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 Giovani»Educazione    
editore |19.02.2013
giovani

In questi ultimi anni, numerosi sono stati i messaggi provenienti dal Santo Padre Benedetto XVI e dagli organi della Chiesa che si rivolgono con sempre maggiore attenzione ai giovani. Basti pensare, tra i molti, al messaggio di Papa Benedetto per la Giornata Mondiale della Pace del 2012 dal titolo: “Educare i giovani alla giustizia e alla pace”, oppure alla recente plenaria del Pontificio Consiglio della Cultura del 2013 dal tema: “Culture giovanili emergenti”. Per comprendere i cristiani di domani, in sintesi, è importante conoscere e sostenere i giovani di oggi.


Abbiamo chiesto alcune considerazioni in merito al vescovo titolare di Eraclea, Enrico dal Covolo, Rettore della Pontificia Università Lateranense che in questi giorni si trova Iran. È, infatti, in visita ufficiale presso l’Università islamica di Teheran. 


è  stata da poco celebrata la Giornata della Vocazione e della Vita Consacrata. Lei prima di tutto è sacerdote, salesiano e poi rettore dell’Università del Papa. Cosa significa la sua vocazione di salesiano al servizio della Lateranense? 


Mons. Enrico dal Covolo: Ritengo di essere stato inviato in questa università soprattutto per essere al servizio dei giovani e per la promozione della cultura accademica, sempre orientata alla crescita dei giovani, degli studenti e di conseguenza anche dei professori di questa università. Ritengo, però, che i giovani siano la mia patria determinante. Molte volte dico che l’università se c’è, se esiste, è per i giovani e per gli studenti, non è di per sé per i professori. E’ finalizzata alla crescita dei giovani e per questo mi ritrovo come a casa perché questa è la via che ho scelto come salesiano: fare di loro, secondo il progetto di Don Bosco, degli onesti cittadini e dei buoni cristiani, lavorando secondo il sistema che Don Bosco ci ha consegnato, basato sulla ragione, sulla religione e sull’amorevolezza. 


Nel discorso d’inizio anno accademico 2012/2013, Lei ha sottolineato l’importanza della pastorale universitaria durante il percorso formativo degli studenti. Quali sono i compiti principali di tale attività affinché i giovani possano essere aiutati a capire la loro vocazione? 


Mons. Enrico dal Covolo: La pastorale universitaria è soprattutto un accompagnamento. “You to you”, a “tu per tu” coi giovani affinché, in questa esperienza accademica, siano facilitati a scoprire il disegno globale, il progetto di vita che il Signore indica a loro. Non è un cammino facile, si tratta di procedere con il discernimento e si tratta di rendere capaci i giovani di porsi la domanda giusta, la sola domanda: “Signore, che cosa vuoi che io faccia con la mia vita?”. Io spesso raccomando ai giovani che i loro progetti personali siano sovrastati, siano guidati da questa domanda: “Signore, che cosa vuoi che io faccia con la mia vita?”. Proprio per questo, durante l’anno accademico, abbiamo avviato un’esperienza senza dubbio molto interessante di pastorale universitaria: la nuova convivenza di casa Zaccheo. Una casa al centro di Roma dove dodici nostri giovani, ragazzi e ragazze dell’università, si sono messi insieme per un progetto di vita comunitaria all’insegna precisamente di questa domanda centrale: “Signore che cosa vuoi che io faccia con la mia vita? ”. 


Il Santo Padre, Papa Benedetto XVI, ha dedicato quest’anno alla Fede. In questo contesto Lei ha stabilito che il corrente anno accademico fosse dedicato alla comunicazione della fede. Cosa si intende per comunicazione della Fede nei tempi odierni?


Mons. Enrico dal Covolo: Qui devo fare delle precisazioni. Il progetto del quadriennio del mio rettorato è segnato da quattro parole chiavi: la prima è l’“emergenza educativa”, e questo ha contraddistinto l’anno accademico 2010/2011. La seconda parola è la “formazione dei formatori” come risposta appunto alla emergenza educativa; questo impegno ha sottolineato in modo speciale l’anno accademico 2011/2012. Poi ci sono altre due vie che io ritengo prioritarie, due mezzi particolarmente efficaci per raggiungere l’obiettivo che ci siamo proposti, che è appunto la formazione dei formatori come risposta all’emergenza educativa. E queste due vie, questi due mezzi privilegiati, sono “la pastorale universitaria”, di cui abbiamo già parlato ed a cui dedicheremo il prossimo anno accademico 2013/2014, e “la comunicazione”, di cui ci stiamo occupando in modo speciale in quest’anno 2012/2013. Ma questo è anche l’Anno della Fede, e così abbiamo pensato di intitolare questo anno accademico 2012/2013 proprio come l’anno della comunicazione della Fede. Così facendo, abbiamo anche inteso superare un possibile equivoco. 


