FORUM «IRC»
 
 
editore |18.09.2017
xxx

Prima lettura: Isaia 55,6-9 






Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino. L’empio abbandoni la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri; ritorni al Signore che avrà misericordia di lui e al nostro Dio che largamente perdona. Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri. 






 


2  Siamo nell'ultimo capitolo del secondo Isaia (40-55), un profeta anonimo del tempo dell'esilio babilonese (VI sec. a. C.) i cui oracoli di consolazione sono stati aggiunti al libro di Isaia (VIII sec. a.C.). Il cap. 55 si conclude con una esortazione a cercare e invocare il Signore, la rinnovata promessa dell'alleanza e l'efficacia della parola di Dio.


     Nei versetti precedenti il nostro brano il profeta annuncia la nuova alleanza e la realizzazione delle promesse fatte a Davide, in un orizzonte universalistico che coinvolge i popoli e le nazioni: anche chi non conosce Israele accorrerà a rendergli onore a causa del Signore.


     L'oracolo si apre con il v. 6 che esorta gli esiliati a cercare il Signore, mentre è vicino e si fa trovare.


     È un tema caratteristico della profezia esilica quello della vicinanza del Signore, proprio in terra straniera, dove gli esuli temevano di averlo perduto. Gli ebrei avevano legato infatti la presenza del Signore al possesso della Terra, alla città santa e al Tempio: con la distruzione di quest'ultimo e la deportazione tutto sembrava compromesso, l'alleanza infranta e la salvezza irraggiungibile. Invece, proprio la condizione di smarrimento dell'esilio, assimilata dai profeti al deserto, è una condizione favorevole alla conversione e al ravvedimento.


     Il v. 7 invita ad abbandonare le vie e i pensieri iniqui e a ritornare al Signore: il verbo shûv indica la conversione, la metanoia. Il Signore avrà misericordia: la radice rhm indica le viscere materne del Signore che prova compassione per il popolo, senza che esso lo abbia in alcun modo meritato.


     Le «vie» e i «pensieri» ritornano al v. 8 per riaffermare con maggior forza la necessità della conversione: le vie e i pensieri degli uomini infatti (l'iniquo e l'empio del v. 7, ma anche tutto il popolo che si illude di essere nel giusto) non corrispondono alle vie e ai pensieri di Dio.


     La differenza sostanziale e la superiorità assoluta del progetto di Dio rispetto ai progetti umani sono pari alla distanza infinita tra terra e cielo (v. 9): non è semplicemente l'idea filosofica della trascendenza di Dio, ma la grandezza e la profondità del suo amore, della sua misericordia e del suo perdono, che l'uomo non riesce nemmeno a immaginare.


     L'efficacia della parola del Signore, che porta a compimento ciò che promette, viene riaffermata nei versetti seguenti.


 


Seconda lettura: Filippesi 1,20-24.27 






 Fratelli, Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che io viva sia che io muoia. Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno.  Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa scegliere. Sono stretto infatti fra queste due cose: ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; ma per voi è più necessario che io rimanga nel corpo.  Comportatevi dunque in modo degno del vangelo di Cristo.






 


2  La lettera ai Filippesi è una delle «lettere dalla prigionia». Paolo è in attesa di giudizio, e rischia la condanna a morte. Nonostante questa condizione drammatica, egli esorta all'obbedienza e all'amore, con speranza e gioia.


Scrive ai cristiani di Filippi, in Macedonia (Grecia), la prima chiesa da lui fondata in Europa.


     Le catene della prigionia di Paolo risultano essere un incoraggiamento a predicare il vangelo: nella persecuzione l'apostolo riconosce un dono di grazia che giova alla diffusione del messaggio di Cristo (cf. l,14ss.).


     Paolo sviluppa in questi versetti un'audace e paradossale contabilità della sua missione apostolica.


     I vv. 20c-22 pongono il problema.


     La «partita doppia» tra sofferenze e pericoli della persecuzione e glorificazione di Cristo si chiude in pari, anzi in attivo: Cristo sarà glorificato, sia che l'apostolo venga liberato e viva, sia che subisca la condanna e muoia.


     La morte, infatti, rappresenta per Paolo un guadagno perché significa essere ricongiunti a Cristo, che è la vita vera. Il discorso sembrerebbe qui chiuso con l'aspirazione al martirio: ma Paolo vi oppone un argomento altruistico. Per sé, egli sceglierebbe il martirio; ma la vita al servizio dei fratelli e del vangelo può dare frutti alla Chiesa, allora ecco che la scelta si fa più difficile.


     I vv. 23-24, centrali nella pericope, propongono con chiarezza l'alternativa: morire in Cristo (espresso con il verbo analysai, come una liberazione) sarebbe il meglio, ed è il desiderio di Paolo; ma vivere è più necessario per i fratelli.


     Gli ultimi tre versetti (25-27) risolvono la questione indicando la scelta di Paolo: «continuerò a rimanere in mezzo a voi». Ne segue, logica conseguenza, l'esortazione ai Filippesi perché si rendano degni del vangelo di Cristo: questo è il solo «vanto» (kauchema) riconosciuto valido dall'apostolo.


     L'opposizione vita/morte si compone in Cristo, che sarà comunque glorificato dall'apostolo, sia con una morte testimoniale sia con una vita dedicata alla predicazione.


 


Vangelo: Matteo 20,1-16






In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:  «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzo giorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.  Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».






 


Esegesi 


     Siamo nella sezione del vangelo di Matteo dedicata al cammino verso la Passione (capp. 16-20).


     La sezione si apre con la confessione di fede di Pietro — tu sei il Messia, il Figlio del Dio vivente (16,15) — e prosegue con i tre annunci della Passione (16,21; 16,22-23; 20,18-19). Poco prima dell'ultimo annuncio l'evangelista inserisce la parabola degli operai dell'ultima ora, incorniciata da due detti quasi identici sugli ultimi che saranno primi e i primi che saranno ultimi (19,30; 20,16). Il tutto è a sua volta incastonato fra due brani che riguardano il discepolato e pongono il problema della ricompensa (cf. il salario della parabola) e della gerarchia (cf. l'ordine di priorità fra gli operai della prima e dell'ultima ora). Il brano che precede è la domanda di Pietro sulla ricompensa che spetta a chi ha «lasciato tutto» per seguire Gesù, e la risposta di Gesù (19,27-29); segue immediatamente il terzo annuncio della Passione, e la richiesta della madre dei figli di Zebedeo sui posti da assegnare nel regno.


     Nella parabola si possono distinguere tre parti.


1) la prima (vv. 1-7) racconta ciò che succede durante il giorno. Si tratta della giornata lavorativa tipica nella società agricola palestinese del tempo, che durava «dai primi raggi del sole fino al sorgere delle stesse» (cf. Sl 103/104,22-23). La suddivisione in 12 ore quindi, nella stagione estiva, comporta una durata dell'ora lavorativa ben superiore ai 60 minuti. Si susseguono quattro brani sul padrone di casa che esce cinque volte a cercare operai per la sua vigna. Nei primi tre abbiamo una contrattazione in cui si pattuisce un salario («Si accordò con loro per un denaro», la paga giornaliera normale, cf. Tob 5,15; «quello che è giusto ve lo darò»; «fece altrettanto»). Nell'ultimo brano si riferisce nei particolari il dialogo, ma non si parla di salario.        


     Si crea così una sospensione e un'attesa: anche il lettore si aspetta che gli altri ricevano di meno. Ciò anche perché rimane inespresso il motivo per cui a sera sono ancora disoccupati: non c'era lavoro a sufficienza o erano pigri? dov'erano, quando il padrone era uscito all'alba, alla terza, alla sesta e alla nona ora?


2) Al centro, il v. 8 crea il collegamento tra la parabola e ciò che precede e che segue: abbiamo il rovesciamento tra gli ultimi e i primi (che anticipa la risposta ai figli di Zebedeo), l'ordine inverso nella paga (la ricompensa rivendicata da Pietro). Il tutto a opera del «Signore della vigna» (il «padrone di casa» dei vv. 1 e 11), chiara metafora del regno dei cieli.


     La tensione, già creata con il v. 7, viene qui accentuata. È insolito, anche se non impossibile, che si assumano operai al termine della giornata; ancor più insolito che si inizi da costoro il pagamento, costringendo chi ha faticato fin dall'alba ad attendere e rinviare così il momento del riposo. Tanto più che la Legge prescriveva di pagare senza indugio i lavoratori a giornata, che non avevano altro mezzo per provvedere al cibo per sé e per la famiglia: «gli darai il salario il giorno stesso, prima che tramonti il sole» (Deut 24,15).


     A questo punto ci aspettiamo che possa seguire qualcosa di ancora più strano. Era necessario del resto quest'ordine inverso, perché così i primi assistono al pagamento degli ultimi e possono attendersi di ricevere di più (v. 10).


3) Nell'ultima parte vengono messi in parallelo gli ultimi e i primi (vv. 9-10): «e venuti quelli dell'undicesima ora...», «e venuti i primi...». In seguito si riferisce il dialogo: la domanda dei primi operai (vv. 11-12) e la risposta del padrone (vv. 13-15).


     Il padrone rivendica a sé la sovrana libertà di disporre del proprio come vuole. Un denaro non era solo la paga consueta, era anche il necessario per vivere: ebbene, la volontà del padrone della vigna è che ciascuno abbia il necessario per vivere (il pane quotidiano), indipendentemente dai propri meriti. Il problema nasce quando si fanno dei confronti, e ci si erge a giudici pretendendo che la giustizia del Signore segua i nostri criteri.


     Alcuni elementi colpiscono particolarmente, e portano a comprendere che non di equità sociale o di diritti sindacali vuol parlare l'evangelista.


     Il padrone della vigna sottolinea l'opposizione giusto/ingiusto: «quello che è giusto ve lo darò» (v. 4); «non sono ingiusto con te» (v. 13). Si tratta evidentemente di una strana giustizia: «la si perde se l'uomo la reclama per sé con leggerezza, come un suo diritto ovvio, confrontando il proprio curriculum con quello degli altri e non concentra così lo sguardo sulla bontà del Signore davanti alla quale tutto quello che egli ha fatto e meritato svanisce. Così proprio l'incomprensibile bontà di Dio diventa uno scandalo per colui che non vuole liberarsi dei suoi concetti umani di merito e giustizia» - (EDUARD SCHWEIZER, Il vangelo secondo Matteo, Paideia, 2001, p. 367).


     Il padrone, che nella prima parte della parabola appare tanto premuroso e generoso da uscire ben cinque volte alla ricerca di disoccupati cui offrire lavoro, si rivela subito dopo, se non ingiusto (è pur vero che rispetta i patti), quanto meno capriccioso e brusco («prendi il tuo e vattene», v. 14a). Il contrasto viene sciolto dall'ultima domanda che il padrone rivolge non a tutti gli operai, ma a uno, chiamandolo «amico»: rivolta perciò al lettore del vangelo, a ciascuno di noi personalmente, suona alla lettera: «o il tuo occhio è cattivo perché io sono buono?». La cattiveria sta nell'occhio dei primi, come Caino verso Abele, i fratelli verso Giuseppe: «Gli operai della prima ora non vogliono riconoscere che è stato un dono essere stati assunti: certo, hanno lavorato dodici ore, ma solo grazie all'invito del padrone di casa. Come la vita è un dono, regalata dal Padre, senza alcun merito da parte di chi la riceve» (ROLAND MEYNET, Una nuova introduzione ai vangeli sinottici, EDB, 2001, p. 249).


 


Meditazione 


     La dichiarazione divina trasmessa dal profeta «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie» (Is 55,8) trova una esposizione narrativa nella parabola evangelica secondo la quale gli operai che hanno lavorato un'ora sola nella vigna del padrone ricevono una paga identica a quella di coloro che hanno lavorato tutto il giorno. Nello scandalo patito dagli operai della prima ora vi è tutta la distanza tra il pensare e l'agire di Dio e il pensare e l'agire degli uomini.


     Questa distanza non dice il capriccio di Dio o il suo arbitrio, ma la sua misericordia. Ciò che gli operai della prima ora contestano al padrone è infatti di aver dato la stessa ricompensa agli ultimi arrivati come a loro che avevano patito il peso dell'intero giorno di lavoro. Letteralmente essi dicono: «Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo» (Mt 20,12). Il fare agli ultimi come ai primi abbatte le discriminazioni e i privilegi. Il Dio biblico, infatti, è il Dio della grazia. Esprime bene questo primato della misericordia e della grazia sulle logiche giuridiche un brano della Catechesi sulla santa Pasqua dello Pseudo-Giovanni Crisostomo: «Chi ha lavorato fin dalla prima ora, riceva oggi il giusto salario; chi è venuto dopo la terza, renda grazie e sia in festa; chi è giunto dopo la sesta, non esiti: non subirà alcun danno; chi ha tardato fino alla nona, venga senza esitare; chi è giunto soltanto all'undicesima, non tema per il suo ritardo. Il Signore è generoso, accoglie l'ultimo come il primo, accorda il riposo a chi è giunto all'undicesima ora come a chi ha lavorato dalla prima. Fa misericordia all'ultimo come al primo, accorda il riposo a chi è giunto all'undicesima ora come a chi ha lavorato fin dalla prima».


     Il testo ci interpella su ciò che è al cuore della nostra vita con Dio: la relazione o la prestazione? Concepire il proprio servizio a Dio come prestazione conduce a misurarlo e a confrontarlo con il servizio degli altri entrando in un rapporto di competizione. Se invece c'è la relazione con il Signore allora anche il peso della giornata di lavoro è «giogo soave e leggero» e la bontà del Signore verso tutti è motivo di ringraziamento, non di contestazione.


     La distanza tra pensieri di Dio e pensieri umani è importante da salvaguardare perché impedisce l'operazione perversa di identificare i propri pensieri umani con quelli di Dio. Questa affermazione contesta la presunzione religiosa che proietta in Dio le proprie azioni e i propri pensieri e identifica le proprie parole su Dio con Dio e la propria volontà con quella di Dio. L'istanza espressa dal profeta è un invito all'umiltà del pensiero, in particolare del pensiero teologico, del pensiero che osa «pensare Dio».


     Gli operai della prima ora sono smascherati come invidiosi. E l'invidia è definita come avere «l'occhio cattivo» (Mt 20,15). L'etimologia è illuminante: invidere, significa «non vedere», «vedere contro», ed esprime lo sguardo torvo di chi si chiede: «perché lui sì e io no?»; «perché a lui come a me che meritavo di più?». L'invidia ci acceca. Se essa è l'insofferenza verso i propri limiti che ci impediscono di raggiungere quello status che vediamo realizzato in altri da noi, essa chiede di essere corretta imparando a desiderare il possibile.


     Nell'invidia non solo non si vede più il Dio misericordioso, ma non si vedono neppure più i fratelli: si entra in un rapporto giuridico padrone-servi, e si esce dalla solidarietà con gli altri operai, gli altri uomini.


     Male della vita comunitaria ed ecclesiale è la mormorazione (Mt 20,11). Mormorando, gli operai della prima ora affermano che il padrone non aveva il diritto di comportarsi come si è comportato. La mormorazione non è una parola personale chiara che esprime un dissenso leale, ma movimento sotterraneo che aggrega diverse persone che si fanno forza vicendevolmente con il loro malumore per poi esprimersi in accuse e lamentele. La sua logica è la complicità, non la responsabilità


 


Immagine della domenica





LA BIBLIOTECA DI DIO


Credo che in qualche punto dell'universo


 debba esserci un archivio


in cui sono conservate tutte le sofferenze


e gli atti di sacrificio dell'uomo.


Non esisterebbe giustizia divina


se la storia di un misero


 non ornasse in eterno l'infinita biblioteca di Dio.


(Isaac Bashevis Singer)


 


Preghiere e racconti



 



Rattristati dalla felicità degli altri

È indiscutibile: noi siamo spesso rattristati dalla felicità degli altri. È uno degli aspetti del mistero del peccato, della ferita presente in ciascuno di noi, Vi sono persone che si rattristano quando vedono che gli altri si amano. Vi sono degli sventurati che non perdonano agli altri la loro giovinezza, la loro bellezza, la loro intelligenza. Vi sono nella Chiesa dei cristiani imbronciati e laboriosi che non perdonano a certi convertiti di essere stati soggiogati dalla grazia di Dio, apparentemente senza alcun sforzo e merito da parte loro... L'inizio della santità sarebbe riconoscere che, nonostante la disuguaglianza delle nostre vite, non ci manca nulla se Dio è con noi; e allora potremmo gioire della bontà di Dio che sembra amare maggiormente i nuovi arrivati nel suo amore.


