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 Novità»Al cinema  »Media    
Serra Club Genova |30.11.2011
vitaa

riscoprire i segreti della vita buona alla luce delle virtù cardinali


 


 


Carissimi,


invio il programma di un ciclo di incontri, organizzato dal Serra Club 184 di Genova, sul tema delle virtù cardinali, in risposta alle sollecitazioni che provengono da più parti, nel mondo civile e religioso, in ordine a quella che viene chiamata la “sfida educativa”.


Sempre più si avverte la necessità della formazione morale dell’uomo, secondo la grande tradizione  classica e cristiana.


Occorre ripartire dalla rivalutazione della dimensione spirituale dell’uomo, che abbraccia la sua capacità di progettare se stesso in base ad un ideale di moralità che lo pone oltre il determinismo della materia e che fa della vita umana un’opera mirabile da realizzare.


Fra il vasto complesso delle virtù umane, quattro di esse hanno la funzione di “cardine” e per questo sono dette cardinali.


Sono la prudenza, la giustizia, la fortezza e la temperanza.


Queste quattro virtù sono tra loro connesse, si radicano nell’io personale e hanno come centro propulsore il cuore, che è la sorgente dell’intera vita morale.


Per trattare  di queste virtù e della loro applicazione nella vita di oggi, ci siamo rivolti a quattro importanti personaggi, che le possono presentare sotto diverse angolazioni: un poeta, Davide Rondoni, un biblista e musicista, Mons. Marco Frisina, uno psichiatra, il Prof. Alessandro Meluzzi ed un noto predicatore di Roma, Don Fabio Rosini.


Ogni incontro prevede anche la proiezione di ampi spezzoni di film particolarmente significativi, illustrati da un grande esperto, Alberto Di Giglio, del Centro Sperimentale di Cinematografia, che serviranno ad introdurre il dibattito.


E’ questo un servizio che il Serra Club di Genova intende offrire come contributo al programma di un più generale risveglio educativo alla “vita buona”.


 





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VIRTU LOCANDINA OK[1].pdf
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Avv. Emilio Artiglieri


Presidente Serra Club 184 Genova

 Novità»Al cinema    
editore |22.11.2011
Scialla-400x266

 


Il film d’esordio di Francesco Bruni, già vincitore del veneziano “Controcampo italiano”, punta su un cinema di scrittura. Una commedia in bilico tra romanzo di formazione e riflessione satirica che celebra l’incontro fra generazioni e culture





«Li osservo questi uomini, educati ad altra vita che la mia: frutti d’una storia tanto diversa, e ritrovati, quasi fratelli, qui, nell’ultima forma storica di Roma». Ve li sareste mai immaginati i versi di Pasolini in bocca a un boss della malavita (Vinicio Marchioni) che infligge ai suoi sottoposti i 400 colpi di Truffaut e i quadri di Schnabel perché da ragazzo, all’istituto tecnico, ha avuto un professore che gli ha insegnato l’amore per l’arte?


È quel che accade in Scialla!, film esordio di Francesco Bruni, storico sceneggiatore di Virzì (tutti i film), Calopresti, Ficarra e Picone, già vincitore del veneziano “Controcampo italiano”. E non è l’unica bella sorpresa. Costantemente in bilico tra romanzo di formazione e commedia satirica, Scialla! celebra un incontro fra generazioni e culture, dall’evidente valore simbolico. Un padre e un figlio che i casi della vita hanno separato per quindici anni e che improvvisamente devono fare i conti ognuno con l’esistenza dell’altro.


Bruno (Fabrizio Bentivoglio), una sorta di Big Lebowski all’italiana, è un professore disilluso imbevuto di spleen che si è messo a scrivere biografie di calciatori e porno-star e Luca (Filippo Scicchitano) un ragazzino irruento, ignorante e distratto ma pieno di spudorato ottimismo e a suo modo vitale e irriverente. La convivenza forzata, inizialmente problematica e conflittuale renderà migliori entrambi.


I padri, dice Francesco Bruni dovrebbero superare la paura di rappresentare «il limite, il principio di autorità, l’esempio, l’insegnamento». Bruni gioca col gergo adolescenziale e gli immaginari della cronaca con tocco lieve e maturo puntando su un cinema di scrittura che dosa i suoi ingredienti con semplicità. “Scialla” non è solo un titolo ma anche un manifesto programmatico: «in fondo volevo fare una commedia “scialla”, cioè semplice, rilassata», ci spiega il regista.


Nel film si ride molto ma capita anche di emozionarsi, come quando Luca si carica sulle spalle Bruno, ovvero il figlio si prende cura del padre. È l’immagine di Enea che presta soccorso al vecchio padre Anchise che il ragazzo, non cogliendo l’affettuosa metafora, continua a chiamare Ascanio ma è anche l’immagine di un rinnovamento sociale in cui i giovani tornano ad essere una risorsa e i vecchi guariscono dalla sindrome di Peter Pan ammettendo le loro debolezze.


di Stefania Pala
stefania.pala@gmail.com


 

 Novità»Al cinema    
Emanuele Crialese |05.11.2011
terraferma

 


