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La redazione |08.12.2011
eutan

 


Rinunciare alla vita: cedimento o solidarietà?
di Bruno Forte
in “Il sole 24 Ore” del 4 dicembre 2011


Non è facile la riflessione che sto per proporre. Non lo è anzitutto perché davanti al mistero della morte, di qualunque  morte, ciò che più si addice è il silenzio. E non lo è perché qualunque parola si dica di fronte a questa morte comunque  inquietante - il "suicidio assistito" di Lucio Magri, un uomo pubblico, che ha vissuto con passione la storia dell'Italia  repubblicana -, si rischia di essere pregiudizialmente giudicati, quasi che la lettura di quel gesto comporti  inevitabilmente una presa di posizione ideologica, una sorta di sentenza scontata a seconda di chi intervenga.
Ecco perché ritengo giusto affermare che quanto cercherò di esprimere è parola "seconda", che segue al silenzio  prolungato della riflessione e della preghiera, cui il mio cuore di credente si è immediatamente aperto di fronte alla  notizia, e volutamente rifugge da ogni giudizio sul sacrario della coscienza, in cui solo ciascuno può tentare di entrare  per sé, e dove, per chi ha fede, entra unicamente il giudizio dell'amore giusto e misericordioso di Dio.
Lucio Magri, dunque, giovane democristiano negli anni 50, passato poi attraverso le diverse avventure della sinistra  italiana, fondatore con altri de Il Manifesto e protagonista di non poche battaglie politiche su posizioni di critica spesso  adicale nei confronti dei "vincenti" di turno, ha comprato un biglietto di sola andata per la Svizzera, dove, in un  centro a ciò predisposto, in base alle leggi di quel Paese, si è fatto accompagnare fino all'atto estremo del suicidio, per  cui tutto era stato accuratamente predisposto. Gli amici, che nulla avevano potuto di fronte alla depressione che aveva  invaso quel cuore, specialmente dopo la morte della persona amata, sono stati puntualmente informati una  volta compiutosi l'atto estremo, senza ritorno.
Una scelta disperata? Una rinuncia finale a ogni possibile conforto, a ogni sia pur lieve barlume di speranza? O - come qualcuno ha dichiarato - una scelta da rispettare e basta, senza tener conto della possibile ricaduta che inevitabilmente  una simile azione, specialmente in quanto compiuta da un uomo pubblico, ha potuto o potrà avere su  altri? A rispondere a questi interrogativi può forse aiutare  la vicenda stessa di Magri. Siamo nell'Italia della metà degli  anni Cinquanta e il dibattito interno al partito di maggioranza relativa, la Democrazia Cristiana, si va facendo  incandescente.
Fra i giovani militanti di quella forza politica si forma una consistente minoranza di sinistra, che riconosce i suoi  leaders proprio in Lucio Magri e altri. Furono questi a dar voce alla loro insoddisfazione di fronte a quello che  ritenevano l'immobilismo sociale e politico dei capi, dando vita al mensile "Il ribelle e il conformista". Il nome del  periodico intendeva ricordare da una parte il foglio "Il ribelle" del partigiano cattolico bresciano, ucciso dai tedeschi,  Teresio Olivelli, e dall'altra il romanzo da poco pubblicato di Alberto Moravia "Il conformista": una sorta di sì gridato al coraggio di chi lotta e dà la vita per la causa, e di no a chi rinuncia a lottare e si arrende alla logica dominante.
L'editoriale del primo numero, uscito nel gennaio 1955, faceva comprendere il perché di quel titolo: ispirandosi a  precise «scelte culturali» e ad «atteggiamenti morali», in specie all'«eredità della resistenza e della tradizione  dossettiana», il periodico si proponeva come voce e strumento di «un'esigenza strategicamente rivoluzionaria», al cui  servizio intendeva elaborare un discorso «rigorosamente politico», tale da giudicare «le forze e la situazione» e  individuare «una meta strategica, che definisse i successivi momenti tattici». Compito del mensile voleva essere  insomma quello di compiere una «rottura, il lancio delle ipotesi, l'inizio di un dibattito, in una parola, la battaglia delle  idee». L'appello era rivolto a tutte le forze giovanili italiane e trasudava - anche nel linguaggio fra l'ispirato e il  visionario - di un atteggiamento fondamentale di speranza, di reazione alla stasi, di nuovo inizio in nome di una  migliore città futura, accogliente e giusta per tutti.
Sono passati più di cinquant'anni da quel grido di riscossa giovanile. Ora Lucio Magri non può più far sentire la sua  voce, come peraltro da tempo mi pare avesse scelto di fare. Se n'è andato volontariamente a cercare la morte in un  Paese straniero, paradossalmente proprio quello che la militanza rivoluzionaria di alcuni anni fa avrebbe definito senza  scusanti un Paese "borghese". Il suo ultimo respiro lo ha emesso nell'ambiente ovattato di una clinica deputata  ad assistere la volontà di farla finita di alcuni (si calcola un paio di centinaia di persone all'anno), una sorta di tempio  della morte desiderata e accompagnata per chi ha decisione e mezzi per farlo. A quanti credono che la vita è dono e che  solo al Dio donatore spetta di porle fine, la scelta appare evidentemente  inaccettabile, contraria alla vocazione  più profonda impressa nel cuore umano dal suo Creatore. Al di là di ogni giudizio morale, però, non mi sembra  impropria la domanda se questa sia stata una morte da "ribelle" o da "conformista".
Di fronte alla deriva rinunciataria e al riflusso nel privato di molta cultura post-ideologica o - come si ama dire - "post- moderna", l'impressione è di trovarsi dinanzi più a un cedimento che a una ribellione. Senza minimamente giudicare il  cuore, oggettivamente ritengo quest'atto tutt'altro che una riscossa anticonformista. Ciò di cui c'è bisogno, in tutti, e  specialmente in chi è più provato dall'attuale crisi economica e sociale, è un atto di coraggio, uno sforzo collettivo  perché nessuno cada nel baratro: insomma, una "ribellione", non nel segno della violenza o dell'ideologia rivelatasi asfissiante e totalitaria, ma in quello della solidarietà, del l'amore umile e concreto, di quei piccoli (e grandi) segni di  speranza, di cui tutti abbiamo bisogno per vivere, amare e dare agli altri,
specialmente ai giovani, ragioni di vita e di speranza. Riflettere su questa morte potrà aiutarci, forse, ad amare di più la  vita e a volerla migliore per tutti.


