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R. Lemieux |25.11.2011
chiesa

Il cristianesimo al quale la maggioranza dei nostri contemporanei rimane legata, almeno nell’Occidente secolarizzato, è ormai un cristianesimo senza Dio e senza Chiesa. Davanti a tale considerazione, per quanti si sentono coinvolti in un’esperienza credente espressa anche in forma ecclesiale diventa urgente la domanda sulla finalità e la ragion d’essere della Chiesa oggi. «Se il cristianesimo è stato un fattore storico di civilizzazione, la sua pertinenza è caduca quando questa civilizzazione si trasforma, come sta avvenendo nel mondo contemporaneo?», si chiede Raymond Lemieux. Si tratta di verificare se l’esperienza cristiana sia fatta per garantire processi di civilizzazione o per partecipare all’umanizzazione del mondo. Una tappa previa importante sarà costituita dal ripensare il trittico «Chiesa-Regno-mondo». È sul versante di questa impresa che Denis Müller – procedendo da una prospettiva protestante, ma distanziandosi sia dal giuridicismo cattolico sia dall’evenemenzialismo protestante – ripercorre il formarsi dell’ecclesiologia contemporanea, restituendo un’articolazione teologica ecumenica della secondarietà e della necessità della Chiesa in rapporto al regno di Dio con un decentramento cristologico ed escatologico.


 


Regno-att. n.18, 2011, p.628


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 Documenti»Chiesa    
editore |15.11.2011
folla

Il Card. Bagnasco all'Università S. Croce














“Mantiene vivo nel mondo il senso della verità”; “svolge una funzione pedagogica rispetto alla coscienza”; “salvaguarda il carattere trascendente della persona umana”; “è araldo di quell’umanesimo personalista e relazionale di cui gode l’Europa e l’Occidente intero”: questi i quattro contributi che la Chiesa offre alla società e all’ordine politico in ordine al perseguimento del bene comune. Lo ha sottolineato il Presidente della Cei, card. Angelo Bagnasco, sabato 12 novembre intervenendo presso la Pontificia Università della Santa Croce, all’Atto accademico in occasione del 25º anniversario dell’Istituto superiore di scienze religiose all’Apollinare. Tema della prolusione del cardinale, “Magistero ecclesiastico e ordine politico: libertà e responsabilità dei fedeli laici nella vita pubblica”.
“La società complessa che viviamo e l’incrocio di culture, visioni etiche e antropologiche differenti e a volte opposte – ha detto – sfida l’impegno dei cristiani nella presenza nel mondo; impegno che, nei secoli, si è concretizzato in modo significativo anche nella partecipazione leale e attiva alla politica ricordando da una parte che essi ‘partecipano alla vita pubblica come cittadini’, e dall’altra che è loro preciso dovere animare cristianamente l’ordine temporale, rispettandone la natura e la legittima autonomia che è sempre in relazione a Dio creatore”. Di fronte al tentativo nel mondo occidentale di privatizzare la fede, il card. Bagnasco chiarisce: “Il credente non può mettere mai tra parentesi la sua fede, perché sarebbe mettere tra parentesi se stesso, vivere separato da sé. Proprio perché la fede è totalizzante, vale a dire salva tutto l’uomo – e l’uomo è un essere sociale aperto alle relazioni – la fede non può non ispirare ogni ambito e azione, privato o pubblico che sia. Chiedere o pretendere che i cristiani, che hanno responsabilità pubbliche, sospendano la loro coscienza cristiana quando esercitano i loro doveri, è non solo impossibile ma anche ingiusto”.


















file attached Apollinare 12.11.2011.doc

editore |28.10.2011
assisi1

 


 


Ratzinger ad Assisi venticinque anni dopo sulle orme di Wojtyla


 


Venticinque anni dopo il raduno interreligioso per la pace convocato nel 1986 ad Assisi da Giovanni Paolo II, oggi il suo successore ripete quel gesto. Benedetto XVI, insieme a circa 300 esponenti delle diverse tradizioni religiose, dai  buddisti agli induisti, dai musulmani agli scintoisti giapponesi, salirà alle otto di questa mattina sul treno, un convoglio  speciale che partirà dalla stazione del Vaticano, per raggiungere la città di San Francesco. La riedizione ratzingeriana  dei meeting interreligiosi di Papa Wojtyla ha come titolo: «Giornata di riflessione, dialogo e preghiera per la pace e la giustizia nel mondo» e presenta più di una novità. Quella più significativa è la presenza di alcuni atei, che hanno  accettato l’invito del Pontefice.
Quando lo scorso gennaio, a sorpresa, Benedetto XVI annunciò di voler celebrare l’anniversario del primo raduno  wojtyliano, non mancarono le critiche, anche dentro la Chiesa. Non s’inalberarono soltanto i tradizionalisti seguaci di  Lefebvre, che considerano questo tipo di incontri un’umiliazione per la Chiesa cattolica. Anche tra i «ratzingeriani» ci  fu chi fece notare al Papa che sarebbe uscito dai binari del suo stesso pontificato, temendo interpretazioni  sincretistiche, con le religioni che finiscono per equivalersi.
Ad Assisi 1986 erano in primo piano la preghiera e i rappresentanti delle varie religioni vennero ospitati per celebrare  i loro differenti culti in chiese cattoliche. Vi furono sbavature dovute all’organizzazione non impeccabile, che  impensierirono Joseph Ratzinger, allora Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede e assente all’incontro.  L’ultimo raduno interreligioso del pontificato di Giovanni Paolo II si tenne sempre ad Assisi nel gennaio 2002, subito  dopo l’attentato alle Torri Gemelle e allora il cardinale Ratzinger, invitato personalmente dal Pontefice, salì sul treno con i leader delle varie religioni. Al suo ritorno spiegò sul mensile «30Giorni» il significato di quel gesto: «Non si è  trattato di un’autorappresentazione di religioni che sarebbero intercambiabili tra di loro. Non si è trattato di affermare  una uguaglianza delle religioni, che non esiste. Assisi è stata piuttosto l’espressione di un cammino, di una ricerca, del  pellegrinaggio per la pace che è tale solo se unita alla giustizia».
L’aspetto del pellegrinaggio comune, più che quello della preghiera, sarà enfatizzato nella giornata di oggi, proprio per  evitare interpretazioni sincretistiche. I musulmani presenti saranno 48, più che nelle precedenti edizioni malgrado  l’assenza dei rappresentanti dell’università di AlAzhar del Cairo, il principale centro intellettuale dell’islam sunnita, che  o scorso gennaio ha interrotto i contatti con il Vaticano dopo che il Papa aveva invocato un intervento della  comunità internazionale per proteggere i cristiani in Egitto. Assente - giustificato - il Dalai Lama. Mentre ci saranno il  patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I e una delegazione del patriarcato di Mosca.
La novità più importante e sorprendente è la presenza di alcuni non credenti. Una di loro, Julia Kristeva, interverrà  davanti al Papa e agli altri leader religiosi affermando: «Per la prima volta, l’homo sapiens è in grado di distruggere la  terra e se stesso in nome delle proprie credenze, religioni e ideologie». Mentre tra gli impegni sottoscritti nell’incontro  conclusivo, c’è quello che sarà letto dal vescovo luterano di Terra Santa Mounib Younan: «Noi ci impegniamo a  proclamare la nostra ferma convinzione che la violenza e il terrorismo contrastano con l’autentico spirito religioso e,  nel condannare ogni ricorso alla violenza e alla guerra in nome di Dio o della religione, ci impegniamo a fare quanto è  possibile per sradicare le cause del terrorismo».


di Andrea Tornielli
in “La Stampa” del 27 ottobre 2011


 


 


Religioni, il dialogo passa dal bene
di Enzo Bianchi
in “La Stampa” del 26 ottobre 2011


Nella giornata di riflessione, dialogo e preghiera per la pace e la giustizia nel mondo indetta da papa Benedetto XVI si  possono scorgere, accanto a una sostanziale continuità con l’iniziativa di Giovanni Paolo II nel 1986, qualche accento  di novità. A questa giornata, infatti, sono convocate anche personalità del mondo della cultura che non si professano  religiose; inoltre, l’incontro è intitolato «Pellegrini della verità, pellegrini della pace», mettendo così in rilievo come la  ricerca della verità sia essenziale perché vi possa essere una ricerca della pace.
Quanti presumono di conoscere Benedetto XVI e lo additano sovente come «correttore» dei suoi predecessori hanno  gridato al tradimento e alcuni di loro si sono persino rivolti a lui con lettere che lo invitavano a cancellare questa  iniziativa. I tradizionalisti scismatici esprimono la loro condanna, e lo stesso fanno anche alcuni cattolici che temono  l’evento perché lo giudicano un incoraggiamento al sincretismo o al relativismo, secondo il quale tutte le religioni si  equivalgono. Così ancora una volta nella nostra Chiesa, sempre più divisa e conflittuale, si profilano accuse e  contrapposizioni che segnano con la diffidenza ogni iniziativa e la rendono occasione per una negazione di chi, lungi dall’avere un’altra fede, semplicemente appare con diversità di stile, di toni, di atteggiamenti pastorali, di modi di porsi  ella storia e in mezzo agli uomini.


