FORUM «IRC»
 
 
editore |15.07.2012
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La trasformazione del pianeta in “villaggio globale”, accelerata dall’esperienza della realtà virtuale consentita dall’universo multimediale e dal “web”, incide anche sulla sfera religiosa e spirituale.


Fenomeni come il New Age o Era dell’Acquario, dall’impatto vastissimo soprattutto nella cultura nord- e sud-americana sembrano rispondere al bisogno di rassicurazione prodotto dall’accelerazione dei cambiamenti attraverso una sorta di “gnosi” per il popolo, in cui le sub-culture prodotte dalla dipendenza mediatica trovano garanzie psicologiche e consolazioni a buon mercato, convenienti alle finalità delle grandi agenzie di consenso economico e politico del pianeta.


Ecco perché diventa urgente individuare come il cristianesimo – nella varietà dei contesti e delle sue tradizioni confessionali e specialmente nella pienezza della sua espressione cattolica – debba contribuire a costruire in rapporto ad esse un’umanità più giusta e felice, più unita e conforme al progetto divino di salvezza.


Tre ambiti di impegno si lasciano riconoscere come ineludibili per tutte le Chiese e per il loro cammino comune: la risposta da dare al nuovo bisogno di spiritualità, l’urgenza emergente della cattolicità e l’impegno al servizio della giustizia, della pace e della salvaguardia del creato.


Si può dire che la riflessione della fede del terzo millennio si giocherà intorno alla martyrìa allakoinonìa e alla diakonìa, vissute dai cristiani. La via della martyrìa corrisponde a una ritrovata esigenza di spiritualità emersa dalla parabola dell’epoca moderna: c’è bisogno di una teologia più teologica, più collegata al vissuto spirituale.


La modernità aveva separato, se non addirittura contrapposto, il momento razionale e il momento esperienziale della vita, producendo quel divorzio fra riflessione e spiritualità, che aveva reso anche la teologia piuttosto arida e intellettualistica e la spiritualità piuttosto sentimentale e intimistica.


L’epoca post-moderna spinge a saldare nuovamente questi due ambiti: l’alternativa della fede all’astrattezza dell’ideologia sta nella possibilità di sperimentare un rapporto personale con la Verità, nutrito di ascolto e dialogo con il Dio vivo. La Verità non è qualcosa che si possiede, ma Qualcuno dal quale lasciarsi possedere.


Secondo la critica di moda negli anni dell’ideologia rampante, la dimensione contemplativa della vita sembra offrirsi come riserva di integralità umana e di autentica socialità. Si può quindi supporre che il futuro del cristianesimo o sarà più spirituale e mistico, e ricco di esperienze del Mistero divino, o potrà ben poco contribuire alla crisi e al cambiamento in atto nel mondo. La ricerca di un nuovo consenso intorno alle evidenze etiche domanda ai cristiani una risposta a partire dalla testimonianza specifica della loro fede nel Dio di Gesù Cristo, anche per evitare il rischio non indifferente di “riduzione al minimo comun denominatore”, che sembra emergere in alcuni approcci interreligiosi alla questione etica.


Accanto alla via della martyrìa, quella della koinonìa corrisponde alla nostalgia di unità che si affaccia nella “globalizzazione” del pianeta. In particolare, in Europa – culla delle divisioni fra i cristiani – la disgregazione seguita al crollo del muro di Berlino e l’emergere violento di regionalismi e nazionalismi sfidano le Chiese a porsi come segno e strumento di riconciliazione fra loro e al servizio dei loro popoli.


Sul piano teologico è significativo che la riflessione ecumenica, dopo aver dedicato una privilegiata attenzione alle forme sacramentali, si concentri sul tema della koinonìa, che esprime non solo un’esigenza di ripensamento ecclesiologico riguardo alla struttura e alla vita interna delle Chiese, ma anche un’attenzione alla sfida che il bisogno di unità emergente dalle nuove divisioni pone alle comunità cristiane.


