FORUM «IRC»
 
editore |02.10.2012
arte
Le Missionarie della Divina Rivelazione presentano il nuovo itinerario di arte e fede dedicato interamente alle nuove generazioni, in occasione dell'Anno della Fede

di suor Rebecca Nazzaro, 
superiora delle Missionarie della Divina Rivelazione


Amore e fede, viaggi e conversione, santità e martirio, apostoli e primato di Pietro…. Cosa vogliono dire queste parole alle menti dei giovani, o azzarderemo, ai loro cuori?


Resta forse inconcepibile oggi far coesistere fede e amore, come splendidamente, ma non senza difficoltà, fecero gli sposi Cecilia e Valeriano. O ancor più strano può sembrare parlare di San Paolo che dopo tutti i suoi viaggi per convertire i pagani, spendendo la sua intera vita per Cristo, si ritrova solo in una minuscola prigione a scrivere le ultime righe prima di partire da questo mondo verso Gesù.


Come poter parlare poi di Pietro che dal lago della Galilea si ritrova a Roma, a morire per un Uomo che aveva detto essere il Figlio di Dio e che affidò solennemente a questo povero pescatore, la Sua Chiesa?


Queste persone possono veramente dire ancora qualcosa ai giovani del terzo millennio? Hanno lasciato tutto, hanno seguito Gesù Cristo, ma non solo, lo hanno amato fino a versare il loro sangue per Lui. Cosa vuol dire tutto questo? Cosa hanno capito queste persone tanto da agire così estremamente?


L’itinerario che proponiamo ai giovani cattolici - e non solo - consiste nel cercare di dimostrare attraverso l’arte, come tutto ciò non abbia "sapore di passato", ma di un presente proteso verso un futuro al di là di noi.


E’ proprio conducendo i nostri giovani sui luoghi dove questi Santi hanno vissuto e testimoniato la loro fede che ci daremo tutte le risposte necessarie, cercando dunque di comprendere perché questi Santi hanno ritenuto che morire per Cristo non è stata una perdita, bensì un "guadagno"!


Per maggiori informazione sulle date e gli incontri, consultare il sito: www.divinarivelazione.org

 
editore |01.10.2012
Cep

Nel testo del comunicato finale del Consiglio Permanente (Roma, 24-27 settembre), l’attenzione dei Vescovi nei confronti della famiglia, per la quale rinnovano l’appello a politiche fiscali che la tutelino e ne rispettino la libertà educativa; la responsabilità per la qualità delle vocazioni e la santità dei sacerdoti; la formazione di comunità che siano ambiente educante per la fede, animate da una catechesi adulta anche nei contenuti; il dialogo con la cultura, nella proposta del paradigma antropologico che scaturisce dal Cristianesimo.


Conferenza Episcopale Italiana


CONSIGLIO PERMANENTE


Roma, 24 - 27 settembre 2012


COMUNICATO FINALE







«Questo Concilio tutto si risolve nel suo conclusivo significato religioso, altro non essendo che un potente e amichevole invito all’umanità d’oggi a ritrovare, per via di fraterno amore, quel Dio “dal Quale allontanarsi è cadere, al Quale rivolgersi è risorgere, nel Quale rimanere è stare saldi, al Quale ritornare è rinascere, nel Quale abitare è vivere” (Sant’Agostino). Così noi speriamo al termine di questo Concilio ecumenico vaticano secondo e all’inizio del rinnovamento umano e religioso, ch’esso s’è prefisso di studiare e di promuovere; così speriamo per noi, Fratelli e Padri del Concilio medesimo; così speriamo per l’umanità intera, che qui abbiamo imparato ad amare di più ed a meglio servire».


L’ampia citazione di Paolo VI (7 dicembre 1965) con cui si è conclusa la sessione autunnale del Consiglio Episcopale Permanente (24 - 27 settembre 2012) – riunito a Roma sotto la presidenza del Card. Angelo Bagnasco – ne riassume lo spirito, la finalità e gli stessi contenuti.


La prolusione e il confronto che l’ha seguita hanno dato voce alle difficoltà della gente, senza venire meno a uno sguardo di speranza e di incoraggiamento. I Vescovi si sono soffermati sulla famiglia, per la quale rinnovano l’appello a politiche fiscali che la tutelino e ne rispettino la libertà educativa.


Alla vigilia del Sinodo dedicato al tema della Nuova Evangelizzazione e dell’apertura dell’Anno della Fede nel 50° anniversario del Concilio Vaticano II e nel 20° della pubblicazione del Catechismo della Chiesa Cattolica, il Consiglio Permanente ha focalizzato la propria riflessione su alcuni temi e iniziative: la formazione cristiana degli adulti tra rinnovamento e istanza educativa, all’indomani dei Convegni catechistici regionali; la pastorale vocazionale, con la trasformazione del Centro Nazionale Vocazioni in Ufficio Nazionale; la 47ª Settimana Sociale dei Cattolici Italiani, incentrata sulla famiglia, cellula primaria e fondamentale della vita sociale (Torino, 12 - 15 settembre 2013); il Convegno Ecclesiale Nazionale  sul tema della fede, criterio veritativo d’interpretazione del vivere umano (Firenze, 9 - 13 novembre 2015). In vista di tale appuntamento, il Consiglio Permanente ha provveduto a costituire un Comitato preparatorio e ne ha eletto la Presidenza.


Nei corso dei lavori è stata, quindi, analizzata la situazione concernente i registri comunali delle cosiddette unioni di fatto e delle dichiarazioni anticipate di trattamento; si è fatta una valutazione del primo quinquennio del Comitato per il progetto culturale, individuando ambiti e compiti per il prossimo futuro; è stato approvato il nuovo regolamento dell’Ufficio Nazionale per l’educazione, la scuola e l’università; si è proceduto ad adeguare la Convenzione per il servizio pastorale in missione dei presbiteri diocesani; è stato approvato il Messaggio per la Giornata per la Vita (3 febbraio 2013).


Il Consiglio Episcopale Permanente ha provveduto anche ad alcune nomine, fra le quali quella di membri di Commissioni Episcopali e di direttori di Uffici Nazionali.






Famiglia e vita, impegni profetici



Il «reticolo di corruttele e di scandali», che attraversa la classe politica e motiva indignazione e ostilità nella cittadinanza, ha portato i membri del Consiglio Permanente a lamentare la distanza tra l’Italia dei “furbi” e quella degli onesti. La tradizione culturale del Paese è enorme – hanno rilevato – ma si stenta a vederne in atto le ricadute; prevale la demagogia delle opinioni, mentre si fatica a formare le coscienze di quei credenti che si sono volti all’impegno politico e che necessitano di essere sostenuti anche nella vita spirituale, perché questa ispiri loro comportamenti coerenti. Si avverte la necessità di un nuovo patto sociale, a partire dalla riscoperta di ragioni vere e condivise che possano far vivere insieme una vita buona e virtuosa.


Il confronto all’interno del Consiglio ha permesso di focalizzare la drammatica situazione in cui tanta gente ormai vive: precariato, disoccupazione, aziende in forti difficoltà, insolvenza da parte di enti locali. La realtà che porta il peso maggiore della crisi rimane la famiglia, principale ammortizzatore sociale e condizione del possibile rilancio del Paese. Per questo il Consiglio Permanente rimarca l’urgenza di politiche fiscali che la tutelino, riconoscendole, ad esempio, libertà educativa e, quindi, un maggiore sostegno alla scuola, compresa quella paritaria. Specie attraverso le Caritas, si conferma il volto di una Chiesa vicina e solidale, riferimento credibile anche nella proposta di stili di vita sobri ed essenziali. La stessa Chiesa rimane, perciò, sconcertata a fronte di forze politiche e culturali preoccupate, paradossalmente, di indebolire ulteriormente la famiglia: il riferimento è al tentativo di regolamentazione giuridica delle cosiddette unioni di fatto, per le quali anche in Italia alcuni gruppi avanzano pressanti richieste di riconoscimento, in termini che si vorrebbero analoghi – se non identici – a quelli previsti per la famiglia fondata sul matrimonio; una tutela che, nelle intenzioni, verrebbe estesa anche alle unioni omosessuali.