Al di là delle reazioni anche scomposte, la volontà di Benedetto XVI di fare proprio lo spirito di Assisi conferma il  cammino di dialogo voluto dal Vaticano II e mostra come la Chiesa cattolica abbia la consapevolezza di una missione  veramente universale: una missione, cioè, che riguarda tutti nel rispetto del cammino e delle vie religiose di ciascuno,  nella convinzione che tutti gli uomini sono fratelli perché figli di un unico Padre e Creatore e che a nessuno di loro  potrà mai essere estraneo il mistero pasquale di Gesù. Va anche detto che molti timori riposano su un fondamentale malinteso: si presume che il dialogo richieda di mettere da parte la propria fede e dimenticare la verità. In realtà, il  dialogo implica un’autentica reciprocità, chiede di ascoltare l’altro e la sua fede con rispetto ma, nello stesso tempo, di  parlare con parresía della propria fede. Il dialogo interreligioso esige che ciascuno dei due partner conosca la propria  tradizione e le resti fedele, che sia un testimone della propria fede senza la pretesa di imporla all’altro. Il dialogo, se ben  compreso, fa addirittura parte dell’evangelizzazione, perché è solo dialogando in modo autentico che si assume lo  stile di Gesù, lo stile del Vangelo, quello dei discepoli inviati tra le genti.
Il cammino del dialogo è un percorso coerente con la grande tradizione della Chiesa. Fin dai primi secoli i padri della  Chiesa, interrogandosi sulle diverse tradizioni religiose in mezzo alle quali i cristiani erano una realtà nuova e  minoritaria, discernevano i semina Verbi, cioè la presenza di «semi della parola di Dio», di tracce dello Spirito Santo,  di raggi di verità. In tutte le realtà, in tutta la storia ha sempre operato la parola di Dio e insieme a essa, mai da essa  dissociato, lo Spirito di Dio; con l'incarnazione, poi, è Dio stesso che si è fatto uomo, carne, e ha abitato in mezzo a noi.  La Parola ha sparso i suoi semi di vita nelle culture di tutte le genti, semi che inizialmente sono nascosti ma che poi si  sviluppano e appaiono nella storia, nelle diverse culture. Detto altrimenti, Cristo è la verità unica, ma raggi della sua  luce si trovano in ogni essere umano, creato da Dio a sua immagine e somiglianza. Verità, queste, mai smentite, che  hanno condotto Paolo VI a constatare che «le religioni ... hanno insegnato a pregare a intere generazioni», mentre  Giovanni Paolo II attestava: «Noi possiamo ritenere che ogni preghiera autentica è suscitata dallo Spirito Santo che è misteriosamente presente nel cuore di tutti gli uomini».
Ma a quali condizioni è possibile convocare credenti di diversa fede e religione a pregare per la pace? Quando fu  organizzato l’incontro del 1986, in risposta alle diverse contestazioni sollevate nei confronti dell’iniziativa papale si  affermò con insistenza che il pellegrinaggio ad Assisi non era voluto per «pregare insieme», ma per «stare insieme per  pregare». In tal modo si è ribadita l’impossibilità di una preghiera comune, perché questa è possibile solo tra cristiani  di diverse confessioni, che riconoscono il Dio trinitario e confessano come unico salvatore Gesù Cristo. I cristiani non  possono fare proprie le formulazioni di preghiera di altre religioni e, reciprocamente, gli altri non vorrebbero certo  adottare le preghiere cristiane. La preghiera, eloquenza della propria fede, ci chiede di pregare insieme come cristiani  che confessano la fede espressa nel Credo apostolico; ci chiede anche di pregare insieme tra ebrei e cristiani (almeno  attraverso i salmi), figli gemelli dell’Antico Testamento che confessano lo stesso Dio e attendono da lui la piena  redenzione.
Ci è però impedito di fare una preghiera comune e pubblica con credenti di altre religioni: l’unica cosa che è sempre  possibile condividere con tutti è un silenzio adorante vissuto gli uni accanto agli altri, nella certezza che Dio vede,  unisce, accoglie ciò che sale dal cuore umano come desiderio di bene e di salvezza. Dio conosce chi cerca il suo volto:  lui certo vede e crea una comunione che noi non possiamo né misurare né riconoscere. Tuttavia, come ricordava  Giovanni Paolo II nel discorso alla curia romana nel 1986, coscienza e fede ci dicono che «c'è un solo disegno divino  per ogni essere umano che viene a questo mondo, un unico principio e fine», perché «le differenze sono un elemento  meno importante rispetto all’unità che invece è radicale, basilare e determinante».
Noi cristiani crediamo che Gesù Cristo è l’unico salvatore, l’unico mediatore e l’unico Signore degli uomini, ed è  proprio questa fede in lui che ci spinge verso gli uomini del mondo, delle diverse culture e religioni, con grande  simpatia, con il desiderio di ascoltare ciò che brucia nel loro cuore, con il desiderio anche di imparare da loro, nel  dialogo e nel confronto schietto, libero, capace di reciproca accoglienza. Non siamo degli ingenui ottimisti ma, anzi, è  con fatica che cerchiamo di assumere i sentimenti, gli atteggiamenti e i pensieri di Gesù, lui che ha voluto incontrare  tutti: sani e malati, giusti e peccatori, ricchi e poveri, ebrei e appartenenti alle genti, persone con la fede in Dio o che non conoscevano Dio. Gesù non ha mai giudicato né condannato nessuno, si è addirittura seduto alla tavola degli  impuri, dei peccatori e dei maledetti: e come potremmo noi, suoi discepoli, rifiutarci di accogliere qualcuno dei nostri  fratelli e sorelle in umanità?


Sì, noi uomini e donne siamo tutti ciechi in cerca di essere guariti, zoppi che faticano ad andare avanti, balbuzienti nel  parlare a Dio, spesso sordi nell’ascoltarlo. Siamo pellegrini in cerca della verità, della giustizia e della pace: tutti  invochiamo e attendiamo la salvezza, quella «salvezza [che] non sta nelle religioni in quanto tali, ma è collegata con  esse, nella misura in cui portano l’uomo al Bene unico, alla ricerca di Dio, alla verità e all'amore».
Il testo è la lectio magistralis che Enzo Bianchi terrà oggi ad Assisi alla vigilia della preghiera per la pace con il Papa.


 


 


“Io, ateo, invitato dal Papa”
intervista a Andrés Beltramo Alvarez, a cura di La Stampa
in “La Stampa” del 27 ottobre 2011


Senza gli «atei» mancherebbe qualcosa nell’incontro ad Assisi. Parola del filosofo messicano Guillermo Hurtado, 48  anni, il membro più giovane della delegazione dei quattro non credenti che partecipa alla Preghiera per la Pace. Con lui  i saranno Julia Kristeva, filosofa e psicoanalista francese; Remo Bodei, storico dell’Università di Pisa; e Walter  Baier, economista austriaco membro del partito comunista. La riunione voluta dal Papa, per Hurtado, non è più  «interreligiosa», perché per la prima volta coinvolge tutta l'umanità.


Cosa ci fa un agnostico in questo pellegrinaggio?
«Accompagna i credenti nella ricerca della verità e della pace, come ha detto Benedetto XVI. Si tratta di una ricerca  condivisa dall'umanità, nella quale un agnostico, e anche un ateo, possono partecipare con fiducia e convinzione piena».


Questa sarà la prima volta per i «non credenti» negli incontri di Assisi. Come interpreta la novità?
«Come parte di una vocazione universale della Chiesa cattolica, perché un incontro di soli credenti, che lascia fuori  quelli che non lo sono, non sarebbe un riflesso delle aspirazioni comuni dell'umanità. Dobbiamo promuovere il dialogo  tra credenti e non credenti in questo momento della storia, nel quale siamo sommersi in una crisi molto grande, per  trovare soluzioni comuni ai problemi comuni».


Ci sono molti tipi di «non credenti»: agnostici, atei e ostili. C’è posto per tutti ad Assisi?
«È un ventaglio, che va dagli atei belligeranti giacobini (che pretendono di cancellare la religione), fino agli agnostici  aperti alle manifestazioni della religiosità che cercano risposte spirituali. Non è possibile mettere tutti i non credenti  nella stessa categoria. Quello del Papa non può essere preso come un invito per tutti: lo considero come un invito  individuale, per stabilire un dialogo con alcuni non credenti».


 


 


L’anglicano Williams: silenzio e povertà, in ascolto di Francesco
di Rowan Williams, arcivescovo di Canterbury
in “Avvenire” del 27 ottobre 2011


Per san Francesco d’Assisi, il presupposto di ogni dialogo era la povertà. Intendo riferirmi a tutto il ministero di  Francesco. Non si può parlare di dialogo senza includere l’ascolto reciproco, e non si può prestare ascolto senza  ammettere una qualche forma di povertà interiore, come la povertà del silenzio, che ci serve per ascoltare le parole  dell’altro, e la povertà di riconoscere che l’altro può donarci qualcosa di cui abbiamo bisogno. Povertà di spirito vuol  dire rimanere in silenzio affinché l’altro – che si tratti dell’ambiente fisico, del mondo animale, del credente di fede  diversa o del non credente – possa essere ascoltato con sincerità. Non è certo il silenzio del dubbio o del relativismo.
È povertà fondata nella ferma convinzione dell’assoluta realtà di Dio rivelata dal Cristo incarnato e, come dimostra la  vita stessa di Francesco, nelle piaghe di Gesù crocifisso. È fondata nel convincimento che l’amore per Dio è saldo e  forte abbastanza da superare l’opposizione più intensa e ostinata, che il silenzio dell’amore sollecito fa emergere la  verità, e che della verità non si deve aver paura. Negli incontri di Assisi dovremo ascoltare Francesco e chiedergli di  pregare per noi. Nel nostro dialogo dobbiamo trovare il coraggio di stare in silenzio insieme: non già perché non abbiamo niente da dire o nessuna verità da condividere, ma in quanto consapevoli, e grati, che Cristo ci ha assicurato  un posto nella sua vita e preparato per noi incontri in cui lo ritroveremo e riconosceremo in persone e situazioni  diverse. Dobbiamo trovare il modo di parlarci e ascoltarci l’un l’altro in maniera tale da lasciar emergere il logos,  quell’energia e interazione che sta alla base di tutto il creato e che sorregge egualmente la giustizia e la contemplazione.


 


 


Al passo di due Papi
intervista a Roger Etchegaray a cura di Angelo Scelzo
in “Avvenire” del 27 ottobre 2011


Di Assisi continua a dire che «è la più bella arca di pace che ci sia». Ma 25 anni dopo quell’evento che passò – e così a  fondo – per le sue mani, il cardinale Roger Etchegaray tiene a dire anche qualcosa di sé, naturalmente a modo suo:  «Non mi sento un combattente un po’ in disarmo di quel primo Assisi. Esiste sempre qualche buona battaglia da  combattere, e quella che Papa Benedetto ci indica, con il ritorno nella città del Poverello, non è solo importante ma  aiuta a guardare avanti, ai tempi forti che sono già in atto, e che ancor più si profilano per la Chiesa e il mondo. Penso ai 50 anni dall’apertura del Concilio Vaticano II, al Sinodo dei vescovi sulla nuova evangelizzazione».
Forse bisognerà parlare anche di uno 'spirito Etchegaray' visto che, quanto più gli anni avanzano, tanto più sembra  dilatarsi lo sguardo al futuro del cardinale delle 'missioni impossibili', riconosciuto tessitore di pace 'armato' della forza  dei mezzi poveri: la capacità di dialogo, il rispetto per l’altro, la chiarezza delle proprie ragioni. Sulle lunghe fasi della  preparazione – oltre dieci mesi di incontri, contatti, passi avanti e battute d’arresto – la preoccupazione è di spostare il tiro da un protagonismo personale: «Di allora mi viene in mente soprattutto l’inusuale consuetudine di rapporti con il  Santo Padre: per me è stata un’esperienza di personale evangelizzazione. E Assisi fu tutta sua, un’intuizione alla  Wojtyla, testa e cuore: la pace come orizzonte ma anche fatica comune delle religioni. Aveva già tutto in mente, a  partire dalle obiezioni, che gli si manifestarono subito, alla lettura della proposta – che pure prese in una certa  considerazione – di un 'Concilio mondiale della pace' avanzata dal fisico tedesco Carl Friedrich von Weizsaecker,  fratello dell’allora presidente tedesco. Le accuse di sincretismo non tardarono a manifestarsi, e bisogna dire che  Giovanni Paolo II fece di tutto per sgombrare il terreno da equivoci. Ma è vero che si manifestarono anche perplessità di una certa parte del mondo cattolico, che si trovò di fronte a un cambio di passo che non si aspettava».


