FORUM «IRC»
 
 
editore |08.04.2013
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Lucida e severa analisi del segretario generale della Cei, monsignor Mariano Crociata, al convegno sulla formazione sociopolitica.

La presa d'atto: ''Carente la capacità di mobilitazione, di elaborazione di un progetto ispirato e assenza di strumenti socialmente e politicamente significativi''. Poi l'invito a ''non lasciarsi intimorire da momenti di appannamento'' e a riprendere ''il lavorio nascosto della formazione e della maturazione di persone e di comunità''.

 

 

Dobbiamo riflettere attentamente sui limiti di una presenza sociale e politica dei cattolici oggi da più parti stigmatizzata. Non può essere il vortice disordinato delle opinioni, più o meno interessate e indirizzate a bella posta, a dettare l’agenda e i criteri dei nostri giudizi sulla rilevanza sociale e politica del cattolicesimo nel momento attuale; ma è certo che il deficit di incidenza diventa un indice anch’esso significativo quando è carente la capacità di mobilitazione, l’elaborazione di un progetto ispirato, l’assenza di strumenti socialmente e politicamente significativi per testimoniare e trasmettere il senso cristiano della vita sociale nelle sue varie articolazioni”.

A lanciare l’allarme è stato monsignor Mariano Crociata, segretario generale della Cei, durante l’omelia per la celebrazione eucaristica che ha aperto a Roma il secondo giorno del convegno nazionale sulla formazione sociopolitica “Educare alla cittadinanza responsabile 2”.

Per il vescovo, “non bisogna lasciarsi intimorire da momenti di appannamento; ci sono fasi oscure da attraversare; ma non dobbiamo lasciarci sopraffare dalle difficoltà momentanee”: “Questo è il tempo opportuno del lavorio nascosto ma fecondo della formazione e della maturazione di persone e di comunità dotate di franchezza e della capacità di portare una fede motivata e solida dentro l’intreccio, talora perfino caotico, dell’intera comunità civile”.

Parte preziosa della Chiesa. Il segretario della Cei ha ricordato che “la franchezza e la fede, che ne è la premessa e il fondamento, hanno qualcosa da dire a noi credenti di oggi, soprattutto perché ci invitano a non avere paura di mettere a nudo la nostra poca fede e il nostro scarso coraggio”. “Sommersi da una cultura dai molti feticci, come quello della privacy - così verbosamente sbandierato e altrettanto prontamente mortificato nei fatti - dobbiamo rompere l’incantesimo di una perfino teorizzata dissociazione tra coscienza privata e vita sociale, tra comportamenti personali e ruolo pubblico”. Nel pomeriggio di ieri, mons. Crociata ha aperto i lavori con un saluto dedicato all’azione pastorale della Chiesa, “destinata a rimanere incompiuta se non sarà capace di integrare la dimensione sociale e politica”. “Ogni proposta di formazione si deve innestare in un più vasto percorso di educazione umana e di maturazione nella fede, e il lavoro che voi svolgete - ha aggiunto il segretario rivolgendosi ai direttori degli uffici diocesani di pastorale sociale, responsabili e operatori degli enti diocesani di formazione sociopolitica - somiglia tante volte alla pesca infruttuosa di cui parla l’evangelista Giovanni. La stagione che viviamo è anche motivo di grave riflessione per noi cattolici, perché rispecchia la grande difficoltà di delineare e lasciare intravedere, e tanto meno attuare adeguatamente, progetti ispirati alla nostra visione della persona e della società”. La Chiesa “vi sente parte preziosa, chiamata ad animare in senso cristiano il tempo che ci è stato donato di vivere”, abbracciando “tutte le dimensioni dell’umano”. Bisogna solo “avere fiducia che il lavoro di formazione svolto con intelligenza e passione non rimarrà senza frutto”.


Raggiungere l’uomo là dove è. Sul nesso tra temi sociali e fede cristiana si è soffermato don Paolo Asolan, docente di teologia pastorale alla Pontificia università lateranense: “Una visione cristiana compiuta non considera l’ambito sociale ed economico, e quindi anche politico, come corollario della pratica della carità; piuttosto, - ha detto - come suo connotato essenziale”. L’interesse per la dottrina sociale si collega al compito che “il Creatore affida ad Adamo, reso dal verbo ‘shamar’, che significa custodire”. In quest’ottica la Chiesa deve, dunque, “raggiungere l’uomo là dove nasce, studia, lavora, soffre, si ristora, per aiutare tutti gli uomini a scoprire la fecondità del Vangelo per la vita quotidiana, personale e sociale”. Secondo Asolan “è da rifiutare la concezione della Chiesa come agenzia fornitrice di servizi sociali sul territorio” perché “la fede cristiana non si limita ad alcune preziose forme di aiuto, ma tende a promuovere con impegno una autentica cultura di solidarietà. Non si rinchiude nel ruolo assistenziale, a cui la società comunemente la chiama, ma sviluppa un apporto originale e decisivo attraverso la sua Dottrina sociale”. 


Imparare a formare. Una proposta di metodo per le scuole di formazione politica è stata presentata da Leonardo Bechetti, docente di economia politica all’Università di Tor Vergata, per il quale “l’avvizzimento della capacità di fiducia spiega la crisi delle nazione”. Tra le cause che ostacolano la formazione politica, il “riduzionismo antropologico”, che riduce l’uomo alla sua “soddisfazione materiale”, quello organizzativo, che si avvale di un “modello d’impresa che mortifica la diversità organizzativa”, e quello “nella misura del valore”, che non tiene conto del fatto che la ricchezza delle nazioni “non coincide col flusso di beni e servizi economici creati ma con lo stock di beni spirituali, culturali, relazioni, naturali ed economici di una comunità”. Se ciò che serve è “un effettivo cambiamento di mentalità per cercare il vero, il bello e il buono”, occorre “sollecitare le istituzioni a cambiare, costruire indicatori, identificare vie di partecipazione economica e politica attraverso i quali tutti i cittadini possono essere protagonisti del cambiamento verso il bene comune” mediante, ad esempio, bilanci partecipati e gruppi di acquisto solidale. Tra le altre proposte, “identificare nelle esperienze delle amministrazioni locali le migliori pratiche organizzative e riflettere sulla nostra visione di Europa e di regole a livello internazionale per il bene comune”.


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Crociata: la fede abbracci tutte le dimensioni


«Dobbiamo riflettere attentamente sui limiti di una presenza sociale e politica dei cattolici oggi da più parti stigmatizzata». Così oggi si è espresso il vescovo Mariano Crociata, segretario generale della Conferenza episcopale italiana, in occasione della seconda giornata del convegno «Educare alla cittadinanza responsabile 2» che coinvolge le scuole di formazione sociopolitica.  


Parole che invitano a porsi alcuni interrogativi, soprattutto nel passaggio che richiama al centro del dibattito politico e sociale il ruolo dei cattolici nella società. «Non può essere il vortice disordinato delle opinioni, più o meno interessate e indirizzate a bella posta - ha proseguito il presule -, a dettare l’agenda e i criteri dei nostri giudizi sulla rilevanza sociale e politica del cattolicesimo nel momento attuale; ma è certo che il deficit di incidenza diventa un indice anch’esso significativo quando è carente la capacità di mobilitazione, l’elaborazione di un progetto ispirato, l’assenza di strumenti socialmente e politicamente significativi per testimoniare e trasmettere il senso cristiano della vita sociale nelle sue varie articolazioni». 


