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intervista al cardinale Philippe Barbarin, vescovo di Lione, a cura di Isabelle de Gaulmyn |03.05.2010
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L'intervista Come vive l'accumularsi, da qualche settimana, di rivelazioni su casi di preti pedofili? Come un ascesso che bisognava far scoppiare.
È una buona cosa che tutto ciò possa alla fine venire a galla, perché per le vittime si tratta di una ferita gravissima.
Finalmente riescono ad esprimere quella sofferenza, ad uscire dalla prigione interiore nella quale erano rinchiuse.
È un primo passo verso la libertà.
Anche per la Chiesa era necessario far scoppiare l'ascesso, e altri ambiti della società avviano decisamente lo stesso percorso.
Se questo potesse permettere di mostrare la verità sul disastro della pedofilia, sarebbe una buona cosa per tutti.
Questo fenomeno è intollerabile e le sue conseguenze sono molto più profonde e durature di quanto si immaginava.
È terribile pensare che le vittime abbiano tenuto così a lungo questo dramma nel cuore.
Se le cose fossero state dette prima, quelle persone avrebbero potuto costruire una vita coniugale, affettiva e familiare tranquilla ed equilibrata.
Quanto ai colpevoli, è bene anche per loro che le cose vengano alla luce.
Guardi che cosa è successo ad uno degli ultimi preti accusati: la sua reazione, dopo aver riconosciuto i fatti, è stata di dire quanto tale ammissione fosse stata per lui un sollievo.
Lo stesso per il vescovo di Bruges.
Il peso della colpa diventava insopportabile e minava tutta la loro vita.
  Lei ha la sensazione che la Chiesa sia perseguitata dai media, in questa faccenda? No, credo piuttosto che sia umiliata sotto lo choc.
Le persone sono veramente scandalizzate quando i pedofili sono dei preti, e hanno ragione! Tali atti sono sempre ripugnanti, che siano commessi in famiglia, a scuola o nell'ambiente dello sport..., ma lo sono doppiamente quando i colpevoli sono dei preti, la cui missione è di annunciare Cristo e la gioia del Vangelo.
Certo, per il peccatore ci sarà sempre una porta di misericordia, ma prete e pedofilo sono due parole incompatibili.
  La Chiesa è “umiliata”, lei dice.
È una grave crisi? Ripensi alla frase usata da Benedetto XVI nella Lettera ai cattolici irlandesi: parla di quei casi di pedofilia che “hanno oscurato la luce del Vangelo ad un punto tale cui non erano giunti neppure secoli di persecuzione”.
È eloquente...
ed effettivamente, è spaventoso; eppure ce ne sono stati, di tradimenti e di contro-testimonianze, nella Chiesa, in venti secoli di storia! Ma si percepisce quanto il papa sia colpito, vive questi avvenimenti come una prova terribile.
A Lione, parlando durante un consiglio episcopale, uno di noi faceva notare che è peggio della serie di crisi che si sono succedute lo scorso anno, dove comunque eravamo già notevolmente sconvolti.
Perché? Perché, questa volta, viene introdotto un sospetto profondo sulla totalità del corpo sacerdotale: i genitori pensano ai loro figli, evidentemente, e certi hanno perso la fiducia nella Chiesa.
Eppure, constato che ciò non cambia niente sul territorio: quando vado in visita pastorale, le persone mi dicono quanto amino il loro parroco, come siano contenti di ricevere il vescovo, perché la Chiesa è veramente per loro una famiglia.
  Lei ricorda di aver già conosciuto personalmente dei periodi così bui per la Chiesa? Nella mia storia, mi sembra che la crisi degli anni '70, in cui un numero notevole di preti se ne sono andati, è stata anch'essa molto dolorosa.
Non si osa ancora parlarne, perché si tratta di una ferita profonda.
In Francia c'erano circa 40 000 preti e, in dieci anni, tra gli 8000 e i 10000 hanno lasciato il ministero.
Un salasso incredibile! Io sono stato ordinato prete in quel periodo e avevo la sensazione che certi mi guardassero chiedendosi: “E quello lì, resisterà o no?”   Che cosa dice ai preti che incontra oggi, su questi temi? Dobbiamo ritrovare una parola di verità nella fraternità dei preti e con i seminaristi.
Chi può vantarsi di avere una sessualità perfetta? Come il denaro e il potere, anche la sessualità è un luogo di vita fondamentale, ma anche un campo fragile e spesso incasinato.
Ora, la perversione della pedofilia risveglia tutto ciò che non è chiaro in noi.
E, improvvisamente, abbiamo paura.
Penso che si debba parlare con semplicità e in verità.
Sta a noi considerare in maniera nuova, alla luce del Vangelo, il rapporto con il nostro corpo e con il corpo degli altri, e di darci dei punti di riferimento concreti.
Quando si vive un grosso choc, tutti i problemi di fondo vengono a galla; è una cosa destabilizzante, ma sarà proficua.
