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editore |22.05.2017
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 Prima lettura: Atti 1,1-11






 Nel primo racconto, o Teòfilo, ho trattato di tutto quello che Gesù fece e insegnò dagli inizi fino al giorno in cui fu assunto in cielo, dopo aver dato disposizioni agli apostoli che si era scelti per mezzo dello Spirito Santo. Egli si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio. Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l’adempimento della promessa del Padre, «quella – disse – che voi avete udito da me: Giovanni battezzò con acqua, voi invece, tra non molti giorni, sarete battezzati in Spirito Santo». Quelli dunque che erano con lui gli domandavano: «Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?». Ma egli rispose: «Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere, ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra». Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi. Essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, quand’ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo».






 




  • La pericope è l'inizio del libro degli Atti degli Apostoli. Nel vangelo Luca ha narrato gli avvenimenti e gli insegnamenti di Gesù nel tempo della sua vita mortale; negli Atti degli Apostoli l'autore mostra ancora la vita di Gesù, ma di Gesù risorto, vita che si attua nella comunità, nella Chiesa. Il brano è composto dal prologo, dalla notizia di quaranta giorni,


    dalla promessa dello Spirito e dalla ascensione del Signore.


         Prologo: «Nel primo racconto, o Teòfilo, ho trattato di tutto quello che Gesù fece e insegnò dagli inizi fino al giorno in cui fu assunto in cielo» (At 1,1-2).


         Questo prologo sintetizza il contenuto del vangelo, mostrando come il secondo libro del medesimo autore, Luca, non è altro che la seconda parte di un'opera unica il cui contenuto è Gesù Cristo. Oltre alla menzione di tutto quello che Gesù fece e insegnò che compendia l'attività del Signore, viene ricordata la scelta degli apostoli operata dal Signore in Spirito Santo. La frase finale: fu assunto in cielo compendia il racconto finale del vangelo (Lc 26,51). L'ascensione al cielo pone fine al grande itinerario di Gesù.


         I quaranta giorni: «Egli si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio» (At 1,3).


         La cifra quaranta nel simbolismo numerico biblico rappresenta il periodo di iniziazione nell'insegnamento del Signore risorto e insieme il tempo delle apparizioni che serve a fondare la predicazione e testimonianza apostolica.


         La promessa dello Spirito Santo: «Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l’adempimento della promessa del Padre, «quella – disse – che voi avete udito da me: Giovanni battezzò con acqua, voi invece, tra non molti giorni, sarete battezzati in Spirito Santo». Quelli dunque che erano con lui gli domandavano: «Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?». Ma egli rispose: «Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere, ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra» (At 1,4-8).


         La promessa dello Spirito Santo è data in questo testo due volte; nella prima lo Spirito Santo è connesso con il battesimo distinguendo il sacramento cristiano dal rito di Giovanni; nella seconda lo Spirito Santo è connesso con la forza che sarà infusa ai discepoli per la testimonianza da rendere a Gesù. La promessa dello Spirito si realizzerà presto nella festa di Pentecoste; da allora in poi lo Spirito sarà il grande protagonista della Chiesa descritta nel libro degli Atti degli Apostoli. Lo Spirito è la presenza del Signore risorto nella sua comunità credente.


         L'ascensione di Gesù al cielo: «Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi. Essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, quand’ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo» (At 1,9-11).


         Il modo di descrizione del mistero dell'ascesa di Gesù al cielo è, come quello della sua risurrezione, sobrio ed essenziale. È presente l'elemento caratteristico delle teofanie, la nuvola che in questo episodio sottrae Gesù alla vista dei suoi. Il corpo glorioso di Gesù non appartiene più a questa terra ove regnano ancora la morte e la corruzione. Asceso al cielo Gesù entra con la sua umanità completa al possesso della gloria divina che gli è propria. Nell'ascensione di Gesù l'annuncio degli angeli assicura i credenti del suo ritorno finale. Tra l'ascensione e il ritorno si svolge il tempo dello Spirito e il tempo della Chiesa durante il quale il Signore è sommamente attivo a favore dei credenti in lui.




 


Seconda lettura: Efesini 1,17-23






Fratelli, il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui; illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi e qual è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi, che crediamo, secondo l’efficacia della sua forza e del suo vigore. Egli la manifestò in Cristo, quando lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla sua destra nei cieli, al di sopra di ogni Principato e Potenza, al di sopra di ogni Forza e Dominazione e di ogni nome che viene nominato non solo nel tempo presente ma anche in quello futuro. Tutto infatti egli ha messo sotto i suoi piedi e lo ha dato alla Chiesa come capo su tutte le cose: essa è il corpo di lui, la pienezza di colui che è il perfetto compimento di tutte le cose.






 




  •  Il testo si trova all'inizio dell'epistola agli Efesini dopo che nel prologo è stato espresso il mistero della salvezza sotto forma di inno di benedizione, viene il nostro passo che è una preghiera per l'illuminazione dei cristiani. Il tema del brano è la situazione gloriosa di Gesù risorto e asceso al cielo, assise alla destra di Dio, costituito Signore di tutto l'uni-verso.


         Il brano inizia con la preghiera dell'apostolo che si può definire nella sua globalità come una domanda di illuminazione nel senso di penetrazione della luce della fede per l'intelligenza del mistero centrale della salvezza, cioè del disegno di Dio per la nostra sorte salvifica. Tutto in questa preghiera tende alla «conoscenza». Vi è il tema della gloria di Dio, di cui Dio è Padre, cioè autore, causa, origine, largitore alle creature; il tema della sapienza e della rivelazione, il tema della illuminazione e della comprensione, tutti questi concetti hanno come oggetto la speranza, la vocazione, l'eredità di Dio, la sua potenza, l'efficacia della sua forza.


         Questo dispiegarsi salvifico della potenza di Dio si sintetizza e si concentra in Cristo. Il mistero di Cristo viene espresso nei suoi aspetti di morte, risurrezione, di ascensione e sessione alla destra di Dio e signoria universale. È l'affermazione del primato di Cristo su tutto il creato e sulla Chiesa, perché tutto è stato sottomesso a lui ed egli è capo della Chiesa.


         Il tema e la contemplazione di Cristo capo della Chiesa per la sua supremazia di influsso totale e il tema della Chiesa corpo di Cristo sono qui uniti: capo e corpo; Cristo e Chiesa formano il Cristo totale. Il primato di Gesù risorto è assoluto e senza limiti. Ogni uomo e ogni creatura è sotto di lui e in questo mistero si realizza pienamente il piano divino di ricapitolare in Cristo tutte le cose; quelle del cielo e quelle della terra, il piano divino che investe non soltanto gli uomini ma tutti gli esseri creati, dagli angeli fino alle creature materiali rese partecipi della gloria di Dio attraverso il primato e la signoria di Cristo. La visione salvifica e cristologica è cosmica universale.




 


Vangelo: Matteo 28,16-20






 In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato.  Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». 






 


Esegesi 


    Il brano conclude il racconto delle apparizioni di Gesù risorto ed è il termine dell'intero vangelo di Matteo. Esso descrive la missione universale di Gesù, la missione da lui affidata agli apostoli, la promessa di esistenza fino alla fine del tempo.


     Il potere universale di Gesù risorto: «In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra”» (Mt 28,16-18).


     Colui che parla è il Signore risorto e glorioso. Anche nel tempo della sua vita mortale Gesù aveva ricevuto dal Padre ogni potere; il potere di compiere miracoli, il potere di parlare con autorità, il potere di perdonare i peccati, il potere di cacciare i demoni, il potere della conoscenza di tutti i misteri del Regno. Ma prima della sua risurrezione Gesù era soggetto a limiti; alla fame, alla sete, al sonno, alla stanchezza, all'indigenza e infine alla sofferenza e alla morte; la sua stessa missione si era limitata alle pecore perdute della casa di Israele. Ora Gesù è risorto, ogni limitazione è scomparsa, egli afferma di avere ricevuto il potere totale assoluto universale; tutto il potere su tutte le cose; colui che gli ha dato tale potere è il Padre. In virtù di tale potere universale egli affida ora la missione universale ai suoi discepoli.


     La missione: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato» (Mt 28,19-20a).


     In queste parole è espressa anzitutto l'universalità della missione; essa si rivolge a tutte le nazioni, a differenza del tempo della vita mortale di Gesù in cui aveva detto ai dodici inviandoli: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani, rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa di Israele» (Mt 10,5-6), ora l'invio è universale.


     Il compito della missione è triplice: fare discepoli, battezzare, fare osservare i comandamenti; è l'ufficio dottrinale profetico, sacramentale santificante, pastorale di governo. Si esprime così la totalità dell'esistenza apostolica che consiste nel predicare, nel battezzare, dare i sacramenti, nel guidare e dirigere la comunità credente affinché raggiunga la salvezza finale. Alla totalità della vita apostolica corrisponde la totalità della vita cristiana che consiste nel credere alla predicazione, nel ricevere il battesimo e i sacramenti, nell'osservare i comandamenti e così giungere alla vita eterna.


     La promessa dell'assistenza di Gesù: «Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28.20b).


     La formula: Io sono con voi (oppure: Io sono con te) pronunciata da Dio significa nella sacra Scrittura la garanzia del successo nel compito affidato a qualcuno; Dio dice questa parola a Mosè (Es 3,12) comunicandogli la buona riuscita nel liberare Israele dall'Egitto e ripete questa frase ad altri personaggi a cui dà mandato di compiere una impresa. Nel nostro testo Gesù si appropria la parola divina rivelando così la sua dignità divina e con essa assicura il buon esito nella missione data ai suoi. La promessa di Gesù significa in concreto che sempre, fino alla fine del tempo vi saranno predicatori del vangelo, vi saranno ministri del battesimo e dei sacramenti, vi saranno guide della comunità credente, e corrispondentemente sempre vi saranno ascoltatori della predicazione che crederanno, fedeli che riceveranno i sacramenti, credenti battezzati che osserveranno i comandamenti. È l'indefettibilità della chiesa fino alla fine del mondo.


     Sono queste le ultime parole del vangelo di Matteo, il quale non racconta l'ascensione di Gesù, come avviene al termine del vangelo di Marco e di quello di Luca.


     La pienezza della potestà divina di Gesù è ciò che nella sua ascensione al cielo viene disvelato nel segno; la formula trinitaria che sta al centro della missione ottiene anch'essa una sensibile manifestazione nell'ascendere e sedersi alla destra del Padre. La promessa della presenza del Signore con i suoi fino alla fine del mondo indica la natura trasformante del mistero dell'ascensione; essa consente un nuovo tipo di presenza del Signore glorificato; assiso in cielo alla destra del Padre egli intercede per i credenti in lui, per i battezzati nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, per coloro che osservano i suoi comandamenti, per i suoi predicatori, per i suoi ministri, i pastori del popolo cristiano; la sua efficace intercessione che avrà come effetto l'invio dello Spirito Santo è la sua nuova presenza non visibile, come la presenza corporale durante il tempo della vita mortale, ma è assai più efficace.


     Gesù salito al cielo è presente alla sua Chiesa in quanto è sommamente attivo in tutti attraverso lo Spirito Santo.


 


Meditazione 


     Gesù, che «fu assunto in cielo» (At 1,11), che il Padre «fece sedere alla sua destra nei cieli» (Ef l, 20) e che da Dio ha ricevuto «ogni potere in cielo e sulla terra » (Mt 28,18), fa della sua assenza fisica una presenza invisibile, una compagnia nei confronti dei suoi discepoli: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). L'esito del dono della vita per i suoi amici, gli uomini, è l'essere con loro per sempre, in modo misterioso, ma reale.


    «Là dove ci ha preceduto la gloria del capo, è chiamata altresì la speranza del corpo», afferma Leone Magno a proposito dell'ascensione (Sermo 73,4). E la seconda lettura parla espressamente della speranza dischiusa dalla vocazione cristiana, dal Cristo risorto e asceso al cielo (Ef 1,18); speranza escatologica, ma che inserisce pienamente nella storia i cristiani chiamandoli alla testimonianza in forza dello Spirito santo (I lettura); speranza retta dalla vicinanza e dalla compagnia del Risorto nei confronti dei discepoli che si vedono così sostenuti nel loro impegno quotidiano di servizio al vangelo (vangelo).


     Il vuoto lasciato dall'ascensione di Gesù deve essere colmato dalla testimonianza (At 1,8) e dall'insegnamento (Mt 28,20) dei discepoli. Le due cose sono distinte, ma anche strettamente connesse. Insegnare significa fare segno (in-signare), dare simboli e chiavi ermeneutiche della realtà. Insegnante credibile è colui che vive in prima persona ciò che insegna e che vive di ciò che insegna. O almeno, cerca di farlo. La figura di maestro che il vangelo costruisce, sulla scia di Gesù di Nazaret che è al tempo stesso maestro e insegnamento, è anche quella di un testimone: non si può insegnare l'evangelo senza viverne. L'evangelo, infatti, è il comando lasciato dal Signore ai suoi: «insegnando [...] tutto ciò che vi ho comandato» (Mt 28,20).


    Il mandato di insegnare e fare discepole le genti è un compito generante e significa educare alla fede, trasmettere la fede, esercitare un compito di paternità che introduca l'uomo alla relazione con Dio. Questo il compito della Chiesa nella storia «fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Compito che la Chiesa può assolvere se si affida alla promessa del Risorto: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». Queste parole non sono una garanzia, ma una promessa: e ad una promessa si fa credito, ci si affida, senza altre garanzie che l'affidabilità di colui che ha parlato. Il quale, promettendo, ha promesso se stesso, la sua presenza. Inoltre, quelle parole «Io sono con voi» devono essere lasciate in bocca al Signore: sono completamente stravolte se poste sulla bocca di uomini che dicono: «Dio è con noi». Questa non è più la promessa di un Altro a cui ci si affida ogni giorno con umiltà, timore e tremore, ma affermazione umana che fonda una pratica violenta e impositiva, arrogante e aggressiva.


    Le parole «Io sono con voi» stanno nello spazio della fede e della speranza, le parole «Dio è con noi» stanno nello spazio della certezza e del sapere (e nascondono illusione e menzogna): se le prime aprono il futuro (e lo aprono indefinitivamente: «fino alla fine del mondo»), le seconde lo chiudono irrimediabilmente. Trasmettere la fede è dunque anche donare speranza.


    La promessa solenne del Risorto evoca la formula di alleanza per cui Dio si lega al popolo ( «Io sarò il vostro Dio»), e soprattutto evoca la presenza di Dio in mezzo al popolo, nel Tempio. Quelle parole fondano dunque la comunità cristiana come luogo della presenza santa di Dio, come tempio, ma tempio di corpi e di relazioni. La promessa «Io sono con voi» impegna il «voi» a perseverare, a rimanere nella carità fraterna, nei legami reciproci, e a far regnare su di essi il Nome di Dio («Io sono») rivelato dal volto di Gesù di Nazaret. La presenza del Signore viene sperimentata come dono grazie alla fedeltà dei credenti. A sua volta, la faticosa fedeltà quotidiana («tutti i giorni») dei credenti è sostenuta dalla speranza suscitata dalla promessa: «Con la tua promessa mi hai fatto sperare» (Quoniam promisisti, me sperare fecisti: Agostino, Enarr. In Ps. 118,15,1).


 


IMMAGINE DELLA DOMENICA


 











OSTIA (ROMA) - 2016













Il cielo


Osservate più spesso le stelle.


Quando avrete un peso nell’animo,


guardate le stelle o l’azzurro del cielo.


Quando vi sentirete tristi,


quando vi offenderanno,…


intrattenetevi… col cielo.


Allora la vostra anima troverà la quiete.


 


(N. Valentini - L. Žák [a cura], Pavel A. Florenskij. Non dimenticatemi. Le lettere dal gulag del grande matematico, filosofo e sacerdote russo, Milano, 2000, p. 418).


 


Preghiere e racconti


L’Ascensione del Signore

È il nascondimento di Gesù il giorno dell'Ascensione che ha reso possibile la vita e la testimonianza della Chiesa da venti secoli. La sua assenza non solo ha permesso l'esistenza della Scrittura, che ci trasmette il suo messaggio, ma genera ancor oggi quella Scrittura viva, quella Scrittura imprevedibile che tracciano, giorno dopo giorno, i discepoli di Gesù sparsi su tutte le strade del mondo. Quel Gesù che noi amiamo senza averlo visto, quel Gesù che popola le nostre solitudini e abita le nostre comunioni, ci sfugge sempre ogni qualvolta cerchiamo di afferrarlo. Egli è davanti a noi, oltre i personaggi nei quali vogliamo rinchiuderlo. Ed è giusto che sia così, perché possederlo una volta per tutte secondo il suo volto storico, dogmatico, culturale, politico, sarebbe già non ricercare più la sua bruciante assenza.


(Cl. Geffré, Uno spazio per Dio).


 


L’eterno quotidiano

Degli occhi delle lingue dei volti


che annunciano a tutti i secoli


Io sono fino alla fine del tempo


l'asse del cielo la ruota del vento


l'albero della vita le cui radici


di corpi cinerei fanno un sol corpo


L'Alleluia che si radica


fra i denti murati dei morti


così forte che l'inferno non esamina


quest'Alleluia mi rianima


Io non posso più reprimerti


mia graminacea mia figlia folle


mio seme alato fatto parola


mia eternità neonata


mia gioia danzante a pie zoppo


fra le mie ossa sparse


Basta un papavero


uscito da me fuori dalla tomba


per farmene uscire


e per celebrare


il Risorto che mi rende


il mio filo d'alba il mio fiore nei denti


il dono di vivere nella gloria


dell’eterno quotidiano


La fede rinata ogni mattina


Di un’inconcepibile vittoria.


(P. Emmanuel, Evangeliario)


 


La porta del cielo


Un antico racconto degli ebrei della diaspora così dice: «Cercavo una terra, assai bella, dove non mancano il pane e il lavoro: la terra del cielo. Cercavo una terra, una terra assai bella, dove non sono dolore e miseria, la terra del cielo.


Cercando questa terra, questa terra assai bella, sono andato a bussare, pregando e piangendo alla porta del cielo...


Una voce mi ha detto, da dietro la porta: "Vattene, vattene perché io mi sono nascosto nella povera gente.


Cercando questa terra, questa terra assai bella, con la povera gente, abbiamo trovato la porta del cielo».


 


«Rimanete saldi nella fede»


«Cari fratelli e sorelle, il motto del mio pellegrinaggio in terra polacca, sulle orme di Giovanni Paolo II, è costituito dalle parole: «Rimanete saldi nella fede!». L'esortazione racchiusa in queste parole è rivolta a tutti noi che formiamo la comunità dei discepoli di Cristo, è rivolta a ciascuno di noi. La fede è un atto umano molto personale, che si realizza in due dimensioni. Credere vuol dire prima di tutto accettare come verità quello che la nostra mente non comprende fino in fondo. Bisogna accettare ciò che Dio ci rivela su se stesso, su noi stessi e sulla realtà che ci circonda, anche quella invisibile, ineffabile, inimmaginabile. Questo atto di accettazione della verità rivelata allarga l'orizzonte della nostra conoscenza e ci permette di giungere al mistero in cui è immersa la nostra esistenza. Un consenso a tale limitazione della ragione non si concede facilmente.


Ed è proprio qui che la fede si manifesta nella sua seconda dimensione: quella di affidarsi a una persona - non a una persona ordinaria, ma a Cristo. È importante ciò in cui crediamo, ma ancor più importante è colui a cui crediamo.


Abbiamo sentito le parole di Gesù: «Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra» (At 1,8). Secoli fa queste parole giunsero anche in terra polacca. Esse costituirono e continuano costantemente a costituire una sfida per tutti coloro che ammettono di appartenere a Cristo, per i quali la sua causa è la più importante. Dobbiamo essere testimoni di Gesù che vive nella Chiesa e nei cuori degli uomini. È lui ad assegnarci una missione. Il giorno della sua Ascensione in cielo disse agli apostoli: «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo a ogni creatura... Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l'accompagnavano» (Mc 16,15.20).


[…] Prima di tornare a Roma, per continuare il mio ministero, esorto tutti voi, ricollegandomi alle parole che Giovanni Paolo II pronunciò qui nell'anno 1979: «Dovete essere forti, carissimi fratelli e sorelle! Dovete essere forti di quella forza che scaturisce     dalla fede! Dovete essere forti della forza della fede! Dovete essere fedeli! Oggi più che in qualsiasi altra epoca avete bisogno di questa forza. Dovete essere forti della forza della speranza, che porta la perfetta gioia di vivere e non permette di rattristare lo Spirito Santo! Dovete essere forti dell'amore, che è più forte della morte... Dovete essere forti della forza della fede, della speranza e della carità, consapevole, matura, responsabile, che ci aiuta a stabilire... il grande dialogo con l'uomo e con il mondo in questa tappa della nostra storia: dialogo con l'uomo e con il mondo, radicato nel dialogo con Dio stesso  col Padre per mezzo del Figlio nello Spirito Santo -, dialogo della salvezza" (10 giugno 1979, Omelia, n. 4).


