FORUM «IRC»
 
 
G.Calabrese, P.Goyret, O.F.Piazza |10.01.2011
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G.
Calabrese, P.Goyret, O.F.Piazza,  DIZIONARIO DI ECCLESIOLOGIA, edd.
Città Nuova, Roma,pp.
1.568, € 140,00.
Se siete "laici", non accantonate subito come non a voi pertinente questa segnalazione, convinti al massimo che il termine "Chiesa" valga solo per stare in guardia contro ogni tentazione teocratica, rimodulando e ribadendo la formula di Cavour della «Libera Chiesa in libero Stato» o, più aspramente temendo col Pasolini della Religione del mio tempo che «la Chiesa sia lo spietato cuore dello Stato».
No, la categoria sottesa a questo vocabolo di matrice greca, ekklesía, è quella della "convocazione", certo di taglio sacrale e trascendente, ma che rimanda anche a un incontro sociale.
Risaliamo, così, alle radici stesse dell'antropologia che non si accontenta di aggregazioni genetiche (famiglia, clan), ma segnala l'anelito a congregazioni di altra impronta, più civile e culturale (popolo, nazione), o corporativa (associazioni, ordini) o infine spirituale e simbolica.
Ecco, allora, entrare in scena la Chiesa con le sue sotto-categorie (pensiamo alle comunità monastiche).
Ma non si creda che l'idea sia appannaggio del cristianesimo e in particolare del cattolicesimo.
L'umma musulmana è la comunità "materna" (tale è l'etimologia della parola) che raccoglie in unità i fedeli di quella religione e che tende spesso a sovrapporsi alla stessa comunità civile in una sovrimpressione identitaria giuridico-politica.
Persino il buddhismo, a prima vista restio ad accogliere criteri di mutua appartenenza (al massimo c'è la sangha monastica rigidamente istituzionalizzata), ha prodotto forme di comunità nazionale religiosa: come non pensare al Tibet che ha - a partire dal Seicento - nel Dalai Lama l'unificazione dell'identità sacra, civica ed etnica? Il discorso è ancor più evidente per l'ebraismo che ha già nelle Scritture Sacre l'emergere della qahal, l'ekklesía appunto, una "convocazione" divina dai forti connotati istituzionali civili.
È, però, indubbio che la categoria "ecclesiale" sia capitale nel cristianesimo e sia uno dei nodi più intricati dell'odierno dialogo ecumenico, come lo fu in passato nello scontro, non di rado armato, tra le varie Chiese col relativo corteo di scismi, di scomuniche e persino di guerre di religione.
Tempo fa, proprio su queste pagine, abbiamo spiegato - sulla scorta di un saggio di Giacomo Canobbio (Nessuna salvezza fuori della Chiesa?, Queriniana) - il senso autentico del celebre motto "inventato" da Origene e Cipriano, Extra Ecclesiam nulla salus, spesso ancor oggi imbracciato come un kalashnikov anti-ecumenico e integralistico.
Si capisce, allora, perché l'apparire di un dizionario di ecclesiologia debba essere segnalato anche ai lettori più diversi e non ai destinatari a prima vista specifici come gli "ecclesiastici" o le comunità "ecdesiali".
Certo, quello che ora presentiamo è un manuale che lascia in sordina la prospettiva antropologica (ad esempio, la voce "Appartenenza" è esclusivamente teologica, così come le "società" qui evocate sono soltanto le "Società di vita apostolica").
Tuttavia, nelle 160 voci che compongono questo vasto arazzo tematico ci si imbatte nella trattazione della "Democrazia", della "Promozione umana", dei "Rapporti Chiesa-Stato", di "Arte e Chiesa", ma si lascia pure vasto campo alle mille iridescenze che la categoria "Chiesa" ha assunto nella storia al punto tale da essere applicata a soggetti disparati con reciproco dispiacere degli uni e degli altri.
Significativo al riguardo sarebbe rincorrere la sequenza rubricata sotto "Ecclesiologia": ci sono gli anglicani, i congregazionalisti, i luterani, i bizantini medievali, l'occidente medievale, gli ortodossi, i cattolici conciliari e post-conciliari, i riformati, tanto per seguire l'ordine alfabetico.
Ma all'interno s'incunea l'ecclesiologia degli Atti degli apostoli, quella giovannea, delle Lettere pastorali neotestamentarie, la paolina, quella della patristica occidentale e orientale, della comunità cristiana primitiva, l'ecclesiologia sinottica e veterotestamentaria, anche qui per stare alla sequenza alfabetica, fermo restando poi che una decina di voci sono riservate alle specifiche Chiese in cui si è frammentata la cristianità.