Terraferma , dopo l'acclamazione al Festival del Cinema di Venezia, dove ha vinto il premio speciale della Giuria, la pellicola di Crialese ha ricevuto la candidatura agli Oscar per il miglior film in lingua non inglese, spiccando rispetto agli altri otto film italiani in lizza per entrare nella cinquina delle nomination.  
Il lungometraggio è tutto ambientato sull'isola di Linosa e racconta gli sbarchi visti con gli occhi dei pescatori siciliani, divisi tra solidarietà e paura dello straniero. 
La cerimonia degli Oscar è prevista il 26 febbraio a Los Angeles



da Venezia agli Oscar

Terraferma di Emanuele Crialese presentato alla Mostra del Cinema a Venezia, vincitore del Premio speciale della Giuria, è il candidato italiano agli Oscar per il miglior film in lingua non in inglese( finalmente, un film italiano nella durissima selezione per gli Oscar ai film stranieri).  In corsa con Crialese per entrare nella cinquina dei cinque film non in inglese (solo il 24 gennaio si saprà quali fra tutti i candidati saranno scelti) c'erano per l'Italia altri sette film: Corpo celeste di Alice Rohrwacher, Habemus Papam di Nanni Moretti, Nessuno mi può giudicare di Massimiliano Bruno, Noi credevamo di Mario Martone, Notizie dagli scavi di Emidio Greco, Tatanka di Giuseppe Gagliardi e Vallanzasca di Michele Placido.
La commissione quest'anno era composta da Nicola Borrelli (Direttore Generale Cinema), Marco Bellocchio (regista), Martha Capello (presidente Agpc, Associazione Giovani Produttori Cinematografici), Francesca Cima (produttrice), Tilde Corsi (produttrice), Paola Corvino (presidente Unefa, Union of Film and Audiovisual Exporters), Valerio De Paolis (distributore), Luca Guadagnino (regista) e Niccolò Vivarelli (giornalista). L'anno scorso era stato candidato per l'Italia, La prima cosa bella di Paolo Virzì.


Crialese è emozionato, quasi frastornato dalla notizia: «Felicissimo e onoratissimo anche se non posso dire che me l'aspettavo, ma solo che lo speravo». Il film, prodotto da Cattleya e Rai Cinema in collaborazione con Sensi Cinema - Regione Sicilia, ha secondo il regista che ha studiato negli Usa molte cose che potrebbero piacere agli americani: "questi sono molto sensibili a tutte le storie in cui ci sono relazioni e conflitti umani, c'è in questo senso molta sensibilità da parte loro verso queste storie in evoluzione".


 


Il Film Terraferma


Il film, girato a Linosa, racconta l'emergenza immigrazione attraverso la storia di due donne, un'isolana, che ha il volto di Donatella Finocchiaro, e una straniera: l'una sconvolge la vita dell'altra. Mimmo Cuticchio veste i panni di Ernesto, settantenne che non vorrebbe rottamare il suo peschereccio. Il nipote Filippo (Filippo Pucillo) ha perso il padre in mare ed è sospeso tra il tempo di suo nonno Ernesto e quello dello zio Nino (Giuseppe Fiorello), che ha smesso di pescare pesci per catturare turisti. La madre Giulietta (Finocchiaro), giovane vedova, sente che il tempo immutabile di quest'isola li ha resi tutti stranieri e che sull'isola non potrà mai esserci un futuro per lei, né per Filippo. Siamo su un’isola al largo della Sicilia: la famiglia Pucillo vive ancora di pesca, nonno Ernesto è un convinto difensore dei valori tradizionali, la nuora Giulietta (vedova) vorrebbe invece guadagnare affittando la casa ai turisti e sogna di garantire al figlio Filippo un avvenire lontano, in continente. Il film è la storia di un’estate in cui il sogno di Giulietta si scontra con problemi di vario tipo, e con una serie di sbarchi di migranti che sconvolge la vita dell’isola e della famiglia. Anche in questo caso Crialese analizza le dinamiche psicologiche e sociali di un microcosmo, ma la felice compattezza di “Respiro” sembra venir meno.


 


DOMANDE & RISPOSTE




Al quarto lungometraggio, “Terraferma”, Emanuele Crialese tira il fiato. Capita, è quasi fisiologico. Dopo l’epopea proletaria di “Nuovomondo“ il regista torna ai luoghi e alle atmosfere di “Respiro”, il film che lo rivelò nel 2002 dopo l’opera prima (girata in America) “Once We Were Strangers”.
In breve, la storia l’abbiamo già esposta.
Crialese  in questo film, molto semplice- simile pertanto a “Nuovomondo”, analizza le dinamiche psicologiche e sociali di un microcosmo, ma la felice compattezza di “Respiro” sembra venir meno.
Il “grande tema” dei clandestini è sovrapposto ad una trama che non lo richiede, che quasi (forse inconsciamente) lo respinge. Come in “Cose dell’altro mondo” gli stranieri non diventano personaggi, né tanto meno persone, ma servono come cartine di tornasole per i drammi e i desideri degli italiani; e lo stile estetizzante con cui Crialese gira gli sbarchi e gli annegamenti, quasi equiparandoli alla pesca e ai tuffi dei turisti, è fastidioso.
A suo tempo Visconti venne accusato di aver “abbellito” i pescatori di “La terra trema”: ma in quel film i proletari erano i veri protagonisti, e il regista milanese dava loro consapevolmente la stessa dignità estetica di una statua greca o dell’eroe di un film epico. Qui Crialese racconta un sogno ai margini della globalizzazione, in cui le tragedie rimangono sullo sfondo, anche se lo spirito anti-leghista e la vecchia legge del mare – per cui i naufraghi vanno salvati comunque, da dovunque arrivino – hanno una loro nobiltà.