Anch'io, Benedetto XVI, successore di papa Giovanni Paolo II, vi prego di guardare dalla terra il cielo - di fissare Colui che - da duemila anni - è seguito dalle generazioni che vivono e si succedono su questa nostra terra, ritrovando in lui il senso definitivo dell'esistenza. Rafforzati dalla fede in Dio, impegnatevi con ardore nel consolidare il suo Regno sulla terra: il Regno del bene, della giustizia, della solidarietà e della misericordia. Vi prego di testimoniare con coraggio il Vangelo dinanzi al mondo di oggi, portando la speranza ai poveri, ai sofferenti, agli abbandonati, ai disperati, a coloro che hanno sete di libertà, di verità e di pace. Facendo del bene al prossimo e mostrandovi solleciti per il bene comune, testimoniate che Dio è amore.


Vi prego, infine, di condividere con gli altri popoli dell'Europa e del mondo il tesoro della fede, anche in considerazione della memoria del vostro connazionale che, come successore di san Pietro, questo ha fatto con straordinaria forza ed efficacia. E ricordatevi anche di me nelle vostre preghiere e nei vostri sacrifici, come ricordavate il mio grande predecessore, affinché io possa compiere la missione affidatami da Cristo. Vi prego, rimanete saldi nella fede! Rimanete saldi nella speranza! Rimanete saldi nella carità! Amen!


(BENEDETTO XVI, Omelia a Cracovia- Blonie, 28 maggio 2006, in J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Giovanni Paolo II. Il mio amato predecessore, Cinisello Balsamo/Città del Vaticano, San Paolo/Libreria Editrice Vaticana, 2007, 108-112).


 


Il cielo


Con l'immagine e la parola "cielo", che si connette al simbolo di quanto significa "in alto", al simbolo cioè dell'altezza, la tradizione cristiana definisce il compimento, il perfezionamento definitivo dell'esistenza umana mediante la pienezza di quell’amore verso il quale si muove la fede.


Per il cristiano, tale compimento non è semplicemente musica del futuro, ma rappresenta ciò che avviene nell'incontro con Cristo e che, nelle sue componenti essenziali, è già fondamentalmente presente in esso.


Domandarsi dunque che cosa significhi "cielo" non vuol dire perdersi in fantasticherie, ma voler conoscere meglio quella presenza nascosta che ci consente di vivere la nostra esistenza in modo autentico, e che tuttavia ci lasciamo sempre nuovamente sottrarre e coprire da quanto è in superficie. Il "cielo" è, di conseguenza, innanzi tutto determinato in senso cristologico. Esso non è un luogo senza storia, "dove" si giunge; l'esistenza del "cielo" si fonda sul fatto che Gesù Cristo come Dio è uomo, sul fatto che egli ha dato all'essere dell'uomo un posto nell'essere stesso di Dio (K. Rahner, La risurrezione della carne, p. 459). L'uomo è in cielo quando e nella misura in cui egli è con Cristo e trova quindi il luogo del suo essere uomo nell'essere di Dio.


In questo modo, il cielo è prima di tutto una realtà personale, che rimane per sempre improntata dalla sua origine storica, cioè dal mistero pasquale della morte e risurrezione.


(Joseph Ratzinger/BENEDETTO XVI, Imparare ad amare. Il cammino di una famiglia cristiana, Milano/Cinisello Balsamo/Città del Vaticano, San Paolo/Editrice Vaticana, 2007, 131).


 


Angeli smemorati


Un giorno Dio si rallegrava e si compiaceva più del solito nel vedere quello che aveva creato. Osservava l’universo con i mondi e le galassie, ed i venti stellari sfioravano la sua lunga barba bianca accompagnati da rumori provenienti da lontanissime costellazioni che finivano per rimbombare nelle sue orecchie. Le stelle nel firmamento brillavano dando significato all’infinito. Mentre ammirava tutto ciò, uno stuolo di Angeli gli passò davanti agli occhi ed Egli istintivamente abbassò le palpebre, ma così facendo gli Angeli caddero rovinosamente. Poveri angioletti, poco tempo prima si trovavano a lodare il Creatore rincorrendosi tra le stelle ed ora si trovavano su di un pianeta a forma di grossa pera!


“Che luogo è questo?” chiesero gli Angeli a Dio.


“E’ la Terra.” Rispose il Creatore.


“Dacci una mano per risalire”, chiesero in coro le creature, “perché possiamo ritornare in cielo”.


Dopo una pausa di attesa (secondo i tempi divini!), Egli rispose:


“No! Quanto è accaduto non è avvenuto per puro caso. Da molti secoli odo il lamento dei miei figli e mai hanno permesso che rispondessi loro. Una volta andai di persona, ma non tutti mi ascoltarono. Forse ora ascolteranno voi, dopo quello che hanno passato e passano seguendo falsi dei.


Andate creature celesti, amate con il mio cuore, cantate inni di gioia, mischiatevi tra i popoli in ogni luogo della terra e quando avrete compiuto la missione, allora ritornerete e faremo una grande festa nel mio Regno”.


Da allora tutti gli Angeli, felici di quanto si apprestavano a compiere per il bene degli uomini, se ne vanno in giro a toccare i cuori della gente e gioiscono quando un anima trova l’Amore. Ma la cosa più sorprendente era che, toccando i cuori, scoprirono che molti di essi erano … Angeli che urtando il capo nella caduta avevano perduto la memoria. E la missione continua anche se ancora ci sono molti Angeli smemorati, che magari alla sera, seduti sul davanzale della propria casa, guardano il cielo stellato in attesa di un significato scritto nel loro cuore. Se solo si guardassero “dentro”.


 


L'ascensione di Gesù e la nostra ascensione


Quando nel rito liturgico dell'eucaristia siamo invitati a «innalzare i nostri cuori», rispondiamo: «Sono rivolti al Signore», a quel Signore che è asceso in alto, a colui che non è più qui, ma che è risorto, è apparso agli apostoli ed è scomparso dalla vista. Sempre, ma specialmente in questo giorno nel quale commemoriamo la sua risurrezione e la sua ascensione, noi siamo spinti ad ascendere in spirito come il Salvatore, che ha vinto la morte e ha aperto il regno del cielo a tutti i credenti.


Molti uomini però non ascoltano il richiamo della liturgia; essi sono impediti, anzi posseduti, assorbiti dal mondo, e non possono elevarsi perché non hanno ali. La preghiera e il digiuno sono stati definiti le ali dell'anima, e quelli che non pregano e non digiunano, non possono seguire il Cristo. Non possono innalzare a lui i cuori. Non hanno il tesoro in alto, ma il loro tesoro, il loro cuore e le loro facoltà sono sulla terra; la terra è la loro eredità e non il cielo. [...] Al contrario le anime sante prendono una via diversa; esse sono risorte con Cristo e sono come persone salite su una montagna e ora si riposano sulla cima. Tutto è rumore e frastuono, nebbia e tenebra ai suoi piedi; ma sulla vetta tutto è così calmo, cosi tranquillo e sereno, così puro e chiaro, così luminoso e celeste che per loro è come se il tumulto della valle non risuonasse al di sotto, e le ombre e le tenebre non ci fossero.


(John Henry Newman)


 


Già ora con Cristo nei cieli


Oggi il Signore nostro Gesù Cristo è asceso al cielo; salga con lui il nostro cuore. Ascoltiamo l'Apostolo che dice: «Se siete risorti con Cristo, gustate le cose di lassù, dove è Cristo seduto alla destra di Dio; cercate le cose di lassù e non quelle della terra» (Col 3,1-2). Come infatti egli è asceso al cielo ma non si è allontanato da noi, così anche noi siamo già lassù con lui, sebbene non sia stato ancora realizzato nel nostro corpo quanto ci è stato promesso. Egli è già stato esaltato sopra i cieli, tuttavia sulla terra patisce le stesse sofferenze che proviamo noi sue membra. Di ciò ha reso testimonianza quando ha gridato dall'alto: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?» (At 9,4), e: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare» (Mt 25,35). Perché anche noi qui sulla terra non operiamo in modo tale da riposare già ora con lui nei cieli mediante la fede, la speranza e la carità che ci uniscono a lui? Cristo è nei cieli ed è anche con noi, noi siamo sulla terra e siamo anche con lui. Egli lo può fare per la divinità, la potenza e l'amore che possiede; noi, anche se non possiamo farlo per la divinità come lui, tuttavia lo possiamo fare con l'amore, però in lui. Cristo non ha abbandonato il cielo quando ne è disceso per venire fino a noi, ne si è allontanato da noi quando è asceso di nuovo al cielo. Che egli fosse in cielo mentre era anche qui sulla terra lo afferma lui stesso: «Nessuno - dice - è asceso al cielo se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell'uomo che è in cielo» (Gv 3,13). Non ha detto: «Il Figlio dell'uomo che sarà in cielo», ma: «Il Figlio dell'uomo che è in cielo». Che Cristo rimanga con noi anche quando è in cielo, ce lo ha promesso prima di salirvi, dicendo: «Ecco, io sono con voi fino alla fine dei secoli» (Mt 28,20). I nostri nomi sono lassù, perché egli ha detto: «Rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti nel cielo» (Lc 10,20).


(AGOSTINO DI IPPONA, Discorsi 263/A, Opere di Sant'Agostino XXXII/2, p. 904).


 


Preghiera


Noi, viandanti sulle strade del mondo, sospiriamo a rivestire quell'abito di luce intramontabile che tu stesso, Signore Gesù, nel tuo amore hai preparato per noi. Fa' che nulla vada perduto di quanto, per grazia, hai riversato come dono nelle nostre povere mani. La forza del tuo Spirito plasmi in noi l'uomo nuovo rivestito di mitezza e di umiltà. Ti preghiamo di non lasciarci sordi alle tue parole di vita, perché se non seguiamo te e non ci affidiamo alla potenza del tuo nome, nessun altro potrà salvarci. Il tuo Spirito frantumi tutti gli idoli che ancora ci trattengono e ostacolano il nostro cammino. Nulla e nessuno su questa terra possa imprigionare il nostro cuore! Fa' che volgendo lo sguardo a te e al tuo regno, acquistiamo occhi per vedere ovunque i prodigi del tuo amore.


 


Beato Angelico (1387-1455), Armadio degli Argenti – p. (Ascensione), Firenze, Museo di S. Marco.


© 2014. Foto Scala Firenze – Su concessione Ministero Beni e Attività Culturali.


 
«Dobbiamo confessare che grande è il mistero della pietà: Egli si manifestò nella carne, fu giustificato nello Spirito, apparve agli angeli, fu annunziato ai pagani, fu creduto nel mondo, fu assunto nella gloria» (1Tm 3,16).
Il mistero celebrato dalla Chiesa quaranta giorni dopo la Pasqua trova la sua sintesi nella preghiera Colletta della liturgia del giorno: «…nel tuo Figlio asceso al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a te, e noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza di raggiungere Cristo, nostro Capo, nella gloria». Trova il suo compendio anche nel Prefazio della festa: «Mediatore tra Dio e gli uomini,
giudice del mondo e Signore dell’universo,
non si è separato dalla nostra condizione umana,
ma ci ha preceduti nella dimora eterna,
per darci la serena fiducia 
che dove è lui, Capo e primogenito,
saremo anche noi, sue membra, uniti nella stessa gloria».


Gesù, infatti, è entrato nel santuario del cielo affinché “la gloria del Capo” potesse diventare “la gloria del corpo” (S. Leone Magno, Sermo I de Ascensione Domini). Egli è per sempre al suo posto quale «primogenito tra molti fratelli» (Rm 8,29). Ciò significa che la natura umana per mezzo di Lui e in Lui è per sempre con Dio, è per sempre in Dio. Il Signore Risorto, inoltre, intercede per noi presso il Padre quale loro avvocato (cf. Eb 7,25) poiché «non è entrato in un santuario fatto da mani d’uomo, figura di quello vero, ma nel cielo stesso, per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore, e non per offrire se stesso più volte, come il sommo sacerdote che entra nel santuario ogni anno con sangue altrui…Ora invece una volta sola, alla pienezza dei tempi, è apparso per annullare il peccato mediante il sacrificio di se stesso» (Eb 9,24-26).
Nel riquadro dell’Armadio degli Argenti dipinto dal Beato Angelico in pieno ‘400, l’evento salvifico è come raccolto in uno spazio ridottissimo occupato quasi per intero dai discepoli riuniti in cerchio insieme a Maria posta al centro della scena. Essi fissano il cielo nel quale è penetrato Cristo risorto del quale è visibile però soltanto la parte inferiore della tunica avvolta da una nube che lo “sottrae al loro sguardo” (cf. At 1,9).
Gesù è accolto in una sfera di luce dorata che taglia quasi per intero il cielo azzurro che sovrasta un paesaggio essenziale e scarno, arricchito soltanto dalla presenza discreta di alcuni alberelli che conferiscono alla scena un certo realismo. Un angelo sulla destra rivolge ai discepoli le parole: «“Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?
Questo Gesù, che è stato di tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo”» (At 1,11).
Gesù ha raggiunto il cielo ed è per sempre nella gloria del Padre suo. Si è assiso alla destra dell’Altissimo, ma è anche presente tra i suoi discepoli ai quali aveva già promesso che sarebbe stato con loro sino alla consumazione del mondo (cf. Mt 28,20). «Il paradiso non è ormai più un luogo da sempre esistito…bensì il paradiso si apre in Gesù stesso: esso è legato alla sua persona…Cristo è egli stesso il paradiso, la luce, l’acqua fresca, la pace sicura, cui tendono le aspettative e le speranze degli uomini» (J. Ratzinger).
Il mistero dell’ascensione è pertanto la celebrazione dell’opera di riconciliazione che Dio ha realizzato in Cristo. In lui, infatti, e in particolare nel suo mistero di morte e risurrezione, è stata fatta pace tra il cielo e la terra ed è stata riaperta la via che conduce a Dio.
Nel suo cammino verso la Gerusalemme celeste il credente affronta le prove e le tribolazioni della storia ben sapendo che «niente giova all’uomo se guadagna il mondo intero ma perde se stesso. Tuttavia l’attesa di una terra nuova non deve indebolire, bensì piuttosto stimolare la sollecitudine nel lavoro relativo alla terra presente, dove cresce quel corpo dell’umanità nuova che già riesce ad offrire una certa prefigurazione che adombra il mondo nuovo» (Gaudium et Spes 39).
  


 



* Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di:


- Temi di predicazione. Omelie. Ciclo A, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 2004;2007-.


- Messalino festivo dell’Assemblea, Bologna, EDB, 2007.


- Comunità domenicana di Santa Maria delle Grazie, La grazia della predicazione. Tempo di Quaresima e Tempo di Pasqua, in «Allegato redazionale alla Rivista del Clero Italiano»  95 (2014) 2, pp.67.


- C.M. MARTINI, Incontro al Signore risorto. Il cuore dello spirito cristiano, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2009.


- E. BIANCHI et al., Eucaristia e Parola. Testi per le celebrazioni eucaristiche. Tempo ordinario anno A, Milano, Vita e Pensiero, 2010.


- F. ARMELLI, Ascoltarti è una festa. Le letture domenicali spiegate alla comunità. Anno A, Padova, Messaggero, 2001.


- J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret, Milano, Rizzoli, 2007.


- J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret. Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2011.


- J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, L’infanzia di Gesù, Milano/Città del Vaticano, Rizzoli/Libreria Editrice Vaticana, 2012.


- J.M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, Matteo, il Vangelo del compimento, a cura di Gianfranco Venturi, LEV 2016.


- UFFICIO LITURGICO NAZIONALE (CEI), Svuotò se stesso… Da ricco che era si è fatto povero per voi. Sussidio CEI quaresima-pasqua 2014.


 


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- Immagine della domenica, a cura di García-Orsini-Pennesi.


 


PER L'APPROFONDIMENTO:


ASCENSIONE


 
editore |15.05.2017
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Prima lettura: Atti 8,5-8.14-17






 In quei giorni, Filippo, sceso in una città della Samarìa, predicava loro il Cristo. E le folle, unanimi, prestavano attenzione alle parole di Filippo, sentendolo parlare e vedendo i segni che egli compiva. Infatti da molti indemoniati uscivano spiriti impuri, emettendo alte grida, e molti paralitici e storpi furono guariti. E vi fu grande gioia in quella città.


Frattanto gli apostoli, a Gerusalemme, seppero che la Samarìa aveva accolto la parola di Dio e inviarono a loro Pietro e Giovanni. Essi scesero e pregarono per loro perché ricevessero lo Spirito Santo; non era infatti ancora disceso sopra nessuno di loro, ma erano stati soltanto battezzati nel nome del Signore Gesù. Allora imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo.






 




  • Lo Spirito Santo, di fatto, ci viene presentato come frutto della fede nell'annuncio evangelico in Samaria, ad opera del diacono Filippo secondo il racconto degli Atti.


         È un episodio molto importante, questo, perché ci fa vedere come il Vangelo sia destinato a tutti i popoli. Fin qui S. Luca ci aveva narrato qualcosa della diffusione del Vangelo in mezzo agli Ebrei: un passaggio intermedio è rappresentato dalla predicazione di Filippo ai Samaritani che, pur essendo divisi, avevano qualcosa in comune con gli Ebrei; più tardi avverrà il lancio missionario anche ai pagani, ad opera soprattutto di Paolo.


         Proprio per la novità del gesto compiuto dal diacono Filippo, che poteva comportare anche la nascita di certi problemi, avendo saputo la cosa, gli Apostoli da Gerusalemme «inviarono a loro Pietro e Giovanni» (At 8,14) per verificare la situazione e anche per completare l'opera dello stesso Filippo. Ed è precisamente a questo punto che si parla di una particolare discesa dello Spirito sopra quei primi credenti samaritani. Infatti i due Apostoli «pregarono per loro perché ricevessero lo Spirito Santo; non era infatti ancora disceso sopra nessuno di loro, ma erano stati soltanto battezzati nel nome del Signore Gesù. Allora imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo» (14,15-17).


         Dato che si dice che quei cristiani erano già stati «battezzati nel nome di Gesù», si dovrebbe pensare che il rito che compiono gli Apostoli con la loro preghiera e la «imposizione delle mani» sia qualcosa di corrispondente al sacramento della Cresima che, come sappiamo, è una specie di completamento, di «confermazione» vera e propria del Battesimo. Comunque, quello che è importante è la discesa dello Spirito sopra quei nuovi credenti, quasi a dire che si diventa cristiani solo con la «sigillazione» dello Spirito, che diventa così come l'anima che da forza e vitalità a chiunque crede in Cristo.




 


Seconda lettura: 1 Pietro 3,15-18






Carissimi, adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché, nel momento stesso in cui si parla male di voi, rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo. Se questa infatti è la volontà di Dio, è meglio soffrire operando il bene che facendo il male, perché anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nel corpo, ma reso vivo nello spirito.






 




  •  Se lo Spirito è come il «completatore» della salvezza, che guida i cristiani dall'interno, non si deve dimenticare però che egli è sempre «lo Spirito di Cristo», che è stato inviato proprio per completare la sua opera di salvezza. Perciò, come ci insegna il testo della lettera di Pietro, al centro rimane sempre Cristo che «è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nel corpo, ma reso vivo nello spirito» (3,18). Dovremmo essere qui davanti ad una antica professione di fede, che ci rimanda al mistero pasquale: morte espiatrice di Cristo, «giusto» e innocente, e sua risurrezione dai morti, «per ricondurvi» al Padre.


         Tutto questo è grandioso, ma anche paradossale e difficile a credere.


    È per questo che i cristiani debbono non solo essere convinti della loro fede, ma anche capaci di comunicarla agli altri, «sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (v. 15). E tutto questo non con arroganza o senso di superiorità, ma «con dolcezza e rispetto», dimostrando con la propria «condotta» la forza trasformatrice del Vangelo (vv. 15-16). Questo potrà costare anche contraddizioni e sof-ferenza: ma è ancora il Vangelo che ci insegna che «è meglio soffrire operando il bene che facendo il male» (v. 17).




 


Vangelo: Giovanni 14,15-21






 In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi.


Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».