L'oscillazione ondeggia, quindi, tra voci che isolano e approfondiscono i fondamenti teologici, come «Concilio, Corpo di Cristo, Dodici, Episcopato, Eucaristia, Evangelizzazione, Infallibilità, Liturgia, Magistero, Ministeri, Missione, Papato, Parola, Popolo di Dio, Presbiterato, Sacramentalità, Scisma, Spirito Santo, Tradizione» e così via, e voci che toccano questioni storiche o pastorali come l'architettura ecclesiale, il Gallicanesimo, le sette e i nuovi movimenti religiosi, la teologia della liberazione, la Scuola di Tubinga e di Roma o lemmi enigmatici ai profani come Subsistit in, sempre per fare qualche esempio.
L'oscillazione si ripete - come è ovvio in simili prodotti affidati a una legione di collaboratori - tra impostazioni più sincroniche e approcci diacronici, tra prospettiva tematica ed evoluzione storico-tematica.
Il Concilio Vaticano II, con la sua costituzione Lumen gentium, ha fatto sì che l'ecclesiologia tornasse al centro dell'interrogazione teologica, ma anche dell'impegno pastorale nel confronto col mondo.
Lo ha fatto ribadendo che i suoi confini sono meno "ecclesiastici" di quanto si è soliti ipotizzare anche da parte dei non credenti.
Ha riproposto con forza la necessità dell'incontro ecumenico per impedire integralismi e autoreferenzialità.
Ha rettificato gli incroci con la società e la politica (Martin Luther King in quegli stessi anni nella sua Forza d'amare affermava che «la Chiesa non è la padrona o la serva dello Stato, è la coscienza dello Stato»).
Mi sembra, comunque, significativo concludere con un passo dell'allora cardinale Ratzinger nel suo saggio sulla Chiesa, una comunità sempre in cammino (San Paolo 1991) passo che è posto in apertura a questo dizionario e che noi riproponiamo ai lettori credenti e "laici".
«La Chiesa non è soltanto il piccolo gruppo degli attivisti che si trovano insieme in un certo luogo per dare avvio a una vita comunitaria.
La Chiesa non è nemmeno la grande schiera di coloro che alla domenica si radunano insieme per celebrare l'eucaristia.
La Chiesa è anche di più che papa, vescovi e preti, di coloro che sono investiti del ministero sacramentale.
Di essa fanno parte tutti i santi, a partire da Abele, da Abramo e da tutti i testimoni della speranza...
Di essa fanno parte tutti gli sconosciuti e i non nominati, la cui fede nessuno conobbe tranne Dio; di essa fanno parte gli uomini di tutti i luoghi e di tutti i tempi, il cui cuore si protende, sperando e amando, verso Cristo».
di Gianfranco Ravasi in “Il Sole 24 Ore” del 9 gennaio 2011
 
Benedetto XVI |28.12.2010
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Quella che segue è la prefazione al volume – edito in Italia da Libri Scheiwiller e in vendita da poche settimane – che raccoglie le omelie di Benedetto XVI nell'anno liturgico appena trascorso, l'anno C del lezionario romano.
Terzo della serie, il volume accompagna ogni omelia di papa Joseph Ratzinger con le letture bibliche della messa del giorno, come pure con i salmi e le antifone dei vespri da lui celebrati.
Nell'esortazione apostolica postsinodale "Verbum Domini" sulla Parola di Dio nella vita della Chiesa, pubblicata lo scorso 30 settembre, un paragrafo, il 59, è dedicato proprio alla cura dell'omelia, che in effetti è il principale, se non l'unico, atto di comunicazione della buona novella cristiana ascoltato da centinaia di milioni di battezzati ogni domenica nel mondo.
Nell'arte dell'omelia, indubitabilmente, Benedetto XVI è uno straordinario modello.
__________ "COME PAPA LEONE MAGNO, ANCHE PAPA BENEDETTO PASSERÀ ALLA STORIA PER LE SUE OMELIE" di Sandro Magister Sono tre le annualità che scandiscono il messale romano domenicale e festivo, con al centro di ciascuna i Vangeli di Matteo, di Marco e di Luca.
Nel pubblicare anno dopo anno le omelie di Benedetto XVI, Libri Scheiwiller si è attenuto a questa sequenza.
Con questo terzo volume della serie si chiude il triennio.