(Cl. Geffré, Uno spazio per Dio)


 


Lavorare nella vigna del Signore


Nella liturgia di oggi inizia la lettura della Lettera di San Paolo ai Filippesi, cioè ai membri della comunità che l’Apostolo stesso fondò nella città di Filippi, importante colonia romana in Macedonia, oggi Grecia settentrionale. Paolo giunse a Filippi durante il suo secondo viaggio missionario, provenendo dalla costa dell’Anatolia e attraversando il Mare Egeo. Fu quella la prima volta in cui il Vangelo giunse in Europa. Siamo intorno all’anno 50, dunque circa vent’anni dopo la morte e la risurrezione di Gesù. Eppure, nella Lettera ai Filippesi, è contenuto un inno a Cristo che già presenta una sintesi completa del suo mistero: incarnazione, kenosi, cioè umiliazione fino alla morte di croce, e glorificazione. Questo stesso mistero è diventato un tutt’uno con la vita dell’apostolo Paolo, che scrive questa lettera mentre si trova in prigione, in attesa di una sentenza di vita o di morte. Egli afferma: "Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno" (Fil 1,21). E’ un nuovo senso della vita, dell’esistenza umana, che consiste nella comunione con Gesù Cristo vivente; non solo con un personaggio storico, un maestro di saggezza, un leader religioso, ma con un uomo in cui abita personalmente Dio. La sua morte e risurrezione è la Buona Notizia che, partendo da Gerusalemme, è destinata a raggiungere tutti gli uomini e i popoli, e a trasformare dall’interno tutte le culture, aprendole alla verità fondamentale: Dio è amore, si è fatto uomo in Gesù e con il suo sacrificio ha riscattato l’umanità dalla schiavitù del male donandole una speranza affidabile. San Paolo era un uomo che riassumeva in sé tre mondi: quello ebraico, quello greco e quello romano. Non a caso Dio affidò a lui la missione di portare il Vangelo dall’Asia Minore alla Grecia e poi a Roma, gettando un ponte che avrebbe proiettato il Cristianesimo fino agli estremi confini della terra.


Oggi viviamo in un’epoca di nuova evangelizzazione. Vasti orizzonti si aprono all’annuncio del Vangelo, mentre regioni di antica tradizione cristiana sono chiamate a riscoprire la bellezza della fede. Protagonisti di questa missione sono uomini e donne che, come san Paolo, possono dire: "Per me vivere è Cristo". Persone, famiglie, comunità che accettano di lavorare nella vigna del Signore, secondo l’immagine del Vangelo di questa domenica (cfr Mt 20,1-16). Operai umili e generosi, che non chiedono altra ricompensa se non quella di partecipare alla missione di Gesù e della Chiesa. "Se il vivere nel corpo – scrive ancora san Paolo – significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa scegliere" (Fil 1,22): se l’unione piena con Cristo al di là della morte, o il servizio al suo corpo mistico in questa terra.


Cari amici, il Vangelo ha trasformato il mondo, e ancora lo sta trasformando, come un fiume che irriga un immenso campo.


(Benedetto XVI, Angelus, 18-09-2011).


 


Il tuo occhio è malvagio, perché io sono buono?

      La vigna sono i precetti e i comandi di Dio, il tempo della fatica, la vita presente; gli operai quelli che in modo diverso sono chiamati a compiere i precetti; quelli venuti al mattino, all'ora terza, alla sesta, alla nona e all'undicesima ora sono quelli che sono giunti [alla fede] in età diverse e si sono fatti onore. Ma ciò che è da indagare è se i primi, che si sono splendidamente distinti e sono stati graditi a Dio e che per tutto il giorno hanno brillato per le loro fatiche, si lasciano dominare da quel male estremo della malvagità che è dato dall'invidia e dalla gelosia.


Vedendo infatti che quelli avevano usufruito della stessa ricompensa, dicono: «Questi ultimi hanno lavorato un'ora soltanto e li hai trattati come noi che abbiamo sopportato il peso della giornata e del caldo» (Mt 20,12). E sebbene non ricevessero alcun danno e il loro compenso non fosse diminuito, si dispiacevano e si irritavano per i beni altrui, cosa che è propria dell'invidia e della gelosia. E il fatto più importante è che il padrone, che aveva preso le difese di quelli e si era giustificato dinanzi a chi aveva parlato in questi termini, lo condanna per la sua malvagità e la sua estrema invidia, dicendo: «Non ti sei accordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene! Io voglio dare anche a quest'ultimo come a te. Forse il tuo occhio è malvagio perché io sono buono?» (Mt 20,13-15). Che cosa si ricava da queste parole? Quella stessa cosa che possiamo vedere anche in altre parabole. Infatti il figlio stimato per la sua buona condotta viene presentato con gli stessi sentimenti quando vede che il fratello dissoluto riceve molti più onori di lui (cfr. Lc 15,28). Come quelli godettero di un bene maggiore ricevendo la ricompensa per primi, così anche quello veniva onorato di più per l'abbondanza dei doni e lo testimonia il figlio dalla buona condotta.


(GIOVANNI CRISOSTOMO, Commento al vangelo di Matteo, om. 64,3, PG 58,612-613).


 


Il ricco e il povero

C’era una volta due fratelli; uno molto ricco, l’altro molto povero. Un giorno il povero faceva la guardia ai covoni di grano ammucchiati nel campo del fratello ricco e mentre se ne stava lì seduto sul covone scorse una donna in bianco che raccoglieva le spighe rimaste nei campi mietuti e le aggiungeva ai covoni. Quando la donna giunse fino a lui, la prese per mano, se la tirò vicino e le chiese che cosa facesse lì. “Sono la Felicità di tuo fratello e raccolgo le spighe rimaste, perché il suo grano sia ancora più abbondante.” “Dimmi, allora, e la mia felicità, dov’è?” replicò il poveretto. “verso Oriente” rispose la donna, e scomparve.


Fu così che il povero si mise in testa di andare per il mondo in cerca della propria Felicità. E quando un giorno di buonora stava per mettersi in viaggio, dal suo camino saltò fuori la Miseria e piangeva e pregava che la prendesse con sé. “Mia cara, - disse il povero  sei troppo debole per affrontare un viaggio così lungo, non ce la faresti mai; ma qui c’è una boccetta vuota, fatti piccina, infilatici dentro e ti porterò con me”.  La Miseria s’infilò nella boccetta e lui senza perdere tempo la tappò con un turacciolo e l’avvolse bene in modo che non si rompesse.


Quando si trovò per via, appena arrivò a un pantano tirò fuori la boccetta e la gettò via, liberandosi così dalla Miseria.


Dopo qualche tempo giunse a una grande città e un certo signore lo prese al suo servizio con l’incarico di scavargli uno scantinato. “Non riceverai del denaro, - gli disse  ma tutto ciò che trovi scavando è tuo”.


Dopo un po’ che scavava trovò un lingotto d’oro, secondo gli accordi gli sarebbe spettato, ma lui ne diede una metà al signore e riprese il lavoro. Arrivò finalmente a una porta di ferro, l’aperse e vi trovò un sotterraneo pieno di ogni ricchezza. Ed ecco che da una cassa lì sotto s’udì una voce: “Mio signore, aprimi! Aprimi!”. Egli spostò il coperchio e da dentro saltò fuori una bella fanciulla tutta in bianco che s’inchinò davanti a lui e gli disse: “Sono la tua Felicità, quella che hai cercato così a lungo; d’ora innanzi sarò vicina a te e alla tua famiglia”. Dopo di che scomparve. Egli rimase poi a guardarsi intorno e a rimirare quella ricchezza  con il suo signore di una volta e da quel momento fu immensamente ricco e la sua fama cresceva di giorno in giorno. Eppure non dimenticò mai l’indigenza di un tempo e si prodigò in tutti i modi per aiutare i poveri del luogo.


Un giorno, mentre passeggiava per la città, incontrò il fratello che si trovava da quelle parti per affari. L’invitò a casa e gli raccontò con tutti i particolari le sue avventure e che aveva visto la Felicità spigolare nel campo di grano e come s’era liberato della propria Miseria e altro ancora. L’ospitò per qualche giorno e quando il fratello stava per partire gli diede molto denaro per il viaggio, fece molti doni alla moglie e ai figli e si separò da lui fraternamente.


Ma suo fratello era un uomo sleale e invidiava la Felicità dell’altro. Da quando aveva lasciato la sua casa non faceva che pensare come far tornare il fratello nella Miseria. Non appena giunse alla palude dove il fratello aveva ficcato la boccetta, si mise a cercarla e non si dette pace finché non la trovò. L’aperse subito. La Miseria  saltò fuori immediatamente, cominciò a crescere davanti ai suoi occhi, saltargli intorno, l’abbracciò, lo baciò e lo ringraziò di averla liberata da quella prigionia.  “Sarò sempre grata a te e alla tua famiglia e non vi abbandonerò fino alla morte”.


Inutilmente il fratello invidioso cercò di dissuaderla, invano la mandava dal suo padrone di una volta; non riuscì in nessun modo a togliersi la Miseria di dosso, né a venderla né a regalarla né a sotterrarla né ad annegarla, gli stette sempre alle calcagna. I briganti lo derubarono della merce che stava portando a casa; riuscì a ritornare chiedendo l’elemosina; al posto del suo palazzo trovò un mucchio di cenere e tutto il suo raccolto era stato portato via da una inondazione. Fu così che al fratello invidioso non rimase null’altro che… la Miseria.


(da: Fiabe di Praga magica,  Arcana ed., 1993).


 


Quando sei chiamato, va’

Tu, quando sei chiamato, va’.


Sei chiamato a mezzogiorno? Va’ a quell’ora.


È vero che il padrone ti ha promesso un denaro anche se vai nella vigna all’ultima ora, ma nessuno ti ha promesso se vivrai fino alla prima ora del pomeriggio. Non dico fino all’ultima ora del giorno, ma fino alla prima ora dopo mezzogiorno.


Perché dunque ritardi a seguire chi ti chiama? Sei sicuro del compenso, è vero, ma non sai come andrà la giornata.


Vedi di non perdere, a causa del tuo differire, ciò che egli ti darà in base alla sua promessa.


(Agostino D’Ippona, Discorso 87, 6.8).


 


Non desiderare le cose altrui

“Se stai cercando di darti delle arie con chi sta in alto, scordatelo. Ti guarderanno dall'alto in basso comunque. E se stai cercando di darti delle arie con la gente che sta in basso, scordatelo lo stesso. Ti invidieranno e basta. Gli status-symbol non ti porteranno da nessuna parte. Solo un cuore sincero ti permetterà di stare alla pari con tutti.” […] “Fa' il genere di cose che ti vengono dal cuore. Quando le farai, non ne resterai insoddisfatto, non sarai invidioso; non desidererai le cose altrui. Al contrario, sarai sommerso da quel che ti verrà in cambio.”


(Mitch ALBOM, I miei martedì col professore, Milano, Rizzoli, 2006, 132-133).


 


Non andare via, Signore

Quando trovi chiusa la porta del mio cuore,


abbattila ed entra: non andare via, Signore.


Quando le corde della mia chitarra dimenticano il tuo nome,


ti prego, aspetta: non andare via, Signore.


Quando il tuo richiamo non rompe il mio torpore,


folgorami con il tuo dolore: non andare via, Signore.


Quando faccio sedere altri sul tuo trono,


o re della mia vita: non andare via, Signore.


(Rabindranath Tagore)


 


Il Signore è buono ed accoglie l’ultimo come il primo

«Chi ama il Signore si rallegri in questa festa bella e luminosa!


Il servo fedele entri lieto nella gioia del suo Signore!


Chi ha atteso questo giorno nella penitenza riceva ora la sua ricompensa.


Chi ha lavorato fin dalla prima ora, riceva oggi il salario che gli è dovuto.


Chi è arrivato dopo la terza ora, sia lieto nel rendere grazie.


Chi è giunto dopo la sesta ora, non dubiti, non avrà alcun danno.


Chi ha tardato fino alla nona ora, venga senza esitare.


Chi è arrivato all’undicesima ora, non creda di essere venuto troppo tardi.


Perché il Signore è buono ed accoglie l’ultimo come il primo.


Concede il riposo all’operaio dell’undicesima ora come a quello della prima ora.


Ha misericordia dell’ultimo e premia il primo.


Al primo dà, all’ultimo regala.


Apprezza le opere di ciascuno, loda ogni intenzione.


Entrate tutti, dunque, nella gioia del nostro Signore;


primi e secondi, ricevete tutti la ricompensa;


ricchi e poveri, danzate insieme;


sia che abbiate digiunato, sia che abbiate fatto festa,


siate tutti nella gioia, onorate questo giorno!


Il banchetto è pronto, godetene tutti!


Il cibo è abbondante, basterà per tutti, nessuno se ne andrà affamato.


Gustate tutti il banchetto della fede.


Gustate tutti la larghezza della bontà.


Nessuno pianga la sua miseria:


il regno di Dio è aperto a tutti. Nessuno tema la morte, perché la morte del Salvatore ci ha liberati.


Dominato dalla morte, egli l’ha spenta.


Il Cristo è risorto e regna la vita!


A lui la gloria e la potenza per i secoli dei secoli. Amen».


(Annuncio pasquale della Chiesa orientale)


 



* Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di:


- Temi di predicazione. Omelie. Ciclo A, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 2004;2007-.


- Messalino festivo dell’Assemblea, Bologna, EDB, 2007.


- La Bibbia per la famiglia, a cura di G. Ravasi, Milano, San Paolo, 1998. 


- J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret, Milano, Rizzoli, 2007.


- J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret. Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2011.


- J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, L’infanzia di Gesù, Milano/Città del Vaticano, Rizzoli/Libreria Editrice Vaticana, 2012.


- E. BIANCHI et al., Eucaristia e Parola. Testi per le celebrazioni eucaristiche. Tempo ordinario anno A [prima parte], in «Allegato redazionale alla Rivista del Clero Italiano» 89 (2008) 4, 84 pp.


- Liturgia. Anno A. CD, Leumann (To), Elle Di Ci, 2004. 


- A. PRONZATO, Il vangelo in casa, Gribaudi, 1994.


- F. ARMELLI, Ascoltarti è una festa. Le letture domenicali spiegate alla comunità, Anno A, Padova, Messaggero, 2001.  


- D. GHIDOTTI, Icone per pregare. 40 immagini di un’iconografia contemporanea, Milano, Ancora, 2003.


---


- Immagine della domenica, a cura di García-Orsini-Pennesi.


 


PER APPROFONDIRE:


XXV DOMENICA TEMPO ORDINARIO (A)


 
editore |11.09.2017
xxx

Prima lettura: Siracide 27,30-28,7






 Rancore e ira sono cose orribili, e il peccatore le porta dentro. Chi si vendica subirà la vendetta del Signore, il quale tiene sempre presenti i suoi peccati. Perdona l’offesa al tuo prossimo e per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati. Un uomo che resta in collera verso un altro uomo, come può chiedere la guarigione al Signore? Lui che non ha misericordia per l’uomo suo simile, come può supplicare per i propri peccati? Se lui, che è soltanto carne, conserva rancore, come può ottenere il perdono di Dio? Chi espierà per i suoi peccati? Ricordati della fine e smetti di odiare, della dissoluzione e della morte e resta fedele ai comandamenti. Ricorda i precetti e non odiare il prossimo, l’alleanza dell’Altissimo e dimentica gli errori altrui.






 




  • È un brano di un sapiente che vuole trasmettere il suo ideale tradizionale di vita religiosa ad una comunità ebraica, che, sempre più affascinata dalla cultura greca, incominciava a secolarizzarsi.




Qui il sapiente insegna una legge fondamentale perché la famiglia e la comunità continui a rimanere in piedi: il perdono: «Lui che non ha misericordia per l’uomo suo simile, come può supplicare per i propri peccati?» (v. 4). E tutto il testo è un alternarsi di presentazione del rancore e della vendetta, del perdono e della misericordia. Sono disapprovati il rancore e la vendetta, e lodati il perdono e la misericordia.


Il Signore tiene sempre presenti i peccati di colui che si vendica. Il motivo finale per aprirsi al perdono e alla misericordia è un evento divino: la sua alleanza. Il perdono gratuito ricevuto porta ad osservare i precetti del Signore, in particolare quello della riconciliazione con il fratello (vv. 8-9).


 


Seconda lettura: Romani 14,7-9






Fratelli, nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore. Per questo infatti Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi.






 




  • Nella comunità dei credenti sono presenti due categorie di persone: i deboli e i forti. I deboli sono quelli rimasti attaccati alle antiche osservanze e tradizioni religiose giudaiche nelle quali erano stati educati, i forti invece sono coloro che giudicano male costoro, basandosi sulla libertà data dal vangelo. Ora Paolo dà le ragioni per cui egli — paladino della libertà evangelica — non vuole che questa diventi fonte di superiorità sugli altri. La ragione profonda dell'esistenza non si trova nell'uomo, ma nel Signore Gesù Cristo, per il quale viviamo, moriamo e agiamo.




Tutto deve quindi essere orientato verso Dio. La nostra vita e la nostra morte non hanno valore in sé, ma in quanto indirizzate a un fine più alto. Soprattutto dopo la morte e risurrezione di Cristo. Il cristiano appartiene a lui, non solo perché è stato in lui creato, ma anche perché è stato da lui conquistato e riscattato mediante la croce.


Perciò colui che vive non dovrà più vivere per se stesso, ma per colui che è morto e risorto per lui (cf. 2Cor 5.14-15).


 


Vangelo:Matteo 18,21-35 






 In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».






 


Esegesi


La lettura parla del perdono reciproco, come elemento necessario per appartenere al regno di Dio. Innanzitutto vi troviamo l'interrogazione di Pietro: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?» (v. 21). Gesù aveva parlato poco prima di riguadagnare il fratello (v. 15). Questo avviene non solo quando la comunità offesa perdona al fratello, ma anche quando colui che è stato personalmente offeso perdona.