Per noi preti, che collaboriamo e viviamo in una grande prossimità con uomini, donne e giovani, è essenziale essere realisti sul coinvolgimento affettivo di tutti questi contatti.
Siamo lucidi sui tumulti della nostra sessualità, e prudenti con noi stessi? Ritrovare le parole per parlare “del coraggio della castità” - è il titolo di un libro recente - , è un bel cantiere di riflessione e di preghiera.
  Non pensa che i preti siano troppo soli? Il Vangelo chiama alla solitudine.
Ma questo non ha nulla a che vedere con l'isolamento, le cui conseguenze sono spesso nefaste.
Attenzione a non confondere le cose.
Sì, bisogna proporre ai preti di vivere in gruppi di fraternità per combattere l'isolamento.
Ma quando si parla di pedofilia, si sa purtroppo che i colpevoli vivono sia soli che con altri, ad esempio in famiglia.
Coloro che stavano con loro ogni giorno non sospettavano quello che vivevano né i crimini che commettevano.
Il vero perverso inganna le persone del suo ambiente...
Se si vede quello che è successo con padre Maciel, il fondatore dei Legionari di Cristo, è inimmaginabile! Come hanno potuto le persone a lui vicine essere ingannate a quel punto e non vedere niente? Eppure, è così; era venerato come “un santo padre fondatore”!   Come possiamo comprendere il silenzio di cui spesso si è resa colpevole la Chiesa per questi casi di preti pedofili? Non pensa che tutta la società si trovava in questa situazione? I vari corpi sociali hanno reagito in maniera diversa su queste faccende? Oggi, tutti si svegliano, ma solo qualche decennio fa, non si aveva idea del disastro che questo provocava per le vittime.
Sono ferite fin dall'infanzia e per tutta una vita; è la radice profonda del loro essere che è stata colpita.
Tutto ciò veniva coperto con un gran velo di silenzio, accontentandosi di fare degli spostamenti di qui o di là.
Nella Chiesa francese, questo tabù è caduto dieci anni fa, quando la Conferenza episcopale ha affrontato il problema a Lourdes, nel novembre del 2000.
È là che ho capito che non era un peccato come gli altri, che questi atti lasciavano poi un disgusto di se stessi, una ferita incredibilmente intima e duratura.
  In questa occasione è stato nuovamente posto il problema del celibato dei preti.
Non bisogna collegare celibato e pedofilia.
Trovo indecenti che certi si servano di certi drammi per rimettere di nuovo in discussione il celibato dei preti.
Tutti sanno che l'immensa maggioranza dei casi di pedofilia avviene all'interno delle famiglie.
È molto doloroso, ma non per questo si sopprimeranno il matrimonio e la famiglia! Quanto al celibato – e il cardinal Bertone lo ha ridetto alcuni giorni fa a Barcellona – il problema può essere posto.
Del resto lo è stato, fin dal primo Sinodo presieduto da Benedetto XVI, nel 2005.
Se la Chiesa riterrà opportuno cambiare la disciplina attuale, non sarà per la pressione sociale o mediatica.
 
Daniel Monzón |17.04.2010
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Il carcere non solo non è un luogo di redenzione ma può imbarbarire persino persone lontane da una mentalità criminale.
Lo scoprirà tragicamente il protagonista di Cella 211 del regista spagnolo Daniel Monzón.
Campione d'incassi in patria e vincitore di otto premi Goya (i maggiori riconoscimenti del cinema iberico), il film racconta una vicenda ad alta tensione, dura, che non risparmia nulla quanto a crudezza sia d'immagini che di linguaggio.
Il genere carcerario, esplorato da diverse angolature dal cinema statunitense, diventa dunque terreno di riflessione anche per produzioni europee, che si propongono al pubblico con un buon livello qualitativo, mostrando peraltro una notevole originalità stilistica e narrativa.
Così, dopo l'apprezzato Il profeta del francese Jacques Audiard - storia di un fragile diciottenne che nel carcere compirà il suo cammino di formazione criminale - arriva sugli schermi italiani un altro film sull'universo carcerario, che ne ricalca il concetto di fondo:  il recupero di un uomo condannato difficilmente passa dalla cella di una prigione.
Al suo primo incarico come secondino in un penitenziario di massima sicurezza, per fare buona impressione su colleghi e superiori, Juan Olivier si presenta al lavoro il giorno precedente l'ingresso in servizio.
Mentre è in visita al braccio con i detenuti più pericolosi, rimane vittima di un incidente:  un pezzo di intonaco staccatosi dal soffitto in ristrutturazione lo colpisce alla testa.
Nel tentativo di rianimarlo, i due colleghi che lo accompagnano  usano la brandina della  cella  211,  al momento vuota.
Ma  proprio  in  quel momento esplode una rivolta e i due secondini lo abbandonano lì per mettersi in salvo.
Una volta ripresosi, Juan, si trova inghiottito dagli accadimenti.
Ha la prontezza di farsi credere un detenuto e di accattivarsi le simpatie del violento boss Malamadre, superbamente interpretato da Luis Tosar, promotore della ribellione.