È per questo allora che nel venticinquennale si parla di una 'nuova Assisi' riveduta e corretta?
«Non direi. Nella sostanza non esiste niente di mutato. Un accento diverso si può trovare nel valore che Papa  Benedetto assegna al dialogo intra-ecclesiale, che riguarda le singole religioni in rapporto a se stesse. Mi sembra un  punto fondamentale nella visione del Santo Padre. Ciò spiega il momento della preghiera riservata a ciascuna  delegazione, e la particolare importanza attribuita al pellegrinaggio, una strada comune lungo la quale il Papa chiede  anche l’apporto degli atei, di coloro che sono in ricerca e che, non di rado, avvertono più di tutti la vicinanza di Dio.  Ecco un tratto, già largamente presente in tutto il pontificato, che identifica come 'tutto di Benedetto' questo ritorno ad Assisi. L’incontro di 25 anni fa, in ogni sua fase, pose in evidenza le differenze e le convergenze tra l’ecumenismo e il  dialogo interreligioso, e contribuì a far compiere un salto in avanti senza precedenti verso le religioni non cristiane,  considerate fino ad allora come di un altro pianeta, nonostante Paolo VI con la Ecclesiam suam e il Concilio con la  Nostra aetate ».


Si può trarre ancora qualcosa di nuovo da Assisi 1986?
«Nessun grande evento finisce una volta per sempre. Non possiamo mettere il punto alla storia, e tantomeno a una  storia come quella di Assisi che, peraltro, si è sviluppata per capitoli successivi con la convocazione della Giornata di  preghiera per l’Europa nel gennaio del 1993 durante il conflitto nei Balcani, e il ritorno nel 2002. Quando la pace cerca  un approdo la bussola è sempre orientata in direzione del monte Subasio. Assisi non è solo l’altro nome della pace, la  sua novità è sempre in atto».


Da quei giorni del 1986 la traduzione ricorrente è quella dello 'spirito di Assisi', che per qualcuno equivale a una formula di successo, o poco più...
«Si è cominciato da allora a parlare e a prendere coscienza in maniera sempre più consapevole della 'famiglia umana' e  delle responsabilità che a essa spettano, prima fra tutte la pace. Si potrebbe parlare anche in questo caso di una  semplice formula. Ma il problema è la sostanza.
E se si ritorna ad Assisi, a distanza di 25 anni non è certo per fare semplice memoria di un evento passato. Non è questo  l tempo per rivisitazioni più o meno celebrative. Anzi, credo sia giusto dare merito a chi nel corso di questo  non breve arco di tempo ha fatto in modo che lo 'spirito di Assisi' continuasse a soffiare in ogni parte del mondo. Penso,  in particolare, alle Giornate della Pace della Comunità di Sant’Egidio, l’ultima delle quali svolta in coincidenza  con l’anniversario di Assisi a Monaco, nella città dell’episcopato di Papa Benedetto»,


Qual è allora il senso di questo nuovo incontro a distanza di un quarto di secolo?
«Ecco, l’ha detto: un quarto di secolo. Contare gli anni toglie spessore e, in un certo senso, mette in ombra il dato  fondamentale: più che Assisi, è cambiato il mondo. E anche la Chiesa vive una sua stagione diversa e tutta nuova,  guidata dalla sapienza di un uomo di Dio che s’è dato e ha affidato a tutti noi il compito essenziale di annunciare  l’Essenziale: il Dio che salva, ma che pure lascia a noi la libertà di impastare la storia con le nostre mani. Venticinque  anni fa il mondo era ancora diviso in blocchi: il muro spezzava Berlino e non solo; di globalizzazione non parlava  ancora nessuno e Internet con le nuove tecnologie informatiche muoveva appena i primi passi. Anche la pace si divideva in campi ben delineati, e non ancora attraversati con l’irruenza che è venuta poi, da quelle nuove forme di  sfruttamento e di ingiustizia ramificate, come erba cattiva, accanto a modelli di sviluppo avvelenati alla radice. Sono  riapparsi ai nostri occhi scenari che pensavamo appartenessero solo ai fantasmi del passato: traffico di esseri umani,  esodi e deportazioni; povertà declinate in tutte le peggiori forme di privazioni. Non solo pane si è arrivati a invocare,  ma le più elementari forme di diritti, a cominciare dalla libertà. È spuntata così, con tutti i rischi ancora in atto, la  'primavera araba'. Assisi di oggi e la Chiesa che vi si reca in pellegrinaggio si trovano a confrontarsi anche con tutte le  più drammatiche appendici di guerre e conflitti, che, peraltro, continuano a imperversare. E non occorre certo  ricordare che il nuovo millennio si è aperto con lo sfregio delle Torri Gemelle, un attentato così barbaro da macchiare  di violenza il tempo nuovo che nasceva: il secondo millennio della nascita di Cristo, che la Chiesa ha celebrato,  accompagnata alla soglia e per un breve tratto oltre il varco dalla santità e dalla sapienza di un grande Papa, il beato  Giovanni Paolo II. Nel grande pellegrinaggio attraverso la storia, Assisi è solo un piccolo tratto. Ma su questa strada la  prima verità è che non esistono passi perduti. Il punto centrale del ritorno ad Assisi mi sembra, in sostanza, proprio  questo: la ricerca della verità è di per sé una strada che porta lontano. La prima sosta utile può essere all’angolo del  bene comune. È forse arrivato il tempo di piazzarvi una tenda».


 


 


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Wojtyla insisteva sull'unità della famiglia umana nel segno del Concilio. Ratzinger ha confermato, senza scorciatoie. "Resta sullo sfondo - ... - il valore dell'approfondimento della ricerca teologica, dopo lo spiazzamento introdotto dalla pratica del dialogo con le grandi religioni, specie in relazione alla singolarità del Cristo in ordine alla salvezza, tra soluzioni di «esclusivismo», «pluralismo», «inclusivismo». Una ricerca che ha grandi responsabilità."


L'Inquisizione indagò sulle visioni di Teresa prima che la Chiesa non vedesse l'utilità di conciliare ascetismo e soprannaturale. Nei suoi testi la santa descrive la decomposizione della sua identità nel transfert con l'Essere Completamente Altro, Dio


Il Papa ha inviato anche gli «agnostici» al pellegrinaggio per la "Giornata di dialogo e preghiera per la pace e per la giustizia". Preghiera «individuale» per i leader religiosi e riflessione comune sulla pace. «Mai più violenza, mai più guerra, mai più terrorismo! In nome di Dio ogni religione porti sulla terra giustizia e pace, perdono e vita, amore».


"Nel discorso fatto nella Basilica di Santa Maria degli Angeli, davanti alla Porziuncola dove trovò rifugio San Francesco, dinanzi a ortodossi ed ebrei, musulmani e buddisti, indù, jainisti, sikh, zoroastriani, bahai, confuciani, taoisti, scintoisti, il Papa non ha mancato di recitare un mea culpa. «Come cristiano, vorrei dire a questo punto: sì, nella storia anche in nome della fede cristiana si è fatto ricorso alla violenza. Lo riconosciamo, pieni di vergogna»"


"Il Papa unisce le religioni su ciò che più le accomuna, lo sforzo per la pace e la giustizia, lasciando in secondo piano il terreno scivoloso della preghiera in comune. «Restiamo uniti contro la guerra e l'ingiustizia - ha detto -. Mai più violenza, mai più guerra, mai più terrorismo. In nome di Dio ogni religione porti sulla Terra giustizia e pace, perdono e vita, amore»"


"Papa Ratzinger ieri ad Assisi ha ritenuto di rivolgersi anche a quelle «persone alle quali non è stato dato il dono del poter credere e che tuttavia cercano la verità, sono alla ricerca di Dio». Queste persone pongono domande sia «agli atei combattivi» che «pretendono di sapere che non c'è un Dio», e li invitano «a diventare, invece che polemici, persone in ricerca, che non perdono la speranza che la verità esista». Ma soprattutto... agli aderenti alle religioni, «perché non considerino Dio come una proprietà che appartiene a loro così da sentirsi autorizzati alla violenza nei confronti degli altri»"


"«Mai più violenza! Mai più guerra! Mai più terrorismo!». L'impegno comune e l'esortazione finale, scandita dal Papa al crepuscolo nella piazza accanto alla Basilica, richiama il senso della «giornata di riflessione, dialogo e preghiera per la pace e la giustizia nel mondo»"


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27 ottobre 2011




"L'invocazione di questo Papa (Giovanni Paolo II: "Non abbiate paura") ci incita anche a non temere la cultura europea, ma al contrario ad osare l'umanesimo: costruendo complicità tra l'umanesimo cristiano e quello che, scaturito dal Rinascimento e dai Lumi, ambisce a rischiarare le vie rischiose della libertà" "L'incontro delle nostre diversità, qui ad Assisi, testimonia che l'ipotesi della distruzione non è la sola possibile. ..L'era del sospetto non basta più. Di fronte alle crisi e alle minacce sempre più gravi, è venuta l'era della scommessa. Dobbiamo avere il coraggio di scommettere sul rinnovamento continuo delle capacità degli uomini e delle donne di credere e di sapere insieme."


""Il rischio è l'abitudine di sopraffare l'altro, con la guerra ma anche con leggi inique o con la finanza globale": don Renato Sacco, rappresentante di Pax Christi, parla con la MISNA poche ore prima dell'inizio della Giornata di riflessione, dialogo e preghiera per la pace e la giustizia nel mondo...."


Ieri il Cortile dei gentili ha fatto tappa sulla via di Assisi. Ravasi: «Da sempre i cristiani dialogano». Hurtado: «Bisogna che credenti e non credenti vadano oltre l'apertura per passare all'avventura. Che consiste nell'osare di attraversare il corridoio che intercorre tra la fede e il vuoto».


Incontro ieri all'università di Roma III, per il "Cortile dei Gentili". "il tema è ancora il dialogo, oggi nel mondo globale. Tra credenti e non credenti. Quali terreni comuni, quali valori e emozioni da scambiare e «decidere assieme»" " Quanto ai credenti - suggerisce Bodei - devono negoziare, perché i cosiddetti valori non negoziabili sono pur sempre un terreno comune, da gestire e definire. Di volta in volta, come fossimo tutti in viaggio..."


"l'incontro di Assisi indica anche un metodo: quello del dialogo. Dialogo è una parola facile ma una pratica difficile. Perché sia autentico servono una cultura e un linguaggio appropriati, disponibilità ad abbattere muri e divisioni anche feroci, e soprattutto tanta umiltà, mitezza, disponibilità all'ascolto e alla comprensione. A questo dobbiamo educarci tutti, politica inclusa."