Un altro delicato passaggio, e al tempo stesso incisivo, il vescovo Crociata lo ha ricordato stamani, nell'omelia della Messa celebrata alla Domus Mariae a Roma, richiamando all'importanza della testimonianza della fede. «La franchezza e la fede, che ne è la premessa e il fondamento - ha osservato il presule - hanno qualcosa da dire a noi credenti di oggi, soprattutto perché ci invitano a non avere paura di mettere a nudo la nostra poca fede e il nostro scarso coraggio». 


«Sommersi da una cultura dai molti feticci, come quello della privacy - così verbosamente sbandierato e altrettanto prontamente mortificato nei fatti - dobbiamo rompere l’incantesimo di una perfino teorizzata dissociazione tra coscienza privata e vita sociale, tra comportamenti personali e ruolo pubblico», ha continuato Crociata. «Dallo sforzo verso una coerenza a tutto tondo deve scaturire un percorso che progressivamente superi l’emarginazione nel privato delle ispirazioni ideali - ha aggiunto - e attesti con coraggio le motivazioni che conducono a scelte e comportamenti dal palese rilievo sociale e pubblico». 


Per il vescovo, infine, «non bisogna lasciarsi intimorire da momenti di appannamento; ci sono fasi oscure da attraversare; ma non dobbiamo lasciarci sopraffare dalle difficoltà momentanee. Questo è il tempo opportuno del lavorio nascosto ma fecondo della formazione e della maturazione di persone e di comunità dotate di franchezza e della capacità di portare una fede motivata e solida dentro l’intreccio, talora perfino caotico, dell’intera comunità civile». 


Il saluto nella giornata di apertura del convegno. Dopo l'esortazione a «tenere vivo e coordinare l’impegno di formazione sociale e politica portato avanti in varie forme nelle nostre Chiese d’Italia» e l'impartizione della «benedizione su di voi e sui vostri lavori», il vescovo Mariano Crociato, segretario generale della Conferenza episcopale italiana ha salutato nella giornata inaugurale del convegno della scuole di formazione sociopolitica, con alcune riflessioni sulla «stagione che viviamo noi cattolici», che «rispecchia la grande difficoltà di delineare e lasciare intravedere, e tanto meno attuare adeguatamente, progetti ispirati alla nostra visione della persona e della società. Ma la molla che ci spinge non è armata da ingegnosa inventiva o da circostanze di favore, bensì predisposta innanzitutto dalla Parola che dice: gettate le reti e troverete». 


«La vostra presenza qui è il segno che avete accolto l’invito del Signore e continuerete a farlo» ha proseguito il vescovo Crociata. 


«Mentre ci rendiamo conto che ogni proposta di formazione si deve innestare in un più vasto percorso di educazione umana e di maturazione nella fede, ci rafforziamo nella convinzione che l’azione pastorale della Chiesa è destinata a rimanere incompiuta se non sarà capace di integrare la dimensione sociale e politica. Ciò corrisponde a una integrità di fede che, abbracciando tutte le dimensioni dell’umano, in esse è chiamata a esplicarsi e fare frutto». 


Nel finale dell'intervento di ieri, l'invito rivolto dal segretario generale della Cei a tutti i presenti al convegno dal titolo «Educare alla cittadinanza responsabile 2», a portare avanti quest'impegno con la grazia di Dio e il sostegno della Chiesa «che vi sente parte preziosa chiamata ad animare di senso cristiano il tempo che ci è stato donato di vivere».




Ilaria Solaini da Avvenire del 6/04/13

editore |07.04.2013
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La Nota pastorale della Cei, dal titolo ''Il laboratorio dei talenti'', si muove nell'ottica della ''pastorale integrata'' e come antidoto al ''relativismo pervasivo'' dei processi educativi. Grande spazio è riservato alla relazione educativa e al ruolo dei sacerdoti. Infine non manca l'apertura al digitale

 


Nel linguaggio comune, la parola oratorio “richiama un’esperienza di vita buona legata ai tempi della giovinezza”. Oggi, forti di 450 anni di esperienza educativa, gli oratori sono una realtà cui guardano con crescente attenzione non solo la comunità ecclesiale, ma anche le istituzioni civili, come dimostrano diversi interventi legislativi. Parte da questa “fotografia” la Nota pastorale della Cei sugli oratori, dal titolo “Il laboratorio dei talenti”. Il documento, elaborato dalla Commissione episcopale per la famiglia e la vita e dalla Commissione episcopale per la cultura e le comunicazioni sociali, si propone di “riconoscere e sostenere il peculiare valore dell’oratorio nell’accompagnamento della crescita umana e spirituale delle nuove generazioni” e di “proporre alle comunità parrocchiali, e in modo particolare agli educatori e animatori, alcuni orientamenti”. L’ottica scelta è quella della “pastorale integrata”, come antidoto al “relativismo pervasivo” dei processi educativi. La “sfida” è “far diventare gli oratori spazi di accoglienza e di dialogo, dei veri ponti tra l’istituzionale e l’informale, tra la ricerca emotiva di Dio e la proposta di un incontro concreto con Lui, tra la realtà locale e le sfide planetarie, tra il virtuale e il reale, tra il tempo della spensieratezza e quello dell’assunzione di responsabilità”. 

Ponti tra la chiesa e la strada. Gli oratori non nascono come progetti “fatti a tavolino” ma dalla capacità di “lasciarsi provocare e mettere in discussione dalle urgenze e dai bisogni del proprio tempo”, con la stessa passione dei grandi “maestri dell’educazione”: san Filippo Neri, san Giovanni Bosco, san Carlo Borromeo… Gli oratori non solo limitati “al recupero, all’istruzione o all’assistenza”, ma sanno “valorizzare e abitare la qualità etica dei linguaggi e delle sensibilità giovanili”, coniugando “prevenzione sociale, accompagnamento familiare e avviamento al lavoro”. In quest’ottica, oggi gli oratori “devono essere rilanciati anche per diventare sempre più ponti tra la Chiesa e la strada”, come li definiva Giovanni Paolo II. 


Cittadini responsabili. Se la “prossimità” è lo stile dell’oratorio, uno dei suoi obiettivi primari è contribuire “alla crescita di cittadini responsabili”. Di qui l’importanza di “valorizzare il ruolo delle famiglie e sostenerlo, sviluppando un dialogo aperto e costruttivo” e facendo dell’oratorio un “ambiente di condivisione e di aggregazione giovanile, dove i genitori trovano un fecondo supporto per la crescita integrale e il discernimento vocazionale dei propri figli”. Rispetto agli altri luoghi formativi, l’oratorio “si caratterizza per la specifica identità cristiana”, ed “attraverso i linguaggi del mondo giovanile promuove il primato della persona e la sua dignità, favorendo un atteggiamento di accoglienza e di attenzione, soprattutto verso i più bisognosi”, ma anche verso giovani appartenenti ad altre culture e religioni. 


