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Federgat |27.03.2012
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DAL 27 Marzo al 3 Giugno
Roma e Milano, due grandi metropoli, due capitali della cultura e dell’arte, due città diversamente rappresentative della tradizione religiosa (la ‘città eterna’ e la ‘città ambrosiana’) diventano un unico palcoscenico del sacro, in un evento che traccia una linea unitaria simbolica di riflessione sulla spiritualità.
A partire dal successo delle due edizioni de I Teatri del Sacro (Lucca 2009 e 2011), nelle settimane prima e dopo la Pasqua 2012 saranno proposti in contemporanea a Roma e a Milano alcuni degli spettacoli più rappresentativi del Festival.

La Capitale ospiterà 14 spettacoli in 7 spazi (Teatro Tor Bella Monaca, Teatro Biblioteca Quarticciolo, Centrale Preneste Teatro, Sala Cantieri Scalzi, Basilica di San Saba, Basilica di Santo Stefano Rotondo, Sala della Comunità Santa Silvia) per due mesi, in una serie di appuntamenti dal 28 marzo al 26 maggio. L’evento milanese “epifanie urbane” sarà diviso in due momenti: una prima parte dal 27 marzo al 4 aprile con 3 spettacoli, la seconda si terrà  dal 30 maggio al 3 giugno in occasione del VII Incontro Mondiale delle Famiglie con l’allestimento di altri 5 spettacoli.


Un evento pensato, grazie al sostegno del Comune di Milano e di Roma Capitale, non come una semplice rassegna teatrale ma come animazione urbana, ovvero un’occasione di libero e aperto confronto intorno ai temi del sacro, per far emergere le istanze che toccano da vicino le inquietudini e le speranze dell’uomo contemporaneo, e che suscitano l’interesse di credenti e non credenti, con una particolare attenzione alle nuove generazioni. Il progetto inoltre intende valorizzare il ruolo dello spettatore come soggetto attivo della visione, grazie al laboratorio gratuito per il pubblico “Visioni e Condivisioni”: un viaggio di ricerca dentro gli spettacoli, ricco delle riflessioni collettive e delle testimonianze in cui la spiritualità, l’arte e la vita si intrecciano fino a confondersi.


Appuntamento quindi questa primavera per l’evento I TEATRI DEL SACRO nelle due maggiori città italiane, un’occasione di incontro e di confronto con il teatro e con la spiritualità.


Per informazioni su I TEATRI DEL SACRO A ROMA: federgat@federgat.it; 331.6906345Per informazioni sul laboratorio per lo spettatore a Roma: teatridelsacro@gmail.com; 349.0734578 (12.30 - 13.30, 15.30 - 17.30)


Per informazioni su I TEATRI DEL SACRO A MILANO:  federgat@federgat.it; teatridelsacroamilano@gmail.com; 389.9041314Per informazioni sul laboratorio per lo spettatore a Milano: teatridelsacroamilano@gmail.com - cel. 389.9041314

 
editore |05.03.2012
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DUNS SCOTO Miglior film e il miglior attore protagonista attribuito ad Adriano Braidotti, con la regia di Fernando Muraca, vince all'International Catholic Film Festival di Roma "Mirabile Dictu" il "Pesce d'Argento" Sui tre premi attribuiti al festival Duns Scoto ne riporta due: Migliore film e migliore attore protagonista.


E' stato selezionato su un totale di 746 film all’International Catholic Film Festival (dal 12 al 21 maggio a Roma presso l’Auditorium vaticano di via della Conciliazione) ideato e voluto da Liana Marabini, produttrice, regista ed editrice, sotto l’Alto patronato del Pontificio Consiglio per la Cultura.


BREVISSIMA TRAMA:


Duns Scoto, giovane e brillante professore francescano all'Università di Parigi, è costretto a scappare dalla città francese perchè non è disposto a firmare la lettera di Filippo il Bello contro il Papa.


Dopo qualche ritornerà e potrà dimostrare in una celebre disputa il valore delle sue idee sull'Immacolata Concezione di Maria.


CHI è DUNS SCOTO???


TRAILER (clicca sull'immagine)




 

 
editore |08.02.2012
Almanya

una commedia e una riflessione toccante in occasione della 34° Giornata per la vita


a cura di Arianna Prevedello



«Per educare i giovani alla vita occorrono adulti contenti del dono dell’esistenza, nei quali non prevalga il cinismo, il calcolo o la ricerca del potere, della carriera o del divertimento fine a se stesso. [...] Molti giovani, in ogni genere di situazione umana e sociale, non aspettano altro che un adulto carico di simpatia per la vita che proponga loro senza facili moralismi e senza ipocrisie una strada per sperimentare l’affascinante avventura della vita».