L’analisi della situazione porta a rilevare che nei Comuni italiani che hanno istituito registri per le unioni civili il numero degli iscritti rimane irrilevante, se non nullo. Questo dato – unito alla consapevolezza che tali iniziative sono di dubbia legittimità sotto il profilo giuridico e carenti di utilità pratica – non impedisce di coglierne il valore simbolico e la carica ideologica rispetto al modello costituzionale: l’unione tra l’uomo e la donna sancita dal patto matrimoniale.


Ad analoga considerazione i Vescovi sono giunti anche per le dichiarazioni anticipate di trattamento, raccolte nei registri istituiti da alcuni Comuni, che pure concorrono a diffondere una precisa e discutibile cultura attorno al fine vita.


Il Consiglio Permanente ha quindi ribadito l’impegno della Chiesa a tutela della famiglia naturale e a difesa della vita umana nella sua inderogabile dignità: un impegno – è stato evidenziato – profondamente “laico”, che va a beneficio dell’intera comunità civile. Di tale impegno è parte anche l’annuncio della bellezza del progetto matrimoniale e familiare e, quindi, la difesa della domenica, quale giorno libero dal lavoro e dedicato alla famiglia e alla festa.


Catechesi, assunzione del pensiero di Cristo



Alla luce dei 16 Convegni regionali promossi dall’Ufficio Catechistico Nazionale – una sorta di Convegno diffuso che, da aprile a settembre 2012, ha animato in maniera capillare il territorio nazionale – il Consiglio Permanente si è soffermato sulla catechesi, quale forma decisiva nell’educazione alla fede.


La responsabilità di comunicare e testimoniare la fede alle nuove generazioni ha il suo soggetto nell’intera comunità cristiana: questa consapevolezza richiede un forte investimento sulla formazione e l’accompagnamento degli adulti, a partire da quanti già partecipano alla vita ecclesiale. Compito prioritario della Chiesa, del resto, rimane la riscrittura della proposta cristiana nelle coscienze delle persone e nel loro vissuto.


Una comunità che sia ambiente educante per la fede, inoltre, non può che essere animata da una catechesi adulta anche quanto ai contenuti, nell’attenzione a plasmare in ogni età credenti capaci di rendere ragione della speranza che li anima: può dirsi adulto soltanto chi è capace di restituire quanto ha ricevuto, assicurando la continuità tra le generazioni e la vitalità della stessa comunità.


Per questo i Vescovi hanno sottolineato l’importanza di concludere la fase delle sperimentazioni degli itinerari di iniziazione cristiana e di fare comunione e unità attorno al progetto catechistico e agli stessi catechismi della CEI. L’obiettivo di tale investimento è la formazione e l’assunzione del pensiero di Cristo – «Pensare secondo Cristo e pensare Cristo attraverso tutte le cose» (S. Massimo il Confessore) –; necessita di legami integranti con l’esperienza celebrativa e con quella caritativa, nonché della valorizzazione di particolari momenti – quali la richiesta del battesimo e della prima Comunione – per un cammino di relazione e di incontro con la famiglia, in una prospettiva pastorale attenta a mantenere il carattere popolare dell’esperienza ecclesiale. È stato, infine, chiesto dai Vescovi di mantenere prioritario l’impegno di formazione dei catechisti.


La Commissione Episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi ha, quindi, aggiornato il Consiglio Permanente circa il lavoro di stesura di nuovi orientamenti che, riaffermando il valore del documento di base, Il rinnovamento della catechesi (1970), indichino le scelte pastorali delle Chiese in Italia per svolgere la loro missione evangelizzatrice.


Vocazioni, questione di fede



La matrice antropologica della cultura corrente rimanda a un io autocentrato, che idolatra la propria individuale libertà e ha come riferimento soltanto se stesso. Dal rischio di tale mentalità non sono immuni gli stessi sacerdoti: riconoscerlo per i Vescovi è stato un riappropriarsi della responsabilità della santità del proprio clero, nell’impegno a prevenirne, per quanto possibile, le cadute e ad accompagnarlo con una formazione adeguata, perché la sua vita sia abitata dal Signore.


Su tale tema i Vescovi hanno sviluppato un’ampia riflessione, alla luce del documento “Orientamenti pastorali per la promozione delle vocazioni al ministero sacerdotale” della Congregazione per l’educazione cattolica.


La preoccupazione dei Pastori – più ancora che il calo numerico dei sacerdoti – riguarda i criteri che, nella mentalità corrente, guidano un giovane nella costruzione della propria identità: spesso il singolo ritiene di potersela costruire da sé, scegliendosi i riferimenti e le risorse che ritiene maggiormente confacenti al proprio benessere psicologico ed emotivo. La condizione che innerva un’autentica vocazione – ha evidenziato a più riprese il Consiglio Permanente – rimane la fede, coltivata nella relazione con Cristo: da qui nasce l’elemento unificante dell’identità teologica e della vita spirituale del sacerdote, che porta a quella carità pastorale caratterizzata dalla totalità del dono della vita.


Tra i “luoghi” di formazione i Vescovi hanno indicato la pastorale giovanile, la direzione spirituale e il Seminario Minore o, comunque, una forma di pre–Seminario.


Il Consiglio Episcopale Permanente ha, quindi, sancito il passaggio del Centro Nazionale Vocazioni a nuovo Ufficio Nazionale per la pastorale delle vocazioni, approvandone il regolamento e inserendolo a pieno titolo nella Segreteria Generale della CEI. In questo modo ha dato nuova configurazione giuridica a un organismo che ora diventa segno più adeguato della collocazione della dimensione vocazionale nel contesto della pastorale delle Chiese particolari in Italia.


Un Comitato per Firenze 2015



Il V Convegno Ecclesiale Nazionale si terrà a Firenze sul tema della fede, cifra veritativa di interpretazione del vivere umano. In vista di tale appuntamento il Consiglio Permanente ha costituito un Comitato preparatorio, del quale ha eletto la Presidenza: un Presidente e tre Vice Presidenti (espressioni rispettivamente del Nord, del Centro e del Sud dell’Italia), oltre al Segretario Generale della CEI.


Il compito affidato al Comitato concerne la presentazione alla prossima Assemblea Generale non solo della proposta del titolo del Convegno, ma del programma del percorso preparatorio e delle modalità più idonee a favorire il coinvolgimento e la partecipazione del popolo cristiano nelle sue varie articolazioni.


I Vescovi, dopo aver fissato la data dell’assise (9 - 13 novembre 2015), ne hanno richiamato la funzione di approfondimento della tematica del decennio nella sua proiezione culturale e sociale. In particolare, hanno raccomandato che venga evidenziata la natura cristiana dell’umanesimo, a dire quanto il Cristianesimo sia indispensabile per la storia, la cultura e l’attualità del Paese, e come l’erosione di tali radici comprometta la base su cui è fondata la comunità nazionale.


L’attenzione a rilanciare le fonti dell’umanesimo sociale, in un contesto che vede il declino dell’ambizioso progetto della modernità, si completa nella consapevolezza di essere, come credenti, portatori di una parola decisiva circa l’umano, quindi la libertà, la responsabilità e le relazioni, vissute in chiave trinitaria: con l’Apostolo, i Vescovi annunciano che «se uno è in Cristo, è una nuova creatura» (2Cor 5,17).


Abitare la cultura



Una valutazione del primo quinquennio del Comitato per il progetto culturale ha offerto al Consiglio permanente l’occasione di un confronto con il Card. Camillo Ruini, che del Comitato è Presidente.


Il Cardinale ha presentato le iniziative scaturite da una sistematica riflessione sul momento attuale della società e della Chiesa: i rapporti-proposta e gli eventi internazionali.


I Vescovi, nell’esprimere gratitudine per questo lavoro di penetrazione della cultura “alta”, hanno raccomandato che il Comitato continui – in mezzo a quella “promessa mancata” che, per molti versi, è stata la modernità – a proporre il paradigma antropologico che scaturisce dal Cristianesimo. Circa i contenuti sui quali lavorare, il Consiglio Permanente ha espresso un’attenzione privilegiata per i giovani, per arrivare a dialogare meglio con la loro cultura, usando i linguaggi e gli strumenti più idonei a evangelizzarla in profondità.