Emerge una nuova, diffusa attenzione alla “cattolicità”, intesa sia secondo il suo significato di universalismo geografico, reso più che mai attuale proprio dai processi di “globalizzazione” del pianeta, sia secondo il senso di pienezza e totalità, che rimanda all’integralità della fede e della attualizzazione della memoria del Cristo.


Non sorprende allora che in ambito ecumenico si dedichi nuova attenzione all’unità universale nella Chiesa. Un contributo notevole alla riscoperta della cattolicità, come esigenza e condizione della missione cristiana, viene da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI: il loro pontificato, caratterizzato da un’itineranza apostolica, ha evidenziato la ricchezza della “regionalizzazione” della Chiesa e ha ribadito le esigenze dell’unità dottrinale e pastorale sul piano universale.


La rilevanza di quest’azione è stata palese in alcuni cambiamenti storico-politici, come quello della crisi del “socialismo reale”, ma va considerata soprattutto nella sua specificità spirituale di riproposizione del Vangelo come messaggio di vita e salvezza per le singole situazioni culturali e per la crescita nell’unità e nella pace della famiglia umana. La prima decade del Terzo Millennio indica questa direzione proponendola come un itinerario di conversione e rinnovamento per tutti i credenti, chiamati a far memoria dei doni di Dio, ma anche a riconoscere le proprie colpe, personali e collettive, e a ripensare la propria identità e missione di fronte alle sfide del nuovo millennio cristiano, specialmente in chiave ecumenica e nell’ottica del dialogo interreligioso. Una teologia ecclesialmente responsabile e aperta alle esigenze della cattolicità sembra più che mai necessaria.


Infine, la testimonianza evangelica della carità come diakonìa, nell’impegno per la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato, appare come il terzo grande campo di azione per il cristianesimo degli inizi del Terzo Millennio in tutte le sue espressioni confessionali: le sfide della giustizia sociale sono oggi interconnesse con i rapporti internazionali di dipendenza e con la questione ecologica.
Lo stretto intreccio appare con grande chiarezza quando si considerino i processi in atto nella “globalizzazione”, superando visuali regionalistiche, a volte troppo chiuse: il cristianesimo, religione universale diffusa nei contesti storici e culturali più diversi, appare qui soggetto privilegiato per tener desta una coscienza critica attenta a difendere la qualità della vita per tutti e capace di farsi voce specialmente di chi non ha voce e fronteggiare, con un impatto morale e spirituale di grande portata, le logiche esclusive ed egoistiche delle grandi agenzie mondiali di potere economico e politico.


Di fronte alla crisi mondiale e all’avidità da cui essa è stata generata la testimonianza del primato della carità è una sfida e una promessa. I credenti devono contare solo sulla vitalità della loro fede e l’operosità evangelica: tuttavia, il patrimonio spirituale che si esprime nella vastissima rete di opere di volontariato e di solidarietà che la Chiesa ha espresso con creatività, anche nel nostro tempo di mutamenti rapidi e spesso drammatici, costituisce al tempo stesso un contributo e una proposta all’umanità intera per l’edificazione di un “villaggio globale” che sia più a misura umana.


È significativo che la Chiesa sia intervenuta in termini inequivoci con l’Enciclica di Benedetto XVI Caritas in veritatesull’attuale forma in cui si presenta la questione sociale. I cambiamenti avvenuti negli ultimi decenni del secolo richiedono però a tutte le Chiese di far propria la denuncia del sistema di dipendenze che regge i rapporti specialmente fra il Nord e il Sud del mondo. A tutti è domandato di contribuire a individuare una via economico-politica che superi le rigidità del collettivismo e dei suoi fallimenti storici, e gli egoismi miopi di un capitalismo assolutista e accentratore. Una teologia “militante” nel servizio della carità e della ricerca di una più grande giustizia appare qui come compito e sfida ineludibile.


