanti dall'8 settembre 2011


 




 
Cattura
Roma - 17-19 Novembre

 
p411-ytjj91
Riflessione a partire dalla rivoluzione della tenerezza

 

CONVEGNO DI AGGIORNAMENTO E SEMINARIO DI STUDIO IRC 2017

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