Esso raccoglie le omelie papali dell'anno liturgico lucano, che è iniziato con la prima domenica di Avvento del 2009 e si è disteso sull'arco del 2010.
Le omelie della messa e dei vespri sono un asse portante di questo pontificato, ancora non da tutti capito.
Joseph Ratzinger le scrive in buona parte di suo pugno, alcune le pronuncia a braccio con l'immediatezza della lingua parlata.
Ma sempre le pensa e prepara con estrema cura, perché per lui hanno una valenza unica, distinta da tutte le altre sue parole scritte o pronunciate.
Le omelie, infatti, sono parte dell'azione liturgica, anzi, sono esse stesse liturgia, quella "liturgia cosmica" che egli ha definito "meta ultima" della  sua missione apostolica, "quando il mondo nel suo insieme sarà diventato liturgia di Dio, adorazione, e allora sarà sano e salvo".
C'è molto Agostino in questa visione di Ratzinger, c'è la città di Dio in cielo e sulla terra, ci sono il tempo e l'eterno.
Nella messa il papa vede "l'immagine e l'ombra delle realtà celesti" (Ebrei 8, 5).
Le sue omelie hanno il compito di sollevare il velo.
E in effetti, a rileggerle, esse schiudono una visione del mondo e della storia colma di nuovi significati, che sono poi il cuore della buona novella cristiana, perché "se Gesù è presente, non esiste più alcun tempo privo di senso e vuoto".
L'Avvento è "presenza", "arrivo", "venuta", ha detto il papa nell'omelia inaugurale di questo anno liturgico.
"Dio è qui, non si è ritirato dal mondo, non ci ha lasciati soli", e quindi il tempo diventa "kairós", occasione unica, favorevole, di salvezza eterna, e la creazione intera cambia volto "se dietro di essa c'è lui e non la nebbia di un'incerta origine e di un incerto futuro".
Ma il tempo della "civitas Dei" non è informe.
Ha un ritmo che gli è dato dal mistero cristiano che lo riempie.
Ogni messa, ogni omelia cade in un tempo preciso, la cui scansione fondamentale procede di domenica in domenica.
Il "giorno del Signore" ha come protagonista colui che è risorto il primo giorno dopo il sabato, divenuto figura dell'"octava dies" della vita eterna.
La presenza del Risorto nel pane e nel vino consacrati è reale, realissima, predica incessantemente il papa.
Per vederlo e incontrarlo basta che gli occhi della fede si aprano, come ai discepoli di Emmaus, che riconobbero Gesù proprio nel sacramento dell'eucaristia, "allo spezzare del pane".
"L'anno liturgico è un grande cammino di fede", ha ricordato il papa prima di un Angelus, in una di quelle sue brevi meditazioni domenicali costruite come piccole omelie sul Vangelo del giorno.
È come camminare sulla strada di Emmaus, in compagnia del Risorto che accende i cuori spiegando le Scritture.
Da Mosè ai profeti a Gesù, le Scritture sono storia, e con esse il camminare si fa storia e l'anno liturgico la ripercorre tutta, attorno alla Pasqua che gli fa da asse.
Avvento, Natale, Epifania, Quaresima, Pasqua, Ascensione, Pentecoste.
Fino alla seconda venuta di Cristo alla fine dei tempi.
Ciò che fa della liturgia cristiana un "unicum", e il papa non smette di predicarlo, è che la sua narrazione non è solo memoria.
È realtà viva e presente.
In ogni messa accade quello che Gesù annunciò nella sinagoga di Nazaret dopo aver riavvolto il rotolo del profeta Isaia: "Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato" (Luca 4, 21).
Nelle omelie, papa Benedetto svela anche cos'è la Chiesa.
Lo fa in obbedienza alla più antica professione di fede: "Credo nello Spirito Santo, la santa Chiesa cattolica, la comunione dei santi, la remissione dei peccati".
La "comunione dei santi" è primariamente quella dei santi doni, è quel santo dono salvifico dato da Dio nell'eucaristia, accogliendo il quale la Chiesa è generata e cresce, in unità su tutta la terra e con i santi e gli angeli del cielo.
La "remissione dei peccati" sono il battesimo e l'altro sacramento del perdono, la penitenza.
Se questo professa il "Credo", allora davvero la Chiesa non è fatta dalla sua gerarchia, non dalla sua organizzazione, tanto meno è uno spontaneo associarsi di uomini solidali, ma è puro dono di Dio, creatura del suo Santo Spirito, che genera il suo popolo nella storia, con la liturgia e i sacramenti.  C'è un'immagine che torna di frequente nelle omelie del papa: "Uno dei soldati con la lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua" (Giovanni 19, 34).