 


 


Il momento della pietas
di Vito Mancuso
in “la Repubblica” del 1° dicembre 2011


Di fronte a un gesto estremo come quello di Lucio Magri è naturale che negli animi si accendano le passioni. E che da  queste sorgano giudizi di approvazione o disapprovazione a seconda delle provenienze culturali. Ogni coscienza  responsabile sa però che la complessa situazione del nostro mondo non ha certo bisogno di "kamikaze del pensiero" che  ripetono aprioristicamente convinzioni vecchie di secoli.
Ha bisogno piuttosto di analisi pacate e di conoscenza oggettiva perché l'etica non divenga un motivo in più di   divisione, ma realizzi la sua vera missione di far vivere in armonia gli esseri umani.
E in questa prospettiva si impone alla mente una prima inderogabile condizione: rispetto.
Aggiungo che se c'è una situazione in cui hanno senso le parole di Gesù «non giudicare» (Matteo 7,1), è proprio quella  nella quale un essere umano sceglie di porre fine alla sua vita. Sostengo in altri termini che, di contro a una tradizione  secolare che non ha esitato a condannare nel modo più crudo i suicidi, oggi il compito della teologia e della fede  responsabile è di sospendere il giudizio,
offrire dati, produrre analisi, al fine di generare pietas.
La riflessione umana presenta un dato sorprendente: mentre tutte le grandi tradizioni spirituali dell'umanità, sia  religiose sia filosofiche, condannano senza mezzi termini l'omicidio, per il suicidio le cose non sono altrettanto chiare.  Nelle religioni rimangono di gran lunga prevalenti le posizioni di condanna, com'è il caso di ebraismo, cristianesimo,  slam, e poi di induismo, buddhismo, confucianesimo. Il medesimo orientamento di condanna è maggioritario in  filosofia, come mostrano Platone, Aristotele, Kant, Hegel, Heidegger. Tra i filosofi però si danno anche punti di vista  che giungono a non condannare, talora anzi a valutare positivamente, il suicidio: così gli epicurei, gli stoici, Montaigne,  Nietzsche, Jaspers. Ma l'aspetto veramente sorprendente, soprattutto per un cristiano, è il fatto che la  Bibbia non condanni mai, in nessun luogo, il suicidio. L'hanno osservato nel '900 i maggiori teologi contemporanei, tra  cui Karl Barth, Dietrich Bonhoeffer, Hans Küng. «Il suicidio non viene mai esplicitamente vietato nella Bibbia», scrive  Barth, aggiungendo che si tratta di «un fatto veramente seccante per tutti quelli che volessero comprenderla e  servirsene in senso morale!».
Sono una decina i suicidi narrati dalla Bibbia e per nessuno vi è una condanna. Anzi un suicida, per l'esattezza Sansone,  viene perfino ricordato dal Nuovo Testamento tra i padri della fede. Non deve stupire quindi che nella Bibbia si  ritrovino parole come queste: «Meglio la morte che una vita amara, il riposo eterno che una malattia cronica»  (Siracide 30,17). Nel libro di Giobbe si legge di uomini che «aspettano la morte», «che la cercano più di un tesoro»,  «che gioiscono quando la trovano» (Giobbe 3,21-22), e non per condannare questi uomini, perché chi viene  condannato è piuttosto chi sostiene con arroganza e intransigenza la prospettiva contraria come i cosiddetti amici di Giobbe cioè i dogmatici Elifaz, Bildad, Zofar, Elihu.
Certo, tutti sanno che dalla Bibbia emerge soprattutto il messaggio della sensatezza e della sacralità della vita, quello  secondo cui la nostra vita è «nelle mani di Dio» (Salmo 16,5), in Dio è «la sorgente della vita» (Salmo 36,10) ed esiste  quindi una sorta di rifugio imprendibile dentro cui la nostra energia spirituale più preziosa, detta tradizionalmente  anima, non corre pericolo: «Non abbiate paura di coloro che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere  l'anima» (Matteo 10,28).
Alla luce di questi dati emerge che il compito dei cristiani oggi non è di emettere condanne qualificando negativamente  e sofferte scelte di chi si suicida. È piuttosto di vivere la fede nella dimensione spirituale dentro cui  l'anima vive al sicuro, anche quando il corpo tradisce. È da questa prospettiva spirituale che io giungo a valutare  negativamente il suicidio, e a lottare perché la fiducia verso la vita non venga mai meno, ma si possa assaporare ogni  istante l'energia vitale che ci è stata data (se da un Dio personale o dall'impersonalità del processo cosmico, a questo  riguardo è una questione secondaria).
Concludendo l'articolo sul compagno di tante battaglie, ieri Valentino Parlato scriveva della necessità di «affrontare  l'attuale, e storica, crisi della sinistra, per ridare alle donne e agli uomini la speranza di un cambiamento, di una uscita  dall'attuale stato di mortificazione degli esseri umani».
Ottimo obiettivo, ma per raggiungerlo io non conosco modo migliore di ospitare fino all'ultimo dentro di sé un  sentimento di gratitudine verso la vita in tutte le sue manifestazioni, quel medesimo sentimento che ha portato Violeta  Parra a comporre e a cantare la sua bellissima canzone Gracias a la vida.