In un imprevisto capovolgimento di ruolo, la giovane guardia proverà a fare il doppio gioco nel tentativo di salvarsi e riabbracciare la moglie incinta.
Ma gli eventi prenderanno una piega diversa, il suo destino seguirà un'altra strada.
E Juan si ritroverà suo malgrado dall'altra parte, persino a lottare con impensabile ferocia per una causa che solo poche ore prima non poteva apparirgli più distante.
Raccontando la vicenda di Juan, Cella 211, tratto dall'omonimo romanzo di Francisco Pérez Gandul, affronta argomenti sociali rilevanti - denuncia le precarie condizioni di vita nelle carceri, la violenza delle istituzioni - e, nel caso specifico, la difficile gestione di questioni politico legate al terrorismo dell'Eta.
Tutto ciò viene mostrato senza alcuna indulgenza, accentuando le debolezze del sistema.
Tuttavia non sono questi gli aspetti più intriganti del film, che ha i suoi punti di forza nella carica drammatica della narrazione e nello sviluppo delle dinamiche relazionali dei protagonisti.
Monzón - cui va dato atto di aver impresso una cifra stilistica originale alla pellicola, superando i cliché di genere - ha definito la storia una tragedia.
Una tragedia legata al fato, ovvero a quel qualcosa di imprevedibile e improvviso che può cambiare e sconvolgere per sempre la vita di ciascuno.
Quel fato che beffardamente fa incrociare le strade di uomini diversi per indole, estrazione e comportamenti come Juan (certo non idealista) e Malamadre, e che li porta a condividere un'esperienza terribilmente nuova per il primo, replicata ma con implicazioni inattese per il secondo.
Ne nascerà un'improbabile amicizia, ambigua quanto breve.
A colpire è il cambiamento interiore cui è costretto Juan, travolto da eventi che si era illuso di poter in qualche modo controllare nonostante tutto, e che si troverà suo malgrado a camminare lungo il confine improvvisamente impalpabile tra ciò che riteneva giusto e ciò che non gli appare più tale.
Compiere una scelta di campo diverrà più semplice di quanto avesse presupposto.
Da aspirante servitore della legge si troverà, con le mani sporche di sangue, a combattere per una giustizia diversa.
E in questo viaggio verso l'abisso - che lascia però intravedere bagliori di verità - non si riesce a non provare un po' di empatia verso quest'uomo ferito al quale il destino nega persino l'unica drammatica via d'uscita per non precipitare nell'abisso.
Si prova compassione forse perché in lui in qualche modo si riconosce la fragilità umana che si evidenzia nei momenti più terribili e di inattesa sofferenza.
Quando, in una situazione estrema, il dolore rischia di trasformarsi in odio, l'odio in vendetta e la vendetta in cieca violenza.
di Gaetano Vallini (©L'Osservatore Romano - 17 aprile 2010)
 
Lux Vide |09.04.2010
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"Il Pontefice della mia giovinezza", il pastor angelicus che "ha presieduto alla carità nel difficile tempo del Secondo Conflitto Mondiale".
Benedetto XVI ha ricordato così la figura e l'opera del predecessore Pio XII, dopo aver assistito a Castel Gandolfo, venerdì pomeriggio, 9 aprile, a una sintesi della miniserie televisiva Sotto il cielo di Roma.
Il Papa, che si trova nella cittadina laziale dal pomeriggio della domenica di Pasqua, ha espresso apprezzamento per l'opera incentrata sull'azione di Eugenio Pacelli - l'ultimo romano a salire sul soglio di Pietro (dal 1939 al 1958) - nell'impedire che la Città eterna fosse distrutta dalla guerra e nel proteggere gli ebrei all'interno di conventi e istituti religiosi, resi zona extraterritoriale per sua volontà.
La ricostruzione degli avvenimenti e l'ambientazione riguardano i drammatici giorni vissuti dall'Urbe nel periodo che va dalla seconda metà del 1943 ai primi sei mesi del 1944:  dal bombardamento di San Lorenzo del 19 luglio all'armistizio dell'8 settembre, dal rastrellamento nel ghetto del 16 ottobre all'attentato di via Rasella del 23 marzo, con l'immediata rappresaglia nazista del giorno seguente alle Fosse ardeatine, fino all'ingresso delle truppe alleate, il 4 giugno.
 Due puntate, di novanta minuti l'una, dirette da Christian Duguay - lo stesso regista della serie su sant'Agostino - che sceneggiano, oltre la storia di due giovani ebrei, anche un episodio storico poco noto:  il piano nazista per rapire Pio XII, l'unica autorità rimasta nel territorio italiano spezzato in due.
L'ordine viene direttamente da Hitler, ma il Papa si rifiuta con tenacia di abbandonare il Vaticano e i romani al loro destino.
Eugenio Pacelli è interpretato dall'americano James Cromwell, che in carriera ha vestito per diverse volte i panni di presidente degli Stati Uniti.