Ecco di nuovo il sangue e l'acqua, l'eucaristia e il battesimo, la Chiesa che nasce dal fianco trafitto del Crocifisso, nuova Eva dal nuovo Adamo.
Il ricorso alle immagini è un altro dei distintivi delle omelie di Benedetto XVI.
Nella cattedrale di Westminster, il 18 settembre 2010, fece alzare lo sguardo di tutti al grande Crocifisso che domina la navata, al Cristo "schiacciato dalla sofferenza, sopraffatto dal dolore, vittima innocente la cui morte ci ha riconciliati con il Padre e ci ha donato di partecipare alla vita stessa di Dio".
Dal suo sangue prezioso, dall'eucaristia, la Chiesa attinge la vita.
Ma il papa aggiunse anche, citando Pascal: "Nella vita della Chiesa, nelle sue prove e tribolazioni, Cristo continua a essere in agonia fino alla fine del mondo".
Nella predicazione liturgica di Benedetto XVI le immagini bibliche e quelle dell'arte hanno una costante funzione mistagogica, di guida al mistero.
Lo stupore dell'invisibile intravisto nel visibile artistico rimanda all'ancor più grande meraviglia del Risorto presente nel pane e nel vino, principio della trasformazione del mondo, affinché anche la città degli uomini "diventi un mondo di risurrezione", una città di Dio.
La maggior parte delle omelie raccolte in questo volume sono state pronunciate dal papa durante la messa, dopo la proclamazione del Vangelo.
Ma ve ne sono anche alcune pronunciate nei vespri, prima del canto del "Magnificat".
I luoghi sono i più vari, in Italia e all'estero, in villaggi e metropoli: Roma, naturalmente, ma anche Castel Gandolfo, Malta, Torino, Fatima, Porto, Nicosia, Sulmona, Carpineto, Glasgow, Londra, Birmingham, Palermo.
Particolare il caso dell'omelia della IV domenica di Quaresima, pronunciata dal papa durante un servizio liturgico ecumenico, nella chiesa luterana di Roma.
In appendice, come già nelle due precedenti raccolte, sono riportati anche alcuni di quei piccoli gioielli di omiletica minore, sulle letture della messa del giorno, che Benedetto XVI offre ai fedeli e al mondo la domenica mezzogiorno prima dell'Angelus oppure, nel tempo pasquale, prima del Regina Cæli.
Tra le maggiori e le minori, le omelie qui raccolte arrivano così all'ottantina, coprendo quasi l'intero arco dell'anno liturgico: una prova in più della cura che papa Benedetto dedica a questo suo ministero.
Il cardinale Angelo Bagnasco ne ha riconosciuto la grandezza e l'ha eletta a modello per tutti i pastori della Chiesa, quando ai vescovi del consiglio permanente della conferenza episcopale italiana, il 21 gennaio 2010, ha detto: "Non temiamo di dirci ammirati di questa sua arte, e non ci stanchiamo di indicarla a noi stessi e ai nostri sacerdoti come una scuola di predicazione alta e straordinaria".
Come papa Leone Magno, anche papa Benedetto passerà alla storia per le sue omelie.
Benedetto XVI, "Omelie di Joseph Ratzinger, papa.
Anno liturgico 2010", a cura di Sandro Magister, Libri Scheiwiller, Milano, 2010, pp.
420, euro 18,00.
Nella predicazione liturgica di Benedetto XVI le immagini bibliche e quelle dell'arte hanno una costante funzione mistagogica, di guida al mistero.
Lo stupore dell'invisibile intravisto nel visibile artistico rimanda all'ancor più grande meraviglia del Risorto presente nel pane e nel vino, principio della trasformazione del mondo, affinché anche la città degli uomini "diventi un mondo di risurrezione", una città di Dio.
La maggior parte delle omelie raccolte in questo volume sono state pronunciate dal papa durante la messa, dopo la proclamazione del Vangelo.
Ma ve ne sono anche alcune pronunciate nei vespri, prima del canto del Magnificat.
I luoghi sono i più vari, in Italia e all'estero, in villaggi e metropoli: Roma, naturalmente, ma anche Castel Gandolfo, Malta, Torino, Fatima, Porto, Nicosia, Sulmona, Carpineto, Glasgow, Londra, Birmingham, Palermo.