Pietro aveva capito che la volontà di Dio e quella di Gesù è un messaggio di perdono. Ma quali sono i limiti? I maestri del tempo giungevano fino a tre volte. Gesù è più misericordioso, e giunge a «settanta volte sette». Questo è contrario al tipico desiderio di vendetta di cui l'antico Lamech fu protagonista: «Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamech settanta volte». La misericordia di Dio supera infinitamente ogni desiderio di vendetta.


Per imprimere nel cuore degli ascoltatori questa volontà di perdono Gesù racconta una parabola in tre atti. Il primo atto vede un ministro, che ha un debito sproporzionato con il suo padrone o re: un talento valeva 35 chili d'oro, e il servitore ne doveva diecimila al suo padrone! Questi, però, gli perdona tutto, mosso da compassione. Dio infatti è «ricco di grazia e di misericordia... lento all'ira e grande nel perdono». Dio perdona sempre.


Il secondo atto mostra invece che il perdonato non sa perdonare un piccolo debito e non s'accorge nemmeno di essere stato supplicato con gli stessi suoi gesti. Il terzo atto: di fronte al cuore indurito, il re (Dio) si accende d'ira e fa giustizia. Si noti che non è il nostro perdonare che ci merita il perdono, ma la misericordia ricevuta ci apre il cuore a donare il perdono.


    


Meditazione


La richiesta di perdono a Dio è credibile se accompagnata dalla disponibilità e dalla concreta pratica del perdono fraterno: questa l'unità tra prima lettura e vangelo. Unità che possiamo ribadire con le parole del Padre nostro: "Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori" (Mt 6,12). E ancora: "Se voi perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi, ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe" (Mt 6,14-15). Anche la liturgia giudaica afferma che nel giorno dell'espiazione e del perdono (Yom Kippur), vengono perdonati solo i peccati commessi contro Dio, mentre per le trasgressioni commesse tra uomo e uomo “Yom Kippur procura il perdono solo se uno prima si è rappacificato con il proprio fratello” (Mishnà, Yomà 8,9).


Pietro interroga Gesù sulla misura del perdono nei confronti dell'offesa personale (“se mio fratello pecca contro di me”: Mt 78,27), un'offesa a cui non segue il pentimento né la richiesta di perdono da parte dell'offensore. Nel testo parallelo di Luca si dice invece: “Se tuo fratello peccherà sette volte al giorno contro di te e sette volte ritornerà da te dicendo: "Mi pento", tu gli perdonerai” (Lc17,4). In Matteo il perdono è incondizionato, non preparato da alcuna dichiarazione di pentimento. Questo perdono è possibile quando chi è chiamato a perdonare si ricorda del perdono immenso, incommensurabile che ha già ricevuto lui stesso in Cristo. In altre parole: ciascun cristiano si trova, nei confronti del proprio fratello, nella stessa situazione del servo a cui è stato condonato il debito inestinguibile.


Che venga condonato il debito immenso (cfr. Mt 18,27) significa che il perdono non può limitarsi a perdonare ciò che è scusabile, "i peccati veniali", ma che esso è tale quando perdona ciò che potrebbe sembrare imperdonabile. Perdonare l'imperdonabile: anche questo sta all'interno della misura del perdono cristiano.


Nella parabola evangelica (cfr. Mt 18,23-35) il servo spietato unisce nel suo comportamento cattiveria e stupidità. Che forse è la trascrizione in termini quotidiani della distinzione teologica tra peccati deliberati e peccati per ignoranza. Non è forse anche stupido il servo che, dopo essersi visto condonare un debito immenso, si mostra senza pietà nei confronti dell'uomo che gli doveva una cifra infinitamente inferiore? Spesso il peccato è il frutto della congiunzione di cattiveria e stupidità, di malvagità e ignoranza. O anche: spesso il peccatore, tanto è pericoloso, tanto è ridicolo.


La parabola mostra che il perdono non necessariamente muta il cuore di colui che lo riceve. La potenza e la grandezza del perdono stanno nell'unilateralità con cui l'offeso non tiene conto dell'offesa ricevuta, ricrea le condizioni per la relazione con l'offensore con un atto di totale gratuità e accetta di veder rigettato e umiliato il suo gesto. Il cristiano contempla il pieno dispiegarsi di questa unilateralità del perdano nel Cristo crocifisso: "Il Giusto, del quale a Pasqua si celebra la resurrezione, è colui che, asimmetricamente, restaura la reciprocità, risponde all'odio con l'amore, offre il perdono a chi non lo domanda" (Francis Jacques).


Questa unilateralità è la via scelta da Gesù Cristo per sconfiggere la mancanza di reciprocità di chi misconosce il perdono. È vittoria del bene sul male, è perdono del rifiuto del perdono, è evento pasquale.


Un aspetto non secondario della parabola matteana è la tristezza, il dolore dei compagni di servitù di fronte all'agire malvagio del servo che non ha pietà di colui che gli deve cento denari (v. 31). Lì non c'è spazio per il linguaggio del perdono, ma solo per lo sdegno e l'indignazione, per la ribellione di fronte all'ingiustizia che diviene coraggio della denuncia.


Vi è una giustizia del perdono che interviene quando il rapporto da bilaterale si apre a un terzo, come nel caso della parabola. Che il perdonato non perdoni a sua volta è un'ingiustizia che suscita la collera (v. 34), non la misericordia (v. 27). Se posso perdonare infinite volte il peccato contro di me, non ho l'autorità di perdonare il male che un altro fa a un terzo.


 


Immagine della domenica   



 


 


AMORE


Non temete il peccato degli uomini;


amate l’uomo anche nel suo peccato,


perché un tale amore


si avvicina all’amore di Dio.


(Fëdor Dostoevskij)


 


Preghiere e racconti


Come farsi perdonare?

Voi direte: E l'offesa, l'offesa che richiede il perdono? Certo esiste, ma il perdono è una cosa troppo grande per tirarlo indebitamente in ballo nel caso di tensioni legittime e tutto sommato benefiche.


Esiste quando appare quella realtà spaventosa e molto diffusa che è l'intolleranza, la quale genera la collera, il rancore e, anzitutto, il disprezzo degli altri. Esiste quando, invece di procedere insieme verso la verità delle nostre relazioni umane, anche a costo di rivedere continuamente le nostre idee, approfittando avidamente della luce proposta da altri, noi pretendiamo - a volte contro l'evidenza - di avere sempre ragione... Come perdonare allora? O come farsi perdonare? La risposta non è sempre facile, Ma una cosa è certa: che si offenda o si sia offesi, bisogna porsi, anzitutto, davanti a Dio. Che abbiamo fatto realmente del male a un'altra persona o che sia essa ad averci fatto del male..., spinti da quest'amore che ci libera dal male, sapremo preparare almeno le parole e i gesti che riconciliano.


(A.M. Carré, Per amore del tuo amore, Dio e gli altri)


 


La legge delle Settanta volte

Quando la Roccia (Pietro) Ti ha chiesto


quante volte doveva perdonare al suo fratello,


Tu non hai detto: “Sette volte”,


ma “quattrocentonovanta volte”!


In questo numero sono contenuti gli anni della nostra vita terrena,


dei sette periodi della nostra vita effimera:


per tutto il tempo che siamo in questo corpo


bisogna perdonare a chi si pente.


E, pur essendo stato l'ultimo


a non perdonare al debitore,


a causa della natura inferma della mia anima,


e ad essere imperfetto nel bene,


si realizzi in me, grazie a Te,


la parola del tuo comandamento, che mi è stato imposto;


voglia Tu perdonare le mie colpe, debiti verso di Te,


che sono più numerose della sabbia del mare.


La legge delle Settanta volte,


non sia solo a mia misura, a misura di me povero,


ma ancor più si rafforzi la tua legge,


secondo la tua misericordia che non si conta.


(Narsete Shnorhali, Gesù, Figlio unigenito del Padre)


 


Dimenticare è perdonare

Abele e Caino si incontrarono dopo la morte di Abele. Camminavano nel deserto e si riconobbero da lontano perché erano ambedue molto alti. I fratelli sedettero in terra, accesero il fuoco e mangiarono. Tacevano, come fa la gente stanca quando declina il giorno. Nel cielo spuntava qualche stella, che non aveva ancora ricevuto il nome. Alla luce delle fiamme, Caino notò sulla fronte di Abele il segno della pietra, e lasciando cadere il pane che stava per portare alla bocca chiese che gli fosse perdonato il suo delitto. Abele rispose: «Tu mi hai ucciso, o io ho ucciso te? Non ricordo più. Stiamo qui insieme come prima». «Ora so che mi hai perdonato davvero, disse Caino, perché dimenticare è perdonare». Abele disse lentamente: «È così, finché dura il rimorso dura la colpa».


(Jorge L. Borges)


 


«Ritieni quello un santo e chiedigli di pregare per te»

A volte si giunge a dei testi come il seguente tratto dalla Catechesi 18 di Simeone il Nuovo Teologo:


«Se vivi in comunità in mezzo ai fratelli, non opporti mai al padre che ti ha dato la tonsura, anche se lo vedi abbandonarsi alla lussuria o all'ubriachezza e se ti sembra che sovrintenda malamente al monastero, se sei percosso o disprezzato da lui e sei sottoposto a molte afflizioni. Non unirti a coloro che lo insultano, non andare con quelli che tramano contro di lui.


Sopportalo fino alla fine, senza impicciarti nelle sue malefatte. Conserva nel tuo cuore tutto il bene che gli vedi fare e sforzati di ricordare solo questo; tutte le cose sconvenienti e cattive che gli vedi fare e dire, imputale a te stesso, considerale come tuoi peccati e pentiti fra le lacrime; ritieni quello un santo e chiedigli di pregare per te».


 (SIMEONE IL NUOVO TEOLOGO, Catechesi 18, 132-145, in SYMÉON LE NOUVEAU THÉOLOGIEN, Catéchèses II, intr. e testo critico a cura di Basil Krivochéine, trad. it. di Joseph Paramelle, SC 104, Editions du Cerf, Paris 1964, p. 277).


 


Lo scorpione

Un monaco si era seduto a meditare sulla riva di un ruscello. Quando aprì gli occhi, vide uno scorpione che era caduto nell'acqua e lottava disperatamente per stare a galla e sopravvivere. Pieno di compassione, il monaco immerse la mano nell'acqua, afferrò lo scorpione e lo posò in salvo sulla riva. L'insetto per ricompensa si rivoltò di scatto e lo punse provocandogli un forte dolore. Il monaco tornò a meditare, ma quando riaprì gli occhi, vide che lo scorpione era di nuovo caduto in acqua e si dibatteva con tutte le sue forze. Per la seconda volta lo salvò e anche questa volta lo scorpione punse il suo salvatore fino a farlo urlare per il dolore. La stessa cosa accadde una terza volta. E il monaco aveva le lacrime agli occhi per il tormento provocato dalle crudeli punture alla mano. Un contadino che aveva assistito alla scena esclamò: «Perché ti ostini ad aiutare quella miserabile creatura che invece di ringraziarti ti fa solo male?». «Perché seguiamo entrambi la nostra natura» rispose il monaco. «Lo scorpione è fatto per pungere e io sono fatto per essere misericordioso».


 


Racconti

Si racconta di un abate che, quando veniva criticato, era solito scrivere il nome del monaco su un foglietto e lo metteva nel cassetto. In tal modo si ricordava che doveva contraccambiare il giudizio poco benevolo con una cortesia.


Si narra ancora di un mendicante che un giorno s’imbattè nel re, seduto su un cocchio dorato. Con sua meraviglia e sorpresa, il re lo guardò e gli tese la mano, chiedendo l'elemosina. Meravigliato, il mendicante frugò nella sua bisaccia ed estrasse un chicco di riso, il più piccolo che era riuscito a trovare. Alla sera, quando svuotò la bisaccia trovò il piccolo chicco trasformato in pepita d’oro. Si rammaricò. Se avesse donato tutto il suo riso, sarebbe diventato ricco.


 


Il perdono di Dio e il perdono dell'uomo

Raccontando le tre parabole della misericordia, Gesù intende mostrare che la sua accoglienza dei peccatori non è soltanto conforme alla volontà di Dio, ma è la rivelazione del volto di Dio. Il comportamento di Gesù è rivelazione, non solo obbedienza. Con la sua accoglienza Gesù rivela chi è Dio: ama i peccatori, li attende, li cerca e gioisce del loro ritorno. Di più. L'accoglienza dei peccatori da parte di Gesù non soltanto è la trasparenza del perdono di Dio, ma è la trasparenza della gioia del perdono di Dio. Dio gioisce nel perdono. Il tratto sottolineato in tutte e tre le parabole è proprio la gioia di Dio.


E vero che si parla anche di conversione del peccatore, ma l'attenzione si concentra sulla gioia di Dio per la conversione del peccatore. Nulla o quasi sulle azioni del peccatore che si converte. Si racconta ciò che prova Dio, non ciò che il peccatore deve fare. La conversione del peccatore è vista dalla parte di Dio. Si racconta ciò che Dio fa (cerca e gioisce), non anzitutto le modalità della conversione dell'uomo. La domanda teologica (come si comporta Dio?) viene prima della domanda morale (che cosa deve fare l'uomo per ritornare a Dio?). La gratuità del perdono non poteva essere illustrata meglio. La simpatia di Dio e il suo amore per il peccatore, precedono la conversione del peccatore. Dio ama il peccatore già prima, non solo dopo che si è convertito. E proprio questo amore previo, del tutto gratuito, che tocca il cuore del peccatore e lo converte. Ci si converte perché amati. Ci si converte perché perdonati.


Il pastore va in cerca della pecore smarrita - l'iniziativa della ricerca è soltanto sua - perché questa pecora continua ad essere preziosa ai suoi occhi. E il padre non cessa di amare il figlio che si è allontanato e continua ad attenderlo. Quando lo vede da lontano, gli corre incontro e lo abbraccia. Il figlio non ha ancora detto le parole che ha pensato da dire al padre, che immagina irato. E anche quando il figlio dice le parole che chiedono perdono, è come se al padre queste parole non importassero. La sua fretta è di accogliere, gioire, far festa. Le parole del figlio sembrano completamente sullo sfondo, quasi inutili.


E questo il vero volto di Dio, il volto di un padre e basta, che Gesù ha inteso rivelare con la sua incondizionata accoglienza dei peccatori.


Ma non possiamo fermarci qui. Lo stesso vangelo ci dice che il perdono ricevuto da Dio deve diventare un perdono che si prolunga ai fratelli: un perdono gratuito come quello di Dio, gioioso come quello di Dio. Il come è importante e difatti nella gioia di perdonare i fratelli l'uomo sperimenta la gioia del perdono ricevuto da Dio.


Certamente il perdono ai fratelli non è la ragione, la condizione e la misura del perdono di Dio. Tuttavia il legame è stretto e decisivo: il perdono ai fratelli è infatti il segno che si è davvero capito il perdono di Dio e lo si è veramente accolto.


Nella parabola di Matteo 18,21-35 questo è affermato con chiarezza. Il servo, così generosamente perdonato dal suo padrone, incontra un collega che gli deve pochi denari. Questi lo supplica, gli chiede un rinvio, ma il servo prima perdonato non vuole sentire ragioni, non si muove a compassione, esige il pagamento subito fino all'ultimo. Come è possibile, dopo aver ricevuto un tale condono, non essere capaci, a propria volta, di un piccolo condono? È inconcepibile! Evidentemente il servo perdonato non ha compreso la fortuna che gli è capitata. Il perdono ricevuto non lo ha rigenerato, ne l'incontro con la gratuità di Dio gli ha allargato lo spirito. Non ha capito che accettare di essere perdonati significa entrare in un modo nuovo di rapportarsi, nel quale i criteri dello stretto dovuto non sono più sufficienti.


Ma anche qui c'è una novità da non perdere: persino il perdono di Dio - e in generale il suo giudizio - è anche nelle nostre mani. Dio prende molto sul serio la nostra libertà. La gratuità del suo amore non è mai - ne potrebbe essere - senza la risposta della nostra libertà. La sorprendente novità evangelica è che la risposta al perdono di Dio sia il nostro perdono ai fratelli, non anzitutto qualcosa per Lui!


Ci si permetta di insistere. Matteo (5,44) e Luca (6,27-35) collocano l'imperativo del perdono ai nemici in un discorso in cui intendono sottolineare la differenza (la vera differenza) fra il cristiano e il mondo. L'amore al nemico, infatti, evidenzia - come non accade in nessuna altra forma di amore - le due note profonde di ogni autentico amore evangelico. Anzitutto la tensione all’universalità: nell'amore al nemico la figura del «vicino» si dilata sino a rinchiudere anche il «più lontano»: chi è più lontano del nostro nemico? E poi la nota della gratuità, che è l'anima di ogni vero amore.


Siamo convinti di dire cose sorprendentemente paradossali. Ma si tratta del Vangelo. E poi, se si guardano le cose più attentamente, si può anche intuire che il perdono è paradossale, ma anche necessario per la convivenza, a ogni livello: nelle relazioni familiari, nelle relazioni amicali, nella società. Addirittura nelle relazioni fra i popoli.


Senza un minimo di riconciliazione il mondo non sta in piedi. Un vecchio rabbino soleva dire che quando Dio creò il mondo, non riusciva a farlo stare in piedi. Poi creò il perdono, e il mondo stette in piedi.


Editoriale, in «Rivista del Clero Italiano» 88 (2007) 2, 83-85.  