Nelle scene appare sempre affiancato da Cesare Bocci, nel ruolo di monsignor Montini, il futuro Paolo vi, all'epoca sostituto della Segreteria di Stato.
La società di produzione Lux Vide e gli sceneggiatori hanno lavorato su una documentazione notoriamente vastissima e soprattutto su una bibliografia ormai imponente.
Un'iniziativa - spiegano i produttori - "volta a fornire una conoscenza accessibile a tutti per superare pregiudizi e critiche malevoli".
 Prima della proiezione il presidente dell'ente radiotelevisivo Paolo Garimberti, nel saluto rivolto a Benedetto XVI ha messo in luce come "la grande tradizione di servizio pubblico della Rai" sia caratterizzata "dall'impegno a realizzare produzioni di grande valore culturale e popolare, con l'ambizione di offrire ai telespettatori un contributo allo sviluppo di un dialogo su temi di attualità, volgendo lo sguardo alle radici della nostra storia".
Quindi ha aggiunto che la Rai è orgogliosa dell'opera presentata.
"Nel corso degli anni - ha detto - il Pontefice che ebbe il difficile compito di condurre la Chiesa durante la seconda guerra mondiale è divenuto oggetto di un dibattito che ancora oggi continua e tocca argomenti di grande sensibilità".
La sfida è dunque - ha argomentato - "di raccontare al grande pubblico la storia di un Papa e del suo Pontificato, incoraggiando una riflessione su uno dei momenti più drammatici del Novecento".
Nella sala degli Svizzeri del Palazzo Pontificio, hanno assistito alla trasmissione del film il cardinale Giovanni Battista Re, gli arcivescovi Filoni, sostituto della Segreteria di Stato, Mamberti, segretario per i Rapporti con gli Stati, e Harvey, prefetto della Casa Pontificia, il vescovo di Albano, Semeraro, i monsignori Wells, assessore, Balestrero, sotto-segretario per i Rapporti con gli Stati, Karcher, del Protocollo della Segreteria di Stato, Gänswein, segretario particolare di Benedetto XVI, e Xuereb, della segreteria particolare, con alcuni Cerimonieri pontifici.
Tra le personalità, il direttore delle Ville Pontificie Petrillo, il medico personale del Papa, Polisca, e il nostro direttore.
Con il presidente Rai Garimberti, erano il direttore generale Masi, membri del consiglio d'amministrazione e alcuni direttori.
La Lux Vide era rappresentata dalla famiglia Bernabei.
Erano anche presenti i coproduttori tedeschi della Eos entertainment e rappresentanti della Bayerischer Rundfunk e della Tellux Film.
Con gli sceneggiatori Arlanch e Bettelli, gli attori Alessandra Mastronardi e Marco Foschi, interpreti di due giovani ebrei che trovano rifugio in uno dei conventi che il salvatoriano Pancrazio Pfeiffer aveva trasformato in luoghi di protezione con l'avallo di Papa Pacelli.
Il religioso tedesco ebbe un ruolo di primo piano nella mediazione tra gli occupanti nazisti e la Santa Sede.
La serie sarà distribuita anche sul mercato internazionale con il titolo Pius xii.
Under the Roman Sky.
"Pensate per il grande pubblico - ha detto il Pontefice commentando le immagini - queste opere rivestono particolare valore soprattutto per le nuove generazioni".
Il genere della fiction è infatti secondo Benedetto XVI utile a far "conoscere un periodo che non è affatto lontano, ma che le vicende della storia recente e una cultura frammentata possono far obliare".
di Gianluca Biccini (©L'Osservatore Romano - 11 aprile 2010) Ratzinger: Pio XII padre di tutti Salvò Roma e tanti perseguitati di Paolo Conti in “Corriere della Sera” del 10 aprile 2010 «Mi preme sottolineare particolarmente come Pio XII sia stato il Papa che come padre di tutti ha presieduto alla carità a Roma e nel mondo soprattutto nel difficile tempo del secondo conflitto mondiale...
Questo film racconta il ruolo fondamentale di Pio XII nella salvezza di Roma e di tanti perseguitati dal 1943 e 1944».
Benedetto XVI non cita la questione ebraica ma le espressioni «padre di tutti» e «tanti perseguitati» sono eloquenti, soprattutto dopo aver visto un film sulle tragiche ore di Eugenio Pacelli che assiste dal Vaticano al rastrellamento degli ebrei romani il 16 ottobre 1943.
Un racconto che sottolinea continuamente il ruolo di un Pontefice impegnato a spalancare le porte di monasteri e conventi per salvare gli israeliti romani scampati all’inumana razzìa voluta da Hitler.
E ancora: «Pio XII è stato il Pontefice della mia giovinezza.
Col suo ricco insegnamento ha saputo parlare agli uomini del suo tempo indicando la strada della verità e con la sua grande saggezza ha saputo orientare la Chiesa verso l’orizzonte del terzo millennio».
Ore 18.40 di ieri, secondo piano della villa Pontificia di Castel Gandolfo.