 


 


Liberi di vivere e morire
di Paolo Flores D'Arcais
iin “il Fatto Quotidiano” del 2 dicembre 20112


Se la tua vita non appartiene a te, amico lettore, ne sarà padrone un altro essere umano, finito e fallibile non meno di  te. Ti sembra accettabile? Su questa terra infatti si agitano e scontrano solo e sempre volontà umane, una volontà  anonima e superiore che si imponga a tutti, oggettivamente o intersoggettivamente, è introvabile. Chi ciancia della  volontà di Dio è blasfemo (come può pensare di conoscere ciò che è incommensurabile con la piccolezza umana?). In  realtà attribuisce a Dio la propria volontà, lucrando sulla circostanza che nessun Dio potrà querelarlo per  diffamazione. Il Dio cattolico di Küng considera lecita l’eutanasia, il Dio altrettanto cattolico di Ratzinger l’equipara all’omicidio. Perché in realtà si tratta dell’opinione di Küng e dell’opinione di Ratzinger, umanissime entrambe e non  più autorevoli della tua. Perciò, rispetto alla tua vita, o il padrone sei tu o il padrone è un altro “homo sapiens”, eguale  a te in dignità (così Kant, e ogni democrazia anche minima), vescovo, primario ospedaliero, pater familias o altra  “autorità” che sia. Ma poiché siamo tutti eguali, deve anche valere il reciproco: se il padrone della tua vita può essere  qualcun altro, tu potrai a tua volta decidere della sua vita contro la sua volontà. Se c’è davvero qualcuno che accetterebbe si faccia avanti. Ma non ce n’è nessuno. Nella realtà esistono solo “homo sapiens” finiti, fallibili e   peccatori come te e come me, amico lettore, che pretendono di imporre alle altrui vite la loro personale volontà, ma mai accetterebbero di essere soggetti ad analoga mostruosa prevaricazione.


PERCIÒ, senza perifrasi: il suicidio assistito è un diritto? Sì. Fa tutt’uno col diritto alla vita e alla libertà, inscindibili. La  “Vita” che qualcuno vuole “sacra” è infatti la vita umana, non il “bios” in generale (ogni volta che prendiamo un  antibiotico, come dice la parola, facciamo strage di “vita”), e la vita umana è tale perché singolare e irripetibile, cioè  assolutamente MIA. Se non più mia, ma a disposizione di volontà altrui, è già degradata a cosa: “Instrumentum  vocale”, dicevano giustamente gli antichi.


Per Lucio Magri la vita era ormai solo tortura. Per Mario Monicelli la vita era ormai solo tortura. Per porvi fine, Lucio Magri ha dovuto andare in esilio e Mario Monicelli gettarsi dal quinto piano.
La legge italiana vieta infatti una fine che non aggiunga dolore al dolore già insopportabile: su chi ti aiuta incombe una  condanna fino a 12 anni di carcere. E per “assistenza” al suicidio si intende anche quella semplicemente morale! Due  casi raccapriccianti di anni recenti: un coniuge accompagna l’altro nell’ultimo viaggio (solo questo: la vicinanza) e  deve patteggiare una pena di oltre due anni, altrimenti la sentenza sarebbe stata assai più pesante. Una signora di 54  anni, affetta da paralisi progressiva, decide di andare da sola in Svizzera, proprio per non coinvolgere la figlia.
Che tuttavia le prenota il taxi per disabili che la porterà oltre frontiera. È bastato per l’incriminazione: ha dovuto patteggiare un anno e mezzo di carcere.


MA QUANDO si vuole porre fine alla tortura che ormai ha saturato la propria esistenza, si ha sempre bisogno di  assistenza: il pentobarbital sodium non si trova dal droghiere, solo un medico lo può procurare. L’alternativa è  appunto l’esilio o lo strazio estremo dell’angoscia aggiuntiva: gettarsi sotto un treno o nel vuoto o nella morte per  acqua. Le anime “virili” che si sono concessi perfino l’ironia (“se uno vuol farla finita ha mille modi, senza piagnistei di  ‘aiuto’”: i blog ne sono pieni), hanno davvero oltrepassato la soglia del vomitevole.


Altre obiezioni grondano comunque ipocrisia o illogicità. “Se vedi uno che si sta impiccando che fai, rispetti la sua  libertà o intanto lo salvi?”. Ovvio che lo salvo, poiché potrebbe essere un momento di sconforto. Ma i casi di cui  parliamo sono sempre e solo riferiti a scelte lungamente maturate, ponderate, ribadite. Lucidamente e  incrollabilmente definitive (a maggior ragione se chi vuole morire subito è un malato terminale comunque condannato   morte). Da rispettare, dunque, se a una persona si vuole bene davvero: anche se la fine della sua tortura ci procura il dolore della sua assenza per sempre.


ALTRETTANTO pretestuosa l’accusa che il medico verrebbe costretto a praticare l’eutanasia a chiunque la chieda.  Nessuno ha mai avanzato questa richiesta, ma solo il diritto - per il medico che questo aiuto vuole dare - di non  rischiare il carcere come un criminale. Spiace perciò particolarmente che Ignazio Marino, clinico e cittadino dai molti  meriti, abbia dichiarato: “Non dividiamoci tra ‘pro vita’ e ‘pro morte’, il tifo da stadio non è giustificabile di fronte alla  fragilità umana”.
A parte la scurrilità del “tifo da stadio”: essere “pro choice” non è essere “pro morte” ma per la libertà di ciascuno di  decidere liberamente, mentre troppi “pro vita” sono semplicemente “pro tortura”, poiché pretendono di imporla a chi  invece la vive come peggiore della morte. Tu hai tutto il diritto di dire che mai e poi mai ricorrerai al suicidio assistito,  che la sola idea ti fa orrore. Ma che diritto hai di imporre questo rifiuto a me, cui fa più orrore la tortura, visto che  siamo cittadini eguali in dignità e libertà?