Al riguardo, Avvenire e TV2000, il SIR nonché i settimanali e le emittenti diocesane, sono colti nel loro decisivo valore in merito alla formazione dell’opinione pubblica. Nel rilanciare l’impegno a sostenerli e a promuoverne la diffusione, i Vescovi domandano che si individuino strategie anche per valorizzare la rete di internet.


Varie



Il Consiglio Permanente ha preso in esame tema, programma e itinerario di preparazione alla 47ª Settimana Sociale dei Cattolici Italiani (Torino, 12-15 settembre 2013). Sarà imperniata sulla famiglia, con l’intento di presentarla come cellula primaria e fondamentale della vita sociale, portatrice di diritti – a partire dalla libertà educativa –, risorsa da sostenere e da cui ripartire per dare speranza anzitutto ai giovani.


Di famiglia parla anche il Messaggio per la Giornata per la Vita (3 febbraio 2013), nel quale i Vescovi esprimono vicinanza solidale a quanti sono duramente provati dalla crisi, mentre rilanciano il valore della persona e della vita umana fin dal concepimento.


Per aggiornarlo alla situazione attuale, il Consiglio Permanente ha approvato il nuovo regolamento dell’Ufficio Nazionale per l’educazione, la scuola e l’università. Le modifiche sono finalizzate, in particolare, a ridare unitarietà a questi diversi ambiti, facendoli confluire in un’unica Consulta.


Nel corso dei lavori è stata adeguata anche la Convenzione che regola il servizio pastorale in missione dei presbiteri diocesani. I principali mutamenti riguardano l’inserimento nel sistema di sostentamento del clero dei sacerdoti fidei donum, il versamento dei contributi previdenziali al Fondo clero dell’INPS da parte dell’Istituto Centrale per il sostentamento del clero, nonché le coperture previste dalla polizza sanitaria per il clero, stipulata dall’ICSC.


Nomine


Nel corso dei lavori, il Consiglio Permanente ha proceduto alle seguenti nomine:


- Presidente del Comitato Preparatorio del V Convegno ecclesiale nazionale (Firenze 2015): S.E. Mons. Cesare Nosiglia, Arcivescovo di Torino.


- Vice Presidenti del Comitato Preparatorio del V Convegno ecclesiale nazionale (Firenze 2015): S.E. Mons. Gianni Ambrosio, Vescovo di Piacenza - Bobbio, per il Nord; S.E. Mons. Mansueto Bianchi, Vescovo di Pistoia, per il Centro; S.E. Mons. Antonino Raspanti, Vescovo di Acireale, per il Sud.


- Membro della Commissione Episcopale per il clero e la vita consacrata: S.E. Mons. Arturo Aiello, Vescovo di Teano - Calvi.


- Membro della Commissione Episcopale per la famiglia e la vita: S.E. Mons. Alberto Tanasini, Vescovo di Chiavari.


- Direttore dell’Ufficio Nazionale per i problemi giuridici: Mons. Giuseppe Baturi (Catania).


- Direttore dell’Ufficio Nazionale per la pastorale del tempo libero, turismo e sport: Mons. Mario Lusek (Fermo).


- Direttore dell’Ufficio Nazionale per la pastorale della sanità: Don Carmine Arice (Società dei Sacerdoti di San Giuseppe Benedetto Cottolengo).


- Direttore dell’Ufficio Nazionale per la pastorale delle vocazioni: Mons. Domenico Dal Molin (Vicenza).


- Responsabile del Servizio Nazionale per la pastorale giovanile: Don Michele Falabretti (Bergamo).


- Responsabile del Servizio Nazionale per l’insegnamento della religione cattolica: Don Daniele Saottini (Brescia).


- Coordinatore Nazionale della pastorale per gli immigrati albanesi in Italia: Don Pasquale Ferraro (Roma).


- Coordinatore Nazionale della pastorale per i cattolici indiani di rito latino in Italia: Don Rajan Madakkudiyan (Kannur, India).


- Assistente ecclesiastico centrale dell’Azione Cattolica Italiana per il settore adulti: Don Emilio Centomo (Vicenza).


- Assistente ecclesiastico nazionale per la Branca Rover - Scolte dell’Associazione Guide e Scouts Cattolici Italiani: Padre Giovanni Gallo, C.O.


- Assistente ecclesiastico generale dell’Associazione Italiana Guide e Scouts d’Europa Cattolici: Don Stefano Caprio (Foggia - Bovino).


- Assistenti ecclesiastici nazionali dell’Associazione Italiana Guide e Scouts d’Europa Cattolici:  Don Giovanni Facchetti (Bolzano - Bressanone), per la Branca Guide;  Don Fabio Menghini (Pitigliano - Sovana - Orbetello), per la Branca Esploratori; Don Claudio Barboni (Cerignola - Ascoli Satriano), per la Branca Rover; Padre Peter Dubovsky, SJ, per la Branca Coccinelle; Padre Andrea Cova, OFM Capp., per la Branca Scolte.


- Consulente ecclesiastico nazionale del Centro Sportivo Italiano: Don Alessio Cirillo Albertini (Milano).


- Consigliere ecclesiastico nazionale della Coldiretti: Don Paolo Bonetti (Gorizia).


- Assistente ecclesiastico centrale della Fondazione Centesimus Annus – Pro Pontifice: Don  Giovanni Fusco (Melfi - Rapolla - Venosa).


La Presidenza, nella riunione del 24 settembre, ha proceduto alle seguenti nomine:


- Membro dell’Osservatorio centrale per i beni culturali di interesse religioso di proprietà ecclesiastica, in rappresentanza della Conferenza Episcopale Italiana: Don Bassiano Uggé, Sottosegretario della CEI.


- Assistenti Ecclesiastici dell’Università Cattolica del Sacro Cuore – sede di Roma: don Angelo Auletta (Tricarico), don Paolo Angelo Bonini (Albenga – Imperia), don Luciano Oronzo Scarpina (Nardò – Gallipoli), don Matthew James Solomon (Roma).


- Assistente Ecclesiastico dell’Università Cattolica del Sacro Cuore – sede di Brescia: don Roberto Lombardi (Brescia).


- Membri del Collegio dei Revisori dei Conti della Fondazione Centro Unitario per la cooperazione missionaria tra le Chiese (CUM): Rag. Ruggero Mischi (Presidente); Ing. Livio Gualerzi (Membro).


La Presidenza, nella medesima riunione, ha dichiarato l’assunzione ad interim delle funzioni di Presidente della Commissione Episcopale per le migrazioni da parte di S.E. Mons. Paolo Schiavon, Vescovo ausiliare di Roma.

 
editore |01.10.2012
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«Rallegratevi nel Signore sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi» (Fil 4:4)


 


Come Don Bosco educatore, offriamo ai giovani il Vangelo della gioia attraverso la pedagogia della bontà


 


Carissimi Fratelli e Sorelle della Famiglia Salesiana,


Dopo aver centrato l’attenzione sulla storia di Don Bosco ed aver cercato di comprendere meglio tutta la sua vita, segnata dalla predilezione per i giovani, la Strenna 2013 ha come obiettivo quello di approfondire la sua proposta educativa. Concretamente vogliamo avvicinarci a Don Bosco educatore. Si tratta quindi di approfondire ed aggiornare il Sistema Preventivo.


Anche in questo compito, il nostro approccio non è solo intellettuale. È certamente necessario, da una parte, uno studio approfondito della pedagogia salesiana, per aggiornarla secondo la sensibilità e le esigenze del nostro tempo. Oggi, infatti, i contesti sociali, economici, culturali, politici, religiosi, nei quali ci troviamo a vivere la vocazione ed a svolgere la missione salesiana, sono profondamente cambiati. D’altra parte, per una fedeltà carismatica al nostro Padre, è ugualmente necessario fare nostro il contenuto e il metodo della sua offerta educativa e pastorale. Nel contesto della società di oggi siamo chiamati ad essere santi educatori come lui, donando come lui la nostra vita, lavorando con e per i giovani.