Tre giorni di corsa per Emanuele Crialese, unico italiano nel palmarès «grande» .Terraferma, è dedicato al tema dell’immigrazione. Il film ha avuto critiche non esaltanti, ma non è questo che lo ha amareggiato. «La prima cosa che mi hanno detto a Venezia è stato riferirmi il sospetto che abbia avuto il Gran Premio speciale della giuria per fare un favore all’Italia e propiziare una conferma del direttore della Mostra, Marco Müller».


E lei cosa risponde?

«Lo trovo ridicolo. Quando il cinema italiano non vince c’è polemica perché non vince, quando vince allora “chissà perché abbiamo vinto”. Il complottismo non porta da nessuna parte. Il premio a Terraferma è anche una nostra festa, è un riconoscimento che va a me ma anche al cinema italiano. La critica fa il suo mestiere, commenta e dice la sua, ma se si chiede quali remoti perché, quali poteri oscuri abbiano deciso la vittoria di un film italiano, mi appare un po’ masochista. Inoltre non si tiene conto del prestigio della giuria - professionisti di prestigio come André Téchiné, Todd Haynes, il presidente Darren Aronofsky.. - e trovo offensivo dubitare della loro onestà intellettuale. Come fanno nei festival seri hanno tenuto segreto fino all’ultimo il verdetto, è per questo che sono stato richiamato tardi al Lido»


La stampa estera ha molto apprezzato il suo film: il «New York Times», l’«Observer», «Le Monde»... alla mostra, in fin dei conti, l’Italia del cinema è stata salvata dagli immigrati...


«Sarebbe un bel sogno che l’Italia venisse salvata dagli immigrati. Quello dei migranti è un tema che mi sta particolarmente a cuore, perché la natura dell’uomo è quella di muoversi, di cercare, andare avanti. È fonte di ispirazione per una narrazione, anche perché io per primo sono un migrante: probabilmente la carriera che ho intrapreso nel cinema è stata possibile grazie al fatto che sono partito, che sono andato negli Stati Uniti. So quanto è importante conoscere l’altro, vivere in una cultura diversa e far conoscere la propria. Mi tormenta quindi vedere che una parte dell’umanità, quella povera, non possa essere libera di muoversi nel mondo, come invece lo è la parte più ricca. Credo che non sia ancora possibile storicizzare il «fenomeno immigrazione» di oggi, stiamo assistendo a una specie di sterminio sommerso, non posso associare questa immigrazione a quella degli inizi del secolo, che ha coinvolto noi italiani. L’immigrazione di oggi andrebbe affrontata in un modo più umano, bisogna dare volto e nome a questa gente che attraversa il mare e rischia la vita. Non possiamo essere così insensibili da non vedere. C’è un’urgenza. È necessario per noi riflettere su questo, in Europa siamo il paese meno aperto alla ricezione e all’integrazione. Ecco perché ho deciso di dedicare la mia quarta opera a un tema politico, ma non volevo farlo col pugno teso, perché credo che il modo migliore per raggiungere le persone sia parlare di umanità».


È forse per «troppa umanità» che a detta di alcuni critici, ha rappresentato gli immigrati in maniera oleografica?

«Non riesco a fare un’analisi oggettiva. Forse ci si aspettava da me un film diverso, di denuncia aperta... ma io non riesco a pormi di fronte al mio lavoro come un denunciante. Sollevo delle questioni: il mio ruolo è quello di evocare, domandare, comunicare con un pubblico eterogeneo. Cerco di trovare un linguaggio che parli all’uomo, e alla denuncia preferisco l’allegoria, la metafora, un linguaggio che trovo più giusto per me, è il mio modo di esprimersi. Film documentaristici, ad esempio, non riesco a farne, preferisco parlare di archetipi piuttosto che di attualità. Il mio modo di vedere la vita e la realtà attraverso un’immagine dell’uomo più essenziale, esistenziale».


 


Chi é


Emanuele Crialese, 46 anni, 26 Luglio 1965 (Leone), Roma (Italia)


Regista e sceneggiatore italiano, forse uno dei grandi protagonisti di questo odierno e nuovo cinema nostrano, che riesce a rendere magico, partendo dalla musica e dallo spettacolo estetico che inquadratura dopo inquadratura costruisce con sapiente tecnica degna di un prezioso artigiano.


Ha studiato a  New York .


Nato a Roma il 26 luglio 1965, da una famiglia di origine siciliana, parte a New York per studiare alla New York University subito dopo il diploma. Si laurea nel 1995 e già alla fine degli anni Novanta gira diversi cortometraggi (uno di questi è Heartless).


L’opera prima


Esordisce alla regia di una pellicola nel 1997 con il bellissimo Once We Were Strangers con Vincenzo Amato , prodotto con i soldi ricavati dalla vendita di un paio di orecchini ricevuti in eredità dalla bisnonna e che prende largo spunto dall’esperienza di stranieri che lui e Amato fecero in America. La pellicola partecipa al Sundance Film Festival, trasformandolo nel primo regista italiano accettato nella competizione americana.


 


A teatro


Fra il 1998 e il 2000, Crialese lavora anche in teatro, sempre negli Stati Uniti, e accanto al produttore Bob Chartoff (lo stesso di Toro Scatenato e di New York New York) alla stesura di un trattamento cinematografico su Ellis Island.