 


Esegesi 


    Il brano che stiamo commentando fa parte del più lungo «discorso d'addio», che Gesù rivolge ai suoi discepoli mentre sta per avviarsi, dal luogo dell'ultima cena, all'orto dell'agonia.  Sono parole di consolazione quelle che egli rivolge loro per predisporli agli eventi drammatici che seguiranno, e di cui essi non hanno piena consapevolezza: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio ed abbiate fede in me» (14,1). Ma sono anche parole «testamentarie», che esprimono le sue «volontà» circa i loro atteggiamenti futuri, il loro modo di rapportarsi a lui che, pur avviandosi alla morte, continuerà ad essere presente in mezzo a loro come il Risorto, «donatore» addirittura del suo «Spirito» di santità. Perciò la prima richiesta che egli fa agli apostoli, per continuare a tenere viva la sua memoria oltre la morte e dare testimonianza della sua risurrezione, è quella di vivere «nell'amore». E proprio sul tema dell'amore si apre e si chiude il brano di Vangelo oggi proposto alla nostra attenzione: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti... Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui» (14,15.21).


     Come si vede, l'amore di cui si parla è un amore a doppio senso, anzi triplice: è l'amore dei discepoli verso Cristo, anche dopo la sua morte! Anzi soprattutto dopo la sua morte, perché egli ritornerà a vita; e quella sarà una «vita» in gloria e in potenza: « Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete» (14,19). Proprio per questo l'amore dovrà essere più forte!


     A questo amore dei discepoli risponde dall'alto un duplice amore: ovviamente da parte di Cristo, che quei discepoli si è «scelti» lui stesso e non può non amarli; ma anche quello del Padre che ama tutto quello che ama il Figlio. Perciò siamo davanti a un amore infinito che avvolge il discepolo di Cristo!


     Però da lui si esige, come controparte, che dimostri il suo amore osservandone i «comandamenti»: «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama» (v. 21). Può anche sembrare strano che in un discorso di «amore» si parli di «comandamenti» (in greco entolài): ma non lo è se si pensa, come interpretano non pochi esegeti, che con questa espressione Gesù rimanda in modo particolare ai «due comandamenti» che sono come la «sintesi» del suo insegnamento, e cioè l'amore di Dio e l'amore del prossimo. Basti qui ricordare quello che Gesù dirà tra non molto: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amato» (15,12). Davanti all'amore immenso di Cristo si impone, di per sé, una «libera» volontà di risposta amorosa.


     E questo tanto più che, proprio in tale contesto, Gesù promette ai suoi di inviare lo Spirito Santo, che il testo greco chiama «Paraclito» (paràklētos), termine greco che può significare sia «consolatore» che «avvocato»: probabilmente l'Evangelista intende le due cose insieme.


     Comunque, di lui qui si enunciano due caratteristiche, come risulta dal testo: «io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi» (14,16-17). La prima è che lo Spirito è dato per «rimanere sempre con noi»: dunque non ci abbandonerà mai. Addirittura si dice che sarà «in noi» (v. 17): si parla dunque di una «inabitazione» dentro di noi, di modo che sia lui ad agire in noi e per mezzo di noi. In tal modo è chiaro che egli, il quale è il frutto dell'amore del Padre e del Figlio, ci darà la capacità di riamare Dio ed i fratelli, attuando così quel «comandamento» dell'amore di cui ci ha parlato Gesù.


     La seconda caratteristica è che egli è lo «Spirito della verità» (v. 17), che ci guiderà «alla verità tutta intera» (16.13). Ma la «verità» di cui qui si parla non è qualcosa di astratto, di puramente concettuale o cognitivo, quanto piuttosto la «rivelazione» che Dio ha fatto di se stesso donandoci il Cristo, che è afferrabile solo attraverso la fede: è per questo che «il mondo» incredulo non può né «riceverlo», né «conoscerlo». Solo mediante la fede in Cristo si ha accesso alla salvezza.


 


Meditazione 


     Prima di passare da questo mondo al Padre, Gesù promette ai suoi discepoli il dono dello Spirito, del Paraclito, ovvero dell'avvocato difensore che proteggerà i discepoli stessi nella lotta che dovranno sostenere in un mondo ostile (vangelo); questo Spirito guida la presenza cristiana nel mondo sulla via della mitezza e del rispetto degli «altri», i non credenti (II lettura) ed accompagna la predicazione degli apostoli che da vita a nuove comunità cristiane (I lettura).


    Dall'evento pasquale sgorga la speranza come responsabilità dei cristiani. Di essa i cristiani devono essere «pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (1Pt 3,15). «Sempre», dunque in ogni ambito e momento della vita; «a chiunque», dunque non a qualcuno sì e ad altri no, ma a tutti. Inoltre di essa i cristiani devono «rispondere», cioè divenire responsabili: è la testimonianza che solo loro possono dare al mondo. Chi chiede conto della speranza, ne chiede anche un racconto: nella storia i cristiani si collocano come narratori di speranza. Prima ancora che in rapporto agli uomini, la speranza è responsabilità del cristiano in rapporto a Dio, è risposta a Colui che l'ha chiamato alla fede e alla speranza: la «speranza della vocazione» (Ef 1,18) è la speranza dischiusa dalla chiamata divina in Cristo Gesù. La speranza cristiana come responsabilità si situa pertanto tra chiamata di Dio e domanda degli uomini: è responsabilità unica e duplice al tempo stesso, come il comando di amare Dio e il prossimo è duplice e unico al tempo stesso (Mt 22,34-40; Mc 12,28-34; Lc 10,25-28).


    La nascita della Chiesa in Samaria procede dall'annuncio di Cristo («Filippo, sceso in una città della Samaria, predicava loro il Cristo»: At 8,5) e dalla discesa dello Spirito («Pietro e Giovanni …. imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo»: At 8,17). Il rapporto di collaborazione e fiducia tra Chiesa madre di Gerusalemme (At 8,14) e la nascente comunità in Samaria dice come la parola del vangelo e lo Spirito santo superano le barriere culturali e le separazioni etniche, le divisioni religiose e gli odi atavici: tra Giudei e Samaritani, infatti, non intercorrevano rapporti (Gv 4,9) a seguito di una storia ormai antica che protraeva nel tempo i suoi strascichi di incomunicabilità. I frutti della resurrezione si misurano anche in questa capacità di superare le rivalità antecedenti trovando unità e comunione in Cristo.


    Il vangelo presenta la promessa del dono dello Spirito da parte di Gesù, ma anche la promessa della sua venuta: «Ritornerò da voi» (lett: «verrò da voi»: Gv 14,18). La preghiera cristiana, che sempre avviene nello Spirito e in Cristo, sarà anche sempre invocazione dello Spirito, epiclesi, e invocazione della venuta gloriosa del Signore, Marana tha. Ovvero, avrà sempre una connotazione escatologica determinante. Il Cristo, inoltre, promette anche la sua intercessione, la sua preghiera al Padre per i discepoli («Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito»: Gv 14,16) e questa preghiera di Gesù è lo spazio al cui interno avviene ogni preghiera cristiana.


    Lo Spirito che Gesù promette sarà nel discepolo (Gv 14,17) diventando principio di vita interiore e interiorizzando in lui la presenza di Cristo. La sequenza di Pentecoste canta lo Spirito quale dulcis hospes animae (e anche consolator optime, dulce refrigerium). La dolcezza e la tenerezza che furono del Cristo, sono anche dello Spirito che spesso nella tradizione è stato evocato con immagini materne: «Lo Spirito è il seno in cui Dio è fecondo come una madre» (François-Xavier Durrwell). L'azione dello Spirito nel credente è quella di creare in lui una sorgente di vita per gli altri, anzi, di fare di lui uno spazio di vita per gli altri, capace di generare e dare vita. Lo Spirito, che è promessa e dono del Risorto, è anche tenerezza materna. E se esso insegna al cristiano a pregare, lo fa proprio come una madre: «Lo Spirito santo ci insegna a gridare "Abbà" comportandosi come una madre che insegna al proprio figlio a chiamare "papà" e ripete tale nome con lui finché lo porta alla consuetudine di chiamare il papa anche nel sonno» (Diadoco di Fotica


 


Immagine della Domenica





“Noi abbiamo suonato il flauto e voi non avete danzato”


Facci vivere la nostra vita,


non come un giuoco di scacchi dove tutto è calcolato,


non come una partita dove tutto è difficile,


non come un teorema che ci rompa il capo,


ma come una festa senza fine dove il tuo incontro si rinnova,


come un ballo, come una danza,


fra le braccia della tua grazia,


nella musica che riempie l'universo d'amore.


Signore, vieni ad invitarci.


(Madeleine Delbrêl).


 


Preghiere e racconti


Il Verbo sposo

Il Verbo sposo, che è entrato in me più di una volta, non mi ha mai dato alcun segno della sua irruzione, né mediante la voce, ne mediante un'immagine visibile, ne mediante un qualsiasi altro approccio sensibile. Nessun movimento da parte sua mi ha segnalato la sua venuta, nessuna sensazione mi ha mai avvertito che egli si fosse insinuato nei miei recessi interiori. Mi sono accorto della sua presenza da certi movimenti del mio cuore: la fuga dai vizi e la repressione delle mie voglie carnali mi hanno mostrato la potenza della sua virtù.


(Bernardo, Sermone sul Cantico dei cantici, 74,6)


 


«Ritornerò da voi» (Gv 14,3)

«Si può essere indotti a spiegare l’affermazione in questo modo: «Egli è ritornato, ma nel suo Spirito» cioè al suo posto è venuto il suo Spirito e la sua affermazione che egli è in mezzo con noi significherebbe allora semplicemente che il suo Spirito è in mezzo a noi. Certo, nessuno può negare questa verità così bella e consolante della venuta dello Spirito Santo. Ma perché è venuto? Per supplire all'assenza di Cristo o piuttosto per perfezionare la sua presenza? Incontestabilmente per renderlo presente. Lo Spirito di Dio non è venuto perché il Cristo non venga, ma viene piuttosto in modo tale che il Cristo possa venire nella sua venuta. Attraverso lo Spinto Santo noi siamo in comunione con il Padre e il Figlio. Lo Spirito Santo causa, provoca la fede, l'abitazione di Cristo nel cuore. Cosi io lo Spirito non prende il posto di Cristo nell’anima, ma assicura al Cristo questo posto».


(J.H. Newman, Parochial and Plain Sermons, VI, 10).


 


In comunione con Gesù


     In comunione con Gesù, siamo sotto l'influsso dello Spirito Santo e possiamo essere creativi, agire pienamente in modo nuovo nella lotta per il Regno, la città dell'amore. In Gesù e attraverso Gesù, possiamo affrontare le forze del male e della menzogna inscritte nei cuori e nei gruppi umani, forze che schiacciano la vita, che schiacciano i deboli e gli umili. Non siamo più noi che parliamo, ma lo Spirito Santo in noi. Non siamo più noi che viviamo, ma Gesù in noi. Gesù è venuto a far nuova ogni cosa. In comunione con lui nello Spirito Santo, anche noi possiamo far nuova ogni cosa e fare cose più grandi ancora di quelle fatte da Gesù (Gv 14).


In comunione con Gesù, le nostre azioni nascono dalla comunione e sono orientale verso la comunione. Anche le nostre parole sono chiamate a sgorgare dal silenzio della comunione per arrivare al silenzio dell'amore. Siamo chiamati a bere al cuore di Cristo per diventare fonti di vita per gli altri, per dare la nostra vita agli altri.


 (J. VANIER, Gesù, il dono dell'amore, Bologna 1994,168).


 


Starà in voi


«Se mi amate, osservate i miei comandamenti» (Gv 14,15). Poiché prima aveva detto: «Qualunque cosa chiederete, io la farò» (Gv 14,13) perché non credessero che bastasse chiedere, aggiunse: «se mi amate»; allora io la farò. Poiché era naturale che sentendolo dire: «Io vado al Padre» fossero turbati, dice: «Non è l'essere turbati che prova l'amore per me, ma l'obbedire a ciò che ho detto. Vi ho dato il comandamento di amarvi a vicenda perché facciate a vicenda quello che io ho fatto a voi. Questo è l'amore nell'obbedire a queste parole e nell'accordarsi alla persona amata». [...] Che cosa vuol dire: «Pregherò il Padre?» Con esse mostra che è giunto il tempo della venuta dello Spirito. Dopo che egli, con il suo sacrificio, ebbe purificato gli uomini, allora si ebbe l'effusione dello Spirito santo. Perché non discese prima, mentre Gesù era ancora con loro? Perché allora il sacrificio non era stato ancora consumato, ma quando il peccato fu annientato e i discepoli, mandati in mezzo a pericoli, si preparavano alla lotta, c'era bisogno che venisse chi poteva confortarli. Perché lo Spirito non venne subito dopo la risurrezione? Perché essi, provando un più vivo desiderio, lo accogliessero con buone disposizioni. Finché Cristo era con loro, non erano nell'angoscia, ma una volta che egli se ne andò, rimasero privi di difesa, in preda di una grande paura e provarono un vivo desiderio di riceverlo. «E resterà con voi». Questo dimostra che non se ne andrà neppure alla fine del mondo. Ma perché sentendo parlare del Paraclito, non pensassero a un nuova incarnazione e non si aspettassero quindi di vederlo con gli occhi del corpo, precisa: «II mondo non può riceverlo perché non lo vede. Non starà dunque con voi come faccio io, ma abiterà nelle vostre stesse anime» (Gv 14,17). Questo significa: «Starà in voi». [...] Dice: «Starà in voi», ma neppure così riesce a disperdere il loro scoraggiamento. Cercavano ancora la sua presenza e la sua compagnia. Per guarire la loro tristezza dice: «Non vi lascerò orfani. Tornerò da voi» (Gv 14,18). Non temete; non vi ho detto che vi manderò un altro Paraclito perché vi avrei lasciati soli fino alla fine; non vi ho detto: «Resterà con voi» nel senso che io non vi vedrò più. "Non vi lascerò orfani"».


(GIOVANNI CRISOSTOMO, Commento al vangelo di Giovanni, om. 75, PG 59,403-405).


 


Cari giovani: non abbiate paura di Cristo!


Benedetto XVI saluta i giovani e ricorda loro il monito di papa Wojtyla: “Spalancate le porte a Cristo!” e aggiunge: “Egli non toglie nulla, e dona tutto”.


E’ nel passaggio finale della sua omelia, pronunciata in occasione della cerimonia di inizio del suo pontificato, che Benedetto XVI guarda in modo speciale ai giovani, e lo fa sullo stile e con le parole di Giovanni Paolo II, proponendo ancora una volta al mondo la storica esortazione “Non abbiate paura, aprite anzi spalancate le porte a Cristo!” Un segno di continuità ma anche una scommessa a cui il successore di Pietro non vuole rinunciare.


“In questo momento il mio ricordo ritorna al 22 ottobre 1978, quando Papa Giovanni Paolo II iniziò il suo ministero qui sulla Piazza di San Pietro. Ancora, e continuamente, mi risuonano nelle orecchie le sue parole di allora: "Non abbiate paura, aprite anzi spalancate le porte a Cristo!" Il Papa parlava ai forti, ai potenti del mondo, i quali avevano paura che Cristo potesse portar via qualcosa del loro potere, se lo avessero lasciato entrare e concesso la libertà alla fede. Sì, egli avrebbe certamente portato via loro qualcosa: il dominio della corruzione, dello stravolgimento del diritto, dell’arbitrio. Ma non avrebbe portato via nulla di ciò che appartiene alla libertà dell’uomo, alla sua dignità, all’edificazione di una società giusta. Il Papa parlava inoltre a tutti gli uomini, soprattutto ai giovani.


Non abbiamo forse tutti in qualche modo paura – se lasciamo entrare Cristo totalmente dentro di noi, se ci apriamo totalmente a lui – paura che Egli possa portar via qualcosa della nostra vita? Non abbiamo forse paura di rinunciare a qualcosa di grande, di unico, che rende la vita così bella? Non rischiamo di trovarci poi nell’angustia e privati della libertà? Ed ancora una volta il Papa voleva dire: no! chi fa entrare Cristo, non perde nulla, nulla – assolutamente nulla di ciò che rende la vita libera, bella e grande. No! solo in quest’amicizia si spalancano le porte della vita. Solo in quest’amicizia si dischiudono realmente le grandi potenzialità della condizione umana. Solo in quest’amicizia noi sperimentiamo ciò che è bello e ciò che libera. Così, oggi, io vorrei, con grande forza e grande convinzione, a partire dall’esperienza di una lunga vita personale, dire a voi, cari giovani: non abbiate paura di Cristo! Egli non toglie nulla, e dona tutto. Chi si dona a lui, riceve il centuplo. Sì, aprite, spalancate le porte a Cristo – e troverete la vera vita. Amen”


 


La logica dell’amore


     Nella casa del Padre ci sono molti posti (Gv. 14,2) dice Gesù. In essa ogni figlio di Dio ha il suo posto unico. Devo allora abbandonare tutti i paragoni, tutte le rivalità e le competizioni ed arrendermi all’amore del Padre.


Ciò richiede un salto di fede perché ho poca esperienza di un amore che non si abbandoni a paragoni e non conosco ancora il potere salvifico di un tale amore. Dio mi spinge a raggiungere la sua casa. Nella luce di Dio io posso finalmente vedere il mio vicino come mio fratello, come colui che appartiene a Dio quanto appartengo io. Ma fuori dalla casa di Dio, fuori dalla sua logica di amore, fratelli e sorelle, mogli e mariti, genitori e figli, diventano rivali e perfino nemici; ognuno continuamente afflitto da gelosie, risentimenti, sospetti. Ma una siffatta situazione è solo fonte di dolore e di angoscia. In essa ogni cosa perde la sua spontaneità. Ogni cosa diventa sospetta, preoccupante, calcolata, e ci si abbandona a mille congetture. Non c’è più alcuna fiducia. C’è una via d’uscita? C’è uno sbocco dal risentimento verso il mio fratello, che nasce dal mio bisogno di essere amato? Sì, c’è.


Lasciarmi trovare da Dio Padre e sentirmi amato. Devo rivendicare a me stesso la mia condizione di figlio datami da Dio. Solo sentendomi unico, vedrò che l’amore di Dio non è esclusivo, ma comprende e sa mare, in modo unico e irripetibile, ciascun uomo. E anch’io farò lo stesso.


(J.H. Nouwen).


 


Scavare verso Dio

È da tempo che la sera è caduta


è da sere che il cielo è oscurato


è da cieli che la luce è partita


è da giorni che il ruscello è seccato.


Ecco questo uccello passare basso sotto la nube


bisogna partire e rientrare nel buio


non è più tempo di cantare nella strada


è troppo tardi per chiacchierare nel buio.


Gli alberi dormono come un corpo inerte,


la farfalla si affretta verso la sua rovina.


Solo, senza rimedio, bisogna chiudere gli occhi


e in fondo al buio scavare verso Dio.


(J.P. Dadelsen, Giona).




Preghiera


     Signore Gesù, noi crediamo che tu ci ami e desideriamo amarti: donaci lo Spirito di verità perché ci faccia comprendere e mettere in pratica tutte le tue parole di vita, quelle che hai attinto per noi dal cuore dell'eterno Padre. Tu sei sempre con noi e non ci lasci orfani: anche noi vogliamo rimanere con te. Sostieni e accresci in noi questo desiderio. Prega ancora per noi, presso il Padre, perché ci mandi l’«altro Consolatore», colui che ci difende dal maligno e ci fa ricordare quanto siamo amati in totale gratuità. Saremo così condotti alla verità tutta intera, alla dolcezza della comunione, alla sicurezza della pace e il mondo, vedendo, saprà: saprà che tu ami il Padre compiendo la sua volontà e che proprio questo amore salva il mondo. Amen.
 


Duccio di Buoninsegna, Maestà, cimasa: Apparizione agli Apostoli a porte chiuse, Museo dell’Opera Metropolitana, Siena.


© Su concessione dell’Opera della Metropolitana, autorizzazione n. 141/2014.


Gesù Risorto si fa prossimo ai suoi discepoli, li incontra, parla con loro, condivide con loro alcuni pasti. Egli non è un fantasma: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho» (Lc 24,38-39). Egli non è neppure il predicatore di Galilea redivivo, ma è il Crocifisso Risorto, tanto che Pietro dopo la Pentecoste potrà dire con forza: «Gesù di Nazareth…dopo che, secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio, fu consegnato a voi, voi l’avete inchiodato sulla croce per mano di empi e l’avete ucciso. Ma Dio lo ha risuscitato, sciogliendolo dalle angosce della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere» (At 2,22-24).
Colui che i discepoli avevano visto, udito e toccato (cf. 1Gv 1,1-3), il Maestro che avevano ascoltato e seguito e con il quale avevano condiviso la mensa, adesso, dopo la sua morte, si mostra «ad essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, apparendo loro per quaranta giorni e parlando del regno di Dio» (At 1,3). Per questo Paolo può affermare: «Cosicché ormai noi non conosciamo più nessuno secondo la carne; e anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo più così» (2Cor 5,16).