Trasmettere la Fede certamente è importante e decisivo, ma noi non vorremmo che con il termine “trasmettere la Fede” si alludesse soltanto e semplicemente a un problema di contenuti da trasmettere, cioè all’aspetto oggettivo della fede. Noi siamo convinti, secondo la grande lezione dei Padri, che esiste anche un aspetto soggettivo, che va testimoniato, accanto a quello oggettivo, che va trasmesso. Quindi, le due cose insieme, trasmettere e testimoniare, ci hanno fatto scegliere questa espressione “comunicare la Fede”, comunicarla nella sua interezza sia per quanto riguarda gli aspetti oggettivi, cioè il catechismo, sia per quanto riguarda gli aspetti soggettivi, cioè la testimonianza personale della Fede cristiana.  


Com’è il rapporto della Chiesa con i nuovi mezzi di comunicazione? 


Mons. Enrico dal Covolo: Il rapporto è di grande apertura. Basti leggere i messaggi come l’ultimo del Papa per la giornata mondiale delle comunicazioni. Sono messaggi di ampio respiro. Dall’altra parte però devo ammettere che siamo ancora all’inizio. Bisogna che dedichiamo più tempo ed energie a questo ambito. E’ proprio per questo che noi, il 14 di febbraio, avvieremo un’altra iniziativa. Inaugureremo un master di “Digital Journalism”, frequentato da circa trenta corsisti che verranno istruiti dai migliori esperti della comunicazione digitale. Questo master durerà fino al mese di dicembre dell’anno in corso, a cavallo tra i due anni accademici. E’ un programma molto ambizioso. Noi lo proponiamo al servizio della società e della cultura, ma anche per una motivazione ecclesiale.


Abbiamo avvertito un’urgenza: molte riviste, bollettini parrocchiali o riviste diocesane ormai sono in difficoltà con il supporto cartaceo ed è sempre meno possibile, anche per i costi che la cosa comporta, andare avanti in questa direzione. Sempre più si avverte l’urgenza di passare al digitale. Noi vorremmo abilitare questa trentina di persone in modo che possano anche offrire un competente servizio nella gestione di questa particolare emergenza che si è creata all’interno della Chiesa.  


I nuovi modi di comunicare la Fede come incidono sulla vocazione dei giovani e sulla loro percezione di essa? (Ovvero, come è cambiato, se è cambiato, il modo di vivere la vocazione?)


Mons. Enrico dal Covolo: Bisogna ricordare ciò che molto giustamente ha detto il Papa nel messaggio per la pace nel 2012. In quel messaggio si evocava il legame strettissimo che esiste tra educazione e comunicazione. Diceva il Papa che l’educazione è comunicazione, quindi ci sono ampie zone di interferenza diretta ed esplicita. La stessa cosa può essere detta riguardo alla vocazione e alla comunicazione: cioè l’esistenza di ampie aree di interferenza reciproca. Quando pongo la domanda giusta, ovvero: “Signore che cosa vuoi che io faccia?”, è chiaro che invito il giovane ad aprirsi generosamente alla comunicazione, ad aprirsi all’altro. Certo, all’altro con la “A” maiuscola, ma anche agli altri che sono il nostro prossimo.  


Lei, ha compiuto recentemente un viaggio in Medio Oriente presso gli istituti che sono affiliati alla Lateranense. Ha avuto modo di incontrare i giovani e di parlare con loro?


Mons. Enrico dal Covolo: Naturalmente, perché una delle istanze previste era proprio il colloquio diretto con gli studenti. Così li ho radunati insieme, e ho avuto anche delle occasioni di colloquio a “tu per tu” con molti di loro. Mi sono accorto con grande soddisfazione e con grande speranza durante questo viaggio in Medio Oriente che i giovani dei nostri centri affiliati studiano bene e con un obiettivo ben chiaro, cioè quello di essere capaci di incidere per edificare una società, una civiltà migliore. E quando dico migliore intendo dire soprattutto sul versante della pace, del dialogo culturale e interreligioso, al fine di costruire un tessuto sociale meno sofferente, meno conflittuale. Credo che in questo momento tra i valori più sentiti dai giovani in Medio Oriente, ci sia, in assoluto, il valore della pace. Certamente con tutto quello che lo circonda come l’educarsi ad essere efficaci promotori di pace; da qui anche lo studio appassionato della dottrina sociale della Chiesa che si va compiendo in questi centri. Fondamentale è anche il dialogo interreligioso perché c’è la convinzione in questi giovani, che io ritengo giusta, che il dialogo migliore e più efficace sia quello che si può costruire proprio su basi culturali solide: è proprio qui che si gioca la possibilità dell’incontro rispettoso e tollerante. Purtroppo con le frange estremiste o fondamentaliste questo non è possibile.


