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Avvenire |21.01.2011
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Voto a Strasburgo: niente aiuti ai Paesi in cui sono discriminati o perseguitati.
Chiesta con urgenza ai Ventisette una strategia comune con possibili misure restrittive contro gli Stati che volutamente non tutelano le confessioni religiose.
Il documento sarà recapitato immediatamente ai rappresentanti di Pakistan, Iran, Iraq, Nigeria, Filippine e Vietnam.  -


 


DOCUMENTAZIONE


Cristiani, la Ue li difenderà


Un segno una speranza di Luigi Geninazzi


Il card. Turkson: «Nessuno può impedire al Papa di parlare»


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Osservatore romano |29.11.2010
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I cattolici statunitensi hanno celebrato ieri il trentesimo anniversario della scomparsa della serva di Dio Dorothy Day, la fondatrice, nel 1933, del Catholic Worker Movement, l'organizzazione di assistenza ai poveri che attualmente conta centottantacinque sedi sparse negli Stati Uniti.
In occasione della ricorrenza, monsignor Charles Joseph Chaput, arcivescovo di Denver, ha sottolineato che Dorothy Day è stata una "radicale" nel vero senso della parola, perché profondamente impegnata nella sua "vocazione cristiana".
In una dichiarazione rilasciata a Catholic News Agency, il presule ha affermato che "come san Francesco d'Assisi, Dorothy Day ha scelto di vivere il vangelo fino in fondo senza eccezioni e compromessi.
Nella sua vita, l'attaccamento al soccorso dei poveri ha avuto dei risvolti eroici e il suo amore verso la Chiesa, da lei considerata come una madre e una maestra allo stesso tempo, non le ha impedito di prendere coscienza di alcuni aspetti della sua vita non conformi all'insegnamento religioso.
La perdurante vitalità del Catholic Worker movement, da lei fondato, è la prova delle sue straordinarie virtù".
 Donna Ecker, co-direttrice della Bethany House, una Catholic Worker community, con sede a Rochester, Stato di New York, dichiara che "benché non abbia mai avuto la possibilità d'incontrare personalmente Dorothy Day, conosco molto di lei grazie a mia zia e mio zio che sono stati con Dorothy i co-fondatori della St Joseph House e suoi grandi amici".
La Bethany House fornisce assistenza alle madri single che non riescono a trovare una decente dimora per se stesse e per i loro bambini.
Donna Ecker ha ricordato il periodo della vita di Dorothy Day quando, insieme alla figlia Tamar, ritornò da Staten Island a New York all'inizio degli anni Trenta e, insieme a Peter Maurin, fondò, nel 1933, il Catholic Worker movement.
La co-direttrice della Bethany House ha sottolineato che "sull'esempio delle difficoltà passate da Dorothy Day in quel periodo, si è deciso che la nostra missione va indirizzata all'accoglienza e all'aiuto di ragazze madri che si trovano in situazioni di grande bisogno".
Fin dagli inizi della sua vita terrena, Dorothy Day, nata a Brooklyn nel 1896 e cresciuta a Chicago, dove a dodici anni era stata accolta nella comunità episcopaliana, aveva fatto trasparire una forte carica di spiritualità.
Secondo la biografia della serva di Dio scritta da David Scott nel 2002 e intitolata "Praying in the Presence of Our Lord", fin dalla prima adolescenza Dorothy era devota alla preghiera e mortificava il corpo scegliendo volontariamente di riposare su duri giacigli.
Tuttavia il clima di forte tensione sociale e la sua spiccata propensione per i più deboli la spingono, appena sedicenne, a lasciare gli studi presso il college di Chicago e a ritornare a New York dove inizia a scrivere brevi cronache per il giornale socialista "The Call".
Per alcuni anni si trasferisce a Staten Island insieme a Forster Batterham, convinto ecologista di idee anarchiche.
In questo periodo, Dorothy inizia di nuovo ad approfondire la sua fede in Dio e ad accostarsi sempre più alla fede cattolica.
Questo suo cambiamento, che non venne accettato da Batterham, la porta, nel 1927, a chiedere d'iniziare i corsi di catechismo per ricevere il battesimo in una Chiesa cattolica.