 


Il film che lo porta sull’onda


Respiro


Il tanto amato Respiro (che sarà uno dei nuovi film che affascineranno Bernardo Bertolucci) all’interno del quale narra le vicende dell’anomala, poetica e oltraggiosa Grazia (Valeria Golino), moglie e madre borderline di Lampedusa che non è propriamente conscia del suo ruolo. Il film, ambizioso e originale, assolutamente fuori dai soliti schemi del cinema italiano, è un piccolo capolavoro che sottolinea il grande talento di Crialese assolutamente pari a quello di un autore quasi conterraneo come Giuseppe Tornatore. Giocando con il tema dell’incomunicabilità (tanto caro a Michelangelo Antonioni) propone uno squarcio sul suo concetto di libertà, senza però difettare di realismo, fortemente sostenuto dalla ruralità delle scenografie e dalla lirica neorealista moderna. Respiro si merita il Gran Premio della Critica a Cannes, ma anche il Young Critics Award Best Feature, il CONAI e il Creative Journeys, non vincendo però il César come miglior film per l’Unione Europea e il David di Donatello per la migliore pellicola dell’anno.


 


Nuovomondo


Poi viene il turno di Nuovomondo (2006) con Charlotte Gainsbourg (che sostituì la Golino impegnata in un altro progetto), Vincenzo Amato e Aurora Quattrocchi che riscuote un grande successo di critica e pubblico, soprattutto in Francia. La pellicola viene presentata in concorso ufficiale alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e si assicura un Leone d’Argento e la candidatura italiana per il miglior film straniero all’Academy Award, oltre a ben tre David di Donatello. Parte tutto nella Sicilia degli inizi del Novecento, dove un capofamiglia decide di imbarcarsi con figli e madre anziana per l’America. Crialese affronta a modo suo la storia della migrazione italiana all’estero, ricordandoci che un tempo eravamo noi gli stranieri che venivano dal mare e che avevano bisogno di accoglienza in un nuovo mondo(a noi è piaciuto moltissimo, per la sua poetica originale e le sue tragiche vicende).


 


Terraferma


Nel 2011, sempre a Venezia, è il turno di Terraferma che tratta dell’immigrazione clandestina dall’Africa in Italia, molto semplice e realistico, proprio come noi vediamo le vicende dei clandestini del Nord Africa. Affamati, desolati, disperati, in cerca di un mondo migliore. Speriamo di procurarcelo, per rendere a tutti la vita possibile da vivere.


 


Il film è prodotto da Cattleya e Rai Cinema in collaborazione con Sensi Cinema - Regione Sicilia.


Di: Maria de falco Marotta, Elisa, Enrico.

 Novità»Al cinema    
editore |24.10.2011
olmi

 


l'ultimo film di Ermanno Olmi


 


 


La Trama


Il film narrerà dell’incontro tra due culture e varie etnie, quella africana e quella europea, quando un gruppo di clandestini prende possesso di una vecchia chiesa per safamarsi. La storia viene osservata attraverso gli occhi di un vecchio prete.


Piccola curiosità: l'anziano sacerdote è interpretato da Joe R. Landsale, sceneggiatore ma soprattutto apprezzato scrittore.


 



Il villaggio di cartone
Titolo originale: Il villaggio di cartone
Italia: 2011. Regia di: Ermanno Olmi Genere: Drammatico Durata: 87'
Interpreti: Michael Lonsdale, Rutger Hauer, Alessandro Haber, Massimo De Francovich, El Hadji Ibrahima Faye, Irma Pino Viney, Fatima Alì, Samuels Leon Delroy, Fernando Chironda, Souleymane Sow, Linda Keny, Blaise Aurelien Ngoungou Essoua, Heven Tewelde, Rashidi Osaro Wamah, Prosper Elijah Keny
Sito web ufficiale:
Sito web italiano:
Nelle sale dal: 07/10/2011


 


Recensione di: Francesca Caruso
L'aggettivo ideale: Simbolico


Il pluripremiato regista e sceneggiatore Ermanno Olmi torna dietro la macchina da presa realizzando un film che fotografa “ una realtà simbolo” – come ha spiegato lui stesso.
Vi si racconta il viaggio emotivo di un vecchio prete, che vede la sua chiesa smantellata pezzo dopo pezzo. Assiste impotente all’azione degli operai che staccano dalle pareti i quadri e il grande Crocifisso. Durante la notte, però, la chiesa si anima di nuova vita: vi trovano rifugio un gruppo di emigranti di passaggio, i quali chiedono al vecchio un po’ di carità cristiana.


Il maestro Olmi ha scritto il film come fosse un apologo secondo una visione teatrale.
“Nell’apologo la sublimazione è fatta dell’immagine simbolo e dalla parola simbolo, i personaggi parlano come un libro stampato” – spiega il regista – “ ed è stato volutamente realizzato così”. Il cineasta si è particolarmente soffermato sull’idea di carità, di fratellanza e di amore verso il prossimo. Si dice ama il prossimo tuo come te stesso, ebbene il vecchio prete trova dentro sé quel coraggio che lo porta a mettere in pratica quelle che, fino a quel momento, sono state parole dette durante un’omelia ai suoi fedeli.


L’individuo per trovare rassicurazioni e protezione ha da sempre costruito un’infinità di chiese: la chiesa religiosa è solo una delle tante possibilità, ma c’è anche quella in cui risiede il potere economico, nella quale molti si rifugiano. L’immagine della chiesa vuota dà l’idea di ciò che Olmi ha voluto sottolineare, ovvero quella di un essere umano che liberato dalle sue sovrastrutture sociali lascia emergere la parte migliore di sé. Il villaggio di cartone del titolo è formato da un gruppo di individui, con nulla addosso se non i loro vestiti, che mettono su una mini baracca fatta di pannelli e tendoni, sotto i quali dormire e attendere di riprendere il cammino.