In appendice, come già nelle due precedenti raccolte, sono riportati anche alcuni di quei piccoli gioielli di omiletica minore, sulle letture della messa del giorno, che Benedetto XVI offre ai fedeli e al mondo la domenica mezzogiorno prima dell'Angelus oppure, nel tempo pasquale, prima del Regina Caeli.
 
Giulio Giorello, Carlo Maria Martini |09.12.2010
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Libertà e dialogo per la «nuova città» di Giulio Giorello e Carlo Maria Martini in “Corriere della Sera” del 9 dicembre 2010 Da oggi è in libreria “Ricerca e carità”, un dialogo tra il cardinale Carlo Maria Martini e Giulio Giorello, un confronto su scienza e solidarietà, ed.
San Raffaele, curato da Damiano Modena.
Anticipiamo due estratti tratti dai capitoli “La città dell'uomo” e “Intelligenza e amore”.
GIULIO GIORELLO – Eminenza, può godere di quella «potenza trasformante» dei Vangeli anche chi ritiene che essi siano non la «buona novella», ma una tra le tante buone novelle che dal passato ci arrivano «come la luce di stelle che non ci sono più» (rubo quest’espressione a Luca Ronconi)? Tale luce a noi serve ancora, rischiara la nostra notte.
Dobbiamo riprendere tutte le buone novelle, anche quelle redatte dai miscredenti, come «l’ateo Spinoza» (così lo chiamavano i bigotti nella sua Amsterdam).
Ritengo che questa sia una via praticabile per ridare senso alle parole, come lei stesso desidera.
Un esempio: ho riletto di recente quei passi della Monarchia di Dante, in cui viene prospettato come grande momento nella storia dell’umanità la fondazione delle prime città.
Semiramide sarà stata pure colei che «libito fe’ licito in sua legge» ( Inferno V, 56), ma è anche colei che pose o custodì le mura delle grandi città assire di cui era sovrana.
Ecco cos’è una città: un elemento al tempo stesso di inclusione ed esclusione, che configura il modo in cui si costituisce l’umanità; l’uomo riconosce alcuni come compagni nella propria avventura, cioè con-cittadini ed esclude altri come estranei, se non nemici.
Questo movimento di inclusione ed esclusione è sostanzialmente il processo fondativo della città, le cui mura non sono soltanto segno ostile verso il nemico; sono anche, e non a caso, l’elemento che marca il carattere di quella comunità.
La città rappresenta, allora, una mediazione tra natura e cultura; e di conseguenza l’esperienza della cittadinanza si ritrova alla base della nostra stessa modernità.
In che modo, allora, un essere umano si realizza nella città? E vi può essere una città globale? Ovvero, possiamo pensare al mondo come un’unica grande città? La città di oggi conosce, per altro, una drammatica esperienza della diversità, quella che indichiamo con vari termini (non sempre esattamente equivalenti), come multiculturalismo, multietnicità, pluralismo.
È solo un ricordo del passato il modello di convivenza e integrazione della Cordova dell’età d’oro dei musulmani in Andalusia,  quando a poca distanza coesistevano la moschea, la sinagoga e la chiesa? Quale delicato equilibrio può proporsi oggi? Gli stessi mutamenti prodotti da scienza e tecnica non potrebbero essere quelli che porteranno prima o poi alla disgregazione della città armoniosa in cui diverse fedi, etnie, forme di vita potrebbero prosperare insieme? E soprattutto, si può andare oltre la mera coesistenza? (...) Come ci dovremmo regolare con il ruolo politico delle altre religioni? Nel Corano si legge che è volontà di Dio che il Califfo intervenga quando i propri magistrati sono corrotti: questa linea è idealmente migliore del «Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio»? CARLO MARIA MARTINI — Come lei sa, nei miei ventidue anni di servizio episcopale a Milano ho posto la città come uno dei cardini riflessivi.
Non era un vezzo, ma la coscienza che sia  nell’Antico sia nel Nuovo Testamento la città, con le sue dinamiche e le sue contraddizioni, è il luogo dove Dio dialoga con l’uomo.
Gerusalemme, addirittura, è il luogo dove Dio prende dimora.
Non saprei bene come un individuo si realizzi nella città.
In generale, un essere umano si realizza quando scopre in sé delle potenzialità e può esprimerle contestualizzandole in un determinato ambiente, senza contrastare l’impegno dell’altro, la sua identità, la sua libertà, la sua responsabilità.
Tuttavia, il mondo intero ha in sé le stesse dinamiche positive e gli stessi peccati di una città, sicché può essere considerato come un’unica grande città.