La svolta definitiva nella sua vita avviene nel 1933:  il movimento Catholic Worker inizia l'attività di assistenza in modo molto modesto aprendo due cucine all'aperto par sfamare i tanti lavoratori disoccupati colpiti dalla grande depressione economica degli anni Trenta.
Ben presto le opere di carità si moltiplicano:  grazie all'aiuto di alcuni esperti agrari, sorgono cooperative specializzate nella produzione di alimenti coltivati con metodi naturali e viene anche fondato un giornale che riporta i progressi compiuti dalle varie iniziative del Catholic Worker Movement.
Per sottolineare il grande altruismo di Dorothy Day, l'autore della sua biografia sottolinea che in oltre cinquant'anni di attività la serva di Dio non ha mai percepito alcun salario.
(©L'Osservatore Romano - 1 dicembre 2010)
Giancarlo Zizola, Raniero la Valle |19.11.2010
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Cantava i suoi salmi all'alba con gli uccelli, i gatti e le ortensie, il suo tempio era il creato ma teneva nel casale ad Albiano che aveva rifatto come suo eremo un piccolo tabernacolo per l'adorazione, come la "messa sul mondo" imparata da Teilhard de Chardin.
Se ne è andata quietamente Adriana Zarri, questa pura eremita di vocazione, progenie di una stirpe che fa ricca di silenzi una terra stravolta dal baccano, dalla menzogna e dallo spettacolo, e probabilmente le assicurano una segreta scialuppa.
L'eremo in realtà non era solo suo, era un rifugio per tanti spiriti in ricerca accolti come tali, a prescindere dalle loro convinzioni religiose o atee.
E anche per il mondo cattolico, nel quale aveva donato la sua fedeltà da laica, da teologa, da militante critica, da donna capace di emancipazione e dunque d'imprudenza, pronta a scottarsi la lingua con la verità impavida anche di fronte a vescovi e papi, questa asceta solitaria aveva continuato fino all'ultimo dei suoi 91 anni a tener viva l'inquietudine della profetessa: non era azzardato, alla fine dei conti, paragonarla a una piccola Caterina da Siena con la frusta in mano contro le deviazioni simoniache di una Chiesa ancora concubina ad Avignone.
Era stata lei (il cui ultimo libro uscirà a febbraio per Einaudi Un eremo non è un guscio di lumaca) a rompere il ghiaccio maschilista della corporazione teologica in Italia, rivendicando il carisma femminile del discorso su Dio.
Era stata nel 1969 la prima donna laica ammessa nel direttivo dell'Associazione Teologica Italiana.
Bolognese di San Lazzaro di Savena, era arrivata alla teologia da ragazza, spinta da un profondo interesse religioso e da un'attrazione non meno forte per la filosofia.
Questa passione assume essenzialmente tre forme, la produzione ecclesiologica (a cominciare da un libro sui Padri della Chiesa, specialmente Sant'Agostino), la narrativa e la spiritualità contemplativa, mai però distratta dai problemi della terra per l'alto dei Cieli: prima donna laica in Italia a scrivere un libro sulla teologia e antropologia della preghiera Nostro Signore del deserto.
Nel 1961 Adriana interviene nel dibattito aperto da Giovanni XXIII con La Chiesa nostra figlia, il primo contributo di una donna ai temi della riforma della Chiesa.
La sua critica al trionfalismo clericale prefigura lo sviluppo del modello di "Chiesa di comunione", libera da egemonie di genere e ricca di carismi.
Teologia del probabile resta probabilmente il suo intervento più incisivo e lungimirante.
Nel 1967, a Concilio appena concluso, gettava l'allarme sulle letture o catastrofista o trionfalista del Vaticano II, l'illusione di una Chiesa definitivamente salva e l'allarme per una Chiesa totalmente turbata, in cui si bloccavano le riforme.
Aveva cercato di fugare il malinteso per cui il modello della riforma era un adattamento borghese del Vangelo.
Era convinta che l'umanesimo cristiano o sarà un ascetismo o un semplice naturalismo, alla caccia di un'ascetica del meno e del negoziato: «Quanti s'illudono che il nuovo corso sia una manica larga che chiude un occhio e permette evasioni hanno torto di esaltare questa nuova stagione della Chiesa: non sarebbe stagione feconda.