 


 


Il cardinal Martini e la morte
di Armando Massarenti
in “Il Sole 24 Ore” del 4 dicembre 2011


Nell'introduzione al recente «Meridiano» dedicato a Carlo Maria Martini, Marco Garzonio ricorda la copertina che il cardinale scrisse per la Domenica del Sole 24 Ore il 21 gennaio 2007, «Io, Welby e la morte». «A un mese di distanza  dalla morte di Piergiorgio Welby, l'uomo malato di Sla cui la Chiesa non aveva concesso i funerali religiosi» ricorda  Garzonio, Martini scriveva: «Con lucidità ha chiesto la sospensione delle terapie di sostegno respiratorio, costituite  negli ultimi nove anni da una tracheotomia e da un ventilatore automatico». Il cardinale ai tempi era già affetto dal  Parkinson, ed era consapevole degli effetti progressivamente invalidanti della malattia. «Si può allora immaginare - scrive Garzonio - quanto le sue argomentazioni fossero arricchite dalla sofferenza provata sulla propria pelle oltreché  dalle ragioni della teologia, del diritto e della morale». Si incentravano in particolare sulla nozione di "accanimento  terapeutico": «Per stabilire se un intervento medico è appropriato non ci si può richiamare a una regola generale quasi  matematica, da cui dedurre il comportamento adeguato, ma occorre un attento discernimento che consideri le  condizioni concrete, le circostanze e le intenzioni dei soggetti coinvolti. In particolare non può essere trascurata la  volonta del malato, in quanto a lui compete - anche dal punto di vista giuridico, salvo eccezioni ben definite - di  valutare se le cure che gli vengono proposte, in tali casi di eccezionale gravità, sono effettivamente proporzionate».  Ecco, il punto è tutto in quel «non può essere trascurata la volontà del malato». Ancor più laicamente io direi che la  volontà del malato è decisiva. Ma la cauta espressione del cardinal Martini, presa sul serio, sarebbe già sufficiente per evitare lo scempio della nostra libertà previsto dalla legge sul testamento biologico elaborata dall'attuale Parlamento.


 


 


Il dibattito


 



Anche quest'oggi diamo spazio alle riflessioi sul suicidio ""non siamo padroni della vita! Ma padrone della vita non può essere nemmeno il caso, o la malattia, o la tecnologia, o lo stato con le sue leggi e lei stessa, chiesa, che della vita dovrebbe essere serva, non padrona!" "E' questa presa di coscienza della complessità del problema che manca ai teologicchi di oggi, semplici megafoni amplificatori della "Voce del Padrone"! " (ndr.: la riflessione svolta riguarda il suicidio, non il suicidio assistito, che pone dei problemi ulteriori)


"Scorretto parlare di confronto tra "pro vita" e "pro morte". Nel mondo anglosassone si parla di "pro choice"...


"esiste, a mio avviso, una differenza profonda tra sospendere terapie che hanno il carattere della straordinarietà o sono ritenute sproporzionate dal paziente, come può essere la nutrizione artificiale oppure un intervento chirurgico, e porre volontariamente fine alla vita di un essere umano attraverso la somministrazione di un farmaco letale"


Il gesto estremo, se proprio si vuole compierlo, bisogna affrontarlo da soli, senza complicità di sorta. Pretendere di farsi assistere nel suicidio è una mostruosità logica e giuridica, prima amcora che religiosa


"Lucio Magri era un uomo di fede. Laica, laicissima... la fede è pericolosa, soprattutto quando un dio viene sostituito da un'idea ... di salvezza umana. Se un Papa avesse una fede così e volesse chiamare cristiano "questo" mondo, si suiciderebbe... Per chi continua, senza ali, con i piedi per terra, a fare politica, cioè alimenta per sé e per altri la speranza, il sentimento del limite umano incomincia a far male dentro....


Nalla bibbia non c'è alcun divieto al suicidio, non c'è un Dio che condanni a vivere. " si tratta di considerare tutte le persone come dei soggetti liberi, responsabili dei propri atti... e di dar loro il desiderio di scegliere ancora la vita nono stante tutto"


"Mi è preziosa la facoltà di scegliere se vivere o morire, e però mi fa disperare e ribellare l'eventualità che una persona che amo scelga di morire... Ci sono due gruppi nei quali il suicidio infierisce: i giovani, e i carcerati... Non si sceglie di morire come per una liberazione: questo è un eufemismo. Si sceglie, o ci si rassegna, a non poter più essere liberati..."


"si deve rispettare la coscienza seria di chi non vede più un senso umano, che anche Dio vuole per la nostra vita, della propria sofferenza esistenziale"


"Esiste un diritto di morire? Si può legittimamente programmare la propria morte, facendosi aiutare da un medico? Ognuno di noi ha sicuramente il diritto di essere riconosciuto come soggetto della propria vita fino alla fine, anche in punto di morte..."


Austria "Nella sua ultima "lettera alle parrocchie" del settembre 2011 si dichiarava favorevole a "quasi tutte" le richieste dell'Appello alla disobbedienza" e a questo proposito argomentava: "I parroci della Initiative, che conosco personalmente, non sono dei rivoluzionari, ma preti appassionati."


"Tutto può essere perdonato, salvo la sovrana decisione di sé. In tanti Paesi che si pretendono democratici questa libertà è oggi considerata una solida conquista. A quando la compiutezza di un diritto che emancipi la nostra Repubblica dai condizionamenti della Chiesa? "

 


 


 


 

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editore |06.12.2011
scola

Discorso alla città di Milano del Crad.Scola













«Crisi e travaglio all’inizio del terzo millennio» è il titolo del primo «Discorso alla città» che il cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano, pronuncerà alle 18 durante la celebrazione vigiliare di sant’Ambrogio nella basilica dedicata al patrono della città e compatrono della diocesi. Ai Primi Vespri saranno presenti autorità, istituzioni e comunità etniche di Milano. Anticipiamo qui un passaggio del discorso che Scola pronuncerà stasera, martedì 6 dicembre.