di Bruno Forte


da AVVENIRE 10/7/12

 
editore |06.07.2012
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"Il mondo cattolico dà il meglio in ambito locale, ma rischia il provincialismo e il rifiuto della politica"; questo il dibattito suscitato dall'articolo di Ernesto Galli sul silenzio dei cattolici in Italia rispetto alla politica italiana.
"L'irrilevanza dei cattolici" di Ernesto Galli della Loggia del 24 giugno 2012

La questione cattolica costituisce uno dei nodi più profondi attorno a cui si annoda e si snoda la vicenda nazionale. Prima e dopo la costruzione dello stato unitario. Per questo, essa riemerge, con regolarità impressionante, in tutti i passaggi storici nei quali cambiano gli equilibri di potere. Era accaduto così al momento della formazione dello stato, prima e dopo la seconda guerra mondiale, alla nascita della repubblica fino a tangentopoli. E così ancora oggi, nel mezzo di una gravissima crisi economica e finanziaria. Non è un caso. Comunque la si giri, il paese non sta in piedi a prescindere da questa radice. Per questo, è prima di tutto a questa radice che il paese guarda nei momenti più delicati. Per i cattolici, essere all'altezza del loro compito non è sempre stato facile, soprattutto a causa di alcune inclinazioni involutive che, quando non sono contrastate, ne deprimono le potenzialità.


La prima di queste tendenze ha a che fare con il provincialismo a cui è esposta (per paradosso) la cultura cattolica italiana. Forti di un'influenza che altrove non ritrovano e qualche volta sospettosi nei confronti di molti dei processi che si producono con la modernità, molti cattolici - accademici, imprenditori, banchieri, politici - cedono, anche alla tentazione di rimanere nel piccolo stagno nazionale, guadagnando posizioni eminenti, ma finendo così per soffrire di un provincialismo che li rende marginali alle più importanti dinamiche storiche. In questo modo, l'originale punto di vista che il cattolicesimo ha elaborato sui temi sociali, economici e antropologici finisce per svilirsi e perdere il suo potenziale propositivo.


La seconda è che i cattolici impegnati nel mondo danno il meglio di sé lontano dalle complicate vicende e altrettanto complicate preoccupazioni dei Palazzi (qualunque natura abbiano), nelle tante forme del loro concretissimo radicamento locale che, a onor del vero, ne costituiscono anche il più autentico punto di forza. Laddove, cioè, l'assunzione di responsabilità sociale, economica, istituzionale si misura direttamente con la vita delle persone e delle comunità, rendendo evidente il nesso che, per un cattolico rimane centrale, tra potere e servizio. Tremendamente generativa, una tale postura ha però il limite di tradursi facilmente in disinteresse o addirittura in diffidenza nei confronti della politica, specie di livello nazionale, vista per lo più come intrigo e mera lotta di potere.


Queste due fragilità latenti tra i cattolici - associate alle pulsioni più identitarie che, come è naturale che sia, attraversano talvolta anche la Chiesa - attivano dinamiche "uguali e contrarie" nel mondo laico: insofferenti a molti aspetti dell'italia cattolica, accade spesso che siano i laici ad avere maggiori esperienze e collegamenti internazionali e, nel contempo, a considerare il governo centrale la leva di cui servirsi per potere finalmente modernizzare il paese.


Dal combinato disposto di questi due atteggiamenti, è l'Italia che ne esce con le ossa rotte, finendo schiacciata tra forme di provincialismo moralista da un lato e progetti di modernizzazione astratta dall'altro. Attorno a questo nodo, l'Italia vive o muore. Da questa diagnosi mi pare derivino diverse indicazioni per leggere anche la delicata fase storica che stiamo attraversando in questi anni.