Ma il Concilio non incoraggia nulla di tutto questo».
Una frase l'aveva commossa, nei documenti conciliari: «Ignoriamo, non sappiamo».
Le sembrava che la Chiesa ammettesse la sua sprovvedutezza, avendo molto sbagliato lungo i secoli: «Quell'ammissione di ignoranza ci ha depurato il sangue da secoli di presunzione teologica, ci ha reso più umili e poveri di fronte alla grandezza del mistero».
Anche nei romanzi (Quaestio 98: nudi senza vergogna, 1994) le sua militanze religiose, i suoi stessi leggendari furori polemici versavano trame paradossali di storie di monaci che s'inebriano di sessualità come via maestra per la palingenesi cosmica e sociale.
E sull'onda di queste leggende ritroviamo negli anni una mistica che difende la legge sull'aborto come strumento di difesa da pratiche abortive clandestine, reagendo allo zelo intollerante e all'astratta morale del sabato.
E resta il suo monito contro le richieste e quasi le pretese di una legislazione civile che avalli una posizione teologica parziale.
In pagine amare, le ultime, ripeteva la domanda: «Perché tante cattoliche e cattolici sono ormai degli ex? E perché, sconfessandoci, i vescovi rendono sterile la nostra evangelizzazione? Perché tagliano l'ultimo ponte da cui tanti potrebbero passare?».
in “la Repubblica” del 19 novembre 2010 Un amore lungo una vita di Raniero La Valle Non so se la Chiesa, nelle sue istituzioni, renderà onore a Adriana Zarri.
Non foss'altro che per il suo lunghissimo amore, che è durato quanto la sua vita.
Un amore esigente e critico, per il quale ella si ostinava a pensare che non necessariamente la Chiesa dovesse essere così come era, che essa potesse avere migliori papi e migliori vescovi, che potesse cambiare, rinnovarsi, per dispensare più largamente parole di vita.
E di una Chiesa capace di rimettersi in questione, di riaprire tutti i canali di comunicazione col mondo, di tornare a narrare in modo nuovo il suo racconto di salvezza, Adriana Zarri era stata testimone durante il Concilio, e al Concilio è poi rimasta sempre fedele.
Anche la scelta eremitica, mai pensata come fuga dal mondo o isolamento aristocratico, la rendeva più forte nella sua libertà di fronte all'istituzione, come è proprio di tutta la tradizione monastica.
E anche nei momenti più critici, la sua fedeltà non è venuta mai meno.
Certo parlava della Chiesa con piglio da teologa, e con quella autorità che poche donne hanno saputo esercitare nella Chiesa, e che in ogni caso ben raramente viene loro riconosciuto.
Ma la sua teologia era meno interessata al «logos» che all'amore, meno alla «verità» che alla misericordia; ed è per questo che pur dal suo eremo, la sua presenza straripava su giornali e televisioni per dire la parola necessaria; e per questo è stata compagna di speranze e di lotte, non violente e pacifiche, di molti di noi.
Perciò oggi di sicuro c'è una Chiesa che le rende onore, che ne raccoglie la lezione, che ne custodisce la memoria, anche al di là della Chiesa visibile; è quella Chiesa che Adriana Zarri rintracciava nell'umanità tutta intera, fatta di santi e di peccatori, di fedeli e di infedeli, di laici e di preti, di poveri e di viandanti, tutti insieme, senza separazione né discriminazione alcuna.
Certo, è un dolore che sia morta nella solitudine, e non solo in forza della sua scelta monastica, ma per amicizie fattesi avare, e per quella disattenzione e miopia che non fa riconoscere i valori, là dove fermentano per tutti.
Ma lei era contenta di vivere, ed anche pronta a morire.
Non so se è stato l'ultimo o uno degli ultimi suoi scritti, quello su Rocca del primo agosto scorso.
Era un «controcorrente» che significativamente era intitolato «Stagioni».
Raccontava le stagioni come le vedeva dalla sua cascina del Canavese, ma anche le stagioni della vita.
