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Fulvio Ferrario |19.12.2011
la teologia del novecento

Il libro:


Fulvio Ferrario, "La teologia del Novecento", Carocci, Roma, 2011, pp. 304, euro 24,00.


 


È uscito quest'anno in Italia un libro sulla teologia del Novecento scritto da un teologo protestante, il valdese Fulvio Ferrario, che colpisce non solo per la rara chiarezza e ricchezza dell'esposizione e per l'efficacia narrativa, ma anche per il rilievo dato ad alcuni grandi teologi che sono, tra i non cattolici, proprio i più vicini alla visione e alla sensibilità dell'attuale papa, lui stesso teologo.


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Il primo è Oscar Cullmann (1902-1999), nato a Strasburgo, vissuto a Basilea e ospite a Roma, negli anni del Concilio Vaticano II, della stessa facoltà teologica valdese nella quale Ferrario insegna.


Ferrario lo annovera "tra i teologi protestanti più apprezzati in campo cattolico". Pur meno famoso di un Barth, di un Bultmann, di un Bonhoeffer, Cullmann ha lasciato un'impronta forte e durevole.


È lui che ha coniato la formula – divenuta d'uso universale – del "già e non ancora" per esprimere la dialettica tra la salvezza già realizzata da Cristo e l'attesa del compimento finale.


Ed è lui, soprattutto, che ha insistito in ogni sua opera – da "Cristo e il tempo" a "La cristologia del Nuovo Testamento" – sulla continuità tra il Gesù della storia e il Cristo della fede. Cullmann era prima di tutto un grande esegeta delle Sacre Scritture, ma ha sempre coniugato la ricerca filologica e storiografica alla riflessione teologica. E "nella ricerca di questo difficile equilibrio – scrive Ferrario – egli costituisce un modello, in una stagione nella quale la difficoltà di comunicazione tra le due discipline raggiunge livelli pericolosi".


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Un secondo grande teologo messo in primissimo piano da Ferrario è il tedesco Wolfhart Pannenberg, luterano, 83 anni.


In lui il nesso tra teologia e filosofia è strettissimo. Il Cristo crocifisso e risorto è l'evento capitale – raggiungibile anche dalla scienza storica – che consente di afferrare il senso della storia universale dell'uomo e del mondo. La rivelazione di Dio è storia; e lo smarrimento di questo orizzonte è la radice della crisi della cultura contemporanea. "È abbastanza facile notare – scrive Ferrario – le obiettive convergenze di questa impostazione con molte tesi del magistero cattolico romano".


Non solo. Anche nella dottrina dei sacramenti e dei ministeri ordinati le riflessioni del protestante Pannenberg si avvicinano a quelle cattoliche. Ferrario sottolinea che "egli ritiene non solo possibile, ma a certe condizioni persino auspicabile, che il protestantesimo riconosca l'importanza del cosiddetto 'ministero petrino', cioè del papato".


Lo stesso avviene nel campo della teologia morale:


"L'orientamento generale del pensiero di Pannenberg e la sua fiducia nelle possibilità teoriche di un'etica filosofica di derivazione aristotelica lo conducono a guardare con un marcato sospetto a molti orientamenti delle società secolarizzate in campo morale, ad esempio in materia di sessualità. In alcune occasioni egli esprime pubblicamente il proprio disaccordo nei confronti di posizioni che gli appaiono troppo 'permissive' delle Chiese evangeliche tedesche".


Ma ciò non trattiene Ferrario dal concludere il profilo di Pannenberg – cioè del più "ratzingeriano" dei grandi teologi protestanti viventi – con questo altissimo apprezzamento:


"Nel contesto postmoderno, il pensiero di Pannenberg detiene un'inattualità che affascina e stimola. L'appello al rigore e alla portata universale della ragione critica, l'insistenza su una visione della fede come 'grande narrazione', addirittura storico-universale, costituisce una provocazione nei confronti della retorica di una teologia che vorrebbe ridursi all'autobiografia del teologo. Pannenberg ha in comune con i classici della riflessione teologica l'idea di un pensiero intrepido, che non accetta di fermarsi prima di aver incontrato la realtà di Dio. Ed è questo ardire del concetto che ne fa, al di là di ogni critica, un maestro".