Quindi sono questi i valori principali con cui si identificano i giovani cristiani in Terra Santa?


Mons. Enrico dal Covolo: Soprattutto il valore della pace! Ma ci sono intorno anche molti altri valori per il conseguimento di questa. Una capacità di servizio e di dono di sé. Mi colpisce molto e mi entusiasma il fatto che questi giovani non studino tanto per se stessi, cioè non si chiudano nella torre d’avorio di una cultura asettica, ma cerchino al contrario di mettere le nozioni, lo studio che fanno, al servizio di questo progetto sociale di convivenza migliore.


In Medio Oriente è particolarmente importante – come ha accennato anche Lei – il dialogo interreligioso nel nuovo processo di evangelizzazione. Questo è naturalmente un precipuo compito anche dei giovani cristiani. Come affrontano tale tema questi istituti affiliati alla Lateranense?


Mons. Enrico dal Covolo: Lo affrontano in base alle caratteristiche proprie del Centro accademico a cui ci riferiamo. Comunque, un’istanza condivisa e comune è quella di una conoscenza reciproca maggiore, cioè conoscere meglio per esempio i testi di riferimento delle religioni di cui si parla, conoscere meglio le tradizioni di queste religioni, cercare di capire di più per capirsi di più. Noi abbiamo dei Centri che si occupano maggiormente del dialogo con l’una o con l’altra religione: per esempio nella Domus Galilaeae, presso la quale abbiamo un Istituto affiliato di studi teologici, il Seminario Redemptoris Mater, ci si è specializzati in modo particolare, su indicazione del Papa Beato Giovanni Paolo II, sul dialogo ebraico-cristiano. In tale contesto, quindi, viene portato specificamente avanti il filone di questo tipo di dialogo. Invece, come ulteriore esempio, nella Università Saint-Joseph di Beirut ho visto che si coltiva maggiormente il dialogo con la religione islamica. Queste sono le caratteristiche proprie di ogni Centro. Però possiamo dire che c’è una costante, un minimo denominatore comune ben condiviso che è questo: una conoscenza maggiore, un rispetto reciproco, il desiderio di capirsi di più.


Cosa si sente di augurare ai giovani che stanno cercando la loro vocazione?


Mons. Enrico dal Covolo: Quello che dico sempre! Non aver paura di accettare ciò che il Signore indica come la tua strada, anche se a prima vista questo potrebbe comportare grossi sacrifici, ma si deve partire dalla consapevolezza che la propria felicità più grande può realizzarsi solo in questa direzione, cioè che la nostra felicità più grande si realizza nell’obbedienza al progetto che Dio ha sopra di noi. Qualunque altra strada non conduce alla felicità piena. Anche quando il Signore fa delle proposte impegnative. Possiamo pensare alle vocazioni consacrate, alle vocazioni missionarie, alle vocazioni di speciale servizio nella Chiesa e nel popolo di Dio: certamente questo comporta tanti sacrifici, però – se una persona è chiamata a questa strada – questa è l’unica via per raggiungere la vera felicità, che io auguro sempre ai giovani. La vera felicità coincide con la santità: cioè essere felici di qua e di là.


Il 31 gennaio è stato celebrato San Giovanni Bosco. I salesiani come hanno festeggiato il loro fondatore che è stato un vero protettore dei giovani?


Mons. Enrico dal Covolo: Certamente in base alle proprie culture locali. Ho visto, seguendo i vari servizi dell’Agenzia notizie salesiane, c’è un tripudio di festeggiamenti in onore di Don Bosco direi molto ben marcati dalla situazione locale in cui avvengono tali festeggiamenti. C’è però una sorta di elemento comune che lega i festeggiamenti quest’anno, ovvero la preparazione a marce sempre più robuste verso il 2015, per i 200 anni di nascita del nostro Fondatore. Il rettore maggiore ha indicato questi anni, questo triennio che ci avvicina al 2015, come anni di preparazione specifica guidati da un programma. Ogni anno viene proposto un certo aspetto della spiritualità di Don Bosco e della sua santità, del suo carisma, da approfondire. E così il festeggiamento di quest’anno è orientato a sottolineare la caratteristica fondamentale della missione di Don Bosco: la pedagogia salesiana basata sul sistema preventivo. 