E diceva che «l'alternarsi delle stagioni è come i tempi della vita: l'acerbo verde dell'infanzia, la rossa accensione dell'età matura, lo stanco biondo dell'invecchiamento, il bianco fermo della morte.
Ma la morte dà origine alla vita.
È la resurrezione».
E dell'autunno diceva che in esso «si raccolgono i frutti che il caldo agosto ha maturato» e che terminato l'inverno «torna la primavera.
Il sole sarà ancora caldo, il prato sarà ancora verde e noi ancora con tanta voglia di vivere».
Adriana Zarri se ne è andata tra l'autunno della raccolta dei frutti e l'inverno che preannuncia «ancora tanta voglia di vivere».
È questa sua voglia e capacità di vivere che ora vogliamo celebrare, non la definitività della morte a cui lei negava la vittoria.
E non solo celebrare, ma raccogliere come lascito e come monito.
in “il manifesto” del 19 novembre 2010
Andrea Salvatici |19.11.2010
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«I bambini sono come la creta: duttili, capaci di assumere forme diverse, di adeguarsi a ogni circostanza.
Ho letto alcune testimonianze incredibili.
Pare che riuscissero a ridere anche nei treni che li portavano ad Auschwitz, “forse ci portano al mare” pensavano».
Uno di questi bambini, una mattina d'autunno del 1943 (era il 16 ottobre) fu costretto da alcuni uomini con una strana divisa a uscire di casa e scendere in strada.
Quegli strani personaggi urlavano tutti.
Lo fecero salire su dei grandi camion militari.
Con lui, oltre al padre e alle sorelle più grandi, altri 200 bambini: in totale furono 1022 gli ebrei deportati dal ghetto di Roma quella mattina di 67 anni fa.
Di tutti loro, giunti ad Auschwitz il 22 ottobre, ne sarebbero tornati anni dopo a Roma soltanto 17: tra questi una donna e nessun bambino.
Marco nella fretta riuscì a portare con sé una sola cosa dalla sua casa: un piccolo panetto di creta raccolto in classe il giorno prima.
Quel pezzettino di terra morbida da lavorare con le mani sarebbe diventato il suo miglior amico dentro la fabbrica nera dell'omino dalla divisa unta.
Sarebbe diventato Jacob, il bambino di creta.
E' questo il titolo del nuovo libro di Andrea Salvatici, scrittore-poeta-educatore nonché l' autore scelto da Einaudi per pubblicare una favola non semplice.
«Ero a Tel Aviv durante lo Shabbat, in un luogo pieno di bambini festanti ed ebbi come un brivido lungo la schiena.
Cosa succederebbe ora se arrivassero i nazisti? Se mi trovassi a Roma nel 1943? Alcuni giorni prima avevo conosciuto nella comunità dove lavoro a Milano un bambino meraviglioso: ha una malattia grave che gli impedisce di crescere.
Tutte queste cose insieme mi hanno fatto pensare a una favola che raccontasse i pensieri e le fantasie di tutti quei piccoli esseri umani che non sono mai tornati dai campi di concentramento.
Quali saranno stati i loro pensieri? Quanto li avrà aiutati la fantasia in quei momenti tragici?».
Salvatici ha cominciato a scrivere questa storia appena rientrato da Israele, pubblicandola a puntate sul blog "Il posto delle favole" che, da oltre due anni, tiene sul sito del Corriere della Sera.
L'ultima puntata è uscita per il giorno della memoria, il 27 gennaio scorso.
Orietta Fatucci, che dirige la collana "Storie e Rime" dell'Einaudi Ragazzi l'ha letta, ne è rimasta colpita ed ha deciso di pubblicarla in tempi brevissimi (il romanzo è nelle librerie).
Una storia nella storia.
L'Olocausto visto dagli occhi di un bambino si trasforma in un viaggio fantastico fatto diallegorie in cui il male affiora di tanto in tanto in lontananza.
Il piccolo Jacob è accompagnato da una strana accozzaglia di personaggi: una stella guarita da un grillo, una fata cimosa, una talpa studiosa, un orso vegetariano, una balena innamorata di un faro, gamberetti accordatori, alberi da frutta yo yo che distribuiscono fantasia e altri personaggi.