Molte diocesi, comunità e gruppi ecclesiali è divenuta consuetudine celebrare, preparare o approfondire i contenuti della Giornata Nazionale per la vita anche attraverso la visione e la discussione di un’opera cinematografica.

A partire dal Messaggio per la 34° Giornata per la vita (5 febbraio 2012) a sostegno di queste iniziative proponiamo di seguito un’analisi-interpretazione del recente film Almanya – La mia famiglia va in Germania giunto sul grande schermo nel periodo natalizio e ancora attualmente in programmazione nei cinema d’essai tra cui molte sale della comunità (cinema parrocchiali).

Restare uniti è il desiderio che caratterizza l’esperienza della famiglia. La vicinanza affettiva è il sogno anche degli Yilmaz, emigrati in Germania dalla Turchia negli anni ’60 e giunti ormai alla terza generazione. In età di pensione il patriarca Hüseyin, protagonista del film tedesco e capostipite della ricca discendenza, si trova a fare i conti con un passaporto più che mai tedesco e una tenera nostalgia per l’Anatolia. La lontananza da casa avvertita dal nonno è tale da indurlo ad acquistare perfino una casa nel piccolo paesino d’origine senza nemmeno dirlo alla moglie. Anzi, pretendendo piuttosto di andarvi tutti (figli e nipoti) in vacanza al più presto. Il viaggio di ritorno in patria diviene uno spartito su cui scrivere anche le simpatiche note in flashback del lontano viaggio della speranza avvenuto decenni addietro verso la Germania.



Almanya è una commedia esilarante on the road capace di far emergere i valori universali su cui ogni persona ritrova il benessere e le risorse psicologiche per una vita ben piantata. Scritta da due giovani sorelle tedesche di origine turca, Yasemin e Nesrin Samdereli, Almanya recupera i ricordi di una della più imponenti comunità straniere della Germania. I tardivi ricongiungimenti, il cambio culturale per alcuni obbligato e da altri subito, la convivenza con una locale diversità religiosa e il possibile ritorno nella terra natia sono elementi che continuano a provocarla. Eppure, malgrado la complessità che la investono in ogni nuovo giorno di vita, dal nonno al nipotino tanta è la voglia di difendere l’imprescindibile legame familiare.

Se nel viaggio emergono le fatiche vissute dai figli di seconda generazione che si rimproverano l’un l’altro di non essersi stati accanto nei momenti difficili della vita, l’itinerario diventa anche l’occasione di un saluto e di una rinnovata accoglienza. L’addio al nonno che poco prima di arrivare a destinazione nel pulmino, che tanto ricorda quello del film Little miss sunshine, si spegne tra l’affetto dei suoi cari e l’abbraccio maturato proprio grazie alle parole del nonno per il bambino che la nipote non sposata porta in grembo. Un film toccante che sa spiegare al più giovane della famiglia come la vita nel suo epilogo evapori come l’acqua (l’esperienza della morte) e, al contempo, come la nascita di una nuova creatura sia un dono in qualunque condizione. Senza retorica i personaggi sperimentano come aprirsi alla vita significhi accrescere (e allargare con speranza e gratitudine) il legame familiare che ridona senso al loro stare al mondo. In Germania o in Turchia, fa lo stesso.

 


SCHEDA DEL FILM


DA: sdc sale della comunità


 

 Novità»Al cinema    
editore |17.12.2011
diobuona





Nell’ultima puntata di Don Matteo 8, andata in onda giovedì scorso, l’abbiamo vista incrociare il sacerdote sfrecciando sul suo furgoncino blu. Adesso suor Angela, al secolo Elena Sofia Ricci, arriva su Raiuno il giovedì in prima serata (da domani) proprio al posto del prete-investigatore campione di ascolti, in Che Dio ci aiuti, la nuova serie giallo-rosa targata Lux Vide, diretta da Francesco Vicario e interpretata, oltre che dalla Ricci, anche da Massimo Poggio, Serena Rossi, Francesca Chillemi, Miriam Dalmazio, Marco Messeri e Valeria Fabrizi. Sedici gli episodi previsti, per otto prime serate, ambientate a Modena, la città in cui suor Angela vive, nel Convento degli Angeli Custodi, trasformato dalla religiosa, per motivi economici, in un convitto universitario con tanto di bar "L’angolo Divino". La vita di suor Angela, con un passato non proprio cristallino con il quale sta ancora facendo i conti, si incrocia sin da subito con quella di Marco Ferrari, brillante ispettore di polizia (anche lui con un passato che finirà per venire a galla), e, soprattutto, con le sue indagini.