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Una terza personalità messa in forte rilievo da Ferrario nel capitolo dedicato alla teologia delle Chiese ortodosse è Ioannis Zizioulas, metropolita di Pergamo.


Zizioulas è il vescovo-teologo più autorevole del patriarcato ecumenico di Costantinopoli ed è amico di lunga data di Joseph Ratzinger. "Egli sviluppa – scrive Ferrario – l'idea della Chiesa come comunità che scaturisce dall'eucaristia. E in quanto tale essa è, non in senso teorico ma altamente realistico, corpo terreno del Risorto e partecipazione alla vita trinitaria".


Non meraviglia, quindi, che "l'ecclesiologia eucaristica di Ioannis di Pergamo è assai utilizzata e apprezzata in ambito ecumenico. Essa è infatti molto organicamente, ed elegantemente, legata all'insieme della visione teologica e permette una comprensione della Chiesa in chiave anzitutto mistico-sacramentale, contro una deriva giuridica della quale, a volte, gli stessi cattolici romani evidenziano almeno alcuni limiti". Una comprensione della Chiesa alla quale, riconosce Ferrario, "la mentalità protestante reagisce per contro in modo ambivalente".


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Nella pagina finale del suo avvincente viaggio nella teologia del Novecento, Ferrario cita la lezione di Benedetto XVI a Ratisbona, con la sua rivendicazione di uno spazio pubblico per la teologia nelle moderne università del sapere.


E così conclude:


"Il nostro sguardo alla storia della teologia del Novecento dovrebbe aver mostrato che la teologia è stata 'pubblica' proprio quando è stata ecclesiale: quando cioè ha dato espressione intellettualmente critica al tentativo della comunità cristiana di annunciare l'evangelo nel mondo. [...]


"I metodi esegetici, storici, filologici impiegati dalla teologia saranno gli stessi delle scienze religiose o delle teorie del cristianesimo che già ora l'affiancano e con le quali il pensiero ecclesiale è chiamato a dialogare serenamente.


"Ma diverso è il compito che la teologia cristiana si ostina a ritenere che le sia assegnato dal suo Signore: quello di contribuire, mediante la riflessione, al ministero della Chiesa, cioè alla predicazione della morte e della risurrezione di Gesù Cristo, nell'attesa della sua venuta".


E con questa limpida sentenza del più autorevole teologo protestante italiano, i molti falsi teologi che oggi affollano il proscenio – per "umanizzare" Gesù invece che predicarlo vero Dio e vero uomo – sono serviti.


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L'autore è professore di dogmatica e discipline affini presso la Facoltà Valdese di Teologia di Roma e docente invitato presso l'Istituto di Studi Ecumenici S. Bernardino di Venezia. Dirige la rivista teologica della Facoltà Valdese "Protestantesimo".


Sandro Magister


 

editore |18.12.2011
tecnologia1

 


Il culto del corpo è l’imperativo quotidiano della nostra epoca. Solo chi si sforza di raggiungere il proprio ideale fisico può avere successo, e dunque botox, body-styling e chirurgia estetica divengono i riti che ci promettono un’eterna giovinezza.


D’altro lato, tuttavia, la dimensione corporea va contemporaneamente perdendo sempre più di significato, parallelamente allo svilupparsi delle potenzialità virtuali offerte dal cybermondo costituito da Internet, giochi di ruolo, videogiochi, nanotecnologie applicate alla medicina, che rivelano il profondo desiderio dell’uomo di superare il limite fisico e in definitiva di raggiungere l’immortalità.


Ma a ciò fa ancora resistenza il messaggio evangelico dell’incarnazione di Dio, che continua ad affrancare e a restituire dignità a ogni corpo fragile, limitato, vulnerato nella sua esistenza, e che oggi il pensiero cristiano deve riproporre in modo consapevole e attrezzato come risorsa di senso per una vita vissuta e ancorata alla realtà nell’epoca del cyber-mondo.


 


 


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Regno-att. n.20, 2011, p.707

editore |17.12.2011

Intervista al Card. Bagnasco


 


Il cardinale Angelo Bagnasco, 69 anni a gennaio, presidente dei vescovi italiani, è nella casa d'accoglienza vicina alle mura vaticane, che lo ospita quando si trova a Roma. Un bambino arabo di tre anni scorrazza nei corridoi. Le suore preparano il presepe. Un religioso sudamericano lavora al computer.