ALLA RISCOPERTA DEL SISTEMA PREVENTIVO


Ripensando all’esperienza educativa di Don Bosco, siamo chiamati a riviverla oggi con fedeltà. Ora per una corretta attualizzazione del Sistema Preventivo, più che pensare immediatamente a dei programmi, a delle formule, o ribadire  degli “slogans” generici e buoni per tutte le stagioni, oggi il nostro sforzo sarà, anzitutto, quello di una comprensione storica del metodo di Don Bosco. Si tratta in concreto di analizzare come sia stato diversificato il suo operare per i giovani, per il popolo, per la chiesa, per la società, per la vita religiosa, e anche come diversificato sia stato il suo modo di educare i giovani del primo Oratorio festivo, del piccolo seminario di Valdocco, dei chierici salesiani e non salesiani, dei missionari. Ma si può osservare come già nel primo Oratorio di casa Pinardi fossero presenti alcune importanti intuizioni che saranno successivamente acquisite nella loro valenza più profonda di complessa sintesi umanistico-cristiana:



  1. una struttura flessibile, quale opera di mediazione tra Chiesa, società urbana e fasce popolari giovanili;

  2. il rispetto e la valorizzazione dell’ambiente popolare;

  3. la religione posta a fondamento dell’educazione, secondo l’insegnamento della pedagogia cattolica trasmessa a lui dall’ambiente del Convitto;

  4. l’intreccio dinamico tra formazione religiosa e sviluppo umano, tra catechismo ed educazione;

  5. la convinzione che l’istruzione costituisce lo strumento essenziale per illuminare la mente;

  6. l’educazione, così come la catechesi, che si sviluppa in tutte le espressioni compatibili con la ristrettezza del tempo e delle risorse;

  7. la piena occupazione e valorizzazione del tempo libero;

  8. l’amorevolezza come stile educativo e, più in generale, come stile di vita cristiana.


Una volta conosciuto correttamente il passato storico, occorre tradurre nell’oggi le grandi intuizioni e virtualità del Sistema Preventivo. Bisogna modernizzarne i principi, i concetti, gli orientamenti originari, reinterpretando sul piano teorico e pratico sia le grandi idee di fondo, sia i grandi orientamenti di metodo. E tutto ciò a vantaggio della formazione di giovani “nuovi” del sec. XXI, chiamati a vivere e confrontarsi con una vastissima ed inedita gamma di situazioni e problemi, in tempi decisamente mutati, sui quali le stesse scienze umane sono in fase di riflessione critica.


In particolare, desidero suggerire tre prospettive, analizzando più in profondità la prima di esse.


1. Il rilancio dell’ “onesto cittadino” e del “buon cristiano”


In un mondo profondamente cambiato rispetto a quello dell’ottocento, operare la carità secondo criteri angusti, locali, pragmatici, dimenticando le più ampie dimensioni del bene comune, a raggio nazionale e mondiale, sarebbe una grave lacuna di ordine sociologico ed anche teologico. Concepire la carità solo come elemosina, aiuto d'emergenza, significa rischiare di muoversi nell'ambito di un “falso samaritanesimo”.


Ci si impone pertanto una riflessione profonda, innanzitutto a livello speculativo. Essa deve estendere la sua considerazione a tutti i contenuti relativi al tema della promozione umana, giovanile, popolare, avendo, al contempo, attenzione alle diverse qualificate considerazioni filosofico-antropologiche, teologiche, scientifiche, storiche, metodologiche pertinenti. Questa riflessione, si  deve poi concretizzare sul piano della esperienza e della riflessione operativa dei singoli e delle comunità.


Dovremo procedere nella direzione di una riconferma aggiornata della "scelta socio-politica-educativa" di Don Bosco. Questo non significa promuovere un attivismo ideologico, legato a particolari scelte politiche di partito, ma formare ad una sensibilità sociale e politica, che porta comunque ad investire la propria vita per il bene della comunità sociale, impegnando la vita come missione, con un riferimento costante agli inalienabili valori umani e cristiani. Detto in altri termini, la riconsiderazione della qualità sociale dell'educazione dovrebbe incentivare la creazione di esplicite esperienze di impegno sociale nel senso più ampio.


Chiediamoci: la Congregazione Salesiana, la Famiglia Salesiana, le nostre Ispettorie, gruppi e case stanno facendo tutto il possibile in tale direzione? La loro solidarietà con la gioventù è solo atto di affetto, gesto di donazione, o anche contributo di competenza, risposta razionale, adeguata e pertinente ai bisogni dei giovani e delle classi sociali più deboli?


E altrettanto si dovrebbe dire del rilancio del “buon cristiano”. Don Bosco, “bruciato” dallo zelo per le anime, ha compreso l’ambiguità e la pericolosità della situazione, ne ha contestato i presupposti, ha trovato forme nuove di opporsi al male, pur con le scarse risorse (culturali, economiche…) di cui disponeva. Si tratta di svelare e aiutare a vivere consapevolmente la vocazione di uomo, la verità della persona. E proprio in questo i credenti possono dare il loro contributo più prezioso.


Ma come attualizzare il “buon cristiano” di Don Bosco? Come salvaguardare oggi la totalità umano-cristiana del progetto in iniziative formalmente o prevalentemente religiose e pastorali, contro i pericoli di antichi e nuovi integrismi ed esclusivismi? Come trasformare la tradizionale educazione, il cui contesto era “una società monoreligiosa”, in un’educazione aperta e, al tempo stesso, critica, di fronte al pluralismo contemporaneo? Come educare a vivere in autonomia e nello stesso tempo essere partecipi di un mondo plurireligioso, pluriculturale, plurietnico? A fronte dell’attuale superamento della tradizionale pedagogia dell’obbedienza, adeguata ad un certo tipo di ecclesiologia, come promuovere una pedagogia della libertà e della responsabilità, tesa alla costruzione di persone responsabili, capaci di libere decisioni mature, aperte alla comunicazione interpersonale, inserite attivamente nelle strutture sociali, in atteggiamento non conformistico, ma costruttivamente critico?


2. Il ritorno ai giovani con maggior qualificazione


 


È tra i giovani che Don Bosco ha elaborato il suo stile di vita, il suo patrimonio pastorale e pedagogico, il suo sistema, la sua spiritualità. Missione salesiana è consacrazione, è “predilezione” per i giovani e tale predilezione, al suo stato iniziale, lo sappiamo, è un dono di Dio, ma spetta alla nostra intelligenza ed al nostro cuore svilupparla e perfezionarla.


La fedeltà alla nostra missione poi, per essere incisiva, deve essere posta a contatto con i “nodi” della cultura di oggi, con le matrici della mentalità e dei comportamenti attuali. Siamo di fronte a sfide davvero grandi, che esigono serietà di analisi, pertinenza di osservazioni critiche, confronto culturale approfondito, capacità di condividere psicologicamente ed esistenzialmente la situazione. Ed allora, per limitarci ad alcune domande:


 


a- Chi sono esattamente i giovani ai quali “consacriamo” personalmente e in comunità la nostra vita?


b- Qual è la nostra professionalità pastorale, a livello di riflessione teorica sugli itinerari educativi ed a livello di prassi pastorale?


c- La responsabilità educativa oggi non può essere che collettiva, corale, partecipata. Qual è allora il nostro “punto di aggancio” con la “rete di relazioni” sul territorio e anche oltre il territorio  in cui vivono i nostri giovani?


d- Se qualche volta la Chiesa si trova disarmata di fronte ai giovani, non è che per caso lo sono anche i Salesiani o la Famiglia Salesiana di oggi?


3. Un’educazione di cuore


In questi ultimi decenni forse le nuove generazioni salesiane provano un senso di smarrimento di fronte alle antiche formulazioni del Sistema Preventivo: o perché non sanno come applicarlo oggi, oppure perché inconsapevolmente lo immaginano come un “rapporto paternalistico” con i giovani. Al contrario, quando guardiamo a Don Bosco, visto nella sua realtà vissuta, scopriamo in lui un istintivo e geniale superamento del paternalismo educativo inculcato da molta parte della pedagogia dei secoli a lui precedenti (’500-’700).


 


Possiamo chiederci: oggi i giovani e gli adulti entrano o possono entrare nel cuore dell’educatore salesiano? Che vi scoprono? Un tecnocrate, un abile, ma vacuo comunicatore, oppure una umanità ricca, completata e animata dalla Grazia di Gesù Cristo, nel Corpo Mistico, ecc.?


A partire dalla conoscenza della pedagogia di Don Bosco, i grandi punti di riferimento e gli impegni della Strenna del 2013 sono i seguenti.