Per ciò che riguarda l’ambientazione, tutti i personaggi si muovono in un unico ambiente, che possiede una forte espressione teatrale. Lo spessore teatrale si palesa anche nel modo in cui parlano i personaggi, nei loro intervalli e nelle inquadrature. Quando per la prima volta viene aperto il portone della chiesa si nota immediatamente che aldilà non c’è nulla, se non il vuoto di un proscenio. Il cast artistico vede la presenza di un bravissimo Michael Lonsdale (il vecchio prete), affiancato da Rutger Hauer (il sagrestano) e Alessandro Haber (il graduato), che rendono merito tanto quanto gli interpreti secondari a un film che pone lo spettatore in una posizione riflessiva, senza essere pedante.


Nella sua lunga carriera, il regista si è interessato di diverse tematiche sociali, che gli stavano a cuore e di cui ha reso partecipe lo spettatore. Ha parlato del mondo del lavoro, della vita dei contadini bergamaschi (L’albero degli zoccoli, 1979 – Palma d’Oro al Festival di Cannes), del mondo religioso e di molto altro. In questo film vuole far arrivare un concetto che supera qualsiasi argomento religioso: “il bene vale più della fede” – fare del bene non riguarda solo chi crede, ma riguarda il cuore di ogni essere umano, sia esso laico o credente.


“Il villaggio di cartone” non vuole imporre una lezione, ma far riflettere sui comportamenti che ognuno ha nei confronti del prossimo, qualunque esso sia. Olmi, ancora una volta, crea un linguaggio che va dritto al punto, mostrando ciò che c’è dentro l’involucro di “cartone”.


 


Olmi: «Così leggo la carità»
di Ermanno Olmi
in “Avvenire” del 19 ottobre 2011


 


Caro direttore, ricevo “Avvenire” fin da quando, molti anni fa, con cari amici ormai lontani, vedemmo uscire dalle  rotative il primo numero del giornale.
L’affezione e l’ammirazione sono sempre stati per me saldi riferimenti quotidiani per il rigore e la libertà d’opinione dei  suoi collaboratori e quindi per il rispetto del lettore. Tanto che ho molto apprezzato gli interventi apparsi in “Agorà”  dopo l’uscita del mio ultimo film Il villaggio di cartone. E di questa attenzione nei miei riguardi, caro direttore, la  ringrazio e, se lo riterrà utile per i suoi lettori, mi farà piacere se pubblicherà queste mie note sul dibattito che ne è  seguito.
Giovanni Bazoli, prima sul “Corriere della Sera” e poi su “Avvenire”, pone l’attenzione su due contrapposti valori  invocati dal vecchio prete, protagonista dell’apologo cinematografico.
Che dice: «Ho fatto il prete per fare del bene. Ma per fare del bene, non serve la fede. Il bene è più della fede». Subito,  un intervento di Marina Corradi su “Avvenire”, mi rimprovera: «di coltivare così tanti dubbi di fede che la storia (del  film) rischia di perdere la radice e il fondamento della carità dei cristiani». Ma come sarebbe «la carità dei cristiani»?  Dunque ci sarebbero più carità? E quella dei cristiani è forse tanto speciale e diversa da quella di altre fedi religiose? Mi  piacerebbe conoscere l’elenco delle diverse carità. Bazoli chiarisce: «Il film è da intendere come un richiamo forte e  drammatico all’esercizio e della carità e dell’accoglienza nei confronti di uomini che sono tra i più indifesi e disperati  del nostro tempo; vale come monito a intensificare l’impegno religioso e umano». Ugualmente, Marina Corradi insiste:  «In realtà il bilancio del vecchio sacerdote sembra viziato da un equivoco. Non ci si fa prete “per fare del bene” ma per  portare Cristo agli uomini, che è assai di più». La fede è in sé un valore, ma non è determinante per fare del bene.
Né il fare del bene ha mai ostacolato la fede di alcuno. La fede è innanzitutto un sentimento che ciascuno coltiva nel  profondo di sé, in solitudine. E con tale stato d’animo parteciperà la sua fede con quella dell’altro, in comunione con  Dio.
Un’altra voce che ha partecipato a questi interrogativi sul primato tra fede e carità è quella di Piero Coda, teologo e  presidente dell’Istituto universitario Sophia: «Conosciamo tutti l’inno alla carità che l’apostolo Paolo tesse nel capitolo  13 della Lettera ai Corinzi. L’ agape è la via che tutte le altre sopravanza. Non avere l’agape significa essere  nulla». E prosegue: «L’agape è la cifra compendiosa di tutto il mistero cristiano». Come vede, caro direttore, mi  appello a autorevoli testimoni della cristianità. Ed ecco che ancora Piero Coda mi suggerisce sant’Agostino: «La carità spinse Cristo a incarnarsi». È di pochi giorni fa, in Egitto, il divampare di conflitti fra appartenenze religiose mettendo  l’una contro l’altra. E soltanto ieri, a Roma, la dissennata violenza di giovani praticata con la rabbia della distruzione. E  mi domando se è del tutto azzardato pensare che anche questi giovani allo sbando non provino un loro delirante atto  di fede in una “religiosità” criminale.
Ancora una volta la Storia ci avverte che il vincolo tra fede e “Chiese delle diversità” può avere esiti di immani  tragedie. E sappiamo anche che, nel corso dei secoli, le religioni hanno avuto necessità di cambiamenti imposti dai  radicali mutamenti delle realtà che inarrestabilmente sopravvenivano. E quindi, concili, riforme e controriforme,  sempre per adeguarsi con significati nuovi alle esigenze del cammino della Storia. Dunque: anche le religioni cambiano  e cambiano i nostri comportamenti.
Solo il bene non cambia. Ma il bene non è esclusività di istituzioni. La Chiesa di Cristo non è nell’istituzione, ma nella  Sua e nella nostra incarnazione.


