FORUM «IRC»
 
editore |02.10.2012
arte
Le Missionarie della Divina Rivelazione presentano il nuovo itinerario di arte e fede dedicato interamente alle nuove generazioni, in occasione dell'Anno della Fede

di suor Rebecca Nazzaro, 
superiora delle Missionarie della Divina Rivelazione


Amore e fede, viaggi e conversione, santità e martirio, apostoli e primato di Pietro…. Cosa vogliono dire queste parole alle menti dei giovani, o azzarderemo, ai loro cuori?


Resta forse inconcepibile oggi far coesistere fede e amore, come splendidamente, ma non senza difficoltà, fecero gli sposi Cecilia e Valeriano. O ancor più strano può sembrare parlare di San Paolo che dopo tutti i suoi viaggi per convertire i pagani, spendendo la sua intera vita per Cristo, si ritrova solo in una minuscola prigione a scrivere le ultime righe prima di partire da questo mondo verso Gesù.


Come poter parlare poi di Pietro che dal lago della Galilea si ritrova a Roma, a morire per un Uomo che aveva detto essere il Figlio di Dio e che affidò solennemente a questo povero pescatore, la Sua Chiesa?


Queste persone possono veramente dire ancora qualcosa ai giovani del terzo millennio? Hanno lasciato tutto, hanno seguito Gesù Cristo, ma non solo, lo hanno amato fino a versare il loro sangue per Lui. Cosa vuol dire tutto questo? Cosa hanno capito queste persone tanto da agire così estremamente?


L’itinerario che proponiamo ai giovani cattolici - e non solo - consiste nel cercare di dimostrare attraverso l’arte, come tutto ciò non abbia "sapore di passato", ma di un presente proteso verso un futuro al di là di noi.


E’ proprio conducendo i nostri giovani sui luoghi dove questi Santi hanno vissuto e testimoniato la loro fede che ci daremo tutte le risposte necessarie, cercando dunque di comprendere perché questi Santi hanno ritenuto che morire per Cristo non è stata una perdita, bensì un "guadagno"!


Per maggiori informazione sulle date e gli incontri, consultare il sito: www.divinarivelazione.org

 
editore |27.09.2012
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Il cardinale Ravasi parla dell'evento del Cortile dei Gentili ad Assisi, del Sinodo di ottobre e di una Nuova Evangelizzazione che deve riflettersi anche in un insegnamento più innovativo della religione

di Salvatore Cernuzio


Al termine della conferenza di presentazione dell’evento del Cortile dei Gentili, “Dio questo sconosciuto. Dialogo tra credenti e non credenti”, che si svolgerà il 5 e 6 ottobre, ad Assisi, ZENIT ha intervistato il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura.


***


L’evento del Cortile dei Gentili è stato un evento di pre-evangelizzazione che ha creato terreno fertile per l’imminente Sinodo dei vescovi dedicato appunto alla Nuova Evangelizzazione. Cosa si aspetta, invece, il Cortile dal grande assise di ottobre?


Card. Ravasi: Prescindendo dal fatto che lo stesso Sinodo cita il Cortile dei Gentili nell’Instrumentum Laboris, ciò che noi ci aspettiamo è che la presentazione della fede avvenga in una forma, con un linguaggio, che sia il più possibile comprensibile, non soltanto per i credenti ma anche per l’orizzonte culturale generale. Cioè che non sia soltanto autoreferenziale o legato a formule che, seppur preziose, sono ormai datate.


È qui l’importanza della comunicazione della fede, che è quello che, in un certo senso, facciamo anche noi, senza però voler evangelizzare.


E in questa direzione, quale potrebbe essere una formula efficace per vincere anche quel mare di indifferenza che lei, durante la conferenza, ha accusato essere l'atteggiamento più pericoloso del mondo attuale?


Card. Ravasi: Penso che per vincere la “nebbia” della superficialità, della banalità, dell’indifferenza generica, ci siano due strade. Una è quella adottata da alcune Chiese americane, soprattutto protestanti, che è il proporre l’essenziale, il minimo, impegnandosi, particolarmente, sul versante della carità, del volontariato e dell’impegno sociale. È questa una componente certamente significativa, ma, a mio avviso, insufficiente, in quanto la Chiesa non è “un’agenzia caritativa”.