Nascosta nel suo zaninetto, l'arma letale contro il perfido e mediocre generale Exametron, padrone della fabbrica nera che mangia bambini di carne e di creta: la filastrocca del bosco.
Exametron la vuole rubare a tutti i costi perché lo fa tanto arrabbiare e sfugge al suo controllo.
Dice così: «Stecca di vaniglia, anice stellato/ grilli felici su questo prato/ torni il sorriso di zucchero filato/ a tutti i bambini dietro il filo spinato».
Se Jacob riuscirà a liberare o no il suo amico Marco dipende solo dalla scelta emozionale del lettore.
<Non si può pensare a un lieto fine per un episodio che ha prodotto troppo, troppo dolore> afferma Salvatici.
Consola forse immaginare, leggendo tra le righe di questo racconto onirico, che solo la fantasia - magari sotto forma di un piccolo pezzetto di creta - abbia permesso ai troppi bambini che hanno avuto la sorte di Marco di non sopravvivere ma continuare a vivere (e magari anche sorridere) dentro «il campo del filo di ferro» durante quella assurda e tragica follia dell'umanità che è stata l'Olocausto.
Iacopo Gori
Gianfranco Ravasi |01.11.2010
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Avevo ancora le valigie in mano; ero appena rientrato da un viaggio un po' spossante da San José di Costa Rica ove avevo presieduto un importante incontro di vescovi delle due Americhe.
Il telefono della mia casa romana squillava con insistenza e a più riprese.
Erano alcuni giornalisti che volevano almeno una battuta su Alda Merini che era scomparsa poche ore prima in quel 1° novembre 2009.
A distanza di un anno, ora che non ho più neppure il legame delle sue chilometriche telefonate, ma solo l'eco dei suo versi, vorrei anch'io affacciarmi in mezzo al coro di quelli - e sono ancora tanti - che la ricordano e che in questi giorni la commemoreranno.
Lo faccio anche per lanciarle un grazie dalla terra agli spazi infiniti del cielo, non soltanto per l'affetto che mi ha riservato per anni, ma anche per aver voluto accompagnare molti momenti della mia vita con la testimonianza personale della sua poesia.
Inizierei con poche righe della raccolta poetica Clinica dell'abbandono, pubblicata da Einaudi nel 2003, un libro che aveva voluto esplicitamente dedicarmi, sorprendendo non pochi lettori.
«Se tu conoscessi / l'ala dell'Angelo / se tu lasci la madre terra / che ti ha così devastato (...) / ora che vedi Dio / riconosci in te stesso / il fiore della sua lingua».
Sì, io penso che ora Alda possa parlare la lingua di Dio e certamente nell'infinita biblioteca paradisiaca (per usare un'immagine di Isaac Bashevis Singer) sono stati collocati molti dei suoi testi poetici, anche quelli che sono rimasti solo nell'aria.
Infatti, spesso a me - ma anche a molti altri suoi interlocutori - durante i dialoghi diretti o telefonici riservava intere poesie che lei, come accadeva agli antichi rapsodi, affidava solo alla parola detta, lasciando che si cristallizzassero soltanto sulla pagina viva dell'anima di chi l'ascoltava.
Sempre in quella raccolta aveva scritto: «Ogni poeta / laverà nella notte / il suo pensiero / ne farà tante lettere / imprecise / che spedirà all'amato / senza un nome».
Non so quando e come avvenne la nostra conoscenza: certamente fu dal momento in cui la vena mistica, che era da sempre in lei, si irrobustì fino ad assumere una forma nettamente cristologica.
Fu così che nel 2001 mi chiese di scrivere la prefazione del suo Corpo d'amore.
Un incontro con Gesù.
La carnaltà, che in lei era spesso intrecciata all'eros, qui si trasfigurava e diventata la sarx giovannea, la "carne" del Verbo, e la Divinità diveniva Umanità gloriosa e dolente.
Aveva, così, voluto che fossi ancora io ad accompagnare una delle sue opere più alte, quel Poema della Croce (2004), non di rado approdato nelle chiese o in spazi religiosi come una moderna rappresentazione sacra.
La poetessa poneva il suo Cristo al centro dello spazio e del tempo in una epifania tragica eppur luminosa.