Elena Sofia Ricci racconta: «Il ruolo della suora mi è sembrato subito una bella sfida. E mi ha offerto anche l’occasione per scoprire qualcosa in più, di ritrovare un po’ quella parte spirituale che c’è in ognuno di noi e che tutti dovremmo ritrovare soprattutto in periodi come questo. In Che Dio ci aiuti ho provato a fare la suora che avrei voluto incontrare nella vita: un po’ don Matteo e un po’ don Camillo e anche un po’ Sister Act». Per prepararsi, l’attrice ha passato due giorni in un convento di clausura: «È stata un’esperienza incredibile.

Le suore mi hanno letteralmente sommersa di un amore che non è di questo mondo. Mi ero sempre chiesta come potesse essere la vita delle suore dietro quelle grate e Che Dio ci aiuti mi ha dato la possibilità di vederla da vicino anche se non nascondo che, all’inizio, è stato un po’ impressionante sentire il rumore delle chiavi che chiudevano i cancelli alle mie spalle». Entusiasta anche Massimo Poggio per il quale, «pur interpretando io il ruolo del poliziotto, questa non è una serie poliziesca ma pone l’aspetto soprattutto sul lato umano. Ogni personaggio, all’inizio, ha qualcosa in sospeso che si chiarisce strada facendo».

A chi ipotizza suor Angela come una sorta di don Matteo in gonnella, risponde il regista: «La differenza principale tra i due è che don Matteo è pieno di certezze, è più istituzionale. Suor Angela, invece, è una che ci prova ma che ha sempre la sensazione di non farcela».

Poi, aggiunge: «Questa serie insegna a fermarsi e a ragionare, a dare agli altri una seconda possibilità, a vedere come ci si può capire e volere bene». Matilde Bernabei, che col fratello Luca ha prodotto (in coproduzione con Rai Fiction) Che Dio ci aiuti, conferma: «Questa è una di quelle storie che possono aiutarci a vivere la vita di tutti i giorni, guardando gli altri con un occhio diverso». Il direttore di Rai Fiction Fabrizio Del Noce (proprio nel giorno in cui i produttori tv hanno protestato in Vigilanza Rai per i tagli agli investimenti nelle fiction) non nasconde l’entusiasmo, anche alla luce dell’ottimo risultato di ascolto ottenuto lunedì scorso dalla replica di Preferisco il Paradiso, la storia di san Filippo Neri, sempre prodotta dalla Lux Vide: «Che Dio ci aiuti è una scommessa importante e ci sono fondate ragioni per pensare che proseguirà, il giovedì sera, sulla scia del successo di Don Matteo».


Avvenire  17 12 2011


 Novità»Al cinema    
Gunnar Sigurdsson |06.12.2011
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il film di Gunnar Sigurdsson si impone al Torinio Film Festival


 



Per vincere bastano due attori

 