Un laboratorio anche “digitale”. “Un variegato e permanente laboratorio di interazione tra fede e vita”: questa la definizione di oratorio presente nel testo, in cui si raccomanda di offrire ai giovani “percorsi differenziati” che sappiano attingere a tutti i linguaggi e gli ambienti giovanili, compreso il web e i “new media”, con un occhio speciale ai “nativi digitali”. Soprattutto a loro, l’oratorio “garantisce uno spazio reale di confronto con il virtuale per capirne profondamente potenzialità e limiti”. 


Il primato della relazione. Ma l’oratorio “educa ed evangelizza” soprattutto “attraverso relazioni personali autentiche e significative”, che sono la sua “vera forza”, perché “nessuna attività può sostituire il primato della relazione personale”. “Anche laddove i social network sembrano semplicemente prolungare e rafforzare rapporti di amicizia - si raccomanda nel documento - appare necessario aiutare i giovani che abitano il mondo della rete a scendere in profondità coltivando relazioni vere e sincere”, in un tempo “segnato dalla consumazione immediata del presente e dal continuo cambiamento, dalla frammentazione delle esperienze”. Servono “relazioni autorevoli”, per “aiutare i ragazzi a fare sintesi”, e l’oratorio può diventare “il luogo unificante del vissuto”, aiutando chi lo frequenta “a superare il rischio, oggi tutt’altro che ipotetico, della frammentazione e della dispersione”. 


Accoglienza e “restituzione”. L’”accoglienza” è la cifra dell’oratorio, il suo “potere di attrazione”, ma “non può mai comportare disimpegno o svendita dei valori educativi”. La prospettiva adottata è quella della “restituzione”: “tutti, in modi e situazioni diverse, hanno ricevuto del bene da qualcuno. Tutti, quindi, ognuno secondo le proprie possibilità e capacità, sono chiamati a restituire tale bene diventando dono per gli altri”. Famiglia, scuola, sport sono i luoghi principali attorno a cui costruire “alleanze educative”, anche per fare dell’oratorio un “laboratorio di cultura” e “partecipare al dibattito pubblico sui temi e compiti educativi della società civile e della comunità ecclesiale”. 


Non solo sport. Per creare quel tipico “clima di famiglia” che ne ha accompagnato l’evoluzione, i sacerdoti - e non solo quelli giovani, perché “l’efficacia educativa non coincide con la vicinanza generazionale fra educatori e ragazzi” - devono “stare” in oratorio, per “offrire un accompagnamento umano e spirituale ai ragazzi e agli educatori”. Servono inoltre “figure stabili di riferimento”, come “laici preparati”. Tra le proposte più consolidate dell’oratorio, c’è l’attività sportiva, che nel nostro territorio si avvale anche della “presenza capillare” del Centro sportivo italiano, ma non mancano attività come musica, teatro, danza… Fin dalle origini, inoltre, l’oratorio “ha posto attenzione alle necessità e alle povertà delle nuove generazioni”: un ruolo di “prevenzione”, più che di contrasto del “disagio sociale”, nel quale gli oratori sono sollecitati a perseverare, grazie alla loro capacità di “stare anche sulla strada”.



 

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Un documento «tra memoria e profezia». Per tornare a focalizzare l’attenzione su una realtà che «in termini di servizi e di opportunità» offrono «alla società civile» un contributo che è quantificabile in 210 milioni di euro. Una realtà in cui «con poco si fa tanto» e dove i giovani possono trovare «ricreazione e formazione». 

Si parla della nota “Il laboratorio dei talenti” che, elaborata dalla Commissione per la cultura e le comunicazioni sociali e dalla Commissione per la famiglia e la vita della Conferenza episcopale italiana, rilancia funzioni e progettualità degli oratori, una realtà attorno alla quale, negli ultimi anni, è tornata a focalizzarsi l’attenzione delle famiglie. Una realtà articolata in circa seimila "luoghi" in tutto il Paese, e che oggi, come ha sottolineato il sottosegretario della Cei monsignor Domenico Pompili, presentando ieri il testo a Roma con i vescovi Claudio Giuliodori ed Enrico Solmi, presidenti delle due Commissioni, vanno «sostenuti» per «ridare visibilità e sostenibilità ai nostri ambienti di periferia e di città».


È stato Pompili a ricordare, citando il libro di Giuseppe Rusconi L’impegno, il "valore" in termini economici del servizio offerto dagli oratori, osservando inoltre come «dietro la ripresa dell’interesse intorno agli oratori non c’è semplicemente un’emergenza, ma la sfida di sempre è quella di offrire un contesto che sia promettente per la relazione interpersonale, in una stagione a forte impatto digitale e quindi debilitata sotto il profilo della fisicità». In questo senso, oggi l’oratorio va oltre la «nostalgia di una esperienza fatta di polverosi campi di calcio, teatro e musica, amicizie ed escursioni al mare o in montagna», legata all’adolescenza. Al contrario, sulla linea tracciata dagli orientamenti pastorali per il decennio in corso, centrati sull’emergenza educativa, può essere «un territorio fisico che insieme alla casa e al quartiere sia un luogo di radicamento, a partire dal quale proiettarsi in un mondo più ampio senza perdere il senso del legame, delle radici, della gratitudine e senza dissolvere l’identità coltivandola grazie alle nuove aperture tecnologiche». 


Non è allora un caso, come sottolineato da Giuliodori, se oggi «la domanda delle famiglie è fortissima». Dagli anni Settanta, e fino agli inizi dei Novanta, «c’è stata una stagione – ha ricordato il vescovo – in cui lo sviluppo sociale ha fatto nascere tante attività, ma molto parcellizzate, costringendo i genitori a correre per portare i loro ragazzi a far sport, musica, a imparare le lingue. Tante proposte – ha aggiunto – che sono competenze offerte ai ragazzi, ma quello che mancava era l’apporto di una educazione integrale». Oggi, invece, «i genitori si sono accorti che i propri figli sanno fare tante cose, ma fanno fatica a vivere». Di qui il rilancio dell’attenzione all’oratorio, dove «ci sono attività strutturate, ma c’è soprattutto l’attenzione alla persona e alla sua libera espressività», come risposta all’esigenza «di uno spazio a misura di una crescita integrale dei ragazzi». Opportunità, insomma, e insieme sfida; tanto più esaltante, nel porre per la prima volta a confronto una realtà "antica" come l’oratorio con la generazione dei nativi digitali, cosa che impone, per Giuliodori, un’attenta formazione dei formatori che «possa partire anche dai seminari». In tutto questo, gli oratori restano «un luogo libero di accoglienza e gratuità – ha osservato Solmi – dove i ragazzi possono andare senza spendere, dove trovano mamme e insegnanti disponibili, dove possono giocare in modo libero e non griffato, con quello che hanno addosso». Per il presule il «punto di forza» degli oratori è «la relazione che nasce dai talenti che ognuno mette in campo», a partire da «un progetto molto preciso della comunità, che ha alle spalle una lunga tradizione e che va giocato per l’oggi». «Se l’oratorio funziona, ci vuole la rete, ma funziona anche se manca la rete», ha rilevato Solmi, riferendosi «sia alla rete del campo di calcio che alla “rete massmediale”», elemento da «intercettare per stare al passo con i “nativi digitali”».