Cominciamo col dire che il problema è lo stesso, tanto per i "cattolici" quanto per i "laici": trovare il codice di ricomposizione tra le sfide del tempo e la particolarissima matrice culturale, economica e sociale di questo paese. Senza fughe in avanti, ma anche senza un'eccessiva accondiscendenza. A questo sforzo di tutti - che tradurrebbe il citatissimo ma spesso misconosciuto bene comune - i cattolici possono contribuire in modo specialissimo nella misura in cui sono capaci di ripartire dalla realtà di un paese che mantiene delle peculiarità indiscutibilmente "cattoliche" - la piccola impresa, la famiglia, il territorio, il senso della bellezza e dell'infinito - non per riaffermarla in modo identitario, ma per porla in relazione alle sfide del tempo (globalizzazione, tecnicizzazione, pluralismo), liberandola così dalle derive involutive in cui rischia sempre di rimanere avviluppata. Ai laici è chiesto per converso di riconoscere la peculiarità dell'Italia, amando il paese per quello che è e rifuggendo la ricorrente tentazione di volerne uno del tutto diverso (possibilmente non cattolico).


Se si rileggono così gli ultimi 150anni si vedrà che il paese ha respirato ed è cresciuto quando si è stati capaci di questo doppio movimento. Oggi, ci troviamo in una nuova, delicatissima fase di passaggio. Un modello di crescita economica è in fase di profonda ristrutturazione a livello planetario e ciò spezza gli equilibri di marginalità su cui il paese si è retto negli ultimi decenni. Come ci insegna la storia, le crisi hanno sempre una doppia natura: mentre distruggono, creano e, al di là dei rischi, esse offrono sempre nuove opportunità. Abbiamo chiamato "seconda repubblica" il sistema politico che ha gestito il modo in cui il nostro paese è stato dentro l'ultima fase storica. Al suo interno hanno prevalso due progetti di modernizzazione molto diversi tra loro, ma accomunati da un approccio fondamentalmente "a-cattolico" (postura che, politicamente, si è tradotta in opposte strategie di "gestione" della questione cattolica).


La storia ci dice che i risultati non sono stati propriamente brillanti, forse proprio perché quel lavoro di rilettura e reinterpretazione del paese di cui parlavo prima si è interrotto. È probabile che, nata sulle ceneri della DC, questa fase non poteva che essere così. Ma adesso, ecco riaffiorare il nodo dei cattolici, nodo che non può e non deve essere ridotto alla questione della creazione di un partito. Forse lungo la strada si porrà anche tale questione. Ma, per il momento, i cattolici sono chiamati dalla storia a dire come leggono la crisi del paese e come intendono uscirne.


Per chi ha occhi per vedere il paese reale e orecchie per sentire i suoi interpreti più originali la strada, a dire il vero, appare già sufficientemente tracciata: passare da un modello di crescita dissipativo - che non solo non ci possiamo più permettere, ma che anche ha corroso profondamente il nostro tessuto sociale e umano - ad uno più generativo, capace di "produrre valore condiviso". Che concretamente significa: ripensamento del welfare al di là della dicotomia pubblico-privato nella prospettiva dei beni comuni e di una ricucitura di un tessuto sociale gravemente lacerato; centralità dell'impresa (con le sue molteplici forme) e della creazione di ricchezza, mediante la valorizzazione del lavoro, della educazione, della ricerca; riconoscimento della vita e della famiglia dal punto di vista culturale, fiscale e sociale; europeismo vigoroso secondo una visione poliarchica e sussidiaria della forme istituzionali. Nella prospettiva di una rilettura profonda del paese che i cattolici ritengono di saper fare e di dover offrire, ancora una volta, all'Italia e ai suoi figli.


*preside di sociologia all'Università Cattolicadi Milano


di  MAURO MAGATTI Corriere della sera 6/7/12

 
editore |03.07.2012
Cinema - Una sala cinematografica

“Un’occasione privilegiata per accogliere una domanda antropologica di senso che sale dal cuore di ogni uomo”.


Questa la definizione che mons. Franco Perazzolo, del Pontificio Consiglio della cultura, offre di “Mirabile dictu”, il festival internazionale del cinema cattolico la cui terza edizione (Roma, 2/5 luglio) .