Eminenza, come valuta la svolta politica italiana e la nascita del governo Monti?
«Non spetta alla Chiesa formulare una valutazione politica. La crisi globale ha portato a galla alcuni elementi di inadeguatezza del sistema-Paese, che venivano da lontano e hanno contribuito a modificare il quadro politico, già segnato da non poche inquietudini. Questo governo, che a cominciare dal presidente Monti è composto da personalità della cultura e del mondo sociale ed economico, ha una finalità assolutamente prioritaria. L'auspicio è che possa realizzare quel risanamento dei conti pubblici senza del quale l'Italia rischia tutto, e grazie al quale tutto diventa possibile; e, nello stesso tempo, imprimere una spinta decisiva allo sviluppo».



Si è parlato molto dello «spirito di Todi», di un nuovo impegno dei cattolici. Il nuovo governo ne è un frutto?
«Todi è stato un momento di una presa di coscienza più generale, che ha rimarcato il contributo necessario dei cattolici alla vita sociale e politica. È significativo che ampi settori della pubblica opinione abbiano richiesto l'apporto di chi fa del "bene comune" l'asse di una buona politica, al di là di polarità che finiscono per esacerbare gli animi e suscitare contrapposizioni inutili. Da tempo Benedetto XVI ha richiamato all'impegno i cattolici italiani, sostenendo che la fede evita il disimpegno specialmente nei momenti di crisi e non accetta di essere ridotta alla pura sfera privata, senza incidere sulla costruzione della città in cui sono in gioco valori non solo economici ma più profondamente umani».



I sacrifici imposti da Monti erano necessari? O finiranno per estendere ancora di più le fasce di povertà e per aggravare le difficoltà del ceto medio?
«Una società non può vivere a lungo al di sopra delle proprie forze. A meno di introdurre forzature che però non resistono alla prova dei fatti. Non solo l'Italia, ma una certa mentalità che si è diffusa a macchia d'olio ovunque ha insistito nel "comprare oggi e pagare domani". Si è così ribaltato un costume radicato tra la nostra gente, che faceva del risparmio, della misura e della concretezza uno stile di vita. A ciò si aggiunga la diffusa tentazione di caricare sulla generazione successiva i costi di un risanamento pure intravisto come necessario. La responsabilità tra generazioni impone di predisporre le cose perché i giovani che verranno dopo di noi trovino un mondo più vivibile. Oggi ciò che lasciamo in dote è meno di quanto abbiamo ricevuto; tenendo conto che la coesione umana e la giustizia sociale sono parte irrinunciabile di questo patrimonio».



Il Papa ha insistito molto sulla «sobrietà». C'è qualcosa che la Chiesa può fare, per partecipare anch'essa ai sacrifici?
«La sobrietà non è il frutto di una scelta imposta dall'esterno. Corrisponde a una visione dell'esistenza che privilegia i beni relazionali rispetto a quelli materiali. La Chiesa partecipa ai sacrifici della gente condividendone la vita quotidiana attraverso il reticolato più capillare che esista, quello delle parrocchie. Perfino nei centri più piccoli e sperduti il campanile rimane un riferimento di spiritualità e solidarietà. Per non parlare delle metropoli dove la presenza della comunità cristiana è l'avamposto a contatto con le mille forme della povertà vecchia e nuova. Anche a me, quando cammino nei vicoli della mia città, tra i carrugi di Genova, capita d'essere fermato da anziani malfermi, immigrati, drogati che mi stringono la mano e mi dicono: "Volevo soltanto ringraziarla". Se la Chiesa cessasse d'improvviso la sua testimonianza di fede e di carità, tutta la società sarebbe decisamente più povera».



Come funziona oggi precisamente il sistema delle esenzioni dall'Ici? C'è qualcosa che la Chiesa è disposta a cambiare?
«La Chiesa paga l'Ici! Occorre dirlo, visto che si parte sempre dall'assunto contrario. Eventuali casi di elusione relativi a singoli enti, se provati, devono essere accertati e sanzionati con rigore: nessuna copertura è dovuta a chi si sottrae al dovere di contribuire al benessere dei cittadini attraverso il pagamento delle imposte. Le tasse non sono un optional. Detto questo, l'esenzione dall'Ici per talune categorie di enti e di attività non è un privilegio. È il riconoscimento del valore sociale dell'attività che viene esentata e - cosa non secondaria - non riguarda solo la Chiesa ma anche altre confessioni religiose e una miriade di realtà non profit. Si tratta di chiedersi - ma qui credo che il consenso sia più vasto di quel che si creda - se il mondo della solidarietà debba essere tassato al pari di quello del business. A chi fa concorrenza una mensa per i poveri piuttosto che un campetto di calcio dell'oratorio? In ogni caso, ripeto: siamo disposti a valutare la chiarezza delle formule normative vigenti, con riferimento a tutto il mondo dei soggetti e delle attività non profit oggetto dell'attuale esenzione».