Salvatore Mazza


in: Avvenire del 6/04/13


 


Una risorsa nella crisi


Il vescovo Giuliodori: "I genitori si sono accorti che i propri figli sanno fare tante cose, ma fanno fatica a vivere". C'è "l'esigenza di uno spazio" per "una crescita integrale dei ragazzi". Il vescovo Solmi: "L'oratorio è un luogo dove con poco si fa tanto", e nonostante la "contrazione" dei contributi resta "un luogo libero di accoglienza e gratuità". Monsignor Pompili: "Sostenere gli oratori per ridare visibilità e sostenibilità ai nostri ambienti di periferia e di città"

In tempi di crisi, non solo economica e finanziaria, la “domanda” delle famiglie verso gli oratori “è fortissima”. Sembrerebbe un dato in controtendenza, e invece molti genitori italiani si sono stancati di correre sempre dietro ai figli per fare loro da “tassisti” per le molteplici attività - gli sport, la musica, le lingue - e preferiscono affidarli a chi sa dare “lezioni di vita” attraverso un’idea di educazione a 360°, che parte dalla persona e si nutre degli ideali del Vangelo. Senza paura, nello stesso tempo, di cimentarsi nelle nuove tecnologie per parlare “faccia a faccia” con i nativi digitali, e di svolgere perfino un buon “servizio pubblico”, visto il notevole contributo offerto, attraverso una gamma molto variegata di attività, alla società civile. È la “fotografia” dei 6 mila oratori italiani, scattata durante la conferenza stampa di presentazione della Nota Cei “Il laboratorio dei talenti”. Dei seimila oratori italiani, circa tremila si trovano in Lombardia. D’estate, al loro interno attività come il “Grest” (acronimo che sta per gruppo estivo) fanno registrare il tutto esaurito, accogliendo a giugno e luglio circa un milione e mezzo tra bambini e adolescenti. Oltre al Centro sportivo italiano, gli oratori italiani - la cui “colonna portante” sono gli operatori volontari - si avvolgono della collaborazione di associazioni come Anspi, “Noi associazione”, Foi. Senza contare l’Azione Cattolica, che promuove nelle parrocchie attività di animazione che si ispirano al modello dell’oratorio, e i numerosissimi religiose e religiose.


“Sinergia” tra Chiesa e società civile. Ammonta a circa 210 milioni di euro il contributo che gli oratori, “in termini di servizi e di opportunità”, offrono alla “società civile”. A ricordarlo - citando il libro “L’impegno” di Giuseppe Rusconi - è stato monsignor Domenico Pompili, sottosegretario della Cei, introducendo la conferenza stampa di presentazione della Nota sugli oratori dal titolo “Il laboratorio dei talenti”, elaborata dalla Commissione per la cultura e le comunicazioni sociali e dalla Commissione per la famiglia e la vita. “Sostenere” gli oratori per “ridare visibilità e sostenibilità ai nostri ambienti di periferia e di città”, l’invito del sottosegretario della Cei, secondo il quale “dietro la ripresa dell’interesse intorno agli oratori non c’è semplicemente un’emergenza. La sfida di sempre è quella di offrire un contesto che sia promettente per la relazione interpersonale, in una stagione a forte impatto digitale e quindi debilitata sotto il profilo della fisicità”. L’oratorio, oggi, va oltre la “nostalgia di un’esperienza fatta di polverosi campi di calcio, teatro e musica, amicizie ed escursioni al mare o in montagna”, legata all’adolescenza: può essere, invece, “un territorio fisico che insieme alla casa e al quartiere sia un luogo di radicamento, a partire dal quale proiettarsi in un mondo più ampio senza perdere il senso del legame, delle radici, della gratitudine e senza dissolvere l’identità coltivandola grazie alle nuove aperture tecnologiche”.


L’oratorio “non è un’attività economica”, e dunque “non risente direttamente della crisi”, ma è pur vero che in questi tempi di crisi “la domanda delle famiglie è fortissima”. Lo ha detto monsignor Claudio Giuliodori, presidente della Commissione Cei per la cultura e le comunicazioni sociali, rispondendo alle domande dei giornalisti. “C’è stata una stagione, negli anni Settanta, Ottanta e anche inizio Novanta - ha ricordato il vescovo - in cui lo sviluppo sociale ha fatto nascere tante attività, ma molto parcellizzate, costringendo i giovani a correre per portare i loro ragazzi a far sport, musica, a imparare le lingue. Tante proposte che sono competenze offerte ai ragazzi, ma quello che mancava era l’apporto di un’educazione integrale”. Oggi, invece, “i genitori si sono accorti che i propri figli sanno fare tante cose, ma fanno fatica a vivere”. Di qui il rilancio dell’attenzione all’oratorio, dove “ci sono attività strutturate, ma c’è soprattutto l’attenzione alla persona e alla sua libera espressività”. Cresce, insomma, nelle famiglie “l’esigenza di uno spazio a misura di una crescita integrale dei ragazzi”. 


La “rete” e l’intercultura. Tra le “novità” della Nota Cei, monsignor Giuliodori ha citato l’attenzione al mondo digitale, come “ambiente” in cui i nostri ragazzi sono immersi e con il quale vanno educati ad “interagire positivamente, senza esserne soggiogati, ma imparando ad essere protagonisti della nuova cultura dei media”, e l’approccio interculturale e interreligioso. “Il 10 per cento dei ragazzi che frequentano i nostri oratori - ha detto il vescovo - sono immigrati, e in molti casi rappresentano la maggioranza della popolazione oratoriale”. Un dato, questo, che “va tenuto presente” nella proposta dell’oratorio, che “non può perdere la sua identità, ma deve essere aperta a tutti nel rispetto delle diverse culture e sensibilità”. Sulla necessità, per l’oratorio, di “farsi prossimo” ai ragazzi, “senza invasione di capo, ma nella certezza che rimanda alle competenze educative della Chiesa”, si è soffermato monsignor Mario Lusek, direttore dell’Ufficio Cei per la pastorale del tempo libero, del turismo e dello sport. Della tendenza degli oratori a “diffondersi anche al Sud”, magari con tipologie che si ispirano ad essi, ha parlato don Mimmo Beneventi, vice responsabile del Servizio Cei per la pastorale giovanile, 


Tanto con poco. L’oratorio è “un luogo dove con poco si fa tanto”, e nonostante la “contrazione” dei contributi in loro favore restano “un luogo libero di accoglienza e gratuità, dove i ragazzi possono andare senza spendere, dove trovano mamme e insegnanti disponibili, dove possono giocare in modo libero e non griffato, con quello che hanno addosso”. È la descrizione dei 6mila oratori italiani, dove domina “tutto un mondo di volontari silenziosi”, fatta da monsignor Enrico Solmi, presidente della Commissione Cei per la famiglia e la vita. Il loro punto di forza: “la relazione che nasce dai talenti che ognuno mette in campo”, a partire da “un progetto molto preciso della comunità, che ha alle spalle una lunga tradizione e che va giocato per l’oggi”. “Se l’oratorio funziona, ci vuole la rete, ma funziona anche se manca la rete”, ha affermato il vescovo riferendosi sia alla rete del campo di calcio che alla “rete massmediale”, elemento da intercettare per stare al passo con i “nativi digitali”. In oratorio, è la tesi di monsignor Solmi, “le cose funzionano quando vediamo che con poco si fa tanto”. Indispensabile, per il relatore, l’”alleanza educativa” con la famiglia: “Gli oratori sono i luoghi dove sono accolti i figli di tutti, anche quelli che hanno un disagio magari proprio in famiglia, e che nell’oratorio trovano un luogo per uscire da un clima pesante che li rimbalza da un genitore all’altro”.