 IRC  
editore |15.11.2012
Profumo

Intesa per l'insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche. Pubblicato in G.U. il Decreto del Presidente della Repubblica 20 Agosto 2012 n. 175 (in vigore dal 31/10/2012):


Esecuzione dell’intesa tra il Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca e il Presidente della Conferenza episcopale italiana per l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche, firmata il 28 giugno 2012”.


E' disponibile anche il formato PDF (1.075 Kb).


Il link al Decreto (prot. 484/2012 del 28 Giugno 2012) di promulgazione dell'Intesa del Presidente della Conferenza Episcopale Italiana.


In data 6 Novembre 2012 il MIUR ha pubblicato la circolare 2989 inerente i profili di qualificazione professionale a regime con l'anno scolastico 2017-2018.

editore |15.11.2012
corso-gratuito-animatore-sociale

Quella dell’animatore della co­municazione e della cultura non è una figura passata di moda.


«Ci sono persone già pronte per l’o­pera di integrazione tra cristianesimo e società. E che potranno essere snodi im­portanti perché il Vangelo parli il lin­guaggio della rete senza il quale è ormai impossibile entrare in contatto con le generazioni di oggi», osserva monsignor Domenico Pompili, sottosegretario del­la Cei e direttore dell’Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali, tirando le fila della sessione residenziale del corso Anicec che si è tenuta a Roma dal 9 all’11 novembre.


Una tre giorni intensa che ha privilegiato lo scambio e ha pun­tato i riflettori su quanto bolle in pento­la a livello locale:


«L’officina digitale è il luogo che ha scompaginato il modo di tradizionale di fare i convegni: in catte­dra sono saliti loro, gli studenti, per pre­sentarci le loro esperienze», sottolinea Pompili evidenziando come si sia passati «dal broadcasting allo sharing, ossia dal­la trasmissione alla condivisione».


È l’e­sperienza a dimostrare che «gli anima­tori sono protagonisti sul campo e con la loro creatività e competenza sono in grado di colmare il gap tra Vangelo e cul­tura ».


I progetti presentati – dai percor­si multimediali per l’apprendimento del­la Divina Commedia fino alla preven­zione nella scuola con il coinvolgimen­to della polizia postale, ai supporti digi­tali interattivi per ambienti ecclesiali e ai profili Facebook delle parrocchie – sono la testimonianza concreta «dell’atteg­giamento proattivo» dell’animatore.


Che sa, spiega Chiara Giaccardi, docente di Sociologia e antropologia dei media al­l’Università Cattolica di Milano, «antici­pare gli scenari, ridurre i danni, operare una verifica continua, non proibire ma riorientare le tecnologie nello loro forme più conviviali, volte cioè alla comunio­ne». Per padre Antonio Spadaro, diret­tore de La Civiltà Cattolica, è essenziale «avere una esperienza diretta dei social network e sulla base di essa articolare u­na riflessione che porti prima all’azione e poi alla valutazione di ciò che è stato realizzato».


All’animatore è richiesta dunque «una sensibilità per i cambia­menti in atto» e allo stesso tempo «un o­recchio attento alla realtà concreta de­gli ambienti ecclesiali».E loro sono pronti. «Il Signore è stato fan­tasioso e mi ha fatto scoprire questa via», confida Ida Marengo di Cuneo, 'volon­taria per l’arte' al Museo diocesano San Sebastiano.


«Creare un sito di cui non ci si dimentichi in breve tempo» è ciò che Laura Foglino proporrà alla parrocchia della Resurrezione di Torino. Maria Chia­ra di Parma lavorerà invece per «creare una sinergia tra i media diocesani, in vi­sta di un percorso comune».


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Avvenire

 Giovani»Educazione    
editore |13.11.2012
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Internet è diventato parte integrante delle vite dei bambini e dei giovani. In Italia, il 60% dei ragazzi usa la rete quotidianamente, trascorrendo online in media 88 minuti al giorno. I ragazzi trascorrono sempre più tempo online e questo inizia a sollevare alcuni interrogativi sulla loro capacità di autogestire intensità e frequenza di utilizzo.