Nel riquadro della Maestà di Duccio di Buoninsegna Gesù Risorto appare vivo ai suoi discepoli riuniti nel cenacolo. Questi sono distribuiti dall’artista in due gruppi di cinque, tutti rivolti verso il Signore. È assente soltanto Tommaso. Del «luogo dove si trovavano i discepoli per paura dei giudei» (Gv 20,19) Duccio ci fa intravedere uno scorcio di architettura e soprattutto le sue porte ben chiuse.
I discepoli nel loro insieme indicano la Chiesa che si rallegra nell’udire la voce del suo Sposo e che da Lui riceve la missione di annunciare con la forza dello Spirito il vangelo della salvezza a tutte le nazioni. Ma «lo Spirito Santo viene a prezzo della “dipartita” di Cristo. Se tale “dipartita” ha causato la tristezza degli apostoli, e questa doveva raggiungere il suo culmine nella passione e nella morte del Venerdì Santo, a sua volta “questa afflizione si cambierà in gioia”. Cristo, infatti, inserirà nella sua “dipartita” redentrice la gloria della risurrezione e dell’ascensione al Padre.
 
Pertanto, la tristezza, attraverso la quale traspare la gioia, è la parte che tocca agli apostoli nel quadro della “dipartita” del loro Maestro, una dipartita “benefica”, perché grazie ad essa un altro “consolatore” sarebbe venuto.
A prezzo della croce, operatrice della redenzione, nella potenza di tutto il mistero pasquale di Gesù Cristo, lo Spirito Santo viene per rimanere sin dal giorno della Pentecoste con gli apostoli, per rimanere con la Chiesa e nella Chiesa e, mediante essa, nel mondo» (Giovanni Paolo II, Dominum et vivificantem 14).
Per i discepoli che erano stati scossi dagli eventi drammatici della passione di Gesù e dalla sua morte, si realizzano finalmente le parole di Gesù: «Vi vedrò di nuovo, e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia» (Gv 16,22).


 



* Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di:


- Temi di predicazione. Omelie. Ciclo A, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 2004;2007-.


- Messalino festivo dell’Assemblea, Bologna, EDB, 2007.


- Comunità domenicana di Santa Maria delle Grazie, La grazia della predicazione. Tempo di Quaresima e Tempo di Pasqua, in «Allegato redazionale alla Rivista del Clero Italiano»  95 (2014) 2, pp.67.


- C.M. MARTINI, Incontro al Signore risorto. Il cuore dello spirito cristiano, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2009.


- E. BIANCHI et al., Eucaristia e Parola. Testi per le celebrazioni eucaristiche. Tempo ordinario anno A, Milano, Vita e Pensiero, 2010.


- F. ARMELLI, Ascoltarti è una festa. Le letture domenicali spiegate alla comunità. Anno A, Padova, Messaggero, 2001.


- J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret, Milano, Rizzoli, 2007.


- J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret. Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2011.


- J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, L’infanzia di Gesù, Milano/Città del Vaticano, Rizzoli/Libreria Editrice Vaticana, 2012.


- J.M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, Matteo, il Vangelo del compimento, a cura di Gianfranco Venturi, LEV 2016.


- UFFICIO LITURGICO NAZIONALE (CEI), Svuotò se stesso… Da ricco che era si è fatto povero per voi. Sussidio CEI quaresima-pasqua 2014.


 


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- Immagine della domenica, a cura di García-Orsini-Pennesi.


 


PER L'APPROFONDIMENTO


VI DOMENICA DI PASQUA (A)


 
editore |08.05.2017
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Prima lettura: Atti 6,1-7






In quei giorni, aumentando il numero dei discepoli, quelli di lingua greca mormorarono contro quelli di lingua ebraica perché, nell’assistenza quotidiana, venivano trascurate le loro vedove. Allora i Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: «Non è giusto che noi lasciamo da parte la parola di Dio per servire alle mense. Dunque, fratelli, cercate fra voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affideremo questo incarico. Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola».


Piacque questa proposta a tutto il gruppo e scelsero Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Pròcoro, Nicànore, Timone, Parmenàs e Nicola, un prosèlito di Antiòchia. Li presentarono agli apostoli e, dopo aver pregato, imposero loro le mani. E la parola di Dio si diffondeva e il numero dei discepoli a Gerusalemme si moltiplicava grandemente; anche una grande moltitudine di sacerdoti aderiva alla fede.






 




  • Il brano presenta la vita della prima comunità cristiana che, crescendo per la predicazione degli apostoli e il buon esempio degli aderenti alla fede, comincia a presentare le prime difficoltà di carattere organizzativo. Sorge, infatti, un malcontento degli ellenisti contro gli ebrei.




     Gli ellenisti sono quegli ebrei che parlavano greco e leggevano la Bibbia in greco nelle riunioni sinagogali; erano provenienti dalla diaspora giudaica e avevano fissato la dimora a Gerusalemme; erano contrapposti agli Ebrei che parlavano e leggevano la Bibbia in aramaico. Il malcontento degli ellenisti nasce dal fatto che a causa del super-lavoro degli apostoli vengono da essi trascurate le loro vedove nella distribuzione quotidiana di vitto e sussidi.


     I Dodici, che qui Luca nomina direttamente, convocano tutta la moltitudine dei credenti per affermare l'importanza e la priorità del loro compito di annunciatori della parola di Dio rispetto a quello delle mense, che poteva essere anche affidato ad altri. Gli Apostoli invitano la comunità a scegliere sette membri di cui però delineano le caratteristiche fondamentali: «buona fama» fra il popolo, «pieni di spirito e di sapienza».


     L'assemblea accoglie favorevolmente la proposta degli apostoli («piacque») e vengono scelti sette uomini. I loro nomi in greco fanno supporre che fossero preposti all'assistenza dei poveri di lingua greca. Gli unici di cui gli Atti parleranno in seguito sono Stefano (6,8-9,2) e Filippo (8,5-40 e 21,8) che avranno un ruolo importante nella diffusione del Vangelo, degli altri non si sanno ulteriori notizie.


 


Seconda lettura: 1 Pietro 2,4-9






Carissimi, avvicinandovi al Signore, pietra viva, rifiutata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio, quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale, per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, mediante Gesù Cristo. Si legge infatti nella Scrittura: «Ecco, io pongo in Sion una pietra d’angolo, scelta, preziosa, e chi crede in essa non resterà deluso».


Onore dunque a voi che credete; ma per quelli che non credono la pietra che i costruttori hanno scartato è diventata pietra d’angolo e sasso d’inciampo, pietra di scandalo. Essi v’inciampano perché non obbediscono alla Parola. A questo erano destinati. Voi invece siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa.






 




  •  Nel brano in questione Cristo è presentato, con un'immagine tratta dall'Antico Testamento, come «pietra angolare» e i cristiani, in corrispondenza, come «pietre» che si edificano su quel fondamento. Cristo «pietra viva» è il Risorto che dalla morte è ritornato alla vita, e che, pur essendo stato scartato dagli uomini, è posto a fondamento dell'edificio spirituale che Dio voleva costruire e sul quale il Cristo vivente esercita il suo influsso energetico e vivificante.




     Solo in virtù di Cristo «pietra viva» e a partire dalla comunione con lui i cristiani sono «pietre vive» sovrapposte per costruire l'edificio spirituale. Essendo un edificio spirituale, la Chiesa non è solo ricolma dello Spirito, ma creata dallo Spirito. L'autore contrappone l'edificio materiale del tempio dell'Antico Testamento, e le offerte materiali che in esso si facevano, a quello spirituale che in Cristo i cristiani sono chiamati a compiere. Questo organismo costituito da Cristo e dai fedeli insieme, ha come scopo quello di offrire sacrifici spirituali, che consistono in tutta la vita cristiana vissuta e offerta a Dio.


     La funzione della pietra è duplice. Pietro ne chiarifica il senso mettendo insieme due brani dell'Antico Testamento tratti dal libro del profeta Isaia: Is 38,6 e Is 8,14. Per tutti coloro che credono, la pietra ha un valore positivo; per coloro che non credono alla Parola annunciata la pietra costituirà inciampo sulla loro strada. Lo scandalo si compie con la disobbedienza alla Parola proclamata che esige l'obbedienza, o comunque una scelta: il vangelo può essere accolto o respinto, ma non ascoltato con indifferenza! L'incredulità è disobbedienza: è una decisione dell'uomo che si chiude alla chiamata di Dio.


     I cristiani a cui si rivolge l'Apostolo hanno aderito alla fede, e chiamati dalle tenebre alla luce, dalla schiavitù del peccato alla grazia di una vita nuova, sono il nuovo popolo di Dio che riattua in sé le caratteristiche che erano dell'antico popolo: elezione, sacerdozio, santità, possesso da parte di Dio e testimonianza per altri popoli. Il vero Israele è la Chiesa, perciò ad essa sono riservate tutte le promesse fatte ad Israele.


 


Vangelo: Giovanni 14,1-12






In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via». Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».  Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere.


Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse. In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre».






 


Esegesi 


     Gesù invita i discepoli alla fiducia e li assicura sul fatto che sta andando a preparare loro un posto nel regno del Padre per tornare a prenderli e portarli con sé.


     Gesù apre il dialogo con i discepoli invitandoli a non turbarsi per la separazione dal loro Signore e Maestro perché la sua lontananza sarà temporanea. Per accettare tale assicurazione è necessario un atto di fede verso Dio e verso Gesù. Con questa fede si crede all'intima comunione tra il padre e il Figlio e allo stesso tempo anche alla grande accoglienza nella casa del Padre.


     La casa del Padre indica il luogo o meglio lo stato beato in cui si vive in unione con Dio. In essa dimora il figlio, il quale può preparare tanti posti per i suoi amici, perché in essa vi sono «molti posti». Egli si separa dai suoi amici per andare per primo alla casa del Padre con il fine di preparare loro il posto, poi tornerà per portarli con sé, affinché essi vivano dove egli è (14,3).


     Per giungere nella casa del Padre bisogna dunque passare per il Figlio. Egli, infatti, è la via che conduce al Padre (14,4-6). Il linguaggio enigmatico usato da Gesù suscita l'immediata reazione del discepolo Tommaso che, con la razionalità e la concretezza che lo caratterizzano, chiede chiarezza nei discorsi: vuole sapere dove egli vada, per conoscerne la via. Tommaso prende il termine via in senso materiale, mentre il Maestro lo intende in senso spirituale, quale mezzo per giungere a Dio. Per questo nella sua risposta Gesù proclama di essere la via per andare verso Dio. Solo per mezzo di Cristo, infatti, si può giungere al Padre. Nessuno infatti può arrivare a Dio con le sue forze, ne può servirsi di altri mediatori (14,6). Come nessuno può, andare verso Cristo se non gli è concesso da Dio (6,55), così nessuno può giungere a Dio senza la mediazione di Gesù (14,69). Gesù proclama inoltre di essere anche la Verità e la Vita. La locuzione autorivelativa «Io Sono» esprime la funzione divina di Gesù di essere il rivelatore. I sostantivi via, verità e vita sono applicati al Cristo per indicare le sue funzioni di mediatore e salvatore. Egli manifesta la vita e l'amore di Dio per l'umanità e comunica al mondo la salvezza.


     Gesù è l'unico che può condurre a Dio perché egli solo vive nel Padre e viceversa. Perciò chi conosce Gesù conosce il Padre e chi vede l'uno vede l'altro (14,7). Il linguaggio di Gesù risulta nuovamente enigmatico per i discepoli e provoca l'intervento di Filippo, il quale chiede a Gesù di mostrargli il Padre. Il discepolo, infatti, crede che il Padre sia altro da Gesù. Gesù risponde affermando che egli vive nel Padre e non nasconde la sua meraviglia per l'ignoranza di Filippo, che avrebbe dovuto conoscere la sua vera identità.


     Data l'immanenza del Figlio nel Padre, le opere del Figlio sono compiute dal Padre e per tale ragione debbono essere chiamate opere di Dio e del Padre. L'immanenza del Padre in Gesù può essere accettata solo per fede, perciò Gesù esorta i discepoli a credere in questa verità anche a motivo delle opere da lui compiute (14,11).


     Gesù continua per assicurare i discepoli che chi crede nella sua persona divina non solo compirà opere simili a quelle fatte da lui, ma ne farà maggiori. La motivazione di tale possibilità di compiere opere straordinarie, risiede nel prossimo ritorno di Gesù dal Padre, presso il quale egli esaudirà le promesse dei discepoli.


 


Meditazione 


     Il Cristo risorto, andato al Padre (vangelo), è il fondamento dell'edificio spirituale che è la Chiesa (II lettura): è in riferimento a lui, con la preghiera che guida il discernimento, che i credenti affrontano i problemi della comunità cristiana cercando di farlo regnare sulla vita della comunità (I lettura).


    Il Cristo che lascia i suoi discepoli e sale al Padre chiede loro in fede (Gv 14,1.10.11.12); la Chiesa fondata sul Crocifisso Risorto è l'insieme dei credenti chiamati a offrire sacrifici spirituali graditi a Dio (1Pt 2,5): il riferimento è certamente alla liturgia, ma più estesamente al culto nell'esistenza quotidiana, a fare del quotidiano il luogo dell'adorazione di Dio in cui il credente offre il proprio corpo in «sacrificio vivente, santo e gradito a Dio» (Rm 12,1); i problemi organizzativi della comunità, che rischierebbero di soffocare ciò che è essenziale nella Chiesa, devono essere risolti in modo da far sempre emergere il primato della Parola di Dio e il suo servizio. La predicazione stessa deve sempre essere innestata nella preghiera: «Di che utilità potrebbe mai essere una predicazione disgiunta dalla preghiera? In primo luogo viene la preghiera, e dopo la parola, come dicono gli Apostoli: "Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola" (At 6,4)» (Giovanni Crisostomo).


    Che il Cristo risorto sia pietra scartata dai costruttori, ma scelta da Dio e divenuta pietra angolare ( 1Pt 2,7), è importante per quanti si trovano a vivere «vite di scarto» (Zygmunt Bauman), a essere rigettati ai margini della società o del mondo o del loro gruppo o della Chiesa. Dio sceglie ciò che nel mondo è disprezzato e insignificante, sceglie «la spazzatura del mondo» (cfr. 1Cor 4,12) per confondere i costruttori mondani e le loro costruzioni che si reggono su criteri di efficienza e produttività, che richiedono conformismo e omologazione, che vogliono che le pietre sino morte e non vive. Una pietra viva, fedele eco del Crocifisso Risorto, è un ossimoro intollerabile per la razionalità mondana e abbisogna di essere scartata.


    Il vangelo presenta l’addio di Gesù ai suoi. L'addio è l’ultimo saluto che intercorre fra chi se ne va per sempre e chi resta. Ma l'addio, e più che mai l'addio pronunciato da Gesù, è anche una promessa: ad Deum. Con ad-Dio il futuro, proprio e degli altri, è posto in Dio. Gesù, che ha sempre vissuto le sue relazioni nell'ad-Dio, cioè davanti a Dio e per Dio, vi pone anche il suo futuro. Che è anche il futuro di chi è «suo», di chi «crede in lui» (cfr. Gv 14,12). Infatti, il Figlio è nel Padre e il Padre è nel Figlio (Gv 14,10), e il discepolo che rimane nel Figlio (Gv 15,1-7), rimane anche nel Padre ( 1Gv 2,24). Se così va inteso l'ad-Dio, allora ogni nostra relazione dovrebbe restare sotto il suo segno, cioè sotto il segno dell'apertura e dell'invocazione all'Altro che salva le relazioni con gli altri dai rischi dell'assolutismo, della tirannia, della violenza.


    Dopo aver annunciato la sua partenza, Gesù ha dato ai discepoli il comando dell’amore (Gv 13,33-34) e ora chiede loro di aver fede e di non essere turbati (Gv 14,1). Di fronte a un distacco si prova dolore per la persona che se ne va, ma anche smarrimento e ansia per il futuro proprio e della propria comunità che era legata vitalmente alla presenza che ora non è più. La dipartita di Gesù è crisi per la comunità dei suoi discepoli. E il turbamento del cuore non riguarda solo la sfera emotiva e dei sentimenti, ma indica anche la paralisi della volontà e della capacità di prendere decisioni, l'annebbiamento dell'intelligenza e del discernimento. Gesù, con le sue parole, sta facendo della sua dipartita e del vuoto che egli lascia un'occasione di rinascita dei suoi discepoli. Chiedendo fede, li spinge a trasformare la paura del nuovo e il terrore dell'abbandono nel coraggio di donarsi appoggiandosi sul Signore; promettendo che va a preparare un posto per loro, egli vive la sua partenza in relazione con chi resta e mostra che non li sta abbandonando, ma sta inaugurando una fase nuova e diversa di relazione con loro. Il distacco è in vista di una nuova accoglienza (Gv 14,2-3).


 


Immagine della Domenica


   




Il miracolo sempre rinnovato


 


Dio non morirà il giorno in cui non crederemo più


 in una divinità personale,


ma saremo noi a morire


 il giorno in cui la nostra vita


 non sarà più pervasa


dallo splendore del miracolo sempre rinnovato,


le cui fonti sono oltre ogni ragione.


(D. Hammarskjold)


 


Preghiere e racconti


 


«Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo?»

Si leggono a volte pagine molte belle su dio, sui suoi attributi, sulla sua grandezza, sul suo mistero. Le si definirebbe volentieri mistiche, se non si temesse di sciupare questo termine. Ma se manca il nome di Gesù Cristo non si sfugge al dubbio. Ciò che dice l'autore, come lo sa? da dove lo ricava? I cristiani hanno ragione di diffidare delle affermazioni teologiche che non derivano dalla conoscenza di Cristo o che si svolgono senza un esplicito riferimento al Vangelo. Non bisogna stancarsi di ripetere la frase chiave che leggiamo in Giovanni: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo?» (Gv 14,9). Essa significa che l'unità di Dio e dell'uomo in Gesù manifesta nel tempo l'unità eterna del Padre e del Figlio nello Spirito Santo. La voce del Figlio è la voce del Padre. Ascoltare Gesù è ascoltare il Padre. L'immagine proposta da Urs von Balthasar è suggestiva. Egli afferma che il credente sente questa voce «come in stereofonia».


(Fr. Varillon, La sofferenza di Dio).


 


Camminando si fa il cammino

Tu che cammini, sono le tue tracce


il cammino e null'altro;


tu che cammini, non c'è cammino,


il cammino si fa camminando.


Camminando si fa il cammino


e volgendo indietro lo sguardo


si vede il cammino sul quale mai più


si ritornerà a camminare.


Tu che cammini, non c'è cammino,


tranne delle scie nel mare.


 (A. Machado)


 


Il cammino particolare 

      «Tutti gli uomini hanno accesso a Dio, ma ciascuno ha un acceso diverso. È infatti la diversità degli uomini, la differenziazione delle loro qualità e delle loro tendenze che costituisce la grande risorsa del genere umano. L’universalità di Dio consiste nella molteplicità infinita dei cammini che conducono a lui, ciascuno dei quali è riservato a un uomo».


(Martin BUBER, Il cammino dell’uomo, Edizione Qiqajon, 1990, Magnano (BI), 28)


 


Io sono… la vita


«Carissimi giovani, voi vi fate interpreti di una domanda, che spesso vi viene rivolta da tanti vostri amici: Come e dove possiamo incontrare questa vita, come e dove possiamo viverla? La risposta potrete trovarla da voi stessi, se cercherete di dimorare fedelmente nell'amore di Cristo (cfr. Gv 15,9). Voi sperimenterete allora direttamente la verità di quella sua parola: "Io sono... la vita" (Gv 14,6) e potrete recare a tutti questo gioioso annuncio di speranza. Egli vi ha costituiti suoi ambasciatori, primi evangelizzatori dei vostri coetanei».


(Giovanni Paolo II, Messaggio per la VIII GMG, 1993).


 


Il buio e la luce


È buio dentro di me,


ma presso di te c'è la luce;


sono solo, ma tu non mi abbandoni;


sono impaurito, ma presso di te c'è l'aiuto;


sono inquieto, ma presso di te c'è la pace;


in me c'è amarezza, ma presso di te c'è la pazienza;


io non comprendo le tue vie, ma la mia via tu la conosci.


(Dietrich Bonhoeffer)


 


Mi chiamate Redentore


Mi chiamate Redentore


e non vi fate redimere.


Mi chiamate Luce


e non mi vedete.


Mi chiamate Via


e non mi seguite.


Mi chiamate Vita


e non mi desiderate.


Mi chiamate Maestro


e non mi credete.


Mi chiamate Sapienza


e non m'interrogate.


Mi chiamate Signore


e non mi servite.


Mi chiamate Onnipotente


e non vi fidate di me.


Se un giorno non vi riconosco


non vi meravigliate.


(Iscrizione nel duomo di Lubecca).