  1. 1. Il ‘vangelo della gioia’, che caratterizza tutta la storia di Don Bosco ed è l’anima delle sue molteplici attività. Don Bosco ha intercettato il desiderio di felicità presente nei giovani e ha declinato la loro gioia di vivere nei linguaggi dell’allegria, del cortile e della festa; ma non ha mai cessato di indicare Dio quale fonte della gioia vera.


  1. La pedagogia della bontà. L'amorevolezza di Don Bosco è, senza dubbio, un tratto caratteristico della sua metodologia pedagogica ritenuto valido anche oggi, sia nei contesti ancora cristiani sia in quelli dove vivono giovani appartenenti ad altre religioni. Non è però riducibile solo a un principio pedagogico, ma va riconosciuta come elemento essenziale della nostra spiritualità.


3.  Il Sistema Preventivo. Rappresenta il condensato della saggezza pedagogica di Don Bosco e costituisce il messaggio profetico che egli ha lasciato ai suoi eredi e a tutta la Chiesa. È un'esperienza spirituale ed educativa che si fonda su ragione, religione ed 'amorevolezza.



  1. L’educazione è cosa del cuore. «La pedagogia di Don Bosco, ha scritto don Pietro Braido, s’identifica con tutta la sua azione; e tutta l’azione con la sua personalità; e tutto Don Bosco è raccolto, in definitiva, nel suo cuore».[1] Ecco la sua grandezza ed il segreto del suo successo come educatore. «Affermare che il suo cuore era donato interamente ai giovani, significa dire che tutta la sua persona, intelligenza, cuore, volontà, forza fisica, tutto il suo essere era orientato a fare loro del bene, a promuoverne la crescita integrale, a desiderarne la salvezza eterna».[2]


5.  La formazione dell’onesto cittadino e del buon cristiano. Formare “buoni cristiani e onesti cittadini” è intenzionalità più volte espressa da Don Bosco per indicare tutto ciò di cui i giovani necessitano per vivere con pienezza la loro esistenza umana e cristiana. Quindi, la presenza educativa nel sociale comprende queste realtà: la sensibilità educativa, le politiche educative, la qualità educativa del vivere sociale, la cultura.



  1. Umanesimo salesiano. Don Bosco sapeva “valo­rizzare tutto il positivo radicato nella vita delle persone, nelle realtà create, negli eventi della storia. Ciò lo portava a cogliere gli autentici valori presenti nel mondo, specie se gra­diti ai giovani; a inserirsi nel flusso della cultura e dello sviluppo umano del proprio tempo, stimolando il bene e rifiutandosi di gemere sui mali; a ricercare con saggezza la cooperazione di molti, convinto che ciascuno ha dei doni che vanno scoperti, riconosciuti e valorizzati; a credere nella forza dell'educazione che sostiene la crescita del giovane e lo incoraggia a diventare onesto cittadino e buon cristiano; ad affidarsi sempre e comunque alla prov­videnza di Dio, percepito e amato come Padre”.[3]


  1. Sistema Preventivo e Diritti Umani. La Congregazione non ha motivo di esistere se non per la salvezza integrale dei giovani. Questa nostra missione, il vangelo e il nostro carisma oggi ci chiedono di percorrere anche la strada dei diritti umani; si tratta di una via e di un linguaggio nuovi che non possiamo trascurare. Il sistema preventivo e i diritti umani interagiscono, arricchendosi l’un l’altro. Il sistema preventivo offre ai diritti umani un approccio educativo unico ed innovativo rispetto al movimento di promozione e protezione dei diritti umani. Allo stesso modo i diritti umani offrono al sistema preventivo nuove frontiere ed opportunità di impatto sociale e culturale come risposta efficace al “dramma dell’umanità moderna, della frattura tra educazione e società, del divario tra scuola e cittadinanza”.[4]

  2. Per una comprensione approfondita e l’attuazione dei punti nodali suindicati sono utilmente da leggere: Il Sistema Preventivo nell’educazione della gioventù, la Lettera da Roma, le Biografie di Domenico Savio, Michele Magone, Francesco Besucco, tutti scritti di Don Bosco che illustrano bene sia la sua esperienza educativa che le sue scelte pedagogiche.


 


Don Pascual Chávez V., SDB


Rettor Maggiore



[1] Cf. P. BRAIDO, Prevenire non reprimere. Il sistema educativo di Don Bosco, LAS, Roma 1999, p. 181.


[2] P. RUFFINATO, Educhiamo con il cuore di Don Bosco, in “Note di Pastorale Giovanile”, n. 6/2007, p. 9.


[3] Cfr Art. 7 – Carta di identità carismatica della Famiglia Salesiana – Roma 2012


[4] Si veda P. Pascual Chàvez Villanueva, Educazione e cittadinanza. Lectio Magistralis per la Laurea Honoris Causa, Genova, 23 aprile 2007.


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 Novità  
editore |29.09.2012
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«Una tra le sfide più significative dell’evangelizzazione oggi è quella che emerge dall’ambiente digitale. È su questa sfida che intende richiamare l’attenzione il tema che quest’anno papa Benedetto XVI ha scelto, nel contesto dell’Anno della fede, per la 47a Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali (12 maggio): ‘Reti Sociali: porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione’».


Il Pontificio Consiglio delle comunicazioni sociali apre con questa considerazione il comunicato con il quale rende noto oggi il tema della prossima Giornata delle Comunicazioni sociali.


“Gli elementi di riflessione - prosegue il Pontificio Consiglio - sono numerosi e importanti: in un tempo in cui la tecnologia tende a diventare il tessuto connettivo di molte esperienze umane quali le relazioni e la conoscenza, è necessario chiedersi: può essa aiutare gli uomini a incontrare Cristo nella fede? Non basta più il superficiale adeguamento di un linguaggio, ma è necessario poter presentare il Vangelo come risposta a una perenne domanda umana di senso e di fede, che anche dalla rete emerge e nella rete si fa strada. Sarà anche questo il modo per umanizzare e rendere vivo e vitale un mondo digitale che impone oggi un atteggiamento più definito: non si tratta più di utilizzare internet come un ‘mezzo’ di evangelizzazione ma di evangelizzare considerando che la vita dell’uomo di oggi si esprime anche nell’ambiente digitale. È necessario tener conto, in particolare, dello sviluppo e della grande popolarità dei social network, che hanno consentito l’accentuazione di uno stile dialogico ed interattivo nella comunicazione e nella relazione”.


La Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali, l’unica giornata mondiale stabilita dal Concilio Vaticano II (‘Inter Mirifica’, 1963), viene celebrata in molti Paesi, su raccomandazione dei vescovi del mondo, la domenica che precede la Pentecoste (nel 2013, il 12 maggio). Il messaggio del Santo Padre per la Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali viene tradizionalmente pubblicato in occasione della ricorrenza di San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti (24 gennaio).


(Sir)


 

 
editore |24.09.2012
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Il Concilio è il nostro presente e il nostro futuro. È la chiamata a rinnovare il nostro patto di fedeltà alla Chiesa e a dare risposte alle aspettative di questo nostro tempo, carico di drammi e pur fecondo”.


Così il presidente nazionale dell’Azione Cattolica, Franco Miano, ha concluso ieri a Roma il convegno nazionale “Legami di vita buona. Azione Cattolica, Chiesa locale e Chiesa universale”, che dal 21 al 23 settembre ha riunito oltre 350 tra presidenti e assistenti unitari diocesani e regionali di Ac.


Con lo sguardo al nuovo anno associativo, che s’inserisce e si orienta nel cammino tracciato dalla coincidenza di tre grandi eventi - i 50 anni dall’apertura del Concilio, l’inizio dell’Anno della fede e l’imminente inaugurazione del Sinodo dei vescovi sulla nuova evangelizzazione -, Miano ha rinnovato la “promessa” dei laici di Ac di “costruire legami di vita buona con tutti gli uomini e le donne di buona volontà, nel cammino ordinario compiuto da ciascuno di noi nelle diocesi e nelle parrocchie”.