Saletta cinematografica tra gli stucchi, strepitoso affaccio sul lago.
Sullo schermo è stata appena proiettata la copia di prova di «Sotto il cielo di Roma», fiction in due puntate da cento minuti ciascuna, destinata a Raiuno (data ancora da decidere) e prodotta dalla Lux Vide creata da Ettore Bernabei che ora la pilota con i figli Matilde e Luca, tutti seduti dietro al Papa.
Ci sono i vertici Rai schierati al completo: il presidente Paolo Garimberti, il direttore generale Mauro Masi, il direttore di Raiuno Mauro Mazza, il direttore di Rai Fiction Fabrizio del Noce, il consigliere Alessio Gorla e moltissimi altri.
E mezza curia romana.
Stavolta la scommessa per la Lux Vide (e per i suoi partner internazionali, a partire da Rai Fiction) è veramente colossale, destinata a far discutere mezzo mondo: una fiction su Pio XII raccontato nelle ore atroci dell’occupazione nazista di Roma e soprattutto della persecuzione degli ebrei, del rastrellamento nell’Antico Ghetto.
La regia è di Christian Duguay, Pio XII è James Cromwell, solido volto hollywoodiano.
Monsignor Montini, futuro Paolo VI, è Cesare Bocci.
Suor Pascalina è Christine Neubauer.
Benedetto XVI parla dopo 65 minuti di proiezione.
Il film gli è piaciuto, e si vede dal sincero sorriso con cui applaude alla fine.
Ma soprattutto coglie l’occasione per difendere il suo predecessore dal mare delle recenti polemiche: «Pio XII è stato un grande maestro di fede, di speranza e di carità».
Poi saluta, distribuisce rosari, benedice.
La proiezione comincia alle 17.30 spaccate con una puntualità davvero teutonica (ore 17.30, si leggeva sugli inviti, ma a Roma sarebbe di solito un’opinione) papa Benedetto XVI entra nella saletta a passi brevi ma rapidissimi.
Sorride con affabilità a tutti, prima di sedersi si ferma a salutare Andrea Riccardi della Comunità di Sant’Egidio e Gian Maria Vian, direttore de «L’Osservatore romano».
In tutto non più di un’ottantina di persone.
Il film piace al Papa perché narra, proprio nelle ore in cui la figura di Pacelli — sotto processo di beatificazione — è messa in profonda discussione nel mondo ebraico italiano e internazionale, un uomo tormentato ma deciso a fare di tutto pur di salvare il maggior numero di ebrei.
Le note degli sceneggiatori Fabrizio Bettelli e Francesco Arlanch non lasciano spazio a dubbi: «Abbiamo lavorato documentandoci e lasciando maturare in noi stessi non una convinzione quanto un’impressione...
subito ci è parsa destituita di ogni fondamento la cosiddetta leggenda nera di Pio XII, una delle vulgate più diffuse sul suo operato, che lo vede complice dei nazisti e indifferente allo svolgersi del dramma degli ebrei...».
Più in là: «Solo avendo chiaro, in modo non rituale, il significato umano della razzìa degli ebrei si può iniziare a discutere, o anche solo a rappresentare, gli episodi legati ai mesi dell’occupazione nazista a Roma...
e allo stesso tempo, con la stessa forza, dalla stessa radice di orrore si impone un altro elemento, quello dei salvati...
I libri di storia specificano, in una narrazione nella quale i numeri hanno la loro parte, che più di mille ebrei di Roma furono deportati sotto gli occhi del Papa ma che migliaia si salvarono per suo volere.
E oggi ha il sapore di una distinzione capziosa dire che Pio XII ebbe parte passiva in quell’intervento, o non l’ebbe affatto».
Il film (gli autori hanno lavorato sugli atti della beatificazione e mettono a disposizione una bibliografia molto corposa in cui appaiono saggi di Fausto Coen, Enzo Forcella, Giovanni Miccoli accanto ad Andrea Riccardi e Gian Maria Vian, materiali da cui sono stati tratti con dichiarata attenzione dialoghi, documenti e situazioni) affonda le radici in quelle note e racconta di conseguenza.
Per esempio: Pio XII riceve il rappresentante della comunità ebraica che gli chiede un aiuto per raccogliere l’oro destinato all’odioso (e poi inutile) ricatto nazista.
Pacelli lo guarda e cita l’Antico Testamento: «Abramo, io sono il tuo scudo, la tua ricompensa sarà grande».
E il capo della comunità, commosso, prosegue: «Tante quante sono le stelle in cielo, questa sarà la tua discendenza».
L’ambasciatore tedesco Weizsacker mette in guardia il Pontefice: «Se il Papa protesterà per gli ebrei romani, il ricorso alla deportazione a Roma sarà radicale».
L’ambasciatore polacco chiede con urgenza un’udienza, gli chiede di protestare contro la Germania.
E Pio XII: «Sono il Vicario di Cristo, non posso schierarmi con un popolo conto un altro».