Sir del 5/04/13



Proposte forti per tempi fragili
In ogni angolo d'Italia, l'oratorio è uno dei capisaldi dell'azione educativa e formativa cristiana. Alcune esperienze significative a Bergamo, Pesaro e a Olivarella, frazione di San Filippo del Mela (Messina

Dal Nord al Sud, l’oratorio è davvero “il laboratorio dei talenti”, come lo definisce - nel titolo - la nota pastorale Cei diffusa oggi. Innumerevoli gli esempi che rispondono a quei “criteri di discernimento” indicati nel documento, rispetto a formazione e responsabilità degli educatori, rapporto con la pastorale giovanile, catechesi, alleanze educative, impegno delle aggregazioni ecclesiali, sfida dell’integrazione sociale e culturale, animazione, avendo chiara l’identità dell’oratorio.


Lo stile dell’accoglienza. “È una questione di stile”, sintetizza al Sir don Cristiano Re, che a Bergamo è responsabile dell’oratorio nella parrocchia di Santa Caterina vergine e martire. Lo stile proposto al migliaio di bambini, ragazzi, giovani e adulti che lo frequentano è innanzitutto quello “dell’accoglienza”, perseguito attraverso una “diversificazione delle proposte per le diverse età”. E l’identità cristiana? È ben presente, sottolinea il sacerdote, in quel “raccordo tra la fede e la vita che si fa testimonianza: proprio in quanto cristiani c’impegniamo a incontrare tutti con gratuità e accoglienza, secondo lo stile evangelico, in modo gioioso e sereno”. Grazie a quest’annuncio trasmesso con le opere “negli anni diversi ragazzi e adulti hanno deciso d’intraprendere un percorso di fede più serio oppure hanno chiesto i sacramenti dell’iniziazione cristiana”. Da non dimenticare, evidenzia, il “legame strettissimo con la società sportiva parrocchiale”, a riprova che - come ricorda la nota Cei - lo sport “costituisce una delle più grandi risorse educative”; infine, il “lavoro di rete condotto con le diverse agenzie formative del territorio”, che trova concretezza in un centro polivalente realizzato in spazi del Comune “per l’età evolutiva e le famiglie”.


Una stanza della casa. Rivolto ai giovani, coinvolge “tutte le età” pure l’oratorio della parrocchia di Santa Maria di Loreto a Pesaro, come spiega il parroco, don Giuseppe Fabbrini, che è pure referente diocesano per i 24 oratori attualmente presenti nel territorio pesarese. “L’oratorio - precisa - è per i giovani, gli stessi che hanno cominciato a frequentarlo da piccoli e ora s’impegnano con il loro ‘ministero di fatto’ di animatori ed educatori”. Per definire questo cammino che vede proprio nell’oratorio un “luogo di educazione alla fede e alla vita”, al parroco piace usare l’immagine della “spiritualità dell’educatore”, laddove “il vero educatore è colui che ha una speranza affidabile, vive un cammino di fede personale e comunitario”. Attivo da una decina d’anni, l’oratorio parrocchiale viene presentato alla comunità come “una stanza in più della casa”, ed è così che bambini, ragazzi, giovani e adulti vengono invitati a sentirsi a casa tra le sue pareti. In inverno la proposta è di “momenti d’incontro, laboratori, corsi formativi per gli animatori e svago”, mentre a giugno si trasforma in un grande centro estivo che apre le porte a circa 500 bambini dai 5 anni in su. Pensando agli adolescenti e ai giovani, don Fabbrini è convinto che “l’oratorio nasca dall’iniziazione cristiana e ne sia un necessario e degno prolungamento” per crescere “integrando vita e fede”.


Per i giochi e la formazione cristiana. È opinione comune che la realtà dell’oratorio sia più sviluppata al Nord che al Sud. Eppure anche nel meridione si trovano esperienze “d’eccellenza”, come a Olivarella, frazione di San Filippo del Mela, nel Messinese. Qui, dal 2006, opera l’oratorio “Giovanni Paolo II”, di cui parla al Sir don Dario Mostaccio, che è pure responsabile diocesano della pastorale giovanile nella diocesi di Messina. “Ogni giorno siamo aperti e, complessivamente, dall’oratorio passano circa 300 persone”. Interessante la convivenza tra i più piccoli e “un gruppo di anziani - racconta don Mostaccio - che quotidianamente hanno qui un punto di ritrovo”. Costoro, tra una chiacchiera e una partita a carte, costituiscono una presenza importante, che “può dare un consiglio o, se serve, un rimprovero”, garantendo al tempo stesso la sorveglianza dei locali, affiancando nel loro impegno i catechisti e gli animatori. “Negli anni - prosegue il sacerdote - l’oratorio ha acquisito rilievo come interlocutore importante per l’amministrazione locale e le scuole”, mentre a ricordare l’identità dell’iniziativa e del progetto educativo vi è lo stretto legame con la parrocchia, così che “le attività di catechesi, il sabato, si svolgono nell’oratorio: negli stessi ambienti che durante la settimana bambini e ragazzi usano per i loro giochi, il sabato si fa formazione cristiana”. Da ultimo, don Mostaccio segnala il progetto “Insieme oggi per costruire il domani… al ‘GP2’”, realizzato grazie a un bando della Regione Sicilia e che “prevede varie attività: scuola di canto e chitarra, realizzazione di un musical, scuola di ‘calcio a 5’, laboratori artistici”. Un contributo per la socializzazione e la crescita dei più giovani, avendo presente l’importanza - ribadita nel documento Cei - di “relazioni personali autentiche e significative”, e al tempo stesso di una proposta educativa forte, in un tempo di legami fragili.


Sir del 5/04/13

 
editore |10.03.2013
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Si avvicina ormai la data del convegno “La ricerca a servizio dell’educazione". Il contributo dell’Università Pontificia Salesiana e dei Centri Associati”, che avrà luogo il 13 marzo prossimo, un’intera Giornata in cui verrà presentata la ricerca completata o in atto sulle problematiche dell’educazione dei giovani, con inizio alle ore 9.00 e chiusura alle 19.00.


Si continua intanto a raccogliere le adesioni di quanti, studenti ed esterni, vogliono prenderne parte.


Quella educativa è ormai diventata secondo quanto ha affermato in varie occasioni Papa Benedetto XVI, una emergenza urgente. L’Università Pontificia Salesiana, il cui specifico è l’educazione, si pone come da carisma che gli è proprio, sul solco dell’impegno educativo. In questo secondo anno di preparazione al Bicentenario della nascita di San Giovanni Bosco, fondatore dei salesiani e radice da cui è scaturita la Famiglia Salesiana e il Movimento di persone che hanno a cuore l’educazione integrale della gioventù, l’Università Salesiana ha accolto questa urgenza che ha reso concreta organizzando il Convegno sul tema dell’educazione.