Si è parlato, e lo ha fatto anche lei, di «disinformazione». Ma perché fa presa? Sta forse calando nella gente la consapevolezza di ciò che fa la Chiesa in campo sociale?
«Il momento è obiettivamente duro, in particolare per alcuni. In questo clima di esasperazione attaccare la Chiesa perché non pagherebbe l'Ici è un po' come sparare sulla Croce Rossa. E la Chiesa è un bersaglio facile; perché non ha nulla da nascondere. In realtà, già da anni avevo lanciato l'allarme dell'aumento dei pacchi-viveri da parte delle Caritas diocesane, quando un po' dappertutto si asseriva che la crisi non avrebbe riguardato il nostro Paese. Al contrario chi opera in campo sociale e assistenziale se n'era accorto, per la pressione sulle parrocchie di persone insospettabili e di ceti sociali un tempo garantiti. La gente che trova aiuto e spesso generi di prima necessità lo sa bene. Ma non basta evidentemente a cambiare l'agenda dell'informazione diffusa. Mi chiedo se sia solo questione di ignoranza. O anche di malafede».



Non pensa che la Chiesa abbia sbagliato qualcosa?
«Penso che dovremmo superare quel pudore che impedisce di parlare di quanto si fa generosamente, spesso in silenzio e tra enormi problemi. Credo pure che la trasparenza sia la strada da privilegiare in qualsiasi attività di una realtà ecclesiale. Così si attiva meglio la consapevolezza di chi non ha pregiudizi, la corresponsabilità sociale e insieme il controllo».
Non teme che il gettito dell'8 per mille possa diminuire?
«Se c'è una campagna verità, farà bene a tutti. Certo, a forza di calunniare, qualcosa resta. Ho letto e sentito dire in tv che la Chiesa riceve un miliardo di euro e spende 350 milioni per gli stipendi; "il resto è la cresta dei vescovi". Ora, voi sapete qual è lo stipendio di un vescovo?»


Ce lo dica lei.
«Nella Chiesa abbiamo tre fasce di retribuzione. Lo stipendio di un giovane sacerdote è di circa 800 euro. Quello di un parroco intorno a mille. Quello di un vescovo sui 1.300. Lascio a voi il raffronto con le sperequazioni di altre strutture gerarchiche. Il punto è un altro. I restanti 650 milioni sono spesi per la Caritas, per i beni culturali, per il Terzo Mondo. Una quota è riservata alle vittime di calamità nazionali e internazionali; ad esempio abbiamo speso un milione per gli alluvionati in Liguria. Ed è tutto pubblicato su Internet. Tutto trasparente».



Ora che una fase si è chiusa, forse si può fare una riflessione storica: la Chiesa italiana ha concesso un credito troppo grande, e troppo a lungo, a Berlusconi?
«La Chiesa non sposa questo o quel governo. Con ogni governo però coltiva rapporti di collaborazione all'insegna del bene comune. Confondere la necessaria collaborazione istituzionale con altre forme di vicinanza strategica è fuorviante. Altro è poi quello che singoli cattolici fanno all'interno della loro personale posizione partitica».
Nel campo opposto, a sinistra, c'è spazio per i cattolici? C'è attenzione alle loro esigenze?
«Lo spazio per i cattolici non dovrebbe trovare pregiudiziali rispetto alla questione decisiva dell'etica della vita, come per la libertà scolastica. È questo un valore, sancito dalla Costituzione che prevede l'istruzione come un diritto da garantire a tutti, senza darne l'esclusiva allo Stato. Crescere nella libertà di scelta è aiutare la crescita della democrazia nel nostro Paese, ancora attraversato da residui pregiudiziali ormai superati dalla storia e dall'Europa».