 


L'amore è ciò che conta


Chi ha superato la paura della morte, non ha ancora vinto tutti gli altri timori. Alcuni non temono la morte, ma hanno paura dei piccoli mali della vita. Alcuni non temono la morte, ma temono la morte delle persone care. Chi cerca la Verità, deve vincere tutti questi timori e altri ancora: bisogna essere pronti a sacrificare tutto per la Verità. La verità non si può sacrificare per nessuna ragione. La verità è come un grande albero, che più lo si coltiva, più da frutti. Colui che cerca la verità dovrebbe essere più umile della polvere. Se conoscessimo la verità intera, che bisogno ci sarebbe di cercarla? Possedere la conoscenza perfetta della verità è possedere Dio. Poiché la verità è Dio. Dal momento che non conosciamo la verità totale, dobbiamo sentirci impegnati in una ricerca incessante, e questo è il più grande privilegio e il più grande dovere dell'uomo. Dio-verità va incontro a quelli che lo cercano. Sono un umile cercatore della verità, e in questa ricerca ripongo la massima fiducia nei miei compagni per poter conoscere i miei errori. Sono fedele soltanto alla verità e non devo ubbidienza a nessuno salvo che alla verità. Tutta la verità, non semplicemente le idee vere, ma i visi autentici, i dipinti o le canzoni autentiche sono sommamente belli. Vorrete sapere quali siano le caratteristiche di un uomo che desideri realizzare la Verità che è Dio. Deve essere completamente libero dall'ira e dalla lussuria, dall'avidità e dall'attaccamento, dall'orgoglio e dal timore. Voi ed io siamo una cosa sola. Non posso farvi del male senza ferirmi. Io sono il servo di musulmani, cristiani, persi, ebrei, come lo sono degli indù. E un servo non ha bisogno di prestigio, ma di amore. L'amore è il rovescio della moneta, il cui diritto è la verità.


(Mahatma Gandhi).


 


Ho cercato la verità, amando


Ho cercato la verità,


con l’Innominato di Manzoni.


Ho cercato la verità


tra le lettere di don Milani.


Ho cercato la verità,


curiosando nella vita di Gandhi.


Ho cercato la verità,


nelle Confessioni di sant’Agostino.


Ho cercato la verità


nelle prediche di don Mazzolari.


Ho cercato la verità,


piangendo con Giobbe sul letamaio.


Ho cercato la verità,


fuggendo da casa, con la mia parte


di eredità, come il Figliol Prodigo.


Ho cercato la verità,


nelle poesie di Tagore.


Ho cercato la verità,


nei pensieri di Pascal.


Ho cercato la verità,


nei fioretti di san Francesco.


Ho cercato la verità,


nell’Allegretto della settima di Beethoven.


Ho cercato la verità,


vagando stralunato.


Ho cercato la verità,


negli occhi incavati


e ormai vitrei di Brambilla,


morto di Aids tra le mie braccia.


Ho cercato la verità,


nei rosari che la mia santa madre


recitava per me,


prete molto diverso dal prete


che teneva nella sua testa.


Ho cercato la verità,


nel Parco Lambro,


negli anni ottanta,


assistendo giovani in overdose.


Ho cercato la verità,


nei commenti biblici, stupendi,


del mio cardinale di Milano.


Ho cercato la verità,


nei viaggi del pellegrino Wojtyla.


Ho cercato la verità,


nella filosofia di Tommaso l’Aquinate.


Ho cercato la verità,


nelle storie degli ultimi


e dei diseredati.


Ho cercato… talvolta nell’affanno,


tal’altra nella pazienza;


talvolta nella confusione,


tal’altra nel silenzio.


Una notte inginocchiato


nella mia cameretta,


recitavo Compieta.


Ho sentito battere al mio cuore.


Ho detto: avanti.


Ero assonnato e stanco.


Solo dopo qualche minuto


mi sono accorto chi era.


«Sono la fede!


So che mi hai cercato


per tanto tempo…lo sai bene


anche tu, che la fede non si cerca


dove non è…perché


la fede è LUI…e LUI è…


l’irruzione, la gratuità,


la meraviglia…


Lui è quello che ha detto:


«Cercate la verità, amando».


Smetti di cercare. Aspetta perché arriverà.


Sono venuto a dirtelo.


Accendi la lampada e spegni


i ragionamenti nella tua testa.


Perché LUI entra dal cuore.


È l’unica porta che può riceverlo».


(Don Antonio MAZZI, Preghiere di un prete di strada).  


 


Saremo anche noi dove è Cristo


Colmi di fiducia, volgiamoci senza timore verso il nostro redentore Gesù, volgiamoci senza timore verso l'assemblea dei patriarchi, partiamo per andare senza timore presso il nostro padre Abramo quando sarà giunto il giorno per noi fissato; senza timore volgiamoci all'assemblea dei santi e alla adunanza dei giusti. Andremo presso i nostri padri, andremo presso i nostri maestri nella fede perché, anche se mancano le opere, ci soccorra la fede e sia conservata la nostra eredità. Andremo dove il santo Abramo apre il suo seno per accogliere i poveri così come ha accolto anche Lazzaro. In quel seno riposano coloro che in questo mondo sopportarono gravi e penose fatiche. Padre [Abramo], ancora una volta tendi le tue mani per accogliere il povero, apri il tuo grembo, allarga il tuo seno per accoglierne di più perché moltissimi sono quelli che credono nel Signore. [...] Il Signore sarà la luce di tutti e la luce vera che illumina ogni uomo (cfr. Gv 1,9) risplenderà su tutti. Andremo là dove ai suoi poveri servi il Signore Gesù ha preparato le dimore, per essere anche noi dove è Lui; così ha voluto. Ascoltalo quando dice quali sono queste dimore: «Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore» (Gv 14,2), e ascoltalo quando manifesta la sua volontà: «Vengo di nuovo e vi chiamo a me, perché dove sono io siate anche voi» (Gv 14,3). Ma tu affermi che Gesù parlava soltanto ai suoi discepoli perché ad essi soltanto avrebbe promesso molte dimore; perciò le preparava solamente per i suoi undici discepoli. E che ne è allora di quel detto che da tutte le parti del mondo verranno e riposeranno nel regno di Dio? (cfr. Mt 8,11). Perché dubitiamo della realizzazione della volontà divina? Il volere di Cristo è già operante. Cristo mostrò anche la via, mostrò anche il luogo, dicendo: «E dove io vado, voi lo sapete e conoscete la mia via» (Gv 14,4). Il luogo è presso il Padre, la via è Cristo, così come lui stesso dice: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me» (Gv 14,6). Entriamo dunque per questa via, restiamo saldi nella verità, seguiamo la vita. La via è quella che conduce, la verità quella che da saldezza, la vita è quella che è data per mezzo suo. E perché conoscessimo la sua vera volontà, aggiunse: «Padre, quelli che tu mi hai dato, voglio che essi pure siano con me dove sono io, in modo che vedano la mia gloria» (Gv 17,24).


(AMBROGIO, Il bene della morte 12,52-54, in Opera omnia di sant'Ambrogio, pp. 200-204).


 


Butto la rete


Signore, la mia sola sicurezza sei tu, come il mare che ho davanti e nel quale butto la rete della mia vita. Anche se finora non ho pescato nulla, anche se a volte non ne ho la voglia, io so, Signore, che se avrò la forza di buttare continuamente questa rete, troverò il senso della verità.


(E. OLIVERO, L’amore ha già vinto  Pensieri e lettre spirituali, Ed. San Paolo)


 


Il dubbio, la verità e Cristo


Sono un figlio del secolo, un figlio della mancanza di fede e del dubbio quotidiani e lo sono fino al midollo. Quanti crudeli tormenti mi è costato e mi costa tuttora quel desiderio della fede che nell'anima mi è tanto più forte quanto sono presenti in me motivazioni contrarie! Tuttavia Dio talvolta mi manda momenti nei quali mi sento assolutamente in pace. In tali momenti, io ho dato forma in me ad un simbolo di fede nel quale tutto è per me chiaro e santo. Questo simbolo è molto semplice, eccolo: credere che non c'è nulla di più bello, di più profondo, di più ragionevole, di più coraggioso e di più perfetto di Cristo e con fervido amore ripetermi che non solo non c'è, ma non può esserci. Di più: se qualcuno mi dimostrasse che Cristo è fuori della verità, mi dimostrasse che veramente la verità non è in Cristo, beh, io preferirei lo stesso restare con Cristo piuttosto che con la verità.


(F. Dostoevskij)


 


Via, verità e vita


Noi ti seguiamo, Signore Gesù, ma tu chiamaci, perché ti possiamo seguire. Nessuno potrà salire senza di te. Tu sei la via, la verità, la vita, la possibilità a fede, il premio. Accogli i tuoi: tu sei la via. Confermali: tu sei la verità. Ravvivali: tu sei la vita.


Ammettici a quel bene che Davide desiderava vedere, abitando nella casa del Signore, quando si chiedeva: «Chi ci mostrerà il bene? e diceva: «Io credo che vedrò i beni del Signore nella terra dei viventi»: i beni si trovano là dove c'è la vita eterna, la vita senza colpa.


Aprici il cuore a quello che è veramente il bene, il tuo bene divino, «in cui noi siamo, viviamo e ci muoviamo». Noi ci muoviamo, se camminiamo sulla via; esistiamo, se rimaniamo nella verità; viviamo, se siamo nella vita. Mostraci il bene inalterabile, unico, immutabile, nel quale possiamo essere eterni e conoscere ogni bene. In quel bene si trova la pace serena, la luce immortale, la grazia perenne, la santa eredità delle anime, la tranquillità senza turbamento, non destinata a perire ma sottratta alla morte: là dove non vi sono lacrime, e non dimora il pianto - può esservi pianto dove non c’è peccato - dove i tuoi santi sono liberati dagli errori e dalle inquietudini, dal timore e dall'ansia, dalle cupidigie da tutte le sozzure e da ogni affanno corporale, dove si estende la terra dei viventi.


(AMBROGIO, De bono mortis, XII, 55).


 


Preghiera


Signore Gesù, maestro buono, il nostro cuore è spesso turbato per tutto il male che c'è nel mondo e per le nostre stesse debolezze, per i tradimenti e i rinnegamenti di cui ci vediamo capaci. Aumenta la nostra fede in te e nel Padre che ci hai rivelato. Tu sei la via: fa' che ti seguiamo! Tu sei la verità: fa' che ti conosciamo! Tu sei la vita: fa' che viviamo in te per vedere il Padre e glorificare il tuo santo nome davanti a tutti gli uomini.
 


Raffaello, Cristo benedicente, Brescia, Pinacoteca Civica Tosio Martinengo, 1505.


© Su concessioneArchivio fotografico Civici musei d'Arte e Storia di Brescia.


Stringendosi a Cristo, «pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio», anche i suoi discepoli vengono «impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale» (1Pt 2,4-5). I credenti costituiscono quel corpo il cui Capo è il Signore Gesù risorto. Questi è la via, la verità e la vita, colui che ha rivelato il volto di Dio. Chi vede lui vede il Padre poiché Dio nessuno lo ha mai visto, ma il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha fatto rivelato (cf. Gv 1,18). La sua missione è quella di condurre gli uomini alla comunione con il Padre suo, rendendoli partecipi della sua stessa vita divina.
Ecco perché nell’Orazione sulle Offerte della liturgia del giorno la Chiesa si rivolge a Dio che nello scambio dei doni fa partecipare i fedeli alla comunione con sé, unico e sommo bene, e che ha preparato per quelli che credono in lui un posto nel regno dei cieli. Sin da adesso, tuttavia, a coloro che gli fanno posto nella loro vita attraverso la fede, è offerta la speranza di essere accolti nella Gerusalemme del cielo poiché la via eterna consiste nella conoscenza dell’unico vero Dio, e di colui che Egli ha inviato, il Signore Gesù Cristo (cf. Gv 17,3).


Gesù risorto è in mezzo alla comunità dei discepoli che sperimentano la sua presenza salvifica. Egli era morto e ora vive per sempre (cf. Ap 1,18), ed ha promesso: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Soltanto unita a Cristo la Chiesa può continuare a compiere le opere e la missione del Risorto. Solamente in Lui può essere edificata «per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio» (1Pt 2,5).
Raffaello Sanzio ci ha lasciato una tavola di piccole dimensioni, realizzata per uso devozionale nel 1505 e oggi conservata nella Pinacoteca Civica Tosio Martinengo di Brescia, la cui superficie è occupata quasi per intero dalla figura frontale di Cristo.


Gesù Risorto è dipinto di tre quarti, quasi nudo; ha un torso virile, ricoperto soltanto di un mantello rosso che scende dalla sua spalla destra. Ha il braccio destro alzato in segno di benedizione mentre il sinistro lo tiene appoggiato al ventre quasi a indicare con la mano la ferita ancora sanguinante del costato. Sono bene in evidenza anche le ferite delle mani così come risalta il rosso del sangue che fuoriesce dalla corona di spine che Gesù porta ancora sul capo. Il suo volto è sereno, ma anche profondamente sofferente. Egli è il Crocifisso Risorto!
È colui che è penetrato negli abissi della morte e che continua a portare sulla sua carne le offese della morte. Perfino lo sfondo del quadro contribuisce a intensificare questa sensazione: la risurrezione porta in sé la memoria della morte e della passione, e ciò che si è compiuto nel Capo attende di compiersi perfettamente nelle sue membra e nel mondo intero che continua purtroppo a gemere e a soffrire nelle doglie del parto aspettando la piena rivelazione dei figli di Dio (cf. Rm 8,19-22).
E poiché «Gesù sarà in agonia fino alla fine del mondo; non bisogna dormire durante questo tempo» (B. Pascal, Pensieri 553).


 



* Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di:


- Temi di predicazione. Omelie. Ciclo A, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 2004;2007-.


- Messalino festivo dell’Assemblea, Bologna, EDB, 2007.


- Comunità domenicana di Santa Maria delle Grazie, La grazia della predicazione. Tempo di Quaresima e Tempo di Pasqua, in «Allegato redazionale alla Rivista del Clero Italiano»  95 (2014) 2, pp.67.


- C.M. MARTINI, Incontro al Signore risorto. Il cuore dello spirito cristiano, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2009.


- E. BIANCHI et al., Eucaristia e Parola. Testi per le celebrazioni eucaristiche. Tempo ordinario anno A, Milano, Vita e Pensiero, 2010.


- F. ARMELLI, Ascoltarti è una festa. Le letture domenicali spiegate alla comunità. Anno A, Padova, Messaggero, 2001.


- J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret, Milano, Rizzoli, 2007.


- J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret. Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2011.


- J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, L’infanzia di Gesù, Milano/Città del Vaticano, Rizzoli/Libreria Editrice Vaticana, 2012.


- J.M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, Matteo, il Vangelo del compimento, a cura di Gianfranco Venturi, LEV 2016.


- UFFICIO LITURGICO NAZIONALE (CEI), Svuotò se stesso… Da ricco che era si è fatto povero per voi. Sussidio CEI quaresima-pasqua 2014.


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- Immagine della domenica, a cura di García-Orsini-Pennesi.


 


PER L'APPROFONDIMENTO:


V DOMENICA DI PASQUA (A)


 
editore |02.05.2017
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 Prima lettura: Atti 2,14.36-41






[Nel giorno di Pentecoste,] Pietro con gli Undici si alzò in piedi e a voce alta parlò così: «Sappia con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso». All’udire queste cose si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?». E Pietro disse loro: «Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo. Per voi infatti è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro». Con molte altre parole rendeva testimonianza e li esortava: «Salvatevi da questa generazione perversa!». Allora coloro che accolsero la sua parola furono battezzati e quel giorno furono aggiunte circa tremila persone.






 




  • Questo è un brano del discorso che Pietro ha fatto il giorno di Pentecoste. Egli parlando agli Ebrei usa alcuni testi importanti dell'Antico Testamento per interpretarli alla luce di Gesù Cristo. Davanti alla folla Pietro annuncia il Vangelo, la Buona Notizia che può cambiare la loro vita: «Sappia con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso» (v. 36). L'annuncio di Pietro non era facile da accogliere dal popolo ebraico: il Messia promesso dai profeti e da loro atteso come un liberatore era in realtà un uomo crocifisso come un malfattore. Non solo: è lui il Signore, l'Adonai, il Dio del Sinai. Ma Pietro ha ricevuto in quel giorno lo stesso spirito di Cristo risorto e può annunciare con sicurezza, che Gesù è il Signore, e ora ha potere su qualsiasi debolezza dell'uomo.




     La Parola è ascoltata dalla folla, e dall'ascolto sboccia la fede che porta a domandare: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?». La risposta è: «Convertitevi». Convertirsi significa cambiare mentalità, abbandonare le proprie sicurezze derivate dalla legge e rivolgersi a Cristo, l'autore della vita: «ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati» (v. 38). Essere battezzati significa essere immersi in Cristo, essere uniti strettamente a lui, partecipando alla sua sorte: alla sua morte e alla sua risurrezione.                                  


     Questo però avviene mediante il perdono dei peccati, i quali tengono l'uomo schiavo della propria autosufficienza, e con il dono dello Spirito Santo, che distingue il battesimo di Gesù da quello di Giovanni.


 


Seconda lettura: 1 Pietro 2,20b-25






 Carissimi, se, facendo il bene, sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio. A questo infatti siete stati chiamati, perché anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio,  perché ne seguiate le orme: egli non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca; insultato, non rispondeva con insulti, maltrattato, non minacciava vendetta, ma si affidava a colui che giudica con giustizia.


Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia; dalle sue piaghe siete stati guariti. Eravate erranti come pecore, ma ora siete stati ricondotti al pastore e custode delle vostre anime.






 




  •  Anche in questa lettura risuona la Buona Notizia, il Vangelo di Pietro.




Qui egli presenta il cristiano, che ha ascoltato la parola, vi ha creduto, si è convertito al Signore, è stato battezzato, ma ora vive in una società che non sopporta la sua presenza. Il cristiano con il battesimo ha ricevuto la natura stessa di Cristo, e ora ne può seguire le orme (v. 2). La strada è già stata tracciata: è quella della croce, dell'amore al nemico, come quella di Gesù che «oltraggiato non rispondeva con oltraggi» (v. 23). È lo spirito del


Servo sofferente profetizzato da Is 53, che «portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce perché non vivendo più per il peccato vivessimo per la giustizia» (v. 24).


     Versando il sangue sull'altare della croce, Cristo ha espiato i nostri peccati e li ha demoliti. Ora è possibile quindi vivere con rettitudine morale come è stabilito da Dio. Se prima gli uomini erano un gregge senza pastore, ora si realizza quanto anticipato profetizzato da Ez 34,16: «Io stesso, dice il Signore, andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all'ovile quella smarrita; fascerò quella ferita e curerò quella malata; avrò cura della grassa e della forte; le pascerò con giustizia». La Chiesa perseguitata è invitata da Pietro a guardare con fiducia a Gesù Cristo come al vero pastore e al guardiano fedele (v. 25).


 


Vangelo: Giovanni 10,1-10






In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro. Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».






 


Esegesi


    Gesù si trova ancora a Gerusalemme per la festa delle Capanne.


Nell'ultimo giorno della festa aveva svelato la sua identità nel luogo sacro, il tempio: «Prima che Abramo fosse Io sono» (8,58). Aveva poi guarito il cieco nato per manifestare le opere di Dio (c. 9). Ora si dichiara il «Buon Pastore», che accoglie nella sua Chiesa i vari ciechi che hanno ricuperato la vista credendo in lui e facendosi battezzare, e che per questo sono scacciati dalla sinagoga.


     Le due parole fondamentali di questa parabola sono «recinto» e «porta». I recinti delle pecore erano fatti di un muricciolo dotato di una porta stretta, che dava la possibilità ai pastori di contare le pecore, che di notte venivano da loro affidate al custode. Al mattino seguente il custode apriva loro la porta del recinto ed essi chiamavano le loro pecore. Queste conoscevano solo la voce del loro pastore e seguivano solo lui, non gli estranei. Mentre uscivano il pastore le contava perché poteva accadere che durante la notte i banditi avessero scavalcato il recinto facendo razzia delle pecore.


     Nella Bibbia, però, la parola «recinto» non viene usata mai per indicare un luogo destinato agli animali, ma lo spazio dove, durante l'Esodo, si trovava la Tenda del Convegno. Più tardi il termine indicava i cortili del tempio. Gesù quindi si sta riferendo alle istituzioni di Israele, che nella Legge hanno la loro massima espressione.