 


«Abbi sempre misericordia di tali fratelli»

San Francesco d'Assisi, in una commovente lettera ad un ministro/ superiore, dava le seguenti istruzioni circa eventuali debolezze personali dei suoi frati: «E in questo voglio conoscere se tu ami il Signore e ami me servo suo e tuo, se farai questo, e cioè: che non ci sia mai alcun frate al mondo, che abbia peccato quanto poteva peccare, il quale, dopo aver visto i tuoi occhi, se ne torni via senza il tuo perdono misericordioso, se egli lo chiede; e se non chiedesse misericordia, chiedi tu a lui se vuole misericordia. E se, in seguito, mille volte peccasse davanti ai tuoi occhi, amalo più di me per questo: che tu possa attirarlo al Signore; e abbi sempre misericordia di tali fratelli»


(Francesco d’Assisi, Lettera a un Ministro, 7-10).


 


Preghiera 

Perdonami, Signore Gesù: ancora oggi ho avuto paura del rifiuto e dello scherno. Non


ce l'ho fatta a seguirti nella tua strada e sono sceso a patti con i criteri che, in questo mondo, fanno stare dalla parte dei vincenti.


Tu hai scelto l'amore e sei stato deriso, non creduto, infine ucciso. Mai hai smesso di amare e di dimostrare amore: quello che dicevi, lo mettevi in pratica. Sei stato uno sconfitto per le cronache mandane; ma nel silenzio di un'aurora di primavera, sei risorto da morte. L'amore, ci hai detto, è l'unica salvezza, e credere in te sconfigge ogni sopruso, ogni tirannico egoismo.


Perdonami, Signore Gesù, quando solo a parole dico la mia fede, quando mi rifugio nel nascondiglio del ‘così fan tutti’ invece di gustare gli spazi aperti delle tue vie, lungo le quali si sperimenta la gioia di dare la vita per i fratelli.


 



* Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di:


- Temi di predicazione. Omelie. Ciclo A, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 2004;2007-.


- Messalino festivo dell’Assemblea, Bologna, EDB, 2007.


- La Bibbia per la famiglia, a cura di G. Ravasi, Milano, San Paolo, 1998. 


- J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret, Milano, Rizzoli, 2007.


- J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret. Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2011.


- J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, L’infanzia di Gesù, Milano/Città del Vaticano, Rizzoli/Libreria Editrice Vaticana, 2012.


- E. BIANCHI et al., Eucaristia e Parola. Testi per le celebrazioni eucaristiche. Tempo ordinario anno A [prima parte], in «Allegato redazionale alla Rivista del Clero Italiano» 89 (2008) 4, 84 pp.


- Liturgia. Anno A. CD, Leumann (To), Elle Di Ci, 2004. 


- A. PRONZATO, Il vangelo in casa, Gribaudi, 1994.


- F. ARMELLI, Ascoltarti è una festa. Le letture domenicali spiegate alla comunità, Anno A, Padova, Messaggero, 2001.  


- D. GHIDOTTI, Icone per pregare. 40 immagini di un’iconografia contemporanea, Milano, Ancora, 2003.


---


- Immagine della domenica, a cura di García-Orsini-Pennesi.


 


PER APPROFONDIRE:


XXIV DOMENICA TEMPO ORDINARIO (A) 


 
editore |05.09.2017
XXX

Prima lettura: Ezechiele 33,1.7-9 






 Mi fu rivolta questa parola del Signore: «O figlio dell’uomo, io ti ho posto come sentinella per la casa d’Israele. Quando sentirai dalla mia bocca una parola, tu dovrai avvertirli da parte mia.  Se io dico al malvagio: “Malvagio, tu morirai”, e tu non parli perché il malvagio desista dalla sua condotta, egli, il malvagio, morirà per la sua iniquità, ma della sua morte io domanderò conto a te.  Ma se tu avverti il malvagio della sua condotta perché si converta ed egli non si converte dalla sua condotta, egli morirà per la sua iniquità, ma tu sarai salvato».






 




  • Se il Vangelo c'invita a essere custodi gli uni degli altri, a sua volta il testo del profeta Ezechiele indica nell'immagine della sentinella la caratterizzazione del proprio ruolo. Tale immagine, naturale in un contesto militare e in cui la guerra ha un posto importante nella vita quotidiana, come in una civiltà nella quale le mura della città erano appunto custodite da sentinelle, era immediatamente percepibile: la sentinella ha il compito di avvertire il popolo appena avvista il pericolo. Il profeta, da parte sua, non avvista i pur notevoli pericoli di eserciti nemici, bensì quelli ancora più insidiosi dell'allontanamento da Dio, dalla sua legge.


         Ciò che, però, il profeta Ezechiele afferma si rivela sorprendente perché egli non sarà sentinella nel senso che, avendo visto l'empio agire male, lo riprende di sua iniziativa. Al contrario, dovrà seguire un criterio ben preciso e determinato: «O figlio dell’uomo, io ti ho posto come sentinella per la casa d’Israele. Quando sentirai dalla mia bocca una parola, tu dovrai avvertirli da parte mia» (33,7). Dunque, è Dio stesso che si preoccuperà di dare l'«allarme» alla sentinella-profeta! Dio, cioè, si renderà garante dell'oggettività del richiamo, che ha il solo scopo di conseguire la salvezza dell'empio, la cui vita, davanti agli occhi di Dio, non ha meno valore di quella del giusto, essendo Egli il creatore dell'una come dell'altra: «Se io dico al malvagio: “Malvagio, tu morirai”, e tu non parli perché il malvagio desista dalla sua condotta, egli, il malvagio, morirà per la sua iniquità, ma della sua morte io domanderò conto a te» (33,8).


         Il profeta risulta perciò responsabile in caso di omissione del compito che Dio gli ha affidato: anche la vita dell'empio appartiene al Signore ed Egli non vuole certo sciuparla, perderla. Tuttavia, l'empio, da parte sua, conserva la responsabilità sulla propria vita e sul suo esito, qualora si ostini a non convertirsi: «Ma se tu avverti il malvagio della sua condotta perché si converta ed egli non si converte dalla sua condotta, egli morirà per la sua iniquità, ma tu ti sarai salvato» (33,9). Si tratta del famoso principio della responsabilità personale, secondo il quale le colpe personali ricadono soltanto su chi le ha commesse. Di questo l'empio dev'essere altamente consapevole, sapendo comprendere e scorgere nel richiamo del profeta-sentinella l'occasione per approfittare dell'offerta di misericordia da parte di Dio.




 


Seconda lettura: Romani 13,8-10






Fratelli, non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole; perché chi ama l’altro ha adempiuto la Legge. Infatti: «Non commetterai adulterio, non ucciderai, non ruberai, non desidererai», e qualsiasi altro comandamento, si ricapitola in questa parola: «Amerai il tuo prossimo come te stesso».  La carità non fa alcun male al prossimo: pienezza della Legge infatti è la carità.






 




  • Fungere da sentinella, avvertendo con saggezza unita a fermezza circa i pericoli di determinati comportamenti, non è un compito tra i più gratificanti nell'ambito di una comunità, grande o piccola che sia. Bene lo sapevano i profeti dell'antichità come pure i profeti di oggi. Non si può negare, però, che anche questo rappresenti un vero servizio d'amore a vantaggio di un'umanità spesso disorientata. Ed è proprio sull'amore che l'apostolo Paolo invita a riflettere, insistendo su un particolare di non poco conto: l'osservanza della legge. Infatti, contrariamente a chi lo dipinge come abrogatore della legge, Paolo intende incoraggiare i cristiani di Roma a realizzare il fine proprio della legge, ossia l'amore.


         Esaminando i tre versetti del brano, iniziamo dalla prima affermazione, la cui formulazione può sembrare un po' strana: «non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole; perché chi ama l’altro ha adempiuto la Legge» (13,8). Paolo ritiene che, se dev’esserci una qualche obbligazione tra fratelli di una comunità, questa non può che essere l'agape, l'amore, di cui ha già parlato abbondantemente in 12,9-21, esortando a essere sinceri nella carità e a non rendere a nessuno male per male, bensì a vincere il male con il bene.


         Nel versetto 9, poi, citando esplicitamente alcuni dei precetti mosaici e richiamando allusivamente gli altri, tira una conclusione che ben conosciamo, essendo tipica anche di altri passi del Nuovo Testamento, in particolare del Vangelo (Mc 12,28-31; Mt 22,34-40; Lc 10,25-28; Gv 13,34-35): «Infatti: “Non commetterai adulterio, non ucciderai, non ruberai, non desidererai”, e qualsiasi altro comandamento, si ricapitola in questa parola: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”». I tanti precetti della legge, cioè, in chi è giunto alla maturità della fede e dell'amore verso Dio, si rivelano riassumibili nel precetto dell'amore per il prossimo, il quale non ha bisogno di vietare, ma al contrario di spingere a fare di più per i fratelli. D'altronde, l'amore rende il cristiano più capace di vedere i bisogni di chi è il suo prossimo, non raramente anche di prevenirli.


         Infine, con il v. 10 si chiude la breve riflessione, ribadendo il rapporto tra amore e compimento della legge: «La carità non fa alcun male al prossimo: pienezza della Legge infatti è la carità». È utile sottolineare che quanto dice Paolo non costituisce una semplice parenesi, quasi un appello ai buoni sentimenti, ma un ritrovare nel nucleo stesso della rivelazione (la legge) le motivazioni profonde che insegnano l'agire di Dio agli uomini.


         La legge, quindi, secondo l'insegnamento paolino (cf. Romani e Galati), rimane efficace e necessario pedagogo che conduce a Cristo, giacché, in ultima analisi, colui che compie la legge si mette sulla medesima scia segnata dal Figlio di Dio, che ha interpretato la sua morte in croce come compimento della legge nell'amore. Una scia che porta alla croce, in quanto l'amore significa comunque rinunciare a se stessi per far posto a Dio e imitare la vita del Figlio.




 


Vangelo: Matteo 18,15-20






In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:  «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo. In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».






 


Esegesi 


     Il capitolo 18 del Vangelo di Matteo, rispondendo alla domanda riguardo ai fondamenti della vita di una comunità, ne presenta due di non trascurabile valore: la correzione fraterna e la preghiera in comune.


     Iniziamo dalla correzione fraterna, che viene esposta dall'evangelista in maniera abbastanza giuridica, come si deduce dal tipo di ragionamento seguito: a) v. 15, ossia la correzione in privato: «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello»; b) v. 16, la correzione in presenza di testimoni «se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni»; c) v. 17, correzione davanti all'assemblea come extrema ratio, prima dell'espulsione: «Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano».


     In realtà, tra i vari riferimenti del Nuovo Testamento alla correzione (Mt 7,4; Lc 6,41-42; Gal 6,1; 2Ts 3,15; 1Tm 5,l; 2Tm 2,25; Tt 3.10; Gc 5,19-20), questo di Matteo è il più preciso, ma è anche quello che si rivela subito, allo stato dei fatti, il più irrealizzabile, se non nel contesto limitato di comunità come Qumran (presso la quale esisteva una disciplina precisa in proposito) e, successivamente, quelle monastiche (si pensi al capitolo delle colpe). Può darsi che nella comunità dell'evangelista, di carattere giudeocristiano, si agisse in questo modo, poiché tale prassi risente della tradizione biblica. Infatti, 18,16 cita esplicitamente Dt 19,15, mentre il concetto generale della correzione fraterna si trova in Lv 19,17: «Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello; rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai d'un peccato per lui».


     Pur coscienti della problematicità storica di tale prassi nelle comunità antiche, non si può negare un dato: ogni membro della comunità si sente un po' responsabile di chi gli sta a fianco, il che vuol dire che, per la salvezza del fratello e il buon nome della comunità stessa, egli ritiene proprio dovere intervenire nella correzione. Questa, poi, può addirittura giungere all'estremo dell'espulsione nei casi di perdurante ostinazione da parte di chi è stato corretto. Per confermare questo tipo di «potere» da parte della comunità. Gesù dice: «In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo» (18,18). Anche Dio accetta la decisione che la comunità, dopo aver attentamente ponderato ed esplorato ogni possibile strada di correzione, consideri non più discepolo l'ostinato e lo affidi alla misericordia divina affinché lo faccia ritornare sui propri passi.


     L'altro fondamento, quello della preghiera in comune, è strettamente legato a quanto abbiamo detto finora: soltanto una comunità che sa riunirsi nella concordia della preghiera e della professione di fede in Gesù Cristo può intercedere per coloro che hanno voltato le spalle al vero pastore dell'umanità. Anzi, ancora più radicalmente, il Vangelo afferma che basta essere in due, che, in accordo, possono chiedere qualsiasi cosa al Padre, perché egli la conceda. E quale cosa migliore si può chiedere al Padre se non che nessuno si perda di quelli che Egli ha chiamato?


Quando tutte le altre metodologie falliscono, non rimane che implorare dal Padre il suo onnipotente intervento per raddrizzare ciò che ha preso una cattiva piega.


    


Meditazione 


     La fede in Dio diviene responsabilità verso il fratello e questa si declina come ammonizione e correzione del fratello: questo il messaggio che unisce prima lettura e vangelo. La correzione fraterna richiede un profondo senso di fede. Questo emerge dalle parole di Gesù secondo le quali essa deve esercitarsi nei confronti di chi «ha peccato», commettendo una colpa pubblica, non diretta in modo particolare contro l'altro. Il testo non dice: «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te». In quel caso, rivelerà Gesù, vi è il perdono senza misura (Mt 18,21-22).


La maturità di fede consiste nel sentirsi feriti dal peccato in quanto tale, non soltanto dall'offesa personale.


La correzione fraterna si oppone al silenzio complice, alla pigrizia di chi non vuole inimicarsi l'altro, ai meccanismi di autogiustificazione sempre pronti a trovare buoni motivi per non intervenire e non denunciare il male là dove è commesso. A livello ecclesiale la correzione corrisponde a una parola audace e profetica pronunciata a qualunque prezzo, perché di mezzo c'è il vangelo. Uno dei più frequenti peccati di omissione è il sottrarsi alla denuncia del male e del peccato, è il sottrarsi alla correzione fraterna.


     La capacità di correzione dice la libertà del credente. E anche la sua obbedienza radicale al vangelo e la sua appartenenza al Signore. L'autenticità dell'amore sgorgato dal vangelo si manifesta nella capacità di correggere colui che si ama. L'amore «spirituale», non psichico, vince la tentazione di tacere il peccato commesso dall'amico per timore di perderne l'amicizia. La correzione fraterna dice che l'amore cristiano deve essere vissuto all'interno della responsabilità per gli altri e per il mondo.


     La correzione fraterna va colta anche dal punto di vista di chi la riceve, che è sempre un fratello, un membro della comunità cristiana. Occorre molta umiltà e disponibilità a ricredersi e a ricominciare. L'autentica correzione fraterna non è un giudizio, e ancor meno una condanna, ma un evento sacramentale che fa regnare Cristo come terzo tra chi la esercita e chi la riceve. Essa richiede il coraggio della parola: coraggio che può nascere solo radicando la propria parola nella parola evangelica.


     I tre «gradi» del processo disciplinare nei confronti di chi ha peccato nella chiesa (Mt 18,15-17) indicano quantomeno imprudenza e la gradualità in cui si svolge il tentativo di accordare l'istanza evangelica con il rispetto del fratello peccatore al fine di recuperarlo. L'orizzonte della correzione è infatti quello espresso dal profeta Ezechiele, secondo cui Dio non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva (cfr. Ez 33,11).


     La scomunica (Mt 18,17) appare come extrema ratio. E certamente la prassi storica delle comunità potrà e dovrà creare e inventare forme di intervento che cerchino in ogni modo di evitare l'allontanamento di un fratello. Impressiona, nella Regola di san Benedetto, la procedura prevista nei confronti di un fratello peccatore: «L'abate si comporti come un esperto medico: se ha usato i lenitivi, gli unguenti delle esortazioni, i medicamenti delle divine Scritture, e, da ultimo, il cauterio dell'esclusione o delle battiture della verga, se vede che tutto il suo darsi da fare non serve a nulla, allora ricorra a ciò che è ancor più efficace: la preghiera sua e di tutti i fratelli per lui, affinché il Signore, che tutto può, operi la guarigione del fratello malato» (28,2-5).


     L'estensione ai membri della comunità, o almeno ai suoi responsabili, del potere di «sciogliere e legare», riservato al solo Pietro in Mt 16,19, dice l'importanza della corresponsabilità nell'esercizio dell'autorità nella comunità cristiana. E ribadisce un principio importante della prassi sinodale: «Ciò che nel corpo ecclesiale concerne tutti, deve essere discusso e approvato da tutti».


     Se nella Chiesa vi è divisione e peccato, essa però trova la sua unità nel Nome del Signore: lì, fosse ben tra due o tre credenti, perché mai nel Nuovo Testamento la Chiesa dipende dal numero, si può creare la sinfonia (vb. symphonéo: v. 19) gradita al Signore e da lui ascoltata.


 


Immagine della domenica





CORREZIONE CON AMORE


«Rabbi Aronne arrivò un giorno nella città in cui cresceva il piccolo Mardocheo, il futuro Rabbi di Lechowitz. Il padre di questi gli condusse il ragazzo e si lamentò che non avesse costanza nello studio. "Lasciatemelo qui un poco", disse Rabbi Aronne. Quando fu solo con il piccolo Mardocheo, strinse il bambino al suo cuore e in silenzio ve lo tenne vicino fino a che il padre tornò. "Gli ho fatto un discorsino" disse quindi Rabbi Aronne. "D'ora in poi la costanza non gli mancherà". Quando il Rabbi di Lechowitz raccontava questa vicenda aggiungeva: "Ho imparato allora come si convertono gli uomini"».