«Vogliamo pregare il Signore - ha aggiunto Benedetto XVI - che ci renda strumenti della sua pace in un mondo ancora lacerato da odio, da divisioni, da egoismi, da guerre, vogliamo chiedergli che l'incontro ad Assisi favorisca il dialogo tra persone di diversa appartenenza religiosa e porti un raggio di luce capace di illuminare la mente e il cuore di tutti gli uomini, perché il rancore ceda il posto al perdono, la divisione alla riconciliazione, l'odio all'amore, la violenza alla mitezza, e nel mondo regni la pace»


"Penso che siano necessarie certe condizioni perché il dialogo interreligioso sia fecondo... che sia condotto tra persone molto radicate nella propria religione e che non cercano di occultare le caratteristiche della loro fede al solo scopo di avvicinarsi all'altro... [che si sviluppino] capacità di ascolto senza mettere sempre in primo piano le proprie convinzioni... che ci si sforzi di conoscere un minimo di dati sulla religione degli altri. Il che ci obbliga... a conoscere meglio la nostra fede, a conoscere meglio noi stessi"


Oggi all'Università di Bologna un seminario su «Religione e sviluppo» "Le religioni del mondo condividono una profonda preoccupazione per la carità, la compassione e la giustizia - anche se ciascuna dà a questi concetti fondamentali una sfumatura leggermente diversa... In ognuna di esse alla povertà è attribuito un significato sia come soggetto o oggetto di spiritualità. Sarebbe sorprendente se lo sviluppo volto all'eliminazione della povertà e all'espansione delle capacità umane non traesse forza da un incontro ravvicinato con le religioni del mondo"


"«Dobbiamo promuovere il dialogo tra credenti e non credenti in questo momento della storia, nel quale siamo sommersi in una crisi molto grande, per trovare soluzioni comuni ai problemi comuni»"


"La questione della verità, per lui (Benedetto XVI), non può essere messa tra parentesi in nome del dialogo. Ma, a questo punto, a che cosa si riduce lo spirito di Assisi? La nebbia sale dalla piana e a tratti nasconde perfino la basilica..."


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26 ottobre 2011




"Non è un segreto per nessuno: papa Benedetto XVI non è particolarmente amante degli incontri interreligiosi, che rischiano di instillare nelle menti l'idea che "tutte le religioni si equivalgono". Non è evidentemente questa la convinzione del capo spirituale dei cattolici, nemico giurato del "sincretismo" e del "relativismo". Così ha sorpreso la sua decisione di commemorare il venticinquesimo anniversario dell'incontro interreligioso di Assisi..."


"Tutte le precauzioni passate e presenti volte a scongiurare il paventato rischio di confusione non basteranno tuttavia, nemmeno stavolta, a svalutare il significato della giornata. Che si rivelerà tanto più importante quanto più interpellerà i partecipanti sui disastri intercorsi negli ultimi cinque lustri"


"per Benedetto XVI oggi la questione della pace è collegata a quella della convivenza tra uomini e donne di culture, di nazionalità e di religioni diverse. «Il soggetto del convivere è oggi l'umanità tutta intera. Dobbiamo imparare a vivere non gli uni accanto agli altri, ma gli uni con gli altri»... La logica dello scontro di civiltà, dominante nel cupo decennio alle nostre spalle, si è rivelata tragicamente fallimentare. Ritrovandosi ad Assisi, le religioni manifestano una comune volontà di dissociarsi da questa logica e indicano nella convivenza la strada per il prossimo decennio"


la lettera dei 4 intellettuali di formazione marxista a misurarsi con le posizioni della chiesa cattolica sui temi della manipolazione della vita presenta una duplice semplificazione: nel ridurre il ruolo della religione a quello della chiesa cattolica, nel trascurare le differenze tra le religioni e all'interno dello stesso cattolicesimo


La posizione degli ultra-tradizionalisti contro l'incontro di Assisi è solo l'ultima di una serie di accuse alla Chiesa.


«Il Signore tolga il velo dai cuori degli uomini di Chiesa facendo loro riconoscere che una sola Pace è possibile tra gli uomini, quella di Cristo nel Regno di Cristo...». Lo afferma il distretto italiano della Fraternità San Pio X a tre giorni dal pellegrinaggio del Papa e degli altri leader religiosi previsto per giovedì 27 ottobre ad Assisi

 

editore |24.10.2011
MORTO DON MAZZI,APRI' DISSENSO CATTOLICO

La storia gira le sue pagine inesorabile e lenta. Ieri la storia di Firenze e della Chiesa italiana ne ha girata un'altra: s'è chiusa la vita terrena di don Enzo Mazzi. Uno spirito indomito e contestatario che  lo portò a più riprese ad entrare in  antagonismo con i suoi arcivescovi. Un nome che fa tutt'uno con «l'Isolotto», in una vicenda che il semplicismo  ideologico - subito o prodotto - chiamerà «dissenso».
Quello che accade attorno a un parroco (nominato nel 1954, a 27 anni) e alla sua parrocchia prima del 1968 è qualcosa  di ben più complesso ed emblematico. L'Isolotto diventa il mito di un cattolicesimo ribelle perché lì è cresciuta prima  una esperienza di comunione, un segno di fraternità popolare che testimonia della fecondità del Vangelo nel tempo.  Era questo che La Pira, inascoltato mediatore nel momento topico del conflitto voleva forse salvare, senza riuscire, in  mesi — quelli fra il '68 e il '69 — nei quali la prepotente vitalità della primissima ricezione del Valicano II in Italia vira. Perché anche in Italia, come in tutto il mondo, il post-Concilio rafforza l'idea che si possa e si debba anticipare il tempo  che verrà: e che dunque sia necessario trascinare nell'oggi, con la distruzione dei sistemi di potere, un domani quasi  escatologico. Ma, a differenza di altri Paesi, in Italia il post- Concilio naufraga sulla politicizzazione della fede  (politicizzata da sinistra, anziché dal collateralismo), come se solo l'organizzazione di un contropotere potesse  «inverare» la fraternità attesa.
Di questo percorso don Enzo Mazzi è un protagonista che trova nella rigidità del cardinale Florit più d'una occasione di  scontro. Dapprima insieme ad altri preti nella solidarietà con i ragazzi della Cattolica sgombrati dalla polizia dalla  cattedrale di Parma, che avevano occupato per protesta contro i doni della banca locale per le nuove chiese. Poi nel  momento in cui Florit - lo aveva già fatto per le elezioni del 1966 - lancia quell'ultimatum all'Isolotto che fa assurgere il  caso alla ribalta nazionale.
Infine, subita la condanna della rimozione comminata nel dicembre 1968 e perfino un processo penale, nel  superamento della forma parrocchiale e nella nascita della comunità di base.
Una comunità che alla fin fine — al netto di un linguaggio autocelebrativo e di un lessico politico patinato dal tempo -  ha fatto della polemica con l'autorità la propria cifra. Con don Mazzi se ne va un pezzo di quella Firenze di cui egli  interpretava un'anima più protestataria e che era stata per quindici anni il chiostro, per usare una espressione russa,  dei «folli Dio»: una Firenze che aveva saputo dare al Paese il senso che ad alcuni, governati col solo sguardo  dall'austero prestigio di Dalla Costa, premeva solo la fede. Cosette: di cui forse ci sarebbe bisogno anche oggi, se  Firenze volesse averle.


 


di Alberto Melloni
in “Corriere Fiorentino” del 23 ottobre 2011


 


ALTRI ARTICOLI


 



Continuiamo a presentare materiali su don Enzo Mazzi, con l'intervento di Giovanni Gennari, che fa una lettura forse più ecclesiastica che evangelica: "A differenza del suo grande confratello, don Milani, e di altri pionieri della fede nella chiesa fiorentina, forse don Mazzi si è lasciato strumentalizzare anche da chi con la Chiesa fiorentina non aveva e non voleva avere alcuna prossimità, e fu autore di dichiarazioni e azioni di rottura vera e propria anche in materie importanti come i sacramenti e la dottrina morale di fondo..."


"fino all'ultimo è stato punto di riferimento non solo per le prese di posizioni pubbliche che facevano rumore sui giornali (come quella a favore di papà Englaro) ma soprattutto per un'azione concreta, silenziosa e quotidiana di aiuto a chi aveva bisogno." "Quello che appassionava molti cattolici (e li appassiona) di don Mazzi era che non faceva politica per sé, per fare carriera o per arricchirsi. O per difendere il posto di lavoro, come molti politici italiani attuali. Ma semplicemente per stare dalla parte degli ultimi. Questo dice il Vangelo. Altro che nuovo partito dei cattolici."


"Guardando all'indietro, l'esperienza della Comunità di Base dell'Isolotto... potrà sembrare datata, legata come fu, al suo nascere, a una ben precisa temperie storica e di vita della Chiesa. Ma di sicuro le "rotture" che l'hanno contraddistinta... restano... prove sincere di un progetto di «chiesa di popolo» di cui il mondo cattolico sembra oggi avvertire di nuovo l'urgenza"


"è un saluto corale, fatto di abbracci e lacrime, di ricordi e testimonianze personali del sacerdote rimosso dalla parrocchia dell'Isolotto nel 1968 dal cardinale Florit. E diventato poi pioniere del dissenso cattolico"


"Mazzi questo rischio (quello di restare fermo alla nostalgia del '68) l'ha corso, però credo che abbia sempre cercato di limitarne le conseguenze. Si è sempre misurato con l'attualità, la globalizzazione, con la dimensione di sacro e laicità nei nostri tempi. Sempre coerente alla sua radicalità, alla limpidezza di intenti. Una qualità che mai come in questi giorni è apprezzabile"


"«Vuoi andare in Africa? Ti mando in un posto forse più pericoloso, l'Isolotto». Così l'Arcivescovo Elia Dalla Costa rispose al giovane sacerdote Enzo Mazzi che voleva partire come missionario. Dalla Costa scelse un altro futuro per quel 27enne. Comincia così la storia del «prete eretico». Un simbolo di una generazione, quella dei preti «contro» di Firenze. Mazzi è scomparso venerdì no



"Nonostante la sua età, 84 anni passati, Enzo Mazzi conservava nel cuore tutte le caratteristiche della gioventù... Sulle nostre pagine ha tracciato un sentiero unico, spesso in assoluta solitudine. Per un cammino che veniva da lontano, dagli stessi giorni del '68 che portarono alla nascita della Comunità dell'Isolotto a Firenze e all'esperienza in tutta Italia delle Comunità cristiane di base."


"Come ogni domenica, anche oggi l'appuntamento della Comunità dell'Isolotto è alle 10.30... «socializzeremo l'assenza di Enzo, e la continuità della sua presenza». Nel solco di quella esperienza comunitaria che Enzo Mazzi considerava essenziale... Di cui ha fatto dono, non solo metaforico, alle donne e agli uomini della comunità... Grazie a loro, e ai tantissimi che... anno dopo anno hanno socializzato negli appuntamenti comunitari della domenica, Enzo Mazzi continuerà ad esserci"
 Documenti»Cultura    
La redazione |19.10.2011
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è il tema dell'incontro di Todi delle associazioni cattolicche italiane sull'impegno politico oggi


 


In questo articolo vorremnmo dare rilievo al dibattito che si è aperto, in queste ultime settimane  Italia, sulla presenza dei cattolici nella vita politica italiana.