Sì, ma questo spazio per i cattolici c'è nel Pd?
«Noi enunciamo il criterio. Circa i valori irrinunciabili in linea di principio e di fatto. Se c'è lo spazio in concreto, bisogna chiederlo agli esponenti del Pd».
Il ritorno del centro può far pensare a un ritorno anche dell'unità politica dei cattolici?
«L'unità politica dei cattolici non si costruisce necessariamente tramite un partito. Anche se la storia non l'ha escluso. Domani, si vedrà. Ma l'unità si costruisce a partire da un plesso di valori che ha nella vita - dal concepimento alla conclusione naturale -, nella famiglia e nella libertà religiosa il suo riferimento necessario. L'etica della vita è il presupposto dell'etica sociale che garantisce il bene comune, fatto anche di lavoro, casa, integrazione».


Aldo Cazzullo
Gian Guido Vecchi


17 dicembre 2011 | 12:27

La redazione |09.12.2011
ici
Partiti, circoli e sindacati
Ecco dove l’Ici non si paga

Pochi lo sanno, ma numerosi soggetti senza scopo di lucro, laici e no, sono esonerati dalla imposta sugli immobili. Dalle birrerie ricreative ai ristoranti culturali. Gli esenti meno noti.


Vi è mai capitato di entrare in un locale dove si ascolta musica, si mangia e si beve birra allegramente seduti ai tavoli, si balla anche, ma prima di entrare vi hanno fatto pagare una piccola quota associativa con tanto di tesserina? Bene, quel locale, noto circolo di una nota associazione ricreativa, non paga l’Ici. Perché la legge la considera un’attività meritoria. E poco importa se fa concorrenza ai locali vicini, dato le attività ricreative sono beneficiate dalla legge istitutiva dell’Ici. Anche il bar dello storico circolo "culturale" vicino a casa, pur dispensando caffè e cappuccini a prezzi competitivi, non sa che cosa sia l’Ici. Per non parlare delle Case del Popolo, così popolari che giustamente, quando la sede è loro, l’Ici manco la devono nominare.

La lista di chi in Italia può fare a meno di versare l’ormai ex Imposta comunale sugli immobili – già, abituiamoci a chiamarla Imu – è molto lunga. E, sorpresa, non prevede solo realtà che possono essere ricondotte alla Chiesa cattolica. Anzi. Il problema è che a dirlo, oggigiorno, si rischia di essere presi per marziani. Eppure è così. Per fare un esempio, gli immobili di proprietà dei sindacati hanno l’esenzione Ici. E non conta se magari tutelano solo i loro iscritti, o se si impegnano per bloccare le riforme di cui un Paese avrebbe bisogno. La loro funzione sociale è, giustamente, riconosciuta dalla legge. Così pure i partiti politici, sì anche loro, non devono pagare l’Ici negli immobili di proprietà. Che siano di destra, di sinistra, o di centro; che siano tolleranti e aperti nei confronti delle altre culture e religioni, o che siano intolleranti esclusivamente verso la religione cattolica.


La norma è abbastanza chiara, aperta a quei soggetti che a loro modo contribuiscono a costruire benessere sociale, eppure le campagne sollevate da alcuni schieramenti hanno fatto il loro lavoro. E stanno diffondendo l’idea che l’esenzione sia un privilegio concesso solo alla Chiesa cattolica in quanto tale, mentre di Chiesa cattolica la legge non parla mai. Parla, al limite, di «fabbricati destinati esclusivamente all’esercizio del culto, e le loro pertinenze». Dunque la cosa vale anche per valdesi, comunità ebraiche, chiesa evangelica luterana... (cioè le confessioni che hanno stipulato intese con lo Stato).


E non finisce qui. Sono esenti dall’Ici tutti i fabbricati di proprietà degli Stati esteri, come quelli della sciovinista Francia, della dura e forte Germania o della ligia e austera Svizzera, e con loro ovviamente, essendo uno Stato estero (la norma è regolata dal Concordato) anche quelli della Santa Sede. Esenti, per forza di cose, pure i fabbricati di regioni, province, comuni, comunità montane, unità sanitarie locali, camere di commercio.