L’altra via, invece, è quella della verità ultime, ovvero il coraggio di gettare sul tappeto, in un linguaggio comprensibile, i temi della vita, della morte, del bene, del male, della giustizia, della sofferenza, dell’amore.


Tutte quelle domande, cioè, che sono deposte in tutte le persone e che riaffiorano quando attraversano una sofferenza come, ad esempio, un familiare che muore di cancro o anche quando s’innamorano, si trovano a contatto con la bellezza e via dicendo. Tali quesiti devono essere riproposti con un linguaggio incisivo e culturalmente efficace: è l’unica via per far trovare all’umanità una risposta. Solo così la superficialità verrebbe scossa come da un elettroshock.


All’incontro di Assisi si svolgerà un dialogo tra lei e il presidente Giorgio Napolitano. Cosa rappresenta la figura del presidente della Repubblica nel dialogo tra credenti e non credenti?


Card. Ravasi: Rappresenta due componenti fondamentali: da un lato, incarna la figura dell’Italia in tutte le sue dimensioni e quindi di un Paese dalla grande tradizione cristiana. È la voce di un’Italia che ha pur sempre nel panorama della tradizione culturale il tema religioso. Non si può entrare in una pinacoteca o in una città senza “scontrarsi” con cattedrali, monumenti, dipinti che richiamano il sacro.


D’altra parte, il presidente Napolitano rappresenta una grande personalità che ha riproposto i valori, anche in mezzo al degrado culturale, sociale e politico. Egli insiste spesso, soprattutto con i giovani, sul tema dei grandi valori. È proprio lì che si crea una sintonia: quando entrambi cominciamo ad interrogarci sulle questioni fondamentali per la società stessa.


In questi giorni, il ministro per la Pubblica Istruzione, Francesco Profumo, a margine di un Convegno del Miur, ha parlato di una revisione di materie come la religione e la geografia, considerando ormai la forte presenza nelle scuole di studenti di culture e religioni differenti. Qual è il suo pensiero riguardo a questa tematica?


Card. Ravasi: Credo che sia indubbiamente importante rinnovare la didattica, prima di tutto, nel metodo. Pensiamo adesso a come avviene la comunicazione, non più con la carta scritta o il pennino come nella mia infanzia, ma con la tecnologia e altre modalità differenti. Anche nei contenuti, però, è necessario un rinnovamento! Ci sono componenti che sono fondanti da cui non si può prescindere, non solo per la religione, ma anche per le scienze. Allo stesso tempo, però, ci sono interpellanze sempre nuove: pensiamo ai problemi della Bioetica, un termine che 50 anni fa neppure esisteva. Credo, pertanto, che l’insegnamento della religione, in maniera corretta, sulla base del messaggio evangelico e dei grandi insegnamenti cristiani che vanno comunque sempre trasmessi, deve agganciarsi con il mutare della società e l’evoluzione dei tempi e della cultura.


Nella prospettiva di una trasmissione innovativa e, al contempo, essenziale della cultura, come si inserisce un evento interamente dedicato a Dante, come quello da lei annunciato per il 12 novembre alla Chiesa del Gesù di Roma?


Card. Ravasi: È tutto in linea con quello che si diceva. L’eredità che noi abbiamo è talmente alta e gloriosa che non può essere considerata una cosa del passato, marginale o da buttare. È una delle basi più feconde in assoluto. Ricordiamo, però, che il metodo è fondamentale, nel senso che un evento di tale spessore culturale non deve essere presentato come un’operazione filologica, ma come stimolo sul quale costruire oltre. Esprimono al meglio questo concetto, le parole del filosofo Bernardo di Chartres: “Noi siamo nani sulle spalle di giganti, ma è per questo che riusciamo a vedere più lontano”.

 Giovani»Educazione    Novità  
editore |17.09.2012
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Riportiamo di seguito una riflessione sulla disoccupazione giovanile firmata da monsignor Bruno Forte, arcivescovo della diocesi di Chieti-Vasto (in Abruzzo), e pubblicato sull'edizione di domenica 9 settembre del quotidiano Il Sole 24 Ore.


È drammatico il dato sulla disoccupazione giovanile nel nostro Paese. Un giovane su tre, fra chi ne avrebbe le potenzialità, è senza lavoro, con prospettive incerte anche sull’immediato avvenire. Impegnarsi per creare opportunità occupazionali ai giovani è compito prioritario nell’agenda delle cose da fare, come ha riconosciuto con chiarezza il Presidente Monti. Il Governo dovrà certo fare la sua parte, ma sarebbe illusorio pensare che il problema si risolva unicamente dall’alto.