(MARTIN BUBER, I racconti dei Chassidim, Milano, Garzanti,1985, 245)


 


Preghiere e racconti



 



Le sentenze dei padri del deserto

Per molti anni due uomini erano vissuti insieme senza mai litigare. Un giorno, uno disse: “E se litigassimo almeno una volta come fanno tutti?”. L'altro rispose: “Io non so come si fa a litigare... Il primo disse: "Ecco: io colloco un mattone fra noi due e io dico che è mio e tu dici che è tuo. È così che comincia un litigio. Collocarono quindi il mattone fra di loro. Uno disse: “È mio”. L'altro disse: “No, è mio”. Riprese il primo: “Sì  è tuo; prendilo e vattene. E si separarono senza riuscire a litigare.


(L. Regnault, Le sentenze dei padri del deserto)


 


Correzione con amore

«Rabbi Aronne arrivò un giorno nella città in cui cresceva il piccolo Mardocheo, il futuro Rabbi di Lechowitz. Il padre di questi gli condusse il ragazzo e si lamentò che non avesse costanza nello studio. "Lasciatemelo qui un poco", disse Rabbi Aronne. Quando fu solo con il piccolo Mardocheo, strinse il bambino al suo cuore e in silenzio ve lo tenne vicino fino a che il padre tornò. "Gli ho fatto un discorsino" disse quindi Rabbi Aronne. "D'ora in poi la costanza non gli mancherà". Quando il Rabbi di Lechowitz raccontava questa vicenda aggiungeva: "Ho imparato allora come si convertono gli uomini"».


(MARTIN BUBER, I racconti dei Chassidim, Milano, Garzanti,1985, 245).


 


Assemblea nella falegnameria

Raccontano che nella falegnameria si ebbe un volta una strana assemblea. Fu una riunione di utensili (attrezzi) per risolvere le loro differenze. Il martello esercitò la presidenza, ma l'assemblea gli notificò che doveva rinunciare. La causa? Faceva troppo rumore! E, inoltre, passava il tempo battendo. - Il martello accettò la sua colpa, ma chiese che fosse anche espulsa la vite ; disse che era necessario dare molti giri perché servisse per qualche cosa . - Davanti a questo attacco, la vite accettò anche, ma a sua volta chiese l'espulsione della lima. Fece vedere che era molto aspra e aveva sempre frizioni con gli altri. - E la lima fu d'accordo, a condizione che fosse espulso il metro che passava il tempo misurando gli altri come se lui fosse l'unico perfetto.


Stando così le cose entrò il falegname, si mise il grembiale e iniziò il suo lavoro. Utilizzò il martello, la lima, il metro e la vite. Finalmente, l'aspro legno iniziale diventò un bellissimo mobile.


Quando la falegnameria restò di nuovo vuota, l'assemblea riprese la deliberazione. Fu allora che prese la parola la sega e disse: "Signori, è rimasto chiaro che abbiamo difetti, ma il falegname lavora con le nostre qualità. E' questo che ci fa preziosi. Dunque non dobbiamo pensare ai nostri punti cattivi e concentriamoci nell'utilità dei nostri punti buoni."


L'assemblea trovò allora che il martello era forte, la vite univa e dava forza, la lima era speciale per affinare e limare le asprezze e osservarono che il metro era preciso ed esatto. Si sentirono tutti un'equipe capace di produrre mobili di qualità. Si sentirono orgogliosi delle loro fortezze e di lavorare insieme.


 


L'amicizia e la correzione fraterna in S. Giovanni Crisostomo

«Più di noi stessi, se lo volete, voi potete beneficarvi a vicenda: passate più tempo insieme, conoscete meglio di noi le vostre relazioni reciproche, non vi sono nascoste le vostre mancanze vicendevoli, avete più franchezza, più amore, più consuetudine reciproca: questi non sono piccoli vantaggi per ammaestrare, anzi ne offrono una possibilità grande e opportuna; e più di noi potete rimproverare ed esortare. E non solo questo, ma io sono solo, e voi molti; e tutti potete, quanti siete, essere maestri. Perciò vi scongiuro: non trascurate questa grazia! Ciascuno ha una moglie, ha un amico, ha un servo, ha un vicino: questi ammonisca, quelli esorti. Non è un assurdo? Per il cibo si fanno banchetti e simposi, vi sono giorni stabiliti per riunirsi e quello in cui uno manca personalmente, viene compiuto dalla società, come ad esempio se si debba partecipare a un funerale, o a un banchetto, o si debba aiutare in qualcosa un prossimo. E, invece, per ammaestrare alla virtù non si fa nulla di ciò! Sì, vi scongiuro! Nessuno lo trascuri! Riceverà da Dio una grande ricompensa!


[…] «Ma non so parlare» si dice. Non c'è bisogno di saper parlare né d'eloquenza. Se vedi un tuo amico che si abbandona all'impudicizia, digli: «Ciò che fai è un'azione cattiva; non ti vergogni? Non arrossisci? È male!». Ma lui non sa che è male? si obietta. Certo, lo sa, ma la passione lo trascina. Anche gli ammalati sanno che una bevanda fredda fa loro male, e tuttavia c'è bisogno di chi glielo impedisca. Chi soffre, non sa facilmente dominarsi, se è ammalato. C'è bisogno di te, che sei sano, per curarlo; e se non riesci a persuaderlo a parole, osserva dove va e impedisciglielo, forse se ne vergognerà. «Ma che giova se agisce così per me, se solo per me se ne trattiene?». Non sottilizzare troppo: intanto distoglilo in qualsiasi modo dall'azione cattiva; si abitui a non precipitarsi in quel baratro sia per te, sia per qualsiasi altro impedimento: è già un guadagno. E quando si sarà abituato a non recarsi più là, allora, dopo che si sarà un po' riavuto, potrai riavvicinarlo e insegnargli che bisogna evitare ciò per Dio e non per gli uomini. Non pretendere di correggerlo tutto in una volta, perché non ci riuscirai; bensì piano piano, un po' alla volta.


E se lo vedi andare a bere, se lo vedi recarsi a banchetti dove ci si ubriaca, comportati nello stesso modo. Anzi, supplicalo di aiutarti a correggerti se vede che tu hai qualche difetto. In tal modo rivolgerà in sé il rimprovero, vedendo che anche tu hai bisogno di ammonizione, e che lo aiuti non perché sei il correttore di tutti, o il maestro, ma sei un amico e un fratello. Digli: Ho giovato a te ricordandoti qualcosa di utile; anche tu, se vedi in me qualche difetto, prendimi per i capelli e raddrizzami: se mi vedi irascibile, o avaro, frenami e legami con le tue ammonizioni. Questa è l'amicizia, così il fratello viene aiutato dal fratello e diventa una città fortificata (cf. Pr 18,19). Non è il mangiare o il bere insieme che crea l'amicizia: così l'hanno anche i ladri e gli assassini; ma se siamo amici, se veramente ci diamo pensiero l'uno dell'altro, ci dobbiamo anche accordare. E questo ci porta a un'amicizia utile e ci impedisce di precipitare nella geenna.


D'altra parte chi viene rimproverato non si turbi, siamo uomini e abbiamo difetti; e chi rimprovera non lo faccia pubblicamente, insultando e facendo mostra di sé, ma a quattr'occhi e con dolcezza; ha bisogno di tanta dolcezza colui che ammonisce, se vuole che sia ben accolto il suo discorso tagliente. Non vedete i medici, quando bruciano o quando tagliano, con quanta dolcezza applicano la loro terapia? E molto più lo deve fare chi ammonisce, perché il rimprovero è più violento del ferro e del fuoco, e fa sobbalzare. Per questo motivo anche i medici si esercitano molto per riuscire a incidere con calma, e lo fanno con dolcezza, in quanto è possibile, e incidono un poco e poi permettono di riprendere il fiato. Così si devono fare anche i rimproveri, perché chi viene ammonito non se ne sottragga. E se fosse necessario venire insultati e anche schiaffeggiati, non ricusiamolo; anche quelli infatti che subiscono un intervento urlano mille cose contro coloro che li operano, però essi non guardano a nulla di ciò, ma solamente alla salute dei pazienti. Così, anche nel nostro caso, si deve fare di tutto perché il rimprovero risulti utile, e si deve sopportare tutto guardando il premio che c'è preparato. È detto: Portate i pesi gli uni degli altri e così adempirete la legge del Cristo (Gal 6,2). Così, ammonendoci e sopportandoci a vicenda, potremo completare l'edificazione del Cristo».


(Cfr. GIOVANNI CRISOSTOMO, Omelie sulla lettera agli ebrei, 30,2).


 


Correzione fraterna

Ciascuno deve rispondere del fratello, ciascuno è custode del fratello. Un’espressione tipica di questa corresponsabilità è data appunto dalla correzione fraterna. A proposito della quale sarà opportuno fare alcune precisazioni fondamentali:


1. Essere custode non significa comportarsi da spia o poliziotto dell'altro.


2. “Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te...”. Bisogna accertare la colpa, prima di tutto. E vedere di che colpa si tratta. Il fratello non pecca contro di te se non ha le tue stesse idee, non condivide le tue simpatie o antipatie, non si arruola per le tue cause. Il fratello non va ripreso per la colpa di non essere a tua immagine e somiglianza, a portare in giro la “sua” faccia, che non coincide con la tua.


Attenti, perciò, a non confondere il peccato con il diverso. A non definire “male” ciò che semplicemente non rientra nei nostri gusti e nei nostri schemi. Attenti, soprattutto, a non intervenire continuamente per delle sciocchezze, per delle cose assolutamente marginali. Certe persone religiose pare possiedano l'arte di "asfissiare", più che liberare, aiutare, promuovere.


3. La procedura indicata da Matteo (Mt 18,15-20) non va confusa con un processo. Si tratta piuttosto di una mano tesa ostinatamente ma con delicatezza estrema verso l’altro che minaccia di allontanarsi, di separarsi. E non è detto che le fasi debbano essere rigidamente tre. Possono e devono essere molte di più, con tutte le iniziative suggerite dalla fantasia e dal cuore che non si arrende mai, malgrado i ripetuti insuccessi.


4. Prima ancora di far capire al fratello che ha sbagliato, occorre dimostrargli e convincerlo che è amato, nonostante tutto. La carità, la pazienza, la misericordia, la sensibilità, sono la luce indispensabile attraverso la quale il deviante può scoprire il proprio errore di rotta. Più che richiamano all’ordine, occorre richiamarlo a lasciarsi amare.


5. La correzione fraterna implica, oltre che la carità, anche l'umiltà. Umiltà che si traduce nell'abbandono di qualsiasi atteggiamento di superiorità. Il peccatore deve comprendere che chi lo ammonisce è peccatore quanto e più di lui, uno che condivide la sua stessa fragilità e miseria. Non: «Guarda che cosa hai fatto!», ma: «Guarda che cosa siamo capaci di fare...».


6. Il metodo più efficace per far capire l’errore, non è l’impiego delle parole e delle dimostrazioni teoriche o le citazioni di un codice, ma l’illustrazione pratica, personale, della virtù dimenticata, del valore disatteso, dell'ideale calpestato. Meglio sempre gli “annunci” che le “denunce”. Anche perché le denunce possono essere sospette per il fatto stesso che non costano niente. Sovente parliamo e gridiamo troppo, perché la nostra condotta non è abbastanza eloquente. Siamo predicatori implacabili e moralisti insopportabili perché la santità della nostra vita non è tale da costituire una silenziosa condanna di certi difetti e deviazioni. Si può insegnare in maniera efficace anche col silenzio. Sempre che la vita parli, naturalmente.


7. I ruoli non sono mai definiti, ma risultano intercambiabili. Per cui non ti è consentito rivendicare il dovere di criticare l'altro, se non gli concedi il diritto di criticare, a sua volta, i tuoi comportamenti poco corretti.


8. La scomunica e l’esclusione, più che un elemento punitivo, devono costituire un motivo di riflessione e uno stimolo alla conversione. Devono avere una funzione pedagogica, non vendicativa. Non è tanto la comunità che decreta l'esclusione, quanto il fratello, peccatore ostinato, che si pone automaticamente, e pervicacemente, in stato di separazione, fuori dalla comunione. E lui che si scomunica. La comunità non fa altro che prendere atto, dolorosamente. Si tratta, perciò, di «aiutare il fratello a prendere coscienza del suo stato di separazione, perché possa, di conseguenza, ravvedersi. Lo scopo è quello di creare nel peccatore uno stato di disagio, perché è proprio in una situazione di disagio che spesso Dio si inserisce e spinge al ritorno» (B. Maggioni). Illuminante, a questo proposito, risulta la cosiddetta “parabola del figliol prodigo”. Comunque, la comunità non deve mai alzare il ponte levatoio. Deve sempre tenere la porta aperta, la luce accesa. Una comunità si rivela cristiana quando non si rassegna alla perdita definitiva di un membro, ma si dimostra sempre pronta ad accogliere, perdonare, riconciliare. E fa tutti i passi possibili e impossibili perché avvenga il ritorno atteso. E ci dovrebbe sempre essere aria di festa, non musi lunghi, quando il fratello, lo sbandato, ricompare all’orizzonte. Teniamo pronta la musica, la tavola imbandita, non i rimbrotti, le accuse.


Tutti siamo al sicuro soltanto quando nessuno è fuori.


9. ...E anche quando l'altro si pone fuori dalla comunità, si autoesclude, non per questo hai esaurito il tuo compito. Gli “devi” ancora più amore.


(A. Pronzato, “Tu solo hai parole . Incontri con Gesù nei vangeli”, vol. III, Torino, Gribaudi, 264-269). 


 


Correzione fraterna: la correzione evangelica                   

Quando vuoi ammonire qualcuno alle cose belle, prima da' ristoro al suo corpo e onoralo con una parola colma di amore. Non c'è nulla che renda modesto un uomo e lo persuada a convertirsi dalle cose cattive a quelle buone, come il bene corporale e l'onore dimostratogli da qualcuno.


Un secondo strumento di persuasione è lo sforzo di un uomo a essere lui stesso uno spettacolo lodevole. Colui che ha ottenuto di possedere se stesso per mezzo della preghiera e della vigilanza, potrà facilmente avvicinare il suo compagno alla vita, anche senza la fatica delle parole o l'ammonizione esplicita. Colui che prende le difese dell'oppresso, trova un difensore nel suo Creatore. Colui che presta il suo braccio per aiutare il suo prossimo, riceve il braccio di Dio per lui. Colui che accusa suo fratello per i suoi mali, troverà Dio come suo accusatore. Colui che raddrizza suo fratello nel segreto di una stanza, cura il suo male; ma colui che lo accusa nell'assemblea, rinsalda le sue ferite.


Colui che cura suo fratello in privato, rivela la forza del suo amore; ma colui che lo espone all'occhio dei suoi compagni, fa conoscere la forza della sua propria invidia. L'amico che cura nel segreto, è un medico sapiente; ma colui che cura all'occhio di molti, in verità è uno che ingiuria. Il segno della misericordia è il perdono di qualsiasi offesa, e il segno di una cattiva intelligenza è che si mutino le parole rivolte al peccatore. Colui che accosta la medicina alla correzione, corregge con amore, ma colui che cerca la vendetta è vuoto di amore. Dio corregge nell'amore e non per amore di vendetta. Non sia mai! Perché egli cerca di guarire la sua immagine e non conserva la sua collera. Se sei adirato contro qualcuno, o ardi di zelo a motivo della fede o a motivo delle sue opere cattive, o lo accusi o lo ammonisci, vigila sulla tua anima, perché tutti abbiamo nei cieli un giudice giusto.


Se infatti tu hai pietà e cerchi di convertirlo alla verità, soffrirai sofferenza a causa sua. Con lacrime e con amore gli dirai una o due parole, senza ardere d'ira contro di lui, allontanando da te i segni dell'inimicizia.


L'amore non sa adirarsi, non si irrita, non rimprovera con passione. Il segno dell'amore e della conoscenza è una profonda umiltà che proviene dall'intelligenza dell'intimo. Guarda di non essere dominato dalla passione di coloro che sono ammalati del desiderio di correggere gli altri e che da se stessi vogliono essere i censori e i correttori di tutte le infermità degli uomini. Questa è una dura passione ...


In verità, è meglio per te trovarti a cadere nella lussuria, piuttosto che in questa malattia.


(ISACCO DI NINIVE, Un umile speranza, Magnano, Qiqajon, 1999, 198 -200).