Soprattutto gran parte del film-tv è dedicata agli sforzi compiuti da Pacelli per aprire chiese, conventi, monasteri anche di clausura agli ebrei fuggiaschi, persino contro il volere di parte della Curia.
Nel film Pio XII sembra attendere sereno l’arresto, o il martirio («Fate di me ciò che volete», dice al generale nazista Wolff).
Consegna a Montini e a Suor Pascalina una lettera in cui si autodichiara decaduto in caso di deportazione.
Il dubbio però lo perseguita fino alla fine, nelle ore della Liberazione.
Monsignor Montini lo rassicura: «Santità, lei ha fatto tutto il possibile».
E Pio XII: «Solo il Signore potrà dirmelo».
La fine vede Pacelli che passeggia in piazza San Pietro, con Roma appena liberata, e benedice.
Così come all’inizio camminava tra le macerie del bombardamento di San Lorenzo, e benediceva piangendo.
La materia narrativa è tanta, incandescente.
L’appuntamento col dibattito è nelle mani del palinsesto Rai.
 
Tomm Moore |23.03.2010
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Il regista, Tomm Moore, trentatreenne illustratore e disegnatore di fumetti, ha parlato della genesi e del significato di The Secrets of Kells durante un'intervista concessa al nostro giornale.
 Il film ha richiesto una vasta ricerca che ha ovviamente incluso anche lo studio del vero Libro di Kells, un manoscritto miniato dei quattro vangeli che è considerato il più raffinato manufatto culturale irlandese; oggi è esposto al Trinity College di Dublino, ma, originariamente, era custodito nel monastero fondato da san Columba, l'abbazia di Kells, appunto, dove è ambientata la storia.
Combinando storia, fantasia e mito lo staff di Moore ha voluto dimostrare l'importanza di conservare una tradizione preziosa; il risultato è un viaggio onirico che parla di sacrificio, di forza ottenuta tramite la sofferenza, la riconciliazione e la speranza.
Temi che emergono quando la frase chiave del film, "trasformare l'oscurità in luce" si intreccia con la storia:  "Abbiamo tratto quest'espressione da una poesia che un monaco scrisse sul suo gatto Pangur Bán e si tratta di una traduzione dall'antico gaelico.
La scrisse in un angolo del Vangelo che stava miniando.
Diceva che come il suo gatto cercava i topi, lui cercava le parole; entrambi lavoravano per tutta la notte per trasformare l'oscurità in luce".
Le avventure che Brendan vive lo portano ad affrontare l'oscurità che scopre fuori, ma anche dentro di sé.
Mentre il ragazzo è combattuto fra il restare nella foresta e il lasciarla, Aidan lo rassicura sull'importanza e la necessità di conoscere il mondo esterno:  "Ho perso tanti fratelli, ora ho solo il Libro a ricordarmeli, ma se i miei fratelli fossero qui ora ti direbbero che imparerai di più nella foresta che in qualsiasi altro luogo.
Assisterai a miracoli".
Nella foresta, il nemico di Brendan assume la forma di Crom Cruach, leggendaria divinità irlandese pre-cristiana alla quale i pagani offrivano sacrifici umani nella speranza di ottenere buoni raccolti.
Nel film, Crom è una sorta di serpente che si morde la coda, un Uroboro.
"Un simbolo - spiega Moore -, che si trova molto spesso nel Libro di Kells indicava la vita eterna ed era utilizzato spesso in Irlanda nel periodo di transizione dalla fede pagana a quella cristiana.
Abbiamo deciso di rendere Crom molto astratto per far capire che Brendan lotta più contro le sue stesse paure che contro una divinità pagana.
Si tratta del viaggio di Brendan nel proprio subconscio; dove deve lottare con le proprie paure per uscirne alla fine trionfante e con un'altra visione delle cose".
Brendan che sconfigge la creatura misteriosa ricorda san Patrizio che, si diceva, aveva sconfitto Crom Cruach, ponendo fine al paganesimo nel Paese.
Se Brendan può essere accostato a san Patrizio allora forse gli illustratori del film si possono paragonare ai miniatori del Vangelo.
"Mentre studiavamo il Libro di Kells - continua Moore - molti sottolineavano il fatto che la sua creazione deve aver richiesto una notevole capacità di meditazione.
I monaci dovevano essere completamente calmi e concentrati, perché è quasi impossibile immaginare come abbiano potuto creare certi dettagli con gli strumenti rudimentali di cui disponevano a quel tempo".
Ugualmente meticolosa è stata la creazione di un film animato in 2d come questo, disegnato per il 95 per cento a mano e prodotto "senza costosa attrezzatura informatica.
La gente sta dimenticando quanto sia magico il fatto che si può dare vita a qualcosa solo con una matita e un foglio di carta".
Il regista ha spiegato che ogni secondo di animazione ha richiesto circa una dozzina di disegni per personaggio e sfondi estremamente elaborati (per un'idea dello stile grafico del film, si veda il sito www.thesegretofkells.com).