EU Kids Online ha dunque chiesto ai bambini di età compresa tra gli 11 e i 16 anni quanto spesso sperimentano i sintomi di un uso eccessivo, per esempio non dormono, saltano i pasti, non fanno i compiti o non socializzano a causa del tempo speso online oppure non sono riusciti a ridurre l'intensità di utilizzo del web.


L'1% dei bambini europei rischia di fare un uso eccessivo della rete


I dati EU Kids Online indicano che solo l’1% dei ragazzi europei fa esperienza di tutti e 5 i fattori connessi a un uso eccessivo della rete, e sono dunque esposti al rischio di un uso patologico. I ragazzi che si riconoscono fra i soggetti a rischio, perché hanno sperimentato più sintomi di un abuso del web, dichiarano di essersi trovati ad affrontare una serie di problemi psicologici ed emotivi che hanno avuto un impatto sul loro comportamento sia online che offline.


La percentuale dei ragazzi che ha fatto esperienza di almeno uno dei sintomi connessi a uso eccessivo di internet varia dal 17% in Italia al 49% in Estonia. L’83% dei ragazzi italiani, infatti, non riferisce nessuna esperienza connessa a un uso eccessivo della rete. Fra i sintomi più diffusi c’è l’esperienza di trovarsi a navigare senza un reale interesse – esperienza riferita dal 42% del campione europeo e dal 23% dei coetanei italiani. Dimenticarsi di mangiare o sottrarre tempo al sonno sono invece esperienze meno diffuse – che riguardano solo il 17% dei ragazzi europei e il 7 % dei coetanei italiani.


Giovanna Mascheroni, responsabile della ricerca per l’Italia, spiega: “i dati mostrano come l’uso eccessivo di internet sia associato a altri rischi online (in particolare ai rischi di contatto e di comportamento, come il bullismo, il sexting e gli incontri offline con persone conosciute online) e a comportamenti rischiosi offline, come l’abuso di sostanze e in generale difficoltà psicologiche e emotive. Il rischio di dipendenza da internet va, quindi, contestualizzato nella condizione psicologica e sociale del ragazzo”.


Uso eccessivo di internet e “internet addiction”: cosa dovrebbero fare i genitori?


Per prevenire l’uso eccessivo di internet da parte dei ragazzi, EU Kids Online raccomanda ai genitori di partecipare attivamente alle attività online dei loro figli attraverso il dialogo e il supporto, specialmente, ma non solo, quando un ragazzo ha avuto un’esperienza negativa online. Giovanna Mascheroni commenta: “fra le diverse strategie con cui i genitori regolano le pratiche online dei loro figli, la mediazione attiva è sicuramente la più efficace, perché promuove usi responsabili e sicuri della rete, senza limitare l’opportunità online e l’acquisizione di competenze digitali”.


Quando i genitori affrontano direttamente e apertamente questi temi, è più probabile che il tempo trascorso online e l’alfabetizzazione digitale aiutino i ragazzi a impadronirsi di usi responsabili di internet quando saranno più adulti.


Altri risultati


I risultati di EU Kids Online suggeriscono che le strategie protettive iniziano offline e in un’età precoce, appena ci si rende conto di difficoltà emotive e comportamenti di sensation-seeking (la ricerca di continue stimolazioni sensoriali attraverso comportamenti rischiosi).§ Limitare il tempo che i ragazzi trascorrono su internet non è una risposta efficace al rischio di usi patologici della rete, perché ignora le cause della predisposizione a questo rischio.§


A Cipro, i ragazzi hanno più probabilità di sperimentare tutti e cinque i sintomi misurati (il 5% dei bambini afferma di aver sperimentato tutti e cinque gli indicatori di un uso eccessivo).§


Se il ragazzo mostra un uso eccessivo della rete, comportamento segnalato dalla presenza di tutti i sintomi indagati, raccomandiamo ai genitori di affidarsi al consiglio di professionisti, come psicologi clinici o dello sviluppo, o counsellor scolastici, che possono aiutare il ragazzo a risolvere i problemi offline di solito associati all’internet addiction.