     Per i farisei la legge era un luogo dove si poteva entrare e basta: era un luogo chiuso. Le pecore, l'intero popolo d'Israele, dovevano entrare solo in questo recinto, sottostando alle loro interpretazioni della legge, che generalmente erano molto gravose. Questo recinto per Gesù ha una «porta», dalla quale egli chiama le sue pecore una per una facendole uscire. Altre pecore che si trovano in quel recinto non conoscono la sua voce o non la vogliono ascoltare. Le sue pecore invece lo seguono, Gesù rivela inoltre di essere la «porta» non del recinto, ma del tempio di Dio. Nessuno può entrare nella casa di Dio senza passare per Gesù. Lui è l'unico che può condurre alla salvezza le pecore. Chi sta in lui sperimenta la libertà: «entrerà e uscirà e troverà pascolo» (v. 9). Solo lui è in grado di donare la vita eterna. Nessun altro invece ha il potere di donare la vita.


 


Meditazione


     La quarta domenica di Pasqua contempla il Risorto quale pastore della chiesa. Il pastore indica al gregge la via da percorrere e il Cristo-Pastore indica alla chiesa la via che essa deve seguire. Via che, secondo la prima lettura, si chiama conversione.«Convertitevi» (Metanoésate: At 2,38), risponde Pietro alle folle di Gerusalemme che gli chiedevano: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?» (At 2,37). L'attività pastorale degli apostoli suscita un itinerario che, a partire dall'ascolto della parola predicata e dalla fede, si dipana in alcune tappe: conversione; battesimo; remissione dei peccati; effusione dello Spirito. Tutto questo conduce all'aggregazione alla comunità cristiana (At 2,41). La seconda lettura mostra il modello di questo cammino di salvezza: Cristo. Il Cristo che ha sofferto la passione e la morte lascia ai suoi seguaci un tracciato affinché seguano le sue orme (1 Pt 2,21). Così essi, come pecore prima smarrite, possono tornare al loro pastore e custode (1 Pt 2,25). Il vangelo ribadisce che Cristo è la porta attraverso cui deve passare il cammino del discepolo: si tratta di un cammino spirituale di ascolto, sequela e conoscenza del Signore.


    La rivelazione di Gesù quale pastore diviene anche giudizio di chi è ladro, brigante, estraneo. Se il pastore Gesù è venuto per dare la vita e perché gli uomini abbiano la vita in abbondanza, ladri e briganti invece vengono per «rubare, sacrificare (CEI: uccidere) e far perire» (Gv 10,10). Di costoro Gesù dice che «sono venuti prima di me», ma questo non va inteso in senso cronologico, quasi che si riferisse ai personaggi della prima alleanza. Ignazio di Antiochia ha compreso bene: «Cristo è la porta del Padre, attraverso la quale entrano Abramo, Isacco e Giacobbe, i profeti, gli apostoli e la chiesa» (Ai Filadelfiesi IX, 1). Si tratta invece dei falsi messia che si presentano agli uomini avanzando la pretesa di essere dei salvatori: quand'anche venissero dopo (cronologicamente) rispetto a Gesù, essi rientrerebbero nel novero degli usurpatori qui intravisti. Il criterio discriminante che dice l'autenticità della missione è nel sottrarre per sé o nel donare, nel portare morte o nel portare vita. In particolare viene condannato il sacrificare: ovvero, il togliere vita in nome di Dio, il servirsi delle persone per fini religiosi fino ad annientarle, l'usare il nome di Dio e la religione per fare violenza, il togliere la libertà alle persone dando forma nuova agli antichi sacrifici umani.


Ladro e brigante è chi si erge a padrone del gregge considerando «sue» le persone che appartengono a Cristo. Il Sal 100 recita: «Riconoscete che il Signore è Dio, è lui che ci ha fatto e non noi, noi siamo suo popolo e gregge del suo pascolo» (Sal 100,3). Non noi, ma tu, Signore; non io, ma tu, Signore. Questa confessione della nostra radicale povertà - non io, ma tu -, è anche la condizione della preghiera, il movimento della fede e dell'amore che nasce dalla rivelazione che Gesù, il Cristo crocifisso e risorto, è il pastore delle pecore.     Gesù si autodefinisce porta delle pecore, cioè per le pecore, non porta del recinto. Il termine «recinto» è espresso in greco dal vocabolo aule che si riferisce normalmente non a un ovile, ma al vestibolo davanti al tabernacolo o al Tempio (Es 27,9; 2Cr 6,13; 11,16; Ap 11,12). Ovvero, la porta che immette nella comunione con Dio non è il tempio di Gerusalemme, ma il Cristo morto e risorto. Se Cristo è la porta che conduce alla salvezza (Gv 10,9) e se la porta fa parte dell'edificio a cui permette l'accesso, Gesù è al tempo stesso il mediatore della salvezza e la salvezza stessa. Gesù è la Via verso il Padre, ma è anche la Vita (Gv 14,6): in Gesù troviamo la vita del Padre. Il pastore «fa uscire» le sue pecore (10,3: Vulgata: educit). 


Il pastore immette in un cammino di esodo, dunque di liberazione. Compito del pastore è educare alla libertà. Egli chiama per nome ciascuna delle sue pecore e le educa conducendole a vivere in nome proprio. L'educazione è il luogo dell'assunzione della responsabilità nei confronti di chi viene dopo di noi; è uno degli aspetti del ministero.


 


Immagine della Domenica


 











Moral de Hornuez (Segovia)  - 2006







 






 


Cantico spirituale


 


L’Amato le montagne,


le boschive valli solitarie,


le isole inesplorate,


i fiumi gorgoglianti,


il sibilo dei venti innamorati,


la quiete della notte


vicina allo spuntar dell’aurora,


musica silenziosa,


solitudin sonora,


cena che ristora e innamora.


(Giovanni della Croce, Cantico spirituale, strofe 13-14)


 


Preghiere e racconti


L’arte paleocristiana che fiorisce nelle catacombe si radica nel mondo ebraico che rifiuta l’immagine, ma si sviluppa nell’ambiente romano fortemente figurativo. In questo clima l’esigenza espressiva del cristianesimo si risolve nell’uso dei simboli, immagini che esprimono le realtà spirituali, tratte sovente del mondo ellenistico romano, ma interpretate in senso cristiano. Tra questi il BUON PASTORE, immagine frequente nel repertorio mitologico artistico romano, auspicio di pace per i defunti. Entrato nel simbolismo cristiano venne molto utilizzato nella pittura dei cubicoli, nei sarcofagi e anche nelle epigrafi, segno dell’anima portata nella pace, da Cristo pastore puro. Divenne presto l’immagine del Buon Pastore (o "Bel Pastore" secondo l’originale greco) che va in cerca della pecorella smarrita, usata da Gesù stesso nella parabola (Lc 15,3-7; Gv 10,11-16) per esprimere il suo amore di Salvatore.


 (Catacomba di Priscilla – Buon Pastore sec.II-in.III).


 


Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni

Cari fratelli e sorelle,in questa quarta Domenica di Pasqua, detta "del Buon Pastore", si celebra la Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, che quest’anno ha per tema: "La testimonianza suscita vocazioni", tema "strettamente legato alla vita e alla missione dei sacerdoti e dei consacrati" (Messaggio per la XLVII G. M. di preghiera per le vocazioni, 13 novembre 2009). La prima forma di testimonianza che suscita vocazioni è la preghiera (cfr ibid.), come ci mostra l’esempio di santa Monica che, supplicando Dio con umiltà ed insistenza, ottenne la grazia di veder diventare cristiano suo figlio Agostino, il quale scrive: "Senza incertezze credo e affermo che per le sue preghiere Dio mi ha concesso l’intenzione di non preporre, non volere, non pensare, non amare altro che il raggiungimento della verità" (De Ordine II, 20, 52, CCL 29, 136). Invito, pertanto, i genitori a pregare, perché il cuore dei figli si apra all’ascolto del Buon Pastore, e "ogni più piccolo germe di vocazione … diventi albero rigoglioso, carico di frutti per il bene della Chiesa e dell’intera umanità" (Messaggio cit.). Come possiamo ascoltare la voce del Signore e riconoscerlo? Nella predicazione degli Apostoli e dei loro successori: in essa risuona la voce di Cristo, che chiama alla comunione con Dio e alla pienezza della vita, come leggiamo oggi nel Vangelo di san Giovanni: "Le mie pecore ascoltano la mia voce ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano" (Gv 10,27-28).


(Benedetto XVI, Le parole del Papa nell’introdurre la preghiera mariana del tempo pasquale, REGINA CÆLI, 25-04-2010).


 


Preghiera per le vocazioni sacerdotali

Signore Gesù, guida e pastore del tuo popolo,


tu hai chiamato nella Chiesa


San Giovanni Maria Vianney,


curato d'Ars, come tuo servo.


Sii benedetto per la santità della sua vita


e l'ammirabile fecondità del suo ministero.


Con la sua perseveranza


egli ha superato tutti gli ostacoli


nel cammino del sacerdozio.


Prete autentico,


attingeva dalla Celebrazione Eucaristica


e dall'adorazione silenziosa


l'ardore della sua carità pastorale


e la vitalità del suo zelo apostolico.


Per sua intercessione:


Tocca il cuore dei giovani


perché trovino nel suo esempio di vita


lo slancio per seguirti con lo stesso coraggio,


senza guardare indietro.


Rinnova il cuore dei preti


perché si donino con fervore e profondità


e sappiano fondare l'unità delle loro comunità


sull'Eucaristia, il perdono e l'amore reciproco.


Fortifica le famiglie cristiane


perché sostengano quei figli che tu hai chiamato.


Anche oggi, Signore, manda operai alla tua messe,


perché sia accolta la sfida evangelica del nostro tempo.


Siano numerosi i giovani che sanno fare


della loro vita un «ti amo» a servizio dei fratelli,


proprio come San Giovanni Maria Vianney.


Ascoltaci, o Signore, Pastore per l'eternità. Amen.


(Mons. Guy Bagnard, vescovo di Belley-Ars).


 


La nostra incapacità di ascoltare la buona novella di Dio


Ritengo che uno dei motivi per cui molti di noi non assimilano realmente questo messaggio di incondizionato amore divino, sia che ci soffermiamo eccessivamente su noi e sui nostri errori. Ci domandiamo senza sosta: chi sono perché il Signore mi ami? E invece dovremmo chiederci: chi sei mio Dio, per amarmi così tanto? Il Signore sa ed accetta il fatto che gli uomini sbaglino, perché tale è la condizione umana, ma dentro di noi c’è qualcosa che, come Simon Pietro, continua a protestare: "Signore, allontanati da me che sono un peccatore. Sono certo che non mi vuoi Vicino" (cfr. Lc 5,8).


La Parola di Dio ci ricorda che Dio ha inviato suo Figlio nel mondo non per condannare ma per amarci sottraendoci all’egoismo e dandoci la pienezza della vita (cfr. Gv 3,16-17). La Parola di Dio ci assicura che Gesù viene come ambasciatore del Padre, come Medico Divino, proprio perché siamo distrutti, contorti e malati. Gesù viene come Buon Pastore proprio perché gli esseri umani si perdono; viene a cercarci perché ci vuole con lui, perché vuole stringerci fra le sue braccia e festeggiare la gioia di averci trovato e di averci nuovamente accanto a lui.


(J. POWELL, Perché ho paura di essere pienamente me stesso, Milano, Gribaudi, 2002, 52-53).


 


Solo in Dio e solo a partire da Dio si conosce veramente l'uomo

«Ascoltiamo ancora una volta la frase decisiva: «Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore» (10,14s). In questa frase c'è ancora una seconda interrelazione di cui dobbiamo tenere conto. La conoscenza reciproca tra il Padre e il Figlio si intreccia con la conoscenza reciproca tra il pastore e le pecore. La conoscenza che lega Gesù ai suoi si trova all'interno della sua unione conoscitiva con il Padre. I suoi sono intessuti nel dialogo trinitario; lo vedremo di nuovo riflettendo sulla preghiera sacerdotale di Gesù. Allora potremo capire che la Chiesa e la Trinità sono intrecciate tra loro. Questa compenetrazione di due livelli del conoscere è molto importante per capire la natura della «conoscenza» di cui parla il Vangelo di Giovanni.


Applicando tutto al nostro orizzonte di vita, possiamo dire: solo in Dio e solo a partire da Dio si conosce veramente l'uomo. Un conoscersi che limita l'uomo alla dimensione empirica e afferrabile non raggiunge affatto la vera profondità dell'uomo. L'uomo conosce se stesso soltanto se impara a capirsi partendo da Dio, e conosce l'altro soltanto se scorge in lui il mistero di Dio. Per il pastore al servizio di Gesù ciò significa che egli non deve legare gli uomini a sé, al suo piccolo io.


La conoscenza reciproca che lo lega alle «pecore» a lui affidate deve mirare a introdursi a vicenda in Dio, a dirigersi verso di Lui; deve pertanto essere un ritrovarsi nella comunione della conoscenza e dell'amore di Dio. Il pastore al servizio di Gesù deve sempre condurre al di là di se stesso affinché l'altro trovi tutta la sua libertà; per questo anche egli stesso deve sempre andare al di là di se stesso verso l'unione con Gesù e con il Dio trinitario.


L’Io proprio di Gesù è sempre aperto al Padre, in intima comunione con Lui; Egli non è mai solo, ma esiste nel riceversi e ridonarsi al Padre. «La mia dottrina non è mia», il suo Io è l'Io aperto verso la Trinità.


Chi lo conosce «vede» il Padre, entra in questa sua comunione con il Padre. Proprio questo superamento dialogico presente nell'incontro con Gesù ci mostra di nuovo il vero pastore, che non si impossessa di noi, bensì ci conduce verso la libertà del nostro essere portandoci dentro la comunione con Dio e dando Egli stesso la sua vita».


(Joseph RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret, Città del Vaticano/Milano, Libreria Editrice Vaticana/Rizzoli, 2007, 326-328).


 


Il Signore è il mio pastore

     La Chiesa parla a Cristo: «II Signore mi conduce al pascolo e nulla mi mancherà» [Sal 22 (23), 1 ss.], il Signore Gesù Cristo è il mio pastore e nulla mi mancherà. «Mi ha posto nel luogo del pascolo», nel luogo dove inizia il pascolo mi ha condotto alla fede, qui mi ha posto per darmi nutrimento. «Presso acque di refrigerio mi ha allevato». Mi ha allevato con l'acqua del battesimo, in cui sono ristorati quanti hanno perduto l'integrità e le forze. Ha convertito la mia anima. Mi ha guidato su sentieri di giustizia a motivo del suo nome». Mi ha guidato negli stretti sentieri della sua giustizia che pochi percorrono e non a motivo dei miei meriti, ma a motivo del suo nome. «Infatti anche se camminassi in mezzo all'ombra della morte», cioè anche quando cammino in mezzo a questa vita, che è ombra di morte, «non temerò il male, perché tu sei con me», non temerò il male perché tu, grazie alla fede, abiti nel mio cuore, e ora sei con me affinché, dopo l'ombra della morte, io sia con te. «La tua verga e il tuo bastone, proprio loro mi hanno consolato». I tuoi insegnamenti sono come verga per il gregge delle pecore e come bastone per i figli ormai grandi che da una vita animale crescono fino a quella spirituale; non mi hanno rattristato, anzi da essi sono stato consolato perché tu ti ricordi di me. «Hai preparato una tavola dinanzi a me, di fronte a coloro che mi perseguitano». Dopo la verga con la quale io, piccolo e ancora animale ero condotto ai pascoli con il gregge, dopo quella verga, quando ho cominciato ad essere sotto il bastone, hai preparato una tavola davanti a me affinché io non sia più nutrito come un bambino con il latte, ma prenda il cibo come un adulto, reso saldo dinanzi a quelli che mi fanno soffrire. «Hai effuso olio sul mio capo», hai allietato la mia mente con la gioia spirituale. «E il tuo calice inebriante quanto è eccellente!», e il tuo calice che da l'oblio delle vanità passate, quanto è eccellente! «E la tua misericordia mi accompagnerà tutti i giorni della mia vita», cioè per quanto a lungo vivrò in questa vita mortale non tua, ma mia. «E affinché abiti nella casa del Signore per la lunghezza dei giorni», mi accompagnerà non soltanto qui, ma fino a quando abiterò nella casa del Signore in eterno.


(AGOSTINO DI IPPONA, Esposizione sul salmo 22, Opere di sant'Agostino XXV, pp. 312-314).


 


Il prete piccolo e grande


Un prete dev'essere contemporaneamente piccolo e grande,


nobile di spirito come di sangue reale,


semplice e naturale come di ceppo contadino,


una sorgente di santificazione,


un peccatore che Dio ha perdonato,


un servitore per i timidi e i deboli,


che non s'abbassa davanti ai potenti ma si curva davanti ai poveri,


discepolo del suo Signore,


capo del suo gregge,


un mendicante dalle mani largamente aperte,


una madre per confortare i malati,


con la saggezza dell'età e la fiducia d'un bambino,


teso verso l'alto,


i piedi sulla terra,


fatto per la gioia,


esperto del soffrire,


lontano da ogni invidia,


lungimirante,


che parla con franchezza,


un amico della pace,


un nemico dell'inerzia,


fedele per sempre...


Così differente da me!


     (Anonimo).


 


Solo Gesù può liberarmi totalmente


Nel Nuovo Testamento


la presenza di Gesù


con le sue parole e i suoi gesti


diviene una fonte inesauribile


d'ispirazione per la preghiera:


è Gesù che mi si accosta e m'interpella.


Gesù è il Buon Pastore


alla ricerca della pecora smarrita,


e io lo seguo.


Gesù è la vigna;


Dio, il vignaiolo, mi monda dei rami malati


perché io possa dare buoni frutti.


Alla moltiplicazione dei pani,


è Gesù che m'invita


a offrirgli la mia povertà


- cinque pani e due pesci -


perché egli se ne serva


per compiere meraviglie.


Alla pesca miracolosa,


è Gesù che mi chiede


una fiducia assoluta nella sua parola


più che nei miei mezzi umani.


In occasione di numerose guarigioni,


Gesù mi rammenta                                            


che lui solo può liberarmi totalmente.


(Jean -Jacques Gareau)


 


Preghiera

Gesù, pastore e pascolo dei tuoi fedeli,


guida sicura e sentiero di vita,


tu che conosci tutti per nome e ci chiami ogni giorno a uno a uno,


rendici capaci di riconoscere la tua voce,


di sentire il calore della tua presenza che ci avvolge,


anche quando la strada è angusta, impraticabile,


e la notte profonda, interminabile.


Seguendoti senza resistenze e senza paure,


giungeremo ai prati verdeggianti,


alle fresche sorgenti della tua dimora,


dove tu ci farai bere e riposare.



 
«Io sono il buon pastore», proclama Gesù nel vangelo di Giovanni, e aggiunge: «Il buon pastore offre la vita per le pecore» (Gv 10,11). Parlando di sé in questi termini Egli richiama quanto di più ricco può essere trovato in molte pagine dell’Antico Testamento e in particolare nel Libro del profeta Ezechiele dove leggiamo: «Perché dice il Signore Dio: Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura…Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo…Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita; fascerò quella ferita e curerò quella malata…le pascerò con giustizia» (Ez 34, 11.15-16). Inoltre: «Voi, mie pecore, siete il gregge del mio pascolo e io sono il vostro Dio» (Ez 34, 31). Anche Geremia utilizza un’immagine simile (cf. Ger 23,3), mentre Isaia scrive: «Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce pian piano le pecore madri» (Is 40,11). Jahvè è riconosciuto, pertanto, come il pastore del suo popolo: «Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla», scrive infatti il Salmista (Sal 23,1); e ancora: «Tu, pastore di Israele, ascolta, tu che guidi Giuseppe come un gregge» (Sal 80,2).
L’immagine del pastore, così cara al cuore del popolo dell’alleanza, serve a definire la missione di salvezza che il Padre ha affidato al suo Figlio il quale è venuto nel mondo per offrire la propria vita per le sue pecore. Egli si prende cura del suo gregge, lo difende dai lupi e dai nemici e lo conduce al pascolo. Gesù compie tutto ciò non per dovere o per forza, ma per amore, poiché egli offre la vita da sé e non per costrizione (cf. Gv 10,18), e soprattutto perché «nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13). «L’ascolto della fede avviene secondo la forma di conoscenza propria dell’amore: è un ascolto personale, che distingue la voce e riconosce quella del Buon Pastore (cf. Gv 10,3-5); un ascolto che richiede la sequela, come accade con i primi discepoli che, “sentendolo parlare così, seguirono Gesù” (Gv 1,37)» (Papa Francesco, Lumen fidei 30).
Per queste ragioni sin dall’antichità la Chiesa ha attribuito una grande importanza alla figura del Buon Pastore che porta sulle sue spalle la pecora ritrovata (cf. Lc 15,1-7), tanto da dipingerla o scolpirla nei luoghi di culto e di sepoltura dei cristiani. Lo sguardo rivolto al Buon Pastore per la Chiesa vuol dire non solo riconoscere in Gesù la piena realizzazione delle promesse e delle immagini dell’Antico Testamento, ma anche nutrire la speranza della salvezza definitiva nella Gerusalemme celeste dove tutti i redenti dal suo sangue, liberati dalla corruzione e dalla morte, saranno finalmente radunati per formare un solo gregge sotto la guida di un solo pastore (cf. Gv 10,16).
Significa, infine, che la Chiesa radica la sua missione ad gentes nella medesima missione di Cristo il quale dice: «Ho altre pecore che non sono di quest’ovile; anche queste io devo condurre» (Gv 10,16).
Il Mausoleo funebre di Galla Placidia costruito a Ravenna nel V sec. è tanto piccolo nelle dimensioni quanto prezioso nelle decorazioni musive. La lunetta di ingresso, in particolare, è occupata dalla raffigurazione del Buon Pastore, un giovane imberbe, elegante negli abiti e soprattutto nella posa, seduto su uno sperone di roccia. Con la mano sinistra sorregge la croce e con il braccio destro si protende verso una delle pecore che lo circondano accarezzandola delicatamente con la mano. Lo sguardo del pastore sembra fissare un luogo lontano che va al di là dell’orizzonte e sfugge alla vista dell’osservatore. Probabilmente è rivolto a quelle pecore che non sono di quell’ovile, ma che egli vuole condurre all’unico pascolo. La scena si svolge in una vegetazione ricca e verdeggiante che trasmette un forte senso di pace e di armonia. Le pecore sono tutte rivolte verso il loro pastore del quale riconoscono la voce.
La Chiesa, da parte sua, attenta alla parola di salvezza, invoca il Signore con la preghiera: «Buon Pastore, vero pane,
o Gesù, pietà di noi:
nutrici e difendici,
portaci ai beni eterni
nella terra dei viventi. Tu che tutto sai e puoi, che ci nutri sulla terra,
conduci i tuoi fratelli
alla tavola del cielo
nella gioia dei tuoi santi» (Sequenza Lauda Sion Salvatorem). 


