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La Redazione |20.04.2011
risurre



I fatti.


Gesù si ritrova con i Suoi.


Oltre il dramma, la delusione, l’amarezza è la felicità: la corsa al Sepolcro di Pietro e Giovanni, il ritorno concitato dei discepoli da Emmaus, lo stupore dell’ incontro nelle diverse situazioni di vita: in pianto alla tomba, raccolti in preghiera, sul monte  del commiato…


 


Anche più realistica la concreta partecipazione alle consuete esperienze di vita: pace a voi, avete qualcosa da mangiare, avvicinati, tocca il mio costato… E’ Lui, proprio Lui; quello che hanno veduto e toccato per gli anni duri e luminosi della missione.


E se tratta con qualcuno di loro in particolare, è toccante l’intensità dell’incontro.


Giovanni e Luca ne danno la misura.


L’incontro con Maria di Magdala è di una intensità umana incomparabile.


Maria, suona il richiamo affettuoso alle sue spalle;


Rabbunì risponde di slancio appassionato la prima donna che lo vede risorto.


E nessuno sa narrare la felicità di quel momento nella novità di una presenza, che esalta l’attesa di una donna che ama e contemporaneamente sconvolge la vicenda di ogni uomo che dopo di lei è chiamato ad incrociarlo.


Così il ritorno concitato dei due discepoli da Emmaus verso Gerusalemme con in cuore una notizia sconvolgente: E’ risorto; ha cenato con noi!


Come è difficile misurare la forza rinnovatrice del dialogo di Pietro con Gesù sulle sponde del lago di Tiberiade, al momento della Consegna. Dalla consolazione di sentirsi di nuovo interpellato sulla passione che ormai brucia la sua vita: mi ami? All’insistenza garbata da cui affiora l’ombra amara del tradimento, alla consegna che gli restituisce intatta la fiducia del Maestro.


 


Il significato.



Insomma nella risurrezione Cristo ricupera in pienezza la quotidianità dell’esperienza vissuta con i Suoi; anzi la fa vibrare di una intensità singolare.


Rivela finalmente il senso di misteriose allusioni che il discepolo prediletto si è preoccupato di raccoglie e segnalare lungo l’intero arco della sua vita terrena.


Quando sarò elevato attirerò tutti a me.


La morte in croce ha segnato il vertice dell’ascesa umana; il compimento di questo sinuoso e talora atroce percorso che l’uomo va conducendo: a Lui possono guardare tutti coloro che vivono la passione per la propria dignità e realizzazione. Che cercano a tentoni di orientarsi, di cogliere un barlume di verità, che rischiari il proprio cammino: sono venuto per rendere testimonianza alla verità…


La sua risurrezione offre il sigillo della’autenticità a tutta la vicenda terrena: nulla di quanto Gesù ha vissuto va perduto; anzi, tutto assume conferma e splendore.


Nella risurrezione rifulge di nuova e imprevedibile luce  il senso vero dell’esistenza e del travaglio che l’accompagna. Tutti i segni che hanno segnato la vita terrena di Cristo ritornano; erano espressione di una rivelazione iscritta nel tempo, in un certo senso destinati a tramontare con il tempo: il segno della risurrezione si iscrive nell’eternità, supera il tempo e lo redime con una conferma che ha il carattere della definitività.


Dunque la risurrezione porta per eccellenza il suggello della vita, non perché Gesù ritorna alla vita, ma perché imprime nella vita il segno nuovo dell’immortalità.


Nella ridda concitata di incontri che i Vangeli raccontano con sobrietà ed emozione i primi testimoni fanno un’esperienza sconvolgente: sono proiettati nel tempo nell’intronizzazione di Cristo che li ha salvati oltre il tempo.


Cosicché l’esistenza dell’uomo, tutta la sua esistenza, trova il senso che Dio solo è in grado di imprimervi.