La rete di associazioni che coinvolge milioni di persone, ma che costituisce ancora un’entità pre-politica si incontrerà il prossimo lunedì a Todi sul tema «La buona politica per il bene comune». E' il primo passo di quella «la straordinaria sfida» lanciata dal cardinal Bagnasco, «Non possumus nunc silere», «non possiamo ora tacere».


 


 


Il Cardinale Bagnasco a Todi

Bene comune, di terra e di cielo













“Il punto sorgivo della presenza sociale e civile dei cattolici: il primato della vita spirituale, quel guardare fermamente al volto di Cristo”, senza il quale “i cristiani sarebbero omologati alla cultura dominante e a interessi particolari”.

Lunedì 17 ottobre, a Todi, invitato dal Forum del mondo del lavoro, il card. Angelo Bagnasco - Arcivescovo di Genova e Presidente della CEI - ribadisce che “la Chiesa non cerca privilegi, né vuole intervenire in ambiti estranei alla sua missione, ma deve poter esercitare liberamente questa sua missione”. I cristiani, infatti, “sono diventati nella società civile massa critica, capace di visione e di reti virtuose, per contribuire al bene comune che è composto di “terra” e di “cielo”.

“La sensibilità e la presenza costante della Chiesa sul versante dell’etica sociale è sotto gli occhi di tutti” ha evidenziato il Cardinale Presidente, facendo riferimento “ai grandi problemi del lavoro, dell’economia, della politica, della solidarietà e della pace: problemi che oggi attanagliano pesantemente persone, famiglie e collettività, specialmente i giovani”.

“La giusta preoccupazione verso questi temi – ha aggiunto – non deve però far perdere di vista la posta in gioco che è forse meno evidente, ma che sta alla base di ogni altra sfida: una specie di metamorfosi antropologica”.

E ha spiegato: “Senza un reale rispetto di questi valori primi, che costituiscono l’etica della vita, è illusorio pensare ad un’etica sociale che vorrebbe promuovere l’uomo ma in realtà lo abbandona nei momenti di maggiore fragilità. Ecco perché nel “corpus” del bene comune non vi è un groviglio di equivalenze valoriali da scegliere a piacimento, ma esiste un ordine e una gerarchia costitutiva”.

“Il bene – ha concluso il Presidente della CEI – è possibile solo nella verità e nella verità intera”.














file attached Relazione Todi.doc


 


 


«Per l’Italia una rotta, non un salvagente»


intervista ad Andrea Riccardi a cura di Giovanni Grasso


in “Avvenire” del 13 ottobre 2011


«Vorrei subito invitare tutti alla calma: l’appuntamento di Todi non è l’atto fondativo di nuova formazione politica. Per essere espliciti: niente cose bianche, balene, pesciolini e men che meno ambizioni leaderistiche da parte di nessuno». Lo storico Andrea Riccardi , fondatore della Comunità di Sant’Egidio (che tiene a precisare di essere tra gli «invitati e non tra gli organizzatori» del convegno tuderte) spiega: «I cattolici (o, come leggo sui giornali, il Vaticano, la Cei…) non stanno lanciando un’Opa sulla politica italiana. Questa è pura fantasia. Stanno invece cominciando a riflettere in modo approfondito su qual è la domanda che oggi rivolge il Paese e quali possono essere le risposte agli italiani».



E, dunque, qual è l’interpretazione autentica del convegno di Todi?
Non è un convegno ecclesiale né un congresso di partito. Ma un momento di concertazione e di concentrazione di intelligenze e volontà che intendono riflettere sulla crisi del Paese. Un gruppo di laici cattolici, tra l’altro provenienti da diverse esperienze, che intendono cominciare a ragionare su quale possa essere il loro contributo per la rinascita del Paese.


Eppure si continua a sospettare e a straparlare di un nascente partito della Chiesa o di Bagnasco...
L’iniziativa è stata promossa autonomamente da un gruppo di laici, che da sempre dialogano con la gerarchia, ma che sono consapevoli della loro autonoma e specifica responsabilità rispetto all’impegno politico e civile.



Le chiedo: perché muoversi proprio oggi?
Un ciclo politico si è chiuso, quello della mai nata II Repubblica. Una fase, l’età di Berlusconi, in cui il Paese ha pensato di affidare le proprie sorti a partiti o fronti capeggiati dall’uno o l’altro leader. Ora c’è da riscoprire il valore dell’impegno e della partecipazione, perché si è creato un profondo distacco tra Palazzo e Paese. Le istituzioni comunitarie del nostro Paese sono in difficoltà e  tra queste la famiglia sta sopportando un peso tremendo. Ma per promuovere la partecipazione e rilanciare l’Italia bisogna ridare idee, pensieri, sentimenti.



E quale può essere oggi il contributo dei cattolici all’Italia?
Credo che oggi l’Italia domandi ai cattolici, ma ovviamente non solo a loro, un contributo di responsabilità e pensiero. Responsabilità, di fronte alla crisi economica internazionale, nella quale si colloca il nostro Paese con gravi difficoltà. Pensiero, rispetto ai grandi cambiamenti avvenuti nella nostra società, che deve interrogarsi sul modello antropologico dell’uomo e della donna come si  è andato configurando in quella che io chiamo la ' triste époque' degli ultimi dieci anni; che deve fare i conti con un futuro che non è di crescita, ma caratterizzato da tante difficoltà. E allora le  sfide che ci attendono sono quelle della difesa della vita, della riscoperta del lavoro e del sacrificio, della solidarietà tra le generazioni, con particolare attenzione ai giovani e alla terza età, vere  questioni del presente e del futuro.



I tempi, però, stringono… Il Paese ha bisogno di un rilancio immediato.


Rilanciare il Paese significa innanzitutto rilanciarlo in Europa, il che implica un pensiero europeo, che oggi difetta. Come confrontarci con l’Asia, con gli emergenti, con i Brics, se non nel quadro europeo? Altrimenti saremmo una fragile barchetta. Inoltre dovremo affrontare una stagione di sacrifici, dopo un periodo caratterizzato dallo sperpero. E tutto questo implica un pensiero. L’Italia non ha solo bisogno di salvagenti, ma soprattutto di una rotta.



E quale può essere questa rotta?
Ci troviamo in un momento delicato: all’emergenza internazionale ed economica si somma l’emergenza politica nazionale. Vedo che si parla di elezioni nel 2012. La politica ha bisogno di pensieri  lunghi, di ricreare innanzitutto cultura politica. Il grande divario è avvenuto tra politica e cultura: le culture politiche si sono spente. Una vera cultura di destra, nel nostro Paese, forse non c’è  nemmeno mai stata. Mentre quella di sinistra è in crisi da tempo. Non così la cultura dei cattolici, che in questi anni è stata alimentata e promossa.



Si parla molto oggi della necessità di una svolta. La chiedono le opposizioni, ma anche molti  sponenti della stessa maggioranza. Si parla di transizione, decantazione, unità nazionale. Lei che ne dice?
La storia recente del nostro Paese è caratterizzata da una serie di cicli che si sono interrotti drammaticamente: pensiamo alla crisi dello Stato liberale, con l’avvento del fascismo, alla fine del regime con la guerra, alla caduta nell’ignominia della Prima Repubblica. Dobbiamo dare una svolta, ma anche assicurare una transizione pensata e responsabile. Si è già rotto il ciclo dell’età del bengodi, non possiamo permetterci altri traumi.



Tra le forze politiche è polemica permanente su federalismo e su sistema elettorale. Lei che ne pensa?
L’Italia a mio parere è più municipalista che federalista. Non è tanto il Paese delle venti Regioni, quanto quello delle cento città e dei villaggi di campagna. Da qui dovremo ripartire. Quanto al sistema elettorale, credo che occorra ristabilire un rapporto autentico tra elettore e cittadino, restituendo a quest’ultimo il diritto di scelta. Per il resto non ho mai creduto al potere messianico dell’ingegneria costituzionale. Oggi il primato è ricostruire un tessuto responsabile nella vita di una società atomizzata.



C’è un’attenzione spasmodica da parte dei media e della classe politica sull’appuntamento di Todi, ci si chiede in modo quasi maniacale dove sfocerà…
Io dico questo: le reti della società sono distrutte o molto danneggiate. Nelle periferie urbane non ci sono più le sezioni di partito, rappresentanze un tempo forti si sono rattrappite, i legami  familiari e di amicizia si sono allentati. C’è molta solitudine. Restano solo le parrocchie, con le associazioni e le comunità che accolgono e promuovono. Di fronte a questo spettacolo desolato, il  mondo dei laici cattolici può rilanciare delle idee forti: famiglia, vita, solidarietà, lavoro, mondo. Mi sembrano cose importanti, più di sapere se ci sarà o meno un nuovo partito, se sarà di centro, di  destra o di sinistra. Lasciamo correre la forza disarmata e disarmante delle idee, in un mondo troppo povero di idee e di speranza.


 


 


"C'è un grave problema etico dobbiamo ridare la speranza"


intervista a Franco Miano, presidente dell'Azione Cattolica, a cura di Annalisa Cuzzocrea


in “la Repubblica” del 13 ottobre 2011


Passare dalla rassegnazione alla speranza, coniugare coscienza personale e coscienza collettiva, recuperare un terreno comune di valori, saper coniugare politica e morale. E' il messaggio che l'Azione cattolica porta all'incontro di Todi. «E' urgente - dice il presidente Franco Miano - bisogna insegnare ai giovani il coraggio e la responsabilità. Per ora stiamo dando solo il cattivo  esempio».



Perché è importante in questo momento un confronto tra le più diverse componenti del mondo cattolico?

«Il Paese ha bisogno di esercizi di dialogo e di impegno comune. Serve un nuovo patto educativo per rilanciare il Paese, bisogna ristabilire una base condivisa di valori per poi passare all'azione, e mettere al centro concetti come lavoro, famiglia, giustizia sociale, legalità, sviluppo del mezzogiorno».


C'è un decadimento di valori, un impoverimento dell'etica?
«C'è un grande problema etico. Come ha detto il cardinale Bagnasco nella sua prolusione, come lo stesso Papa ha ricordato a Lamezia Terme, è necessario che ciascuno - anche come credente - sappia assumersi le proprie responsabilità. Serve una cultura della serietà e del sacrificio per imparare a assumere responsabilmente la vita».


Il mondo cattolico cerca unità per pesare di più?
«Se pesare vuol dire essere una lobby, imporre un potere, prendere interessi di parte, no, non ci interessa. Ma se significa pesare per il bene comune, incidere nella realtà per renderla migliore, allora ben venga».


Ben venga l'unità dei cattolici in politica?
«Non è ancora chiaro l'obiettivo verso cui andiamo, non vedo ancora passi tali da far pensare a uno scopo simile. Vado a partecipare al seminario, e si vedrà. Quel che penso sia fondamentale, è dare speranza alle giovani generazioni».