Un festival, ha precisato mons. Perazzolo, che “offre la possibilità, in un momento così difficile, di una sosta per riflettere”. Nel corso del festival, indipendente e patrocinato dal Pontificio Consiglio della cultura, sarà scelto dalla giuria, presenziata dal card. Gianfranco Ravasi, il film vincitore tra i 1.124 che hanno concorso.


Obiettivo dell’iniziativa è “dare spazio a chi ha lo slancio di fare film che sviluppano storie e personaggi con valori positivi”, ha sottolineato Liana Marabini, presidente del festival. “I film cattolici - ha aggiunto - hanno vita molto dura nell’industria del cinema”: per questo “il festival si propone come un palcoscenico privilegiato”, ha detto Marabini.


La manifestazione è stata inaugurata lunedì 2 luglio col congresso internazionale “Cinema e nuova evangelizzazione”, patrocinato dal Pontificio Consiglio della cultura, che per 18 mesi toccherà, dopo Roma, dieci città in tutto il mondo.


Info: www.mirabiledictu-icff.com (Fonte: Sir)


La missione del Festival
del Cinema International Catholic Festival è indipendente, ideato e realizzato da Liana Marabini, sotto l'alto patrocinio del Pontificio Consiglio della Cultura, e mira a mostrare la Chiesa da una nuova prospettiva:. glamour e tradizione allo stesso tempo, mirabile dictu (meraviglioso per Relate, in latino) è un luogo privilegiato di incontro per attori, registi e cineasti, raccolte dalla preoccupazione che possono avere per la storia ei valori del Chiesa. Il Presidente del Festival, Liana Marabini, è regista, produttore ed editore. Si consacra il suo lavoro alla storia della Chiesa, ed è particolarmente preoccupato per il linguaggio religioso e della comunicazione, qualcosa che emerge nei film che produce e dei 

libri che pubblica. Premi Il premio del festival, " Il Pesce d'Argento " (Il pesce d'argento, in italiano), si ispira al primo simbolo cristiano.


L'evento di apertura del Festival
di quest'anno, l'evento di apertura straordinaria del Festival sarà la prima italiana di un film notevole: Una donna di nome Maria di Robert Hossein

 Giovani  
editore |03.07.2012
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“Le giovani generazioni sono quelle che posseggono le chiavi d’accesso più dinamiche alla società digitale. La rivoluzione nell’uso dei media da parte dei giovani ha assunto i caratteri della moltiplicazione e dell’integrazione degli strumenti di informazione e comunicazione”;


“queste trasformazioni investono i processi di apprendimento e di istruzione, e hanno importanti ripercussioni sui comportamenti che i più giovani adottano, consapevolmente o meno, nel contatto e nell’utilizzo, spesso intensivo, delle tecnologie digitali”.


Di “Nativi digitali ed emergenza educativa. L’innovazione nell’apprendimento, il cambiamento nell’istruzione” si parlerà nel corso dell’incontro in programma domai, alla Camera dei deputati (ore 9), su iniziativa del Censis.


Interverranno, tra gli altri, il ministro dell’istruzione Francesco Profumo, Tonino Cantelmi, presidente dell’associazione italiana psicologi e psichiatri cattolici, il linguista Tullio De Mauro, i giornalisti Riccardo Luna e Luca De Biase.


Nel corso del convegno verrà presentata la ricerca Censis promossa dall’Assessorato alla cultura della Regione Calabria, che ha coinvolto 2.300 studenti delle scuole medie e superiori calabresi e 1.800 genitori.


da SIR 3-7-12


STUDI E RICERCHE


I media e la nuova generazione dei nativi digitali
Dalla Francia una ricerca sul rapporto tra informazione mainstream e nativi digitali


Ottobre 2010


Non credono ai politici, sono diffidenti verso i media tradizionali e mal sopportano i brand, considerati, letteralmente, i nemici da abbattere. Sono i cosiddetti i ‘nativi digitali’, ovvero giovani e giovanissimi (in media tra i 18 e i 24 anni) cresciuti a pane e tecnologia, persone che hanno sempre convissuto con il mouse accanto al cuscino e che considerano internet, videogiochi e social network parte integrante della propria vita.