Mai come in questo campo si richiede una sinergia ampia e convinta, che vada dalle famiglie alla scuola, dalla società civile alla comunità ecclesiale, dalle imprese ai sindacati, dalle amministrazioni locali alle diverse agenzie che operano sul territorio al servizio del bene comune. È importante, però, che i primi protagonisti di questo sforzo corale siano proprio i giovani.


Come? Vorrei rispondere a questa domanda partendo da un’immagine biblica, tratta dal libro dei Numeri (cap.13), dove si narra degli esploratori mandati da Mosè a visitare la terra promessa. Ritornando, essi portano il grappolo d’uva, il melograno e il fico e, nel raccontare quello che hanno visto, trasmettono una tale, convinta emozione, che tutto il popolo decide di affrontare il rischio di entrare in una terra dove abitano i giganti. È l’immagine di quello che dovrebbero fare i giovani di fronte alle sfide della crisi in atto. Come gli esploratori, i giovani non sono i capi del popolo, non sono Mosè, né Aronne; essi non sono neanche i sacerdoti o i leviti, e neppure la grande massa costituita dalle famiglie, dagli anziani, dai bambini. I giovani sono per loro natura gli esploratori, mandati a scoprire il futuro di tutti. Chi entrerà nella terra promessa, chi la vedrà e la farà sua? Chi ne intuisce già i tratti, ne avverte il sapore e il profumo? Sono i giovani.


In questo senso, aveva ragione Giovanni Paolo II nel dire che sono loro le sentinelle del mattino, che annunciano con i loro sogni e le loro attese il giorno che verrà. Sono loro i primi destinatari di quel sì di Dio al mondo, di cui parla spesso Benedetto XVI. I giovani anticipano il futuro, ce lo fanno assaggiare. Ecco perché un adulto che abbia perso il contatto coi giovani diventa presto vecchio; e chi è rimasto a contatto con loro conserva una carica stupefacente di giovinezza e di speranza.


Mi chiedo, allora, quali caratteristiche dovranno avere questi esploratori della terra promessa. Come agli inviati del libro dei Numeri, è chiesto ai giovani di raccontare un mondo ai più sconosciuto: essi devono essere dei narratori. Narrare non significa aver capito tutto, voler spiegare tutto, descrivere ogni dettaglio. Narrare vuol dire comunicare un’esperienza vissuta in maniera così intensa da risultare contagiosa di futuro. È questo che mi aspetto dai giovani: che aiutino tutti noi a conoscere, attraverso i loro racconti - che sono i loro “sogni diurni”, le loro attese e speranze - un mondo che per tanti aspetti non conosciamo, quello che condividono ogni giorno nelle scuole, negli ambienti di vita, con i loro amici, con quanti sanno dialogare con loro. Da questo mondo ci separa spesso una distanza, che ci rende difficile capirlo. È evidente, peraltro, che non si può imparare la lingua degli altri senza conoscerli. Chi conosce la lingua dei giovani, chi sta esplorando il mondo che deve venire, sono anzitutto loro, i giovani stessi. Perciò, noi adulti abbiamo bisogno di loro, perché senza di loro non potremo parlare al futuro; è grazie a loro, se accettano di coinvolgersi nell’avventura di sognare insieme e di organizzare la speranza, che anche noi potremo parlare al domani e costruirlo con loro. Il mio appello è allora a coinvolgere i giovani nello sforzo creativo del progetto, necessario ad aprire le vie del domani di tutti. Gli organismi di partecipazione (ad esempio scolastica) sono importanti, ma non bastano. Occorre un livello ulteriore di ascolto e di condivisione.