Stiamo dando il cattivo esempio?
«Non c'è dubbio, è così. E invece bisogna insegnare il coraggio, non quello della pacca sulla spalla, ma quello che viene dalla responsabilità che come generazione di adulti siamo in grado di  esercitare fino in fondo».


 


 


"È un Paese pieno di macerie ma non rifonderemo la Dc"


intervista a Gennaro Iorio, rappresentante dei Focolari, a cura di Marco Ansaldo


in “la Repubblica” del 13 ottobre 2011


«I vescovi, ma anche noi come associazioni cattoliche, ci rendiamo tutti conto che è il momento di una riflessione comune. Ci sono risposte da dare di fronte a un Paese alle prese con macerie da un punto di vista etico, culturale e di prospettiva politica. Todi sarà una tappa importante, ma noi è già da tempo che parliamo di questi argomenti anche in altri centri». Gennaro Iorio è il  rappresentante del movimento dei Focolari.



È dunque da tempo che state affrontando questo argomento?
«È un cammino che la Chiesa e i cattolici fanno da anni. C'è una ricchezza di movimenti e di associazioni che avevano l'esigenza di confrontarsi sui valori».



Ma ora il contesto è cambiato.
«Sì, questo incontro assume una rilevanza diversa. Anche a causa della crisi economica. Ma ci è ben chiaro in ogni caso che possiamo salvare l'Italia solo stando in Europa. E a partire dalla  prolusione  che farà il cardinale Bagnasco vogliamo essere l'humus culturale che poi potrà essere raccolto da progetti nuovi o da partiti politici. Di quest'ultimo aspetto tutti parlano, la cosa però  non è all'ordine del giorno della riunione».



Il direttore dell'Avvenire, Tarquinio, ha scritto che in passato i cattolici si sono trovati ad essere più marginali stando nel centro-sinistra. Si possono già stabilire  ora delle appartenenze nello schieramento politico?
«Dopo la fine della Dc la presenza dei cattolici in politica si è un po' diluita. E mi pare che sia nel centro destra che nel centro sinistra non ci siano stati protagonisti cattolici. Certamente  l'esperienza di Romano Prodi è stata importante. E credo che di fronte alla crisi sia necessario interrogarsi come rispondere. C'è ancora tanta strada da fare, e non tutti i cattolici ritengono che  l'unica da percorrere sia quella di un partito. Tuttavia, di fronte al berlusconismo che ha monopolizzato il Paese da vent'anni, si aprono degli spazi».



L'obiettivo può essere una rinascita della Dc?

«Io sono nato dopo il 1970. Ho pianto per la caduta del Muro di Berlino. Sono domande che forse si fanno altre persone. Ma vedo il mio Paese che affonda, e questo non mi piace».


 


 


 


"Gli ultimi 10 anni una triste époque serve un nuovo progetto per i cattolici a Todi le basi per un confronto"


intervista ad Andrea Riccardi a cura di Marco Ansaldo


in “la Repubblica” del 14 ottobre 2011


«Ci interrogheremo sul futuro dell´Italia, non sul fare un partito o no. C´è da fare un investimento sul tessuto della società, un investimento culturale. In questa fase sono importanti le idee».


Rifugge dal ruolo di "deus ex machina" dell´iniziativa. «Macchè "deus". Intanto, manca la "machina"», risponde con spirito sottraendosi alla domanda. Ma il professor Andrea Riccardi, storico  cattolico e fondatore della Comunità di Sant´Egidio, è l´uomo su cui stanno convogliando molte delle attenzioni riguardanti il Forum delle associazioni cattoliche. Lunedì, a Todi, il convegno potrebbe fare da grembo alla nascita di un nuovo soggetto politico.



Siamo alla vigilia di una riunione che potrebbe segnare un momento importante per la politica italiana. Ma non ci sono forse troppe attese?

«È vero, si è caricato questo convegno di tante attese. Non perché non sia importante, ma perché c´è una grande domanda fra la gente e nel Paese. Domanda di idee, di prospettive e di visioni. Si tratterà però di un momento significativo, come approdo al lavoro svolto dagli attori del Forum, in particolare da Raffaele Bonanni. C´è poi il lavoro quotidiano di tanti movimenti ecclesiali  accanto alla gente. Se Todi si è caricato di attesa probabilmente è perché c´è bisogno di luoghi di speranza».


 


Sotto il profilo concreto di che cosa si discuterà?
«Insisto sull´aspetto delle idee. Idee con i piedi per terra, maturate nella realtà, nel mondo del lavoro, nel radicamento sociale, in una Chiesa ben inserita nel tessuto del Paese e che "vede" la crisi».


 


Però non c´è il rischio di trovarsi in conflitto con un´altra iniziativa che punta alla nascita di un nuovo soggetto politico, quella in embrione di Luca di Montezemolo?
«Montezemolo ha avuto il merito di porre il problema del dopo. Si tratta di cose diverse. Nel processo che porta al convegno di Todi, e che andrà oltre, c´è un pensare prossimo alla politica, ma distinto. Più che la matrice di un partito, c´è un grembo di idee, di visioni e di speranze. Un percorso che nel variegato tessuto cattolico è in atto da tempo. È un´amicizia pensante fra cattolici, ma  dialogante con i laici. Un´amicizia responsabile».


 


Non sono formule vacue?


«Queste non sono parole, né un fumo che nasconde qualcosa. La nostra società ha bisogno di pensieri lunghi e di sguardi in avanti. Perché la nostra politica si è impoverita di cultura, con un dibattito urlato che interessa la gente sempre meno».


 


Il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, terrà la prolusione dei lavori. C´è chi ha scritto che questo sarà il suo partito. Non ci metterà il cappello sopra?
«Guardiamo alla prolusione di Bagnasco ai vescovi: è il suo messaggio all´Italia. Lui ha partecipato a vari convegni di riflessione. La sua presenza a Todi non mi meraviglia. Non so cosa dirà, ma non credo che su questa iniziativa voglia mettere il cappello nè la corona. Fra i suoi messaggi è rimasto ignorato quello che sottolinea la responsabilità dei laici cattolici nella vita politica. Un  passaggio da guardare con attenzione. Bagnasco non prenderà la testa delle legioni cattoliche verso la politica. Piuttosto, darà un contributo autorevole a un dialogo polifonico».


 


Dunque prima il progetto e poi la ricerca di un leader?
«Sì, condivido l´impostazione. Penso che in Italia si conoscano poco tante personalità in grado di emergere. E in un momento in cui siamo tutti dominati dalla fretta trovo estremamente positivo il fatto di prenderci il tempo per un progetto da proporre. È anche questa la novità e lo spirito di diversità che contraddistingue Todi: dialogare con i politici, ma non farsi travolgere dal botta e risposta. Poi, per la mia formazione di studioso, è l´approccio giusto».


 


Avete dei nomi, dei punti di riferimento negli attuali schieramenti?
«Parlarne sarebbe sviante. Come detto, ci troviamo all´inizio di un discorso pre-politico».


 


Todi può essere l´inizio di una risposta al dopo Berlusconi?
«Vedo che si parla di elezioni nel 2012. Gli italiani hanno bisogno di risposte alle loro tante domande. Siamo in un periodo grave, con un tessuto sociale lacerato e a rischio di tensioni conflittuali. Ci vuole una transizione verso un nuovo ciclo politico: responsabile, paziente e pensata.
Ci siamo trovati negli ultimi dieci anni in quella che chiamo la "triste epoque". Forse in Italia una vera cultura di destra non c´è mai stata. Quella di sinistra si trova in crisi. Non è così, però, per  la cultura dei cattolici. Che in questi anni, come si vede, è sempre stata alimentata e promossa».


 


 


 


«Il Pd raccolga la sfida di una nuova politica»


intervista a Beppe Fioroni, a cura di Maria Zegarelli


in “l'Unità” del 14 ottobre 2011


Un’entità pre-politica, per ora. Una rete di associazioni che coinvolge milioni di persone.
L’appuntamento dei cattolici a Todi, in programma lunedì prossimo, «La buona politica per il bene comune», è infondo la conseguenza diretta di quel monito lanciato durante l’ultima prolusione dal cardinal Bagnasco, «Non possumus nunc silere», «non possiamo ora tacere». Per Beppe Fioroni è «un treno partito, che non si fermerà». Il punto è chi nell’attuale quadro politico sarà in grado  di coglierne «la straordinaria sfida».


 


Fioroni, lei da cattolico impegnato politicamente come guarda all’appuntamento di Todi?


«Credo che nel panorama dell’Italia di oggi Todi rappresenti un elemento di novità molto importante. In un Paese dove paure e insicurezze portano tutti a chiudersi nel proprio egoismo, con una  politica che dà l’idea di essere lo strumento con il quale i furbi realizzano i propri interessi a discapito degli altri, trovare una mobilitazione all’insegna della responsabilità penso sia il segnale  di una rivoluzione del bene. Da lì si parte non per ricostruire un partito nuovo ma per lavorare, come sale e lievito, affinché si torni al futuro con una politica nuova».


 


Ma è o no la premessa per dare vita alla cosiddetta Cosa bianca?
«Da Todi parte un messaggio che diventerà un messaggio di popolo, si calerà nei territori per chiedere una vera offerta politica diversa da quello che c’è oggi. E si lancia una sfida ai soggetti politici esistenti: chi vuole interloquire deve dimostrare di essere all’altezza».


 


E il Pd secondo lei è all’altezza, può essere l’interlocutore di questo soggetto culturale e sociale, come si definisce?
«Se i cattolici fanno questa iniziativa è perché avvertono la necessità di una politica diversa e il Pd deve rendersi conto che se ritiene quel mondo un interlocutore fondamentale, senza il quale  non si governa l’Italia, deve saper rispondere a una richiesta di proposte e iniziative politiche concrete. E i primi ad avere interesse ad avviare questo percorso devono essere i cattolici impegnati  n politica».


 


Cioè, in buona sostanza, secondo lei il Pd così come è oggi non è all’altezza?
«Il Pd e il Pdl fanno entrambi un errore sostanziale. Non hanno capito che per incrociare quel mondo bisogna essere rispettosi e la prima cosa da fare è smettere di pensare che siano un “franchising”. Il Pd non può pensare di rispondere su tre o quattro cose e dire di tacere su tutto il resto. Quello è un mondo che nella seconda Repubblica ha guardato a destra e se oggi avvia una iniziativa di interlocuzione è perché vuole un cambiamento ».


 


Il Pdl li ha delusi, il Pd non li convince. Dipende dal fatto che non è sufficiente parlare di giustizia sociale e povertà, ma bisogna dare segnali concreti anche sui temi  ticamente sensibili. È questo che pensa?
«Dico che il Pd deve cambiare approccio perché etica della vita e etica sociale hanno il medesimo fondamento. La testimonianza e l’impegno di un cattolico in politica in questo senso non deve essere considerata dal Pd come pesante libertà di coscienza, ma come una straordinaria opportunità per rappresentare la società e dire a quel mondo che può stare in questo partito. Nel campo dei diritti non può esserci la “valorialità fai da te”: sarebbe la codificazione del relativismo».