La giornata si struttura attorno a cinque aree di ricerca in cui altrettanti studiosi e specialisti dell’ambito, docenti dell’Università Salesiana, presenteranno il loro lavoro di ricerca. A ciascuna delle cinque relazioni reagirà un discussant che riproporrà gli elementi più significativi e aprire il dibattito in sala che chiude ognuno dei momenti.


Apre la presentazione delle cinque aree di ricerca il Rettore dell’UPS, prof. Carlo Nanni, con un intervento introduttivo. La prima area di ricerca, Educazione ed evangelizzazione, si caratterizza per la interdisciplinarietà.


Il prof. Francis Vincent Anthony, docente della Facoltà di Teologia e coordinatore del CIR presenta una ricerca dal titolo “Evangelizzatori dei Giovani Oggi”;


farà seguito l’intervento del prof. Antonino Romano, docente dell’Istituto Teologico San Tommaso di Messina e docente invitato all’UPS, per introdurre il dibattito in sala.


La seconda area di ricerca è nell’ambito della Educazione Interculturale. Il prof. Vito Orlando, della facoltà di Scienze dell’Educazione, espone i risultati della ricerca da lui condotta con il titolo “Attenzione ai migranti e prospettive per la missione salesiana nella società multiculturale d’Europa”;


al prof. Luca Pandolfi, docente dell’Università Pontificia Urbaniana e dell’UPS, è affidata la sintesi analitica della ricerca che apre al dibattito in sala.


Dopo la pausa del pranzo, il Convegno riprende con la presentazione dei risultati della terza area di ricerca, Adolescenza e relazioni interpersonali, con un intervento del prof. Antonio Dellagiulia, docente della Facoltà di Scienze dell’Educazione, dal titolo “Il tessitore instancabile: l’adolescente e le sue relazioni significative alla luce della teoria dell’attaccamento”,


a cui farà risonanza l’intervento della prof. Susanna Bianchini dell’IFREP/UPS, che avvia il terzo momento di interventi nel dibattito tra i presenti in sala. La quarta area di ricerca riguarda le relazioni tra Adolescenti e Famiglia.


Titolo della ricerca, presentata dal prof. Paolo Gambini, decano della Facoltà di Scienze dell’Educazione, è “Famiglia e bullismo in adolescenza”;


il commento sintetico e introduttivo al dibattito che segue è affidato al prof. Zbigniew Formella, docente della stessa Facoltà dell’UPS.


Infine, la quinta e ultima area di ricerca si centra sul tema della Pedagogia Sociale con la presentazione della ricerca Area di ricerca “Capitale sociale, agire educativo e nuovo welfare” condotta dal prof. Lorenzo Biagi, docente dello IUSVE di Venezia-Mestre, di cui sarà discussant il prof. Vincenzo Salerno, docente della stessa Istituzione Universitaria associata all’UPS.


Fa seguito la serie di interventi liberi in sala. Al prof. Michele Pellerey, docente emerito dell’UPS e suo antico Rettore, è affidata la sintesi della giornata con il suo intervento conclusivo.


Il Convegno è aperto agli studenti dell’Università e a quanti vogliono liberamente partecipare a vario titolo.


L’iscrizione è gratuita ma obbligatoria e va effettuata attraverso la cedolina che si trova nel materiale raccolto dal link pubblicato sulla pagina-web dell’Università Salesiana www.unisal.it.


Attraverso la stessa cedola, è possibile prenotare il pernottamento e il pranzo presso la struttura dell’Università sino a esaurimento delle disponibilità. La cedola regolarmente compilata va spedita o consegnata secondo le modalità indicate dal pieghevole o dalle informazioni che si trovano disponibili sul link su indicato.


Lo stesso link sarà arricchito di informazioni e documenti che si renderanno pubblici durante il tempo che intercorre sino alla celebrazione del Convegno il 13 marzo 2013.


L’iscrizione va fatta comunque anche senza le suddette prenotazioni consegnando a mano la cedola agli addetti alla reception.


Per ulteriori informazioni visitate il sito-web unisal.it, o chiamate al numero 06.872901 chiedendo del responsabile dell’Ufficio stampa; o scrivendo a ufficiostampaups@unisal.it; Fax. 06.87290318.

 Giovani»Educazione    
editore |19.02.2013
giovani

In questi ultimi anni, numerosi sono stati i messaggi provenienti dal Santo Padre Benedetto XVI e dagli organi della Chiesa che si rivolgono con sempre maggiore attenzione ai giovani. Basti pensare, tra i molti, al messaggio di Papa Benedetto per la Giornata Mondiale della Pace del 2012 dal titolo: “Educare i giovani alla giustizia e alla pace”, oppure alla recente plenaria del Pontificio Consiglio della Cultura del 2013 dal tema: “Culture giovanili emergenti”. Per comprendere i cristiani di domani, in sintesi, è importante conoscere e sostenere i giovani di oggi.


Abbiamo chiesto alcune considerazioni in merito al vescovo titolare di Eraclea, Enrico dal Covolo, Rettore della Pontificia Università Lateranense che in questi giorni si trova Iran. È, infatti, in visita ufficiale presso l’Università islamica di Teheran. 


è  stata da poco celebrata la Giornata della Vocazione e della Vita Consacrata. Lei prima di tutto è sacerdote, salesiano e poi rettore dell’Università del Papa. Cosa significa la sua vocazione di salesiano al servizio della Lateranense? 


Mons. Enrico dal Covolo: Ritengo di essere stato inviato in questa università soprattutto per essere al servizio dei giovani e per la promozione della cultura accademica, sempre orientata alla crescita dei giovani, degli studenti e di conseguenza anche dei professori di questa università. Ritengo, però, che i giovani siano la mia patria determinante. Molte volte dico che l’università se c’è, se esiste, è per i giovani e per gli studenti, non è di per sé per i professori. E’ finalizzata alla crescita dei giovani e per questo mi ritrovo come a casa perché questa è la via che ho scelto come salesiano: fare di loro, secondo il progetto di Don Bosco, degli onesti cittadini e dei buoni cristiani, lavorando secondo il sistema che Don Bosco ci ha consegnato, basato sulla ragione, sulla religione e sull’amorevolezza. 


Nel discorso d’inizio anno accademico 2012/2013, Lei ha sottolineato l’importanza della pastorale universitaria durante il percorso formativo degli studenti. Quali sono i compiti principali di tale attività affinché i giovani possano essere aiutati a capire la loro vocazione? 


Mons. Enrico dal Covolo: La pastorale universitaria è soprattutto un accompagnamento. “You to you”, a “tu per tu” coi giovani affinché, in questa esperienza accademica, siano facilitati a scoprire il disegno globale, il progetto di vita che il Signore indica a loro. Non è un cammino facile, si tratta di procedere con il discernimento e si tratta di rendere capaci i giovani di porsi la domanda giusta, la sola domanda: “Signore, che cosa vuoi che io faccia con la mia vita?”. Io spesso raccomando ai giovani che i loro progetti personali siano sovrastati, siano guidati da questa domanda: “Signore, che cosa vuoi che io faccia con la mia vita?”. Proprio per questo, durante l’anno accademico, abbiamo avviato un’esperienza senza dubbio molto interessante di pastorale universitaria: la nuova convivenza di casa Zaccheo. Una casa al centro di Roma dove dodici nostri giovani, ragazzi e ragazze dell’università, si sono messi insieme per un progetto di vita comunitaria all’insegna precisamente di questa domanda centrale: “Signore che cosa vuoi che io faccia con la mia vita? ”. 