 


 



Bazoli: Olmi
e il primato della carità




Caro direttore,
il «Corriere della sera» ha pubblicato in forma di articolo venerdì scorso una mia presentazione e interpretazione dell’ultimo film di Ermanno Olmi, Il villaggio di cartone, quella che avevo anticipato nel dibattito svoltosi il 2 ottobre al Piccolo Teatro Strehler di Milano, in occasione della presentazione in anteprima del film. Solo successivamente – per mia negligenza – sono venuto a conoscenza di due servizi che erano nel frattempo comparsi su «Avvenire».

 


 


La lettura di tali articoli e in particolare delle profonde e convincenti riflessioni di Marina Corradi mi stimola a inviarle questa lettera, perché mi offre l’opportunità di completare il discorso svolto in quell’articolo con alcune puntualizzazioni che nell’articolo sono soltanto accennate alla fine. Il racconto-apologo del film di Olmi – focalizzato sulla chiesa dismessa in cui trova rifugio e accoglienza e assistenza da parte del vecchio parroco un gruppo di immigrati – ha un significato simbolico che appare a tutti molto chiaro: l’edificio sacro ha perso la sua originaria destinazione a luogo di culto divino e di preghiera (il che evoca la crescente secolarizzazione del mondo attuale); ma ritrova una vocazione nobile e sacra di accoglienza e di servizio di carità nei confronti di poveri uomini diseredati.


È proprio il significato di questa rappresentazione che può essere interpretato in modo diverso per quanto riguarda il rapporto tra fede e carità. Tale rappresentazione vuole significare che l’esercizio della carità si pone in una linea religiosa di continuità con la fede e la pratica del culto divino ovvero che è destinato a sostituirlo? Nel primo caso, il film è da intendere come un richiamo forte e drammatico all’esercizio della carità e dell’accoglienza nei confronti di uomini che sono tra i più indifesi e disperati del nostro tempo: un richiamo che nei confronti della comunità dei credenti, anche come rimedio alla secolarizzazione e all’allontanamento distacco del mondo contemporaneo dalla fede e dalla pratica religiosa, vale come monito a intensificare il loro impegno religioso e umano in tale direzione.


Nel secondo caso, invece, il significato sarebbe completamente diverso e si collocherebbe – concordo con quanto dice Marina Corradi – al di fuori della visione e dell’esperienza religiosa e cristiana, che trova il suo cuore nel rapporto diretto e personale del credente con la figura divina di Cristo e che proprio da questo rapporto trae anche l’ispirazione per l’esercizio della carità. A me non pare che il film debba essere interpretato in questo senso. È vero che l’inquietudine e gli interrogativi che assillano il vecchio prete lo inducono anche a dubitare del legame tra fede e carità («Per fare il bene non occorre la fede»).


Ma è pur vero che, sin dalla sequenza iniziale del film, l’anziano e tormentato parroco si rivolge di continuo al Cristo Crocifisso. Questo è l’interlocutore cui egli confida – si può dire nelle cui braccia ripone – i dubbi che insidiano la sua fede e che sono aggravati dalla solitudine (perché il vuoto della chiesa sembra riflettersi nel suo cuore). Nel mio commento ho ritenuto corretto – oltre che appropriato alla sede di presentazione del film – non sostituirmi all’autore dando delle risposte.


Mi sono limitato a ricordare, alla fine, che la condivisione delle fatiche e delle sofferenze degli uomini «non è una funzione vicaria ma di integrazione dell’amore di Dio e della preghiera». La religiosità cristiana si nutre inscindibilmente della carità (definita proprio ieri dal Papa «l’abito nuziale» dei cristiani) e dell’amore di Dio.


Quello che qui posso aggiungere è che tutto ciò trova conferma nella realtà incontestabile che l’impegno maggiore a favore di coloro che nella società sono i più deboli e indifesi – oggi, in particolare, gli immigrati – è sostenuto nel nostro Paese principalmente da organizzazioni della Chiesa e del volontariato cattolico. E non dubito che lo stesso Olmi riconosca l’immenso valore delle opere di carità che in tutte le epoche della storia sono state ispirate dalla fede.




Giovanni Bazoli

 

 Novità»Al cinema    
editore |07.10.2011
faust



L’inizio è come un trovarsi all’improvviso  dentro una tela di Rembrandt: sia perché ci si trova messi brutalmente di fronte a una lezione di anatomia , sia per le luci morbide, i grigi e i marroni che ricordano il codice delle sue opere. Si cerca l’anima, in quel corpo sventrato, e non è ovviamente impresa facile. Nel film di  Aleksandr Sokurov invece si fa presto. Sta tutto in quella rappresentazione figurativa e insieme essenziale del “mito” di Faust, ripreso da Goethe e girato infatti in tedesco, e fatto diventare un capolavoro pittorico toccando invece le domande cardine dell’esistenza umana: sulla presenza (e soprattutto l’assenza) di Dio; sull’avidità e la corruzione dell’uomo; sulla ricerca dei desideri e sul loro appagamento spesso vano; sulla morte, che si accompagna sempre al bisogno di fede («La morte e il prete passeggiano insieme», si ascolta in una battuta del film).