Il Torino Film Festival non ha regalato grandi sussulti. Anzi, anche facendo la tara alla scarsa esperienza di autori dalla carriera acerba, e spesso soltanto all'opera prima, si può concludere che la media della qualità in campo è stata piuttosto modesta.
A saltare all'occhio, in particolare, è stata la diffusa assenza di un lavoro di scrittura anche solo lontanamente solido. Quasi tutte le opere viste si basano infatti su una linea narrativa e un quadro drammaturgico appena accennato, e si affidano per il resto all'abilità espressiva del regista che fra l'altro si rintana spesso nei moduli del cinema documentario. Nella maggior parte dei casi il risultato è un lavoro che assomiglia più a un esercizio di regia, a una tesina di fine corso - e nel novero ce n'erano effettivamente un paio - che a un film organico e compiuto.
Non a caso, sfuggono alla sensazione di un lavoro irrisolto quei pochi film che fanno proprio della mancanza di una struttura solida uno stile o addirittura un contenuto. A partire dal vincitore, l'islandese Á annag veg - Either Way di Gunnar Sigurdsson, storia di un'amicizia sul lavoro, sempre in bilico sull'assurdo, per la quale non a caso si sono fatti i nomi di Beckett e Kaurismäki. Se i modelli sono ancora lontani, l'esordiente regista colpisce già per la consapevolezza del proprio stile, tanto rigoroso da far dimenticare che in scena ci sono solo due attori. Ma è il caso anche del francese La guerre est déclarée di Valérie Donzelli, presentato fuori concorso. La storia di due genitori alle prese con una grave malattia del figlio nato da poco, sfrutta quello che è poco più d'un assunto narrativo per rispolverare gli stilemi della Nouvelle vague, e di un cinema che, liberato in gran parte dalle briglie letterarie, si regga il più possibile sui suoi mezzi espressivi peculiari. I momenti di astrattezza godardiana risultano un po' rancidi, e rischiano di inquinare il film, ma in generale alla regista riesce la cosa più difficile, ossia raccontare con levità un dramma toccante, giocando sulla dicotomia fra morte e vita, in ciò memore piuttosto della lezione di Agnés Varda e del suo Cléo dalle nove alle cinque (1962). Inoltre il film ha il grande merito di non ricattare il pubblico, mostrando già nelle prime immagini come la guerra dichiarata alla malattia probabilmente è già a buon punto. Sempre fuori concorso, lo statunitense Bad Posture di Malcolm Murray fa invece dell'assenza di contenuti il proprio argomento. Il racconto di due amici senza arte né parte che sprecano le loro giornate fra graffiti, bevute e piccoli furti nemmeno troppo convinti, diventa infatti alla lunga un film sul nichilismo, che supera il rischio di diventare a sua volta nichilista in virtù di uno stile insospettabilmente rigoroso e di brevi, controllatissimi squarci lirici attraverso cui filtra uno sguardo dolente e nient'affatto cinico.
Deludono invece i titoli che si sono spartiti ex-aequo il premio speciale della giuria: l'arabo Tayeb, Khalas, Yalla di Rania Attieh e Daniel Garcia, e soprattutto il francese 17 filles di Delphine e Muriel Coulin, il film più sopravvalutato del festival. La storia - ispirata a un fatto reale - di diciassette compagne di scuola che decidono di rimanere incinte contemporaneamente poteva essere lo spunto per mille riflessioni, invece qui non si va mai oltre la fenomenologia adolescenziale stravista altrove. Se al posto della gravidanza le protagoniste fossero state coinvolte in qualsiasi altro evento, il film non sarebbe cambiato di un fotogramma.
In questo contesto non esaltante, poi, si sono difesi i titoli italiani. Ulidi piccola mia di Mateo Zoni è una microscopica produzione in stimolante bilico fra documentario e fiction, ambientata in una casa-famiglia di ragazze dal passato difficile. Uno di quei film dove la felice scelta degli elementi messi in scena fa passare in secondo piano la mancanza di un progetto strettamente creativo. Mentre con Sette opere di misericordia, fuori concorso, i fratelli Gianluca e Massimiliano De Serio lasciano intravedere ottime capacità espressive. Nonostante la loro storia fra sottoproletariato e simbologia cristiana si appesantisca a tratti di programmatici "pasolinismi".
Il festival in ogni caso si dimostra interessante quando si mantiene sui binari di questo cinema strettamente d'autore e indipendente, anche se spesso acerbo e a volte compiaciuto. Un po' sulla scia, insomma, del Sundance festival americano. Perché quando invece si inoltra verso i territori del cinema di genere, o si avvicina alla produzione mainstream, rischia di diventare del tutto insulso.
Fanno parte del primo gruppo un paio di film molto attesi che non hanno mancato di entusiasmare qualcuno. Attack the Block di Joe Cornish, una produzione franco-inglese, è ormai l'ennesima alchimia fra commedia e fanta-horror, ma si risolve presto in una pallida e noiosa imitazione di prototipi come L'alba dei morti dementi (2004), pellicola firmata da quell'Edgar Wright che guarda caso con Cornish ha contribuito recentemente a scrivere la sceneggiatura del Tintin spielberghiano. Mentre l'indonesiano The Raid di Gareth Huw Evans è una ripetitiva parata di arti marziali, ancorché finemente coreografate. Se la cava meglio Jaume Balaguerò, nome interessante dell'horror spagnolo, col suo Mientras duermes.
Rientrano invece del tutto o in parte nel cinema hollywoodiano due film sportivi: Moneyball - L'arte di vincere di Bennett Miller con Brad Pitt e Win Win - mosse vincenti di Thomas McCarthy con Paul Giamatti. Morale edificante preconfezionata al servizio di lavori inappuntabili che però metaforicamente non travalicano di un centimetro gli angusti confini del campo da gioco. Mentre The Descendants di Alexander Payne con George Clooney è un prodotto degno di nota, ma fuori dal target del festival, perché firmato da un regista che è già un nome noto e collaudato della commedia grazie a titoli come A proposito di Schmidt (2002) e Sideways (2004). Nel complesso, comunque, con le sue tante anteprime mondiali, la sua direzione autorevole, la sua presidenza di giuria prestigiosa, il Festival di Torino continua a essere una finestra privilegiata da cui guardare da che parte sta andando il cinema. E uno specchio sicuramente credibile dello stato degli autori indipendenti. A deludere, semmai, a volte, è ciò che vi rimane riflesso.


di Emilio Ranzato


 


L'Osservatore Romano 5-6 dicembre 2011

 
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11-13 luglio Brescia

 

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