 



* Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di:


- Temi di predicazione. Omelie. Ciclo A, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 2004;2007-.


- Messalino festivo dell’Assemblea, Bologna, EDB, 2007.


- Comunità domenicana di Santa Maria delle Grazie, La grazia della predicazione. Tempo di Quaresima e Tempo di Pasqua, in «Allegato redazionale alla Rivista del Clero Italiano»  95 (2014) 2, pp.67.


- C.M. MARTINI, Incontro al Signore risorto. Il cuore dello spirito cristiano, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2009.


- E. BIANCHI et al., Eucaristia e Parola. Testi per le celebrazioni eucaristiche. Tempo ordinario anno A, Milano, Vita e Pensiero, 2010.


- F. ARMELLI, Ascoltarti è una festa. Le letture domenicali spiegate alla comunità. Anno A, Padova, Messaggero, 2001.


- J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret, Milano, Rizzoli, 2007.


- J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret. Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2011.


- J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, L’infanzia di Gesù, Milano/Città del Vaticano, Rizzoli/Libreria Editrice Vaticana, 2012.


- J.M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, Matteo, il Vangelo del compimento, a cura di Gianfranco Venturi, LEV 2016.


- UFFICIO LITURGICO NAZIONALE (CEI), Svuotò se stesso… Da ricco che era si è fatto povero per voi. Sussidio CEI quaresima-pasqua 2014.


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- Immagine della domenica, a cura di García-Orsini-Pennesi.


 


PER L'APPROFONDIMENTO:


IV DOMENICA DI PASQUA


 
editore |26.04.2017
xxx

Prima lettura: Atti 2,14.22-33






[Nel giorno di Pentecoste,] Pietro con gli Undici si alzò in piedi e a voce alta parlò così:


«Uomini d’Israele, ascoltate queste parole: Gesù di Nàzaret – uomo accreditato da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni, che Dio stesso fece tra voi per opera sua, come voi sapete bene –, consegnato a voi secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio, voi, per mano di pagani, l’avete crocifisso e l’avete ucciso.


Ora Dio lo ha risuscitato, liberandolo dai dolori della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere. Dice infatti Davide a suo riguardo: “Contemplavo sempre il Signore innanzi a me; egli sta alla mia destra, perché io non vacilli. Per questo si rallegrò il mio cuore ed esultò la mia lingua, e anche la mia carne riposerà nella speranza, perché tu non abbandonerai la mia vita negli inferi né permetterai che il tuo Santo subisca la corruzione. Mi hai fatto conoscere le vie della vita, mi colmerai di gioia con la tua presenza”.


Fratelli, mi sia lecito dirvi francamente, riguardo al patriarca Davide, che egli morì e fu sepolto e il suo sepolcro è ancora oggi fra noi. Ma poiché era profeta e sapeva che Dio gli aveva giurato solennemente di far sedere sul suo trono un suo discendente, previde la risurrezione di Cristo e ne parlò: “questi non fu abbandonato negli inferi, né la sua carne subì la corruzione”. Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni. Innalzato dunque alla destra di Dio e dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito Santo promesso, lo ha effuso, come voi stessi potete vedere e udire».


 






 




  • Nella prima lettura di oggi leggiamo la parte centrale del lungo discorso di Pietro pronunciato a Gerusalemme la mattina di Pentecoste, che abbiamo iniziato domenica scorsa e termineremo nella prossima. Nella prima parte Pietro ha messo in relazione il dono delle lingue con l'effusione dello Spirito appena avvenuta, ed è ricorso alle Scritture pro-fetiche per accreditare il suo discorso e far capire che gli avvenimenti di cui egli e i suoi ascoltatori erano testimoni riguardavano i «tempi ultimi», vale a dire i tempi della presenza di Dio in maniera forte e definitiva. Ora cerca di chiarire lo stretto rapporto del dono dello Spirito con la vita, la morte e la risurrezione di Gesù.




     La vicenda dell'uomo Gesù si è svolta completamente nel segno di una particolare vicinanza di Dio. Egli infatti è «uomo accreditato da Dio» e ciò è dimostrato «per mezzo di miracoli, prodigi e segni, che Dio stesso operò fra di voi» (At 2,22; cf. Lc 24,19). «Come voi ben sapete»: gli ascoltatori di Pietro sono a conoscenza della vicenda terrena di Gesù.


     Pietro fa un rapido accenno alla morte di Gesù per sottolineare che Dio è presente anche in questo momento, come lo era stato nella sua vita, dato che Gesù è consegnato agli uomini per essere ucciso secondo «il prestabilito disegno e la prescienza di Dio» (At 2,23; cf. IPt 1,20). Siamo qui messi di fronte a un profondo e sconcertante mistero. Come possiamo pensare Dio che ingloba nel «suo prestabilito disegno» la morte e addirittura la morte di croce del giusto «accreditato presso di lui»?


     Pietro non indugia su questo, come pure accenna soltanto alla colpa degli uomini che l'hanno ucciso «per mano degli empi». Egli passa ad annunciare la gloria della risurrezione. Gli accenni alla vita e alla morte sono stati fatti per sottolineare che è lo stesso Gesù di Nazareth che è vissuto e morto in mezzo agli ascoltatori, colui che «Dio ha risuscitato» (At 2.24, cf 3 15; 13, 32.34; 17,31) Si tratta dell'annuncio centrale del discorso dell’ Apostolo, il Kerigma, sul quale si fonda il cristianesimo.


     Pietro a questo punto ricorre alla Scrittura per dare credito alle sue parole, come aveva fatto per illustrare la grandezza del dono dello Spirito.


     La lunga citazione del Salmo (At 2, 25-28; Sal 16.8-11) ci mostra la Risurrezione di Gesù come motivo di speranza e estrema fiducia in Dio. Il Salmista, infatti, proclama la sua speranza durante un pericolo mortale.


     Egli ha nella preghiera l'esperienza mistica della vicinanza di Dio per cui pur nella condizione precaria in cui ancora si trova può proclamare: «Contemplavo sempre il Signore innanzi a me; poiché egli sta alla mia destra, perché io non vacilli» (At 2,25, Sal 16,8). La speranza si basa su una capacità interiore di percepire la presenza divina. Questo da gioia e rinnova la speranza, anzi da la certezza che Dio non abbandonerà alla morte il suo «santo» (chasid in ebraico, il fedele all'alleanza divina che mette in pratica la Torà).


     Pietro, dopo la citazione, si rivolge in modo familiare ai suoi ascoltatori, che chiama «fratelli» e spiega che le parole del Salmo non vanno attribuite alla persona di Davide, ma alla luce degli avvenimenti che hanno coinvolto Gesù di Nazareth possono essere riletti come riferiti al Cristo «questi non fu abbandonato negli inferi, né la sua carne vide corruzione» (At 2.27, Sal 16,10). Per Gesù la presenza di Dio e la certezza della sua vicinanza dopo la morte è diventata realtà nella risurrezione, ma per i fedeli che contemplano le grandi opere di Dio rimane una speranza e il Salmo aiuta a guardare alla risurrezione come opera del Dio che è vicino anche a ciascuno di noi.


     In conclusione Pietro riassume l'annuncio che più gli preme di trasmettere: «Questo Gesù, Dio l'ha risuscitato e noi ne siamo testimoni, innalzato pertanto alla destra (alcuni manoscritti hanno «dalla destra») di Dio e dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito Santo che egli aveva promesso, lo ha effuso, come voi stessi potete vedere e udire» (At 2,33).


 


Seconda lettura: 1 Pietro 1,17-21






Carissimi, se chiamate Padre colui che, senza fare preferenze, giudica ciascuno secondo le proprie opere, comportatevi con timore di Dio nel tempo in cui vivete quaggiù come stranieri. Voi sapete che non a prezzo di cose effimere, come argento e oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta, ereditata dai padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia. Egli fu predestinato già prima della fondazione del mondo, ma negli ultimi tempi si è manifestato per voi; e voi per opera sua credete in Dio, che lo ha risuscitato dai morti e gli ha dato gloria, in modo che la vostra fede e la vostra speranza siano rivolte a Dio.






 




  • I versetti della lettera attribuita a Pietro sono stati scelti come commento al discorso dell'apostolo della prima lettura. L'uomo Gesù accreditato da Dio con segni e prodigi e risuscitato dai morti è il Cristo «predestinato già prima della fondazione del mondo» (1Pt 1.21; cf At 2,23). Si approfondisce quindi il mistero di Gesù nei suoi rapporti con Dio Padre. Attraverso Gesù conosciamo il Padre, lo preghiamo e sappiamo che Egli è giudice «che senza riguardi personali giudica ciascuno secondo le sue opere» (1Pt 1,17). Dio giudica con obiettività, è quindi giudice giusto come ci avverte il Deuteronomio (10,17): «Il Signore vostro Dio è il Dio grande, forte e terribile, che non usa parzialità e non accetta regali, rende giustizia all’orfano e alla vedova, ama il forestiero e gli da pane e vestito».




     Il comportamento cristiano deve essere improntato al «timore» di Dio. Timore che biblicamente è la faccia speculare dell'amore, un amore filiale che comporta rispetto e obbedienza.


     Su questa terra siamo orientati verso Dio e dobbiamo vivere questa vita come un pellegrinaggio, che si concluderà solo nel mondo avvenire, quando saremo definitivamente con Dio. Qui sulla terra siamo sempre «come forestieri» (Lv 25,23; cf. Sal 39 (38), 13: 119 (118), 19. 54; Eb 11,13).


     I versetti 18-19 propongono due metafore per presentare la liberazione dal male degli esseri umani Quella del riscatto dello schiavo e quella sacrificale. Dio in Cristo ci ha liberati dalla schiavitù del peccato, analogamente a quanto ha compiuto per il suo popolo Israele, liberandolo dalla schiavitù dell'Egitto. In Gesù però «la mano potente di Dio» sembra si sia nascosta nell'impotenza di una morte vergognosa. Siamo di nuovo di fronte al mistero dell'operare di Dio e dobbiamo fare grande attenzione di non ridurre la redenzione operata da Cristo ad atto dovuto per placare la giustizia divina. Lo scritto apostolico vuole dirci che la redenzione è opera grande e assolutamente divina, il paragone con il riscatto è fatto proprio per sottolineare la grandezza del dono e al tempo stesso la povertà estrema degli esseri umani che non possono vantare nessun merito di fronte a Dio se non quello di essere stati tanto amati gratuitamente da lui.


 


Vangelo: Luca 24,13-35






Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo.


Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto».


Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.


Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro.


Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?».


Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.






 


Esegesi


    L'episodio dell'apparizione di Gesù ai discepoli in cammino è appena accennato da Marco (16,12-13), Luca, invece lo narra con molti particolari: precisa anche il nome del villaggio, a cui sono diretti, Emmaus, e la distanza da Gerusalemme, circa sette miglia. Essi stanno parlando degli avvenimenti che riguardano Gesù. Senza preavviso. Gesù stesso si mette al loro fianco ed entra nei loro discorsi.


     Essi non lo riconoscono, come la Maddalena (cf. Gv 20,14). I loro occhi ne sono ancora incapaci (Lc 24,16). Il Risorto si può riconoscere come tale solo con gli occhi della fede, che è un dono dello Spirito.


     Il loro interrogarsi e discutere degli avvenimenti è un atteggiamento premiato da Gesù, che li guida ad adoperare le Scritture per cercare il senso teologico profondo degli avvenimenti stessi.


     Gesù compie un esercizio di interpretazione tipico dei maestri ebrei: le Scritture vanno continuamente rilette e scrutate per trovarne delle nuove interpretazioni, che non elidano le precedenti, ma le arricchiscano. Uno dei metodi adoperati dai maestri è proprio quello adottato da Gesù, vale a dire accostare tanti versetti presi dai diversi libri formando così


una «collana» (hariz) di testi: «Cominciando da Mosè» (Torà, Pentateuco) e da tutti i profeti (quelli che noi chiamiamo libri storici e profetici) spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui» (Lc 24,27).


     La Parola così si apre (dianoigo, Lc 24,32) aprendo la mente e il cuore: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?» (Lc 24,32).


     Il riconoscimento del Risorto da parte dei due discepoli non avviene, però, attraverso la spiegazione delle Scritture, ma nel gesto dello spezzare il pane. Le Scritture non forniscono delle dimostrazioni. Il riconoscere il Risorto è un dono di fede dello Spirito, non il frutto di una dimostrazione: anche la comprensione delle Scritture necessita dello stesso dono.


     Una volta riconosciuto il Risorto, scatta l'impegno di annunciarlo. I discepoli da Emmaus ritornano di corsa a Gerusalemme per far partecipi gli altri della loro gioiosa scoperta.


 


Meditazione 


     L'annuncio pasquale risuona in modo diverso nei testi biblici odierni: nel resoconto scettico dei due di Emmaus («Egli è vivente»: Lc 24,23), nell'annuncio vigoroso della predicazione di Pietro («Questo Gesù Dio l'ha risuscitato»: At 2,32), nella comunicazione di fede che Pietro indirizza alle comunità destinatarie della sua prima lettera («Dio l'ha risuscitato dai morti»: 1Pt 1,21).


    Il Risorto manifesta la sua presenza negli apostoli che sono divenuti suoi testimoni e che annunciandolo lo rendono presente tra gli uomini (At 2,32); nella fede e nella speranza che abitano i credenti (1Pt 1,21); nella riunione comunitaria e liturgica degli Undici a Gerusalemme (Le 24,33-35); nella Parola spiegata e nel Pane condiviso (Lc 24,25-32).


     Il tema del cammino è presente nelle tre letture. La resurrezione di Cristo è profetizzata dal mutamento attuato da Dio del cammino di morte del fedele in cammino di vita (Salmo 16 citato in At 2,25-28); la fede nel Cristo risorto nasce nei due di Emmaus durante un cammino che non è solo geografico, ma spirituale e che attraversa la disillusione e il dubbio, il vuoto e lo scetticismo (vangelo); la fede nel Cristo risorto da origine a un tipo di presenza cristiana nel mondo descritta come paroikía, cammino nel timore e nella speranza, cammino come in terra straniera (II lettura).


    Per i due di Emmaus l'incontro con il Risorto segna il passaggio dalla de-missione alla missione e diviene la storia di una ricreazione. Le loro orecchie ascoltano la spiegazione della Scrittura, il loro cuore viene rianimato e scaldato, i loro occhi si aprono, la loro parola ritrova capacità di comunicazione e di comunione, le loro persone ridiventano capaci di relazione: insistono perché Gesù, che prima avevano trattato con sufficienza, si fermi con loro e sieda a tavola con loro. Essi ritrovano il coraggio della relazione e della speranza. E trovano la forza di ritornare alla comunità che avevano abbandonato. Sì, a volte è difficile rimanere nella chiesa e la tentazione dell'abbandono si può far sentire, per i più svariati motivi. Ma il motivo unico che rende vivibile la chiesa è la fede nel Risorto: grazie ad essa è possibile non solo perseverare, ma fare della perseveranza un'esperienza di resurrezione, una partecipazione spirituale alla vita del Risorto. La chiesa, pur con le sue povertà e i suoi peccati, è il corpo di Cristo, il reale luogo della fraternità che impedisce la riduzione della fede a docetismo o a gnosi.


    La presenza del Risorto è invisibile e silenziosa. Essa si rende visibile nel volto di uno straniero, di un pellegrino che diviene improvvisato compagno di strada, e parla attraverso le parole della Scrittura. La Bibbia e l'altro uomo, la Parola di Dio contenuta nelle Scritture e il volto dell'altro, soprattutto dello straniero e del povero, sono luoghi per eccellenza in cui la presenza del Risorto può incontrarci ricordandoci il comando evangelico: ama Dio e il tuo prossimo.


    Il forestiero sconosciuto diventa il portatore della rivelazione. Lo straniero incontrato da Cleopa e dall'altro discepolo anonimo non viene riconosciuto e deve scontrarsi con la loro diffidenza e sufficienza, salvo rivelarsi poi l'inviato di Dio. Il riconoscimento dello straniero passa attraverso un lavoro di memoria che restituisce i due discepoli alla loro storia. Più che sconosciuto, era non-riconosciuto. Riconosciutolo, non lo vedono più, ma sono rinviati a se stessi e possono riannodare i fili della loro storia e ricompattare la loro comunità. Lo straniero che ci visita, che incrocia i nostri cammini, incontra spesso, analogamente, la nostra diffidenza, il nostro senso di superiorità, la nostra paura, il nostro odio. Ma in verità, noi lo temiamo perché ci conduce al confronto con noi stessi. Lo straniero fa di noi degli stranieri: lui è straniero per me e io sono straniero per lui. Egli rivela, personalizzandola con la sua diversità evidente, una dimensione nascosta, e temibile, di me. Riconoscere lui (senza appropriarsi di lui) significa anche riconoscere noi stessi (senza disappropriarci di noi). Allora l'incontro può divenire apparizione.


 


Immagine della Domenica



 



Camminando si fa il cammino


Tu che cammini, sono le tue tracce


il cammino e null'altro;


tu che cammini, non c'è cammino,


il cammino si fa camminando.


Camminando si fa il cammino


e volgendo indietro lo sguardo


si vede il cammino sul quale mai più


si ritornerà a camminare.


Tu che cammini, non c'è cammino,


tranne delle scie nel mare.


(A. Machado)


 


Preghiere e racconti



 



A Emmaus per guardare negli occhi il Viandante

Abu Gosh - identificata al tempo dei Crociati come il villaggio di Emmaus - era l’ultima tappa del nostro pellegrinaggio in Terra Santa. Salimmo dapprima in alto sulla collina, dove dal giardino a terrazza delle Suore di Maria, Arca dell’Alleanza, avremmo potuto ammirare ancora una volta Gerusalemme, netta fra le colline all’orizzonte, solenne nelle sue sagome di pietra, immersa nella sua ineguagliabile luce dorata. In quel posto gli “ozevanim” - gli Ebrei costretti a lasciare la Città Santa - solevano piangere e strapparsi le vesti, per esprimere il senso di lacerazione e perfino di bestemmia provato nel separarsi da Sion. La nostalgia prendeva anche il nostro cuore. Dalla collina scendemmo alla Chiesa crociata, purissima nelle sue linee gotiche. Un’antica iscrizione marmorea all’esterno della Cripta riportava il nome della “X Legio Fretensis”, la legione romana di occupazione ai tempi del cristianesimo nascente. La Comunità monastica, col suo canto in latino, ebraico e francese, rendeva quel luogo una sorta di sigillo orante del dialogo necessario fra le fedi e le culture. Lo splendore del giardino, inondato dal sole dell’estate, che esaltava i colori e bruciava nell’aria i profumi, rendendoli quasi tocchi d’incenso, sembrò ancor più illuminarsi alla luce del racconto: era la narrazione del giorno della storia che avrei voluto vivere, “il primo giorno della settimana” dopo i dolorosi e misteriosi eventi di quella Pasqua singolare. In quel giorno, anonimo agli occhi delle cronache, due discepoli del Nazareno erano in cammino verso quel villaggio, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre discutevano, lo Straniero si avvicinò e prese a camminare accanto a loro. I loro occhi erano però impediti nel riconoscerlo. Fu lui a rompere il ghiaccio. «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?», chiese. Si fermarono, col volto che tradiva la profonda tristezza del cuore: essi lo avevano amato, avevano creduto in lui, giocando la loro vita nella decisione di seguirlo. Ed ora tutto era finito, nel modo più doloroso, certamente il più scandaloso per loro: morto appeso al palo della vergogna, il Rabbi che li aveva incantati, il loro Maestro, pareva essere stato smentito dai fatti. Quel suo grido sulla Croce aveva fatto risuonare assordante il silenzio del Padre, di cui pure tanto aveva parlato: «Elì, Elì, lemà sabactàni?» - «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». L’amore non può perdonare la morte: perciò il loro cuore era triste, perché la morte pareva aver inghiottito il loro Signore, e con lui ogni loro speranza, per sempre.