Oltre a essere i narratori della speranza, i giovani, come gli esploratori della terra di Canaan, sono chiamati a considerare lucidamente il desiderio e le sfide della conquista. Quando presentano il melograno, il fico e l’asta con i grappoli d’uva, gli esploratori lo fanno per dire: “Guardate che bello, questi sono i frutti della terra promessa”, una terra di cui si sono innamorati. Essi descrivono qualcosa per cui vale la pena di rischiare. Vorrei chiedere allora ai giovani: non narrateci l’ovvio, lo scontato; narrateci, invece, quello che nella vita vi fa sognare. Narrateci le vostre speranze, i vostri desideri; siate i trasmettitori di un’esperienza che solo l’amore dischiude, perché solo se si guarda con amore la terra della promessa di Dio, si può anche vedere il grappolo d’uva e il melograno e il fico. Aiutateci a sognare con voi un sogno anche arduo, ma possibile! Proprio per questo, come fecero gli esploratori della terra promessa, non tacete a voi stessi e agli altri le difficoltà dell’impresa. Il vostro sogno sia a occhi aperti, tanto da risultare interprete lucido e razionale della realtà! Bisogna scommettere sulle capacità dei giovani: ad essi non dobbiamo solo chiedere di trasmetterci un’emozione, ma anche di aiutarci a pensare, di proporci delle sfide, di farci valutare senza ambiguità le difficoltà dell’impresa. Nella terra promessa ci sono i giganti, le grandi agenzie che puntano solo al profitto e non esitano a scarificare ad esso i più deboli, a cominciare dai giovani! Non si può, né si deve tacere sulle difficoltà, le sfide, le prove che vanno affrontate. Amare i giovani significa chiedere loro sacrifici sensati, impegnarli a prepararsi, a studiare, a esercitarsi nel dono di sé. Guai a stimolarli solo a fare bella figura, ad apparire! I giovani vanno educati e devono educarsi a capire i problemi, a esaminarli e ad affrontarli insieme con gli altri, a lavorare sodo per superarli.


Da questo consegue una svolta decisiva: da semplici destinatari, più o meno raggiunti dalle nostre analisi e dai nostri progetti, i giovani vanno riconosciuti e trattati da veri protagonisti e interlocutori. Qui c’è il nuovo cui aprirsi: normalmente si parla dei giovani, si progetta sui giovani, ma i giovani non ci sono. In tutti gli organismi decisionali i giovani sono una rarità: si studiano i loro problemi, ma loro sono assenti, non convocati. Ovviamente, con questo non intendo entrare nel dibattito intorno ai cosiddetti “rottamatori” e alle loro ragioni, ma stimolare tutti, specialmente gli adulti e quanti hanno responsabilità di azione, ad ascoltare seriamente il mondo dei giovani, con mente lucida e cuore aperto. Ai giovani, infine, perché siano protagonisti del loro domani, chiederei di sentirsi caricati di un invio, coscienti di una responsabilità, portatori di speranza e di fede, innamorati della bellezza, che salverà il mondo. Giovani luminosi, capaci di guardare agli altri non con indifferenza, ma con attenzione d’amore, col desiderio di raggiungere tutti con un sogno comune, pronti a pagare il prezzo necessario per fare della speranza il dono di un presente possibile. Don Lorenzo Milani proponeva ai ragazzi di Barbiana il motto “I care”, mi sta a cuore: abbiamo bisogno di giovani che credano in questo, che amino i deboli e i poveri, che regalino un po’ del loro tempo agli altri, che non si risparmino nel prepararsi seriamente al domani, che soprattutto non si chiudano mai a quelle che i credenti chiamano - con discernimento e umile consapevolezza - le sfide e le sorprese di Dio. È quello che auguro a tutti i nostri giovani e in modo speciale a chi in questi giorni inizia un nuovo anno scolastico, perché sia cammino fecondo verso un futuro più giusto e bello per tutti.

 IRC  Novità  
editore |15.09.2012
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Nicola Rosetti spiega come sarebbe difficile comprendere la storia, la scienza, la cultura senza sapere di religione


Un nuovo anno scolastico è alle porte e fra le tante materie che i nostri alunni studieranno ce n'è una che possono scegliere: l'Insegnamento della Religione Cattolica (IRC). L'IRC in Italia è regolato dai Patti Lateranensi e dalle successive modifiche approvate di comune accordo dalla Chiesa Cattolica e dallo Stato Italiano.


Su questa materia è in corso da sempre un vivace dibattito: ci si interroga sulla sua presenza accanto alle altre materie, sulla sua legittimità all'interno dell'ordinamento degli studi di uno stato laico e sulla sua opportunità, visto che molti alunni appartengono ad altre religioni o non si riconoscono in nessuna di esse.


Se vogliamo capire la presenza dell'insegnamento religioso fra le attività didattiche, dobbiamo prima chiederci più in generale quale sia la finalità generale della scuola.