 


Che succede se il Pd non assume questo approccio? Lei se ne andrà e contribuirà a trasformare questo soggetto sociale e culturale in soggetto politico?
Se il Pd non saprà raccogliere la sfida vuol dire che decide di rivolgere la testa indietro e rinunciare a essere quello che voleva per tornare a essere ciò che è già stato. Sarebbe un grande peccato».


 


Ma lei non risponde alla domanda. È tentato di lasciare il Pd davanti a questi nuovi scenari in evoluzione?
«Io voglio che il mio partito rappresenti quel mondo, che mi dia la possibilità anche attraverso la mia azione di far sentire quel mondo rappresentato. Questo voglio».


 


Lei sostiene che il Pd rischia di tornare ad essere quello che era. E i cattolici non sono tentati di tornare ad essere quello che erano, tutti uniti nella Balena bianca  eppur del nuovo Millennio?
«Quello che può diventare questo movimento è funzione di quello che i cattolici impegnati in politica sapranno fare. Se non saranno all’altezza quel treno è comunque partito e non si fermerà».


 


Il direttore di Avvenire, Tarquinio, sostiene che i cattolici hanno avuto un ruolo marginale in politica.
«Vorrei ricordare al direttore che se la legge 40 è stata approvata, lo si deve ai popolari che l’hanno votata e sostenuta. Se le scuole paritarie e cattoliche oggi hanno molti meno fondi di quelli che  ha garantito Prodi quando era al governo è perché i cattolici di centrosinistra non sono stati affatto irrilevanti».


 


Lei è uno degli interlocutori di quel mondo. Ci aiuta a capire in che cosa consiste questa richiesta di nuova politica?
«L’iniziativa di Todi parte da alcune riflessioni su quanto la politica ha fatto durante la seconda Repubblica. Sono tre i fondamenti su cui si è retto questo impianto che oggi quel mondo ci dice di modificare profondamente. Intanto la politica ha pensato che fosse nuovo e moderno rimuovere il concetto dell’agire fondato sui valori e quindi ha scardinato identità e appartenenze. In secondo luogo ha proposto una scissione tra il desiderio e il valore, ancora a scapito di quest’ultimo. Infine ha barattato la partecipazione con l’esaltazione della comunicazione, facendo saltare il rapporto  tra l’eletto e l’elettore».


 


Come si dovrebbe ricostruire su queste macerie?
«Tornando all’idea che l’impegno in politica sia finalizzato al bene comune e non personale. Per questo il cardinale Bagnasco ha lanciato un monito ai cattolici, perché c’è bisogno di una nuova partecipazione per “pulire l’aria”, per rimettere al centro valori, etica della vita e etica sociale».


 


 



 


Campanini: cattolici spaventati dalla politica

Alberto Bobbio


Su Famiglia Cristiana 20 01 2011


«Il cattolicesimo italiano sta diventando intimistico», dice il professore, «e soffre ormai della stessa malattia che affligge la nostra società: ciascuno si fa gli affari propri».

 



 


Premette e avvisa: «La fede non può in alcun modo sostituire la conoscenza puntuale dei problemi, che è una condizione necessaria perché le decisioni assunte dalla politica siano efficaci e producano buoni risultati». Giorgio Campanini, per lunghi anni professore di Storia delle dottrine politiche all’Università di Parma e poi di Etica sociale a Lugano e di Teologia del laicato alla Pontificia Università Lateranense a Roma, ha appena compiuto 80 anni e ragiona di politica e di fede, di religioni e di Stato e del rapporto non sempre facile tra cristianesimo e potere. E riflette sull’Italia e sulla Chiesa, i suoi vescovi e i suoi laici impegnati e disimpegnati, in un travagliato momento politico per il Paese. Voce di riferimento per la comunità ecclesiale durante la stagione postconciliare, senza sconti per nessuno.


Professore, perché la conciliazione tra il cristiano e la politica è difficile?
«Per un cristiano la politica è “servizio”, ma poi deve stare attento e non fare pasticci tra l’etica del successo e l’etica della testimonianza ».


Ma lei da cosa parte?
«Dal Vangelo, perché lì dentro ci sono gli strumenti per l’analisi. Prenda la questione della competenza. Rilegga Luca, quando il Signore spiega che chi ascolta le sue parole è come un uomo che ha costruito la casa sulla roccia e quando viene la tempesta e il fiume rompe gli argini la casa sta in piedi perché era costruita bene. Insomma, per operare bene in politica non basta la buona volontà, la buona fede, come si dice, e nemmeno una personale vita di pietà».


E lo spirito di servizio, altra formula spesso abusata?
«C’è un’ipocrisia con la quale spesso il potere usa quella formula, mentre essenzialmente persegue fini di successo e di affermazione personale o di gruppo. È il tema delle distorsioni: clientelismo, favoritismi vari, uso improprio della capacità di persuasione del politico fino ad arrivare alla corruzione. Ma c’è un’altra questione da analizzare, e cioè la zona grigia che sta tra la vera e propria corruzione, cioè un reato, e l’esercizio del potere discrezionale, che non è reato ma non vuol dire che sia ammesso, se esso diventa improprio. Per un cristiano che fa politica non basta astenersi dalla corruzione, occorre anche dare un’esemplare testimonianza, per esempio stando lontani da chi – parenti, amici, finanziatori, sostenitori – sollecita un uso disinvolto del potere, aiuti, posti e via di seguito. Si chiama “rigore morale” e oggi è una sorta di chimera».


Come giudica l’attuale momento politico?
«È uno dei più tristi della storia della Repubblica, ma non è tutta colpa della politica. Una notevole responsabilità l’ha l’opinione pubblica, che ha preferito l’intrattenimento televisivo, che non chiede informazione corretta, che ha deciso di non partecipare alla vita civile. E quando sono i cattolici ad aver perso passione per la città, cioè l’amore per le cose comuni, per dirla con Giorgio La Pira, il guaio è grande. Negli ultimi trent’anni i cattolici se ne sono andati dalla politica, hanno messo nel cassetto le proprie “virtù sociali”, hanno deciso di non andare a votare».


Peccato di omissione?
«Non faccio il confessore. Osservo solo che la disinformazione va bene, che si è accettata la delega passiva, che in giro c’è una riluttanza forte a informarsi sui programmi dei partiti e le personalità dei candidati, che “tutto va bene” e chi dissente è guardato con sospetto. Domando: davvero è senza importanza che l’etica pubblica sia sparita dall’orizzonte?».


Secondo lei da quando è accaduto?
«Da Craxi in poi è iniziata una fase involutiva della politica».


Che i cattolici non sono stati in grado di contrastare...
«Esattamente. Da una parte ci si era illusi che occupando ancora il potere con la Dc si poteva salvare qualche cosa. Dall’altra, l’episcopato italiano ha creduto, venuta meno la Dc, di poter gestire direttamente il rapporto tra la Chiesa e la politica. Ma ha demotivato i laici cattolici. Se l’episcopato parla sempre, perché dovrebbero poi intervenire i laici? L’esempio più recente è la Settimana sociale di Reggio Calabria: attenzione al messaggio del Papa e alla relazione del cardinale Bagnasco e silenzio sul lavoro delle commissioni dove parlavano i laici. Qualche difetto c’è».


Senza il cardinale Ruini in questi anni sarebbe stato peggio?
«Da molti anni la Cei gestisce in prima persona il rapporto con la politica. Io credo che, invece, i vescovi dovrebbero intervenire solo in casi eccezionali. La Gaudium et spes sottolinea la responsabilità dei laici. C’è qualcosa che non va nell’applicazione del Concilio».


Cosa bisogna cambiare?
«Bisogna scovare qualche organismo ecclesiale che dia voce ai laici ed esprima l’opinione dei cattolici e non solo dei vescovi. Può essere il Comitato permanente delle Settimane sociali, ma deve essere guidato da un laico e non da un vescovo. Oppure il Forum del progetto culturale, ma vescovi e cardinali devono fare un passo indietro».


Per dire che cosa?
«Per parlare, innanzitutto. Le faccio un esempio: sui 150 anni dell’unità d’Italia non c’è alcun documento su cosa i cattolici si attendono, su cosa vogliono che sia realizzato. Hanno parlato solo vescovi e cardinali. Sulla crisi politica non è stato elaborato nulla e non basta assolutamente per essere contenti mettere in fila le prolusioni del cardinale Bagnasco alle Assemblee e ai Consigli permanenti della Cei. I laici cattolici parlano e scrivono in ordine sparso e non c’è nessuno che si preoccupi di dare loro voce unitaria».


È soltanto questione di forma o anche di contenuto?
«La passione civile latita anche dai pulpiti, dalla catechesi, dalla prassi quotidiana: è paura della politica. Il cattolicesimo italiano sta diventando intimistico e soffre della stessa malattia della società: ciascuno si fa gli affari propri».


E sui “valori non negoziabili”?
«Sull’argomento ho delle riserve. L’esistenza di Dio è un valore non negoziabile. Ma quando si dilata troppo questa categoria si cade in più di un equivoco e si impedisce alla politica di avere cittadinanza. La politica è l’arte della mediazione. Prenda la vita, pacificamente valore non negoziabile. Ma non basta l’affermazione, perché poi si tratta di capire come la si difende in un particolare momento storico, cioè come si negozia sulle scelte. Qui i cattolici possono anche dividersi tra loro, arrivando a scelte politiche diverse, senza che ciò debba creare scandalo».


L’attuale Governo su questo piano secondo lei va promosso?
«Si può dire che ha impedito qualche deriva radicale sulla questione dell’eutanasia. Ma sulle politiche a favore della famiglia il mio giudizio è pesantemente negativo. E poi ci sono problemi come la questione dell’etica privata distinta da quella pubblica, la sindrome da presidenzialismo, la subordinazione dei valori agli interessi, l’uso strumentale, a volte, dell’etica evangelica, l’apparenza a scapito della sostanza».


Molti tendono a dare la colpa a Silvio Berlusconi. Lei che ne pensa?
«Magari fosse così! Auguro a Berlusconi lunga vita da pensionato. Ma non è lui il problema. È la cultura che in questi anni è stata imposta: arrivista, erotizzata, basata sulla visibilità. Piace agli italiani, ma non dovrebbe piacere ai cattolici».



 


 


 


 


IL DIBATTITO SULLA STAMPA


IL FORUM DI TODI


 


 



I cattolici, la politica, il futuro dell'Italia













“Sembra stagliarsi all’orizzonte la possibilità di un soggetto culturale e sociale di interlocuzione con la politica, che sia promettente grembo di futuro”. Così il cardinale Bagnasco accennava il 26 settembre, nella sua Prolusione, al profilarsi di una nuova stagione di presenza dei cattolici al servizio del Paese. Una necessità sempre più avvertita nel laicato cattolico; è stato questo il fondamento del Forum di Todi di lunedì 17 ottobre, al quale hanno partecipano cattolici di diversa ispirazione impegnati nella società, nella cultura, nell’economia e nell'informazione, radunati dalla consapevolezza che c’è bisogno di un nuovo slancio per far uscire l’Italia dal pantano di una crisi – etica e non solo economica – di difficile soluzione. In questo dossier raccogliamo tutta la documentazione prodotta da Avvenire sul tema.