Una fede intelligente. Ogni fondamento di “vita buona”, ha spiegato inaugurando i lavori mons. Domenico Sigalini, assistente generale dell’Azione Cattolica e vescovo di Palestrina, presuppone una “fede intelligente”, poiché “una fede senza intelligenza è un insulto a noi stessi e allo stesso Signore che non vuole automi o persone compiacenti”, bensì “persone vere, intere, diritte nella loro dignità; non vuole atteggiamenti servili, compromissori”. Nella sua relazione di apertura, “I laici e il Concilio”, il monaco camaldolese Franco Mosconi ha offerto all’uditorio un “percorso conciliare” basato su tre direttrici “da riscoprire”. A partire dalla speranza, ossia l’avere fisso “un orizzonte escatologico”, per arrivare alla santità, “termine ormai relegato tra gli incensi”, ma che “significa costruire la propria maturità umana come Dio la sogna, guardando il Figlio”. Su di esse si erge come “stella polare” la “Parola di Dio”. Di qui la domanda: “Cosa ne abbiamo fatto della Parola a mezzo secolo dalla ‘Dei Verbum’?”. “Questo arco di tempo - che per la Bibbia è il segno di un’intera generazione - quanto è stato inquietato e trasformato dalla Parola?”. La Parola divina “è come un mare in cui ci si deve immergere”; invece, ha concluso Mosconi, “spesso non incide ferite nella placida superficialità dei nostri giorni”.

Seminatori della Parola. Nell’omelia della celebrazione eucaristica presieduta il 22 settembre, mons. Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, ha ricordato che “dopo Gesù, ognuno di noi è seminatore della Parola di Dio”, e ciò comporta anzitutto “la responsabilità a non essere seminatori qualunque”. “Non ci si improvvisa evangelizzatori, come non ci si improvvisa buoni seminatori: occorre formarsi a questo compito”. “Il buon seminatore - ha ammonito il presule - non è colui che resta immobile. Come Gesù, è in continuo andare incontro all’altro. Dunque, non è più tempo di rimanere chiusi nelle nostre parrocchie. Bisogna uscire e andare lì dove l’uomo vive. Il che non vuol dire andare in Paesi lontani, ma al di là del nostro pianerottolo, dove vive il nostro vicino. Questa è la nuova evangelizzazione”. “L’unica e indivisibile missione della Chiesa - ha precisato mons. Diego Coletti, vescovo di Como - si articola secondo tre prospettive principali, intimamente connesse tra loro”: “Secolare, profetica e pastorale”. La prima consiste nel permeare “dello spirito evangelico la vita dell’uomo in tutti i suoi aspetti “secolari” (famiglia, lavoro, economia, cultura, politica, scienza…)”. La prospettiva “profetica” si esplica nel manifestare “in grado straordinario, nel proprio stile di vita, le esigenze radicali della sequela di Gesù, indicate nel Vangelo”. “La prospettiva “pastorale” è, infine, il modo di “vivere ed esprimere l’unica e indivisibile missione della Chiesa assumendo, con la forza dello Spirito Santo, il compito di dar vita alla comunità cristiana, nutrirla con la Parola e i sacramenti, coordinarne i carismi e i ministeri, curarne i difetti e le malattie, vigilare per diffonderla e custodirla: in una parola, edificare e condurre la comunità in quanto tale”. 

Testimonianza dalla Romania. Il “profilo delle responsabilità cui è chiamato il laico cristiano nel suo servizio alla comunità” è stato delineato da Anna Maria Basile, presidente diocesana di Andria dal 2005 al 2011. A partire da tre verbi, ha spiegato: “Custodire, tramandare, generare ancora” per “capire meglio il tempo e il luogo in cui viviamo”, avere “uno sguardo nuovo”, cercare “nel passato le radici del futuro”. La storia di un’Ac romena “cresciuta in numeri e impegno, in particolare nel far conoscere il ruolo dei laici nella Chiesa e nella società, considerando che i documenti del Concilio sono stati pubblicati in lingua romena solo dal 1990, dopo la caduta del comunismo, a 35 anni sua dalla chiusura”. A raccontarla sono stati la presidente dell’Ac di Iasi, Adriana Ianus, l’assistente don Felix Roca, e il vescovo ausiliare mons. Aurel Percã. Un’esperienza di laicato missionario ed evangelizzatore, “impegnato nell’educazione alla fede e nell’azione di carità” e “particolarmente attento ai temi della famiglia”.




Riportiamo la Lectio divinadi mons. Domenico Sigalini, Assistente generale dell’Azione cattolica e vescovo di Palestrina, al Convegno nazionale dei Presidenti e Assistenti unitari diocesani e regionali dell’Ac, in corso a Roma.


Troppo indurito è il nostro cuore


Ma i discepoli avevano dimenticato di prendere dei pani e non avevano con sé sulla barca che un pane solo. Allora egli li ammoniva dicendo: “Fate attenzione, guardatevi dal lievito dei farisei e dal lievito di Erode! ”. E quelli dicevano fra loro: “Non abbiamo pane”. Ma Gesù, accortosi di questo, disse loro: “Perché discutete che non avete pane? Non intendete e non capite ancora? Avete il cuore indurito? Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite ? E non vi ricordate, quando ho spezzato i cinque pani per i cinquemila, quante ceste colme di pezzi avete portato via? ”. Gli dissero: “Dodici”. “E quando ho spezzato i sette pani per i quattromila, quante sporte piene di pezzi avete portato via? ”. Gli dissero: “Sette”. E disse loro: “Non capite ancora? ”.(Mc 8, 14-21)


Appena prima di questo brano di vangelo sono state narrate due moltiplicazioni dei pani, al capitolo 6 (vv. 41-43) e al capitolo 8 (vv. 6-8). Hanno destato grande meraviglia e discussioni, piccoli egoismi e grandi progetti materiali. Chi aveva trovato la panacea per tutti i suoi mali: che vuoi di più, ci dà anche da mangiare! Chi aveva pensato che il miracolo poteva essere di casa tutti i giorni con un uomo così. Gesù coglie il rischio e fa fatica a far capire che i suoi miracoli sono segno, soltanto segno. Questo è segno di un altro pane. I farisei continuano a chiedere segni, sicurezze, certezze, ma Gesù offre un segno decisivo per la fede dei cristiani: il pane che è Lui, il pane eucaristico, che è ancora Lui, il pane dell’offerta sacrificale dell’Eucaristia, che è sempre Lui, il pane della vita, che ne è il senso, la pienezza.


Ma i discepoli avevano dimenticato di prendere dei pani e non avevano con sé sulla barca che un pane solo.


Ne erano avanzati di pani dopo la prima e la seconda moltiplicazione; Gesù li sollecita a prendere la barca per non fissarsi sui facili successi e sul facile indice di gradimento ottenuto con il miracolo. E i discepoli lasciano a terra tutto quel ben di Dio. Era la scorta per la loro fame, ma la lasciano e si adattano a quel pezzo che è rimasto in barca. E’ solo un pezzo di pane o è il pane della vita che è Gesù? Su questo gioco di simboli si sviluppano le domande dure, incalzanti, mozzafiato di Gesù.


Che pane avevano con sé sulla barca?


Io chi sono per voi? Mi sto facendo in quattro per aiutarvi ad alzare lo sguardo dal piatto e voi ci ficcate dentro pure la vita! Non siete capaci di fare il salto di qualità che deve fare ogni uomo di fronte a tutte le cose. Niente è solo materia, tutto ha un significato che rimanda a Dio. Questo pane non è la sorgente di un litigio per quando gli apostoli sentiranno un buco nello stomaco, ma è la presenza di Gesù. Lui è il pane della vita, il sapore, il senso; il nutrimento, il gusto della casa e del forno, dell’amore di chi lo ha preparato e del lavoro che lo ha reso possibile: è una introduzione umanissima alla sua presenza nel pane e nel vino.


Allora egli li ammoniva dicendo: “Fate attenzione, guardatevi dal lievito dei farisei e dal lievito di Erode!


Il lievito dei farisei e il lievito di Erode sono inseriti in questa scena da Marco come un inciso, prima di proseguire con le domande di Gesù e possono essere letti nel contesto come due preoccupazioni o condizioni per credere alla grandezza del pane che è Gesù: c’è un lievito che traduce la cecità dovuta alle ideologie, o ad atteggiamenti culturali di autosufficienza e un lievito, quello di Erode, che stigmatizza e rappresenta ogni strumentalizzazione del potere. Sono minacce all’accoglienza del pane che è Gesù, al significato del consumarsi per gli altri che è assolutamente opposto a quello che i due lieviti rappresentano.