Per ulteriori informazioni:


Il report “Excessive Internet Use among European Children” indaga il rischio di uso eccessivo di internet fra i ragazzi europei in una prospettiva comparativa cross-nazionale. Lo studio è un’analisi in profondità di 19.834 ragazzi tra gli 11 e i 16 anni di 25 paesi europei che hanno uno o più indicatori di un uso eccessivo.Per il rapporto completo, Excessive Internet Use among European Children di David Smahel, Ellen Helsper, Lelia Green, Veronika Kalmus, Lukas Blinka and Kjartan Ólafsson,


si rinvia ahttp://www2.lse.ac.uk/media@lse/research/EUKidsOnline/EU Kids III/Reports/ExcessiveUse.pdf


Per maggiori informazioni contattare Giovanna Mascheroni: giovanna.mascheroni@unicatt.it


Informazioni sul progetto e sulla ricerca


Il progetto EU Kids Online è stato finanziato dal Safer Internet Programme della Commissione Europea (SI-2010-TN-4201001) con l’obiettivo di fornire una solida base di dati empirici sulle esperienze d’uso di internet alle istituzioni che promuovono la sicurezza online.


EU Kids Online ha somministrato un questionario “faccia a faccia” a oltre 25.000 ragazzi utenti internet tra i 9 e i 16 anni e ai loro genitori in 25 Paesi, utilizzando un questionarioauto-compilato per le domande sensibili.I Paesi coinvolti nella ricerca sono: Austria, Belgio, Bulgaria, Cipro, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Gran Bretagna, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lituania, Paesi Bassi, Norvegia, Polonia, Portogallo, Repubblica Ceca, Romania, Slovenia, Spagna, Svezia, Turchia e Ungheria. Inoltre il progetto include team nazionali di ricercatori provenienti da Croazia, Islanda, Lettonia, Lussemburgo, Malta, Russia, Slovacchia e Svizzera.Per ulteriori informazioni, si veda Livingstone, S., Haddon, L., Görzig, A. e Olafsson, K. (2011). Risks and safety on the internet: the perspective of European children. Full findings. LSE, London: EU Kids Online.Per un approfondimento sui dati italiani si veda Mascheroni, G. (a cura di) (2012), I ragazzi e la rete. La ricerca EU Kids Online e il caso Italia, La Scuola, Brescia.


Altri report e dettagli tecnici sulla ricerca sono disponibili sul sito www.eukidsonline.net


 


Fonte:Comunicato stampa dell'8.11.2012 di EU Kids Online III e OssCom, Centro di ricerca sui media e la comunicazione dell’Università Cattolica di Milano

 Giovani»Educazione    
editore |03.11.2012
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​Riportiamo un'intervista ad Ernesto Olivero fondatore del Servizio Missionario Giovani, il Sermig.



Il Sermig - Servizio Missionario Giovani - è nato nel 1964 da un'intuizione di Ernesto Olivero e da un sogno condiviso con molti: sconfiggere la fame con opere di giustizia e di sviluppo, vivere la solidarietà verso i più poveri e dare una speciale attenzione ai giovani cercando insieme a loro le vie della pace.



Dai "Si" di giovani, coppie di sposi e famiglie, monaci e monache è nata la Fraternità della Speranza, per essere vicini all'uomo del nostro tempo e aiutarlo a incontrare Dio.



Il Papa ha aperto l’anno della Fede in occasione del 50° del Concilio Vaticano II. Ernesto Olivero, lei è stato il fondatore del Servizio Missionario Giovani, il Sermig, realtà che si spende per la diffondere la giustizia e promuovere la pace tra i popoli, come ha influito il Concilio sulle sue scelte?


A me come a tutti, il Concilio ha offerto la possibilità di accostarsi alla sacra Scrittura. E le mie scelte sono segnate, da sempre, dall’esperienza di entrare nel Vangelo, camminare in ogni sua pagina e ritrovarvi la bellezza della normalità. Ho incominciato ad amare Gesù per la sua logica. Lui dice: amate i nemici. Sembra un paradosso, ma se fossi io il nemico vorrei essere tagliato fuori senza pietà o vorrei che mi si desse una possibilità? Gesù dice di perdonare settanta volte sette, cioè sempre. Le poche volte che uno perdona, come si sente dopo: bene o male? Il Vangelo è stato il mio Concilio, è il mio rinnovamento quotidiano. La Chiesa non è una struttura che deve aggiornarsi, ma una Presenza cui convertirsi, quella di Dio che ha il volto di Gesù.


Come accoglie l’invito di Benedetto XVI a diventare "pellegrini del deserto" per tornare a evangelizzare?