 


Con grande misericordia e discrezione

      Quelli cui è stata affidata la guida di molti con la loro mediazione devono far progredire i più deboli nel cammino di assimilazione a Cristo, come dice il beato Paolo: «Fatevi miei imitatori, come anch'io lo sono di Cristo» (1 Cor 1,1). Conviene dunque che essi per primi diventino un esempio perfetto praticando quella misura di umiltà che ci è stata consegnata dal Signore nostro Gesù Cristo. Egli dice infatti: «Imparate da me, che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,29). La mitezza nell'agire e l'umiltà di cuore siano quindi i caratteri propri di chi presiede la comunità. Se infatti il Signore non si è vergognato di servire i suoi servi, ma ha acconsentito a farsi servo della terra e del fango, che egli stesso ha plasmato e cui ha dato forma umana - dice infatti: «Io sono in mezzo a voi come colui che serve» (Lc 22,27) - che cosa non dovremo fare noi per i nostri simili prima di crederci giunti a imitarlo? Questa è dunque la prima qualità che deve possedere in così grande misura chi presiede. Sia inoltre misericordioso e sopporti pazientemente quelli che mancano al loro dovere per inesperienza, non passi sotto silenzio i peccati ma sopporti con mitezza chi si comporta come un bambino e gli offra le sue cure con grande misericordia e discrezione. Dev'essere infatti capace di trovare il modo appropriato per curare ogni passione, senza rimproverare con arroganza, ma ammonendo e correggendo con mitezza, come sta scritto (cfr. 2Tm 2,25); sia attento all'oggi, previdente per il domani, capace di lottare con i forti e di portare le infermità dei deboli, di fare e dire ogni cosa per guidare alla perfezione quanti vivono con lui.


(BASILIO DI CESAREA, Regole diffuse 43,1-2, in ID., Le regole, Bose, 1993, pp. 192-193).


 


Preghiera

Grande è il tuo amore, o Dio!


Tu vuoi aver bisogno di uomini


per farti conoscere agli uomini,


e così leghi la tua azione e la tua parola divine


all'agire e al parlare di persone


né perfette né migliori degli altri.


Grande è il tuo amore, o Dio!


Non hai timore della nostra fragilità


e neppure del nostro peccato: l'hai fatto tuo,


perché fosse nostra la tua vita


che guarisce ogni male.


Grande è il tuo amore, o Dio!


Ancora rinnovi la tua alleanza


grazie a chi tra noi spezza il Pane di vita,


a chi pronuncia le parole del perdono,


a chi fa risuonare annunci di vangelo,


a chi si fa servo dei fratelli,


testimoni del tuo amore infinito


che rendono visibile il Regno.


Ti preghiamo, o Dio: fa' che queste persone


non vengano mai meno.


 



* Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di:


- Temi di predicazione. Omelie. Ciclo A, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 2004;2007-.


- Messalino festivo dell’Assemblea, Bologna, EDB, 2007.


- La Bibbia per la famiglia, a cura di G. Ravasi, Milano, San Paolo, 1998. 


- J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret, Milano, Rizzoli, 2007.


- J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret. Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2011.


- J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, L’infanzia di Gesù, Milano/Città del Vaticano, Rizzoli/Libreria Editrice Vaticana, 2012.


- E. BIANCHI et al., Eucaristia e Parola. Testi per le celebrazioni eucaristiche. Tempo ordinario anno A [prima parte], in «Allegato redazionale alla Rivista del Clero Italiano» 89 (2008) 4, 84 pp.


- Liturgia. Anno A. CD, Leumann (To), Elle Di Ci, 2004. 


- A. PRONZATO, Il vangelo in casa, Gribaudi, 1994.


- F. ARMELLI, Ascoltarti è una festa. Le letture domenicali spiegate alla comunità, Anno A, Padova, Messaggero, 2001.  


- D. GHIDOTTI, Icone per pregare. 40 immagini di un’iconografia contemporanea, Milano, Ancora, 2003.


---


- Immagine della domenica, a cura di García-Orsini-Pennesi.


 


PER L'APPROFONDIMENTO:


 
editore |24.07.2017
XXX

 Prima lettura: 1 Re 3,5.7-12






n quei giorni a Gàbaon il Signore apparve a Salomone in sogno durante la notte. Dio disse: «Chiedimi ciò che vuoi che io ti conceda».  Salomone disse: «Signore, mio Dio, tu hai fatto regnare il tuo servo al posto di Davide, mio padre. Ebbene io sono solo un ragazzo; non so come regolarmi. Il tuo servo è in mezzo al tuo popolo che hai scelto, popolo numeroso che per la quantità non si può calcolare né contare. Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male; infatti chi può governare questo tuo popolo così numeroso?».  Piacque agli occhi del Signore che Salomone avesse domandato questa cosa. Dio gli disse: «Poiché hai domandato questa cosa e non hai domandato per te molti giorni, né hai domandato per te ricchezza, né hai domandato la vita dei tuoi nemici, ma hai domandato per te il discernimento nel giudicare, ecco, faccio secondo le tue parole. Ti concedo un cuore saggio e intelligente: uno come te non ci fu prima di te né sorgerà dopo di te».


 






 




  • Nella scena rievocata in questo brano (1 Re 3,3-15) ci troviamo agli inizi del regno di Salomone, quando ancora non si ha nessun indizio della perversione che secondo il racconto biblico successivo caratterizzerà il resto della sua vita (1 Re 11). Qui il giovane re ci viene presentato come un modello di uomo saggio, che chiede come supremo dono da Dio il giusto discernimento per poter governare bene il suo popolo. La saggezza di Salomone, caratterizzata altrove anche per una vasta conoscenza di carattere enciclopedico (cf 1 Re 5,9-14), viene qui qualificata come capacità di comprendere i propri limiti, e nello stesso tempo di sentire la necessità dell'aiuto del Signore per «distinguere il bene dal male» (v. 9).


         Ciò è possibile col dono del «cuore docile» (lett. in ebraico «cuore che ascolta»), definito poi come «un cuore saggio e intelligente» (v. 12). Così, non si tratta tanto di una saggezza quantitativa, ma qualitativa. È interessante notare come la sapienza preferita in questa preghiera da Salomone sia contrapposta agli altri beni di carattere più mondano che pure sono considerati importanti nell'Antico Testamento: vita lunga, ricchezza e, specialmente per un re, morte dei nemici.


         Proprio diverse, rispetto a questo ultimo punto, erano state le raccomandazioni di Davide al figlio prima della morte (1 Re 2,5-9). Inoltre, Salomone ha riconosciuto prima la fedeltà del Signore alla promessa fatta a Davide, per cui ringrazia il suo Dio per aver ereditato il trono di suo padre (v. 6).




 


Seconda lettura: Romani 8,28-30






   


       Fratelli, noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno. Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto, li ha anche predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; quelli poi che ha predestinato, li ha anche chiamati; quelli che ha chiamato, li ha anche giustificati; quelli che ha giustificato, li ha anche glorificati.


     






 




  • In questi tre brevi versetti anche Paolo ci offre un suo abbozzo del tema del regno di Dio, più caratteristico dei vangeli sinottici. Egli ci vede coinvolti in esso, in quanto corrisponde al «disegno» di Dio per noi. Giunto alla conclusione della sua esposizione della storia della salvezza che costituisce l'argomento della Lettera ai Romani, Paolo contempla in anticipo il suo compimento nella glorificazione finale insieme a Cristo, dopo che si sono percorse le tappe intermedie della elezione, della chiamata e della giustificazione. Tenendo presente tutto questo, egli può dire prima che «tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono chiamati secondo il suo disegno».


         Nel v. 28 abbiamo in Paolo uno dei pochi casi in cui il verbo amare ha Dio come oggetto e l'uomo come soggetto (gli altri casi si hanno in 1 Cor 2,9; 8,3; Ef 6,24). Ma anche in questo caso non si deve dimenticare che ci troviamo inseriti in un processo nel quale l'iniziativa è esclusivamente di Dio che chiama. Del resto prima Paolo ha parlato chiaramente dell'amore con cui Dio ci ha preceduto facendoci dono del suo Spirito: «La speranza poi non delude, perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (5,5). Questo concetto è ancora ribadito in 1 Giov 4,10: «Non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati».




 


Vangelo: Matteo 13,44-52






 In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi  averi e compra quel campo. Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra. Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci.


  Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».


 






 


Esegesi 


     Possiamo distinguere in questo brano evangelico tre brevi sezioni:


     1) Il tesoro nascosto e la perla preziosa (vv. 44-46)


     La forza evocatrice di queste due brevi parabole balza immediatamente agli occhi attraverso le due qualifiche abbastanza simili che le riassumono emblematicamente: tesoro, (perle) preziose. Queste due condizioni mettono in moto l'interesse di chi è capace di apprezzarle. Ma il contesto umano presupposto alle due immagini è diverso. Il tesoro na-scosto è scoperto per caso da chi lavora un campo non proprio per conto di estranei, mentre le perle preziose riguardano un mercante che lavora professionalmente per cercarle. Nell'un caso come nell'altro, ciò che conta è il capire che si è di fronte ad un'occasione da non perdere.


     Le due parabole, nella loro brevità, sono formulate in una maniera parallela, giacché in entrambi i casi si ripetono i quattro verbi fondamentali: trova/trovata, va, vende tutti i suoi averi, compra. Solo nel primo caso, trattandosi di una scoperta non prevista, si accentua il senso della sorpresa aggiungendo «pieno di gioia». In realtà, le situazioni evocate dalle due parabole sono un po’ diverse e servono bene a sottolineare due atteggiamenti spirituali differenti nei confronti del regno di Dio. Nel caso del contadino che lavora come salariato, c'è la sorpresa per una scoperta non prevista, ma ciò nonostante egli sa essere abbastanza tempestivo nel prendere le decisioni giuste per non perdere l'occasione di un insperato vantaggio. Nel mercante di perle preziose questa disposizione è più esplicita e in qualche modo più scontata.


     Anche di fronte al regno di Dio il nostro segreto desiderio di scoprirlo può presentare prima dell'incontro diversi gradi di consapevolezza, i quali conducono comunque ad un certo punto al passo decisivo dell'impegno personale e di una svolta di vita.


     2) La rete gettata nel mare (vv. 47-50)


     A proposito di questa parabola si deve ripetere quanto abbiamo osservato per quella che parlava del grano e della zizzania. Anche qui si parla di un elemento negativo, i pesci cattivi o scadenti da gettare via, i quali però non costituiscono l'oggetto principale di tutta l'operazione, ma solo una condizione necessaria per la realizzazione della finalità specifica della pesca, la raccolta dei pesci buoni. Usando lo stesso simbolo, suggerito allora dal suo mestiere. Gesù aveva detto a Pietro: «Non temere, d'ora in poi sarai pescatore di uomini» (Lc 5,10).


     La conclusione della parabola (vv. 49-50) è simile a quella precedente relativa alla spiegazione aggiunta alla parabola del grano e della zizzania (vv. 41-42): angeli, fornace ardente, pianto e stridore di denti.


     3) Il vero scriba (vv. 51-52)


     Gli scribi, esperti della Scrittura ebraica e della tradizione, rappresentano in Matteo una categoria di persone che, accanto ai sommi sacerdoti e ai farisei, sono menzionati molte volte in modo negativo e polemico, in quanto sono incapaci di comprendere la novità del messaggio di Gesù. Solo qui e in Mt 23,34 («Perciò ecco, io vi mando profeti, sapienti e scribi; di questi alcuni ne ucciderete e crocifiggerete, altri ne flagellerete nelle vostre sinagoghe e li perseguiterete di città in città») sembra che vengano visti in senso positivo. Ma nel nostro passo si dice chiaramente che si tratta di uno scriba convertito, che è divenuto «discepolo del regno dei cieli». Così il riscatto della sua figura avviene attraverso il suo superamento, per ribadire che il vero scriba è ormai quello che si fa discepolo, in analogia con quanto si è detto in Mt 11,11 : «In verità vi dico: tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista; tuttavia il più piccolo nel regno dei cieli è il più grande di lui». Ma nello stesso tempo si sottolinea un elemento di continuità tra l'antica e la nuova economia in armonia con quanto è stato detto ancor prima: «Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per compimento» (Mt 5,17).


     Se lo scriba offre qui un modello positivo che si può adattare al discepolo, è in forza di una qualità che gli era riconosciuta come caratteristica: la riflessione sui sacri testi della tradizione che può essere integrata con le osservazioni tratte dalla vita di ogni giorno; di tale atteggiamento si ha un esempio molto significativo proprio nelle parabole.


     In realtà, questo detto sullo scriba-discepolo suggella per Mt tutto il suo capitolo delle parabole, quasi a voler suggerire l'analogia che c'è tra il procedimento del discorso parabolico e l'attività esegetica dello scriba, che diventa feconda quando non si cristallizza sulle conoscenze del passato, ma si sa aprire agli orizzonti dischiusi dalla nuova rivelazione di Dio anche attraverso gli eventi della vita quotidiana.


 


Meditazione 


     La sapienza fa l'unità tra prima lettura e vangelo. Sapienza di Salomone che si esprime nel suo pregare, nel suo chiedere a Dio un cuore capace di ascolto, ovvero il discernimento per giudicare e governare, sapienza di Gesù che si esprime nel suo parlare in parabole ma anche sapienza dei protagonisti delle parabole del tesoro e della perla (Mt 13,44-45) che emerge nel loro discernimento e nella loro pronta decisione, e infine sapienza dello scriba divenuto discepolo del Regno che trae fuori dal suo tesoro cose nuove e cose antiche (Mt 13,52). La sapienza non è manichea, non elimina l'antico a esclusivo favore del nuovo e non resta ostinatamente attaccata all'antico per timore del nuovo, ma fa del nuovo la reinterpretazione dell'antico e dell'antico il fondamento del nuovo.


     La sapienza è l'arte di orientarsi nella vita, l'arte di governare il timone della nave: «l'uomo sapiente terrà saldamente il timone» (Pr 1,5 LXX). È l'arte del traghettatore, di chi governa, di chi istruisce. Ma è anzitutto l'arte di chi governa se stesso. Arte che si ottiene mediante la faticosa conoscenza di sé: «Il vero inizio per crescere in virtù è conoscere se stesso. Colui che si conosce è il solo padrone di sé e, senza avere un regno, è veramente un re» (Ronsard). È l'arte di cui oggi, nello smarrimento e nel disorientamento in cui viviamo, abbiamo grande bisogno. «Tu il tesoro, Tu la perla preziosa; o Signore, Tu hai incontrato me, non io ho trovato Te; Tu hai conquistato e afferrato me, non io ho acquistato Te; o mio Tu, io sono tuo». Questa antica invocazione suggerisce che il vero soggetto delle parabole di Mt 13,44-46 non è il mercante che ha acquistato la perla e nemmeno il bracciante che ha acquistato il campo che prima ha lavorato, ma proprio il tesoro, la perla preziosa: essi sono la luce che da nuovo senso e orientamento alla vita e in nome e in vista di cui si può vendere tutto, abbandonare tutto.


     E si può lasciare tutto nella gioia. La radicalità cristiana è autentica se sigillata dalla gioia. Anzi, la gioia è costitutiva di tale radicalità, perché questa va vissuta come grazia e nel rinnovarsi di una quotidiana gratitudine. Noi siamo grati di essere nella gioia.


     L'esperienza di chi trova il tesoro e vende tutto per esso è in realtà l'esperienza di chi sente la parola di Dio che gli dice: «Tu sei prezioso ai miei occhi e io ti amo; io do uomini e popolazioni in cambio di te» (Is 43,4). È questo amore il segreto della gioia della radicalità di una vita cristiana, è questo amore il bene prezioso da custodire e salvaguardare, è questo amore del Signore e per il Signore che può rinnovare vite tentate da vecchiezza, stanchezza, insensibilità, cinismo, indifferenza. A noi che nella preghiera diciamo al Signore: «Sei tu il mio Signore, nessun bene per me al di fuori di te» e «Sei tu il mio unico bene» (Sal 16,2) e ancora «In te, o Dio, gioisce il mio cuore, esulta il mio intimo» (Sal 16,9), è chiesto di metterci alla prova se Cristo abita in noi (cfr. 2Cor 13,5). E questo perché noi abitiamo là dov'è il nostro tesoro: è il tesoro che ci colloca, che ci situa. Se Cristo abita in noi, noi dimoriamo in Cristo e allora possiamo gioire di gioia indicibile nel cammino verso il Regno. C'è solo da riscoprire ogni giorno la preziosità del dono ricevuto combattendo la tentazione del banale, dello scontato, del «tutto è dovuto».


     Sia l'uomo che ha trovato la perla nel campo sia il mercante che ha trovato la perla di gran valore sono accomunati, nel loro agire coraggioso, forse anche folle e poco prudente («vendere tutto per acquistare una sola cosa»), dell’osare la propria gioia. La preziosità di una cosa e di una persona è relativa alla gioia che suscita in noi. La scelta dei due protagonisti delle parabole, così assimilabile alla radicalità cristiana (cfr. Mt 19,21: «Vendi i tuoi beni e dalli ai poveri e avrai un tesoro nei cieli, poi vieni e seguimi»), avviene nella gioia procurata dalla scoperta, prosegue nella gioia di procurarsi il bene prezioso, e custodisce nella gioia anche il momento della vendita di tutto, della privazione di ciò che si possedeva. Ma soprattutto, è promessa di gioia anche per il futuro. A differenza di ciò che avviene al giovane ricco che resta nella tristezza (Mt 19,22).


 


Immagine della domenica



 

"Togli ad un viaggiatore


la speranza di arrivare


e gli avrai tolto anche


la forza di camminare"


(Guglielmo di S. Thierry).


 


Preghiere e racconti



 



La perla


La perla di gran prezzo


giace nascosta giù nel profondo.


Come un pescatore di perle,


anima mia, tuffati,


tuffati profondo,


tuffati ancora più profondo e cerca!


Può darsi che non trovi nulla


la prima volta,


Come un pescatore di perle, anima mia,


senza stancarti, persisti e persisti ancora,


tuffati profondo, sempre più profondo,


e cerca!