Se questo pane è poi figura non troppo velata e lontana del pane eucaristico che deve essere spezzato per tutti, i lieviti errati possono essere letti come l’autosufficienza, l’egoismo, il dominio dell’uomo sull’uomo, come fu la vita di Erode. Non sono assolutamente compatibili questi modi di vivere con l’accoglienza di questo pane, con la disponibilità e la comunione fraterna che deve caratterizzare ogni comunità che si raccoglie la domenica attorno al pane eucaristico. Che senso avrebbe spezzare il pane da gente che si ignora, che non si sopporta, che si fa la guerra, che non vive in pace, che cerca in tutti i modi di sopraffare l’altro, di usarlo, pure con i guanti bianchi?.


E quelli dicevano fra loro: “Non abbiamo pane”.


Siamo senza nutrimento, siamo senza concretezza, ci siamo ritrovati euforici, dopo le belle moltiplicazioni dei pani, dopo aver goduto di un successo insperato con la gente, dopo che tutti ci guardavano con invidia perché siamo del giro di Gesù, ma oggi tutto è finito e siamo rimasti soli. Cercavano con gli occhi un forno, invece dovevano guardare a Gesù. Quante volte anche noi davanti a Dio diciamo: non abbiamo più pane


L’abbiamo consumato nell’ingordigia


L’abbiamo creduto un modo di dire di Gesù e non abbiamo conservato quella fede semplice della prima comunione


Non abbiamo pane perché nelle nostre comunità non si fa posto alla sua Parola.


Non abbiamo pane perché abbiamo perso il senso della vita


Non abbiamo pane perché siamo pigri; niente ci soddisfa, e tiriamo a campare


Non abbiamo pane perché ci manca la speranza nella vita


Non abbiamo pane perché sentiamo una fame che non passa con il cibo


Non abbiamo pane perché ci siamo affidati alle superficialità e ora ci lasciano soli


Non abbiamo pane perché la messa domenicale viene dopo le nostre preoccupazioni economiche, di riposo, di relax. Dopo lo spread e i dati della borsa.


Ma Gesù, accortosi di questo, disse loro: “Perché discutete che non avete pane? Non intendete e non capite ancora? Avete il cuore indurito?


Inizia qui la serie di domande che anche noi ci vogliamo fare, che Gesù in maniera incalzante fa ai suoi discepoli.


Se scorriamo il testo vediamo che la parola pane o pani è detta almeno sei volte e che almeno sette volte Gesù coglie la loro assoluta incomprensione. Non ci sono dubbi su che cosa voglia dirci il vangelo con questo episodio e val la pena di lasciarci interrogare. Solo rispondendo a queste domande potremo trovare pace.


Discutere, intendere, capire è il desiderio e l’impegno di mettere al servizio della situazione la propria intelligenza e l’intelligenza degli amici: assieme si sta cercando di capire, ma non ci si riesce. L’intelligenza è la prima scintilla che deve scattare quando si tratta di fede; forse è la fame che ha innescato la discussione, forse la rabbia, il dispetto, ma Gesù vuole che si metta testa a quello che si fa e si vuol pensare. Ogni esperienza di fede può avere mille motivi, ma deve passare per il crogiuolo dell’intelligenza. Dio ci ha dato l’intelligenza perché la usiamo sempre fino in fondo. Abbiamo una razionalità che non può essere mandata all’ammasso perché troviamo più comodo fidarci del sentito dire, del sentimento, delle emozioni, delle atmosfere, delle tradizioni.


Una fede senza intelligenza è un  insulto a noi stessi e allo stesso Signore che non vuole automi o persone compiacenti. Vuole persone vere, intere, diritte nella loro dignità; non vuole atteggiamenti servili, compromissori. Quanti giovani credono che la fede sia abbandonare la lucidità della ragione, un atto che non regge di fronte alla scienza. Certo, se le conoscenze di Dio e della sua Parola sono ferme alle nozioni rabberciate al catechismo della fanciullezza, non possiamo dire che stiamo usando l’intelligenza. Abbiamo un luogo dove la fede deve fare i conti con l’intelligenza sempre, con la vita concreta, con i fatti quotidiani come la nascita, la morte, la malattia; questo luogo è la vita concreta di una comunità cristiana: la parrocchia


La parrocchia serve una fede che cerca l’intelligenza e che non si dà senza ragioni. Il sapere Dio che offre la parrocchia è intrinsecamente spinto a delinearsi nella vita dell’uomo e in ogni sua domanda, per questo non può non dirsi con parole di uomo, con simboli e linguaggi umani, dentro i significati profondi della vita e di ogni vita, nella quotidianità e nel susseguirsi degli eventi, nella ricerca faticosa di senso e di felicità degli uomini. La mediazione culturale non è un optional per la testimonianza cristiana della fede.


Entra in campo qui un servizio alla fede che deve abitare la cultura.


È autentico servizio alla vita quotidiana della gente, al tessuto di relazioni del territorio, alla costruzione di una società una fede che si fa cultura.


- Che sa rispondere ai grandi interrogativi dell’uomo andando oltre le risposte ben compaginate o didascaliche di ogni catechismo, che si fa domanda prima di essere risposta. E’ una fede che si comunica, qualitativamente diversa da quella che rimane nel chiuso della propria consolazione


- per questo è necessario un passaggio da una cultura inconsapevole, che faceva parte dell’habitat naturale di una società cristiana a una nuova consapevolezza. Forzando, ma non troppo, il concetto si può dire che occorre passare da una generazione di cristiani che hanno ricevuto le risposte senza farsi le domande, a cristiani che si interrogano con tutti gli uomini sul proprio destino, sul senso ultimo della vita. Qui si apre tutto il campo della inculturazione della fede


- un altro livello di necessità dell’esprimersi culturalmente della fede e che è a portata di parrocchia, proprio per la sua popolarità e concretezza, è


* tutto lo sforzo di cambiamento di mentalità assolutamente improrogabile per aiutare i nuovi poveri a ridarsi speranza da sé, entro nuovi modi di pensarsi nel proprio territorio, per uscire dall’usura, per ridare forza alle strutture educative, per innestarsi nelle relazioni umane. E’ ancora fede che si fa cultura se è vero come abbiamo detto sopra, che la carità e forma della fede.


* la consapevolezza che si deve tradurre ogni pensiero, ogni contenuto della fede in un linguaggio laico, in un linguaggio che ha la persona umana al centro dell’attenzione. Bisogna diffidare delle comunicazioni semplicemente cristiane. Il pensiero sociale della Chiesa è tutto traducibile in linguaggio laico. E’ in voga purtroppo una sorta di fondamentalismo che non si applica seriamente a ridire con linguaggio laico le grandezze della fede in Gesù. E’ una scorciatoia che, se da una parte aiuta a sentirsi a posto in coscienza, perché siamo stati capaci di dire con coraggio la nostra fede, dall’altra lascia l’uomo solo ad affrontare il delicato momento del dirsi della fede nella sua vita, nelle sue fatiche quotidiane, nella pressione degli eventi, nei problemi che rimangono spesso aperti non solo per tutta una vita, ma anche per stagioni di storia.


Il nostro cuore è indurito


Gesù fa però anche un’altra domanda, chiama in causa non solo l’intelligenza, ma anche il cuore, anche la capacità di lasciarsi coinvolgere in una  esperienza di dono. Cuore, nel nostro modo di dire è termine che significa amore, dono, l’offerta di tutta la persona. E’ necessario per la completezza di una adesione di vita. Non basta l’intelligenza, occorre la capacità di amare. Gesù fa una domanda che suona come un rimprovero, che ci mette al muro: avete il cuore indurito? Sclerocardia è l’indurimento: sclerosi del cuore. E’ lì bloccato come una pietra. Che cosa può esprimere un pezzo di pietra se non la durezza di una vita che sta altrove, che non si commuove per niente, che non comanda al viso nemmeno un sorriso, alle mani una stretta d’accoglienza, al corpo uno slancio di dedizione? Chi ha il cuore indurito per eccellenza nell’Antico Testamento è il faraone, il padrone dell’Egitto, colui che tiene prigioniero il popolo, che lo sfrutta, che non bada a sofferenze, che calcola il  numero dei mattoni, che comanda la morte dei neonati, che si mette contro Dio, contro il suo piano di salvezza (cfr Es 4, 21). Alla fine di ogni piaga che ritma le speranze e delusioni del popolo di Israele che vuol uscire dall’Egitto c’è un ritornello: il cuore del faraone è ostinato nella sua durezza di cuore. Il salmo 4 dice:  Fino a quando, o uomini, sarete duri di cuore? Perché amate cose vane e cercate la menzogna? Nel vangelo di Matteo (13, 15) si richiamano le parole di Isaia : Voi udrete, ma non comprenderete,  guarderete, ma non vedrete.  Perché il cuore di questo popolo  si è indurito. Ezechiele (2,4) dice:  Quelli ai quali ti mando sono figli testardi e dal cuore indurito.