Non pensiamo di "andare a evangelizzare" con dei discorsi. Dei primi cristiani la gente diceva: guardate come si vogliono bene, come testimoniano il loro amore per Dio, come condividono i loro beni... E Paolo nel suo "testamento pastorale" – testo fondamentale di cui purtroppo non si parla mai – dice negli Atti: «Non ritengo in nessun modo preziosa la mia vita, purché conduca a termine la mia corsa e il servizio che mi fu affidato dal Signore Gesù… Non ho desiderato né argento né oro né il vestito di nessuno. Voi sapete che alle necessità mie e di quelli che erano con me hanno provveduto queste mie mani. In tutte le maniere vi ho mostrato che i deboli si devono soccorrere lavorando così, ricordando le parole del Signore Gesù, che disse "Si è più beati nel dare che nel ricevere"». L’evangelizzazione parte sempre dalla testimonianza. Si è spenta la luce, tornare ad essere cristiani 24 ore su 24 sarà la migliore evangelizzazione.


Lei è stato eletto cittadino dell’anno dall’Unione europea, che ha appena vinto il Nobel per la pace. È d’accordo con questo premio?


È stato un gesto positivo, ora occorre meritarselo con un salto di qualità decisionale condiviso e solidale. Mi piacerebbe che diventasse un’unione di popoli legati non solo da interessi economici, ma dall’interesse per la promozione di pace e sviluppo. Da un lato l’Europa deve far sì che nei suoi Paesi i diritti umani siano rispettati da tutti, anche dai nuovi ospiti; dall’altro deve contribuire a promuoverli nei Paesi nei quali non sono ancora riconosciuti. I Paesi dell’Ue negli ultimi anni hanno usato più volte le armi. Invece questo Nobel deve farci diventare cittadini del mondo, che significa sentire come proprie fatiche, sofferenze e speranze degli altri popoli e agire di conseguenza. Dovremmo ad esempio sentirci padri e madri, fratelli e sorelle di Malala, la ragazza pakistana di 14 anni massacrata dai talebani per il suo impegno a favore dell’educazione femminile.


In Italia le inchieste giudiziarie mettono in luce una diffusa corruzione, scandali, abusi e sprechi di denaro pubblico. Dov’è la radice di questa crisi della politica?


Nell’avidità che ci ha fatto diventare miopi e ci ha fatto perdere di vista il bene comune. Siamo il Paese di Francesco, Michelangelo e Giotto, Verdi, Marconi e Fermi, Ambrosoli, Falcone e Borsellino, Alex Zanardi. L’Italia detiene il 40% del patrimonio artistico mondiale e il maggior numero di siti inclusi nella lista del patrimonio mondiale dell’umanità. Dobbiamo diventare degni di queste eccellenze. Mi fa soffrire l’idea che il mio Paese sia uno dei più corrotti al mondo. Quando parlo di politica mi rattrista poter fare riferimento solo a Zaccagnini, La Pira, De Gasperi e pochi altri. Mi piacerebbe citare nomi di politici italiani contemporanei senza temere brutte sorprese. La politica deve tornare trasparente, rimettersi a servizio del bene comune. Non sono le tasse a risolvere la crisi, ma una nuova coscienza educata alla sobrietà e all’etica.


Ha proposte concrete da avanzare?


Iniziamo a tagliare la metà dei consiglieri comunali, provinciali, regionali, dei deputati e dei senatori. Eliminiamo alla radice i privilegi, cominciando dai rimborsi spropositati dei politici per proseguire con le liquidazioni faraoniche dei manager d’azienda e le sostanziose pensioni di alcune categorie percepite dopo pochi anni di attività. Chi viene eletto a un incarico istituzionale dovrebbe continuare a percepire lo stipendio di prima dall’azienda per cui lavorava (come i sindacalisti) e chi ha un’attività di tipo imprenditoriale potrebbe autofinanziare il proprio impegno. Ricoprire un incarico istituzionale è un onore, non solo un onere, un servizio e non un privilegio. Bisognerebbe anche rendere esecutiva ed efficace una "legge della restituzione" che preveda la riparazione integrale dei danni provocati alla collettività. Mi è molto caro a questo proposito l’esempio biblico di Samuele che, al momento di cedere la guida del popolo d’Israele a Saul, dice: «A chi ho portato via il bue? A chi ho portato via l’asino? Chi ho trattato con prepotenza? A chi ho fatto offesa? Da chi ho accettato un regalo per chiudere gli occhi a suo riguardo? Sono qui a restituire!». La politica deve arrivare a una coscienza talmente limpida da poter guardare i giovani negli occhi senza vergogna.


E se lei fosse giovane, avrebbe ancora voglia di rimanere in questo Paese?