Quelli che non conoscono il segreto


si prenderanno gioco di te


e tu ne sarai rattristata.


Ma non perderti di coraggio,


pescatore di perle, anima mia!


La perla di gran prezzo


è proprio nascosta là


nascosta proprio in fondo.


E' la tua fede


che ti aiuterà a trovare il tesoro,


è essa che permetterà


che ciò che era nascosto


sia finalmente rivelato.


Tuffati profondo,


tuffati ancora più profondo,


come un pescatore di perle, anima mia,


e cerca, cerca senza stancarti.


(Swami Parmánanda).


 


Trovare-andare-vendere-comprare


«Un uomo» e «un mercante» nei loro confronti compiono le stesse azioni: trovare-andare-vendere-comprare. Diverse invece  sono le strade attraverso le quali incontrare il tesoro, raggiungendo la propria piena autorealizzazione: per il primo si tratta di «fortunata scoperta», per il secondo di un faticoso cammino di ricerca. A tutti e due viene comunque chiesto totalità e radicalità. Non basta aver trovato, occorre andare-vendere-comprare. E questo è quanto si chiede a tutti. Ciò che si deve vendere è tutto quello che si possiede, poco o molto che sia. Il Vangelo richiede un distacco totale, non per spirito di sacrificio, ma per la preziosità del bene trovato. E si vende tutto senza rimpianti. In fondo, essere santi è un vero affare perché si trova la piena realizzazione di sé... in modo inaspettato o a lungo cercato. In ogni caso, si tratta di una occasione unica. È folle allora non chi va-vende-compra ma esattamente chi agisce in modo diverso. La realizzazione di sé, quale pienezza di vita, è frutto dell'aver trovato, dell'esperienza di un incontro che allarga il cuore. Per questo il vero cristiano non dice: «Ho lasciato», ma: «Ho trovato». Non dice: «Ho venduto il campo», ma: «Ho trovato un tesoro». L'uomo che si autorealizza nel fascino della santità parla molto non di ciò che ha lasciato, ma di ciò che ha trovato. Dinanzi al tesoro o alla perla preziosa tutto il resto perde valore: «Tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo» (Fil 3,8).


(CISM, Protesi verso il futuro...per essere santi, Roma, Il Calamo, 2003).


 


Dal perdere al trovare


Il discepolo è provocato ad assumere un duplice atteggiamento: da una parte, svincolarsi pian piano da tutto ciò che lo tiene legato e gli impedisce di seguire in piena libertà il Signore e, dall'altra, sperimentare che, tutto ciò che deve abbandonare, è pur sempre poca cosa nei confronti di ciò che gli viene donato.


«In certi momenti il Vangelo è duro, impopolare, perché duri sono i cuori degli uomini - i nostri, a volte, più di quelli degli altri -, bisognosi di essere ricondotti sulla via della vita per aprirsi al dono di una vita nuova e più piena umanità».


(CEI, Comunicare il vangelo in un mondo che cambia, 35).


 


Per ora, nascondi il tuo tesoro         


Hai trovato un tesoro: il tesoro dell'amore di Dio. Sai ora dov'è, ma non sei ancora pronto a  possederlo pienamente. Tanti affetti continuano ad agitarti. Per possedere pienamente il tuo tesoro, dovresti nasconderlo nel campo dove l'hai trovato, andare lietamente a vendere ogni cosa  che possiedi e poi tornare a comprare il campo.         Puoi essere davvero felice di aver trovato il tesoro: ma non devi essere così ingenuo da pensare di possederlo già. Soltanto quando avrai rinunciato a ogni altra cosa, il tesoro potrà essere completamente tuo. Aver trovato il tesoro ti pone in una nuova ricerca del tesoro stesso. La vita spirituale è una ricerca lunga e spesso ardua di quello che hai già trovato. Puoi cercare Dio soltanto quando lo hai già trovato. Il desiderio dell'illimitato amore di Dio è il frutto dell'essere stati toccati da quell'amore. Dato che trovare il tesoro è soltanto l'inizio della ricerca, devi stare attento. Se esponi il tesoro ad altri senza possederlo pienamente, potrai far del male a te stesso e persino perdere il tesoro. Un amore appena trovato ha bisogno di essere nutrito in uno spazio tranquillo e intimo. La sovraesposizione lo uccide. Per questo devi nascondere il tesoro e spendere le tue forze nel vendere la tua proprietà, affinché  tu possa comprare il campo dove lo hai nascosto.


Questa è spesso un'impresa dolorosa, perché il senso di chi sei è così intimamente legato a tutte le cose che possiedi: successo, amici, prestigio, denaro, titoli, e così via. Ma tu sai che nulla se non il tesoro stesso può veramente soddisfarti. Trovare il tesoro senza essere ancora pronto a possederlo pienamente ti renderà inquieto. È l'inquietudine della ricerca di Dio. È la via verso la santità. È la strada per il regno. È il cammino verso il luogo in cui potrai riposare.


(H. J.M. NOUWEN, La voce dell’amore, Brescia, Queriniana, 2005, 148-149).


 


I frutti nuovi insieme agli antichi


II tesoro «nel quale si trovano nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza» (Col 2,3) è la Parola di Dio che sembra nascosta nella carne di Cristo, oppure le sante Scritture nelle quali riposa la conoscenza del Salvatore [...]. Le belle perle sono la Legge e i Profeti e la conoscenza dell'Antico Testamento, ma esiste una perla unica, la più preziosa, la conoscenza del Salvatore, il mistero della sua passione, il segreto della sua risurrezione. E quando il mercante l'ha scoperta come l'apostolo Paolo disprezza come immondizia e spazzatura tutti i misteri della Legge e dei Profeti e tutte le antiche osservanze, nelle quali era vissuto in maniera irreprensibile, per guadagnare Cristo.


Non che la scoperta della nuova perla sia la condanna di quelle antiche, ma perché, paragonata a questa, ogni altra gemma ha minor valore [...]. «Avete capito tutte queste cose?. Gli risposero: Sì?». Questo discorso si indirizza specialmente agli apostoli ed è a loro che viene detto: «Avete capito tutte queste cose?» (Mt 13,51). Vuole che non si accontentino di ascoltare come il popolo, ma che capiscano perché saranno loro i maestri. «Per questo ogni scriba ammaestrato in ciò che riguarda il regno dei cieli è simile a un padre di famiglia che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Mt 13,52). Gli apostoli, gli scribi e i segretari del Salvatore, che scrivevano sulle tavole dei loro cuori di carne le sue parole e i suoi precetti, conoscevano i misteri del regno dei cieli. Le ricchezze del padrone di casa li rendevano potenti, perché attingevano nel tesoro della loro conoscenza cose nuove e cose antiche. E così tutto quello che predicavano nel vangelo, lo confermavano con la testimonianza della Legge e dei Profeti. Da qui le parole della sposa nel Cantico dei cantici: «Mio amato, ho custodito i frutti nuovi insieme agli antichi» (Ct 7,13 Vg).


(GIROLAMO, Commento a Matteo 2,13,44-46.51-52, SC 242, pp. 288-292).


 


Le prove di Dio nella nostra vita


Ho spesso pensato che la causa più comune del tumulto intimo negli esseri umani sia il conflitto di desideri, in quanto le nostre aspettative più alte e i nostri desideri più profondi sono sempre in lotta con la realtà. Il fatto è che concepiamo i nostri desideri, facciamo i nostri progetti, e poi speriamo che ci sia una bella strada spianata che conduce dritti alla realizzazione; purtroppo, però, spesso questo successo non rientra nel copione. Incespichiamo e non riusciamo nell’intento, perdiamo la lotta che con tutte le nostre forze desideriamo vincere, e dobbiamo rinunciare alle cose che vorremmo così tanto tenere. Davanti a tale considerazione, mi sono chiesto di frequente come sarebbe se io desiderassi solo la volontà di Dio, se prendessi Gesù sul serio, se avessi realmente la benedizione di essere povero di spirito, se le mie mani fossero aperte e protese in segno di disponibilità all’abbandono, se … “è davvero meglio la Perla di Grande Valore oppure darla via?”.


(J. POWELL, Perché ho paura di essere pienamente me stesso, Milano, Gribaudi, 2002, 97-98)


 


Racconto


«Una volta, un monaco mentre era in viaggio trovò una pietra preziosa e la prese con sé.  Un giorno incontra un viaggiatore e, quando aprì la borsa per condividere con lui le sue provviste, il viaggiatore vide la pietra e gliela chiese. Il monaco gliela diede immediatamente. Il viaggiatore partì, pieno di gioia per l'inaspettato dono della pietra preziosa che sarebbe stata sufficiente a garantirgli il benessere e la sicurezza per il resto della vita.


Ma pochi giorni dopo tornò indietro alla ricerca del monaco e, trovatolo, gli restituì la pietra dicendogli: “ora dammi qualcosa di più prezioso di questa pietra, qualcosa di pari valore. Dammi ciò che ti ha reso capace di donarmela”»


(Anthony de Mello)


 


 



* Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di:


- Temi di predicazione. Omelie. Ciclo A, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 2004;2007-.


- Messalino festivo dell’Assemblea, Bologna, EDB, 2007.


- La Bibbia per la famiglia, a cura di G. Ravasi, Milano, San Paolo, 1998. 


- J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret, Milano, Rizzoli, 2007.


- J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret. Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2011.


- J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, L’infanzia di Gesù, Milano/Città del Vaticano, Rizzoli/Libreria Editrice Vaticana, 2012.


- E. BIANCHI et al., Eucaristia e Parola. Testi per le celebrazioni eucaristiche. Tempo ordinario anno A [prima parte], in «Allegato redazionale alla Rivista del Clero Italiano» 89 (2008) 4, 84 pp.


- Liturgia. Anno A. CD, Leumann (To), Elle Di Ci, 2004. 


- A. PRONZATO, Il vangelo in casa, Gribaudi, 1994.


- F. ARMELLI, Ascoltarti è una festa. Le letture domenicali spiegate alla comunità, Anno A, Padova, Messaggero, 2001.  


- D. GHIDOTTI, Icone per pregare. 40 immagini di un’iconografia contemporanea, Milano, Ancora, 2003.


---


- Immagine della domenica, a cura di García-Orsini-Pennesi.


 


PER APPROFONDIMENTO:


XVII DOMENICA TEMPO ORDINARIO (A)


 
editore |17.07.2017
xx

Prima lettura: Sapienza 12,13.16-19






Non c’è Dio fuori di te, che abbia cura di tutte le cose, perché tu debba difenderti dall’accusa di giudice ingiusto. La tua forza infatti è il principio della giustizia, e il fatto che sei padrone di tutti, ti rende indulgente con tutti. Mostri la tua forza quando non si crede nella pienezza del tuo potere, e rigetti l’insolenza di coloro che pur la conoscono. Padrone della forza, tu giudichi con mitezza e ci governi con molta indulgenza, perché, quando vuoi, tu eserciti il potere. Con  tale modo di agire hai insegnato al tuo popolo che il giusto deve amare gli uomini, e hai dato ai tuoi figli la buona  speranza che, dopo i peccati, tu concedi il pentimento.


 






 




  • Questo brano della Sapienza ci orienta a vedere anche l'elemento negativo della zizzania nell'orizzonte positivo della misericordia di Dio, che si specifica qui come sua «indulgenza». In questo libro, il più recente degli scritti dell'AT, si rievoca la storia dell'esodo e della conquista del Canaan, ma rileggendo, a distanza di tempo, gli antichi racconti bellici in chiave più «pacifista». In questo cambio di atteggiamento si osserva l'influsso culturale dell'ellenismo cosmopolita e fin troppo aperto alle diverse tradizioni religiose. L'autore, forzando a senso unico l'antico racconto delle spietate battaglie di Giosuè, le interpreta come un atto di indulgenza di Dio verso i cananei, che non vennero distrutti tutti imme-diatamente ma con una certa gradualità: «anche con loro, perché uomini, fosti indulgente, mandando loro le vespe come avanguardia del tuo esercito, perché li distruggessero a poco a poco... colpendoli a poco a poco, lasciavi posto al pentimento, sebbene tu non ignorassi che la loro razza era perversa» (Sap 12,8.10). Su questo esempio immediatamente precedente si basa poi la considerazione di carattere generale contenuta nella pericope liturgica, che culmina nella bella confessione di fede «ci governi con molta indulgenza» (v. 18b). E subito dopo, nel v. seguente, si sottolinea il doppio fine pedagogico di questa indulgenza divina. In primo luogo, c'è in vista l'educazione dello stesso popolo di Dio che deve imparare ad «amare gli uomini» (lett. «ad essere fìlanthropos); ma in secondo luogo c'è pure l'intenzione di provocare al pentimento (metanoia) lo stesso popolo cananeo del quale si sono ricordati prima i vizi, che rendevano impura la terra santa (Sap 12,3-6.11).




 


Seconda lettura: Romani 8,26-27






 Fratelli, lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa che cosa desidera lo Spirito, perché egli intercede per i santi secondo i disegni di Dio.


 






 




  • Paolo parla qui della condizione dei cristiani, che pur godendo ancora soltanto degli inizi della redenzione, hanno tuttavia in sé il dono dello Spirito, che rende i credenti capaci di adeguare i loro desideri ai disegni di Dio. Il dono dello Spirito è il vero inizio del regno di Dio nel cuore degli uomini, di cui i credenti costituiscono una parte che anticipa il suo allargamento al resto dell'umanità. Noi stessi, come credenti, siamo consapevoli della nostra debolezza, che viene soccorsa sì dallo Spirito, ma solo attraverso i suoi «gemiti», che segnalano una situazione non ancora soddisfacente né pervenuta al suo compimento. Così ci ritroviamo nella prospettiva dell'attesa e della pazienza propria del brano evangelico.




 


Vangelo: Matteo 13,24-43






In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponètelo nel mio granaio”». Espose loro un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami». Disse loro un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata». Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: «Aprirò la mia bocca con parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo». Poi congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!».


 






 


Esegesi



 



     Questo brano evangelico è aperto e chiuso dalla parabola del grano e della zizzania, prima con la sua esposizione, e poi con la sua spiegazione aggiunta alla fine. In tutto possiamo distinguervi cinque parti.


     1) Il grano e la zizzania (vv. 24-30)


     Ancora una volta, come abbiamo visto per la parabola del seminatore domenica scorsa, si deve fare attenzione a quale sia il particolare più saliente attorno a cui ruota tutta la parabola. Dobbiamo escludere che si voglia mettere sullo stesso piano, a parità d'importanza, il grano e la zizzania. Questo secondo elemento negativo ha un valore secondario, in quanto serve solo a far emergere una circostanza che consiglia di attendere sino al tempo della mietitura per raggiungere in forma ottimale il fine desiderato di riporre il raccolto nel granaio. La presenza della zizzania non può ostacolare la maturazione del grano seminato nel campo.


     Questa parabola è esclusiva di Mt. Il termine zizzania (plur. da zizanion) da cui deriva l'italiano «zizzania», è noto nella grecità solo dal Vangelo di Matteo, che lo usa soltanto in questa parabola. Si traduce anche con «loglio» ed è simile alla spiga di grano finché questa è verde. Usando lo stesso simbolo, Gesù dirà ancora in 15,13: «Ogni pianta che non è stata piantata dal Padre mio celeste sarà sradicata». Da parte sua Paolo inviterà a rimettersi al futuro giudizio del Signore: «Non vogliate giudicare nulla prima del tempo, finché venga il Signore. Egli metterà in luce i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni dei cuori; allora ciascuno avrà la sua lode da Dio» (1Cor 4,5).


     2) Il granello di senape (vv. 31-32)


     A differenza della parabola precedente, che ci potrebbe fuorviare nel dare un peso eccessivo all'aspetto negativo che può ostacolare lo sviluppo del regno di Dio nel cuore dell'umanità, questa del granello di senape presenta soltanto l'aspetto positivo di questa realtà misteriosa. Bisogna soltanto sottolineare che il dinamismo di questa crescita non è autonomo da Dio, ma dipende sempre dalla sua grazia, che lui lascia agire in modo discreto ed imprevedibile al centro della storia.


     3) Il lievito (v. 33)


     Questa parabola, anche se si passa dall'attività agricola all'ambiente domestico, è simile alla precedente, in quanto si parla ancora dello sviluppo del regno di Dio, che permea gradualmente la pasta dell'umanità. Ma tenendo conto che una parabola evidenzia solo un aspetto del regno di Dio, forse vale la pena di sottolineare più l'aspetto della profonda penetrazione di questo dono nella storia che non la progressione quasi scontata e naturale del suo avanzamento. Il dono di Dio deve essere sempre rinnovato, e dobbiamo avere la consapevolezza di ricominciare ogni giorno daccapo nell'accoglierlo di nuovo, senza troppe illusioni sul nostro passato che ce ne possa garantire il possesso. Che la senape diventi un grande albero è un'espressione iperbolica che rientra nello stile parabolico, mentre il riferimento agli uccelli si riferisce alla visione di Dan 4,9, dove essi rappresentano i popoli sottomessi dell'impero di Nabucodònosor. Ma qui l'immagine ha un carattere più familiare, e non politico, in quanto indica l'accoglienza generosa di cui anche i piccoli possono dar prova.