 

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Giorgio Montefoschi |30.12.2010
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Secondo la scarna descrizione che di lui fecero fra’ Eliseo de los Martires e fra’ Girolamo di San José, Juan de la Cruz, Giovanni della Croce — uno dei più grandi mistici dell’Occidente — era di statura medio piccola e ben proporzionato nel corpo; il volto, moro, aveva una fronte ampia e spaziosa, naso appena aquilino, barba a mezzo pelo, occhi neri profondi e incoraggianti; il portamento era distinto e grave e, nella sua modestia e mitezza di tratto, irradiava una impronta di nobiltà spirituale, di serenità, e di calma.
Ma, dietro a quella mitezza e a quella serena calma, si celava una volontà di ferro: la volontà che nel corso della sua non lunga vita (era nato, da una famiglia povera, nel villaggio di Fontiveros, vicino ad Avila, nel 1542, morì nel convento di Ubeda, in Andalusia, mentre i confratelli gli leggevano brani del Cantico dei Cantici, il 13 dicembre del 1591), gli consentì di lottare con tutte le sue forze per la riforma dell’ordine del Carmelo a cui apparteneva (in questo vicinissimo a Santa Teresa d’Avila, che aveva incontrato nel 1567 e procedeva in questa stessa linea, fondando conventi «teresiani» dal Nord al Sud della Spagna); gli dette il coraggio e la pazienza di sopportare le contestazioni e le umiliazioni dei carmelitani che rimanevano calzati e vedevano come perturbatori della conservazione gli scalzi, e per circa un anno un duro carcere; la convinzione interiore di non doversi arrendere in alcun modo e per nessun motivo all’idea che la vera riforma della Chiesa non andava impiantata sulla ortodossia del pensiero e della dottrina, bensì cercata e risolta nel cuore dell’uomo addormentato in una fede affievolita, o spenta.
Le sue poesie, fortemente improntate dal Cantico dei Cantici, il libro amoroso e mistico per eccellenza, descrivono l’Amore: il dolore insopportabile che si prova per la lontananza o l’assenza di chi è amato e si nasconde; lo sgomento della solitudine; i misteriosi tocchi d’amore che, per sua volontà imperscrutabile, l’amato concede improvvisamente a chi ama e invece si sente abbandonato e ferito, come prigioniero nel ventre di una bestia, e poi improvvisamente vede un lampo che, però, di nuovo lo acceca e lo ferisce, dal momento che è un lampo, e scompare; infine, le dolcezze sublimi dell’unione, ineffabili, paragonabili con molta approssimazione a un naufragio di una luce piccola in una luce  immensa, di un suono in una musica silente.
Sono poesie meravigliose.
A chi lo interrogava su quale fosse l’origine di questi versi così ricchi e belli, rispose: «A volte era Dio a darmeli, a volte ero io a cercarmeli».
Li cercava — come fa ogni poeta, ogni scrittore, ogni artista — nel buio più assoluto: vera condizione, imprescindibile, per la creazione.
È lo stesso buio, la tenebra, che è al centro dei suoi Commentari — la Salita al Monte Carmelo, la Notte Oscura, il Cantico Spirituale, la Fiamma d’amore: vale a dire, i lunghi commenti che seguono le Canzoni, nei quali, appunto, si specchiano il verso e la prosa, i percorsi niente affatto dissimili del poeta e dell’uomo che insegue Dio e da Dio è inseguito — perché tutto, tutto comincia da lì.
Comincia dal buio che l’anima sente nella  mancanza d’amore, e lì finisce: nella tenebra che Dio impone all’anima per poterla accogliere nuda, smarrita nel buio, dentro di Sé.
Nessuno, mai, è riuscito a raccontare questo cammino dalla tenebra alla tenebra, e dalla tenebra alla luce, come ha fatto Juan de la Cruz.
Nessuno, mai, ha tracciato una salita tanto ardua, priva di ogni consolazione, comprese quelle ultraterrene.
Nessuno, mai, ha concepito per l’anima un abisso così profondo.
La Sposa è già in una notte oscura, eppure è infiammata d’amore: un amore che non riesce a definire e la sovrasta, e che forse, in una sua precedente visita, le ha regalato lo Sposo.
Quindi, esce dalla sua casa addormentata, esce dalla prigione dei sensi, e va a cercarlo.
Ma, per trovarlo, deve andare dove lui si è nascosto e dove, dunque, deve lei stessa nascondersi; deve ridursi a una tenebra ancora più oscura: e spogliarsi, annullare ogni conoscenza terrena, ogni conoscenza dell’intelletto, ogni tentazione della memoria, ogni folle presunzione della fantasia; deve annichilirsi nel corpo e nello spirito come, nel Getsemani e sulla Croce, fece Gesù.