Ma lei sottolinea il carattere drammatico della diversità all’interno della città.
A me, invece, pare che ciò non sia così drammatico.
La diversità è una ricchezza.
Modelli nuovi di convivenza pacifica potranno essere raggiunti; anzi, sono già in atto in ogni parte del mondo, a cominciare dalla città che mi è più cara.
Pochi sanno, infatti, del movimento che a Gerusalemme unisce i familiari delle vittime della guerra israelo-palestinese in momenti di dialogo e di preghiera comune molto belli e intensi.
La diversità è una ricchezza non sempre compresa come tale.
E la sofferenza è uguale per tutte le madri, per tutti i figli, di qualsiasi cultura, religione o Stato.
Ecco quel superamento della semplice coesistenza cui lei fa riferimento! Condividere il dolore, soprattutto il dolore innocente, subito, costruisce relazioni ben più profonde dell’essere coinquilini della stessa terra.
«Perciò anche Gesù, per santificare il popolo con il proprio sangue, patì fuori della porta della città» (Eb 13, 12).
L’immagine di Gesù crocefisso fuori dalle mura di Gerusalemme ci ricorda quali dolorose conseguenze possa avere l’esclusione di ciò che scandalizza, il rifiuto di chi è diverso.
Lei solleva non pochi cruciali problemi.
Allora, le rispondo pensando anzitutto che cos’è una città unita: essa è un luogo dove le differenze dialogano per il bene comune, dove si cede alle convinzioni altrui se rappresentano realmente un bene maggiore per tutti.
Un luogo dove la Chiesa, per ciò che le compete, e l’Autorità, per ciò che le compete, offrono ai più deboli un sostegno immediato e uno a lungo termine.
Anche se non ha il compito di interferire direttamente nella vita politica, la Chiesa senza dubbio ne condiziona lo svolgimento con i suoi interventi, seppure in seconda battuta.
La sua sola missione è quella di annunciare Gesù, e questi crocefisso.
Non credo, tuttavia, che la distinzione tra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio sia così individualista come sembrano suggerire le sue riflessioni.
Sarebbe giusto, se la coscienza fosse egualmente matura in tutti.
Ma sappiamo che per alcune coscienze tutto è di Cesare e per certe altre tutto è di Dio.
Io penso che sia di Cesare tutto ciò che riguarda il potere, il ben-essere, il ben-avere, il volere; e siano invece di Dio il servizio, l’umiltà, la povertà, l’essere, il dono, la carità.
(...) GIULIO GIORELLO — Credo che la ricerca abbia bisogno di idee, capaci di far parlare i fatti; altrimenti, come ebbe bene a dire un mio maestro, il matematico René Thom, «quel che minaccia la  verità non è la falsità, ma l’insignificante».
Non basta una miriade di numeri, misurazioni dopo misurazioni, dati e ancora dati: occorre un’idea che ci permetta di rendere comprensibili intellettualmente i fatti più diversi.
Non è stato così, per esempio, con l’intuizione di Galileo del pendolo o con la celebre «mela di Newton» che ha mostrato come la forza che fa sì che quel pomo cada è la stessa che fa sì che la Luna non cada sulla Terra? O con la concezione evoluzionistica di Darwin, o con l’idea di Einstein della «relatività del moto»? O con la congettura di Dirac a proposito dell’antimateria? Servendoci di un’etimologia magari fantasiosa, diciamo che intelligenza risponda a inter legere ovverossia «a scegliere fra»: alla capacità di selezionare ciò che è rilevante da ciò che è insignificante.
Per questo la ricerca ha bisogno di intelligenza.
Ma essa non è nemmeno distinta dalla passione.
Talvolta pensiamo ai ricercatori scientifici come a persone asettiche, che si lasciano alle spalle qualsiasi riferimento al mondo della vita appena entrano in laboratorio o si siedono al computer.
Non credo che questa sia una caratterizzazione completa dell’impresa scientifica; un’impresa scientifica che non portasse seco la passione del conoscere sarebbe un’impresa di scarso respiro… Ancora una volta vorrei citare un passo di Zadig riguardo alle passioni: «"Ah, quanto sono funeste", diceva Zadig.
"Sono i venti che gonfiano le vele e il vascello", ribatté l’eremita, "qualche volta lo fanno affondare; ma senza di loro non potrebbe navigare.
La bile rende collerici e malati; ma senza la bile l’uomo non potrebbe vivere.
Tutto è pericoloso in questo mondo, e tutto è altrettanto necessario"».