La sostanza, però, viene dopo. Quando si passa alle realtà non profit, cioè agli enti che non hanno per oggetto esclusivo l’esercizio di attività commerciali. Si tratta di un universo molto vasto in Italia, che comprende tante realtà di ispirazione cattolica e tante di matrice laica. Soggetti che il legislatore ha ritenuto di sostenere per l’apporto che danno alla società, ma solo quando gli immobili non sono "sul mercato" e quando vi si svolgono attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive. Insomma, l’Ici non la pagano – a prescindere dalla loro vicinanza alla Chiesa cattolica –, le mense per i poveri e i bar associativi dove si servono lambrusco e grappini, le società sportive che fanno giocare i ragazzi, gli ospedali e le strutture sanitarie gestite da enti rigorosamente non profit, gli oratori e i ritrovi dei circoli culturali. Anche quelli dove l’argomento più in voga è la Chiesa che non paga l’Ici.



Massimo Calvi

da Avvenire  del 9/12/ 2011


 


 


Altri contributi




Da Avvenire


 



La presa di posizione del presidente della Cei a margine del convegno di Retinopera a Roma. "Eventuali casi di elusione relativi a singoli enti, se provati - ha ricordato Bagnasco - devono essere accertati e sanzionati con rigore: nessuna copertura è dovuta a chi si sottrae al dovere di contribuire al benessere dei cittadini attraverso il pagamento delle imposte. Le tasse non sono un optional".


LE STORIE: Arezzo | Cosenza
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Bagnasco: cattolici in politica con sereno anticonformismo


Bagnasco: l'Ici? Legge giusta basta confusioneIl presidente della Cei: «Se qualcuno non avesse pagato un tributo dovuto, l’abuso sia accertato e abbia fine».Monti da Bruxelles: nessuna decisione su questa materia.

Ici, ma quale zona grigia... Ecco cosa dice la legge di Patrizia Clementi
Curia di Bologna: Noi paghiamo, altro che privilegi
La parrocchia di Brugherio, l'hotel di Levanto
Hotel Waterloo, dove la tassa è pure doppia
Il «tesoro» della Chiesa di Maurizio Patriciello
Intervista a Giuseppe Dalla Torre (da Radio inBlu)


LA VERGOGNA DELL'ICI di Marco Tarquinio
ICI, LA VERITÀ È SEMPLICE di Marco Tarquinio
COSA DICE LA LEGGE
Dall’Arci al volontariato: non colpite chi aiuta davvero


 


Dal Corriere della Sera



ECONOMIAIl responsabile per la Cooperazione e l'integrazione a Lucia Annunziata: «Inutile fare una grande battaglia. Si intervenga: se c'è stata malafede si prendano le misure necessarie»



 


Dal Sole 24 ore



 


Da Il fatto Quotidiano


[Manovra, Bagnasco: "Disponibili a discutere su Ici"]


Chiesa graziata sulle rendite catastali Mentre la pressione fiscale vola al 45%


I partiti si dividono sull'Ici al Vaticano. Ma è rivolta sul web (leggi).


Telefono Azzurro ed Eurispes |09.12.2011
indagine conoscitiva condizione infanzia e adolescenza telefono azzurro eurispes

Scuola, per gli studenti deve preparare di più al lavoro...
...e per i genitori essere più aperta alle proposte degli alunni


 



Secondo gli adolescenti la scuola deve soprattutto prepararli al mondo del lavoro (32,5%), farli maturare (27,8%) e accrescere la loro cultura (26,6%). è quanto emerge dall'Indagine Nazionale sulla Condizione dell'Infanzia e dell'Adolescenza di Telefono Azzurro ed Eurispes che fornisce una fotografia degli atteggiamenti, delle idee e dei comportamenti dei bambini e degli adolescenti presentata oggi a Roma.


I ragazzi vorrebbero più spazio per sport (16,1%), attività pratiche (15,6%), studio dell'informatica e delle nuove tecnologie (13%) e lingue straniere (12,5%). Allo stesso tempo vorrebbero anche sentirsi più partecipi della vita scolastica e avere più opportunità di indicare su quali temi desiderano soffermarsi (11,1%). Il 7,8% vorrebbe più spazio per la musica, il 4,7% che si facesse una maggiore attività di prevenzione su temi quali bullismo e droghe, il 4,4% che fosse inserita nei programmi anche l'eduzione sessuale e il 3,6% vorrebbe meno nozionismo. Infine il 10,5% degli studenti non cambierebbe nulla: la scuola va bene così com'è.