«Per giungere a ciò che non sai» , scrive Juan de la Cruz nella Salita al Monte Carmelo, «devi passare per dove non sai; per giungere al possesso di ciò che non hai, devi passare per dove non hai niente; per giungere a dove non sei, devi passare per dove ora non sei; per giungere interamente al tutto, devi rinnegarti totalmente in tutto» .
L’anima, insomma, deve conoscere Dio attraverso ciò che Egli non è, piuttosto che attraverso ciò che è; deve farsi arida e vuota come il deserto (deve andare nel deserto in cui andò Gesù); deve sentirsi tradita, abbandonata, morta, sola.
Ma ecco che in que lmomento, quando penserà di essere infinitamente lontana da Dio, sentirà un «tocco amoroso» che la sconvolge, una voce forte e dolce che la chiama, e capirà che mai più di quel momento è stata vicina a Dio: che non è fuggito, è in lei tutto nascosto, e la sta chiamando.
Come è possibile questo amore? Come è possibile amare chi non si conosce? Come è possibile, nel buio, questo amore del buio? Come è possibile che io vada a cercarti — dice la Sposa allo Sposo — se «quello che capisco mi piaga e mi ferisce d’amore e quello che non riesco a comprendere mi uccide?».
È possibile — le risponde lo Sposo — perché io non ti ho abbandonata mai, io ti amata da sempre, prima che tu lo sapessi, e ti amerò per sempre.
La Sposa trema, incredula, a queste rivelazioni che di colpo squarciano la tenebra fitta, e balbetta d’amore, non sa che dire.
Allora, l’Amato le infonde nel cuore una immensa, pacifica e amorosa certezza: il calore che non si consuma mai della fiamma.
E l’anima brucia e non si consuma in quella fiamma.
È rapita e si perde in quella pacificante luce.
E — come accade nel Fedro, e alla fine del Verbo degli uccelli, il poema mistico medievale del persiano Attar, come accade in ogni amore vero — la bellezza dell’Amata e dell’Amato si specchiano e si confondono.
San Juan de la Cruz o Giovanni della Croce nacque in Spagna nel 1542 e morì nel 1591.
Fondatore dei Carmelitani Scalzi, fu beatificato nel 1675 e canonizzato nel 1726.
Il volume contenente Tutte le opere di Juan de la Cruz, con testo spagnolo a fronte, è curato da Luigi Bracco (Bompiani, pagine CXCVIII-2330, € 45) e fa parte della collana «Il pensiero occidentale» , diretta da Giovanni Reale.
in “Corriere della Sera” del 29 dicembre 2010
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Zelindo Trenti |21.12.2010
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Natale – La tenerezza di Dio    Nel quieto silenzio che avvolgeva ogni cosa,  mentre la notte giungeva a metà del suo corso,  il tuo Verbo onnipotente, o Signore,  è sceso dal cielo, dal trono regale     Se consideriamo la presenza che Dio riserva alla vicenda umana, così come la tradizione biblica ce la consegna, sembra davvero che con Gesù si dia un nuovo inizio.
La Parola di Dio che si erge a difesa del popolo ebraico contro l’Egitto e il suo re ha una veemenza che la presenza del Verbo di Dio, venuto fra noi, non conosce.
Un breve accostamento fra i due racconti, quello della Sapienza e quello di  Luca lo conferma.
  Sulla travagliata vicenda umana la Potenza di Dio si erge sovrana.
Non di rado incombente e terribile, come quando percuote la tracotanza del Faraone e ne piega l’alterigia, ne spezza la violenza.
Lo ricorda la rievocazione potente del libro della Sapienza.
                  Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose,  e la notte era a metà del suo corso,  la tua parola onnipotente dal cielo,  dal tuo trono regale, guerriero implacabile,  si lanciò in mezzo a quella terra di sterminio,  portando, come spada affilata, il tuo ordine inesorabile.                              (Sap.
18, 14-15) Vindice sovrano a protezione per l’oppresso, a minaccia irresistibile per l’oppressore.
  Redimere con pazienza  Con Gesù tace la potenza, si nasconde la maestà; si rivela la tenerezza, la mansuetudine.
 Nella rievocazione che ne fa la liturgia:                  nel quieto silenzio che avvolgeva ogni cosa,                  mentre la notte giungeva a metà del suo corso,                  il tuo Verbo onnipotente, o Signore,                  è sceso dal cielo, dal trono regale                       (Antifona d’inizio, 2a domenica dopo Natale).