L’allora Cardinale Montini, in occasione della festa di Sant’Ambrogio 1962, fece questa preziosa osservazione: «Siamo ormai così abituati noi moderni a considerare questa distinzione del profano dal sacro, che facilmente pensiamo i due campi non solo distinti, ma separati; e sovente non solo separati, ma ciascuno a sé sufficiente e dimentico della coessenzialità dell’uno e dell’altro nella formula integrale e reale della vita». Con questa sensibilità e con lo sguardo orientato al Santo Patrono vorrei offrire qualche riflessione sul delicato frangente che stiamo attraversando.
Entrare nei meandri della crisi economica e finanziaria è, per la stragrande maggioranza dei cittadini, un’impresa impervia. Qualsiasi analisi appena un po’ meno che generica diventa presto inintelligibile al profano. Così il discorso economico, e ancor più quello finanziario, si è fatto lontanissimo dalla possibilità di comprensione di coloro che pure ne sono i destinatari e gli attori finali, cioè tutti.
È necessario che l’economia e la finanza, senza ovviamente prescindere dal loro livello specialistico, non rinuncino mai ad esplicitare quello elementare e universale. Tutti debbono poter capire, almeno a grandi linee, la "cosa" con cui economia e finanza hanno a che fare. Non si può accettare una riflessione e una pratica dell’economia che prescinda da una lettura culturale complessiva che inevitabilmente implica un’antropologia ed un’etica.
A questo proposito mi sembra decisiva la prospettiva con cui si sceglie di guardare all’odierna situazione. Parlare di crisi economico-finanziaria per descrivere l’attuale frangente di inizio del Terzo Millennio non è sufficiente. A mio giudizio la crisi del momento presente chiede di essere letta e interpretata in termini di travaglio e di transizione.
Questo tempo in cui la Provvidenza ci chiama più che mai ad agire da co-agonisti nel guidare la storia è simile a quello di un parto, una condizione di sofferenza anche acuta, ma con lo sguardo già rivolto alla vita nascente: «La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo» (Gv 16, 21). Il travaglio del parto esige però dalla donna l’impegno di tutta la sua energia umana. Così anche noi, cittadini immersi nella crisi economico-finanziaria, siamo chiamati a metterci in gioco, impegnando tutta la nostra energia personale e comunitaria. Il domani avrà un volto nuovo se rifletterà la nostra speranza di oggi. Una «speranza affidabile» deve quindi guidare le nostre decisioni e la nostra operosità.
Parlare di travaglio, e non limitarsi a parlare di crisi economico-finanziaria, vuol dire non fermarsi alle pur necessarie misure tecniche per far fronte alle gravi difficoltà che stiamo attraversando.
Secondo molti esperti la radice della cosiddetta crisi starebbe nel rovesciamento del rapporto tra sistema bancario-finanziario ed economia reale. Le banche sarebbero state spinte a dirottare molte risorse che avevano in gestione (e quindi anche il risparmio delle famiglie) verso forme di investimento di tipo puramente finanziario. Anche a proposito della nostra città si è potuto affermare: a Milano è rimasta solo la finanza.
Non spetta a me confermare o meno tale diagnosi. Voglio, invece, far emergere un dato che reputo decisivo: nonostante l’ostinato tentativo di mettere tra parentesi la dimensione antropologica ed etica dell’attività economico-finanziaria, in questo momento di grave prova il peso della persona e delle sue relazioni torna testardamente a farsi sentire.
In vista della necessaria ricentratura antropologica ed etica dell’economia – domandata a ben vedere dalla stessa ragione economica – è giusto riconoscere, come da più parti si è fatto, che la radice patologica della crisi sta nella mancanza di fiducia e di coesione.
Dalla crisi si esce solo insieme, ristabilendo la fiducia vicendevole. E questo perché un approccio individualistico non rende ragione dell’esperienza umana nella sua totalità. Ogni uomo, infatti, è sempre un "io-in-relazione". Per scoprirlo basta osservarci in azione: ognuno di noi, fin dalla nascita, ha bisogno del riconoscimento degli altri. Quando siamo trattati umanamente, ci sentiamo pieni di gratitudine e il presente ci appare carico di promessa per il futuro. Con questo sguardo fiducioso diventiamo capaci di assumere compiti e di fare, se necessario, sacrifici.
Da qui è bene ripartire per ricostruire una idea di famiglia, di vicinato, di città, di Paese, di Europa, di umanità intera, che riconosca questo dato di esperienza, comune a tutti gli uomini.
Non basta la competenza fatta di calcolo e di esperimento. Per affrontare la crisi economico-finanziaria occorre anche un serio ripensamento della ragione, sia economica che politica, come ripetutamente ci invita a fare il Papa. È davvero urgente liberare la ragione economico-finanziaria dalla gabbia di una razionalità tecnocratica e individualistica. Ed è altrettanto urgente liberare la ragione politica dalle secche di una realpolitik incapace di capire il cambiamento e coglierne le sfide. La politica, nell’attuale impasse nazionale e nel monco progetto europeo, ha bisogno di una rinnovata responsabilità creativa perché la società non può fare a meno del suo compito di impostazione e di guida. A questa assunzione di responsabilità da parte della politica deve corrispondere l’accettazione, da parte di tutti i cittadini, dei sacrifici che l’odierna situazione impone. Per sollevare la nazione è necessario il contributo di tutti, come succede in una famiglia: soprattutto in tempi di grave emergenza ogni membro è chiamato, secondo le sue possibilità, a dare di più. Chi ha il compito istituzionale di imporre sacrifici dovrà però farlo con criteri obiettivi di giustizia ed equità, inserendoli in una prospettiva di sviluppo integrale ("Caritas in veritate") che non si misura solo con la pur indicativa crescita del Pil.