Ma quasi un terzo degli adolescenti (29,3%) ha dichiarato di sentirsi annoiato per la maggior parte del tempo trascorso a scuola, il 7,1% prova agitazione e il 2,6% addirittura infelicità. I sentimenti negativi raccolgono quindi nel complesso quasi il 40% delle indicazioni. Un dato che desta preoccupazione, anche a fronte di un quarto del campione che si è detto interessato (25,8%), a un quinto che si è detto sereno (20,4%) e al 5% che si diverte tra le mura scolastiche.


Gli studenti vorrebbero essere più partecipi della vita scolastica: infatti, l'84,7% chiede una scuola più aperta alle proposte e alle iniziative dei ragazzi e il 66% auspica un coinvolgimento degli studenti stessi nel fare lezione su alcune materie.


A preoccupare è tuttavia soprattutto la valutazione implicitamente data dagli studenti alla classe docente: dovendo immaginare una scuola ideale, il 59,1% dei ragazzi vorrebbe infatti insegnanti più preparati e più aggiornati.


Sul fronte dei genitori, questi vorrebbero una scuola più aperta alle proposte degli alunni e insegnanti più preparati.


L'80% dei genitori in una "scuola ideale" vorrebbe insegnanti più preparati e più aggiornati. Per il 67% del campione sarebbe necessario invece un maggiore impegno nel combattere le discriminazioni e per il 79,1% la scuola ideale dovrebbe mostrarsi più severa con i ragazzi violenti.


Fortissima anche la richiesta, espressa dall'84,5% dei genitori, di avere una scuola più aperta alle proposte e alle iniziative degli alunni. Meno sentite le opzioni di mandare i propri figli in istituti privi o di alunni stranieri (6%) o di simboli religiosi (12,4%).


L'idea dei genitori è che la scuola debba "accrescere la cultura" (28,9%) e "far maturare le persone" (28,8%); il 17,9% si è espresso richiamando la necessità di preparare al mondo del lavoro e il 13,4% a favore della trasmissione di valori.


Se i ragazzi vorrebbero più sport, attività pratiche e informatica, i genitori desiderano prevenzione e lingue straniere. I genitori vorrebbero aumentare nelle scuole le attività di prevenzione rispetto a fenomeni quali il bullismo o le droghe (20,7%) e dare maggiori opportunità ai ragazzi di scegliere i temi su cui soffermarsi (18,5%). Il 17,9% invece vorrebbe nei programmi scolastici più spazio per lo studio delle lingue straniere e il 12,7% maggiore spazio alle attività pratiche.


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tuttoscuola.com


 


 


Indagine Conoscitiva 2011 sulla Condizione dell'Infanzia e dell'Adolescenza



Insegnare ai ragazzi, imparare dai ragazzi. È questo il messaggio principale della Dodicesima Indagine Nazionale sulla Condizione dell’Infanzia e dell’Adolescenza di Telefono Azzurro ed Eurispes che, come ogni anno, fornisce una fotografia degli atteggiamenti, delle idee e dei comportamenti di bambini e adolescenti, individuando le trasformazioni avvenute nell’ultimo anno e cogliendo i più recenti trend della vita dei giovani italiani.
Non solo, dunque, attenzione alta su quello che ai ragazzi si insegna ma anche su quello che dai giovani si può imparare. Novità assoluta dell’Indagine 2011 è la voce dei genitori.
Oltre ai 1.496 ragazzi tra i 12 e i 18 anni, sono stati infatti ascoltati anche 1.266 genitori con l’intento di fornire un quadro il più possibile esaustivo sulla condizione dei più giovani e di indagare luci e ombre del rapporto genitori-figli.
Famiglia, media e nuove tecnologie, tempo libero, scuola, comportamenti a rischio, bullismo e cyberbullismo i grandi temi dell’Indagine.


 


Per scaricare una sintesi della Indagine Conoscitiva


sintesi_indagine_telefono_azzurroeurispes_2011


 


http://www.azzurro.it/index.php?id=225


 

 
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26-27 Maggio 2017 XV CONVEGNO NAZIONALE S&V | XVII INCONTRO ASSOCIAZIONI LOCALI

 

CONVEGNO DI AGGIORNAMENTO E SEMINARIO DI STUDIO IRC 2017

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