Perché la passione è così importante? La passione è qualcosa che ti prende, ti rapisce, ti trascina, può essere anche un’esperienza dolorosa, il pericolo di cui parla l’eremita a Zadig, ma nello stesso tempo è qualcosa che dà colore a quanto altrimenti sarebbe un’ontologia grigia rivelata dalla scienza.
Certo, occorre passione; ma passione qui vuol dire un profondo  rapporto con le cose che vengono indagate.
Dobbiamo amare il cielo se vogliamo esplorarlo; sentirci rapiti dalle «infinite forme bellissime» (la citazione è da Darwin) del vivente se vogliano studiarne genesi ed evoluzione.
La costruzione delle teorie scientifiche, le rielaborazioni che spiegano i fatti, l’applicazione delle idee ai nostri macchinari sono tutte prove di amore per il mondo, un interesse specifico per le singole cose, collegate in un intellegere che è colligere.
CARLO MARIA MARTINI — Rispetto agli scienziati che lei cita, ci sono da fare alcune distinzioni importanti.
Mentre Galileo con il pendolo o Newton con la sua leggendaria mela hanno  fatto delle sperimentazioni sulla gravità e hanno mostrato appunto che c’è una forza che attrae i corpi verso il centro della Terra, le intuizioni di Darwin o quelle inerenti l’antimateria sono solo delle teorie.
Altro è l’esperimento che dimostra un’intuizione teorica, altro l’intuizione non sperimentata né sperimentabile.
Ancora, altro è scoprire la composizione dell’acqua, altro comporre l’acqua da un atomo di ossigeno e due di idrogeno.
Uno scienziato potrebbe spiegarne bene la differenza.
Ma sono d’accordo con lei che l’intelligenza non è solo leggere dentro, ma anche leggere «fra», cioè selezionare, discernere ciò che ha valore da ciò che non ne ha.
Siamo anche d’accordo sul fatto che sia necessaria una grande passione nell’ambito della ricerca.Ricordo gli anni dei miei studi sul Codice Vaticano (B) come anni di grande passione: tutte le scienze chiedono una grande passione.
So di alcuni ricercatori che dimenticano di mangiare o di bere durante una fase piuttosto intensa del loro lavoro.
Non c’è dubbio che lo scienziato sia tale anzitutto per l’amore appassionato verso ciò che fa e ciò che lo circonda, verso il mistero che avvolge anche le realtà quotidiane che l’uomo comune ritiene ovvie.
Davvero la conoscenza rende più ricco, vero e puro l’amore, e l’amore rende più profonda, paziente e tenera la conoscenza.
E pur intuendo dove lei vuol condurmi, e cioè che un amore per essere autentico chiede di essere libero e, quindi, anche la scienza che scaturisce dall’amore per la natura chiede una libertà incondizionata, bisogna fare delle precisazioni.
La libertà, nell’amore come nella scienza, chiede di essere sempre accompagnata alla responsabilità.
Il gesuita Bernard Lonergan, pensatore tra i più originali del Novecento seppure non adeguatamente conosciuto, coniuga oggettività della conoscenza e soggettività umana proprio attraverso la responsabilità, nella quale deve necessariamente confluire il processo conoscitivo.
Il vincolo per la scienza è quindi che essa sia rispettosa della dignità umana e della libertà della persona.
Ha idea di cosa potrebbe diventare la scienza senza nessun vincolo? Lei non crede che finirebbe con l’essere molto simile alle sperimentazioni «a fin di bene» praticate nei campi di concentramento durante la Seconda guerra mondiale? Che alcuni diventerebbero «null’altro che» delle cavie?  G.
GIORELLO, C.M.
MARTINI,Ricerca e carità,  Editrice San Raffaele , Milano  2010, ISBN-13: 9788896603208, pp.
92, € 9,00 Un dialogo tra Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano dal 1980 al 2002, e Giulio Giorello, filosofo della scienza, dedicato al nodo tra Ricerca e Carità ovvero tra Conoscenza e Solidarietà, nella convinzione che ricerca sia anche interrogazione sul senso profondo del nostro destino e che l’amore sia lo strumento migliore per sconfiggere il lato oscuro di ogni persona.
Sia che si concluda per una esistenza con Dio o senza Dio, resta un patrimonio di tutti la tensione a l’amor che move il sole e l’altre stelle (Dante, Paradiso, XXXIII, 145).
 
Luisito Bianchi |28.11.2010
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* Luisito Bianchi, «Le quattro stagioni di un vecchio lunario», Sironi Editore, Milano, pagg.