 


Angelo Scola, arcivescovo di Milano
Monique Hébrard |05.12.2011
laici

 



Due libri che giungono dal cattolicesimo vallone ci danno delle piste perché la Chiesa viva, nonostante le pesantezze dell'istituzione.
La Chiesa è forse in pericolo di vita? L'abisso che si crea tra le pratiche della base e le parole della gerarchia è tale che  “la Chiesa imploderà”, diagnostica Paul Löwenthal. L'ex presidente del Consiglio interdiocesano dei Laici (CIL) del  Belgio francofono conosce bene la vita delle comunità cattoliche.
Nel luo libro Ne laissons pas mourir l'Eglise. Foi chrétienne et identité catholique (Non lasciamo morire la Chiesa.  Fede cristiana e identità cattolica), passa in rassegna tutte le sfide a cui si trova confrontata. Non esita a porre  domande accusatrici ad un magistero ipertrofico che, sempre più, irrigidisce la tradizione. Forse che il magistero è lui  solo esperto in umanità? Che cosa ne fa, della libertà di coscienza? Della misericordia verso coloro che sono in  situazioni dolorose? Del riconoscimento dell'autonomia umana?
Dopo questa constatazione di un fallimento cocente della Chiesa nella modernità... e nei confronti delle persone più  impegnate, l'autore delinea il programma del cristiano adulto: libertà, responsabilità e apertura. Che continui ad agire  e ad impegnarsi: la moltiplicazione delle iniziative finirà per “far vacillare i capi”. Paul Löwenthal si ribella contro una  religione che invita ad osservare delle regole e chiede una Chiesa cattolica... più cristiana. Il discorso è a volte un po' ripetitivo, ma l'analisi è acuta e colpisce nel segno. Molti cattolici fedeli al Vaticano II saranno d'accordo con lui.


 


Così come si troveranno a loro agio in “L'Eglise quand même. A l'écoute du peuple de Dieu (La Chiesa comunque. In  ascolto del popolo di Dio).Questo testo collettivo nato anch'esso nel CIL (Consiglio interdiocesano dei Laici), unisce  ugualmente analisi severa e amore per la Chiesa. Non è per la qualità letteraria che questo opuscolo è degno di  interesse, ma perché è frutto di una serie di inchieste, di conversazioni, di testimonianze di cattolici che ci svelano il  loro vissuto e le loro riflessioni sul “fare Chiesa” e sulle gioie e le difficoltà che vi vivono.
Presenta una valutazione della situazione, seguita dagli auspici espressi nell'inchiesta: una Chiesa fondata su piccole  comunità conviviali e fraterne che vivono la corresponsabilità in tutti i ministeri in uno spirito democratico. Sapendo  che l'essenziale è che il Vangelo sia meglio annunciato e ascoltato. Il CIL deduce dall'inchiesta dieci punti per dare  indicazioni sul futuro della Chiesa.


 


 


Ne laissons pas mourir l’Église. Foi chrétienne et identité catholique, Paul Löwenthal, Mols, 302
p., 22 €
L’Église quand même. À l’écoute du peuple de Dieu, Conseil interdiocésain des Laïcs, Fidélité, 120
p., 11,95 €


 


in “www.temoignagechretien.fr” del 29 novembre 2011 (traduzione: www.finesettimana.org)

Silvia Guidi |05.12.2011
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A colloquio con l'arcivescovo Claudio Maria Celli su cinema e fede


 





Il cinema è un modo per scolpire il tempo scriveva il regista-poeta Andrej Tarkovskij in un saggio del 1988; "è l'unica forma d'arte che, proprio perché operante all'interno del concetto e dimensione di tempo, è in grado di riprodurre l'effettiva consistenza del tempo, l'essenza della realtà, fissandolo e conservandolo", un'arte che, come gli haiku giapponesi riesce a rendere l'irripetibilità dell'istante, "geneticamente" vicina al mistero e al sacro, secondo l'autore di capolavori come Solaris, Stalker e Andrej Rublev. "Persino la constatazione della mancanza di spiritualità del tempo in cui vive - scriveva il regista russo, sempre in Scolpire il tempo - richiede all'artista la più alta e determinata elevatezza spirituale". Se la Bellezza, con la "b" maiuscola, parla da sola della sua origine, non c'è bisogno di aggiungere "didascalie religiose" alle opere d'arte; o, per dirla con maggiore sintesi con le parole dell'arcivescovo Claudio Maria Celli, presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, usate nel corso di un dibattito durante il convegno "Film and faith" (l'1 e il 2 dicembre alla Pontificia Università Lateranense, organizzato dalla Fondazione Ente dello Spettacolo): "Non abbiamo bisogno di film catechistici ma di film belli". Nell'introdurre la sessione dei lavori dedicati al ruolo del critico cinematografico, monsignor Celli ha sottolineato: "Basta guardare alla produzione cinematografica recente per vedere che il sacro emerge da molti film, a volte appena sussurrato, quasi come fosse una traccia da seguire; di là dagli artifici, dagli effetti speciali, percepisco in molti film che quell'elemento spirituale non è separato dal mondo, non è astratto, ma si mescola alle piccole cose di ogni giorno, quasi nascosto, come fosse una luce sottile che le rende speciali. Così si percepisce una certa presenza di Dio in molti film, come una vibrazione appena percettibile che ogni artista suggerisce, affinché lo spettatore la individui da solo".


Monsignor Celli, una delle malattie più gravi del mondo contemporaneo è lo sfaldamento dell'identità personale; l'arte, e in particolare il buon cinema, può aiutare a contrastare questa crescente "polverizzazione dell'io"?