Attorno allo sperone roccioso del Calvario s'addensava non solo l'odio del mondo, ma si delineava anche «il teatro della derisione», cioè la brutale stupidità e la volgarità dell'umanità che la Merini tanto detestava.
Eppure su quell'asse della derisione e della crudeltà si inaugurava il giudizio definitivo sul male e si apriva il cielo della redenzione.
La croce, ove si raggrumava il dolore di Dio, diventava segno d'amore: «Dio ha espresso il suo amore per l'uomo col pianto».
Cristo è «la lacrima di Dio», una lacrima che «coprì tutta la carne del Figlio».
La colpa e la grazia, l'inferno e la gloria, la tenebra e la luce sono stati i poli della ricerca spirituale di Alda, una ricerca attraversata non di rado dai fulmini della follia che lei non temeva di rappresentare, consapevole - come era accaduto nella grande tradizione mistica e letteraria (si pensi solo all'Idiota di Dostoevskij) – che esiste una possibilità di conoscenza metarazionale che non è sempre e necessariamente irrazionale.
È per questo che nel 2007 aveva voluto che io preparassi un'altra introduzione per il poema consacrato al santo «folle» Francesco d'Assisi, «il liuto di Dio».
Libero e nudo, egli entra agli occhi degli uomini «logici» e calcolatori in quella pazzia che è suprema saggezza, «folle come te, Signore, folle d'amore».
Alda Merini non mi aveva mai perdonato di avere lasciato Milano, la comune città, per Roma (l'inedito che ora pubblichiamo mi fu indirizzato proprio in quell'occasione).
Le sue sterminate telefonate avevano negli ultimi tempi avevano sempre questa stuimmata sanguinante d'amarezza.
Quando l'avevo visitata anni fa per la prima volta nella sua cas ai Navigli, aveva voluto rivestire il terribile abbandono e la povertà con una valanga di fiori, secondo quella generosità che la spogliava perfino del necessario pur di donare qualcosa ad un altro.
Aveva persino convocato un violinista che l'accompagnasse al pianoforte che lei sapeva suonare, mentre il cantore delle sue poesie, Giovanni Nuti, mi avrebbe offerto alcuni versi musicati.
Anche prima che io partissi per quel viaggio in America, chiamandola all'ospedale milanese ove era ricoverata mi aveva strappato la promessa che l'avrei visitata a Natale, quando sarei ritornato lassù, anche perché - mi diceva - «non riuscirò a venire a Roma nella Cappella Sistina per l'incontro del Papa con gli artisti del 21 novembre» del 2009, incontro a cui l'avevo invitata e per il quale aveva già pensato all'abito da indossare.
Ci ritroveremo, invece, su altre strade.
Per me sarà la via della memoria spirituale e del ricordo a Dio, ma anche quella dei molti doni che mi aveva destinato, come il crocifisso di un artista noto che aveva voluto darmi alla vigilia della mia ordinazione episcopale e che ora è nella mia casa romana.
Nata nel primo giorno di primavera, Alda Merini è morta nella solennità di Tutti i Santi.
Vorrei, allora, idealmente ringraziarla e ricordarla applicando a lei quei versi finali d'una poesia inedita che mi aveva inviato proprio nel giorno - più di tre anni fa - del funerale di mio padre: «Non scongiurare la morte / di lasciarlo qui sulla Terra: / ha già sentito il profumo di Dio, / lascialo andare nei suoi giardini».
Alla soglia della sua partenza per Roma ove Benedetto XVI lo avrebbe consacrato arcivescovo e nominato Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, Alda Merini aveva indirizzato a monsignor Ravasi questi versi finora inediti.
Chi mi renderà il mio peccato nascosto che sta nelle tue mani: ho amato il tuo grande sapere, oh guida della canzone dall'inferno dei miei peccati guardavo a te che salivi il calvario di una notorietà senza pace.
Non vogliamo perderti Milano non ti dimenticherà mai ma così come i grandi figli vanno a morire lontano sappi che la tua gloria è qui nel nostro quotidiano, morire insieme al desiderio di riaverti.
 
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11-13 luglio Brescia

 

CONVEGNO DI AGGIORNAMENTO E SEMINARIO DI STUDIO IRC 2017

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