Di registi maturi come Sokurov ne sono rimasti ben pochi e ogni suo nuovo film è una festa per i cinefili. E’ pur vero che la visione richiede un impegno non comune, ma ripaga di ogni sforzo. La parabola dello scienziato che incontra il Diavolo sotto mentite spoglie (qui una sorta di satiro deforme e con un genitale maschile al posto del codino dell’iconografia classica), che si lascia corrompere in cambio di ricchezza e dell’amore della ragazza desiderata (la virginale Margherita), si ammanta di interpretazioni sull’esercizio e la seduzione del potere. Si sente anche  il gusto per una recuperata classicità narrativa e stilistica: il copione sospeso tra “operetta morale” e pièce da palcoscenico, il commento musicale classico, le meravigliose luci (del direttore della fotografia Bruno Delbonnel) che affondano nell’arte figurativa mitteleuropea, l’eco cinematografica della riflessione bergmaniana. Sotto pelle pulsa l’anima del paradosso (l’unico a riconoscere l’esistenza di Dio è proprio il Diavolo) e della riflessione filosofica, della burla (i “matti” del villaggio, tra cui una inedita Hanna Schygulla) e della favola gotica (gli angeli della Morte che compaiono alla fine). Supportato da un cast di pregevole statura (il dottore protagonista è interpretato dal tedesco Johannes Zeiler, dallo sguardo identico a quello di Ralph Fiennes; Belzebù invece è il mimo siberiano Anton Adasinsky), il film dura per 134 minuti. Il Leone d’Oro assegnatogli dalla Giuria Internazionale, non è un premio troppo popolare ma assolutamente meritato, per l’alta cultura trasfusa.


 




IL Film
Faust

Titolo originale:  Faust


Nazione:  Russia


Anno:  2011


Genere:  Drammatico


Durata:  134'


DISTRIBUZIONE: Archibald Enterprise Film


Regia:  Aleksandr Sokurov


Sito ufficiale:   /


Cast:  Hanna Schygulla, Maxim Mehmet, Isolda Dychauk, Georg Friedrich, Joel Kirby, Antoine Monot Jr., Eva-Maria Kurz, Katrin Filzen, Florian Brückner


Produzione:  Proline Film


Data di uscita:  Venezia 2011


 




Trama

Il Faust di Sokurov non è un adattamento della tragedia di Goethe nel senso tradizionale, ma una lettura di ciò che rimane tra le righe. Che colore ha un mondo che produce idee colossali? Che odore ha? C’è un’aria pesante nel mondo di Faust: progetti sconvolgenti nascono nello spazio angusto dove si affaccenda. È un pensatore, un veicolo di idee, un trasmettitore di parole, un cospiratore, un sognatore. Un uomo anonimo guidato da istinti semplici: fame, avidità, lussuria(già oggi va meglio). Una creatura infelice, perseguitata che lancia una sfida al Faust di Goethe. Perché rimanere nel presente se si può andare oltre? Spingersi sempre più in là, senza notare che il tempo si è fermato. In fondo. È l’eterno conflitto tra il Bene e il Male. Chi vince?




A mo’ di commento

Alexander Sokurov si confronta con Faust, e ne esce vincitore. Non si tratta di un adattamento fedele dell’opera letteraria di Goethe, quanto un tentativo di raccontare la medesima storia attraverso quanto rimane tra le righe, il non detto, immagini ed emozioni.


Come il romanzo, anche il film di Sokurov vede come protagonista il dottor Faust, uomo integerrimo dedito alle ricerche scientifiche. Per dominare la materia egli cerca di capire come funzioni il corpo umano analizzando e sezionando cadaveri, ma non riesce a trovare ciò che in realtà sta cercando: la prova dell’esistenza dell’anima(col cubo che la trova!). La sua rettitudine e il comune interesse per l’animo umano attirano l’attenzione di Mefistofele, che si nasconde nei panni di un usuraio. Il suo scopo, sulla Terra, è quello di mettere in luce e sfruttare le umane debolezze. E questo cerca di fare anche con Faust, mettendolo alla prova in modo da trovare il suo punto debole. Faust si lascia tentare, ma non ammaliare, dal potere, dalla ricchezza o dalla lussuria, nulla è tanto gratificante da desiderarlo all’infinito. Ma la bella Margarethe si innamora perdutamente del dottore, e il desiderio di possedere la donna, nella materia e nell’anima, si impossessa di lui. A questo punto Mefistofele sa come agire. Propone a Faust di fermare all’infinito il momento di beatitudine e di estasi della sua unione con la giovane, in cambio Faust gli cederà la sua anima. E lui accetta. E ben gli sta. Cose molto valide nel film i lunghi discorsi teologici- filosofici che stordiscono lo spettatore, la fotografia, quasi onirica nei suoi colori. La perfezione è tale che in ogni inquadratura si ha l’impressione di ammirare un attimo fissato per sempre su tela. Il contrasto tra il bene e il male è ben evidenziato dall’uso di luce e tenebra. Naturalmente , bisogna andare oltre , perche l’opera di  Sokurov  è una riflessione sul comune destino umano, incostante e indeterminabile perché dominato dai piaceri e dalle tentazioni. E, anche una considerazione sul libero arbitrio, o meglio sulla sua assenza: l’uomo non è padrone delle proprie scelte, perché egli stesso ha ceduto la possibilità di scelta, per debolezza o per poca moralità.


 


DOMANDE & RISPOSTE



Tra le moltissime domande rivolte a A. Sokurov, in una sala stampa gremita,  ne abbiamo selezionato solo alcune. Eccole di seguito.