Lo stesso Marco (6,52) appena dopo la moltiplicazione dei pani, nelle stesse condizioni, sulla barca, nella fatica di reggerla col vento contrario, con Gesù che cammina sulle acque e viene in loro aiuto, ancora dice: Ed erano enormemente stupiti in se stessi, perché non avevano capito il fatto dei pani, essendo il loro cuore indurito.


Insomma Gesù nella sua infinita sapienza e bontà continua a chiedere agli apostoli di aprire il cuore, di mettersi in una condizione di amore, di dono, di accoglienza, di apertura.


Lasciati andare, smollati, vieni giù dalle tue sicurezze, fidati, fa un passo, rischia, dona la tua vita, smettila di stare sulle tue, apriti alla vita, buttati nell’avventura dell’amore, esci dal tuo comodo loculo…Se vi sarà in mezzo a te qualche tuo fratello che sia bisognoso in una delle tue città del paese che il Signore tuo Dio ti dá, non indurirai il tuo cuore e non chiuderai la mano davanti al tuo fratello bisognoso (Deut 15, 7)


A questo cuore indurito serve una cardioterapia, fatta di preghiera, di ascolto della Parola, di relazioni umanissime e di scuola d’amore. La famiglia, l’amicizia, l’innamoramento, il fidanzamento sono tutte cardioterapie se hanno al centro l’amore fino all’ultima goccia di Gesù. Questi apostoli hanno bisogno di una full immersion nel cuore di Gesù. La faranno, ma prima verrà la passione


Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite ?


Sono domande che Gesù fa usando letteralmente le parole dei profeti


Is 6, 9-10 Ascoltate pure, ma senza comprendere,
osservate pure, ma senza conoscere.
Rendi insensibile il cuore di questo popolo,
fallo duro d’orecchio e acceca i suoi occhi
e non veda con gli occhi
né oda con gli orecchi
né comprenda con il cuore
né si converta in modo da esser guarito”.


Ger 5, 21 “Questo dunque ascoltate,
o popolo stolto e privo di senno,
che ha occhi ma non vede,
che ha orecchi ma non ode.


Ez 12, 12 Il principe, che è in mezzo a loro si caricherà il bagaglio sulle spalle, nell’oscurità, e uscirà per la breccia che verrà fatta nel muro per farlo partire; si coprirà il viso, per non vedere con gli occhi il paese.


Nei discepoli si verifica un’altra volta e chissà per quante volte ancora il dramma dell’antico popolo, dell’uomo che continua a fuggire la premura di Dio, che snobba il suo amore, che chiude gli occhi davanti all’evidenza, che si chiude in se stesso, che butta fuori Dio dalla vita. Gesù si mette così nella linea dello struggente amore di Dio per l’umanità e vuol far capire agli apostoli che in questa azione di assoluta misericordia si vuol collocare.


Gesù si manifesta come colui che realizza il piano di Dio, pensato da secoli, come poi San Paolo cercherà di annunciare a tutti i pagani.


Allora la storia di questi discepoli è la nostra storia, le loro difficoltà sono le nostre, le loro chiusure sono le nostre autosufficienze, i loro dubbi sono i nostri rifiuti a seguire Gesù.


E non vi ricordate….


E’ utile dare risalto anche a questo verbo che spesso torna nelle Sacre Scritture; un verbo legato alla memoria, che per la bibbia non è il riportarsi a cose passate, ma a un fatto vivo e attualmente operante. Così è la memoria della Pasqua, così è l’Eucaristia che è memoria, memoriale della morte e Risurrezione di Gesù, così sono tutti i gesti sacramentali.


Gli apostoli se vorranno fare parte di un nuovo modo di vivere la vita e il rapporto con Dio dovranno esercitare e confrontarsi continuamente con questo significato di memoria. Non siamo cultori di diari, di musei, non siamo antiquari o specialisti del mercato delle pulci dove puoi trovare pezzi antichi a basso prezzo, ma siamo ricostruttori di vita vera, riproduttori di gesti autentici di salvezza, li riviviamo, non li togliamo dalla formalina per guardarli o dall’antitarme per metterli in mostra. L’Eucaristia è qui, è oggi spezzare il pane che è la vita, la morte e la risurrezione di Gesù. Vengono ricordate le sette sporte, le dodici ceste: sono ancora le sporte e le ceste del pane eucaristico che viene spezzato ogni giorno, ogni domenica nell’Eucaristia per i fedeli di oggi. Si dice due volte “pezzi di pane”, perché l’Eucaristia è proprio pane spezzato, fatto in pezzi. L’intento degli evangelisti è chiarissimo e noi oggi ancora viviamo questa gioia di avere tra noi il pane che è Gesù.


E disse loro: “Non capite ancora? ”


Il brano di vangelo termina con un’altra domanda ancora, con una infinita serie di punti interrogativi, di inviti a cambiare testa, a entrare in un altro ordine di idee, di atteggiamenti, di conoscenza di Gesù. Dobbiamo decidere di affidarci interamente a Gesù. E’ tempo di accorgerci della nostra durezza di cuore, di risvegliarci nella verità. Questo brano di vangelo ci dice la forza e l’impegno che esige sempre la lettura della Parola di Dio; è una lettura che continuamente ci provoca, non è fatta per far riposare le orecchie, ma per far cantare il cuore.


Così mi immagino che dicessero tra di loro gli apostoli:


Siamo su quella barca e stiamo riprendendo il cammino con Gesù; è stato veramente emozionante partecipare alle moltiplicazioni dei pani, ma ci siamo fermati al livello dello stomaco. Ci siamo riempiti la pancia, e capivamo a fatica che non erano espedienti per soccorrere la fame di cibo della gente. Noi euforici di questo potere abbiamo avvertito in Gesù una certa tensione. Dopo la prima moltiplicazione ci ha quasi obbligati a metterci in barca per cambiare aria. Ci aveva visti troppo attaccati al successo, non voleva che ci lasciassimo prendere la mano da un eventuale potere e già lì ci ha detto che avevamo un cuore duro. Ma perché?


Poi un’altra moltiplicazione e ci siamo ancora meravigliati. Ancora un altro spostamento in barca, con un solo pane. Non ci eravamo accorti che quel pane era per noi solo Gesù. Non capivamo, Ci ha fatto un fuoco di fila di domande, ci sembrava perfino impaziente. Ci ha detto che abbiamo il cuore malato, duro come una pietra. Ci ha riportato alla storia dei nostri padri che hanno spesso voltato le spalle a Dio. Volete abbandonare Dio anche voi? Volete capire che questo pane sono io, il senso della vita sono io, il Dio che ha fatto cielo e terra si fa incontrare da me?


Gli avremmo creduto pienamente più tardi, quando dopo quell’ultima cena, abbiamo toccato con mano la sua tristezza, ma anche la sua volontà incrollabile di dono fino alla fine, il suo essere pronto a dare la vita volontariamente. Quella sera ci ha fatto capire che nessuno lo stava consegnando anche se lo tradiva o ingannava, nessuno lo stava prendendo con inganno, ma si offriva lui. Da sempre aveva aspettato quel momento. Quel pane oggi per noi è ancora la sua presenza, Lui nella pienezza del dono di sé e sarà sempre la nostra forza, sarà al centro della nostra preghiera, lo contempleremo in adorazione ininterrotta.

 

ESORTAZIONE APOSTOLICA “GAUDETE ET EXSULTATE” DI PAPA FRANCESCO  

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