Quando ero giovane, il vescovo della mia città, il Cardinale Michele Pellegrino, mi ha dato fiducia, ci ha riconosciuti come gruppo quando noi stessi non sapevamo ancora bene chi eravamo. Così è nato il Sermig. Oggi i giovani si sentono persi e cercano un futuro altrove perché in Italia nessuno più investe su di loro. Piangersi addosso non serve, né rifugiarsi nello sballo o chiudersi in casa. Le cose in Italia possono cambiare con i giovani, non senza di loro. Con ragazzi che si fanno promotori del cambiamento mettendosi in gioco nella politica nell’economia, nella cultura nell’informazione, nelle tecnologie e scienze. Il Sermig si è impegnato a metterli al centro. Perciò dico loro: facciamo del nostro meglio perché possano crescere di nuovo in mezzo a noi un Francesco, un Leonardo. Grandi cuori e grandi cervelli, se le comunità cristiane mettessero, nel formare i giovani e nel formarsi, lo stesso impegno che mette un centro sportivo nel preparare i propri atleti per le Olimpiadi, nuovi Zaccagnini, La Pira, De Gasperi non sarebbero un’eccezione.


L’ultimo rapporto della Fao indica che un essere umano su otto muore di fame. Allo stesso tempo, un terzo del cibo viene sprecato ogni anno. È una delle battaglie che lei e il Sermig affrontate da mezzo secolo. Riesci a cogliere segni di speranza?


Come si fa ad accettare che ogni giorno muoiano 100mila persone di fame? La vera causa non è la mancanza di risorse, ma la cattiva distribuzione. Su questo tema stiamo lavorando ad un grande sforzo tra produttori e consumatori di prodotti agricoli. Fa la differenza non chi si ferma al "non è giusto", ma chi "si investe" su quel "non è giusto". Il Sermig è nato per abbattere la fame nel mondo, è partito con il poco che sapeva fare, semplicemente mettendosi in gioco. A distanza di 48 anni sono 2.971 i progetti e gli interventi di sviluppo: milioni di persone hanno aiutano e sono state aiutate da milioni di persone. Abbiamo sperimentato che la sproporzione è il terreno della Provvidenza. Ognuno di noi è chiamato a metterci sempre tutto il suo pezzo ed è allora che Dio scatena la sua Provvidenza. Non sprecare una goccia d’acqua né un pezzo di pane, è la prima attenzione che chiediamo a tutti i giovani che passano negli Arsenali. È un cambiamento di mentalità che porta a un diverso stile di vita.


La guerra in Siria continua e minaccia di estendersi. La presenza del Sermig in Giordania vi ha consentito di conoscerle da vicino. Si può ancora parlare di pace?


Pace e dialogo hanno ancora troppo poco peso nella mente e nelle scelte dei governanti, non solo in Medio Oriente. La guerra ha eserciti pronti a combattere 24 ore su 24, ha uomini, arsenali, investimenti, tecnologie, materiali e non porta la pace. Le armi uccidono quattro volte. La prima perché sottraggono risorse all’istruzione, alla sanità, allo sviluppo. La seconda perché distolgono saperi e intelligenze che potrebbero essere impiegate a servizio della vita. La terza perché vengono usate per distruggere e uccidere. Da ultimo, perché preparano la vendetta. Credo invece nella forza dell’incontro. Per favorire il dialogo non bastano convegni nei quali ognuno espone (e spesso mantiene) il proprio punto di vista. Dobbiamo sedere attorno a un tavolo disposti a cambiare qualcuna delle nostre idee. La chiave per il dialogo è una condivisione di vita che promuove il rispetto dell’altro come persona. Dal 2003 questa scommessa per noi ha preso vita a Madaba in Giordania, dove siamo presenti con l’Arsenale dell’Incontro in un ambiente a maggioranza islamica che accoglie bambini diversamente abili e racchiude la profezia di un giorno normale in cui musulmani e cristiani, nel rispetto delle reciproche identità, lavorano insieme per il bene dei loro figli. Altra chiave per la pace sono i sogni dei giovani. Qualche tempo fa a Torino abbiamo ospitato un gruppo di ragazzi israeliani e palestinesi. Pensavano di venire a difendere le proprie posizioni, invece si sono trovati a lavorare gomito a gomito per aiutare a popolazioni colpite da calamità naturali. Chinandosi insieme su chi è in difficoltà hanno dimenticato di essere nemici e si sono ritrovati con gli stessi sogni.


Paolo Lambruschi


da Avvenire: 3/11/12




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