"Abbiamo impiegato quattro anni, lavorando a tempo pieno per la produzione del film, ma, prima ancora, ne abbiamo impiegati sei per sviluppare l'idea e il soggetto".
I disegnatori hanno incluso monaci diversi - italiani, africani e mediorientali - non a caso; la scelta dei personaggi deriva direttamente dallo studio del Libro di Kells, decorato anche da disegni orientali.
Gli autori hanno immaginato che monaci provenienti da tutto il mondo avessero lavorato al Libro.
"Secondo molti studiosi, l'Irlanda dell'epoca era una sorta di rifugio e la biblioteca di Kells uno dei pochi ripari esistenti in quel difficile momento storico.
L'Irlanda divenne famosa come terra di santi e studiosi; durante quel periodo, infatti, molte persone vi giunsero per studiare e lavorare perché restare sul continente era troppo pericoloso".
Il personaggio preferito di Moore è Aisling, una ragazzina che sembra un folletto; in lei c'è tutta l'energia della giovinezza unita a una saggezza senza tempo, una mescolanza di letteratura e vita reale.
"Quello di Aisling è un personaggio che si ritrova spesso nella produzione poetica irlandese del diciottesimo secolo, dove l'Irlanda è rappresentata da una bella donna, molto serena, che appare al poeta in sogno.
Infatti, in gaelico aisling significa "sogno".
Abbiamo deciso di modificare la tradizione e di fare di Aisling una ragazzina birichina piuttosto che una sobria figura matriarcale".
Moore ha basato il rapporto fra Brendan e Aisling su quello fra lui e sua sorella:  "Le assomiglia anche un po', solo che Aisling ha i capelli bianchi!".
Mentre il film comincia ad attirare folle da record negli Stati Uniti, il "segreto" viene esplicitamente svelato dal personaggio del vecchio miniatore:  "Il Libro - dice padre Aidan a Brendan, destinato a divenire abate di Kells -:  non è stato scritto per essere tenuto nascosto dietro delle mura, lontano dal mondo che ha ispirato la sua creazione devi far conoscere il Libro alle persone cosicché possano sperare.
Permetti alla luce di illuminare questi giorni bui!".  di Tania Mann (©L'Osservatore Romano - 24 marzo 2010) "Ho visto il dolore nell'oscurità, ma ho anche visto la bellezza prosperare nei luoghi più fragili.
Ho visto il Libro, il Libro che ha trasformato l'oscurità in luce"; The Secret of Kells si apre con queste parole sussurrate.
Il film indipendente prodotto a Kilkenny, in Irlanda, è stato una delle sorprese delle nomination all'Oscar di quest'anno.
È stato candidato come miglior film di animazione contro campioni di incasso come Up della Disney-Pixar e Fantastic Mr.
Fox di Wes Anderson.
La trama del film è ambientata nell'Irlanda del ix secolo e si incentra sulla figura del dodicenne Brendan, un orfano irlandese che vive in una comunità di monaci dediti alla miniatura, ovvero all'arte di illustrare e abbellire i testi evangelici.
Le avventure di Brendan cominciano quando un anziano miniatore un po' strambo di nome Aidan arriva con il suo gatto Pangur Bán.
Il monaco è noto per la sua opera su un famoso manoscritto greco del leggendario san Columcille (san Columba); viene a cercare riparo dopo essere sfuggito alle incursioni vichinghe che hanno distrutto il suo convento a Iona.
Brendan, spinto dalle richieste di Aidan, parte alla ricerca di bacche per inchiostro e si avventura oltre le mura fortificate del villaggio contro la volontà del severo zio, l'abate di Kells.
Nella foresta incontra Aisling, la briosa e chiassosa ragazzina che lo accompagnerà nel suo viaggio
 
Clint Eastwood |25.02.2010
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Accade a volte che un evento sportivo assuma significati che vanno oltre l'aspetto agonistico.
Così se per la maggior parte della gente la finale della Coppa del mondo di rugby del 1995 disputata all'Ellis Park Stadium di Johannesburg fu solo un'avvincente partita, peraltro con un risultato sorprendente, per il Sud Africa rappresentò un momento cruciale della storia nazionale.
Grazie alla lungimiranza di un uomo, Nelson Mandela, primo presidente di colore nel Paese, quell'evento divenne esperienza comune di un popolo fino ad allora diviso tra bianchi - pochi ma detentori del potere e della ricchezza - e neri, poveri ed emarginati.
Quell'impensabile convergenza del tifo su una squadra, gli Springboks, sostenuta solo dagli afrikaaners e odiata dai nativi per i colori verde e oro divenuti simbolo della segregazione, aiutò in parte a sanare le ferite del passato e a infondere speranza in un futuro pieno di incognite dopo la vergogna dell'apartheid.
Scegliendo di raccontare questa storia in Invictus, Clint Eastwood, alle soglie degli ottant'anni, prosegue con bravura e sensibilità il suo percorso di regista impegnato a esplorare l'uomo e la società.
E sulla scia di Gran Torino (inno alla non violenza ma anche invito alla tolleranza razziale, contro ogni pregiudizio) affronta i delicati temi del perdono e della riconciliazione.