Il film ci dice che "le persone infelici sono pericolose". Sembra un monito molto attuale più che derivato dall’opera di Goethe.
Quello che vorrei dire ai giovani oggi, e so che molti giovani oggi sono infelici, è: l’anima costa poco e nessuno ne ha bisogno tranne voi. La vostra anima è solo vostra e poi non ci sono più acquirenti per questo genere di cose. I giovani come speranza per il futuro, giovani che non hanno un destino tanto migliore delle generazioni che li hanno preceduti, quelle che si sono confrontate con i totalitarismi e le guerre. Si sta sbilanciando qualcosa nella società, le persone  diventano selvagge, aggressive. In Russia sentiamo questo alito agghiacciante che la società dei consumi ha imposto, la televisione, un certo cinema, la scomparsa del confine tra il male e il genio. Abbiamo visto all’opera torturatori di talento, geni del male, e quel male si è riprodotto lasciando semi come il fiore su cui soffi e la corolla vola via disseminandosi, prende residenza nell’animo umano, diventa carattere. Nostro compito è fermare questa espansione, fermare la fine della parola.


Secondo Lei il potere corrompe inevitabilmente?


Sì, perché l’uomo di potere viene infettato da tutto ciò che lo circonda. Attorno a lui si raccolgono le anime nere.


Perché ha pensato che proprio l’opera di Goethe potesse rappresentare il capitolo di chiusura della sua tetralogia?
Noi russi viviamo al limite della tradizione letteraria europea. Goethe e il Faust sono parte essenziale della cultura mondiale del XIX e XX secolo. Alexander Puskin, Fjodor Dostoevsky, Lev Tolstoj si sono ispirati al Faust, un uomo nel cui destino è scritto tutto ciò che potenzialmente accade nella vita di ognuno di noi. Rappresenta un'esperienza primaria.


Oggi la letteratura è decaduta, gli umanisti tacciono, temono, sono guardinghi ed erano i donatori di senso, ieri andavano in avanscoperta, oggi il linguaggio della politica e la televisione ne stanno decretando la morte. Cosa ne pensa?


“Dante tranquillizza”, ma dietro Dante, come dietro i grandi russi, c’erano scuole, tradizioni culturali, nessuno vola, c’è un gradino da salire dopo l’altro, e questo vale per tutte le arti, e la sua prediletta, la pittura, nasceva da botteghe dove s’imparava il mestiere. Ma la scuola in Russia è stata annientata, gli scrittori venivano messi al muro e fucilati, 20 milioni di morti fatti da Stalin, 20 dalla guerra, 2 milioni nell’assedio di Leningrado: cosa rimane al popolo russo dopo un secolo così? Una terra che scontava secoli di arretratezza, dove si cominciava solo a pensare all’abolizione della servitù della gleba quando a Londra già funzionavano a pieno ritmo fabbriche e ferrovie. E’ la fine del libro la peste dei nostri tempi.


Perché il suo Faust parla tedesco?


La lingua di un popolo è la sua stessa vita, come pensare di leggere Dante in un’altra lingua? Faust deve vivere e parlare la sua lingua perché è stato concepito così.


Rispetto ai suoi film precedenti, questo si potrebbe definire un kolossal per lo sforzo produttivo che ha richiesto. Come mai ha voluto girare in luoghi diversi e chiudere la vicenda in Islanda?
La natura fa parte della drammaturgia, come la lingua. Per questo ho voluto che il film fosse in tedesco e ho provinato almeno 1000 attori prima di trovare quelli giusti. Perché Goethe senza il tedesco non ha senso, perde carattere, tono. L'Islanda poi è un luogo non spiegabile, ci si sente come se si fosse alla fine del mondo, in un perenne subbuglio, con la sensazione di un pericolo imminente. Cercavo una terra difficile. In Islanda l’ho trovata.


 




Chi è  Alexander Sokurov

Nato il 14 giugno 1951 a Podorvikha. Consegue la laurea in storia e filosofia nel 1974 all' Università di Gorky mentre nel 1979 porta a compimento gli studi di cinema presso l'Istituto di Cinematografia di Mosca. Il suo primo film "The lonely voice of man" (1978) vince il 'Pardo di Bronzo' al Festival di Locarno.


Tra il 1980 e il 1987 cura la regia di 2 lungometraggi, numerosi corti e 6 documentari, nessuno dei quali ottiene l'autorizzazione della censura sovietica. Dal 1980 lavora per la Len Film Studios realizzando altri 9 film e più di 20 documentari molti dei quali premiati nei Festival di tutto il mondo. Fra i suoi film  più famosi ricordiamo "Mother and Son" (1997) e "The second Circle" (1990). Il regista sa anche adattare testi letterari di Shaw, Flaubert e Dostoevskij.


Nel 2003 ha realizzato la commedia "Padre e figlio" e "Il sole" terzo capitolo della triolgia sul potere che comprende "Moloch"(1999) e "Taurus"(2001). Ultimamente ha girato il film drammatico "Alexandra" (2007) in concorso al 60mo Festival di Cannes E’ stato  inserito dall’European Film Accademy tra i cento registi più importanti del mondo.




Curiosità
Anni fa la Fondazione Balzan indisse un convegno a Venezia cui parteciparono nomi di spicco. Anche l’allora Cardinale Ratzinger vi partecipò e lesse una sua prolusione sul Mito di Faust.
 
Cattura
Roma - 17-19 Novembre

 

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