     4) Perché Gesù parla in parabole (vv. 34-35)


     La motivazione data qui sull'uso del discorso parabolico sembra diversa da quella, negativa, fornita sopra, nei vv. 13-15 (vedi: domenica XV). Anche se ci si rapporta ancora alla folla, in quanto distinta dai discepoli, il ricorso alle parabole non è più per nascondere la rivelazione del regno di Dio di fronte agli estranei, ma per manifestarla anche a loro, oltre che ai discepoli. Infatti si cita il Sal 78,2, dove questo passo introduce una rievocazione della storia nazionale rivolta ad Israele, invitato a saper trarre le dovute lezioni dal suo passato. Il testo del passo è un po' trasformato, per passare da un orizzonte nazionale a quello più universale indicato con la «fondazione del mondo». In realtà gli elementi naturali che costituiscono l'ordinamento del mondo si prestano a servire, attraverso le immagini utilizzate nelle parabole, come veicolo di una verità superiore, qual è il regno di Dio rivelato da Gesù.


     5) Spiegazione della parabola della zizzania (vv. 36-43)


     Un esame attento di Mt 13 ci rivela un testo non omogeneo che ha avuto una sua lunga gestazione nella tradizione orale e poi nella stessa redazione di ogni evangelista. Ancora una volta, come abbiamo visto per l'altro caso della spiegazione della parabola del seminatore (vedi: domenica XV), ci troviamo di fronte ad una composizione della comunità cristiana, che attualizza per se stessa la parabola di Gesù, forzando un po' il suo significato iniziale per adattarle alle sue condizioni più recenti. Ora si vuole raccomandare di avere pazienza con il miscuglio di buoni e cattivi che si trova a convivere nella stessa comunità cristiana o anche, per la comunità di Matteo, con i problemi derivanti dalla coesistenza della Chiesa con Israele. Così l'accento si sposta, dalla certezza dell'esito finale che sarà per volere di Dio, certamente positivo, all'esortazione morale di vivere con pazienza e indulgenza le difficoltà della vita presente.


 


Meditazione


     La mitezza di Dio nel suo agire con gli uomini (prima lettura), mitezza narrata dal padrone del campo nella parabola della zizzania (vangelo), costituisce un elemento unificante prima lettura e vangelo.


     Costitutiva dell'agire di Dio, la mitezza è essenziale anche agli uomini e all'agire ecclesiale. Essa non appare tanto come debolezza o impotenza, ma come volontà e capacità di dominare la propria forza, di governarla, di addomesticarla, di orientarla. La mitezza di Dio appare come pazienza, attesa dei tempi dell'uomo, fiducia accordata all'uomo: «Dopo i peccati, tu concedi il pentimento» (Sap 12,19). La mitezza appare ancora come non esclusione, non estirpazione, capacità di non dare giudizi ultimativi e senza scampo, ma come capacità di convivere con il negativo (parabola della zizzania). La mitezza, come capacità di mettere limiti alla propria forza, appare metodo di convivenza che si oppone alla logica della società tecnologica che ha come fine il proprio accrescimento e autopotenziamento e che ritiene ammissibile e perfino doveroso tutto ciò che è tecnicamente fattibile.


     La parabola della zizzania ha una dimensione ecclesiologica. La chiesa di Matteo è un corpus mixtum, nel senso che vi fanno parte dei cristiani provenienti dal giudaismo e dal paganesimo, ma anche nel senso che in essa vi sono forti e deboli, semplici e istruiti, persone maggiormente sante e altri che più facilmente cadono preda del peccato e del vizio. E questa, in verità, è la realtà di ogni comunità cristiana. Come già del gruppo dei Do-dici riunito attorno a Gesù. Così, la chiesa appare una scuola di pazienza e un'occasione di esercizio della mitezza.


     Gesù proclama «cose nascoste fin dalla fondazione del mondo» (Mt 13,35), e nel far questo enuncia il necessario scandalo che resterà fino alla fine del mondo: la presenza della zizzania accanto e in mezzo al buon grano; la presenza della divisione e dell'inimicizia che traversa il campo che è il mondo, ma che traversa anche le chiese, le comunità cristiane, e il cuore di ogni uomo. E accanto a questo c'è anche lo scandalo della pazienza di Dio che lascia che il male cresca insieme al bene, che l'empio prosperi accanto al giusto. Gesù non strappa la zizzania, non recide il fico improduttivo (Lc 13,8-9), non caccia Giuda dal gruppo dei Dodici, anzi, egli si inchina, si prostra davanti a colui che si è fatto suo nemico personale, si fa suo servo lavandogli i piedi, non interviene trattenendolo dal suo peccato, ma lo lascia fare, continuando a chiamarlo amico. Ed ecco che le cose nascoste fin dalla fondazione del mondo, cioè il segreto della storia umana agli occhi di Dio, diviene rivelazione nella croce di Cristo. Scandalo del male nella storia e scandalo della pazienza di Dio si sintetizzano nell'ingiusta morte di croce del Figlio di Dio. Ecco il mistero del Regno, le cose nascoste fin dalla fondazione del mondo: la croce divina, quella croce che l'apologeta Giustino vedeva già inscritta nella creazione.


     L'annuncio del giudizio, presente nella spiegazione della parabola della zizzania (Mt 13,39-43), è ancorato su una predicazione che proclama la misericordia e propugna una prassi ecclesiale quotidiana di pazienza verso i peccatori. L'orizzonte del giudizio escatologico, che incombe sul singolo credente e sulla chiesa nel suo insieme, è ciò che consente al cristiano e alla chiesa di mettere in pratica nell'oggi la pazienza che il vangelo richiede. E di lottare contro la tentazione dell'impazienza di anticipare il giudizio già nell'oggi. L'impazienza consiste nel presumere di sapere già oggi chi è il cattivo e chi il buono, qual è il grano e quale la zizzania (piante che si assomigliano molto), e nel pretendere di eliminare questa per lasciare solo quello.


     Le parabole del grano di senape e del lievito (Mt 13,31-33) presentano lo sviluppo vitale straordinario che sgorga da un seme minuscolo seminato per terra (e per gli antichi il seme seminato muore) e da un po' di lievito che, nascosto nella pasta, la fa fermentare tutta. Siamo di fronte al mistero pasquale, al mistero della morte feconda di Cristo.


 


Immagine della domenica




 


CAMMINANDO


L'amico assaporava e riassaporava di gusto questo concetto: "Niente di più bello che trovare camminando ciò che unicamente camminando si cerca". E telefonando a sua moglie, insegnante di lettere, glielo ripeteva in latino: "Nihil mihi jucundius quam deambulando invenire quod eundo quaero".


 


Preghiere e racconti



 



La parabola del grano di senape e la Chiesa

«La tentazione di cercare subito il grande successo, di cercare i grandi numeri. E questo non è il metodo di Dio. Per il regno di Dio [...] vale sempre la parabola del grano di senape (cfr. Mc 4, 31-32). Il Regno di Dio ricomincia sempre di nuovo sotto questo segno. [...] Noi o viviamo troppo nella sicurezza del grande albero già esistente o nell'impazienza di avere un albero più grande, più vitale. Dobbiamo invece accettare il mistero che la Chiesa è nello stesso tempo grande albero e piccolissimo grano».


(J. RATZINGER, La nuova evangelizzazione, in Divinarum Rerum Notitia. Studi in onore del Card. Walter Kasper, Roma, Studium, 2001, 506).


 


Il piccolo seme di senape

«...quando il piccolo seme ruzzolò dalle mani del vecchio contadino in mezzo ai grossi grani di frumento echeggiò tra le zolle una risata impercettibile. Chissà com'era capitato lì quel semino ridicolo! Neppure le vecchie erbe del fossato lo conoscevano. L'avena, già alta, propalò al vento il suo parere: "Divento gialla se ne uscirà una fogliolina sola".


Il piccolo seme si sentì avvilito da quelle voci di disprezzo, che il vento sparpagliava dappertutto; ma non si rattrappì, né si rassegnò ad essere soltanto un piccolo seme nero per sempre. Qualcosa doveva esser pure capace di fare! Sognò di crescere alto fino a sovrastare anche il granoturco..."Chissà se l'avena diventerà gialla per davvero", pensò. Voleva riuscirci a tutti i costi! Lasciò che i grossi semi di frumento si crogiolassero pigramente a deriderlo; egli affondò subito le radici nel terreno umido e succoso... Fu un inverno faticosissimo per lui. Venne l'estate ed i viandanti additavano meravigliati una pianta alta e vasta, dominante sulla distesa del grano.


Passò anche il Signore, la vide, indovinò l'enorme fatica del piccolo seme nell'inverno e volle premiare con una sua parola la sua fiducia in se stesso: "Guardate il seme di senape, è il più piccolo dei semi, eppure cresce come un albero, sì che i passeri si abbandonano sicuri sui rami robusti". E il piccolo seme, là sotto, moriva di gioia».


 


Vigiliamo e siamo sobri

Il Signore dichiara apertamente di essere il seminatore del buon seme, che in questo mondo, come in un campo, non smette di seminare nei cuori degli uomini la parola di Dio come un buon seme affinché ciascuno di noi, in proporzione al seme seminato in se stesso da Dio, produca frutti celesti e spirituali.


Ma egli insegna anche che il nemico, il diavolo per soffocare in noi il seme di Dio vi semina sopra la zizzania della cattiveria e dell'ingiustizia. Dice infatti: «Mentre gli uomini dormivano, venne il nemico e seminò la zizzania in mezzo al grano e se ne andò» (Mt 13,25). Il Signore mostra che il diavolo semina la zizzania sugli uomini che dormono, cioè su quelli che per negligenza, oppressi dalla loro infedeltà come dal sonno dell'inerzia, dormono sui divini precetti. Di costoro l'Apostolo dice: «Quelli che dormono, infatti, dormono di notte e quelli che sono ebbri sono ebbri di notte. Noi invece evitiamo di dormire come gli altri, ma vigiliamo e siamo sobri» (1Ts 5,7.6). Le vergini stolte, di cui leggiamo nel vangelo, erano sicuramente oppresse dal sonno dell'inerzia e dell'infedeltà; non avevano preso l'olio nei loro vasi e non poterono dunque andare incontro allo sposo (cfr. Mt 25,1-12). Perciò è somma preoccupazione di questo nemico del genere umano, del diavolo, seminare la zizzania sopra il buon grano. Ma chi, scacciato da sé il sonno dell'infedeltà sarà sempre e fedelmente vigilante per il Signore, non potrà essere sorpreso da tale seminatore notturno.


(CROMAZIO DI AQUILEIA, Commento a Matteo 51,1, Scrittori dell'area santambrosiana, pp. 324).


 


Sotto ogni cuore c'è il volto e il cuore di Dio Amore

"Ci impegniamo non per riordinare il mondo, non per rifarlo su misura, ma per amarlo. Per amare anche quello che non possiamo accettare, anche quello che non è amabile, anche quello che pare rifiutarsi all'amore, perché dietro ogni volto e sotto ogni cuore c'è il volto e il cuore di Dio Amore ".


(P. MAZZOLARI).


 


La Chiesa, mescolanza di forti e di infermi, di buoni e di cattivi

Tale è quindi la composizione della Chiesa, mescolanza di forti e di infermi, di buoni e di cattivi, di peccatori ipocriti e di peccatori scandalosi: l'unità della Chiesa contiene tutto e approfitta di tutto. I fedeli vedono negli uni tutto ciò che si deve imitare e in tutti gli altri ciò che si deve superare con coraggio, riprendere con energia, sopportare con pazienza, aiutare con carità, ascoltare con condiscendenza, guardare con tremore. E coloro che restano in piedi e coloro che cadono servono allo stesso modo alla Chiesa: i suoi fedeli vedono in questi ultimi l'esempio della loro vigliaccheria e negli altri la convinzione, sono da tutto stupiti, da tutto edificati., da tutto confusi, da tutto incoraggiati, sia dai colpi della grazia sia dai colpi del rigore e della giustizia.


 (J.B. Bossuet, Lettere a una signorina di Metz)


 


Il peccatore e il santo

Il peccatore e il santo sono due giunti essenziali, complementari reciprocamente complementari, che agiscono l'uno sull'altro e la cui articolazione costituisce tutto il segreto del cristianesimo.         


(Ch. Péguy, Un nuovo teologo: Fernand Laudet)


 


Il peccato della Chiesa

Capita spesso di imbattersi in cristiani i quali pensano che le espressioni anti-evangeliche presenti nella loro Chiesa siano da addebitare in gran parte all'istituzione, sotto tutte le sue forme. Pensano quindi che, per liberare il carisma e la santità del popolo cristiano, se ne dovrebbe continuamente diffidare. Anzi, probabilmente si dovrebbe proclamare la morte della Chiesa-istituzionale, così come si è proclamata la morte di Dio nell’ateismo purificatore…


      Ma sarebbe troppo facile fare dell’istituzione abusiva o poco adeguata il capro espiatorio del peccato del corpo ecclesiale, popolo di peccatori. Il peccato della Chiesa si radica spesso nella mancanza di alta tensione mistica ed evangelica. Essenzialmente, nella mancanza di fede, nella mancanza di passione per l’avventura della santità secondo le beatitudini evangeliche… Potranno contestare il peccato della Chiesa solo i cristiani che la desiderano santa e hanno già fatto una qualche esperienza di una Chiesa più fedele al vangelo, in forza del loro personale impegno mistico e missionario; coloro che soffrono nel loro essere cristiani a causa delle malformazioni del Corpo con il quale sono solidali.


(P.A. Liégé, La Chiesa di fronte al suo peccato)


 


L'erbaccia del male

L'erbaccia del male,


dice Dio,


vedo bene che prolifera!


Il suo vigore vi spaventa?


Non abbiate più paura:


io mandato mio figlio.


Ma non sperate che strappi,


né che bruci:


ad ogni giorno la sua pena.


Lo mando a seminarvi


il buon grano;


lavorate per portare frutto.


Quanto ai rovi,


al loglio?


Quanto al male?


Abbiate pazienza:


io sono lento all'ira!».


(A. Haquin - R. Lejeune, Venga il tuo regno)


 


La pazienza

La pazienza è l'arte di vivere l'incompiutezza e la parzialità. La pazienza è necessaria per chi vive nella storia l'attesa del Regno: essa si declina come pazienza nei confronti di Dio, della chiesa e di se stessi. Nei confronti di Dio, perché Dio non ha ancora adempiuto, per sempre e per tutti, le promesse di guarigione dei ciechi e degli zoppi, dei muti e dei sordi, le promesse di salvezza dal male, dal peccato, dalla morte; nei confronti della chiesa, perché la comunità cristiana spesso si mostra inadempiente rispetto alle esigenze evangeliche; nei confronti nostri, perché scopriamo in noi inadeguatezze e difformità rispetto alla nostra vocazione. La pazienza è «forza nei confronti di se stessi» (Tommaso d'Aquino), capacità di non lasciarsi andare all'abbattimento, alla tristezza, alla disperazione. E questo grazie al fatto che la pazienza è sguardo in grande (makrothymía) sulla realtà, su Dio, sulla chiesa, su noi stessi. La pazienza è grandezza d'animo e si concretizza nell'amore: «l'amore pazienta» (1 Cor 13,4).


 


Preghiera

Signore Gesù, tu che sei buono, semini pieno giorno nel campo della Chiesa, in ciascuno di noi, amore, pace e gioia. Ma poi, il nemico, il tenebroso, viene a seminare la zizzania: pensieri, desideri, sentimenti ostili, tradimenti segreti che fanno scendere la notte anche nel nostro cuore. Donaci lo Spirito di vigilanza per non lasciarvi invadere dal maligno; rendici forti e umili per sostenere ogni tentazione e per riprendere dopo i nostri cedimenti. Fa’ che non pretendiamo dagli altri una perfezione che noi stessi non abbiamo; donaci occhi che sappiano vedere nel campo oltre la zizzania anche il buon grano; donaci un cuore che sappia amare come te nell’umile pazienza, senza stancarsi mai. 


 



* Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di:


- Temi di predicazione. Omelie. Ciclo A, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 2004;2007-.


- Messalino festivo dell’Assemblea, Bologna, EDB, 2007.


- La Bibbia per la famiglia, a cura di G. Ravasi, Milano, San Paolo, 1998. 


- J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret, Milano, Rizzoli, 2007.


- J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret. Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2011.


- J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, L’infanzia di Gesù, Milano/Città del Vaticano, Rizzoli/Libreria Editrice Vaticana, 2012.


- E. BIANCHI et al., Eucaristia e Parola. Testi per le celebrazioni eucaristiche. Tempo ordinario anno A [prima parte], in «Allegato redazionale alla Rivista del Clero Italiano» 89 (2008) 4, 84 pp.


- Liturgia. Anno A. CD, Leumann (To), Elle Di Ci, 2004. 


- A. PRONZATO, Il vangelo in casa, Gribaudi, 1994.


- F. ARMELLI, Ascoltarti è una festa. Le letture domenicali spiegate alla comunità, Anno A, Padova, Messaggero, 2001.  


- D. GHIDOTTI, Icone per pregare. 40 immagini di un’iconografia contemporanea, Milano, Ancora, 2003.


---


- Immagine della domenica, a cura di García-Orsini-Pennesi.


 


PER L'APPROFONDIMENTO:


XVI DOMENICA TEMPO ORDINARIO


 
DSC_0598
11-13 luglio Brescia

 

CONVEGNO DI AGGIORNAMENTO E SEMINARIO DI STUDIO IRC 2017

«ICA»: chi siamo? Newsletter La redazione