320, € 17,00.
La parola «lunario» è una di quelle che da parecchio tempo non si usano più.
È un vocabolo che ha anche una nobile ascendenza letteraria, immortalata da Giacomo Leopardi nel Dialogo di un venditore l'almanacchi e di un passeggere: «Almanacchi nuovi, lunari novi! Bisognano, signore?».
«Lunario», però, è soprattutto termine popolare, che indica un calendario con le fasi della luna, i santi, le feste, le fiere, consigli, ricette e tante altre informazioni minute.
E in questa accezione, profondamente radicata nella cultura contadina dalla quale proviene, la usa Luisito Bianchi nel titolo del suo ultimo romanzo, Le quattro stagioni di un vecchio lunario.
Luisito Bianchi è nato nel 1927 ed è sacerdote dal 1950.
È originario di Vescovato (Cremona) e nella sua vita ha svolto i lavori più diversi, perché ha sempre voluto, da prete, essere economicamente autosufficiente, cioè non gravare sulle comunità che ha servito (su questo tema ha scritto un libro bellissimo, intitolato Dialogo sulla gratuità, Gribaudi 2004): è stato insegnante, traduttore, operaio, benzinaio, inserviente di ospedale.
Chi lo conosce sa che all'origine di questo suo percorso non c'è una posa anticonformista, ma una motivazione intima, necessaria.
Come narratore ha scritto uno dei romanzi più convincenti e meno retorici sulla Resistenza: La messa dell'uomo disarmato (Sironi 2003).
Con questo nuovo libro, Luisito Bianchi si conferma come uno degli scrittori italiani più convincenti degli ultimi decenni.
Appartato, isolato, lontano dalla società letteraria e dai clamori massmediali, siamo certi che prima o poi gli verrà riconosciuto il ruolo che gli spetta.
Perché - Le quattro stagioni di un vecchio lunario lo dimostra con chiarezza — la sua è una scrittura sostenuta da uno straordinario lavoro sulle parole e su ciò che esse veicolano in termini culturali e affettivi.
Qui l'autore ha inteso ricostruire la propria infanzia e la propria giovinezza, ripercorrendo i momenti dell'anno con le loro abitudini e i loro riti: le feste religiose (i Santi, i Morti, San Biagio per la gola, Sant'Apollonia per i denti, il carnevale, la Quaresima, la Pasqua, il Corpus Domini), le fiere di paese, l'uccisione del maiale (rito, questo, tutto laico, pagano, culinario), officiata dal norcino dopo essersi corroborato con un bicchiere di grappa, e a Natale il presepe con, al posto delle stelle, tante lampadine sottratte ai fanali delle biciclette.
Un'elegia della memoria di straordinaria intensità: alcune pagine ricordano il Walter Benjamin di Infanzia berlinese, il Luigi Meneghello di Libera nos a Malo, l'Ermanno Olmi dell'Albero degli zoccoli.
Ma nel libro di Luisito Bianchi c'è molto di più: realtà e poesia in una sintesi personalissima Roberto Carnero in “Il Sole 24 Ore” del 28 novembre 2010
 
CEI |26.11.2010
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il Sussidio liturgico-pastorale     "Una presenza da accogliere" è il titolo del Sussidio liturgico-pastorale per il periodo di Avvento-Natale 2010 curato dall'Ufficio liturgico nazionale della CEI.
Si apre con la presentazione di S.E.
Mons.
Mariano Crociata, Segretario Generale della CEI.
Edito dalla San Paolo è disponibile in tutte le librerie cattoliche e nel sito internet www.chiesacattolica.it/uln    “Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1, 14): il lieto messaggio del Natale verrà ancora una volta rinnovato nella celebrazione liturgica, segno dell’inesauribile volontà, da parte di Dio, di abitare in mezzo al suo popolo.
Nel contesto della nostra società, che ha fatto dello sviluppo dell’informazione globalizzata uno dei suoi tratti distintivi, il Verbo, la Parola fatta carne, ci appare come la forza comunicativa ed educativa del Padre.
Il mistero del Natale potrebbe essere interpretato oggi come il mistero dell’agire comunicativo ed educativo di Dio: esso da un lato illumina la profonda vocazione dell’essere umano alla relazione, allo stabilirsi di un contatto profondo con i suoi simili e con l’assoluto; dall’altro provoca e chiama a conversione.

 

ESORTAZIONE APOSTOLICA “GAUDETE ET EXSULTATE” DI PAPA FRANCESCO  

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