               Dio scopre la soddisfazione di recare la novità, la gioia, la salvezza;                di far commuovere e godere anche dentro le avversità, la rude asperità                del vivere quotidiano.
               Ai pastori che vegliavano di notte il gregge l’angelo proclama:                vi annuncio una grande gioia…                  oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore,                 che è il Cristo Signore.
(Lc.
2, 10-11)                 Da sempre Dio ha coltivato un sogno:                   quando egli fissava i cieli, io ero là;                   quando tracciava un cerchio sull'abisso;…                   quando disponeva le fondamenta della terra,                    allora io ero con lui come architetto                    ed ero la sua delizia ogni giorno,                    dilettandomi davanti a lui in ogni istante;                    dilettandomi sul globo terrestre,                    ponendo le mie delizie tra i figli dell'uomo.
(Pv.
8, 26-31)                          Con Gesù Egli lo ha attuato.
E’ vero che                                            i Suoi non l’hanno accolto;                   A quanti però l’hanno accolto,                    ha dato potere di diventare figli di Dio (Gio.
1, 11-12).
                  Dunque di piantare sulla terra un germe capace di germogliare                   fino ad instaurare il Regno:                   Il tempo è compiuto, il regno di Dio è vicino (Mc 1, 15);                    anzi è giunto fra voi il regno di Dio (Mt.
12, 28).
Il regno che di fatto la venuta di Gesù ha inaugurato, capace di fermentare l’esistenza di tutti, di redimere in profondità il tessuto refrattario della storia, che Dio non ha cessato di governare con potenza; ma che in Gesù intende redimere con pazienza, secondo ritmi lenti, ma irrresistibili; perché davanti ai suoi occhi mille anni sono come il giorno di ieri che è passato…               Ma con Gesù tace la potenza, si nasconde la maestà; si rivela la tenerezza, la mansuetudine.
Nella rievocazione che ne fa la liturgia: nel quieto silenzio che avvolgeva ogni cosa, mentre la notte giungeva a metà del suo corso, il tuo Verbo onnipotente, o Signore, è sceso dal cielo, dal trono regale (Antifona d’inizio, 2a domenica dopo Natale).
Dio scopre la soddisfazione di recare la novità, la gioia, la salvezza; di far commuovere e godere anche dentro le avversità, la rude asperità del vivere quotidiano.
Ai pastori che vegliavano di notte il gregge l’angelo proclama: vi annuncio una grande gioia… oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore.
(Lc.
2, 10-11)   Da sempre Dio ha coltivato un sogno: quando egli fissava i cieli, io ero là; quando tracciava un cerchio sull'abisso;… quando disponeva le fondamenta della terra, allora io ero con lui come architetto ed ero la sua delizia ogni giorno, dilettandomi davanti a lui in ogni istante; dilettandomi sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell'uomo.
(Pv.
8, 26-31)   Con Gesù Egli lo ha attuato.
E’ vero che i Suoi non l’hanno accolto; A quanti però l’hanno accolto,  ha dato potere di diventare figli di Dio (Gio.
1, 11-12).
Dunque di piantare sulla terra un germe capace di germogliare fino ad instaurare il Regno: Il tempo è compiuto, il regno di Dio è vicino (Mc 1, 15); anzi è giunto fra voi il regno di Dio (Mt.
12, 28).
Il regno che di fatto la venuta di Gesù ha inaugurato, capace di fermentare l’esistenza di tutti, di redimere in profondità il tessuto refrattario della storia, che Dio non ha cessato di governare con potenza; ma che in Gesù intende redimere con pazienza, secondo ritmi lenti, ma irrresistibili; perché davanti ai suoi occhi mille anni sono come il giorno di ieri che è passato…
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La redazione |15.12.2010
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Il Natale ripropone la domanda di Giovanni a Gesù: Sei Tu… l’atteso?   Giovanni il battista ci ha mandati da te per domandarti ‘Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?’ (Lc.
7, 20).
  Figura rude e altera questa di Giovanni il Battista.
La sua parola tagliente e persuasiva irrompe nella travagliata vicenda di un popolo, che custodisce da secoli un’attesa tenace e ne proclama il compimento.