Al di là del credo religioso e della cultura, la storia di ogni uomo, nei millenni, non può essere annullata, in un percorso che lega le generazioni tra loro, attraverso la tradizione e l'insegnamento. L'arte è da sempre maestra nel trasmettere l'identità di ogni popolo ed epoca. Credo dunque che il senso di appartenenza sia fondamentale per l'identità personale e sia il fulcro del nostro esistere. Il buon cinema, in quanto somma di tante arti, con il suo linguaggio suggestivo può veicolare immagini, idee e valori che riescono a far affiorare dall'intimo delle persone riflessioni fondamentali, suscitando interrogativi, dubbi, ma soprattutto spingendoci a un cammino di ricerca più profonda del nostro io. Di lì il passo è breve, c'è l'altro e c'è Dio.


Non c'è solo banalità e volgarità sul grande schermo, c'è anche una settima arte che affronta la profonda crisi esistenziale e la costante - per quanto spesso confusa e contraddittoria - ricerca di senso dell'uomo contemporaneo. Cosa fare per favorire la diffusione di quello che lei chiama "un cinema ad alto voltaggio morale"?


Credo che il cinema, proprio per il suo linguaggio, possa aiutare ogni uomo a rientrare in se stesso, pacificandolo con la propria interiorità e predisponendolo all'altro, nell'accettazione della diversità e nella condivisione della spiritualità. Quando vediamo un film, un buon film, tutto non finisce con i titoli di coda, ma inizia, perché rielaboriamo le emozioni. Dunque, facciamo appello alla grande sensibilità degli artisti che ci illuminano con le loro opere, ma allo stesso tempo credo sia fondamentale una vera e propria educazione al linguaggio dell'immagine, un percorso formativo che porti gli spettatori, sin dalla più tenera età, a un'analisi consapevole dei contenuti cinematografici, sviluppando il loro senso critico. Non bisogna demonizzare il film diseducativo, quanto piuttosto aprire spazi di dialogo, ribadendo che l'uomo, creato a immagine di Dio, ha una sua dignità che non può essere oltraggiata, ha una sua aspirazione ben più alta e soprattutto cerca la verità, quella verità che anche un film può contribuire a scoprire. I "miracoli" sono spesso celati tra le piccole cose della nostra quotidianità; non dobbiamo andare lontano, perché lo spirito ci accompagna ogni giorno anche attraverso un'immagine, una nota musicale, una parola. Tutto questo fa un buon film.


In quali opere ha recentemente riscontrato un respiro più grande e un'utilità "educativa", se così si può chiamare?


È sempre difficile rispondere a questa domanda, perché in tanti film ci sono passaggi a volte inattesi che imprimono la mia anima. È un insieme di sensazioni per cui la spiritualità emerge da una luce, da una musica ed è lì che il film acquista una bellezza difficile da descrivere. Indubbiamente Uomini di Dio, che senza artifici riesce a narrare una storia di fede e dolore, una vera e propria passione, oppure The Tree of Life di Terrence Malick, una vera e propria parabola visiva sulla creazione, il peccato, la redenzione e l'amore. Ma la lista potrebbe essere più lunga. Cito solo questi due esempi perché, pur non essendo film "facili", hanno conquistato il pubblico. Come vede gli spettatori hanno bisogno che si torni a "narrare" lo spirito.


"L'impatto degli strumenti della comunicazione sulla vita dell'uomo contemporaneo - ha detto Benedetto XVI - pone questioni non eludibili"; quali sono le occasioni di dialogo e riflessione che si sono rivelate più produttive e interessanti all'interno dell'attività del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali?


Il nostro dicastero ha sempre cercato di non "teorizzare" troppo sulla comunicazione, ma di agire, poiché siamo fermamente convinti che l'uomo contemporaneo vive letteralmente la sua vocazione di comunicatore e attraverso gli strumenti creati dal suo genio riesce ad ampliare le sue conoscenze e il suo raggio di azione. Per questo siamo in perenne contatto sinergico con tutte le realtà mondiali che possano aiutarci a rispondere al bisogno di vera comunicazione che il mondo ha. Congressi, incontri, formazione: tutto questo è fondamentale. Quello che però vorrei dire ai giovani che si apprestano a lavorare nel mondo della settima arte è: non tradite voi stessi, il vostro credo, le vostre aspirazioni. Siate veri, della stessa Verità del Vangelo. Ascoltate il mondo e i suoi bisogni, le sue ansie e le sue speranze. Il cuore umano anela a un mondo in cui regni l'amore, dove i doni siano condivisi, dove si edifichi l'unità, dove la libertà trovi il proprio significato nella verità e dove l'identità di ciascuno sia realizzata in una comunione rispettosa. Siate pronti ad accogliere questa sfida con i vostri film! Siate artisti appassionati della verità e della bellezza.


Il festival "Tertio Millennio" vuol essere una tessera di questo mosaico?


Il festival nasce da una sinergia di intenti, alla fine degli anni Novanta. L'Ente dello Spettacolo, il Pontificio Consiglio della Cultura, il Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali hanno sentito che era il momento di aprire un dialogo costruttivo tra la Chiesa e il mondo del cinema, considerato un veicolo di cultura e proposta di valori. Questo poteva incoraggiare una produzione dalle grandi possibilità umanizzanti, evidenziando la dimensione spirituale che è in ogni essere umano e che il cinema in moltissimi casi ha dimostrato di saper bene esprimere.



(©L'Osservatore Romano 4 dicembre 2011)


 

tuttoscuola.com |05.12.2011
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Censis: a scuola meno abbandoni ma uno su quattro non si diploma


 



In Italia diminuiscono gli abbandoni scolastici, però è ancora lontano l'obiettivo europeo di giungere nel 2020 ad una media del 10% di 'early school leavers' cioè gli abbandoni prematuri della scuola. Non solo. Tra i giovani che si iscrivono alle superiori solo il 75% dei 19enni riesce a raggiungere il diploma. E' quanto emerge dal 45° Rapporto annuale sulla situazione sociale del Paese del Censis.