Una nuova generazione, dunque, dalle cui scelte molto dipenderà del futuro del giornalismo e in particolare della carta stampata, considerato che il futuro dei giornali è largamente associato alle dinamiche di consumo dell’informazione da parte delle nuove generazioni. Come afferma Alan Mutter, infatti, il grande problema della stampa è costituito dal fatto che più del 50% dei lettori dei giornali è rappresentato da una popolazione progressivamente più anziana che, da un punto di vista demografico, corrisponde soltanto al 30% della popolazione. E a tale proposito recentemente una ricerca della società francese BVA ha offerto l’occasione per comprendere meglio quale sia il reale rapporto tra giovani e mezzi di comunicazione, come le nuove generazioni differiscono dall’audience tradizionale e quali siano i contenuti e le notizie su cui si focalizzano e le modalità attraverso le quali acquisiscono nuove conoscenze.


Lo studio si è basato su un campione di 100 ragazzi di età compresa tra i 18 e i 24 anni, ovvero quella fascia generazionale che dovrebbe coincidere appunto con i nativi digitali: ragazzi nati e cresciuti in un ambiente talmente condizionato dalla nuove tecnologie da lasciar presupporre condizionamenti tutt’altro che trascurabili sul piano dei riferimenti simbolici, culturali e,in senso più ampio, politico-sociali. Dalla ricerca, infatti, emerge come i giovani alfabetizzati a Internet abbiano rivisitato i propri modelli valoriali e culturali, lasciandosi definitivamente alle spalle vecchi schemi ideologici, categorie tradizionali così come le istituzioni di riferimento. Sistema politico e sistema dei media innanzitutto. A partire da un disconoscimento delle fonti informative generaliste fino alla messa in discussione dell’autorevolezza dei tradizionali opinion leader, questa nuova generazione digitale inizia a ragionare in termini di comunità, ovvero all’interno di quella network community caratterizzata non solo da specifici interessi e agende tematiche, ma anche da peculiari codici espressivi e linguistici.


Tra gli aspetti più criticati da parte di costoro va ricordato proprio il modello comunicativo sotteso ai media mainstream: un modello di trasmissione verticale, dall’alto verso il basso, nel quale i contenuti – testo scritto, immagini, video – sono trasmessi in modo pressoché immutato dalla fonte al destinatario, senza prevedere alcuna possibilità di feedback. Lo stesso Alan Mutter, infatti, evidenzia l’insofferenza dei giovani digitalizzati verso questo tipo di informazione - che include la stessa pubblicità tradizionale - che viene offerta loro in modo precostituito e non modificabile.


Sfruttando le potenzialità del web, l’interattività e la multimedialità innanzitutto, i media tradizionali dovrebbero invece puntare ad innovare il loro modo di fare comunicazione, coinvolgendo i giovani - nativi digitali ma non solo - e provando ad andare incontro alle loro esigenze. La tesi sostenuta da Mutter, infatti, è che i giornali dovrebbero smettere di considerare soltanto il lettore di riferimento già acquisito, ovvero quel bacino di utenti fidelizzati e affezionati ad una serie di valori e scelte editoriali stabili. E provare a sperimentare strade innovative, utili ad avvicinare il pubblico dei giovani.


Non tutti però sono d’accordo con una posizione, come appunto quella di Mutter, che considera i nativi digitali inesorabilmente distanti dalle precedenti generazioni. Bennett, Maton e Kervin, in un lavoro pubblicato nel 2008 dal British Journal of Educational Technology e titolato: The ‘digital natives’ debate: A critical review of the evidencesostengono che le differenze generazionali in fondo non siano poi così marcate. Prima di tutto perché se è vero che i ragazzi vivono immersi nella tecnologia, il loro reale utilizzo è ancora molto tradizionale (scrittura, e-mail, navigazione web). In secondo luogo perché la produzione di contenuti dal basso, user genereted, è in realtà un fenomeno ancora marginale, limitato e le differenze di skills all’interno della generazione giovanile sono le stesse esistenti tra le diverse generazioni.