Uno dei due - si chiamava Clèopa - rispose allo Straniero con una battuta, fra il lamentoso e l’ironico: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Lo Straniero sembrò far più caso al dolore, che all’ironia, e domandò col tono che scioglie le labbra e fa venir fuori la pena nascosta: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che fosse colui che avrebbe liberato Israele; invece, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Solo alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto». Le parole erano uscite dalla bocca di Clèopa come un fiume in piena. Il suo compagno (chi era? io? tu?) era rimasto in silenzio, del tutto partecipe, come se l’altro avesse saputo esprimere perfettamente il tumulto del suo cuore. Lo Straniero ebbe una reazione singolare. Senza mezzi termini apostrofò i due: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Da pii figli d’Israele, i due erano abituati a far memoria della straordinaria storia d’amore fra il Dio unico e il popolo eletto, rivivendola ogni volta con partecipazione intensa, in ogni tappa. Mai però il loro cuore si era acceso così all’ascolto di qualcuno. Fra lo stupore e il timore cominciò a farsi strada in loro una domanda: perché le parole di quello Straniero prendevano così la loro anima? Non aveva qualcosa in comune quella voce con quella del Profeta di Galilea, in cui avevano creduto? Possibile che fosse lui? La sua morte era fuori discussione. Ma profezie enigmatiche non erano mancate nella sua predicazione: «Distruggete questo tempio - aveva ad esempio detto una volta - e in tre giorni lo farò risorgere». Chiunque fosse quell’uomo, era bello ascoltarlo e il cuore si struggeva alle sue parole. Era come una tenebra che andava rischiarandosi, come quella della notte prossima alla luce dell’aurora.


Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andar oltre. Perderlo proprio ora appariva loro inaccettabile. Che chiarisse l’enigma. O, almeno, che il balsamo della sua parola continuasse ancora per un po’ a scendere sulle ferite del loro cuore. Fu per questo che insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Per un curioso paradosso quelle parole, mentre descrivevano l’esteriore calare della notte nei tramonti infuocati sulle alture della Giudea, evocavano ai due le tenebre scese dentro di loro, l’assenza di futuro che era seguita al rantolo del Profeta abbandonato sulle braccia della Croce. Forse perciò egli cedette alla richiesta con remissività, quasi per un atto di tenerezza compassionevole ed entrò per rimanere con loro. La locanda era semplice, una delle tante disposte ad accogliere i viandanti per il ristoro del cibo e del riposo sulle strade polverose della terra d’Israele al termine del giorno. Una volta a tavola, lo Straniero prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Era il gesto del capofamiglia nella cena pasquale. Era il gesto che Lui aveva compiuto per loro la sera di quell’ultima cena. Ed ora a compierlo era quello che avevano pensato fosse solo uno Straniero. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero: «Non ci ardeva forse il cuore in petto mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». Ma egli sparì dalla loro vista. Non aveva detto alla donna, andata al sepolcro il mattino del giorno dopo il sabato: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre»? Non aveva promesso ai discepoli di precederli in Galilea? E al profeta Elia sul monte il Signore non era passato accanto fugace, come una “voce del silenzio”?


Storditi com’erano dall’emozione, cominciarono a ridirsi l’uno all’altro ciò che avevano vissuto con lui lungo la strada: al racconto si sovrapponevano le domande. Come avevano potuto non capire? Quelle parole, quella voce, la luce sulle Scritture… Perché non l’avevano riconosciuto subito? La tristezza a volte fa brutti scherzi, e ancor più la paura e la diffidenza verso l’altro. Ma ora la luce era così grande che - pur essendo notte, e perciò sconsigliabile il viaggio - decisero di partire senza indugio per far ritorno a Gerusalemme. Il tempo volò, tanto che quando giunsero era mattino e trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, mentre dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narrarono ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane. Da allora la loro vita fu cambiata per sempre. E con la loro lo fu la vita del mondo. Nulla sarebbe più stato lo stesso. Il fatto che Dio avesse fatto sua la morte e che così l’avesse vinta era la notizia più sconvolgente della storia, quella che avrebbe dato a tutti la speranza della vita. Perciò avrei voluto essere lì quel giorno, come il compagno di Cléopa: a quello Straniero fattosi compagno del cammino, come tanti altri nel tempo, più di me e meglio di me, ho dato la mia fede e la vita. Anche a me è accaduto che le sue parole facessero ardere il cuore. Perciò, anche per me tutto è cambiato allora. Nella locanda di Emmaus si sono aperti anche i miei occhi: e quel giorno qualunque è diventato per me, come per tanti, il giorno più importante della storia, il giorno dell’incontro che ti dà luce per vivere e per morire e la speranza di vincere la morte in te e in tutti, per sempre. È il giorno che ha illuminato la vita dei santi, da Paolo ad Agostino, da Francesco a Tommaso, da Domenico a Ignazio di Loyola, da Alfonso de’ Liguori a Madre Teresa di Calcutta, fino agli innumerevoli, nascosti profeti della carità, che nelle situazioni più difficili danno la vita per chi manca di tutto, o agli innamorati servitori del Vangelo, che lo ascoltano per vivere di esso ed annunciarlo fino agli estremi confini della terra… Un’incontro, quello di Emmaus, che le cronache non riportano, ma che la testimonianza di fede dell’evangelista Luca alla fine del suo Vangelo ha saputo trasmetterci con freschezza singolare, tanto che il cuore di chi crede vi si può riconoscere, fino a identificarsi con l’innominato compagno di Clèopa, fino a percepire quel tramonto, vissuto un giorno di duemila anni fa, in una locanda sulle alture della Giudea, come l’alba del nuovo inizio di tutto, per tutti...


(Mons. Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto, in Il Sole 24 Ore (23 agosto 2009).


 


Non andare via, Signore

 Signore, se la porta del mio cuore dovesse restare chiusa un giorno,


abbattila ed entra, non andare via.


Se le corde del mio cuore, non dovessero cantare il tuo nome un giorno,


ti prego aspetta, non andare via.


Se non dovessi svegliarmi al tuo richiamo un giorno,


svegliami con la tua pena… non andare via.


Se un altro sul tuo trono io dovessi porre un giorno,


tu, mio Signore eterno, non andare via.


(Rabindranath Tagore).


 


Da chi andremo?


«Da chi altri andremo, Signore?


Solo Tu hai parole di vita»,


eppur sempre la strada porta a fuggire dal monte del sangue.


Il sepolcro ha pesante la pietra


e il tuo fianco è squarciato per sempre:


come dunque possiamo capire il mistero, se tu non lo sveli?


Mentre il sole già volge al declino,


sii ancora il viandante che spiegale Scritture


e ci dona il ristoro con il pane spezzato in silenzio.


Cuore e mente illumina ancora


perché vedano sempre il tuo volto


e comprendano come il tuo amore


ci raggiunge e ci spinge più al largo.


A te, Cristo, risorto e vivente, dolce amico che mai abbandoni


con il Padre e lo Spirito santo


noi cantiamo la gloria per sempre.


(Inno di D.M. Turoldo, Neanche Dio può stare solo, Piemme, Casale Monferrato 1991, pp. 107-108).


 


Resta con noi, Signore


Resta con noi, Signore Gesù, perché senza di te il nostro cammino rimarrebbe immerso nella notte. Resta con noi, Signore Gesù, per condurci sulle vie della speranza che non muore, per nutrirci con il pane dei forti che è la tua parola.


Resta con noi sino all’ultima sera, quando chiusi i nostri occhi, li riapriremo davanti al tuo volto trasfigurato dalla gloria e ci troveremo tra le braccia del Padre nel regno del divino splendore.


Su questa strada sempre pellegrini - peso di solitudine nel cuore - vienici incontro tu, il Vivente tra i morti, e spezzaci il pane dell'amore. Su questa lunga strada dove, al tramonto, si stendono le nostre ombre, accendi, o Viandante avvolto di mistero, il vivido bivacco della tua parola e sapremo dal suo bruciante ardore che più viva, più forte la nostra Speranza è risorta.


Sì, apri la nostra mente a comprendere la Parola che sola può dissipare i dubbi che ancora sorgono nel nostro cuore. Quante volte anche noi, incapaci di riconoscerti, ti abbiamo rinnegato! Ma tu, il Giusto, con mite patire ti sei fatto vittima di espiazione per i nostri peccati. Ora non lasciarci esitanti e turbati: la tua presenza infonda in noi la pace, il tuo spirito rischiari il nostro sguardo e ci renda gioiosi testimoni del tuo amore.


Accogliete Cristo per essere da lui accolti


Fratelli carissimi, avete sentito che il Signore apparve lungo il cammino a due discepoli che non ancora credevano, ma che tuttavia parlavano di lui, ma non mostrò loro un aspetto per il quale fosse possibile riconoscerlo. Il Signore agì dunque all'esterno mostrandosi agli occhi del corpo in accordo con quando accadeva loro nell'intimo, agli occhi dell'anima. Essi infatti nell'intimo amavano e dubitavano e, d'altro lato, il Signore all'esterno era presente, ma non mostrava la sua identità. Stette con loro che parlavano di lui, ma poiché dubitavano, nascose l'aspetto in base al quale avrebbero potuto riconoscerlo. Parlò con loro, rimproverò l'ostinazione della loro mente, svelò i misteri della Scrittura che si riferivano a lui e, tuttavia, poiché nei loro cuori era ancora un pellegrino rispetto alla loro fede, finse di andare più lontano. [...] Dovevano essere messi alla prova per vedere se, sebbene non fossero ancora pronti ad amarlo come Dio, erano in grado di amarlo come pellegrino. Ma poiché questi due discepoli con i quali camminava la Verità non potevano sottrarsi alla carità, gli offrirono accoglienza come a un pellegrino. Perché diciamo «gli offrirono» dal momento che sta scritto: «Lo costrinsero» (Lc 24,29)? Da questo esempio si ricava che i pellegrini non devono essere soltanto invitati, ma attirati all'ospitalità. I due discepoli preparano la mensa, offrono i cibi e allo spezzare del pane riconoscono quel Dio che non avevano riconosciuto quando spiegava le Scritture. Veniamo illuminati non tanto ascoltando i precetti, ma mettendoli in pratica. Non sono stati illuminati dunque nell'ascoltare i precetti di Dio, ma lo sono stati nel metterli in pratica poiché sta scritto: «Non quelli che ascoltano la Legge sono giusti al cospetto di Dio, ma quelli che la mettono in pratica saranno giustificati» (Rm 2,13). Chi dunque vuole comprendere ciò che ha ascoltato si affretti a mettere in pratica quello che già è riuscito a capire. Vedi, il Signore non fu riconosciuto mentre parlava, accettò di essere riconosciuto mentre mangiava. Perciò, fratelli carissimi, amate l'ospitalità, amate le opere di carità. Per questo Paolo dice: «Si pratichi fra voi la carità fraterna e non vogliate dimenticare l'ospitalità. Grazie ad essa alcuni furono graditi avendo accolto come ospiti degli angeli» (Eb 13,1-2). E Pietro scrive: «Siate ospitali gli uni verso gli altri, senza mormorare» (1Pt 4,9). E la Verità stessa dice: «Sono stato forestiero e mi avete accolto» (Mt 25,35). [...] Accogliete Cristo alla vostra mensa per poter essere da lui accolti nel banchetto eterno. Offrite ora ospitalità a Cristo pellegrino, affinché nel giorno del giudizio non siate stranieri e ignoti a Lui, ma vi accolga fra i suoi nel Regno, con l'aiuto di chi vive e regna, Dio nei secoli dei secoli.


Amen.


(GREGORIO MAGNO, Omelie sui vangeli 23,1-2, in Opere di Gregorio Magno, pp. 294-296).


 


Preghiera

Signore Gesù, grazie perché ti sei fatto riconoscere nello spezzare il pane. Mentre stiamo correndo verso Gerusalemme e il fiato quasi ci manca per l’ansia di arrivare presto, il cuore ci batte forte per un motivo ben più profondo.
Dovremmo essere tristi, perché non sei più con noi. Eppure ci sentiamo felici. La nostra gioia e il nostro ritorno frettoloso a Gerusalemme, lasciando il pasto a metà sulla tavola, esprimono la certezza che tu ormai sei con noi.
Ci hai incrociati poche ore fa su questa stessa strada, stanchi e delusi. Non ci hai abbandonati a noi stessi e alla nostra disperazione. Ci hai smosso l’animo con i tuoi rimproveri. Ma soprattutto sei entrato dentro di noi. Ci hai svelato il segreto di Dio su di te, nascosto nelle pagine della Scrittura. Hai camminato con noi, come un amico paziente. Hai suggellato l’amicizia spezzando con noi il pane, hai acceso il nostro cuore perché riconoscessimo in te il Messia, il Salvatore di tutti.
Quando, sul far della sera, tu accennasti a proseguire il tuo cammino oltre Emmaus, noi ti pregammo di restare.
Ti rivolgeremo questa preghiera, spontanea e appassionata, infinite altre volte nella sera del nostro smarrimento, del nostro dolore, del nostro immenso desiderio di te. Ma ora comprendiamo che essa non raggiunge la verità ultima del nostro rapporto con te. Per questo non sappiamo diventare la tua presenza accanto ai fratelli.
Per questo, o Signore Gesù, ora ti chiediamo di aiutarci a restare sempre con te, ad aderire alla tua persona con tutto l’ardore del nostro cuore, ad assumerci con gioia la missione che tu ci affidi: continuare la tua presenza, essere vangelo della tua risurrezione.
Signore, Gerusalemme è ormai vicina. Abbiamo capito che essa non è più la città delle speranze fallite, della tomba desolante. Essa è la città della Cena, della Croce, della Pasqua, della suprema fedeltà dell’amore di Dio per l’uomo, della nuova fraternità. Da essa muoveremo lungo le strade di tutto il mondo per essere autentici "Testimoni del Risorto". Amen»
(Carlo Maria Martini, Partenza da Emmaus, Centro Ambrosiano di Documentazione e Studi Religiosi, Milano, 1983, pagg. 8-9).


 


Preghiera

Resta con noi, Signore Gesù, perché senza di te il nostro cammino rimarrebbe immerso nella notte. Resta con noi, Signore Gesù, per condurci sulle vie della speranza che non muore, per nutrirci con il pane dei forti che è la tua parola.


Resta con noi sino all’ultima sera, quando chiusi i nostri occhi, li riapriremo davanti al tuo volto trasfigurato dalla gloria e ci troveremo tra le braccia del Padre nel regno del divino splendore.


 


III Domenica di Pasqua   


 


Pontormo (Carucci, Jacopo detto 1494-1556), Cena in Emmaus,Firenze, Galleria degli Uffizi.


© 2014. Foto Scala Firenze – Su concessione Ministero Beni e Attività Culturali.


«”Rimani con noi, Signore, perché si fa sera” (cf. Lc 24,29). Fu questo l’invito accorato che i due discepoli, incamminati verso Emmaus la sera stessa del giorno della risurrezione, rivolsero al Viandante che si era ad essi unito lungo il cammino. Carichi di tristi pensieri, non immaginavano che quello sconosciuto fosse proprio il loro Maestro, ormai risorto. Sperimentavano tuttavia un intimo “ardore”, mentre Egli parlava con loro “spiegando” le Scritture. La luce della Parola scioglieva la durezza del loro cuore e “apriva loro gli occhi”. Tra le ombre del giorno in declino e l’oscurità che incombeva nell’animo, quel Viandante era un raggio di luce che risvegliava la speranza ed apriva i loro animi al desiderio della luce piena. “Rimani con noi”, supplicarono. Ed egli accettò. Di lì a poco, il volto di Gesù sarebbe scomparso, ma il Maestro sarebbe “rimasto” sotto i veli del “pane spezzato”, davanti al quale i loro occhi si erano aperti» (Giovanni Paolo II, Mane nobiscum Domine 1).
Jacopo Carucci, più noto come il Pontormo, con il suo stile artistico inconfondibile colloca l’episodio evangelico in un tempo che appare come sospeso. Il gesto benedicente di Gesù, posto frontalmente al centro del dipinto che presenta uno sfondo scuro e profondo, attira immediatamente l’attenzione dello sguardo. Al realismo degli oggetti e del pane posti sulla tavola fa da contrappunto l’atmosfera che caratterizza l’intero dipinto. I discepoli non hanno ancora riconosciuto nel viandante che aveva percorso con loro un tratto di strada Gesù Risorto.
L’artista raffigura invece proprio l’istante in cui Gesù sta per spezzare il pane e in cui si aprirono loro gli occhi e riconobbero il Signore. L’apparizione miracolosa di Gesù incontra perciò i gesti ordinari dei personaggi implicati nella scena. I due discepoli sono seduti su semplici sgabelli di legno ed hanno i piedi nudi. Uno di loro è intento a versare del vino in un calice di vetro, l’altro si accinge a tagliare il pezzo di pane che ha in mano. Sono presenti anche altri personaggi, alcuni monaci certosini, che assistono alla scena che avviene sotto lo sguardo divino, poiché nello spezzare il pane la luce soprannaturale della verità raggiunge i discepoli.
 
Il verismo voluto dall’artista incontra la solenne e raffinata gestualità del Cristo che fissa l’osservatore e lo coinvolge nella sua azione, rendendo contemporaneo a tutte le generazioni cristiane l’evento salvifico e chiamando a raccolta, attorno a quella mensa, anche i discepoli delle future generazioni.
Ancora oggi la Chiesa prega perché nella fractio panis possa riconoscere il Cristo crocifisso e risorto che apre il cuore dei suoi discepoli all’intelligenza delle Scritture e si rivela ai suoi nell’atto dello spezzare il pane (cf. Preghiera Colletta). Tra le prove, le tribolazioni e le persecuzioni della storia la Chiesa fa esperienza dell’incontro con il Risorto che riconosce lungo il cammino che condivide con l’umanità intera e, confortata dalla sua presenza, si rivolge al suo Signore nella preghiera: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno già volge al declino» (Lc 24,29).



* Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di:


- Temi di predicazione. Omelie. Ciclo A, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 2004;2007-.


- Messalino festivo dell’Assemblea, Bologna, EDB, 2007.


- Comunità domenicana di Santa Maria delle Grazie, La grazia della predicazione. Tempo di Quaresima e Tempo di Pasqua, in «Allegato redazionale alla Rivista del Clero Italiano»  95 (2014) 2, pp.67.


- C.M. MARTINI, Incontro al Signore risorto. Il cuore dello spirito cristiano, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2009.


- E. BIANCHI et al., Eucaristia e Parola. Testi per le celebrazioni eucaristiche. Tempo ordinario anno A, Milano, Vita e Pensiero, 2010.


- F. ARMELLI, Ascoltarti è una festa. Le letture domenicali spiegate alla comunità. Anno A, Padova, Messaggero, 2001.


- J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret, Milano, Rizzoli, 2007.


- J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret. Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2011.


- J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, L’infanzia di Gesù, Milano/Città del Vaticano, Rizzoli/Libreria Editrice Vaticana, 2012.


- J.M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, Matteo, il Vangelo del compimento, a cura di Gianfranco Venturi, LEV 2016.


- UFFICIO LITURGICO NAZIONALE (CEI), Svuotò se stesso… Da ricco che era si è fatto povero per voi. Sussidio CEI quaresima-pasqua 2014.


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- Immagine della domenica, a cura di García-Orsini-Pennesi.


 


PER L'APPROFONDIMENTO:


PASQUA III DOMENICA DI PASQUA (A)


 
xxx
26-27 Maggio 2017 XV CONVEGNO NAZIONALE S&V | XVII INCONTRO ASSOCIAZIONI LOCALI

 

CONVEGNO DI AGGIORNAMENTO E SEMINARIO DI STUDIO IRC 2017

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