L'istituzione scolastica ha il dovere di aprire gli occhi degli alunni sulla realtà che li circonda e di questa  fa parte, a pieno titolo, l'esperienza religiosa. Se vogliamo per i nostri alunni una formazione integrale, cioè completa, non possiamo non farli riflettere su questo significativo e determinante aspetto della realtà: gli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi hanno aderito ad una religione e questa ha spesso determinato i costumi e i modi di vivere dei popoli, al punto che nella nostra lingua le parole "culto" e "cultura" sono affini.


Una volta appurato che la presenza dell'IRC rientra nel quadro delle attività formative rivolte agli studenti, ci si domanda perché l'insegnamento religioso sia confessionale. Contrariamente a quanto si potrebbe credere, il fatto che l'IRC sia gestito dalla Chiesa Cattolica e dallo Stato Italiano non è un'anomalia nel panorama europeo.


Infatti l'insegnamento religioso, presente in quasi tutti gli stati dell'Unione Europea, è cogestito dagli stati e dalle comunità religiose maggiormente diffusi in essi. Laicità non vuol dire ateismo. La laicità, rettamente intesa, rispetta il fattore religioso e in uno stato laico, religione e politica, pur essendo distinte, possono collaborare per il bene comune delle persone: l'insegnamento religioso va visto proprio in questa logica. Questo principio è anche sancito dall'articolo 7 della nostra Costituzione, la quale afferma  che Chiesa e Stato sono indipendenti e sovrani.


La religione cattolica è sicuramente la tradizione religiosa più comune e diffusa nel nostro paese e lo Stato Italiano la riconosce come parte integrante del proprio patrimonio culturale. Ecco dunque perché viene data la possibilità ai nostri alunni di conoscerla. Il cattolicesimo ha influito nel corso dei secoli sulla nostra civiltà: sarebbe sicuramente più complicato comprendere la Divina Commedia, i Promessi Sposi, un dipinto di Giotto o di Caravaggio senza possedere una minima conoscenza dei contenuti di questa religione.


Questo vale sia per gli alunni italiani che per quelli stranieri che vivono nel nostro paese. Gli alunni che appartengono ad altre tradizioni religiose possono frequentare l'IRC, che non va confuso con il catechismo. Questi alunni hanno la possibilità di studiare, senza aderirvi, la religione cattolica e ciò può essere per loro un'ulteriore opportunità di integrazione. Allo stesso tempo, per gli alunni cattolici la presenza durante l'ora di religione di ragazzi appartenenti ad altre religioni può costituire una grande occasione di confronto.

 
editore |11.09.2012
indagine-ocse-pisa-sulla-scuola-in-italia

Bilanci per l’istruzione non adeguati ai tempi; invecchiamento medio della categoria degli insegnanti; squilibrio tra maschi e femmine tra gli iscritti negli atenei.


Sono tre dei problemi rilevati da una indagine dell’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economici) resa nota oggi, che indaga la situazione scolastica nei 34 Paesi aderenti, 21 dei quali Ue.


Secondo la ricerca, oltre il 50% dei docenti di scuola secondaria superiore in Germania e in Italia ha superato i 50 anni di età; in altri cinque Paesi dell’Unione (Austria, Repubblica ceca, Estonia, Paesi Bassi, Svezia) il dato è oltre il 40%.


Ocse esprime preoccupazione anche per la “disparità tra i generi”: la relazione segnala che “quasi un terzo di donne in più rispetto agli uomini si iscrive all’istruzione universitaria nell’Ue”.


Permane poi la questione delle risorse finanziarie investite nell’educazione. Androulla Vassiliou, commissario europeo per l’istruzione, commenta: “Gli Stati membri dell’Ue riconoscono che l’investimento nell’istruzione è essenziale per il futuro d’Europa e per la sua prosperità nel lungo periodo. Dai dati emerge che il costo dell‘istruzione è di gran lunga controbilanciato dai vantaggi che se ne traggono. Non abbiamo però motivo di essere troppo soddisfatti: la relazione evoca anche la necessità di riforme per modernizzare l’istruzione e renderla più attraente sia agli occhi degli studenti che degli insegnanti”.

 
Cattura
Roma - 17-19 Novembre

 

CONVEGNO DI AGGIORNAMENTO E SEMINARIO DI STUDIO IRC 2017

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