Il Santo Padre, Papa Benedetto XVI, ha dedicato quest’anno alla Fede. In questo contesto Lei ha stabilito che il corrente anno accademico fosse dedicato alla comunicazione della fede. Cosa si intende per comunicazione della Fede nei tempi odierni?


Mons. Enrico dal Covolo: Qui devo fare delle precisazioni. Il progetto del quadriennio del mio rettorato è segnato da quattro parole chiavi: la prima è l’“emergenza educativa”, e questo ha contraddistinto l’anno accademico 2010/2011. La seconda parola è la “formazione dei formatori” come risposta appunto alla emergenza educativa; questo impegno ha sottolineato in modo speciale l’anno accademico 2011/2012. Poi ci sono altre due vie che io ritengo prioritarie, due mezzi particolarmente efficaci per raggiungere l’obiettivo che ci siamo proposti, che è appunto la formazione dei formatori come risposta all’emergenza educativa. E queste due vie, questi due mezzi privilegiati, sono “la pastorale universitaria”, di cui abbiamo già parlato ed a cui dedicheremo il prossimo anno accademico 2013/2014, e “la comunicazione”, di cui ci stiamo occupando in modo speciale in quest’anno 2012/2013. Ma questo è anche l’Anno della Fede, e così abbiamo pensato di intitolare questo anno accademico 2012/2013 proprio come l’anno della comunicazione della Fede. Così facendo, abbiamo anche inteso superare un possibile equivoco. 


Trasmettere la Fede certamente è importante e decisivo, ma noi non vorremmo che con il termine “trasmettere la Fede” si alludesse soltanto e semplicemente a un problema di contenuti da trasmettere, cioè all’aspetto oggettivo della fede. Noi siamo convinti, secondo la grande lezione dei Padri, che esiste anche un aspetto soggettivo, che va testimoniato, accanto a quello oggettivo, che va trasmesso. Quindi, le due cose insieme, trasmettere e testimoniare, ci hanno fatto scegliere questa espressione “comunicare la Fede”, comunicarla nella sua interezza sia per quanto riguarda gli aspetti oggettivi, cioè il catechismo, sia per quanto riguarda gli aspetti soggettivi, cioè la testimonianza personale della Fede cristiana.  


Com’è il rapporto della Chiesa con i nuovi mezzi di comunicazione? 


Mons. Enrico dal Covolo: Il rapporto è di grande apertura. Basti leggere i messaggi come l’ultimo del Papa per la giornata mondiale delle comunicazioni. Sono messaggi di ampio respiro. Dall’altra parte però devo ammettere che siamo ancora all’inizio. Bisogna che dedichiamo più tempo ed energie a questo ambito. E’ proprio per questo che noi, il 14 di febbraio, avvieremo un’altra iniziativa. Inaugureremo un master di “Digital Journalism”, frequentato da circa trenta corsisti che verranno istruiti dai migliori esperti della comunicazione digitale. Questo master durerà fino al mese di dicembre dell’anno in corso, a cavallo tra i due anni accademici. E’ un programma molto ambizioso. Noi lo proponiamo al servizio della società e della cultura, ma anche per una motivazione ecclesiale.


Abbiamo avvertito un’urgenza: molte riviste, bollettini parrocchiali o riviste diocesane ormai sono in difficoltà con il supporto cartaceo ed è sempre meno possibile, anche per i costi che la cosa comporta, andare avanti in questa direzione. Sempre più si avverte l’urgenza di passare al digitale. Noi vorremmo abilitare questa trentina di persone in modo che possano anche offrire un competente servizio nella gestione di questa particolare emergenza che si è creata all’interno della Chiesa.  


I nuovi modi di comunicare la Fede come incidono sulla vocazione dei giovani e sulla loro percezione di essa? (Ovvero, come è cambiato, se è cambiato, il modo di vivere la vocazione?)


Mons. Enrico dal Covolo: Bisogna ricordare ciò che molto giustamente ha detto il Papa nel messaggio per la pace nel 2012. In quel messaggio si evocava il legame strettissimo che esiste tra educazione e comunicazione. Diceva il Papa che l’educazione è comunicazione, quindi ci sono ampie zone di interferenza diretta ed esplicita. La stessa cosa può essere detta riguardo alla vocazione e alla comunicazione: cioè l’esistenza di ampie aree di interferenza reciproca. Quando pongo la domanda giusta, ovvero: “Signore che cosa vuoi che io faccia?”, è chiaro che invito il giovane ad aprirsi generosamente alla comunicazione, ad aprirsi all’altro. Certo, all’altro con la “A” maiuscola, ma anche agli altri che sono il nostro prossimo.  


Lei, ha compiuto recentemente un viaggio in Medio Oriente presso gli istituti che sono affiliati alla Lateranense. Ha avuto modo di incontrare i giovani e di parlare con loro?


Mons. Enrico dal Covolo: Naturalmente, perché una delle istanze previste era proprio il colloquio diretto con gli studenti. Così li ho radunati insieme, e ho avuto anche delle occasioni di colloquio a “tu per tu” con molti di loro. Mi sono accorto con grande soddisfazione e con grande speranza durante questo viaggio in Medio Oriente che i giovani dei nostri centri affiliati studiano bene e con un obiettivo ben chiaro, cioè quello di essere capaci di incidere per edificare una società, una civiltà migliore. E quando dico migliore intendo dire soprattutto sul versante della pace, del dialogo culturale e interreligioso, al fine di costruire un tessuto sociale meno sofferente, meno conflittuale. Credo che in questo momento tra i valori più sentiti dai giovani in Medio Oriente, ci sia, in assoluto, il valore della pace. Certamente con tutto quello che lo circonda come l’educarsi ad essere efficaci promotori di pace; da qui anche lo studio appassionato della dottrina sociale della Chiesa che si va compiendo in questi centri. Fondamentale è anche il dialogo interreligioso perché c’è la convinzione in questi giovani, che io ritengo giusta, che il dialogo migliore e più efficace sia quello che si può costruire proprio su basi culturali solide: è proprio qui che si gioca la possibilità dell’incontro rispettoso e tollerante. Purtroppo con le frange estremiste o fondamentaliste questo non è possibile.


Quindi sono questi i valori principali con cui si identificano i giovani cristiani in Terra Santa?


Mons. Enrico dal Covolo: Soprattutto il valore della pace! Ma ci sono intorno anche molti altri valori per il conseguimento di questa. Una capacità di servizio e di dono di sé. Mi colpisce molto e mi entusiasma il fatto che questi giovani non studino tanto per se stessi, cioè non si chiudano nella torre d’avorio di una cultura asettica, ma cerchino al contrario di mettere le nozioni, lo studio che fanno, al servizio di questo progetto sociale di convivenza migliore.


In Medio Oriente è particolarmente importante – come ha accennato anche Lei – il dialogo interreligioso nel nuovo processo di evangelizzazione. Questo è naturalmente un precipuo compito anche dei giovani cristiani. Come affrontano tale tema questi istituti affiliati alla Lateranense?