"Il perdono - fa dire al suo Mandela - libera l'anima, cancella la paura.
Per questo è un'arma tanto potente".
Probabilmente dietro a queste parole non si cela solo un imperativo morale, ma anche un più pragmatico calcolo politico, segno di una lucida visione della realtà, che però non sminuisce il senso di una scelta coraggiosa.
Nelle sale italiane dal 26 febbraio, Invictus non è, dunque, un film sullo sport in senso stretto, né la biografia di un uomo.
Tuttavia, l'accorta regia di Eastwood e la sceneggiatura di Anthony Peckham tratta dal libro Ama il tuo nemico di John Carlin (Sperling & Kupfer) danno un tono quasi epico alle scene agonistiche caricandole di un pathos che richiama i classici del genere, come Fuga per la vittoria o Momenti di gloria. Così come il fulcro della vicenda sembra perfetto per analizzare i tratti essenziali del carisma politico di Mandela.
Lungi dal voler dipingere un santino del leader dell'African national congress (Anc), che ha trascorso in carcere 27 anni prima di diventare presidente del Paese e un simbolo planetario della lotta per i diritti civili e per la libertà contro ogni oppressione, Eastwood, grazie all'ottima interpretazione di un Morgan Freeman perfetto nel ruolo del protagonista, ne condensa in efficaci quadri la personalità complessa, segnata da un'esistenza durissima.
Emerge così la figura di un uomo intelligente e realista.
"È una domanda lecita" risponde spiazzante ai fedelissimi risentiti per l'astio che si cela dietro il titolo di un giornale l'indomani del voto:  "Ha vinto le elezioni ma sarà in grado di governare?".
Efficace e convincente nel far passare le sue idee, per quanto apparentemente contraddittorie con la sua storia e con quella dei suoi fratelli neri, capace di vedere oltre la limitata prospettiva dei suoi collaboratori più stretti che lo sconsigliano di occuparsi del rugby e di quella squadra amata soltanto dai bianchi, Mandela comprende invece quanto quel campionato del mondo sia importante.
Il Paese sta vivendo un momento cruciale, l'ombra dell'apartheid ancora incombe nei rapporti tra le persone ed egli sa che occorre fare appello all'orgoglio nazionale; per questo punta sull'unica cosa che in qualche modo può unire la sua gente.
Contro tutti, a costo di apparire persino un traditore della causa per la quale ha pagato in prima persona un altissimo prezzo, Mandela riesce a dissuadere i dirigenti dell'Anc dall'abolire la squadra degli Springboks e dal cancellarne gli odiati colori:  "Il passato è passato.
Guardiamo al futuro adesso".
E gioca la sua carta più efficace:  portare dalla sua parte il carismatico capitano della squadra, Françoise Pienaar, interpretato da un convincente Matt Damon, e attraverso lui tutti i giocatori.
Lo fa citando una poesia di epoca vittoriana che era stata la sua fonte di ispirazione durante gli anni trascorsi in prigione, Invictus, di William Ernest Henley.
Pienaar, sportivo improvvisamente al centro di una questione politica, comprende che la posta in gioco è ben più alta persino di una coppa del mondo; si appassiona al progetto e controbatte alla diffidenza e alle resistenze dei compagni, uno solo dei quali nero, che convince persino a cantare il nuovo inno nazionale, Nkosi Sikelei i Afrika, cioè "Dio benedica l'Africa" nella lingua dei sudafricani neri:  "Che ci piaccia o no - dice ai suoi - siamo più di una squadra di rugby.
I tempi cambiano.
 Anche  noi  dobbiamo  cambiare".
La missione che Mandela affida a quei ragazzi è vincere la coppa del mondo che verrà disputata proprio in Sud Africa, ma il vero obiettivo è la pacificazione nazionale sintetizzata nel motto "una squadra, un Paese".
L'occasione è unica, irripetibile.
Ma anche sportivamente è un'impresa al limite del possibile.
Tuttavia nulla è impossibile se si persegue l'obiettivo con tenacia e convinzione.
"Sentite? Ascoltate il vostro Paese.
È questo.
Questo è il nostro destino", urla il capitano ai compagni nel momento più difficile della partita della vita, invitandoli a udire il portentoso incitamento degli oltre sessantamila tifosi sugli spalti e di altri 42 milioni di sudafricani bianchi e neri, per la prima volta uniti, incollati davanti alla tv e alla radio.
Pur non essendo allo stesso livello di Gran Torino, di Mystic River o di Letters from Iwo Jima, Invictus è comunque un ottimo film, senza quella retorica che pure sarebbe stata comprensibile visto il tema, che racconta una scommessa rischiosa ma vinta e, soprattutto, una vicenda realmente accaduta.
Una bella lezione della storia, dunque, portata intelligentemente al cinema da un grande regista a beneficio di un più vasto pubblico.
di Gaetano Vallini
 
Cattura
Roma - 17-19 Novembre

 

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