Nel 2010 la quota di giovani 18-24enni in possesso della sola licenza media e non più inseriti in percorsi formativi è scesa dal 19,2% al 18,8%, con varia intensità in tutte le aree del Paese, ad eccezione del Centro che rimane però l'area dove tale indicatore è  più contenuto (14,8%).


Restano però numerosi i punti critici e le discontinuità di intervento che rendono non lineari i risultati degli interventi di prevenzione e contrasto al fenomeno della dispersione scolastica. Sono soprattutto gli studenti delle isole maggiori a distinguersi per una profonda disaffezione ai percorsi scolastici e formativi. Ad esempio in Sicilia, dove gli 'early school leavers' sono più di un quarto dei 18-24enni residenti.


Inoltre, rileva il Rapporto, non sembra essere stato ancora adeguatamente affrontato il fenomeno laddove ha maggiore intensità, ovvero nel primo e, in misura minore, nel secondo anno delle superiori. Tra il 2006-2007 e il 2009-2010 la quota di abbandoni del percorso scolastico entro il biennio si è ampliata, passando dal 15,6% al 16,7%, in misura maggiore negli istituti professionali.


Ulteriore elemento di disomogeneità è rappresentato dalla maggiore o minore sinergia tra i soggetti istituzionali e non impegnati nel contrasto dei fenomeni di disagio giovanile.


E un altro fattore di complessità è rappresentato dal fatto che abbandoni e irregolarità sono sovente la conseguenza di un fenomeno pià ampio di disaffezione allo studio, determinato anche dalla carenza di prospettive di lavoro e da incerte traiettorie di vita futura.


Secondo il 54,4% dei dirigenti scolastici tra i propri allievi prevale la propensione a continuare negli studi, ma spesso senza un progetto di vita e di lavoro. Un ulteriore 45,1% osserva che i propri studenti non sembrano essere del tutto consapevoli delle reali difficoltà del mondo esterno alla scuola.


E' semmai il disorientamento rispetto a un futuro incerto e precario, probabilmente aggravato dal perdurare della crisi economica, che nelle nuove generazioni può offuscare la riflessione rispetto al proprio percorso futuro.




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Censis: Italia ultima in Europa per l'occupazione dei laureati
Si interrompe la crescita dell'educazione degli adulti, l'istruzione tecnica non soddisfa le esigenze delle imprese


 



Il Rapporto Censis presentato oggi non si limita a dare una fotografia della scuola, ma esamina diffusamente tutto il mondo del lavoro, trattando di università, delle relazioni tra formazione e lavoro, e dell'educazione degli adulti.


Per quello che riguarda l'università, in Italia trova lavoro il 76,6%, dei laureati e il Belpaese si piazza all'ultimo posto tra i Paesi europei: la media Ue è dell'82,3%. Inoltre, difficilmente i giovani sono chiamati a coprire ruoli di responsabilità in tempi brevi, iniziando i percorsi professionali, nella maggioranza dei casi, al di sotto delle loro competenze: il 49,2% dei laureati 15-34enni e il 46,5% dei diplomati al primo impiego risultano sottoinquadrati. Sul fronte della mobilità transnazionale, poi, la partecipazione italiana necessita per il Censis di essere agevolata: il 12,1% dei giovani di età compresa tra 15 e 35 anni che dichiarano di aver soggiornato all'estero per istruzione e formazione è al di sotto della media europea (15,4%) di oltre 3 punti percentuali: valore ben lontano dal 27,8% e dal 23,6% di austriaci e svedesi.


Riguardo invece all'istruzione degli adulti, si è interrotto il trend di sia pur moderata crescita, attestandosi nel 2009 al 6% e risalendo debolmente l'anno successivo al 6,2, a fronte di una media europea del 9,1 nel 2010 e della soglia del 15% posta dalla strategia Europa 2020. L'istruzione degli adulti sembra essere relegata a un ruolo sempre più marginale: la relativa voce di spesa è diminuita di 72 punti percentuali passando dai 16 milioni di euro del 2009 ai 4,4 del 2011.


Un capitolo a parte merita merita l'ultima riforma del sistema scolastico italiano, che sembra aver dato nuovo slancio agli istituti tecnici che, supportati anche da un attivo interessamento da parte della rappresentanza imprenditoriale, registrano nel corrente anno scolastico un incremento dello 0,4% di iscrizioni al primo anno rispetto al 2010-2011 (dati riferiti alla sola scuola statale).


Il rinnovato appeal non si estende agli istituti professionali, che nello stesso periodo hanno perso ben il 3,4% di neoiscritti, a favore soprattutto dei percorsi liceali. Le annuali rilevazioni del Sistema informativo Excelsior sui fabbisogni professionali delle imprese italiane evidenziano, al contrario, come per le figure professionali assimilabili a quelle formate negli istituti professionali e/o nel circuito della formazione professionale di base ci sia una richiesta tutto sommato interessante e come nel 2011, rispetto al 2010, le richieste di personale con la sola qualifica professionale siano aumentate, passando dall'11,7% al 13,5%.


L'offerta di percorsi triennali di IeFp (Istruzione e Formazione professionale) non sembra riuscire a colmare questa lacuna, almeno in termini quantitativi. I giovani che si rivolgono a questo tipo di percorsi costituiscono solo il 6,7% del totale degli iscritti al secondo ciclo di istruzione, pari a circa 38.000 studenti. Mentre in Germania e in Austria il 95% dei giovani di età compresa tra i 15 e i 35 anni ritiene che i percorsi professionalizzanti possano costituire un'opzione interessante, in Italia tale posizione è espressa solo dal 50%, il valore più basso di tutta l'area.




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11-13 luglio Brescia

 

CONVEGNO DI AGGIORNAMENTO E SEMINARIO DI STUDIO IRC 2017

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