Annuncia il Messia, l’Atteso; risponde ad un’esigenza irriducibile nella vita di ogni uomo, in attesa di colui che sappia darvi pieno compimento.
Come di fatto si verifica quando sulla scena appare una misteriosa figura  che s’impone con piena autorità.
E’ interessante  notare come il racconto evangelico lo vada progressivamente imponendo all’ammirazione delle folle e dei singoli.
Un rapido accenno ad alcuni episodi ne offre precisa conferma.
L’adultera lo contempla ergersi con sorana autorità, salvatore insperato, sui suoi accusatori, più grande perfino della legge che la condanna ( Gio.
8, 11); Zaccheo, il pubblicano, lo vede imporsi alla sua vita, attraversare la soglia della sua casa e inondarla di gioia (Lc.
19,5); La povera vedova nel tempio neppure s’accorge che il Suo sguardo silenzioso l’ha seguita ed ha contato i due spiccioli, messi nel salvadanaio, graditi a Dio più di ogni altra offerta: Lui solo ha saputo misurare lo spazio della sua illimitata fiducia (Lc.
21, 3).
E qui la figura sconcertante del Battista, il profeta che ha salutato in Gesù il liberatore ed è finito in carcere per la perentoria franchezza della sua parola; ora guarda con comprensibile sconcerto ai gesti che Egli va compiendo.
Perciò manda una delegazione a chiedergli: Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?   Suggestiva figura questa del Battezzatore, il più grande fra i nati di donna.
E’ vissuto per Lui, lo ha proclamato alle folle, lo ha additato ai suoi stessi discepoli, che sull’autorità della sua parola lo hanno seguito.
Il suo operare lo sorprende: Sei Tu?...
E’ la domanda che s’impone nella vicenda singolare e incomparabile di ogni uomo, che aspira ad un gesto di superiore comprensione e di misericordia, quando ha tradito perfino se stesso, come avviene nell’adultera; o intende ritrovare dignità e considerazione anche in una situazione compromessa, come in Zaccheo; o attende che un gesto apparentemente insignificante non cancelli la grandezza d’animo con cui è compiuto, quella che Dio solo misura, come nel caso della povera vedova.
Attese diverse che attraversano la vita, la fermentano.
Sei Tu la risposta all’attesa segreta di ogni uomo lungo la pista accidentata della propria esistenza? Oltre le innumerevoli attese che segnano la vita c’è un’attesa senza nome né volto ma profonda e persistente.  Presagita in tutte le situazioni che costellano il vivere quotidiano, affioranti ed effimere, tenace richiamo a quella presenza misteriosa e sovrana che Cristo interpreta.
Sei Tu… colui che attendo? Il tuo lungo pellegrinare lungo le strade assolate della Palestina - non ha mostrato sollecitudine per tutti? - non ha rinfrancato i più deboli? - non ha assolto chi era condannato? - non ha ridato gioia al deluso, serena sicurezza al naufrago? Venite a me voi tutti che mi avete atteso, che mi state aspettando, perché riempirò di conforto e di gioia la vostra attesa…     La domanda di Giovanni rappresenta un’occasione preziosa per interrogarci:             Quale l’attesa che fermenta, magari poco avvertita, la nostra vita?             Nella stessa scelta di consacrazione quale figura di Cristo ci ha orientati?             Negli anni della maturità religiosa ci sono aspetti                                     - che ci sconcertano?                                     - che ci appassionano?             Ho scoperto nel Vangelo ‘una verità per me’?
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Carlo Maria Martini |07.12.2010
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Tu quis es? Tu chi sei? È una domanda sull’ identità di un’altra persona.
Chi la pone sul serio, tuttavia, sperimenta in sé gli stessi interrogativi: Tu quis es? Chi pensi di essere? Quale definizione dai di te stesso? Da questa domanda si apre una via all’interiorità.
Di fatto, noi vorremmo conoscere a fondo che cosa muove il nostro fratello o sorella ad agire in un certo modo.
Questo rifluire della domanda su noi stessi ci coglie soprattutto quando interroghiamo le persone che ci sono care o con cui abbiamo una comunità di vita.
Quando poi si tratta di qualcuno da cui dipende la nostra vita e il nostro futuro, questa ricerca può assumere anche un carattere drammatico.
La Scrittura è particolarmente conscia di quanto questa domanda ci interpelli e ci mostra, in particolare nei Vangeli, esempi di questo cammino interiore che può anche giungere a una prova, come quella di Giacobbe con l’angelo (Gen 32) o l’agonia di Gesù nell’Orto degli Ulivi (Mc 14,32- 42).