Mons. Enrico dal Covolo: Lo affrontano in base alle caratteristiche proprie del Centro accademico a cui ci riferiamo. Comunque, un’istanza condivisa e comune è quella di una conoscenza reciproca maggiore, cioè conoscere meglio per esempio i testi di riferimento delle religioni di cui si parla, conoscere meglio le tradizioni di queste religioni, cercare di capire di più per capirsi di più. Noi abbiamo dei Centri che si occupano maggiormente del dialogo con l’una o con l’altra religione: per esempio nella Domus Galilaeae, presso la quale abbiamo un Istituto affiliato di studi teologici, il Seminario Redemptoris Mater, ci si è specializzati in modo particolare, su indicazione del Papa Beato Giovanni Paolo II, sul dialogo ebraico-cristiano. In tale contesto, quindi, viene portato specificamente avanti il filone di questo tipo di dialogo. Invece, come ulteriore esempio, nella Università Saint-Joseph di Beirut ho visto che si coltiva maggiormente il dialogo con la religione islamica. Queste sono le caratteristiche proprie di ogni Centro. Però possiamo dire che c’è una costante, un minimo denominatore comune ben condiviso che è questo: una conoscenza maggiore, un rispetto reciproco, il desiderio di capirsi di più.


Cosa si sente di augurare ai giovani che stanno cercando la loro vocazione?


Mons. Enrico dal Covolo: Quello che dico sempre! Non aver paura di accettare ciò che il Signore indica come la tua strada, anche se a prima vista questo potrebbe comportare grossi sacrifici, ma si deve partire dalla consapevolezza che la propria felicità più grande può realizzarsi solo in questa direzione, cioè che la nostra felicità più grande si realizza nell’obbedienza al progetto che Dio ha sopra di noi. Qualunque altra strada non conduce alla felicità piena. Anche quando il Signore fa delle proposte impegnative. Possiamo pensare alle vocazioni consacrate, alle vocazioni missionarie, alle vocazioni di speciale servizio nella Chiesa e nel popolo di Dio: certamente questo comporta tanti sacrifici, però – se una persona è chiamata a questa strada – questa è l’unica via per raggiungere la vera felicità, che io auguro sempre ai giovani. La vera felicità coincide con la santità: cioè essere felici di qua e di là.


Il 31 gennaio è stato celebrato San Giovanni Bosco. I salesiani come hanno festeggiato il loro fondatore che è stato un vero protettore dei giovani?


Mons. Enrico dal Covolo: Certamente in base alle proprie culture locali. Ho visto, seguendo i vari servizi dell’Agenzia notizie salesiane, c’è un tripudio di festeggiamenti in onore di Don Bosco direi molto ben marcati dalla situazione locale in cui avvengono tali festeggiamenti. C’è però una sorta di elemento comune che lega i festeggiamenti quest’anno, ovvero la preparazione a marce sempre più robuste verso il 2015, per i 200 anni di nascita del nostro Fondatore. Il rettore maggiore ha indicato questi anni, questo triennio che ci avvicina al 2015, come anni di preparazione specifica guidati da un programma. Ogni anno viene proposto un certo aspetto della spiritualità di Don Bosco e della sua santità, del suo carisma, da approfondire. E così il festeggiamento di quest’anno è orientato a sottolineare la caratteristica fondamentale della missione di Don Bosco: la pedagogia salesiana basata sul sistema preventivo. 

 
editore |15.02.2013
indagine-ocse-pisa-sulla-scuola-in-italia

In vista della prossima legislatura, l’UCIIM (Unione Cattolica degli insegnanti) ha redatto un documento nel quale elenca 10 punti irrinunciabili per un rilancio della scuola in Italia e per un effettivo processo di crescita della società civile.


- Riforma degli organi collegiali nel rispetto dell’autonomia scolastica e della professionalità dei docenti


- Riordino dello stato giuridico dei docenti in vista delle nuove forme di reclutamento, di una efficace azione di aggiornamento e formazione, di una revisione del Contratto nazionale di lavoro e la cooperazione delle associazioni professionali


- Adeguato sviluppo della valutazione del sistema educativo di istruzione e formazione


- Coerente e puntuale razionalizzazione del dimensionamento scolastico per un efficace presenza nel territorio


- Riduzione della dispersione scolastica


- Dialogo interculturale e apertura agli alunni di cittadinanza non italiana


- Progetto di formazione sull’uso delle nuovo tecnologie


- Attuazione delle indicazioni di “Cittadinanza e Costituzione”


- Accompagnamento dei docenti ai processi di cambiamento nell’organizzazione della scuola


- Redazione di un nuovo testo unico della scuola.


La scaletta dei 10 punti “irrinunciabili” ruotano attorno al valore dell’autonomia scolastica, processo sempre in fieri nell’attuazione del Piano dell’Offerta formativa a servizio della comunità scolastica, impegnata altresì nella costruzione di un curricolo verticale e di una dinamica costituzione di reti tra le diverse scuole.


Si auspica inoltre che a livello nazionale venga istituito il “Consiglio Nazionale della Scuola” (CNS) e a livello regionale il “Consiglio regionale del sistema educativo di istruzione e formazione “ (CoReSEIF)


Convinti che la qualità della scuola si consegue tramite la sempre maggiore competenza pedagogica e di didattica dei docenti la proposta dell’UCIIM privilegia una qualificata ed efficace azione di aggiornamento e formazione per personale docente , secondo una visione sistemica e con i dovuti riconoscimenti e progressione di carriera.


Nello stato giuridico del docente la qualificazione professionale dovrebbe occupare il primo posto e costituire una costante motivazione per una processo di innovazione efficace e produttiva di positivi traguardi.


Un programma per la scuola non può non tener conto delle strategie per l’Europa 2020 che privilegia lo sviluppo dell’economia basata sulla conoscenza e sull’innovazione; migliore utilizzazione delle risorse; centralità del lavoro e dell’occupazione ; ricerca della coesione sociale nel territorio; attivazione dell’agenda del digitale , scommessa per il futuro) e di un’agenda per le nuove competenze professionali in vista di un rinnovato sviluppo economico.


La rivalutazione ed il coinvolgimento delle associazioni professionali, portatrici di competente qualificate, di una ricca storia di esperienze sul campo e di idee innovative , secondo l’UCIIM è quanto mai necessaria per un nuovo cammino di risveglio della scuola, dopo le stanche e pesanti pause di rallentamento di questi ultimi anni.


Se la scuola, nonostante tutti i disagi è andata avanti ed ha conseguito al termine di ogni anno positivi traguardi di successi formativi lo si deve alla professionalità dei docenti e degli operatori scolastici che credono nella valenza sociale e formativa dell’istituzione scolastica e per essa spendono risorse professionali e competenze anche se non sempre riconosciute e apprezzate.


Rimettere la scuola nel circuito dello sviluppo dovrà costituire un impegno di governo che vuole garantire la crescita del Paese, se ciò non avverrà, la china verso il fondo sarà ancor più accelerata e credo che ciò non faccia piacere a nessuno.



(08 Febbraio 2013) © Innovative Media Inc.

 

 

ESORTAZIONE APOSTOLICA “GAUDETE ET EXSULTATE” DI PAPA FRANCESCO  

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