 



"Oggi la Chiesa non sembra più accontentarsi di questi riconoscimenti formali, o anche di alcuni vantaggi che i governi assegnano alla religione prevalente nella nazione, a fronte del prezioso ruolo che essa svolge a vari livelli. Di qui la domanda ai cattolici di essere più presenti e propositivi sulla scena politica"


"Parlare di un partito dei cattolici rivela un'esigenza generale e un pericolo da scongiurare. La prima risponde al bisogno dell'intero Paese di recuperare l'accezione negletta di «bene comune»... Il pericolo è che, sull'onda dell'emergenza, si creino attese di rinnovamento fondate solo sulla buona volontà (con frustrazione collettiva in caso di insuccessi)... Il contributo dei cattolici alla rigenerazione del Paese è possibile se frutto di un'elaborazione di cultura politica..."


"Ciò che emerge è la volontà di non farsi strumentalizzare da chicchessia. I cattolici di Todi non intendono diventare solo un serbatoio di voti per le formazioni politiche esistenti: anche per questo Costalli ha avvertito che «chi si chiude nel fortino degli attuali partiti rischia di essere travolto». Libertà è reclamata infine anche nei rapporti con i vescovi." (ndr.: la libertà non è una concessione. La si sceglie)


"lavori in corso a pieno ritmo, il cui esito finale sembra essere la costruzione di un'area clerico-moderata - lobby o partito che sia - di centro-destra, senza Berlusconi, ancorata ai «valori non negoziabili» di vita e famiglia declinati dai vescovi e ai temi cari al mondo cattolico (scuola confessionale e sussidiarietà), sul modello del Ppe"


"Le verità strettamente religiose... messe in secondo piano. In primo piano, invece, quelle che riguardano l'etica sociale. Così il cristianesimo si è assicurato un ruolo importante anche in una società secolarizzata come l'attuale.... In questo quadro di accettazione della laicità si deve intendere anche l'attuale sforzo per ridare voce ai cattolici anche in Italia."


"quale atteggiamento può assumere il Pd di fronte a queste novità dell'arcipelago cattolico? Spesso non si hanno orecchie attente ad ascoltare e comprendere... Talvolta vi è persino una diffidenza, alimentata da radicati pregiudizi laicisti... Proprio i cattolici, che insieme ad altri hanno contribuito a scrivere la Costituzione e a tessere la rete delle istituzioni democratiche, possono essere una risorsa per chi vuole un Paese più libero e più giusto"


"Il 19 luglio scorso è stato presentato alla stampa il manifesto «La buona politica per il bene comune»... Il 17 ottobre, sui contenuti del manifesto, sarà organizzato un seminario [Todi] ... All'orizzonte non c'è la prospettiva del partito dei cattolici, ma l'esigenza di ricercare laicamente nuove modalità per incidere nella formazione di nuovi equilibri delle rappresentanze con altre espressioni culturali e politiche della società italiana"


"Il segnale mediaticamente più recente e rilevante è stato l'intervento (quasi una lectio magistralis) di Ermanno Olmi in... uno spazio da grandi ascolti per un padre nobile della cultura cattolica contemporanea... In vista di Todi, la domanda è legittima: qual è lo stato di salute della cultura cattolica? I fermenti non mancano, e nemmeno le scelte di prospettiva"


"la domanda che dobbiamo porci di fronte al fermento politico che sembra attraversare il cattolicesimo italiano non è «Dc o non Dc?», ma «Gentiloni o Sturzo?». Un abisso separa la soluzione clerico-moderata gentiloniana... che vede i cattolici come supporto ad uno schieramento esistente... da quella sturziana... [in cui] dei cattolici si assumono l'onere di elaborare una mediazione politica... che riflette la loro ispirazione e che può essere condivisa da altri"


"E l'assemblea di Todi può aiutare a riempirlo? «L'incontro di lunedì non sarà politico in senso stretto... Eppure avrà a che fare con la politica»... «La crisi è profonda ed è urgente interrogarsi sul futuro del Paese. I cattolici... oggi sentono la responsabilità di essere parte di una comunità nazionale. È questa, credo, la coscienza con cui ci si incontra a Todi»"


"All'inizio dei lavori del seminario ci sarà una prolusione affidata al presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Angelo Bagnasco, e questa scelta non è facilmente comprensibile alla luce della necessaria laicità dell'avvenimento: sa tanto di ipoteca clericale su un incontro nel quale i protagonisti sono i laici cattolici impegnati nelle varie realtà associative." "Il Pdl e i suoi alleati più o meno prezzolati hanno corroso l'impalcatura ideale su cui è stata costruita la Costituzione. In mezzo a tanta incertezza, chiaro è dunque il rischio che si profila: un Pdl in salsa cattolica con timbro vaticano. Una "Cosa bianca", irrimediabilmente vecchia e ben poco attraente, rispetto alla quale i cattolici hanno un solo dovere: opporsi."


"Lunedì, a Todi, si riunisce la carovana cattolica. Un'assemblea mai vista dal dopoguerra ad oggi. Oltre cento rappresentanti. Per la prima volta saranno insieme tutte le principali sigle dell'area bianca...."


"Dall'incontro di Todi ci si aspetta «uno spirito d'apertura al confronto e alla ricerca tra esperienze di impegno diverse... Non abbiamo risposte predefinite» scandisce il presidente dell'Azione cattolica. «Prima vi è da far maturare tra i cattolici un "nuovo sentire" che abbia al centro il bene comune... Poi si vedrà quale sarà la forma anche organizzativa più utile per far maturare un legame più stretto tra i cittadini e le istituzioni»"


"Altri ancora - mi sembra il progetto migliore - sperano nasca non un «partito» né solo una «scuola di politica», ma un luogo di studio, di libero confronto tra cristiani liberi e adulti, «un soggetto culturale e sociale di interlocuzione con la politica, che - coniugando strettamente l'etica sociale con l'etica della vita - sia promettente grembo di futuro, senza nostalgie né ingenue illusioni»."


"L'appuntamento [di Todi] sarà aperto da Bagnasco in persona con una prolusione che molti prevedono «impegnativa» sul piano delle scelte future. «Il cardinale ha accettato il nostro invito e ne siamo lietissimi. Ma l'obiettivo è sollecitare i laici a darsi da fare». Il titolo del meeting è la "La buona politica per il bene comune. I cattolici protagonisti della politica italiana»... «In un nuovo modello di sviluppo... i politici devono essere dei francescani, devono dare l'esempio»"


"«A creare questa nostra Italia, il cattolicesimo fu d'ostacolo: gli elementi cattolici che vi parteciparono furono per lo più imbevuti di semi-giansenismo e di giobertismo della cui perfetta ortodossia è lecito dubitare». Bisogna partire da questa frase di Adolfo Omodeo per capire l'ispirazione del nuovo saggio di Massimo Teodori, 'Risorgimento laico. Gli inganni clericali sull'unità d'Italia'"


"Il pluralismo delle scelte politiche dei cattolici è una realtà consolidata ed evocarne l'unità sul piano sociale e culturale non è meno fuorviante che farlo sul piano politico." ""Animare" è verbo impegnativo; ed è molto diverso dal verbo "contare". «Non vogliamo essere più contati, ma contare» ha detto il rettore della cattolica Lorenzo Ornaghi a coronamento volontaristico delle sue tesi "neoguelfe". Ma se questo è lo scopo basta un patto scritto o tacito con il potere di turno, specie quando si dichiara "compiacente", come nel caso di Berlusconi. Con il noto seguito di amarezze. Se invece si tende ad "animare", il percorso è più arduo"


"Nell'area ecclesiastica ha vinto alla fine la strategia tenacemente portata avanti da Casini da due anni: nessuna alleanza con Berlusconi, rimozione del premier e poi creazione di un partito moderato non confessionale"


"In zona di 'ndrangheta, di crisi, di disperazione, Benedetto XVI sceglie l'immagine della «terra sismica», e non solo «dal punto di vista geologico» ma anche «strutturale, comportamentale e sociale»: una terra «dove... una criminalità spesso efferata ferisce il tessuto sociale, in cui si ha la continua sensazione di essere in emergenza». Di qui l'elogio alle «sorprendenti» capacità di reazione dei calabresi... E l'appello prepolitico all'impegno nella società"


"Papa Benedetto XVI torna a lanciare il suo invito, questa volta particolarmente pressante, al laicato cattolico perché «non faccia mancare il suo contributo di competenza e di responsabilità per la costruzione del bene comune». E non per interessi di parte." (ndr.: anche della chiesa)


"La sintesi quantitativa - la ricerca non si pone l'orizzonte qualitativo-valutativo delle scelte - mostra una interessante mappa dell'Italia, sicuramente utile a operatori politici e a gerarchie ecclesiastiche per elaborare strategie e pastorali." (ndr.: ci si può basare solo su dati numerici quantitativi?)


"l'Italia cattolica è cambiata, e molto rapidamente, negli ultimi anni. Lo dimostra con dovizia di dati e con esemplare chiarezza il libro di Roberto Cartocci che fornisce una mappa della dimensione e della distribuzione territoriale dei cattolici in Italia..." "Questa ulteriore conferma della diversità territoriale del nostro paese pone ai cattolici e alla Chiesa una doppia sfida: recuperare il nord in via di accentuata secolarizzazione, e sottrarre il sud confessionale a quell' attaccamento alla ritualità e a quella fascinazione per gli aspetti magico-tradizionali della religione che hanno a lungo depresso l'espressione autentica della fede e lo sviluppo dei movimenti cattolici. Senza soddisfare questo duplice obiettivo un nuovo partito dei cattolici non potrà farsi troppe "illusioni"."


"Come si fa a pensare anche solo per un attimo di costringere la cultura dei cattolici in una nicchia? E per fare cosa poi? Una Dc degli anni Duemila? Un partito confessionale o di testimonianza? Si tratterebbe di iniziative anacronistiche, germinate più dal tentativo di occupare... uno spazio politico di mero potere che dalla volontà di affermare valori e cultura cattolici"


"Il referendum - o comunque una nuova legge elettorale - può aprire una strada nuova, comune a cattolici e laici, per una democrazia con meno polemiche - anche interne al Pd - ma più trasparente e rappresentativa."


"a me interessa di più registrare questa vivacità del risveglio dei laici credenti. Auspico però che nel fare le scelte e nel decidere gli schieramenti consultino quella bussola. Perché tutti e quattro quei punti cardinali sono decisivi per una "politica buona" e possono rivelarsi decisivi per il bene del Paese che in questa crisi sembra davvero aver perso la bussola."
 
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11-13 luglio Brescia

 

CONVEGNO DI AGGIORNAMENTO E SEMINARIO DI STUDIO IRC 2017

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