Questo atteggiamento fondamentale di domanda si pone fin dagli inizi della predicazione di Gesù.
Chi viene a contatto con il suo ministero si stupisce di come Egli possieda la forza del dire, connessa con il potere di fare miracoli.
Il quarto Vangelo ha nella sua prima pagina la domanda «tu quis es?» posta a Giovanni il Battista.
La sua risposta è molto chiara: «Egli confessò e non negò.
Confessò: "Io non sono il Cristo".
Allora gli chiesero: "Chi sei, dunque? Sei tu Elia?".
"Non lo sono" disse.
"Sei tu il profeta?".
"No" rispose.
Gli dissero allora: "Chi sei perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato.
Che cosa dici di te stesso?"» (Gv 1,20-22).
Occorreva una grande umiltà per rispondere così.
Con questo il Vangelo di Giovanni ci fa comprendere come per conoscere il Cristo sia necessario anzitutto sapere chi non si è, ed essere molto sinceri sulle cose che non abbiamo.
I primi che si pongono questa domanda rispetto a Gesù sono i due discepoli dello stesso Giovanni.
Secondo il quarto Vangelo, non osano essere espliciti, ma chiedono timidamente: «Maestro, dove abiti?» e Gesù risponde con una proposta: «Venite e vedrete» (Gv 1,39).
Dunque, per rispondere alla domanda «tu quis es?» occorre avere la capacità di ascoltare e comprendere il mondo della persona in questione.
Natanaele poi viene colpito da grande stupore perché, incontrandolo, Gesù gli dice di averlo visto sotto il fico.
A questo stupore Gesù risponde: «Vedrai cose più grandi di queste» (Gv 1,50).
I capitoli terzo e quarto di Giovanni ci fanno comprendere che è attraverso dubbi e fatiche che si arriva a conoscere l’altro.
Nel terzo Gesù cerca di chiarire le idee a un uomo fondamentalmente buono ma legato da difficoltà e fatiche.
Di fronte alla Samaritana Egli afferma: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è che ti dice dammi da bere, tu avresti chiesto a lui e lui ti avrebbe dato acqua viva» (Gv 4,10).
La donna, quindi, non è ancora giunta a riconoscere chi gli sta di fronte, ma arriverà alla conoscenza di Gesù evocando la questione messianica e sentendosi rispondere: il Messia «sono io che parlo con te».
Nel capitolo quinto Gesù viene rimproverato dai giudei per aver compiuto un miracolo nel giorno di sabato, e le resistenze alla sua missione si fanno via via più forti.
Chi vuole conoscere intimamente il mistero di Cristo deve pagare un duro prezzo.
Da qui in avanti si ripeteranno queste auto-affermazioni di Gesù con l’uso di termini metaforici.
Egli si presenta come luce del mondo che dona la luce della vita.
In questi capitoli prevalgono le diatribe di coloro che non sono disposti ad accettare la sua testimonianza.
Gesù guarisce il cieco nato e il quarto Vangelo ne trae occasione per esprimere tutte le difficoltà a riconoscere che Gesù sia il Messia.
In seguito Egli paragona se stesso alla porta delle pecore e soprattutto al buon pastore.
Finalmente Gesù si dichiara come la risurrezione e la vita (Gv 11,10-25).
Intanto si sono già formati a proposito della sua persona due schieramenti opposti: quelli che gli credono e valutano positivamente i suoi gesti e, dall’altra parte, quelli che prendono scandalo dalle sue parole e dal suo modo di agire.
Si vede di qui che nella formazione del giudizio su una persona vengono fuori molte ragioni emotive ed è quindi necessario un cuore puro.
In conclusione, per rispondere al «tu quis es?» bisogna: primo, riconoscere coraggiosamente ciò che io non sono; secondo, incontrare l’altro nel suo ambiente e nella sua storia; terzo, avere il senso dello stupore, ossia la capacità di meravigliarsi che suscita la ricerca; quarto, essere disponibili ad andare oltre il visibile; quinto, accettare insieme anche il reale nelle sue manifestazioni meno appariscenti.
Infine, per conoscere un’altra persona bisogna essere disposti a lasciarsi mangiare per dare vita e riceverla.
La domanda «tu quis es?» coinvolge tutta la persona ed è una domanda primaria: conoscersi e conoscere significa lasciarsi attraversare e insieme condurre dall’altro.
in “Corriere della Sera” del 7 dicembre 2010

 

ESORTAZIONE APOSTOLICA “GAUDETE ET EXSULTATE” DI PAPA FRANCESCO  

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