Va qui evidenziato che i tre autori si spingono anche oltre, sostenendo come, alla base di queste visioni eccessivamente “avveniristiche”, vi siano gli stessi mezzi di comunicazione: riproponendo il concetto di moral panic (Cohen, 1972) Bennett, Maton e Kervin ritengono come questo fenomeno dei nativi digitali, pur restando in realtà privo di evidenze scientifiche, sia di fatto amplificato ed enfatizzato dai media e persino da parte del mondo accademico.


Il dibattito, come spesso accade in queste circostanze, è in realtà aperto e lontano dall’essere risolto. A conclusione di questa riflessione possiamo osservare che certamente i nativi digitali, sia attuali che futuri, si caratterizzeranno sempre più per un approccio alle fonti informative più rapido, immediato e orizzontale. Se poi tale atteggiamento sia destinato a tradursi in un incremento della superficialità ai danni dell’approfondimento, e in un’accentuazione delle differenze con le generazioni precedenti, molto dipenderà anche dalle risorse di partenza di ciascun soggetto. Risorse legate alla collocazione sociale dei giovani e al loro livello di istruzione innanzitutto: fattori, entrambi, destinati a riflettersi nella competenza all’uso di Internet, e cioè nella capacità di non restare vittime del caos della Rete, riuscendo, per contro, a sfruttarla per ottenere informazioni, conoscenza e relazioni sociali, utili al miglioramento della propria posizione di partenza.


UN VIDEO


I giovani e le nuove tecnologie. Un'indagine sui "nativi digitali"

Come usano Internet? A quanti anni hanno imparato a navigare? Qual è il social network più utilizzato? Preferiscono la televisione o Internet? Sono alcune delle domande dell'indagine che ha coinvolto 852 studenti delle scuole superiori del Trentino realizzata da Silvia Gherardi e Manuela Perrotta dell'Università di Trento nell'ambito del progetto "LiveMemories" coordinato dalla Fondazione Bruno Kessler e finanziato dalla Provincia autonoma di Trento. Nello spotlight di questo mese le risultanze dello studio che ha permesso di indagare abitudini e interessi dei "Native speakers" delle tecnologie digitali.



 
editore |03.07.2012
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La Commissione episcopale per i mezzi di comunicazione sociale (Cemcs) della Conferenza episcopale spagnola propone due corsi estivi in comunicazione sociale, organizzati in collaborazione con l‘Università Pontificia di Salamanca (Upsa).


I corsi offrono un sostegno formativo in materia di comunicazione a sacerdoti, insegnanti, catechisti e operatori pastorali affinché a loro volta formino altri.


“Identità, comunicazione e interazione nelle reti sociali” è il tema del primo corso estivo che la Cemcs ha organizzato questa settimana. Il programma del corso fornisce le conoscenze di base della comunicazione e dell’interazione in un ambiente on line. Si affrontano anche le caratteristiche principali e gli strumenti di social network, blog e microblogging. E rende più facile progettare un progetto di comunicazione sui social network.


La prossima settimana il corso estivo proposto è “Progettazione e sviluppo di progetti on line con WordPress”. Con quest’iniziativa la Cemcs spera che “si acquisiscano le basi concettuali e tecniche per elaborare progetti professionali di comunicazione on line in modo efficace”.


L’obiettivo dei due corsi è anche “arricchire la formazione degli studenti delle facoltà di comunicazione, teologia, sociologia e scienze umane”.


SIR del  3/7/12

 
Cattura
Roma - 17-19 Novembre

 

CONVEGNO DI AGGIORNAMENTO E SEMINARIO DI STUDIO IRC 2017

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